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RIFIUTI

Il documento analizza la disciplina comunitaria sui rifiuti, evidenziando l'importanza dell'armonizzazione delle politiche nazionali per garantire parità di condizioni alle imprese. Viene descritta la gestione integrata dei rifiuti in Italia, con riferimento a diverse fasi normative e all'importanza della prevenzione, riutilizzo e riciclaggio, sottolineando il ritardo nell'attuazione delle direttive europee. Infine, si discutono le definizioni di rifiuto e i principi guida della gestione dei rifiuti, con un focus sulla responsabilità estesa dei produttori e sull'importanza della cooperazione tra enti.

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RIFIUTI

Il documento analizza la disciplina comunitaria sui rifiuti, evidenziando l'importanza dell'armonizzazione delle politiche nazionali per garantire parità di condizioni alle imprese. Viene descritta la gestione integrata dei rifiuti in Italia, con riferimento a diverse fasi normative e all'importanza della prevenzione, riutilizzo e riciclaggio, sottolineando il ritardo nell'attuazione delle direttive europee. Infine, si discutono le definizioni di rifiuto e i principi guida della gestione dei rifiuti, con un focus sulla responsabilità estesa dei produttori e sull'importanza della cooperazione tra enti.

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Questione rifiuti

La disciplina comunitaria sui rifiuti nasce da un’esigenza di armonizzazione della politica, della concorrenza
e del mercato. Quindi l’obiettivo era armonizzare le politiche nazionali, in modo che le imprese nello
sviluppo delle attività economiche siano sullo stesso piano (ovvero che abbiano gli stessi costi di
produzione).
Disciplina non solo i rifiuti tossici e nocivi tipici delle imprese, ma anche i rifiuti solidi e urbani.

3 direttive nel 1975: sono fonti derivate, comunitarie, rivolte agli stati. Ogni stato gli deve dare attuazione,
ma è lo stato che deve organizzare il raggiungimento deli obiettivi imposti dalla comunità europea, secondo
il proprio modello (ma sempre in armonia con le altre politiche nazionali). Nelle direttive comunitarie viene
introdotta la nozione di rifiuto, intesa come nozione univoca, non si devono creare squilibri sempre per il
motivo che si devono garantire condizioni di parità. La comunità europea impone delle definizioni per non
creare dislivelli, per seguire il principio di armonizzazione.

Gestione integrata dei rifiuti


Dall’art. 177 in poi del dlgs 152/06 (parte IV) il testo unico è dedicato esclusivamente a rifiuti e bonifiche di
siti inquinati. Il dlgs viene inserito tra i codici pur non essendolo (un codice per sua natura è un articolato
sistemato, discendente da legge delega, in questo caso non c’è stata legge delega, quindi non è un codice
ma un testo unico in cui sono stati raggruppati tutti gli elementi della disciplina in esame).

La prima questione che si pone è relativa al ritardo con cui viene data attuazione alla direttiva comunitaria
del ’75. Vi viene data attuazione per la prima volta col DPR 915/82 (I fase) che è un DPR equivalente ad un
atto equiparato (in genere i DPR sono fonti secondarie). La II fase è quella del decreto Ronchi 22/1997. La III
fase, infine, è quella del dlgs 152/06.
In Italia, in materia di rifiuti, annualmente si contano almeno 10/15 interventi correttivi, soprattutto sulla
questione raccolta, tracciabilità e smaltimento. Pur essendo attualmente all’ultima fase, siamo ancora
molto arretrati; nella I fase infatti si introduceva la differenziata e ad oggi siamo ancora al 45% circa di
raccolta differenziata mentre in Europa si è intorno all’80%. Per tale ragione paghiamo una sanzione di circa
60 mln all’UE.
Uno dei motivi di conflitto tra ordinamento interno e comunitario è relativo alle nozioni e alle definizioni in
materia rifiuti. Il legislatore comunitario ragiona nell’ottica di armonizzare le politiche dei vari stati,
stabilendo modelli applicativi uniformi e nozioni e definizioni univoche in tutti gli stati. Il primo problema è
quindi la definizione da dare al “Rifiuto”: la direttiva comunitaria indica come “Rifiuto” il prodotto il cui
titolare aveva l’obbligo di disfarsene. Nel DPR 915 si usa la formula “abbandonare” anziché il concetto di
disfacimento. L’abbandono però è un termine ambiguo (posso abbandonarlo temporaneamente, o per
strada?!), “disfarsene” era più chiaro. Ci furono almeno 2 sentenze (una è la Miselli) a sottolineare questa
incongruenza, nel decreto Ronchi si supera adottando il termine “disfarsi” sul modello comunitario.
Fondamentale è il fatto che Ronchi anticipi la futura direttiva comunitaria che a differenza della prima (che
si fondava solo sullo smaltimento) inizia a parlare di gestione integrata dei rifiuti. Fa riferimento ad una
questione di fondo: il problema dei rifiuti non è un problema di smaltimento, che è solo la fase residuale,
da effettuare in discarica o in inceneritori quando non ci sono alternative, ma vi sono fasi a monte da
considerare che consentono di ridurre i rifiuti da smaltire. Si inizia a ragionare sulla base del principio
dell’azione preventiva. Per gestione integrata si intende un modello di gestione dei rifiuti che va dalla
produzione iniziale all’eventuale smaltimento finale, tramite strumenti quali collaborazione tra enti,
educazione ambientale ecc, definiti dal decreto Ronchi. Prima l’approccio invece era solo successorio,
improntato solo sullo smaltimento. Il d. Ronchi comunque non ha avuto grande applicazione, si inizia a
parlare di prevenzione senza un’idea puntuale, mentre con la direttiva comunitaria 2008/98 che abroga
tutte le precedenti (prende alcune vecchie regole delle direttive precedenti, le mette nella nuova e abroga
la vecchia) si stabilisce una gerarchia di priorità, dando più spazio al principio dell’azione preventiva e non a
quello del “chi inquina paga” (successorio). Per la prima volta si parla di gestione di rifiuti come attività di
pubblico interesse, come tali le istituzioni pubbliche vengono inizialmente interpellate e poi possono dare
un servizio in concessione ad un privato (ad es Vallecrati). La questione rifiuti deve essere osservata dal
punto di vista della protezione dell’ambiente e della salute umana, tutto ciò attraverso una sistematica
valutazione preventiva dell’impatto che hanno i rifiuti su di essi. Ciò comporta che la gestione dei rifiuti non
produca rischi per acqua, aria, suolo e che riduca al minimo l’impatto sull’ambiente.

Principi guida della 152/06: alcuni di essi sono di natura generale (prevenzione e precauzione) altri due
sono il principio di responsabilità e di cooperazione. Questi due riguardano chiunque abbia a che fare con la
gestione dei rifiuti, a partire dai produttori di rifiuti, cioè noi, aziende ecc. tutti i soggetti sono inoltre
subordinati al principio “chi inquina paga”.
Per i produttori di beni, cioè chi professionalmente fabbrica prodotti nell’organizzazione del sistema di
gestione rifiuti e accettazione dei prodotti restituiti, vengono introdotte delle regole molto puntuali e sotto
forma di responsabilità estesa. Quest’ultima si traduce nell’azione preventiva relativa a caratteristiche
chimico-fisiche dei prodotti, nell’accettazione dei prodotti esausti che vengono restituiti dall’utilizzatore.
Responsabilità estesa è anche indicare la percentuale di riciclabilità di un prodotto. Viene stabilita, inoltre,
una gerarchia di priorità, stigmatizzata in 4 profili e un 5° residuale:

1) prevenzione (quando si fa un piano di gestione rifiuti il piano di prevenzione ha la priorità)

2) riutilizzo (la norma dice “preparazione per il riutilizzo”, che rinvia al produttore. Bisogna produrre
secondo questa logica)

3) riciclaggio

4) recupero (rivolto solitamente alla forma energetica)

5) smaltimento, come ultima possibilità, se non si può farne a meno

È un ordine di priorità ma soprattutto di ragionevolezza.


La questione dei rifiuti scoppia con l’impatto sulla salute umana e la plastificazione di tutto. È il nostro
approccio che deve cambiare e sono fondamentali conoscenze ed educazione ambientale sin da piccoli.

Analizzando caso per caso:

1) Si parte con la prevenzione nella produzione dei rifiuti. Ciò si fa valere in una serie di strumenti di
valutazione economica che dovrebbero riguardare prevenzione e pianificazione. Si inizia a parlare
di ecobilanci, certificazione ambientale (es. marchio sui prodotti bio), si fa rinvio all’utilizzo delle
migliori tecnologie disponibili in fase produttiva e di smaltimento. Si inizia a ragionare anche in
termini di analisi del ciclo di vita dei prodotti. Altra cosa fondamentale è che negli appalti pubblici si
stanno iniziando a premiare i soggetti che fanno prevenzione ambientale. Gli strumenti tipici sono
accordi, contratti e protocolli d’intesa. Un discorso a sé stabilito nel testo unico è sulla questione
dei rifiuti organici, indirizzato soprattutto a regioni ed enti locali: favorire il compostaggio, anche
sotto forma di autocompostaggio.
2) Si passa alla questione del riutilizzo, che è un’attività promozionale indirizzata alle imprese e può
riguardare il prodotto in sé e per sé e la preparazione del riutilizzo
3) Il riciclaggio riguarda prevalentemente i rifiuti urbani perché è difficile riutilizzare altri prodotti di
natura industriale
Tutto ciò si fonda sulla raccolta differenziata senza la quale non vi sarebbe né riciclo né riutilizzo
5) Si perviene alla fase dello smaltimento quando non vi è possibilità di riutilizzo. Si fonda su 2
questioni: sicurezza rispetto ad ambiente e salute umana e sul concetto delle migliori tecnologie
disponibili. Sintomatico di una buona gestione è la progressiva riduzione della quantità di rifiuti da
avviare allo smaltimento. Sul discorso dello smaltimento si fondano il principio dell’autosufficienza
e il principio di prossimità: il primo presuppone che la comunità che produce rifiuti sia in grado
essa stessa di smaltirli, il secondo che lo smaltimento avvenga il più vicino possibile a dove i rifiuti
sono stati prodotti. È una responsabilità comunitaria e a tal proposito sono definiti gli ATO (ambiti
territoriali ottimali). Un ruolo importante lo gioca la collaborazione tra enti locali e regioni.
Comunque bisogna considerare ogni caso a sé, ad esempio non avrebbe senso smaltire i rifiuti
radioattivi in ogni regione, sarebbe antieconomico e pericoloso, il principio di prossimità qui viene
meno. Per quanto riguarda le migliori tecnologie disponibili, qui ci si basa sulle conoscenza
scientifiche, ha un ruolo fondamentale la ricerca.

Definizioni: la norma italiana si è più o meno adeguata a quella comunitaria

“Rifiuto”: si deve intendere per rifiuto qualunque sostanza o oggetto il cui detentore si disfi o abbia
l’obbligo di disfarsi (il detentore ha un senso più ampio di produttore, se ci fosse scritto produttore, ad
esempio, Calabra Maceri non avrebbe responsabilità). Quest’obbligo è stigmatizzato in una serie di allegati
al punto che è stato fatto un Catalogo Europeo dei Rifiuti (CER). In sostanza un rifiuto diventa tale quando ci
se ne vuole disfare, potremmo anche riutilizzarlo in proprio, ma sempre rifiuto è.

“Rifiuto pericoloso”: vedi allegato I al decreto

“Oli usati”: oli di natura industriale, sintetici, lubrificanti etc che non sono più adatti all’uso per il quale
erano destinati

“Rifiuti organici”: rifiuti biodegradabili che possono derivare da consumi alimentari, agricoli etc

“Autocompostaggio”: compostaggio dei propri rifiuti che presuppone produzione e uso del compost a fini
propri

“Produttore di rifiuti”: colui che naturalmente li produce. Colui che li produce può essere diverso da colui al
quale sono destinati. Quando si fa un pretrattamento di rifiuti ne esce un rifiuto con caratteristiche diverse
da quello precedente ed è come se ci fosse un nuovo rifiuto da trattare ulteriormente. Quindi anche
cambiare la composizione iniziale con dei trattamenti è produzione di rifiuti! Calabra maceri, nelle varie fasi
del trattamento, è al contempo produttore e detentore. Produttore di rifiuti =/= detentore di rifiuti

“Produttore del prodotto”

“Detentore del prodotto”

“Commerciante di rifiuti”: colui che fa attività economica in acquisto e vendita di rifiuti. C’è una fase in cui è
produttore e poi detentore.

“Intermediario di rifiuti”: soggetto che fa recupero e smaltimento rifiuti per conto terzi (ad es Calabra
Maceri)

“Gestione”: la complessiva attività relativa ai rifiuti. Noi siamo soggetti esterni alla gestione dei rifiuti
urbani. La gestione consiste nella raccolta, nel trasporto, nel recupero e nello smaltimento. In tutte queste
attività ci deve essere controllo di pertinenza pubblica. “Gestione integrata” perché integra le diverse fasi
facendo si che i diversi attori cooperino, al fondo di tutto ci deve essere una buona conoscenza scientifica.
La provincia dovrebbe controllare tutto ciò. Che ruolo hanno le altre istituzioni? (VEDI COMPETENZE)

Con il decreto (Testo Unico) viene superato il concetto di abbandono, si comincia a parlare di “disfare”

La gestione dei rifiuti è la fase complessiva che decorre dalla raccolta fino allo smaltimento, in queste fasi vi
concorrono più soggetti. Gestione integrata = Gestione complessiva
La raccolta è operata presso il produttore dei rifiuti e si svolge con la raccolta differenziata, alla luce di essa
variano le successive fasi, cioè se il materiale viene recuperato o reciclato  il recupero tecnicamente si
rifà al recupero energetico (termovalorizzazione), mentre il riciclaggio è per come lo conosciamo noi.
Al di fuori del recupero o riciclaggio vi è lo smaltimento, che si può effettuare tramite inertizzazione (tipico
delle discariche) o polverizzazione (da cui pure si potrebbe avere il recupero energetico). Lo smaltimento è
costituito da sottofasi: - stoccaggio (è una specie di “deposito preliminare”- vedi allegato parte IV del
decreto) e -deposito temporaneo (riguarda la fase in cui i rifiuti prima di essere inviati allo smaltimento
vengono depositati temporaneamente).
La direttiva è molto puntuale, questo per evitare ad esempio le ecomafie, tutte le fasi infatti vengono
registrate e inoltre i rifiuti vengono registrati anche dal punto di vista quantitativo, questo prima non
succedeva! L’impresa che svolge le attività di smaltimento deve anche certificare la fase finale del rifiuto.
Nell’ambito del riutilizzo o recupero la determinata impresa che deve occuparsene deve limitarsi solo a
questo compito, al massimo ad un certo punto può fungere da commerciante e passare il compito ad altre
imprese.

Nei centri di raccolta vi entrano le isole ecologiche (ogni accesso è verificato/identificato e sono
videosorvegliate).
Nella legge di parla pure di compostaggio di comunità che dovrebbe ridurre pure la tassa sui rifiuti locali.

Classificazioni:
CER (catalogo europeo dei rifiuti): redatto sulla base delle classificazioni delle direttive comunitarie sui
rifiuti. In primo luogo questi sono classificati, sulla base dell’origine, in urbani e speciali (prima gli speciali
venivano detti “tossici” e “nocivi”, ora li definiamo solo “speciali”). Sulle caratteristiche invece di
pericolosità li distinguiamo in pericolosi e non pericolosi. In genere i pericolosi sono speciali, ma non è
detto, pure gli urbani possono essere pericolosi. I rifiuti urbani sono quelli che produciamo in casa, dove
abitiamo o dove si risiede abitualmente (vi è un distinguo perché a seconda dei due casi cambiano le tasse).
I rifiuti urbani possono essere speciali, ad esempio i grandi elettrodomestici. I rifiuti provenienti dallo
spazzamento delle strade per grandi linee rientrano negli urbani.

Rifiuti speciali:

- Rifiuti provenienti da attività agricole


- Rifiuti di costruzione, ristrutturazione, demolizione
- Rifiuti da lavorazioni industriali
- Rifiuti da lavorazioni artigianali
- Rifiuti da attività commerciali nei limiti in cui sono diversi da quelli che in genere si producono per
uso domestico
- Rifiuti prodotti dalle attività di recupero e smaltimento
- Rifiuti derivanti da attività sanitarie

In ogni caso per i rifiuti speciali bisogna rifarsi all’allegato I parte IV del decreto, bisogna confrontarsi con
quest’ultimo per valutare la pericolosità.

Sottoprodotti: derivati da prodotti riutilizzabili o riciclabili (Art 18 del decreto). Affinché un prodotto possa
essere etichettato come “sottoprodotto” (e quindi non “rifiuto”, non si ci pagano le tasse) deve avere 3
caratteristiche:
1° deve avere origine da un processo di produzione
2° se deriva da un processo di produzione può essere riutilizzato in quella produzione (ad esempio i trucioli
di legno in una falegnameria)  ha uno stretto contatto con il tipo di produzione
3° affinché venga riutilizzato non deve subire nessun trattamento, può essere riutilizzato direttamente.

Un altro caso vi è quando il rifiuto cessa di esserlo e questo avviene quando viene recuperato/riutilizzato e
quindi riciclato. Pure in questo caso deve soddisfare determinate condizioni:
1° deve essere destinato (finalizzato) a scopi specifici
2° vi deve essere l’esistenza di un mercato (se non lo utilizza nessuno rimane un rifiuto)
3° deve soddisfare determinati standard
4° non deve impattare sull’ambiente e sulla salute
Fino a quando non soddisfa questi requisiti mantiene la caratteristica di rifiuto.

Competenze
Sono suddivise tra Stato, Regioni e Enti locali, questi 3 soggetti hanno il potere di disciplinare la gestione
integrata dei rifiuti. I comuni si limitano esclusivamente alla potestà regolamentare, non avendo potere
legislativo. Quindi integrano la normativa su piano locale.
Ogni regione si deve dotare di un piano regionale, nel cui ambito concorrono tutti i soggetti a partire da
quello istituzionale. Nell’ambito di tale piano regionale deve trovare collocazione l’organo territoriale del
servizio di gestione integrata dei rifiuti, questo servizio si fonda sugli ATO. Pure nei casi in cui un singolo
ente locale decida di svolgere raccolta, trasporto rifiuti, si deve comunque collocare in questi ATO. Deve
essere sempre osservato il principio di collaborazione. Salvo i piccoli comuni, tuttavia, il servizio di raccolta
(differenziata), trasporto e conferimento viene affidato a soggetti terzi, in genere c’è un bando per
l’affidamento del servizio (la figura prevalente sono i consorzi  più imprenditori che si uniscono). In ogni
caso devono essere iscritti all’albo nazionale dei gestori ambientali.

Ruolo dello Stato: lo Stato determina la disciplina generale, ma non ha grande discrezionalità perché ci
sono già le discrezionalità comunitarie. La materia ambientale è di competenza statale esclusiva, sebbene
la materia non sia circoscrivibile e riguardi più ambiti. Altri soggetti concorrono quasi a pieno titolo nella
disciplina della materia stessa (Regioni, enti locali). Lo stato adegua le discrezioni comunitarie
nell’ordinamento interno, svolge funzione normativa ma anche amministrativo – generale.
Lo Stato pone norme giuridiche astratte, sulla base del tipo di fonte muta il valore giuridico dell’atto (muta
il giudice che ha la giurisdizione). Se primario, il suo giudice è la corte costituzionale, se amministrativo è il
tribunale amministrativo. Mentre per accedere a corte costituzionale occorre che vi sia processo in atto per
mezzo del giudice a quo, se si tratta di interesse amministrativo generale, posso adire direttamente al
giudice. Le regioni sono titolari dei piani regionali, su provvedimento amministrativo generale vi è il
tribunale amministrativo regionale in I grado, in II grado il consiglio di Stato.
Noi abbiamo atti e comportamento, cioè che si traduce in atto posto in essere da pubblica amministrazione
ha come giudice il tribunale amministrativo, se si compie in qualcosa di penale vi è il giudice penale.
Quando siamo innanzi a provvedimento amministrativo o fonti secondarie, sono i giudici amministrativi a
giudicare la loro legittimità. Se avviene un qualcosa di penale fatto da un’amministrazione ci troviamo
dinnanzi a provvedimento amministrativo che ha anche valenza penale, perseguito dal giudice comune
(penale). Dinnanzi ad un atto normativo primario, il giudice naturale (chi può annullarlo) è la corte
costituzionale, che non possiamo investire in modo diretto, ma per mezzo di un giudice a quo durante un
processo (se ho un dubbio che l’atto normativo è incostituzionale, il giudice sottopone ciò a corte).
Una delle prime competenze dello Stato è la funzione di indirizzo e coordinamento: dato che sulla materia
insistono più soggetti, lo Stato deve indirizzarli e coordinarli (regioni, enti locali, autorità d’ambito). Una
funzione importante dello Stato è quella relativa alla determinazione dei criteri generali, delle metodologie,
delle linee guida nella gestione integrata dei rifiuti: ciò può riguardare il come fare la differenziata, la
qualità di quest’ultima, come appaltare al servizio ecc. Le migliori tecnologie disponibili sono determinate
dagli atti normativi. Il legislatore statale ragiona in termini di armonizzazione della gestione integrata in
tutto il territorio statale. Spettano allo stato anche la definizione delle modalità della prevenzione nella
produzione dei rifiuti (riguarderebbe ad esempio il problema della riduzione delle plastiche); i criteri
generali per la predisposizione dei piani di settore, ciò a partire dal piano regionale che dovrebbe fare
piano non solo di smaltimento, ma di recupero, prevenzione e di riutilizzo; in concorso con le regioni,
l’individuazione degli impianti di recupero e di smaltimento di rilevante interesse nazionale. Gli impianti di
termovalorizzazione sono di competenza statale, ma vanno ad incidere sui territori quindi ci deve essere
cooperazione con le regioni. I piani di settore dovrebbero essere periodicamente osservati, quello
interessante è il piano di prevenzione nella produzione e dopo questo vengono i piani di settore. Ciò si fa
quando si ha l’osservatorio sui rifiuti. Per pianificare attività di riciclo, riutilizzo ecc devo conoscere qualità e
quantità di rifiuti prodotti in un’area (conoscenza tecnico-scientifica alla base dei piani di settore).
Altra questione di competenza dello stato è l’assegnazione della concessione per la gestione integrata dei
rifiuti e anche la tariffazione (osservazione del principio “chi inquina paga”) che deve essere il più possibile
armonizzata in ambito nazionale (anche in questo caso lo stato determina le linee guida). Poi c’è la
questione relativa alla responsabilità dello stato nei riguardi dell’UE, soprattutto per la differenziata, anche
qui ci sono le linee guida e i valori da perseguire in termini percentuali. Ancora vi è la definizione delle linee
guida relative alle attività di bonifica, sempre di pertinenza statale, attraverso la definizione di come e
quando intervenire sulle aree da bonificare. Inoltre di competenza statale vi è anche tutta la disciplina
relativa alle attività di recupero di prodotti tossici e nocivi (lo stato dice come recuperare l’amianto,
definisce le modalità tecnologiche per lo smantellamento dei siti inquinati); l’individuazione dell’eventuale
assimilazione tra rifiuti (se un rifiuto posso ritenerlo urbano, speciale, pericoloso o non, questo lo stabilisce
lo stato attraverso l’allegato in cui c’è il catalogo rifiuti). Infine vi è la questione tecnico-burocratica che si
traduce nella definizione della documentazione relativa alla gestione integrata dei rifiuti (tracciabilità,
SISTRI, registro carico e scarico etc sono tutte disciplinate dallo Stato). Tutta l’adozione della normativa
tecnica in ambito rifiuti è di competenza statale (anche il tipo di mezzi di trasporto, impiantistica ecc).

Ruolo delle Regioni: queste svolgono soprattutto una funzione di pianificazione, rispetto alla quale l’attività
più importante consiste nella definizione dei piani regionali di gestione dei rifiuti. I piani regionali
riguardano non solo la gestione integrata, ma la questione relativa a prevenzione, riutilizzo, riciclaggio ecc.
tutte attività da pianificare a livello regionale. Dato che queste attività impattano con l’ambiente, devono
interagire con la VAS (non si può ad esempio fare VAS ed escludere un termovalizzatore se si ritrova poi nel
piano regionale). In questi piani regionali di gestione integrata dei rifiuti un ruolo importante viene svolto
dalla definizione degli ATO, ciò significa delimitare aree territoriali in funzione del singolo segmento di
gestione integrata dei rifiuti. In linea di principio, una volta individuato un ATO, al vertice si pone
un’autorità d’ambito. In particolare i piani devono prevedere in modo più puntuale quantità, qualità e
fonte di produzione dei rifiuti, questo è il primo passaggio inevitabile, che consenta di stabilire gli ATO a
partire dai rifiuti urbani (ad es. CS fa ambito a sé in base a quantità e qualità rifiuti prodotti, Rende è con
Montalto).
Per pianificare bisogna avere dati, il primo è quantità e qualità dei rifiuti e sulla base di ciò si suddivide il
territorio, il dato quantitativo consente di equilibrare le zone perché il problema è quello legato ai costi,
sulla base del costo dei rifiuti si tariffa l’area e ci dovrebbe essere equilibrio tra aree. Per pianificare bisogna
anche studiare la tipologia di rifiuti, che può variare (ad es a Rende ci sono molti studenti, quindi molti usa
e getta quindi plastica, si deve fare un piano specifico per disincentivare la produzione o aumentare i
prezzi). Quindi: tipologie, quantità, qualità rifiuti  determinazione ATO
La seconda questione è relativa a come raccogliere e smaltire i rifiuti, sebbene ci siano principio di
autosufficienza e prossimità, non si possono mettere discariche troppo vicine. La previsione dei piani di
raccolta e smaltimento compete all’ente regionale con tutta la conseguenza comprensiva dei sistemi di
valutazione. In tal senso è fondamentale la questione dei siti, indica criteri oggettivi per scegliere siti ad
esempio per le discariche.
La terza questione è l’individuazione dei criteri per la raccolta e lo smaltimento  il principio di prossimità
non è tanto dovuto al trasporto, ma ad una questione di responsabilità: chi li produce deve smaltirli.
Sono di pertinenza regionale le politiche generali della gestione dei rifiuti e quelle relative ai sistemi di
incentivazione.
Stato  linee guida
Regione  piani regionali che osservano le linee guida statali, implementare queste nei proprio ambiti
territoriali
Infine, la sperimentazione da speciale ad ordinaria dei sistemi di prevenzione. Senza l’adozione dei piani
regionali di gestione interna dei rifiuti, le regioni non hanno accesso a finanziamenti statali.

Il rapporto Stato-Regione è disciplinato dall’Art 117 della Cost. (titolo V così com’è stato riformato dalla
riforma costituzionale del 2008). Il rapporto tra leggi dello stato e delle regioni si fonda su un rapporto di
competenze perché le fonti sono messe sullo stesso piano, ma si distinguono ambiti materiali di
competenza. Attraverso la riforma Legge Costituzionale n.3 del 2001 il vecchio rapporto Stato-Regioni è
modificato e l’Art.117 ha stabilito 3 forme di esercizio del potere legislativo dello Stato e delle Regioni.
Stato: potestà legislativa di tipo esclusivo (la 1° potestà: può fare leggi ed è riconosciuto allo Stato nelle
materie indicate al II comma dell’Art.1.) cioè solo lo stato può fare leggi in tot ambiti.
La seconda tipologia è una potestà legislativa di tipo concorrente e/o ripartita (nelle materie di cui al III
comma dell’Art. 117, intervengono sia la legge dello stato che quella della regione. O concorrono o se la
ripartono e ciò viene fatto attraverso le leggi quadro/cornice). In tal caso la legge dello Stato si limita a
stabilire i principi della materia (legge di principio) e la legge regionale la disciplina nel dettaglio.

Sui rifiuti la legge dello Stato ha demandato qualcosa alle regioni a prescindere dalle competenze. Se lo
Stato afferma che devono essere disciplinati gli ATO, la regione fa il piano e li individua nel dettaglio.
Questo discorso spesso provoca conflitti fra Stato e Regioni (es. trivelle, il referendum era indetto dalle
regioni, lo Stato sosteneva che fosse sua competenza anche se ricadevano in territori di Puglia e Campania.
La corte costituzionale è intervenuta dichiarando prevalente la legge dello stato).

La terza tipologia è di scarso utilizzo, vi è potere legislativo delle regioni di tipo generale in via residuale.
Ciò che non è stabilito né al 2° né al 3° comma come abito materiale, diviene competenza delle regioni
(dovrebbe essere competenza quasi esclusiva). Di fatto non esiste una materia di pertinenza della regione,
dopo la riforma la materia urbanistica scomparve, ergo le regioni pensarono di avere competenze
sull’urbanistica e scoppiò un conflitto con lo Stato. Il giudice costituzionale prendendo per buone le
motivazioni dell’avvocato di Stato e governo, disse alle regioni che tra le materie concorrenti vi è anche il
governo del territorio, che comprende pure l’urbanistica. Altro caso è la materia del turismo che non
compare nei primi 2, ma la corte costituzionale anche in questo caso ha osservato che bisogna disciplinare
le attività economiche turistiche che si svolgono attraverso attività di impresa, che è di competenza statale:
l’unica cosa che può fare la regione è la promozione del turismo. Questa ripartizione si traduce in una
ripartizione di funzioni amministrative (principio di legalità). Un’eccezione sancita nell’art.118 è che la
riforma costituzionale dice che di regola le funzioni amministrative sono esercitate dai comuni perché è
l’ente esponenziale immediatamente vicino al cittadino, salvo se per altre ragioni conviene che vengano
svolte da altri soggetti. In Calabria alcune funzioni amministrative sono svolte dalla regione.

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