LEOPARDI Completo
LEOPARDI Completo
LA VITA
nacque il 29 giugno 1798 a Recanati, nelle Marche, primogenito del conte Monaldo e di Aldeide Antici.
Recanati → borgo di uno degli Stati più retrivi d’Italia. La famiglia Leopardi poteva essere annoverata tra le
più cospicue d’Italia, ma vive in cattive condizioni economiche tanto da osservare una rigida economia per
poter conservare il decoro nobiliare.
Il padre un uomo colto → mette insieme una notevole biblioteca ma di una cultura attardata e accademica.
orientamenti politici → ferocemente reazionari, ostili a tutte le idee nuove che erano state diffuse dalla
Rivoluzione francese e dalle campagne napoleoniche.
la vita familiare dominata soprattutto dalla madre, interamente dedita alla cura del patrimonio dissestato, ed
era caratterizzata da un’atmosfera autoritaria, priva di confidenza e di affetto.
Giacomo, come era costume nelle famiglie nobili del tempo, fu istruito inizialmente da precettori
ecclesiastici, ma ben presto, intorno ai dieci anni, non ebbe più nulla da imparare da essi e continuò i suoi
studi da solo, chiudendosi nella biblioteca paterna, per quei “sette anni di studio matto e disperatissimo”,
come li definì egli stesso, che contribuirono a minare il suo fisico già fragile.
Dotato di un’intelligenza straordinariamente precoce, si formò ben presto una vastissima cultura: imparò in
breve tempo, oltre il latino, anche il greco e l’ebraico, condusse lavori filologici che stupirono i dotti dell’epoca,
compose vase opere di compilazione erudita, quali la Storia dell’astronomia (1813) e il Saggio sopra gli errori
popolari degli antichi (1815), tradusse classici latini e greci, le Odi di Orazio, la Batracomiomachia
pseudo-omerica, il I libro dell’Odissea, il II dell’Eneide, e contemporaneamente scrisse una massa ingente di
componimenti poetici, odi, sonetti, canzonette, tragedie.
Tra il 1815 e il 1816 si attua quella che Leopardi stesso chiama la sua conversione “dall’erudizione al bello”:
abbandona le aride minuzie filologiche e si entusiasma per i grandi poeti, Omero, Virgilio, Dante. Comincia
a leggere i moderni Rousseau e Alfieri: tramite la lettura della de Stael viene a contatto con la cultura
romantica (nei cui confronti ha però forti riserve). Un momento fondamentale della sua esperienza vissuta è
costituito dall’amicizia con Pietro GIordani, uno degli intellettuali più significativi di quegli anni, di
orientamento classicistico, ma di idee democratiche e laiche. Nella corrispondenza con Giordani, Leopardi può
trovare quella confidenza affettuosa che gli manca nell’ambiente familiare, e al tempo stesso una guida
intellettuale. Questa apertura verso il mondo esterno gli rende ancor più dolorosamente insostenibile
l’atmosfera chiusa e stagnante di Recanati e del palazzo paterno, e suscita in lui il bisogno di uscire da quella
specie di carcere, di venire a contatto con più vive esperienze intellettuali e sociali.
Nell’estate del 1819 tenta la fuga dalla casa paterna, ma il tentativo viene scoperto e sventato. Lo stato
d’animo conseguente a questo fallimento, acuito da un’infermità agli occhi che gli impedisce anche la lettura,
unico conforto alla solitudine e alla “nera orrenda barbara malinconia”, lo portano a uno stato di totale
prostrazione e aridità. Raggiunge così la percezione lucidissima della nullità di tutte le cose, che diviene il
nucleo del suo sistema pessimistico.
Questa crisi del 1819 segna un altro passaggio, sempre a detta di Leopardi stesso, dal “bello” al “vero”, dalla
poesia d’immaginazione alla filosofia e ad una poesia nutrita di pensiero. il 1819 è anche un anno di
intense sperimentazioni letterarie. Molti filoni sono tentati e subito abbandonati, ma con l’Infinito comincia la
stagione più originale della sua poesia. Si infittiscono anche le note dello Zibaldone, una sorta di diario
intellettuale avviato due anni prima, a cui Leopardi affida appunti, riflessioni filosofiche, letterarie, linguistiche.
Negli anni successivi (1820-21) nascono altri idilli, e prosegue la serie delle canzoni, iniziata nel 1818 con
All’Italia.
Nel 1822 ha finalmente la possibilità di uscire da Recanati e di vedere il mondo esterno: si reca infatti a Roma,
ospite dello zio Carlo Antici. Ma l’uscita tanto desiderata si risolve in una cocente disillusione. Gli ambienti
letterari di Roma gli appaiono vuoti e meschini, la stessa grandezza monumentale della città lo infastidisce.
Tornato a Recanati nel ‘23, si dedica alla composizione delle Operette morali, a cui affida l'espressione del
suo pensiero pessimistico.
Nel 1825 gli si presenta l’occasione di lasciare la famiglia e di mantenersi con il proprio lavoro intellettuale:
l’editore milanese Stella, intraprendente e di moderne concezioni, gli offre un assegno fisso per una serie di
collaborazioni, edizione di Cicerone, un commento al Petrarca, un’antologia della poesia e una della prosa.
Soggiorna così a Milano e a Bologna. Nel 1827 passa a Firenze, dove entra in rapporto con Gian Pietro
Vieusseux e con il gruppo di intellettuali che facevano capo alla rivista “Antologia”, uno dei periodici di punta
della cultura italiana, erede per certi aspetti del milanese “Il Conciliatore”. Trascorre l’inverno tra il 1827 e il
1828 a Pisa. Nella primavera del ‘28 nasce così A Silvia, che apre la serie dei “grandi idilli”.
Le necessità economiche però lo incalzano. Le prospettive di sistemazione che gli si presentano si rivelano via
via inconsistenti. Nell’autunno del ‘28, aggravatesi le condizioni di salute, divenuto impossibile ogni lavoro e
sospeso l’assegno dell’editore, è costretto a tornare in famiglia, a Recanati. Vi rimane un anno e mezzo,
“sedici mesi di notte orribile”. Vive isolato nel palazzo paterno, senza rapporti con alcuno, immerso nella sua
tetra malinconia. Nell’aprile del ‘30 si risolve ad accettare una generosa offerta degli amici fiorentini, che
pochi mesi prima aveva respinto per fierezza: un assegno mensile per un anno. Lascia così Recanati, per non
farvi più ritorno.
Comincia una nuova fase della sua esperienza intellettuale: esce dalla cerchia chiusa ed esclusiva del suo io,
stringe rapporti sociali più intensi, viene a contatto con il dibattito culturale e anche politico, e vi partecipa
con fervore, sia pure da posizioni violentemente polemiche contro l’ottimismo progressistico dei liberali.
A Firenze fa anche l’esperienza della passione amorosa per Fanny Targioni Tozzetti. La delusione subita
ispira un nuovo ciclo di canti, il cosiddetto “ciclo di Aspasia”, in cui compaiono soluzioni poetiche decisamente
nuove. In questo periodo stringe una fraterna amicizia con un giovane napoletano, Antonio Ranieri, e con lui
fa vita comune fino alla morte, Nel frattempo un sollievo alle sempre misere condizioni economiche gli viene
da un piccolo assegno mensile, finalmente concesso dalla famiglia.
Dal 1833 si stabilisce a Napoli con Ranieri. Qui entra in polemica con l’ambiente culturale, dominato da
tendenze idealistiche e neo-cattoliche, avverse al suo materialismo ateo. La polemica prende corpo
soprattutto nell'ultimo grande canto, La ginestra. A Napoli lo coglie la morte, attesa e invocata da anni, il 14
giugno 1837.
LE OPERE
Negli anni della formazione ha un atteggiamento di tipo classicistico, ama la letteratura del ‘700
Traduce i classici, gli Idilli di Mosco (1814), il primo libro dell’Odissea dal greco (1816), il secondo libro
dell’Eneide (1817)
Si inserisce nella polemica classico-romantica con due opere:
● (1816) Lettera ai signori compilatori della “Biblioteca Italiana”
● (1818) Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica
→ difende le posizioni classiciste, proponendo un imitazione del classico che cerca di far rivivere un
mondo più vicino alla natura originaria
La poesia, per la sua capacità di sentire l’esistenza, genera illusioni e si contrappone alla filosofia, che è
incapace di generare entusiasmo
Si rovescia il loro rapporto e afferma che è necessaria una filosofia che sveli il vero e smascheri le illusioni.
Gli idilli:
● Piccoli idilli (1819-21): l'infinito, alla luna, la sera del dì di festa, il sogno, la vita solitaria
→ raccolti nel 26
● Grandi idilli (1828-30): il risorgimento, a Silvia, le ricordanze, la quiete dopo la tempesta, il passero
solitario, canto notturno d'un pastore errante dell’Asia
→ raccolti nel 31
Le canzoni (1818-1823) A tema filosofico, indagine sulla tematica della vità:
● Ad Angelo mai = canzone che parla di alcuni ritrovamenti di Cicerone,
● ultimo canto di Saffo = tema del suicidio
→ raccolte nel 24
Le operette morali:
24 brevi testi in prosa, volti a rivelare l’infelicità dell’uomo, la maggior parte sono dialoghi, viene
sottolineata la grigia esistenza dell’uomo che è determinata così a causa della natura
● Dialogo della natura e di un islandese (1824)
● Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere (1832)
● Dialogo di Tristano e di un amico
il ciclo di Aspasia (1831-33) = 6 componimenti intorno al tema dell’amore, che scrive dopo una delusione in
amore, amore come esperienza dolorosa ma necessaria per la vita di ogni uomo
1. Il pensiero dominante
2. Con Salvo
3. Amore e morte
4. A sé stesso = tema della disillusione
5. Ad Arimane
6. Aspasia = ultimo addio alla sua donna
Satire
● Palinodia al marchese Gino Capponi (1835)
● Paralipomeni della Batracomiomachia (1835)
LO ZIBALDONE
Giacomo Leopardi ha scritto lo Zibaldone (1817-1832) → insieme di pensieri da cui si conosce l’autore
Per qualcuno sono “appunti di riflessione” → lo scrive tra il 1817 e il 32
All’interno si vedono le fasi del pessimismo di Leopardi
1. pessimismo storico → vede nella natura la fonte di illusioni vitali (illusioni che servono a vivere
meglio) e nella realtà individua un’aridità (non produce nulla di costruttivo) della società moderna
2. 1823-1824 inizia a cambiare il suo giudizio sulla natura e comincia a cambiare anche la sua idea sulla
verità ⇒ pessimismo cosmico → parte dall’immagine della natura negativa
Per lui ogni comportamento umano è guidato dalla ricerca del piacere = teoria del piacere
→ che però non si realizza mai totalmente (un po’ come la donna del dolce stilnovo)
(1823) → I giovani hanno più forza vitale e risorse dei vecchi ma non riescono a sfruttarle per natura,
società e contesto ⇒ non la puoi sfruttare al meglio e soffrono per il non poter metterla a frutto. Il giovane è
impotente e soffre. Sbaglia perché ne soffrono anche i vecchi.
Vita → Leopardi nasce nel 1798 e scrive questo nel 1823 ⇒ 25enne ma soffre ancora come un ragazzino
(1819-20) → Non pretende di essere un apripista pur essendo molto desideroso di gloria ma lui dice che
quando la situazione era favorevole non cambiava strada bensì ci andava a capofitto.
(1829) → Leopardi si accorge di essere giudicato come uno che non amava né capiva gli uomini → non è
così ma la natura della sua filosofia tende a sanare, ne individua le debolezze e cerca di sanare. Per
sanare bisogna prima prenderne coscienza
→ l’entusiasmo dei giovani oggi per il mondo che li circonda e per ciò che sperimentano si spegne come
una fiammella perché poco alimentata. I giovani vorrebbero fare cose ma sbattono contro la realtà arida,
attraverso l’esperienza sanno cosa possono/non fare ⇒ non alimentano forza vitale ⇒ si spengono.
(1820) → La passione implica un eccesso e va controllata, ma non bisogna estinguerla → dobbiamo
convertire la ragione in passione → vivere con passione anche ciò che viene detto dalla ragione
La conoscenza implica la ragione ma il desiderio di conoscenza è appassionante
(1828) → Per le persone sensibili la realtà è sempre duplice.
Un uomo sensibile e ricco di immaginazione riesce a vedere oltre ogni oggetto e percepire qualcos’altro
→ per fare questo deve superare il limite della concretezza e della realtà
L’uomo sensibile viene colpito prima dall’essenza e da ciò che può significare un oggetto in senso più lato
Leopardi guarda un ritratto di sé da piccolo e vede in esso un’espressione seria, senza malinconia ma questa
serietà aveva grazia su quel volto fanciullo. Ora la serietà è rimasta ma aggravata da una malinconia
1820 → nel mondo è spento grande, bello e vivo → non è spenta in noi l’inclinazione. E’ tolto l’ottenere
(ci viene tolto) ma non il desiderare.
Nei giovani non si spegne mai l’ardore che li spinge a cercarsi una vita vera in contrasto con nullità e
monotonia.
NB Leopardi non depresso né folle ma oggettivo nella realtà e poetico nel vedere le possibilità che essa
invece dovrebbe offrire.
Leopardi ha grande fiducia nei giovani → hanno maggiore sensibilità, vorrebbero avere ma non riescono, ma
il fatto di non riuscire a ottenere non impedisce a loro di desiderare ⇒ sono destinati a soffrire più dei vecchi
(in quanto hanno più forza vitale e non si possono rassegnare in quanto giovani)
Manzoni racconta la realtà, Leopardi penetra la realtà e la mostra secondo le sue considerazioni
PARAFRASI
sempre caro mi fù questo colle solitario Sempre caro mi fu quest'ermo colle,
e questa siepe che impedisce e questa siepe, che da tanta parte
la visione dell’ultima parte dell’orizzonte, dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
ma sedendo e meravigliandomi, io nel Ma sedendo e mirando, interminati
mio pensiero immagino sterminati spazi spazi di là da quella, e sovrumani
sovrumani silenzi, e una quiete profondissima silenzi, e profondissima quiete
dove per poco il cuore non si spaventa. io nel pensier mi fingo, ove per poco
e appena sento stormire il vento il cor non si spaura. E come il vento
tra queste piante io odo stormir tra queste piante, io quello
paragono quell’infinito silenzio a questa voce infinito silenzio a questa voce
e mi viene in mente l’eternità vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
e le stagioni passate e quella presente e le morte stagioni, e la presente
e viva e il suo rumore. Così tra queste e viva, e il suono di lei. Così tra questa
immensità si smarrisce il mio pensiero immensità s'annega il pensier mio:
e per me è dolce perdermi in questi mari. e il naufragar m'è dolce in questo mare.
(il monte Tabor → biblicamente è dove c’è la trasfigurazione, Gesù prende giovanni, pietro e … si trasforma
davanti a loro, di fianco a lui ci sono anche i mosè ed elia, il monte rappresenta una cosa bella, la possibilità
dell’uomo di vedere qualcosa di ultraterreno).
Siepe = possibilità di andare oltre la realtà, è un ostacolo che diventa occasione → vede spazi senza limiti,
silenzi al di là dell’umano e silenzio profondo.
Il vento tra le piante lo riporta alla realtà ⇒ accosta il silenzio infinito nella sua mente al rumore finito del vento
(due dimensioni diverse). Per cui paragona il rumore del vento al silenzio che sta immaginando; contrappone
poi le stagioni passate (che ci appartengono per Seneca, ma non per Leopardi) alle presenti (NB mai futuro)
→ in questa immensità che è l’insieme il pensiero si smarrisce e a lui piace perdersi in una dimensione
intermedia tra le due dove riesce a trovare un po’ di pace.
Ciò che è finito e non è morto, come il passato, non è negativo → dà delle possibilità (es. siepe)
Leopardi solo quando riesce a portarsi oltre può respirare perchè la stagione presente gli sta stretta. Si sente
parte dell’infinito ma non può viverlo a pieno.
Vive la comunione con l’infinito (NB comunione = vincolo spirituale e di sentimenti che unisce più persone,
dimensione sacra), Leopardi la sente ma non la può toccare perchè è bloccato al di qua della siepe → non
trovando la libertà nella dimensione a cui sente di appartenere viene strozzato da questa sua ossessione.
Dimensione del suono diversa. Leopardi (rumore dell’infinito con fruscio di vento e foglie) e Dante
(rumore del Paradiso armonico) → paragone possibile perché nella dimensione di armonioso rumore è
contemplato anche quello delle foglie.
A Leopardi manca la conditio per cui deve passare per essere parte di quell’infinito → umiltà.
Nello Zibaldone Leopardi sostiene che particolari sensazioni visive e uditive, per il loro carattere vago e
indefinito, inducono l’uomo a crearsi con l’immaginazione quell’infinito a cui aspira, e che è irraggiungibile,
perché la realtà non offre che piaceri finiti e perciò deludenti.
L’infinito è appunto la rappresentazione di uno di questi momenti privilegiati, in cui l’immaginazione strappa la
mente al reale, che è il <<brutto>>, e la immerge nell’infinito.
La poesia si articola in due momenti, corrispondenti a due distinte sensazioni di partenza.
● L’avvio è dato da una sensazione visiva, l’impossibilità della visione.
L’impedimento della vista, che esclude il <<reale>>, fa subentrare il <<fantastico>>; il pensiero si costruisce
l’idea di un infinito spaziale, immerso in <<sovrumani silenzi>> e in una <<profondissima quiete>>.
● L’immaginazione prende l’avvio da una sensazione uditiva, lo stormire del vento tra le piante.
La voce del vento (vento = qualcosa di effimero e vano) viene paragonata all’infinito silenzio creato
dall'immaginazione e suscita l’idea di perdersi delle labili cose umane nel silenzio dell’oblio.
Viene così in mente l’idea di un infinito temporale in contrasto con le epoche passate e ormai svanite, e con
l’età presente, destinato anch’esso a svanire presto nel nulla.
Tra i due momenti vi è anche un passaggio psicologico: l’io lirico, dinanzi alle immagini interiori
dell’infinito spaziale, prova come un senso di sgomento (<<per poco / il cor non si spaura>>).
Ma nel secondo momento l’io si <<annega>> nell’<<immensità>> dell’infinito immaginato, sino a
perdere la sua identità; e questa sensazione di “naufragio” dell’io è piacevole. Se la coscienza rappresenta
all’uomo il <<vero>>, cioè la sua necessaria infelicità, lo spegnersi della coscienza individuale dà una
sensazione di piacere.
Si può leggere il componimento in chiave mistico-religiosa: il perdersi dell’io nell’infinito è il dato
costitutivo di ogni esperienza mistica; il linguaggio tipico della mistica è richiamato dalla metafora del mare in
cui l’io naufraga, e Leopardi stesso, nello Zibaldone, usa il termine <<estasi>> a indicare simili momenti di
rapimento creati da sensazioni indefinite.
Tuttavia, non è ravvisabile nel componimento nessun accenno ad una dimensione sovrannaturale; l’infinito
non ha le caratteristiche del divino, di un’entità spirituale e trascendente.
Non è un infinito oggettivo come dovrebbe essere una divinità, bensì tutto soggettivo, creato solo
dall’immaginazione dell’uomo; ed è evocato a partire da sensazioni fisiche, in chiave prettamente
sensistica, come di derivazione sensistica è la riflessione del piacere misto a paura provocato
nell’immaginazione dall’idea dell’infinito.
Non è possibile escludere completamente una componente mistica nella poesia di Leopardi; tuttavia, si deve
ipotizzare che essa affondi le sue radici nei livelli più profondi della sua personalità, e che, per potersi
esprimere, debba passare attraverso le strutture culturali sensistiche e materialistiche, adattandosi a
esse e subendo una trasformazione decisiva.
La struttura della poesia è fondata su precise simmetrie. I due momenti, occupano ciascuno esattamente
sette versi e mezzo. Il passaggio tra i due momenti avviene esattamente al verso 8 che è diviso in due da
una forte pausa al centro, segnata dal punto.
La pausa serve a distinguere i due momenti: però vi sono anche chiari elementi che sottolineano la continuità
fra di essi, il fatto cioè che viene descritto un processo unico, in cui un’immaginazione scaturisce dall’altra,
senza contrasti con la precedente.
Al’interno, queste due sezioni si suddividono ancora ciascuna in due parti simmetriche: nella prima si ha il
punto di partenza dell’immaginazione dal dato reale, la siepe e il vento che stormisce; nella seconda
l’allontanamento dalla realtà verso l’infinito immaginato.
La simmetria si rompe sul piano lessicale: nel membro in cui si è resa l’esperienza dell’infinito spaziale si
ha la prevalenza di parole lunghe; nel membro dedicato all’infinito temporale vi sono invece parole più brevi.
Gli arditi polisillabi danno il senso di un’esperienza vertiginosa, mentre le parole più brevi e consuete
corrispondono al distendersi dell’esperienza verso la pace del naufragio dell’io.
Il senso di un’esperienza unitaria, al di là dei due momenti in cui si articola, è reso dal continuum metrico e
sintattico che percorre tutto il componimento: nessun verso, tranne il primo e l’ultimo, è isolabile
sintatticamente ⇒ su 15 versi ci sono 10 enjambements
Non vi è neppure l’atteggiamento contemplativo dinanzi al <<vero>> che caratterizzava le Operette: compare
il contegno agonistico, eroico, che si esprime nel disprezzo sia verso quel se stesso che ha ceduto ancora
ai <<cari inganni>>, sia verso la natura e la forza malefica del fato, il quale domina l’universo avendo come
fine il male.
Anche la percezione dell’<<infinità vanità del tutto>>, che prima generava noia, ora suscita un
atteggiamento combattivo di superiorità sprezzante.
Questa tensione eroica si risolve in una potente tensione stilistica.
Andamento spezzettato del discorso poetico. Si sussegue una serie di proposizioni brevissime. Di
conseguenza i versi sono interrotti da continue pause.
La spezzatura del discorso è data anche dai numerosi enjambements.
Il lessico è spoglio, secco. Gli aggettivi sono rari; la nudità spoglia è data dal fatto che il discorso consta
essenzialmente di verbi e sostantivi, con netta prevalenza degli ultimi.
E sono tutti sostantivi concettualmente densi, ricchi di espressività.
Si può misurare di qui, la distanza rispetto al linguaggio degli idilli, che erano caratterizzati dal fitto
ricorrere di immagini e parole vaghe e indefinite, dalla limpidezza della sintassi, dalla scorrevolezza musicale
dei versi.
La critica crociana, che ha privilegiato gli idilli, vedendo solo in essi la poesia, ha svalutato questa fase
dell’opera leopardiana.
In realtà analizzando senza pregiudizi, ci si rende conto di come non si tratti di inaridimento dell’ispirazione,
ma di una poesia totalmente nuova
Prima vera opera di Leopardi in cui il pessimismo accusatorio nei confronti della natura si palesa: essa è
nemica degli uomini, è colei che crea per distruggere senza dare possibilità → una crudele matrigna, che
genera le sue creature solo per garantire il ritmo vitale dell'universo.
Per Leopardi tutto è da temere, mentre per Seneca questo temere tutto è diverso, dato che si può morire per
tantissimi motivi non c’è bisogno di vivere con la paura (concezione epicurea)
Conditio dell’essere umano che si chiede perché Dio ha lasciato il dolore, Leopardi non accusa Dio ma la
natura maligna.
La natura maligna è il cruccio dell’esistenza.
L'operetta morale fu scritta nel maggio 1824 e documenta nel modo più chiaro l'avvenuta svolta di Leopardi
verso un pessimismo di tipo “cosmico”.
Nel testo, dunque, si scontrano due logiche in netta opposizione fra loro:
● da una parte la Natura segue regole oggettive immodificabili e insensibili a ogni richiesta particolare;
l'obiettivo è la continuazione del ciclo naturale;
● dall'altra l'Islandese obbedisce a regole soggettive, ovvero la ricerca della felicità: l'uomo vorrebbe
abitare in un mondo pensato per lui, dove sia possibile raggiungere il piacere ed evitare il dolore.
Ma la Natura è insensibile a tali obiezioni: l'universo è privo di scopo.
Il testo di Leopardi, in conclusione, è un vero attacco all'antropocentrismo, cioè alla pretesa degli uomini di
essere il fine dell'universo, protetti e salvaguardati dalla Natura, in quanto frutto di un disegno provvidenziale.
Primo problema: infelicità umana = noia, aspirazione a un piacere irraggiungibile → in quest’opera questa
infelicità è fatta dipendere dai mali esterni e concreti (malattia e vecchiaia)
Vecchiaia = problema duplice → decadimento fisico e bisogna fare i conti con il passato
I mali di cui ci parla non arrivano accidentalmente ma fanno parte dell’ordine esistenziale della natura
Due concezioni differenti della natura: una più fisica, natura = meccanismo inconsapevole, è oggettiva, la
finalità è il fatto stesso di creare; una poetica = vede la natura come malefica, come matrigna
Tu pria che l'erbe inaridisse il verno, 40 Tu, prima che l’inverno inaridisse l’erba,
Da chiuso morbo combattuta e vinta, Silvia, piccola mia, sfinita e vinta
Perivi, o tenerella. E non vedevi da una malattia occulta, morivi.
Il fior degli anni tuoi;
Il fior degli anni tuoi; Mostravi di lontano.
Non ti molceva il core il fiore dei tuoi anni, e non ti accarezzava il
La dolce lode or delle negre chiome, 45 cuore
Or degli sguardi innamorati e schivi; la lusinga per i tuoi capelli nerissimi,
Nè teco le compagne ai dì festivi e per il tuo sguardo vergine che fa innamorare;
Ragionavan d'amore. né le tue amiche, nei giorni di festa,
chiacchieravano d’amore con te.
Anche peria fra poco
La speranza mia dolce: agli anni miei 50 Dopo non molto, morì pure
Anche negaro i fati la mia speranza: anche a me il destino ha
La giovanezza. Ahi come, negato
Come passata sei, gli anni della giovinezza. Ahimè,
Cara compagna dell'età mia nova, come, come te ne sei andata, cara compagna
Mia lacrimata speme! 55 della mia gioventù, mia speranza rimpianta.
Questo è quel mondo? questi Sarebbe questo quel mondo?
I diletti, l'amor, l'opre, gli eventi Questi i piaceri, l’amore, le azioni, gli eventi
Onde cotanto ragionammo insieme? su cui tanto abbiamo fantasticato?
Questa la sorte dell'umane genti? È davvero questa la sorte del genere umano?
All'apparir del vero 60 All’apparire della verità
Tu, misera, cadesti: e con la mano tu, misera, sei caduta:
La fredda morte ed una tomba ignuda e da lontano con la mano mi indicavi
una tomba spoglia e la fredda morte
Nella prima strofa, il poeta rievoca la giovane chiamandola per nome, che torna, in anagramma, nel termine
«salivi» (v. 6). La seconda strofa rappresenta la vita di Silvia, ricordata nella stagione primaverile, che rimanda
alla serenità e alla leggerezza della giovane. Ella lavora al telaio, canta e immagina speranzosa il futuro. Con
la terza strofa inizia il confronto tra la giovane e l’io poetico: questi descrive la propria giornata adolescenziale,
affiancandola a quella di Silvia, impegnata nelle attività già menzionate nella seconda strofa (la tessitura, il
canto).
Al v. 16 si rintraccia una metonimia («le sudate carte»): gli studi del poeta sono così faticosi da far sudare,
sebbene al v. 15 assegni loro anche “leggiadria”. La strofa si chiude con una sensazione di ineffabilità: le
parole umane non sono capaci di esprimere i sentimenti e le speranze che il poeta provava in quel periodo
lontano. Nella quarta strofa, il poeta unisce il suo destino e quello di Silvia, sottolineando da una parte le
comuni speranze (illusioni) nel futuro, ma dall’altra annunciando un evento, non dichiarato esplicitamente, che
ha frustrato quelle aspettative. La delusione porta il poeta a protestare contro la Natura, portatrice di sventura
per gli uomini.
Nella quinta strofa torna protagonista Silvia, della quale si svela il destino di morte. Il poeta riflette sui beni non
vissuti dalla giovane: il piacere di essere ammirata e lodata per la propria bellezza e quello di parlare di amore
con le amiche. La sesta strofa è quella che esprime la disillusione del poeta: la sua giovinezza, a differenza di
quella di Silvia, non è stata interrotta bruscamente dalla morte, ma con la fanciulla egli condivide la
frustrazione delle proprie speranze a causa dello scontro con la realtà. Quanto desiderato durante
l’adolescenza si è rivelato illusorio e tale condizione è propria di tutti gli uomini. L’interlocutore a cui l’io poetico
si rivolge è incerto: potrebbe essere Silvia, ma anche la speranza perduta dal poeta e qui personificata.
IL PASSERO SOLITARIO
D’in su la vetta della torre antica, 1 Dal punto più alto della torre antica tu, o passero
Passero solitario, alla campagna solitario, canti continuamente rivolto verso la
Cantando vai finchè non more il giorno; campagna finché viene sera; e l'armonia del tuo
Ed erra l'armonia per questa valle. canto si diffonde per tutta questa valle. La
Primavera dintorno 5 primavera splende tutt'intorno e si manifesta
Brilla nell'aria, e per li campi esulta, trionfalmente nel rigoglio dei campi: a
Sì ch'a mirarla intenerisce il core. contemplarla nella sua bellezza il cuore si
Odi greggi belar, muggire armenti; riempie di tenerezza.
Gli altri augelli contenti, a gara insieme Si sentono le pecore belare, le vacche muggire;
Per lo libero ciel fan mille giri, 10 e gli altri uccelli, contenti, volteggiano a gara nel
Pur festeggiando il lor tempo migliore: cielo sereno, intenti solo e di continuo a
Tu pensoso in disparte il tutto miri; festeggiare la stagione più bella per loro: tu,
Non compagni, non voli, invece, guardi il tutto stando in disparte
Non ti cal d'allegria, schivi gli spassi; pensieroso; non cerchi compagni, non t'importa
Canti, e così trapassi 15 dei voli, non ti curi dell'allegria, eviti i
Dell'anno e di tua vita il più bel fiore. divertimenti, canti solamente e così trascorri il
periodo migliore dell'anno e della tua vita.
Oimè, quanto somiglia
Al tuo costume il mio! Sollazzo e riso, Ahimè, quanto assomiglia il mio al tuo modo di
Della novella età dolce famiglia, vivere! Il divertimento e la gioia, che sono la
E te german di giovinezza, amore, 20 compagnia dolce e inseparabile della
Sospiro acerbo de' provetti giorni, giovinezza, e l'amore, fratello della giovinezza e
Non curo, io non so come; anzi da loro rimpianto amaro dell'età matura, io non curo,
Quasi fuggo lontano; non so perché; anzi quasi li sfuggo e me ne
Quasi romito, e strano allontano; trascorro la mia giovinezza solitario e
Al mio loco natio, 25 quasi estraneo al mio luogo nativo. Questo
Passo del viver mio la primavera. giorno, che ormai giunge a termine, si usa
Questo giorno ch'omai cede alla sera, festeggiare al mio paese. Si sente per l'aria
Festeggiar si costuma al nostro borgo. serena un suono di campana, si sente spesso lo
Odi per lo sereno un suon di squilla, scoppio di colpi di fucile, che rimbomba lontano
Odi spesso un tonar di ferree canne, 30 di borgo in borgo. La gioventù del luogo, tutta
Che rimbomba lontan di villa in villa. vestita da festa, abbandona le case e si sparge
Tutta vestita a festa per le vie; e ammira ed è ammirata, e in cuor
La gioventù del loco suo si rallegra. Io, invece, uscendo da solo in
Lascia le case, e per le vie si spande; questa parte della campagna lontana
E mira ed è mirata, e in cor s'allegra. 35 dall'abitato, rimando ad altro tempo ogni gioco e
Io solitario in questa divertimento: e intanto il sole mi ferisce lo
Rimota parte alla campagna uscendo, sguardo perso per l'aria luminosa, (il sole) che
Ogni diletto e gioco tramontando scompare tra i monti lontani, dopo
Indugio in altro tempo: e intanto il guardo una giornata serena, e dileguandosi sembra
Steso nell'aria aprica 40 annunciare che la beata gioventù sta finendo.
Mi fere il Sol che tra lontani monti,
Dopo il giorno sereno,
Cadendo si dilegua, e par che dica
Che la beata gioventù vien meno.
Tu solingo augellin, venuto a sera 45 Tu, solitario uccellino, arrivato alla fine della vita
Del viver che daranno a te le stelle, che il destino ti concederà, non ti lamenterai
Certo del tuo costume certamente di come hai vissuto;
Non ti dorrai
che di natura è frutto perché ogni vostro desiderio è frutto della natura. A
Ogni vostra vaghezza. me, invece, se non ottengo di evitare l'odiosa soglia
A me, se di vecchiezza 50 della vecchiaia, quando i miei occhi non diranno o più
La detestata soglia nulla al cuore degli altri e il mondo apparirà loro privo
Evitar non impetro, di senso, e l'indomani più noioso e cupo dell'oggi, che
Quando muti questi occhi all'altrui core, cosa penserò della mia voglia di solitudine? Che cosa
E lor fia voto il mondo, e il dì futuro di questi anni giovanili? Che cosa di me stesso? Ah,
Del dì presente più noioso e tetro, 55 mi pentirò, e più volte mi rivolgerò sconsolato al
Che parrà di tal voglia? passato.
Che di quest'anni miei? Che di me stesso?
Ahi pentiromi, e spesso,
Ma sconsolato, volgerommi indietro
Risalire con precisione alla data di composizione del Passero solitario non è cosa semplice. L’idea del
componimento risale certamente al 1820, ma potrebbe essere stato scritto o completato molto dopo (fra il
1829 e il 1835). Nell’ordinamento dei Canti, però, Leopardi ha scelto di collocarlo prima degli Idilli, con la
funzione quasi di introduzione, tenendo conto della sua origine giovanile e forse anche di altri suoi tratti
caratteristici come l’ambientazione recanatese e la forte tensione autoanalitica.
Il passero solitario è una canzone libera di tre stanze variamente rimato, talvolta anche a metà verso (rima al
mezzo), strutturata in forma di dialogo con un alter ego nel quale Leopardi si riconosce, il passero solitario,
una specie di uccello nota col nome scientifico di monticola solitarius.
L’avvio, descrittivo e primaverile, serve a introdurre una contrapposizione sulla quale si regge tutto il discorso:
da una parte il poeta-passero solitario («Oimé, quanto somiglia / al tuo costume il mio!»), dall’altra il mondo
circostante, che vive gioiosamente un momento di festa. L’analogia fra i due è fondata sulla scelta della
solitudine: come il passero canta solitario, «pensoso» e «in disparte», allo stesso modo il poeta non partecipa
né ai divertimenti della gioventù, né all’amore che la rende vitale e piacevole.
Ma l’analogia serve anche a fondare una differenza fra il poeta e il passero: quella che per il passero è una
scelta necessaria e indolore, perché indotta dalla natura, per il poeta è una sorta di costrizione dolorosa. Lui
stesso, infatti, una volta venuta meno «la beata gioventù», si pentirà di non averla saputa cogliere nel
momento in cui gli si offriva.
Il passero solitario è dunque un ritratto di Leopardi da giovane con una ipotesi conclusiva sul Leopardi
invecchiato; un autoritratto fondato sulla solitudine e nello stesso tempo sull’eccezionalità del personaggio. Il
poeta è consapevole di essere diverso dagli altri ma non se ne chiede le ragioni, limitandosi ad analizzare e
descrivere la propria condizione di vita e a prevederne l’inevitabile catastrofe, quando «sconsolato» non potrà
che rimpiangere il passato non vissuto.
A differenza di quanto accade nei canti pisano-recanatesi, con i quali pure condivide molti tratti a partire da
quello formale (canzone libera), in questa poesia l’infelicità del poeta resta un fatto individuale, una condizione
di vita alla quale egli si vede costretto suo malgrado. Forse è anche per questo che Leopardi scelse di
collocare il Passero solitario prima dei canti pisano-recanatesi nei quali, invece, la condizione dell’io è il punto
di partenza per un discorso che coinvolge l’uomo in generale.
Il Passero solitario di Giacomo Leopardi rappresenta una riflessione sulla solitudine in cui si utilizza la figura
del passero che si isola dagli altri uccelli come metafora della condizione esistenziale del poeta. Leopardi
osserva il passero che, in disparte, canta solitario mentre gli altri uccelli si uniscono in gruppo. Questo lo porta
a confrontare la vita del passero con la propria giovinezza, anch'essa vissuta in solitudine, lontano dalla
socialità e dai piaceri comuni. Il poeta si interroga sul valore di questa scelta, esprimendo un senso di
malinconia e di rimpianto per la vita non vissuta, ma anche accettando l'inevitabile distanza che lo separa dagli
altri. La poesia è una meditazione sulla solitudine, il tempo che passa e il destino dell'uomo.
CANTO NOTTURNO DI UN PASTORE ERRANTE DELL’ASIA
Il Canto notturno di un pastore errante dell'Asia è un poema composto fra il 22 ottobre 1829 al 9 aprile del
1830 (le date sono indicate dallo stesso Giacomo Leopardi) ed è il 23° componimento dei Canti. Canto
notturno di un pastore errante dell'Asia è una sorta di nenia in cui il protagonista, un antico pastore, mostra
tutte le inquietudini dell'uomo moderno.
l Canto notturno di Leopardi prende spunto dalla recensione al resoconto di un viaggio in Oriente apparsa su
una rivista francese (il «Journal des Savantes») che Leopardi leggeva nella biblioteca del Gabinetto
Vieusseux. Affascinato dall’argomento esotico, Leopardi aveva trascritto nello Zibaldone, in data 3 ottobre
1828, un passo del resoconto, nel quale era descritta la consuetudine dei pastori nomadi Kirghisi di passare la
notte seduti su una pietra a guardare la luna e a improvvisare canti. L’argomento non poteva non interessarlo,
perché da tempo il poeta rifletteva sulla saggezza ‘pura’ dei primitivi in antitesi a quella, corrotta, dei moderni.
Nello stesso tempo, le osservazioni relative ai canti dei pastori primitivi venivano in qualche modo a
confermare le sue idee intorno alla priorità del genere lirico sugli altri generi: secondo Leopardi, infatti, la lirica
è la forma di espressione primigenia e più naturale, perché solo attraverso il canto l’uomo è in grado di
manifestare i sentimenti e gli affetti. Essa svolge inoltre una funzione ricreativa e consolatoria nei riguardi dei
dolori dell’esistenza.
Il Canto notturno di un pastore errante dell'Asia di Leopardi è una canzone libera di 143 versi suddivisi in 6
stanze o lasse. Il Canto ha la forma di un’allocuzione lirica rivolta da un nomade pastore, del tutto coincidente
con l’autore, alla luna.
La precisazione che si tratta di un pastore dell’Asia, alquanto generica, più che localizzare il soggetto
che canta allude al fatto che esso appartiene a un mondo lontano e primitivo e come tale è interprete
di una saggezza antica e forse più vicina alla verità: un pastore filosofo alla ricerca disperata del
senso della vita.
Nella prima stanza il pastore si rivolge direttamente alla luna e la interroga sul senso del suo moto
perpetuo constatando l’analogia che corre fra la monotonia del corso lunare e quella della vita
quotidiana del conduttore di greggi. La luna è qui l’emblema della Natura, alla quale Leopardi non
cessa mai di rivolgere i suoi interrogativi (lo stesso accade, sul versante della prosa, nel Dialogo
della Natura e di un Islandese del 1824).
Nella seconda strofa la vita umana è equiparata al cammino faticoso di un vecchio infermo,
perseguitato dalle avversità del clima e diretto all’ultimo precipizio.
Nella terza i tormenti dell’esistenza sono estesi al neonato, che ha bisogno di essere consolato già
dalla nascita e poi nella crescita dei mali dell’esistenza, con l’amara conclusione che «se la vita è
sventura» sarebbe forse meglio non nascere.
Se non è dato conoscerla all’uomo, forse la luna potrebbe sapere il senso della vita e della morte – si
chiede il pastore nella quarta stanza; da parte sua lui può soltanto rispondere che la vita è dolore.
Nella quinta strofa un nuovo paragone, questa volta fra l’uomo e il gregge (simbolo della naturalità
animale), ribadisce l’infelicità umana: mentre il gregge riesce infatti a riposarsi perché non ha
memoria del dolore e non prova la noia, l’uomo è sempre ‘ingombrato’ da «un fastidio», da un’accidia
(noia, depressione) esistenziale che non gli dà pace.
Forse se sapesse volare come un uccello o vagare fra le sommità dei monti (figure dell’impossibile)
l’uomo potrebbe essere felice; o forse e più probabilmente l’uomo è condannato all’infelicità in
qualunque circostanza e in qualunque fase della vita e «funesto a chi nasce è il dì natale» (ultima
stanza).
Nelle sue stanze, ciascuna riservata a un quadro diverso (luna, vecchio, bambino, gregge), ma tutte
volte a ribadire la stessa amara considerazione, la canzone declina un unico motivo, e cioè che la
vita «è male» sempre e comunque.
Ma il pessimismo che la attraversa non si esprime qui con i toni accesi e disperati che acquista
altrove; la canzone è infatti una sorta di cantilena, un lamento sommesso e rassegnato, una nenia: si
noti in particolare il monotono ritorno della chiusura in -ale continuamente riecheggiante la
parola-chiave «male» («immortale, tale, mortale, cale, frale, animale, assale, natale»).
La cantabilità del componimento sembra rispondere alla volontà di riprodurre il canto primitivo, con
frasi brevi e paratattiche, versi tendenzialmente coincidenti con le pause sintattiche, insistite
ripetizioni.
Nel quadro dei canti pisano-recanatesi Il canto notturno di un pastore errante dell’Asia si distingue a
prima vista per la scelta di un’ambientazione esotica. Mentre gli altri componimenti di questo gruppo
tendono infatti a collocare il discorso dell’io lirico nei paesaggi familiari recanatesi, i più idonei a
sollecitare il ricordo, nel Canto di un pastore errante Leopardi allude, nel titolo, a un luogo lontano,
l’Asia, senza peraltro fornirne una caratterizzazione precisa. Sappiamo solo che il pastore si muove
in un paesaggio deserto nel quale riposa il gregge e splende la luna.
Un notturno che ha molti tratti vaghi e indefiniti, tipici di questa stagione della poesia leopardiana, e
molti termini (il «deserto piano», il «profondo / infinito seren», la «solitudine immensa») evocativi
dell’Infinito, peraltro menzionato due volte a pochissima distanza l’una dall’altra («Che fa l’aria
infinita, e quel profondo infinito seren?», vv. 87-88).
La seconda grande differenza – anche questa più apparente che reale – consiste nel fatto che l'io
lirico non è quello del poeta, ma di un uomo 'primitivo', vicino alla Natura e teoricamente vergine nel
modo di pensare. Ma l'essere primitivo non ha il valore positivo che poteva avere nella prima fase del
pensiero leopardiano: il pastore errante, infatti, mostra tutti i tratti, tutti i rovelli e tutta l'infelicità
dell'uomo moderno.
Quel pastore è pervenuto, con Leopardi, alla conclusione che nascere e vivere significano soffrire e
che forse alla luna, cioè alla natura, non «cale» ('non interessa, non importa') di ascoltare il lamento
degli uomini. È anche vero, però, che la natura non appare propriamente una nemica dell'uomo
(come accadeva nel Dialogo della Natura e di un Islandese, scritto sei anni prima), ma piuttosto una
compagna silenziosa del suo dolore.
Alla ricerca di una seppur muta solidarietà, il pastore umanizza la luna rifacendosi implicitamente al
mito che la identifica con la vergine cacciatrice Diana («Vergine luna», v. 39). Nello sviluppo del
componimento la luna è sempre definita con caratteri umani: oltre che «vergine», essa è di volta in
volta «intatta» ('immacolata'), «solinga, peregrina, silenziosa, muta, pensosa, giovinetta immortal».
La bianchezza è associata alla verginità della «giovinetta immortal», ma anche alla sua lontananza e
intangibilità. La luna non risponde, ma forse potrebbe farlo, a differenza del gregge, al quale il
pastore non chiede risposta («se tu parlar sapessi»).
Il "Canto notturno di un pastore errante dell'Asia" esplora il tema dell'esistenza umana attraverso il
monologo di un pastore solitario. Questo contempla il cielo notturno, interrogandosi sul senso della
vita, sul destino dell'uomo e sulla natura dell'universo. Si chiede quale sia il significato della sua
esistenza, riflettendo sulla monotonia e sulla sofferenza che accompagnano la vita di ogni essere
vivente. La luna, che appare indifferente e distante, diventa simbolo dell'incomprensibilità del mondo.
Leopardi esprime una visione pessimistica, dove la vita appare come un ciclo di fatica senza uno
scopo chiaro, lasciando il pastore (e l'umanità) con un senso di smarrimento e desolazione di fronte
al mistero dell'esistenza.
Grandi idilli, scritto a Recanati tra ottobre del 1829 e l’aprile del 1830
temi: infelicità cosmica, poesia del vero, il ciclo eterno e imperscrutabile della natura e, al contrario, la
caducità dell’uomo, il dramma della vita, noia (tema fondamentale, questa noia si trasforma in
disgusto di vivere)
Sei strofe di diversa lunghezza
All’inizio si rivolge alla luna → per porgerle una serie di domande
Dietro al pastore si trova Leopardi
Dovrebbe essere un dialogo ma la luna non risponde → in realtà è un monologo