Tese Sobre Rosa Rosá
Tese Sobre Rosa Rosá
Titolo:
Tutor:
Chiar.ma Prof.ssa Fiorenza Taricone
Dottoranda:
Simonetta Proietti
INDICE
INTRODUZIONE..................................................................................................... 3
CAPITOLO I - EDYTH VON HAYNAU (ROSA ROSÀ): UNA
BIOGRAFIA - (1884-1978) ..................................................................................... 11
I.1. Introduzione alla biografia........................................................................................................... 11
I.2. La famiglia e gli studi ................................................................................................................. 12
I.3. L’arrivo in Italia ........................................................................................................................ 17
I.4. L’incontro con il Futurismo ......................................................................................................... 18
I.5. La collaborazione con «L’Italia Futurista» ................................................................................. 22
I.6. Il distacco dal Futurismo ............................................................................................................. 33
2
INTRODUZIONE
3
Benché l’iniziale dichiarazione di Marinetti, all’atto fondativo, nel 1918 del
partito politico futurista, fosse quella di mantenerlo «nettamente distinto dal
movimento artistico», tuttavia è proprio dalla sua stessa «corrente spirituale» che
esso avrebbe tratto fondamento e nutrimento: l’arte, per il Futurismo, è “l’unico
mezzo idoneo a trasformare la vita dell’uomo”. Come ribadisce, infatti, Emilio
Gentile, sono molti gli studiosi che ritengono la politica futurista una
“deviazione dal cammino dell’arte”. Tuttavia, proprio a causa delle idee
proposte, e delle modalità con cui vennero divulgate, le polemiche da esso
suscitate furono moltissime.
L’inspiegabile - per molti - adesione del movimento futurista al fascismo,
formalizzata definitivamente a più di dieci anni dalla fondazione
dell’avanguardia e che ne tradì, sotto molteplici aspetti, gli assunti di base, fece
sì che in seguito esso ne seguisse le sorti, subendone la stessa rimozione dalla
memoria storica e politica. In realtà, tra i due movimenti non c’è, comunque,
un’identificazione totale, lineare e, soprattutto, continua, bensì fasi di
avvicinamento e allontanamento che ne caratterizzano e connotano il rapporto.
Dopo una necessaria fase di ripensamento, elaborazione e presa di
distanza, a partire dalla fine degli anni sessanta, come afferma Luciano De
Maria, si assiste, in Italia, a una riscoperta graduale del movimento, fenomeno
che ha prodotto anche vari studi e ricerche. Con l’avvicinarsi del centenario
della nascita del Futurismo si è, poi, assistito a un revival che ha contribuito a far
emergere curiosità e interesse, permettendo, così, di sdoganare definitivamente il
movimento. Numerose e interessanti analisi sono state dedicate al Futurismo
politico da diversi studiosi, sia stranieri che italiani, tra cui Renzo De Felice
(1988), Günter Berghaus (1996), Emilio Gentile (2009). Tali ricerche,
ulteriormente proseguite negli ultimi anni fino alla recente monografia di Ernest
Ialongo (2015), costituiscono il segno di un interesse crescente, anche a livello
internazionale. Più in particolare, i vari studi di Chiantera-Stutte (2002), Angelo
d’Orsi (2009), Salvatore Cingari e Marco Di Cosimo (2011) si collocano
espressamente nell’ambito della Storia delle Dottrine Politiche.
4
Sebbene tra gli undici punti programmatici del summenzionato Manifesto
marinettiano di fondazione del futurismo vi sia il dichiarato e glorificato
“disprezzo della donna”, all’avanguardia partecipò attivamente anche una
nutrita compagine femminile, coinvolta anch’essa nell’uscita dalla damnatio
memoriae del movimento. Interessate a “un mondo nuovo” decantato,
prefigurato, anelato dall’avanguardia, pur non condividendone totalmente gli
assunti di base, esse provarono a proporre un modello diverso di donna, seppur
non omogeneo. E multiforme sarebbe stata la loro partecipazione al Futurismo
quali artiste, scrittrici, polemiste, antifemministe; comunque intrepide, perché “a
quell’epoca ci voleva del coraggio, per una donna, a proclamarsi futurista!”,
come confidato a Mario Verdone da Enif Robert. Di certo, tali figure furono
più numerose di quanto si tenda comunemente a credere; ancor oggi, esse
risultano in parte misconosciute anche a causa della loro proteiforme,
eterogenea e discontinua partecipazione al movimento. A scorrere le antologie
disponibili, diversi sono i nomi stranieri che ricorrono, come quelli di Ruzena
Zatkova e di Aleksandra Ekster, accanto alle italiane.
L’apporto femminile al Futurismo finora è stato oggetto solamente di
alcuni studi recenti prevalentemente - quando non esclusivamente - circoscritti
all’ambito artistico e letterario, mentre ben poco indagato risulta il pensiero
politico delle donne futuriste, eccezion fatta per il saggio di Silvia Rodeschini
pubblicato alla fine del 2015.
Senza accampare alcuna pretesa esaustiva, nel presente lavoro di dottorato
si è scelto di concentrare l’approfondimento scientifico su un soggetto
specifico, un’artista a tutto tondo come Edyth von Haynau (Rosa Rosà) [Vienna
1884 - Roma 1978], attiva tanto in letteratura che, soprattutto, nelle arti visive,
partecipe al movimento negli ultimi anni del periodo (1909-1920) più vivace di
formazione e crescita dello stesso, pur con un apporto personale molto
originale. Le questioni di fondo poste alla base delle mie ricerche concernono
quanto di ‘femminista’ si ritrova nella concezione della donna che emerge dagli
5
scritti di Edyth von Haynau, e a quale teoria politica classica sia riconducibile il
suo pensiero .
Nel primo capitolo del presente lavoro viene ricostruita la biografia
politico-culturale dell’esponente futurista. Occorre, anzitutto, precisare che gli
scritti della Haynau, e in parte anche i suoi disegni, hanno esercitato un
notevole interesse nell’ambito degli studi artistici e letterari, a far data dal 1971,
quando Mario Verdone dedicò una sua intervista all’artista; egli è, comunque, il
solo ad averla incontrata personalmente e ad averne raccolto l’unica
testimonianza diretta per noi disponibile. Nel 1981 Claudia Salaris ha
ripubblicato, per le Edizioni delle donne, il romanzo di Rosa Rosà Una donna con
tre anime, e l’ha inserita, l’anno seguente, in un’antologia dedicata alle futuriste.
Sono, poi, seguiti altri lavori antologici, a iniziare da quello curato in ambito
artistico, in lingua inglese, da Mirella Bentivoglio e Franca Zoccoli, apparso nel
1997, a quello, pubblicato l’anno seguente, di Anna Nozzoli, in ambito
letterario. Tali studi sono ulteriormente proseguiti sino a quello di Paola Sica
(2015).
Nonostante ciò, ancora poco era noto della vita di Edyth von Haynau
all’inizio della presente ricerca. Per comprendere come l’artista, per un certo
lasso di tempo (1917-1923), si sia riconosciuta nel movimento futurista,
risultava, anzitutto, indispensabile, in accordo con la Professoressa Fiorenza
Taricone, reperire il maggior numero di notizie certe tanto sulla sua esistenza,
quanto sull’origine e il primo periodo del Futurismo, in modo da ricostruire
gradualmente, tassello dopo tassello, un quadro di riferimento da cui potessero
emergere con sufficiente chiarezza le relazioni tra lei e il movimento.
Al riguardo, si sono rese necessarie complesse indagini storico-biografiche,
che hanno preso avvio dalla città di Vienna, dove l’artista è nata, e dal comune
di Roma, città dove è vissuta. Sono, fra l’altro, riuscita, in tale contesto, a entrare
in contatto con una nipote dell’artista, e ad acquisire alcune informazioni che
sono state, poi, sottoposte ad accertamento attraverso la consultazione dei
documenti disponibili in vari archivi storici. In particolare, presso la Fondazione
6
Primo Conti di Fiesole sono state rintracciate tre lettere firmate Rosa Rosà, due
delle quali inedite e una parzialmente pubblicata nel libro La gola del Merlo, del
1983. Dopo il prescritto iter burocratico, il Comitato Scientifico della
Fondazione mi ha concesso l’autorizzazione alla citazione parziale, nella tesi di
dottorato, di tale documentazione ritrovata, con la possibilità di “riprodurre
brani di [due] lettere” poiché, come precisa nel post scriptum della lettera del 1°
ottobre 2015 l’erede di Emilio Settimelli, al quale le missive erano inviate: «Ho
ricevuto per Rosa Rosà varie richieste di pubblicazione e a tutte ho permesso la
parziale riproduzione per non danneggiare un eventuale studio globale
sull’artista». Ciò a testimonianza dell’interesse sempre crescente da parte degli
studiosi nei confronti di Edyth von Haynau.
Da giornali e riviste dell’epoca, inoltre, mi è stato possibile rintracciare
alcuni articoli e recensioni riferiti all’opera di Rosa Rosà, sulla base dei quali ho
potuto, quindi, ricostruire aspetti della vita e della produzione dell’artista non
ancora portati alla luce.
Poiché qualsiasi pensiero nasce e si evolve all’interno di un determinato
contesto storico-politico e culturale, nutrendosi delle sue molteplici
declinazioni, nel secondo capitolo del presente lavoro viene ripercorsa
sinteticamente la storia della prima parte del Futurismo e del suo fondatore,
autentico leader carismatico dell’intero movimento.
L’aspirazione totalizzante del Futurismo, che si è interessato agli aspetti
più disparati dell’arte e della vita, intervenendo in tutti gli ambiti relativi, ha
comportato la consultazione di numerosi lavori attinenti a vari settori
scientifico-disciplinari, per poi operare delle scelte che consentissero di restare
aderenti al tema della mia ricerca. Ogni volta che è stato possibile, ho cercato di
reperire ed esaminare le fonti primarie: certificati, fogli matricolari, rapporti di
polizia, manifesti, volantini, illustrazioni, articoli, riviste, sono stati consultati in
originale o in copia anastatica o fotostatica, oppure on line ove digitalizzati a cura
di Università, Biblioteche ed Enti vari.
7
Tale lavoro certosino di ricognizione storico-documentaria, che ha
comportato, innanzitutto, l’accertamento della effettiva datazione e cronologia
di produzioni ed eventi, si è reso necessario - sempre in accordo con la docente
tutor - soprattutto quando sono iniziate ad affiorare inesattezze e incongruenze,
sempre più palesi man mano che procedevo nello studio e nella bibliografia.
D’altronde, questo è il presupposto per procedere con efficacia all’esame della
nascita e dell’evoluzione di qualsiasi oggetto di ricerca storico-politica, e lo
scrupoloso riesame e riordino cronologico e storico-critico dei materiali ha, in
effetti, permesso di comprendere meglio i vari avvenimenti.
Per altro, di sicuro è ben arduo orientarsi nell’ingens sylva dell’irrefrenabile
produzione e ri-produzione futurista in genere, e di quella marinettiana in
particolare, senza tralasciare le immaginabili complicazioni durante il periodo
del conflitto bellico mondiale. In effetti, soltanto così facendo, a scrittura già
avviata, sono emersi alcuni passaggi importanti di fatto sfuggiti in una
precedente fase di lettura e studio. In tal modo, man mano che procedeva
l’attività di riordino, ricollocazione e, a volte, integrazione dei materiali, si
delineava meglio l’evoluzione del pensiero sotteso. Tuttavia, la vulcanicità e
poliedricità stessa dei diversi aderenti al Futurismo, che aspirava fortemente a
divenire “avanguardia di massa”, raramente lascia affiorare un’idea unitaria.
Anche per questo, si è scelto di dare ampio spazio alle riviste dell’epoca, sulle
quali numerosi personaggi attivi nel movimento si sono espressi, contribuendo
a diffondere, nella seppur ristretta cerchia dei votanti di allora, quella communis
opinio necessaria a esercitare tale diritto.
Interessante è stato anche vedere come, oltre che in ambito internazionale,
dal centro-nord del Paese, Milano e Firenze in particolare, il Futurismo nella sua
diffusione abbia raggiunto la capitale: l’odiata città eterna, quintessenza del
passatismo, dove Marinetti ha finito addirittura per stabilirsi.
E proprio da Marinetti bisogna passare per studiare le artiste futuriste,
tanto egli ha scritto e parlato delle donne e sulle donne, certo, le donne della
classe sociale elevata a cui egli stesso apparteneva e che conosceva bene: non si
8
può tuonare Contro il lusso femminile in riferimento a quella parte prevalente di
donne alle prese con la quotidiana lotta per la sopravvivenza! Vero è che ci si
può dedicare davvero all’espressione artistica solo una volta affrancati dallo
stato di mera necessità, cosicché Marinetti stesso ha investito molto del suo
patrimonio personale proprio per sostenere aspiranti artisti privi di mezzi
economici, non di rado anche artiste, per cui l’incoerenza con il tanto
sbandierato “disprezzo della donna” è soltanto apparente.
Nel terzo capitolo della presente ricerca si sono ripercorsi i passaggi più
significativi della discesa del Futurismo a Firenze attraverso la rivista «Lacerba»,
considerando, altresì, le varie correnti che animavano in quel periodo la cultura
fiorentina, come l’occultismo e il surrealismo, a cui è sensibile anche il pensiero
dell’autrice.
Si è seguita, poi, la nascita de «L’Italia Futurista», in cui sono pubblicati gli
articoli di Rosa Rosà, la quale intervenne nel dibattito sulla “questione
femminile” in corso sulla rivista. Proprio per contestualizzare meglio tale
discussione, lo sbandierato “disprezzo della donna” è stato analizzato più
profondamente nel merito, così come il Manifesto della donna futurista, del 1912, e
il Manifesto della Lussuria dell’anno seguente, firmati da Valentine de Saint-Point,
nonché i passaggi salienti del libro marinettiano Come si seducono le donne, del
1917, che rinfocolò ancor più la polemica.
Nel quarto capitolo, infine, ho concentrato in particolare la mia attenzione
sugli articoli di Rosa Rosà apparsi su «L’Italia Futurista» nel 1917, nonché sui
suoi racconti pubblicati, l’anno dopo, nel libro Una donna con tre anime, che resta
il primo e più famoso dell’Autrice. Lo studio più approfondito delle fonti ha
fatto emergere a chi scrive un quadro diverso e variegato rispetto a quello
prospettatosi all’inizio della presente ricerca.
A corredo della mia ricerca di dottorato sono riportati in appendice: le
testimonianze familiari; gli articoli di Edyth von Haynau (Rosa Rosà) pubblicati
su «L’Italia Futurista»; i primi Manifesti politici del Futurismo (fino al 1915);
9
nonché il Manifesto di Fondazione, che, seppur non prettamente politico, con i
suoi punti programmatici è alla base di tutto il movimento.
10
CAPITOLO I - EDYTH VON HAYNAU (ROSA ROSÀ): UNA
BIOGRAFIA - (1884-1978)
1
Non molto si conosceva sulla vita di Edyth von Haynau. Per quanto attiene il presente
capitolo sono stati analizzati gli scritti di Mario Verdone e di Claudia Salaris. M. VERDONE,
Disegni futuristi e astratti di Rosa Rosà, in «Didattica del disegno. Rivista di storia e tecnica del
disegno», settembre 1971, ristampato in M. VERDONE, Diario parafuturista, Roma, Lucarini,
1990; Verdone è il solo ad aver incontrato personalmente Edyth von Haynau e ad averne
raccolto l’unica testimonianza diretta. C. SALARIS (a cura di), Una donna con tre anime. Romanzo
futurista, Milano, Edizioni delle donne, 1981; ciò che Salaris scrive, ampliando quanto
contenuto nel testo di Verdone, è probabilmente frutto anche dei colloqui che ha avuto con
due figlie di Edyth von Haynau: Maretta Fornari (nata Maria Enrichetta Arnaldi) e Franca
Arnaldi che la stessa autrice ringrazia, a pagina 7 del libro, «per la gentile collaborazione».
L’ampliamento e arricchimento della biografia di seguito riportata si deve a numerose e varie
ricerche, a iniziare da quelle svolte presso il comune di Roma per verificare l’esistenza di
eventuali parenti. Rintracciata la nipote Nicoletta Brunelli, figlia di Franca Arnaldi, si è in
ogni caso proceduto, ove possibile, agli opportuni accertamenti di quanto da lei ricordato e
riferito nei due colloqui intercorsi.
2
All’inizio della ricerca non si aveva neppure certezza della data del decesso che, in alcuni dei
primi saggi, era a volte seguito dal punto interrogativo. Ad esempio così compare nel
catalogo della mostra del 2005, curata da Lea Vergine, che è stata la prima esposizione a dare
visibilità, non solo artistica, alle futuriste: L. VERGINE, L’altra metà dell’avanguardia, 1910-1940:
pittrici e scultrici nei movimenti delle avanguardie storiche, Milano, Il Saggiatore, 2005.
Per ottenere dati certi sono state avviate ricerche anagrafiche anche presso il comune di
Vienna, e non senza difficoltà. Infatti, prima del gennaio 1939, nella capitale austriaca, le
11
esatto è: Editha Johanna Ida von Haynau. Nel presente lavoro si è scelto di
utilizzare il nome Edyth nell’intento di rispettare la preferenza dell’artista che
così si è sempre firmata. Inoltre, i dati emersi hanno permesso anche di
riempire un po’ quel «vuoto assoluto dall’inizio degli anni Trenta alla fine degli
anni Cinquanta»3 creatosi dopo l’uscita di Edyth von Haynau dal futurismo.
nascite erano registrate presso le parrocchie delle varie confessioni religiose e a tutt’oggi tali
registri sono conservati presso i rispettivi archivi. Pertanto, per avere notizia sicura in merito
al nome di battesimo di Edyth von Haynau, e non avendo certezza sulla religione professata
dalla famiglia, si è dovuto dapprima inoltrare richiesta di informazioni alla Chiesa Cattolica, a
quella Evangelica e alla Comunità Ebraica. L’Archivio Diocesano di Vienna ha fornito le
prime informazioni sulla residenza della famiglia. Ma dal momento che il padre di Edyth era
un ufficiale dell’esercito, la sua nascita non è stata registrata presso la matricola della
Parrocchia di Rennweg, quella di residenza, bensì presso quella della Matricola Militare
competente di Erdberg: San Pietro e Paolo. I registri relativi sono oggi custoditi presso
l’Archivio di Stato di Vienna, per cui, previa ricerca, il personale di questo archivio, ha
comunicato che la data di nascita e di battesimo sono registrati al libro nr. 27a, visibile on
line:
http://www.data.matricula.info/php/view2.php?ar_id=3670&be_id=2862&ve_id=786173&
count= - ultima consultazione febbraio 2016.
Si segnala, infine, l’ultimo libro di Salaris in cui il nome della futurista è indicato come Edith
von Haynau, a differenza delle precedenti pubblicazioni scritto sempre come Edyth von
Haynau. C. SALARIS, Futurismi nel mondo, Pistoia-Roma, Gli Ori - Collezione Echaurren
Salaris, 2015, pp. 48-61.
3
F. ZOCCOLI, I colori e le forme: dalla pittura alle arti applicate, in M. BENTIVOGLIO, F. ZOCCOLI,
Le futuriste italiane nelle arti visive, Roma, De Luca Editori d’Arte, 2008, p. 155.
4
Ernst von Haynau, Kassel (Assia) 2 settembre 1850 - Vienna 4 ottobre 1926; Henriette
Mautner von Markhof, Vienna 1 agosto 1864 - Klagenfurt 4 dicembre 1938.
12
Landstrasser Hauptstrasse, in una casa appartenente alla Parrocchia di
Rennweg5.
La famiglia, ovviamente, fa parte dell’aristocrazia asburgica. Il padre, di
confessione evangelica, è Camerlengo e Capitano nel Secondo Reggimento di
Artiglieria del regno Imperiale e Reale (kaiserlicher und königlicher Kämmerer
und Hauptmann)6. Il nonno paterno è Victor Leopold Freiherr von Haynau,
avvocato e libero docente presso l’Università di Marburg, da cui, tuttavia,
ricevette più di un richiamo a causa del suo “comportamento politico”,
evidentemente ritenuto inopportuno ma non meglio precisato7. Nel tempo
ricoprì vari incarichi, in diversi luoghi; nel gennaio del 1839, a Kassel, si sposa
con Ida von Lepel da cui ha cinque figli8. Nella cerchia degli ascendenti paterni
di Edyth compare anche il prozio Julius Jacob von Haynau, - braccio destro di
Radetzky - tristemente famoso con l’epiteto di «iena di Brescia»9.
La madre Henriette, di confessione cattolica, è dama di compagnia della
regina e proviene da una famiglia di grandi industriali e filantropi. Il bisnonno
5
Come si evince da Adolph Lehmann’s allgemeiner Wohnungs-Anzeiger, per l’anno 1884, (Indice
generale delle residenze di Vienna e dintorni di Adolph Lehamann) visibile all’indirizzo
internet:
http://www.digital.wienbibliothek.at/wbrobv/periodical/pageview/47989 - ultimo accesso
gennaio 2016.
6
Come si evince dal registro indicato alla nota 2.
7
Da quanto emerso finora dalle ricerche effettuate non è stato possibile accertare di quali
azioni si sia trattato nello specifico.
8
Victor Leopold Freiherr von Haynau, Marburg 28 luglio 1812 - Coburg 16 aprile 1898; Ida
von Lepel Haynau, 2 dicembre 1816 - Coburg 2 gennaio 1888. Dati ricavati dal registro già
indicato alla precedente nota 2, e dal sito internet: http://www.lagis-
hessen.de/pnd/116553723 - ultima consultazione gennaio 2016.
9
Appellativo derivato dalla durezza con cui, durante le “dieci giornate di Brescia” del marzo
1849, l’allora “tenente maresciallo” represse la rivolta dei cittadini insorti contro
l’occupazione austriaca. Julius Jacob von Haynau, Kassel 4 ottobre 1786 - Vienna 14 marzo
1853, uno dei sette fratelli del bisnonno di Edyth, Georg Wilhelm von Haynau, nato il 27
febbraio 1781 e deceduto in Russia nel febbraio 1813. Informazioni tratte da ÖBL
Österreichisches Biographisches Lexikon, (Dizionario Biografico Austriaco 1815-1905), edito a cura
dell’Accademia delle Scienze di Vienna, visibile all’indirizzo internet:
http://hw.oeaw.ac.at/oebl?frames=yes - ultima consultazione gennaio 2016. Nel dizionario
compaiono le biografie di persone maggiormente distintesi nella storia asburgica nel lasso di
tempo indicato. I vari volumi sono oggi consultabili on line, gratis nella versione base e a
pagamento in quella aggiornata.
13
materno di Edyth è Adolf Ignaz Mautner, Ritter von Markhof, fondatore della
dinastia dei famosi industriali viennesi della birra. Come altre famiglie di fede
ebraica appartenenti alla élite economica di Vienna, la famiglia Mautner si
convertì al cattolicesimo, il 18 aprile 184610. Il 15 maggio 1872 ad Adolf viene
conferita l’onorificenza di Cavaliere (Ritter). Nello stesso anno, insieme alla
moglie, Julie Marceline11, fonda a Vienna l’Ospedale per i bambini poveri. Nel
1883 è nominato cittadino onorario di Vienna. Una via della città, nel III
distretto di Landstrasse, porta il suo nome: Mautner-Markof Gasse.
Il nonno materno di Edyth, uno dei dieci figli di Adolf Ignaz e Julie, Karl
Ferdinand Mautner von Markhof si sposa in prime nozze con Joanna
Leopoldina Kleinoschegg12, madre di Henriette. Subentra nella gestione
dell’industria paterna, che sotto la sua guida diviene la terza fabbrica europea;
intanto amplia l’Ospedale dei bambini fondato dal padre dotandolo anche di
una chiesa. La sua seconda moglie, Editha Sunstenau von Schützenthal13,
madrina di battesimo di Edyth stessa, è una energica sostenitrice dell’istruzione
per le giovani. Nel 1892, avvia la fondazione del primo liceo umanistico per le
ragazze dei paesi di lingua tedesca. Anima l’Associazione per la promozione del
10
Tratto dal registro delle nascite e dei battesimi della chiesa Marie Geburt di Vienna, 1845-
1847, pp. 214-216, visibile all’indirizzo internet:
http://www.data.matricula.info/php/view2.php?ar_id=3670&be_id=2679&ve_id=796000&
count - ultimo accesso marzo 2016. È stato possibile risalire a questa informazione grazie al
libro, di A. L. STAUDACHER, Jüdische Konvertiten in Wien 1782-1868, Frankfurt am Main, Peter
Lang, 2002, Volume Secondo, pp. 315-316. La Prof.ssa Anna Lea Staudacher è docente
presso l’Istituto di Storia dell’Università di Vienna.
In merito alla presenza ebraica nella Vienna fin de siècle si vedano: S. BELLER, Vienna and the
Jews, 1867-1938: A Cultural History, Cambridge University Press, 1991; R. S. WISTRICH, Gli
ebrei di Vienna (1848-1916). Identità e cultura nella capitale di Francesco Giuseppe, Milano, Rizzoli,
1994.
11
Adolf Ignaz Mautner, Ritter von Markhof, Smiritz (Boemia) 26 ottobre 1801 - Vienna 24
dicembre 1889; Julie Marcelline Kadich nata il 6 marzo 1812 e deceduta a Vienna il 20 aprile
1887.
12
Karl Ferdinand Mautner von Markhof, Smiritz (Boemia) 16 aprile 1834 - Vienna 1
settembre 1896; Johanna Leopoldina Kleinoschegg deceduta a Vienna 28 giugno 1872 (unica
informazione certa della nonna materna di Edydth, fornita tramite email dal personale del
cimitero viennese di Hietzing, dove è sepolta).
13
Edihta Mautner von Markhof, nata Sunstenau von Schützenthal, Cracovia, 9 giugno 1846 -
Vienna 17 dicembre 1918.
14
lavoro femminile, mentre, tra il 1902 il 1918, diviene presidente
dell’Associazione per l’Istruzione Femminile14.
Tanto impegno a favore dell’istruzione delle donne, naturalmente, non
incide minimamente sulla formazione della giovane Edyth che, come
consuetudine nelle famiglie nobili dell’epoca, viene affidata a docenti privati.
Nella sua infanzia, forse piuttosto solitaria, coltiva comunque molti interessi.
Affascinata dalla musica impara anche a suonare il violino. Ad appena dodici
anni pubblica, anche se soltanto per un anno circa, un piccolo giornale in cui
scrive15 e illustra i suoi primi racconti di avventure e di viaggi16. A settembre
dello stesso anno, 1896, il nonno materno Karl Ferdinand Mautner von
Markhof si suicida: una impressionante coincidenza.
Più tardi, nonostante il parere contrario della famiglia, riesce a frequentare,
per due anni, la Scuola d’arte di Vienna17, ed esattamente la Kunstschule für
Frauen und Mädchen, poi conosciuta come Wiener Frauen Akademie18.
14
Dati tratti dal Dizionario Biografico indicato alla nota 9.
15
La propensione alla scrittura di Edyth si manifesta abbastanza presto; tratto significativo
della sua personalità che sta emergendo proprio in quanto atto creativo e di libertà. Anche
Anna Valerio, citando H. MORE, Coelebs in Search of a Wife, 1808, sostiene che «bisognava
insegnare alle donne a leggere, ma non a scrivere, perché scrivere è principio di ribellione». A.
VALERIO (a cura di), Archivio per la storia delle donne, Napoli, M. D’Auria Editore, 2005, Vol. I,
p. 15.
16
Cfr. da C. SALARIS, Una donna…, cit., p. 27.
17
Come scrivono: C. SALARIS, Una donna…, cit., p. 27; C. DELLA COLETTA, Rosa Rosà (Edith
Von Haynau) (1884-1978?), in R. RUSSELL (a cura di), Italian Women Writers. A bio-Bibliographical
Sourcebook, London, Greenwood Press, 1994, p. 353; L. GIACHERO, I capricci della memoria.
riflessioni sulle futuriste, in M. A. TRASFORINI (a cura di), Arte a parte. donne artiste fra margini e
centro, Milano, FrancoAngeli, 2000, p. 137; B. RICCI, Rosa Rosà (Edith von Haynau) (1884-1978),
in B. MAROLA, M. T. MUNINI, R. REGGIO e B. RICCI (a cura di), Fuori norma: scrittrici italiane del
primo Novecento. Vittoria Aganoor, Paola Drigo, Rosa Rosà e Lina Pietravalle, Ferrara, Luciana
Tufani Editrice, 2003, p. 137.
18
Secondo quanto scrive L. HANSTEIN, Edyth von Haynau: A Viennese Aristocrat in the Futurist
Circles of the 1910s, in G. BERGHAUS (a cura di), International Yearbook of Futurism Studies,
Berlin/New York, Walter De Gruyter Gmbh & Co. Kg, 2015, p. 337, nota 7. Dalle ricerche
svolte presso gli archivi, Lisa Hanstein non ha, invece, trovato traccia dell’iscrizione della
futurista presso l’Universität für Musik und darstellende Kunst (Università di Musica e Arti
dello spettacolo), o alla Kunstgewerbeschule (Accademia delle Arti Applicate) di Vienna,
come, in questo ultimo caso, sostengono G. FANELLI, E. GODOLI, Il Futurismo e la grafica,
Milano, Edizioni di Comunità, 1988, p. 198. Dell’iscrizione di Edyth von Haynau alla Wiener
Kunstschule für Frauen und Mädchen è inoltre affermato anche in L. RE, D. SIRACUSA, Rosa
15
Il desiderio e la volontà di Edyth, di esplorare varie espressioni artistiche
sono il frutto dell’aria che si respira nella Vienna fin de siècle, lungo le sue strade
«lastricate di cultura»19. Una città in cui scienziati, artisti, scrittori e studiosi sono
in grande fermento e spesso aspirano a «rompere nettamente con il passato» per
«esplorare nuove forme di espressione nell’arte, nell’architettura, nella
psicologia, nella letteratura e nella musica»20. Una città in cui la rivoluzione
artistica della Secessione Viennese vuole consegnare «A ogni epoca la sua arte,
all’arte la sua libertà»21. Una città rivoluzionata nell’assetto dalla costruzione
della Ringstrasse. Una città in cui la «gaia apocalisse»22 prepara il canto del cigno
dell’Impero austroungarico23.
In tale intenso fermento e in grembo a una famiglia così notevole Edyth
cresce, si forma, scopre e coltiva le sue doti, nutre quella curiosità che la spinge
Rosà’s “A Woman with Three Souls” in English Translation, Californian Italian Studies, 2(1), 2011;
mentre di un generico studio di due anni alla Wiener Kunstschule, scrive L. RE, Rosa Rosà and
the Question of Gender in Wartime Futurism, in V. GREEN (a cura di), Italian Futurism, 1909-1944:
Reconstructing the Universe, New York, Solomon R.Guggenheim Museum, 2014, pp. 184-186. Si
segnala, infine, che la Salaris nel suo ultimo libro scrive che Rosa Rosà «frequentò la scuola
d’arte femminile di Vienna, la Kunstschule für Frauen und Mädehen». C. SALARIS, Futurismi
nel mondo, Pistoia- Roma, Gli Ori-Collezione Echaurren Salaris, 2015, p. 52.
19
Come afferma Karl Kraus in «Die Fackel», nr. 266, 30 novembre 1908, pp. 5-10 (rivista che
scrive da solo), poi ripreso in K. KRAUS, Elogio della vita a rovescio, Pordenone, Edizioni Studio
Tesi, 1995, p. 14. La frase completa è: «Del resto questa città è ricchissima di monumenti che
ristorano semplicemente la vista. Le sue strade sono lastricate di cultura, mentre le strade
delle altre città sono ricoperte semplicemente di asfalto».
20
E. KANDEL, L’età dell’inconscio. Arte, mente e cervello dalla grande Vienna ai nostri giorni, Milano,
Raffaello Cortina Editore, 2012, p. 22.
21
La massima campeggia a lettere d’oro sulla facciata del Palazzo della Secessione di Vienna,
e caratterizza il movimento artistico della “Secessione Viennese” fondato, nel 1897, in
opposizione al Biedermeier; tuttavia, a differenza del Futurismo, non vuole tagliare del tutto i
legami con il passato. Ne fanno parte, tra gli altri, i pittori Gustav Klimt e Egon Schiele, gli
architetti Otto Wagner e Joseph Maria Olbrich.
22
È la famosa locuzione usata da Hermann Broch per definire la città di Vienna alla fine del
secolo: H. BROCH, Hofmannsthal e il suo tempo, Roma, Editori Riuniti, 1981, p. 94.
23
Sulla Vienna di questo periodo si segnalano: A. JANIK, S. E. TOULMIN, La grande Vienna,
Milano, Garzanti, 1997; C.E. SCHORSKE, Vienna fin-de-siècle. Politica e cultura, Milano,
Bompiani, 1981; ID., Vienna fin-de-siècle. La culla della cultura mitteleuropea, Milano, Bompiani,
2004; M. FRESCHI, La Vienna di fine secolo, Roma, Editori riuniti, 1997; anche S. ZWEIG, Il
mondo di ieri, Milano, Mondadori, 2013; R. CALIMANI, Destini e avventure dell’intellettuale ebreo,
Milano, Mondadori, 2014.
16
anche a viaggiare, a conoscere altre città, paesi e, soprattutto, persone: passione
che asseconderà a lungo.
Proprio durante uno dei suoi viaggi, mentre è in crociera con la mamma
Henriette «tra le brume di Capo Nord»24, incontra il futuro marito. Le storie di
famiglia narrano di Edyth che, appoggiata a un ponte della nave, viene
avvicinata da un attraente uomo che le sussurra se può «prenderla per la vita».
Parole che, forse per un fraintendimento, inducono la giovane a capitolare25. Il
conquistatore è l’italiano Ulrico Arnaldi, nato a Genova il 12 marzo 1878,
dall’ingegnere Nicolò e da Rosa De Marchi26. È laureato in legge, giornalista del
quotidiano «La Tribuna» di Roma, iscritto al Tennis Club Parioli, uno dei più
esclusivi della capitale27, nonché «uno schermidore formidabile»28. Il matrimonio
24
C. SALARIS, Una donna…, cit., p. 27. Tuttavia, nel 2001, la Salaris scrive che Edyth von
Haynau: «Inseguendo il mito della solarità mediterranea, aveva viaggiato in Italia, dove
conobbe lo scrittore Ulrico Arnaldi». C. SALARIS, Incontri con le futuriste, in L. IAMURRI, S.
SPINAZZÈ (a cura di), L’arte delle donne: nell’Italia del Novecento, Roma, Meltemi Editore, 2001, p.
53.
25
La nipote Nicoletta riferisce che la frase usata da Ulrico è esattamente «prenderla per la
vita». La locuzione in tedesco equivale a una proposta di matrimonio, e non come afferma il
giornalista Lanza «cingerla per la vita»; v. C. LANZA, Rosa Rosà. Edyth, tra futurismo e femminismo,
storia di una donna versatile nelle arti, coraggiosa nelle battaglie civili, Roma, L’attimo fuggente editore,
2014, p. 65. Infatti Edyth si affretta a presentare il giovane alla mamma Henriette.
26
Dati ricavati dal registro degli atti di nascita dello Stato Civile del Comune di Genova, del
1878, visibile on line all’indirizzo internet::
http://www.antenati.san.beniculturali.it/v/Archivio+di+Stato+di+Genova/Stato+civile+ita
liano/Genova/Nati/1878/Ufficio+1+Parte+1/005127558_00179.jpg.html - ultimo accesso
gennaio 2016.
27
Come risulta dal sito del Club stesso.
http://www.tcparioli.it/index.php?option=com_content&view=article&id=49&Itemid=66
&lang=it – ultimo accesso maggio 2016.
28
«Ulrico Arnaldi, prima della guerra, viveva portando in giro per il mondo la sua anima di
poeta chiusa nella valigia ed era uno schermidore formidabile». A. F. FORMÍGGINI, Nota
dell’editore, in U. ARNALDI, Il ritorno dei mariti, Roma, Formíggini Editore, 1919, p. 11. Scrive
inoltre Lucia Re: «In addition to publishing for the newspaper La Tribuna, Ulrico Arnaldi,
who had a law degree but also wrote poetry and fiction, was a passionate sportsman (like
17
viene celebrato a Vienna il 28 novembre 1908, l’anno successivo al loro
incontro29. Gli sposi si stabiliscono a Roma, inizialmente con i genitori30 di
Ulrico, nel “villino Arnaldi,” al numero 4 della vecchia via di Porta Salaria31; più
tardi si trasferiscono poco lontano, in via Flavia 96, nel palazzetto di tre piani
che Edyth riceve come dote di matrimonio32.
Hanno quattro figli: il primogenito, Pietro, nasce il 7 agosto 1909, ad
Aigen in Austria; gli altri tre vengono al mondo tutti a Roma: Maria Enrichetta
il 12 ottobre 1910; Nicolò il 10 luglio 1913 e l’ultima, Franca, il 19 aprile 1915.
Dopo poco più di un mese dalla nascita di Franca, l’Italia entra in guerra33.
Anche Ulrico, a trentasette anni, viene «mobilitato in territorio dichiarato in
Federico Sancimino, nato nel 1978 a Pisa, in servizio presso la Guardia di Finanza, dopo aver
ricostruito il percorso bellico di un bisnonno durante la Grande Guerra, ha deciso di
pubblicare nel libro le cospicue informazioni raccolte.
34
Dal «1° Originale dello Stato di Servizio» dell’Ufficiale Ulrico Arnaldi risulta «chiamato in
servizio per mobilitazione» nella Brigata Liguria in data 16 maggio 1915; il successivo 25 è
inviato «in territorio dichiarato in istato di guerra»; il 6 luglio 1915 rientra al deposito del
Quarto Reggimento Genova Cavalleria; il 12 agosto seguente è inviato alla Terza Compagnia
Automobilisti Bologna del Terzo Reggimento Artiglieria da Campagna; il 25 novembre 1915
è promosso Capitano; il 30 marzo 1916 è inviato all’Undicesimo Autoparco quale
comandante del Trentaseiesimo Autoreparto; il 1 aprile 1917 è comandante del
Quarantaseiesimo Autoreparto; il 26 agosto 1917 è trasferito nella specialità Treni; il 5 giugno
1918 parte «dalla zona di guerra» e assume il comando della Quinta Compagnia
Automobilisti. È stato autorizzato a fregiarsi della «medaglia commemorativa nazionale della
guerra 1915-1918», di quella «a ricordo dell’Unità d’Italia» e della «medaglia interalleata della
Vittoria».
Come gentilmente segnalato per email da Federico Sancimino: dal 25 maggio al 1° luglio
1915 Ulrico Arnaldi si trova in zona di operazione più prossima alla linea del fronte (guerra di
trincea); dal successivo 2 luglio al 4 giugno 1918 è in zone logistiche di retrovia, in aree
comunque a rischio perché «almeno quelle più prossime al fronte potevano essere battute
dall’artiglieria nemica».
35
« [… Ulrico] was sent to the Austrian front but Edith seems to have felt no conflict of
allegiances between Austria and her new country of adoption». L. RE, D. SIRACUSA, Rosa
Rosà’s …, cit., p. 4.
36
C. SALARIS, Donne nel Futurismo. Dal 1920 al 1944, in I luoghi del Futurismo 1909-1944. Atti del
convegno nazionale di studio, Macerata 30-31 ottobre 1982, a cura di A. C. TONI, Roma,
Multigrafica, 1986, p. 193.
37
Tutti i figli degli Arnaldi von Haynau parlano anche il tedesco.
38
S. DE BEAUVOIR, Il secondo sesso, trad. di Roberto Cantini e Mario Andreose, Milano, Il
Saggiatore, 19727, p. 211: «Pochi compiti si avvicinano al supplizio di Sisifo più di quello della
massaia; giorno dopo giorno bisogna lavare i piatti, spolverare i mobili, rammendare la
biancheria, tutte cose che domani saranno di nuovo sporche, polverose, rotte».
19
Ed è proprio nei lunghi periodi che trascorre da sola, forse «assaporando il
gusto dell’indipendenza»39, che si riaccende in lei l’interesse, mai sopito, per
l’arte: inizia a interessarsi al futurismo. Al movimento dell’avanguardia italiana
che, in questo periodo, scuote, sovverte le visioni, e soprattutto le regole, in vari
campi: dalla letteratura all’arte, dall’architettura alla cucina, dando origine
perfino a un “movimento” politico.
Quale sia il trait d’union, l’anello di congiunzione tra Edyth e il movimento
dell’avanguardia italiana, si può soltanto ipotizzare. Non è finora emerso alcun
documento o scritto in cui poter rintracciare un indizio. Non si hanno
nemmeno testimonianze in merito. Si ritiene, comunque, per il momento, di
poter condividere l’interessante ipotesi avanzata da Lisa Hanstein, secondo la
quale l’eventuale collegamento potrebbe essere stato lo studio che Edyth aveva
in via Margutta40. Nella stessa strada aveva sede l’Associazione Artistica
Internazionale41, dove si incontravano regolarmente anche i futuristi romani42,
tra i quali Giacomo Balla: «Like Boccioni, Balla is listed as a member and visitor
to the Associazione Artistica Internazionale»43.
Edyth von Haynau, come è consuetudine tra le futuriste44, decide di
assumere uno pseudonimo e, come scrive Mario Verdone che la intervisterà
39
C. SALARIS, Incontri …, cit., p. 53.
40
Come scrive M. VERDONE, Disegni …, cit., p. 56.
41
Come risulta dalla ricerca effettuata, l’Associazione ha cessato l’attività intorno agli anni
Sessanta. La Dr.ssa Valentina Moncada di Paternò da oltre un decennio ne sta ricostruendo
l’archivio perduto e ha pubblicato il saggio L’Associazione Artistica Internazionale di via Margutta,
fulcro della vita culturale romana, in V. MONCADA DI PATERNÒ (a cura di), Atelier a via Margutta.
Cinque secoli di cultura internazionale a Roma, Torino, Umberto Allemandi & C., 2012, pp. 47-66.
A tutt’oggi non risulta il nome di Edith von Haynau, o Rosa Rosà, né tra i residenti degli
studi di via Margutta, né tra i frequentatori. Non si può escludere che in futuro emergano
documenti e testimonianze in merito. Si veda anche:
https://associazioneartisticainternazionale.wordpress.com - ultima consultazione gennaio
2016.
42
Il Futurismo approda ufficialmente a Roma nel 1911 quando il circolo artistico di via
Margutta ospita una conferenza di Boccioni sulla pittura futurista. Si veda anche Capitolo II,
pp. 70-72.
43
Cfr. L. HANSTEIN, Cit., p. 338, n. 25.
44
Come ad esempio: Futurluce (Elda Norchi), Magmal (Eva Khun) o Barbara (Olga Biglieri
Scurto); altre usano il solo nome proprio: Benedetta (Benedetta Cappa moglie di Marinetti) o
20
anni dopo, « […] lo colse in quello - Rosà - di una cittadina del Veneto
(Vicenza). Le piacevano i doppi nomi e fu dunque Rosa Rosà […] »45. Una
scelta che può apparire uno stucchevole richiamo floreale, poco consono al
dinamismo del movimento futurista, oppure, come afferma Lucia Re, rievocare
quel: « […] gioco di assonanze che ricorda Gertrude Stein: “A rose is a rose is a
rose …” […] »46.
Viste le risultanze delle ricerche anagrafiche, è suggestiva l’ipotesi che
fonte d’ispirazione possa essere stato anche il nome di battesimo della suocera,
Rosa Demarchi, reso più futurista dalla ripetizione, intuizione che le permise di
escogitare un particolare pseudonimo artistico che risuona, tra l’altro, «risoluto e
giocoso allo stesso tempo»47.
L’adozione del nome d’arte non nasconde in lei un «desiderio di cancellare
quasi le proprie radici»48 e tanto meno rappresenta, come accade per alcune
futuriste, «un vero e proprio mutamento di identità»49. Radici e identità saranno
sempre ben presenti, come avremo modo di constatare, nella vita di Edyth von
Haynau. Tanto è vero che la nipote Nicoletta ricorda come la nonna non abbia
mai abbandonato il suo accento austriaco e per i suoi figli abbia sempre scelto
balie e istitutrici di madre lingua tedesca.
Regina (Regina Cassolo Bracchi). Nel caso specifico di Eva Khun, Salaris ipotizza che
l’adozione dello pseudonimo sia «per difesa della privacy» in quanto «madre di famiglia e
moglie di Giovanni Amendola, l’intellettuale vociano e futuro ministro». C. SALARIS, La Roma
delle avanguardie. Dal futurismo all’underground, Roma, Editori Riuniti, 1999, p. 43.
45
M. VERDONE, Disegni …, cit., p. 52.
46
L. RE, Scrittura della metamorfosi e metamorfosi della scrittura: Rosa Rosà e il futurismo, in E.
GENEVOIS (a cura di), Les femmes-écrivains en Italie (1870-1920): ordres et libertés, Paris, Université
de la Sorbonne nouvelle-Paris III, 1994, p. 319.
La frase, che è tra le citazioni più famose di Gertrude Stein, è contenuta nel suo poema Sacred
Emily, scritto nel 1913 e pubblicato nel 1922 nel libro Geopraphy and Plays. Molteplici sono le
chiavi di lettura date alla ripetizione della parola che accresce e amplia il significato: da “le
cose sono quelle che sono” ad “anche già utilizzando soltanto il nome di una cosa,
immediatamente si evocano le emozioni a essa associate”.
47
F. ZOCCOLI, I colori …, cit., p. 118.
48
C. SALARIS, Una donna…, cit., p. 27.
49
L. GIACHERO, I capricci …, cit., p. 137.
21
I.5. La collaborazione con «L’Italia Futurista»
50
Per gli articoli, le novelle, i racconti etc. si rimanda al Capitolo IV; qui si richiamano quali
elementi che compongono la biografia.
51
F. T. MARINETTI, Come si seducono le donne, Firenze, Edizioni da Centomila copie, 1917.
52
C. BELLO MINCIACCHI, Scrittrici della prima avanguardia: concezione, caratteri e testimonianze del
femminile nel futurismo, Firenze, Le Lettere, 2012, p. 117.
53
Per Claudia Salaris, Rosa Rosà potrebbe essere l’autrice di un altro articolo che esce su
«Roma futurista» a firma di «una donna futurista da quasi sette anni»: il testo ricorda «il piglio
e la vivacità di Rosà». Su questo punto v. Capitolo IV.
22
seduzione. Se da un lato è da sottolineare l’ammirevole volontà del fondatore e
leader del Futurismo di concedere spazio al dissenso interno, dall’altro non si
può non notare come il suo atteggiamento di base non ne venga minimamente
scalfito.
La collaborazione con «L’Italia Futurista» prosegue con il disegno
Conflagrazione Geometrica, stampato in prima pagina il 7 ottobre; un paio di
settimane dopo viene pubblicato il suo apprezzamento per l’ultima opera di
Settimelli: «Le sue Mascherate mi piacciono intensamente»54; infine l’unico
esperimento parolibero di Rosà, Parole in libertà (Ricevimento - Thè - Signore - Nessun
Uomo), esce il 9 dicembre, in terza pagina del penultimo numero dell’anno 1917.
Questa tavola, oltre a esprimere apertamente il «sentimento antiborghese»55
dell’autrice:
Sempre nel 1917, a cura dello Studio Editoriale Lombardo di Milano, esce
la seconda edizione del libro di Bruno Corra, Sam Dunn è morto, illustrato con sei
disegni di Rosa Rosà. Per Franca Zoccoli, uno di questi disegni:
[…] quello con case ondeggianti, presenta strette somiglianze con un dipinto di
[Chaïm] Soutine, Case, del 1920 (Museo Dell’Orangerie, Parigi). Talvolta
l’illustratrice è stata influenzata dal pittore lituano, ma in questo caso sembra sia
avvenuto il contrario, dato che il suo disegno precede di tre anni l’opera del
maestro nordico57.
Nel 1918, quando Rosa Rosà ha 34 anni, è dato alle stampe, a cura dello
Studio Editoriale Lombardo, il suo romanzo Una donna con tre anime. Diverrà, nel
54
Si tratta del volume di E. SETTIMELLI, Mascherate, Firenze, Edizioni de «L’Italia Futurista»,
1917; l’apprezzamento di Rosa Rosà è tra quello di altre autrici: Le poetesse italiane e l’ultimo libro
di Settimelli, in «L’Italia Futurista», a. II, n. 31, 21 ottobre 1917, p. 3.
55
Su questo aspetto di Edyth von Haynau v. Capitolo IV.
56
M. BENTIVOGLIO, Da pagina a spazio, in M. BENTIVOGLIO, F. ZOCCOLI, Cit., p. 39.
57
F. ZOCCOLI, I colori …, cit., p. 150.
La città è argomento frequente nell’opera tanto figurativa che letteraria di Rosa Rosà.
23
corso degli anni, il più famoso, ripubblicato, studiato e analizzato scritto
dall’autrice58. Questa prima edizione contiene anche le novelle La sarabanda e
L’infermiere.
Nello stesso anno, a cura delle Edizioni «L’Italia Futurista» di Firenze, è
pubblicato il libro di Mario Carli59 Notti filtrate. Il volume comprende dieci
liriche dell’autore e dieci disegni, stampati in azzurro60, di Rosa Rosà. Tutto il
libro è elogiato da Marinetti che, in una lettera a Carli del luglio 1918, scrive:
Nei disegni, che non hanno attinenza al testo scritto, «la fantasia e lo
slancio inventivo della nostra artista raggiungono il culmine»62.
In effetti Marinetti manifesta in più occasioni la sua stima per lei, come
quando la definisce «donna di molto ingegno […] la geniale viennese sposata a
scrittore italiano che firma disegni e novelle con lo pseudonimo Rosa Rosà»63.
Però non tutti apprezzano la sua espressione artistica, tanto che il futurista
Primo Conti, chiamato a esprimersi sul lavoro di Rosa Rosà, anni dopo ricorda:
58
Si veda il capitolo IV.
59
Mario Carli (1888-1935) scrittore, giornalista e infine diplomatico. Aderisce al ‘secondo’
futurismo fiorentino. Redattore de «L’Italia Futurista». Da settembre del 1918 fonda, insieme
a Marinetti e Settimelli, «Roma Futurista» giornale del partito politico futurista sul quale esce
il Manifesto del partito futurista. A novembre dello stesso anno dà vita all’Associazione degli
Arditi. A maggio del 1920 esce dai fasci di combattimento, ma entra, insieme a Marinetti e
altri futuristi, nel 1923 nel fascismo. Firmatario del Manifesto degli intellettuali fascisti, del 1925, è
nominato console a Porto Alegre in Brasile: un modo di accantonare un «esponente
pericoloso» del primo fascismo. Muore a Roma nel 1935. Cfr. Cronologia della vita e delle opere,
in M. CARLI, Notti filtrate e altri scritti, a cura di F. MAGLIUOLO, Napoli, Marchese editore,
2009, pp. XXXVII-XLI.
60
Il colore preferito da Edyth, come si legge in C. LANZA, Cit., p. 95.
61
M. CARLI, F. T. MARINETTI, Lettere futuriste tra arte e politica, a cura di C. SALARIS, Roma,
Officina Edizioni, 1989, p. 50.
62
F. ZOCCOLI, I colori …, cit.,, p. 152.
63
F. T. MARINETTI, A. VIVIANI, Firenze biondazzurra sposerebbe futurista morigerato, a cura di P.
PERRONE BURALI D’AREZZO, Palermo, Sellerio Editore, 1992, p. 130.
24
Lei faceva delle cose stilizzate che a me non piacevano. Ero molto severo nel
giudicare i valori dei suoi disegni. Un disegno deve essere un disegno. Io ero
abituato alle caricature di Carrà, e Soffici, di Picasso, e quel vagheggiare di segni
filiformi alla Toorop, quello stilismo da giornalino alla moda mi dava sui nervi. E
non amavo vedermela arrivare allo studio. Ero un caratteraccio peggio di ora,
quando ero giovane!64
E dire che Rosa Rosà, invece, in una lettera di ringraziamento per un suo
libro appena ricevuto, scrive a Primo Conti: «L’Italia e il Futurismo hanno
bisogno di personalità come la sua […] e sono certa che lei […] darà ancora
infinite e ricchissime manifestazioni del suo ingegno - duplice!»65
Tra elogi e critiche, espressi anche nel corso del tempo, la sua attività
prosegue intensa e, nel periodo maggio-giugno del 1918, espone, unica donna
assieme a Maria Grandinetti Mancuso66, alcune opere alla Mostra d’Arte
Indipendente pro Croce Rossa organizzata da Enrico Prampolini, presso la Galleria
de «L’Epoca»67 in via del Tritone a Roma68.
La sera dell’8 ottobre, Edyth ha occasione di incontrare Marinetti a casa di
Antonio Maraini, cugino del marito Ulrico69.
64
P. CONTI, La gola del merlo. Memorie provocate da Gabriel Cacho Millet, Firenze, Sansoni, 1983,
p. 156.
65
ROSA ROSÀ, Lettera parzialmente pubblicata datata soltanto «Roma 20 dicembre»,
attualmente in “Fondazione Primo Conti, Fiesole, Archivio Primo Conti” FC/AC. Fondo
AC/Corrispondenza.
66
Cfr. P.P. PANCOTTO, Artiste a Roma nella prima metà del ‘900, Roma, Palombi Editori, 2006,
p. 18. Mostra di grande rilievo assieme ad artisti del calibro di Carrà, de Chirico, Benvenuto
Ferrazzi, Prampolini, Riccardi, Soffici e Tartaglia-Jakulitich.
67
Alla mostra sono state esposte per la prima volta opere dell’arte metafisica. Il manifesto
dell’esposizione, restaurato, è parte della collezione: Fondi iconografici della Biblioteca di
Storia moderna e contemporanea e del Museo centrale del Risorgimento di Roma; è visibile
al sito:
http://www.internetculturale.it/jmms/iccuviewer/iccu.jsp?id=oai%3Awww.internetculturale
.sbn.it%2FTeca%3A20%3ANT0000%3ARM0255_DIG_4892&mode=all&teca=MagTeca+
-+ICCU.
68
Cfr. F. ZOCCOLI, I colori …, cit., p. 154; P. SICA, Futurist Women: Florence, Feminism and the
New Sciences, London, Palgrave Macmillan, 2015, p. 185.
69
Questo è il primo incontro tra i due di cui sia, fin qui, emersa documentazione. Marinetti, il
precedente 11 settembre, cita già Maraini nei suoi Taccuini: «Vado a pranzo Regg. Novara a
Grumole delle Badesse. Trovo Maraini tenente effettivo fratello del critico d’arte cugino della
Signora Arnaldi». Mentre l’8 ottobre, al ritorno da Monticello Conte Otto (Vicenza), annota:
«Antonio Maraini ha sposato una Inglese mezza letterata. Sono stato da lei colla S. ra Arnaldi».
F.T. MARINETTI, Taccuini: 1915-1921, a cura di A. BERTONI, Milano, Società editrice il
25
Intanto, il 4 novembre 1918 si chiudono le ostilità tra Italia e Austria, il
successivo 11 novembre, con l’armistizio tra gli Alleati e la Germania, la Grande
Guerra termina definitivamente70.
Al di là dell’impegno nella smobilitazione, Marinetti è presente anche a
Roma dove Edyth lo incontra il pomeriggio del 10 dicembre, come egli stesso
nei suoi Taccuini annota: «Galleria Bragaglia spiego Alfabeto a sorpresa a Caiumi e
alla S.ra Arnaldi»71.
Nel 1919 Edyth, ancora con lo pseudonimo di Rosa Rosà, pubblica,
presso l’editore milanese Facchi, Non c’è che te. Una donna con tre anime e altre
novelle. Le novelle a cui fa riferimento il titolo sono: Chiaro di luna, Inseguimento,
L’eroe e l’antieroe. Il volume include anche il racconto L’acquario, che è una
rivisitazione di Romanticismo sonnambulo, uscito due anni prima su «L’Italia
Futurista».
Nello stesso anno e per lo stesso editore, escono due libri: il primo, una
raccolta di scritti di Bruno Corra, Madrigali e grotteschi, contiene anche nove
Mulino, 1987, pp. 342 e 367. Il curatore dell’opera, alla nota 172 di p. 587, precisa: «Il critico
d’arte - e scultore - Antonio Maraini (1886-1963), per molti anni segretario generale delle
Biennali Veneziane e, in seguito, anche ideatore del Festival cinematografico».
Antonio Maraini figlio di Enrico (1855-1938) e di Luisa Arnaldi (1858-1944) ha sposato Yoï
Pawlowska Crosse (1877-1944, padre inglese e madre polacca), meglio conosciuta come Yoï
Maraini o Yoï Pawlowska, modella e scrittrice: sono i nonni paterni della nota scrittrice Dacia
Maraini. Antonio è stato anche deputato nella XXIX Legislatura del Regno d’Italia (28 aprile
1934 - 2 marzo 1939) e nella XXX Legislatura del Regno d’Italia (23 marzo 1939 - 2 agosto
1943). http://storia.camera.it/deputato/antonio-maraini-18860405/leg-regno-XXIX#nav.
70
Come afferma Alessio Fornasin: «Dopo quasi cento anni, molti aspetti della Grande guerra
sono ancora poco conosciuti. Anche risultati che sembrano essere consolidati, a cominciare
dal numero delle vittime del conflitto, a ben guardare presentano non pochi aspetti oscuri».
A. FORNASIN, Le perdite dell’Esercito italiano nella Prima guerra mondiale,
http://web.uniud.it/dipartimenti/dies/working-papers-dies/wp-da-
scaricare/wp01_2014.pdf - ultimo accesso marzo 2016.
Tuttavia, «Nel triennio di guerra e nel biennio successivo (necessario alla smobilitazione
definitiva dell’esercito di guerra) furono interessate le classi di nascita dalla 1874 alla 1900, per
un totale di circa cinque milioni e mezzo di uomini (fatti salvi i volontari di classi più anziane
o giovani con minimo d’età di 17 anni». F. SANCIMINO, Cit., p. 40.
71
F.T. MARINETTI, Taccuini …, cit., p. 396.
Il curatore dell’opera, in riferimento all’Alfabeto a sorpresa, alla nota 218 di p. 591, spiega: “Tale
riferimento andrà evidentemente collegato alla successiva elaborazione, da parte di M. e
Cangiulo, del manifesto Il teatro della sorpresa (11 ottobre 1921), in cui si affermava: « … diamo
una importanza assoluta al valore di sorpresa. Tanto più che dopo tanti secoli pieni di opere
geniali, le quali (ognuna al sua apparire) sorpresero, oggi è difficilissimo sorprendere».”
26
disegni di Rosa Rosà e tre di Arnaldo Ginna; il secondo, un libro di racconti di
Arnaldo Ginna stesso, Le locomotive con le calze, è corredato da sette illustrazioni
dell’autore e tre disegni di Rosa Rosà72. Il libro è una raccolta di tredici racconti
concatenati a formare una sorta di romanzo protosurrealista; ogni capitolo
prende le mosse da libere associazioni che fluiscono una nell’altra in una
dinamica sequenza di situazioni fantastiche di sapore cinematografico73.
Sempre nel 1919, alcuni suoi disegni sono presentati alla Grande
Esposizione Nazionale Futurista, che si tiene, a far data dal 22 marzo, nelle città
di Milano, Genova e Firenze74.
La sua produzione artistica suscita ammirazione tanto che Maria Ginanni75
nel suo libro Il poema dello spazio, ancora del 1919, dedica a lei la poesia
Assorbimenti con la frase: «Alla geniale Rosa Rosà, teneramente»76.
Questo è un anno particolarmente creativo. In una lettera77 che scrive a
Emilio Settimelli, il 4 novembre da Salsomaggiore, racconta: «A Vallombrosa
ho fatto delle illustrazioni per mille e una notte fantastiche». Le immagini
«fantastiche» illustreranno due libri di racconti orientali che usciranno tre anni
dopo.
72
Cfr. C. SALARIS, Una donna…, cit., p. 86.
73
Cfr. http://www.ginnacorra.it/ginna/racconti_commedie.html
74
Cfr. C. SALARIS, Una donna…, cit., p. 28.
Non può che essere questa la mostra alla quale Edyth si riferisce nella lettera a Settimelli del
1921, in cui lamenta la mancata restituzione delle proprie opere, collocandola erroneamente a
memoria nel 1918. ROSA ROSÀ, Lettera a Emilio Settimelli, Roma 11 aprile 1921, attualmente
in “Fondazione Primo Conti, Fiesole, Fondo Emilio Settimelli”- FPC ES.C. 144 ES. Fondo
ES/Corrispondenza.
75
Genialità che la Ginanni tuttavia non ritrova nell’ultimo racconto di Edyth tanto che,
rivolta a Marinetti, afferma: « […] quel suo ultimo racconto non va proprio non va e mi pare
scritto male». Da F. T. MARINETTI, Firenze biondazzurra …, cit., p. 130.
76
Cfr. C. SALARIS, Le futuriste. Donne e letteratura d’avanguardia in Italia (1909/1944), Milano,
Edizioni delle donne, 1982, p. 69.
77
ROSA ROSÀ, lettera a Emilio Settimelli, Salsomaggiore 4 novembre 1919, attualmente in
“Fondazione Primo Conti, Fiesole, Fondo Emilio Settimelli” - FPC ES.C. 143 ES. Fondo
ES/Corrispondenza.
Questa lettera, come quella del 2 settembre 1923, sono degli inediti assoluti per i quali è stata
ottenuta l’autorizzazione alla pubblicazione parziale.
27
Come testimoniato dagli appunti che Marinetti annota, nel 1920 ci sono
varie occasioni d’incontro tra lui e la Rosà. Il 20 febbraio si riferisce ancora a lei
come «La Sra Arnaldi»78 durante un ricevimento, nella sede romana del periodico
«La Donna. Rivista quindicinale femminile»79, organizzato dal direttore della
testata Caimi. Appena il giorno successivo si incontrano alla Casa d’Arte Italiana
di Prampolini80, e Marinetti la annovera tra le «Le signore Arnaldi Cinciari
Danesi Waltuch Pergamen»81.
Il successivo giorno 4 maggio, al Circolo Roma-Parigi di Palazzo Doria in
Piazza Grazioli, dove ci sono «molte signore eleganti», Marinetti ricorda: «Dico
78
F.T. MARINETTI, Taccuini …, cit., p. 471.
79
La rivista si rivolgeva alle donne italiane della media borghesia; fondata nel 1905, prima
quindicinale poi mensile, come supplemento illustrato dei giornali «La Stampa» e «La
Tribuna». Nell’ambito dei periodici femminili dei primi del Novecento, non era soltanto «un
semplice contenitore di notizie e immagini» bensì «un complesso sistema di comunicazione
dell’età liberale, che attraverso le notizie e le immagini fotografiche» ci consegna oggi «una
miniera di documentazione utile a ricostruire» le biografie sia di donne illustri che meno note
come scrittrici, artiste, attrici consentendo così anche di cogliere i «cambiamenti in atto nella
società» dell’epoca. Cfr. D. ALESI, «La Donna» 1904-1915. Un progetto giornalistico femminile di
primo Novecento, in «Italia contemporanea», Milano, 2001, fascicolo 222, pp. 43-64. «A partire
dal 1923, il periodico stemperò i toni emancipazionisti delle origini». R. DE LONGIS, Stampa
femminile, in V. DE GRAZIA, S. LUZZATO (a cura di), Dizionario del fascismo, Torino, Giulio
Einaudi Editore, 2003, pp. 681-685 (il virgolettato a p. 682). In precedenza la rivista era stata
pubblicata dal 1868 al 1891: in proposito si veda R. BUFANO, L’influenza di Mazzini sul periodico
“La Donna” (1868-1891), in F. TARICONE, R. BUFANO (a cura di), Pensiero politico e genere
dall’Ottocento al Novecento, Lecce, Almatea edizioni, 2012, pp. 141-183.
80
L’incontro avviene senz’altro nella sede di vicolo San Nicola da Tolentino (Roma) dove
all’epoca era la Casa d’Arte che, fondata da Enrico Prampolini e Mario Recchi nel loro studio
dopo la Mostra d’Arte Indipendente del maggio 1918, è stata poi trasferita in via Francesco
Crispi e inaugurata il 23 ottobre 1920. Notizie tratte da E. ORI, Enrico Prampolini tra arte e
architettura. Teorie, progetti e Arte Polimaterica, Alma Mater Studiorum Università di Bologna,
Dottorato di ricerca in Architettura, 26 Ciclo, 2014, p. 15.
«Pur trattandosi di atelier-laboratori-officine in collegamento anche con strutture produttive
più avanzate, le Case d’Arte futuriste non sono prive di una certa atmosfera di accogliente
familiarità. E ciò è largamente dovuto alla presenza femminile». K. COSSETA, Ragione e
sentimento dell’abitare: la casa e l’architettura nel pensiero femminile tra le due guerre, Milano,
FrancoAngeli, 2000, p. 80.
Fondate dopo la Grande Guerra, tra gli anni Venti e Trenta, le Case d’Arte futuriste, nascono
in molte città italiane. Alla loro realizzazione concorrono attivamente mogli, figlie o
compagne degli artisti uomini. Le più famose Case sono quella di Fortunato Depero a
Rovereto e di Giacomo Balla a Roma. Entrambi firmatari del manifesto «Ricostruzione
futurista dell’universo» del 1915. Le realizzazioni artistiche operate all’interno delle Case sono
fondative per quello che diverrà il grande design italiano: la ricostruzione e la reinvenzione
degli spazi e, soprattutto, degli arredi della casa.
81
F.T. MARINETTI, Taccuini …, cit., p. 472.
28
alla Sra Arnaldi spiritosa e intelligente che Greppi è il redattore capo del Secolo o
meglio il corrispondente del Secolo trapassato che guarda queste gambe
modernissime»82. Sul redattore, Marinetti ha poco prima annotato: «Il vecchio
Greppi guarda coll’occhialino dal fondo dei secoli le gambe nude di Myosa [la
danzatrice che si sta esibendo]»83.
L’ultimo incontro riportato nei Taccuini avviene tra i giorni 6 e 9 maggio:
«Vado dalla Contessa Elti. Esco con lei e la Sra Arnaldi»84.
Nel 1921, a marzo, espone «dipinti, collage, arte decorativa»85 in una
mostra al Lyceum86 di Roma87 riscuotendo un notevole successo di pubblico; le
sale, come scrive Bianca Paulucci88 sulla rivista «La Donna», restano «aperte
oltre il termine convenuto» per permettere a una «folla di ammiratori e critici» di
apprezzare «le fantastiche illustrazioni per le Mille e una notte, i suggestivi ritratti
con carta intagliata e colorata, ecc., non meno che le forti macchiette disegnate
con pochi tocchi di penna»89.
82
Ivi, p. 481.
83
Ivi, p. 480.
84
Ivi, p. 482.
85
P. P. PANCOTTO, Cit., p. 88.
86
Il Lyceum romano, costituito nel novembre 1910, dopo quello di Firenze e Milano,
«coll’intento di incoraggiare la donna agli studi e alle opere letterarie, artistiche, scientifiche e
umanitarie». Diviso in sette sezioni tematiche, era collegato alla rete internazionale di circoli
simili iniziata, a Londra nel 1904. Era uno spazio in cui le donne, appartenenti all’aristocrazia
e all’alta borghesia dalla capitale, potevano vedersi, parlare e partecipare a esposizioni d’arte o
concerti. Durante la Guerra fu trasformato «in laboratorio per pacchi ai prigionieri». Cfr.
«Lyceum» Romano, «Almanacco della Donna Italiana», 1920, p. 278; M. MAGRI ZOPEGNI, Il
Lyceum di Roma, in «La Donna italiana. Rivista mensile di lettere, scienze, arti e movimento
sociale femminile», VI, 11 novembre, 1929, Roma, pp. 622-625; S. SPINAZZÈ, Donne e attività
artistica durante il Ventennio, in L. IAMURRI, S. SPINAZZÈ (a cura di), Cit., p. 121.
87
Cfr. M. VERDONE, Disegni …, cit., p. 56; F. ZOCCOLI, I colori …, cit., p. 152, n. 25.
88
Bianca Paulucci nasce a Roma nel 1879, dopo la laurea in Lettere e filosofia, si dedica al
giornalismo collaborando con «La Tribuna», per cui cura le cronache delle attività culturali
del Lyceum club romano nonché la pagina mensile intitolata Vita femminile «in cui alterna
segnalazioni ragionate sulle iniziative del movimento delle donne in Italia e in Europa con
riflessioni su questioni notevoli dell’emancipazionismo». Cfr. D. ALESI, Cit., pp. 43-63.
89
B. PAULUCCI, Al Lyceum romano, in «La Donna. Rivista quindicinale femminile», XVII, 347,
5 aprile 1921, Torino-Roma, s.p.
29
Inoltre, nella rubrica Asterischi de «La Tribuna», si legge tra l’altro che
«Rosà ha fuor di dubbio un privilegiato temperamento di artista, tanto che si
accettano da lei, e quasi si ammirano, dei lavori che, passati per altre mani,
finirebbero per irritare» e che le tempere de Le Mille e una notte «sono
simpaticissime perché fantastiche nella composizione e anche un poco nei
colori»90.
Il successo, naturalmente, dà soddisfazione a Rosa Rosà, tanto che nel
successivo mese di aprile, in una lettera, rende partecipe Settimelli della sua
affermazione artistica. Nella missiva confida anche di non voler più scrivere
sentendosi troppo scoraggiata dal dover far comunque rivedere la forma in
italiano dei suoi componimenti. In realtà, tali difficoltà non fermeranno per
sempre la sua attività letteraria. In questo momento, trova pieno risarcimento
morale nell’illustrazione di copertine per libri, e in un’ampia gamma di
produzioni grafiche e plastiche come ceramiche e clichés per la stampa di stoffe
in cui concentra tutte le sue energie creative91. Il suo eclettismo, nel corso degli
anni, si manifesta nelle forme più diverse fino all’illustrazione di programmi del
cinema, biglietti augurali e carte geografiche92.
Nel maggio successivo, sulla rivista di Roma «Cronache d’attualità. Arte,
scienza, letteratura, teatro, mode, sport, mondanità», esce il suo disegno
«Danzatrice»93 che illustra la novella Uno, nessuno, centomila di Luigi Pirandello.
90
Rosà al Lyceum, «La Tribuna», rubrica: Asterischi, Roma 10 marzo 1921, p. 3.
91
Cfr. ROSA ROSÀ, Lettera a Emilio Settimelli, Roma 11 aprile 1921, attualmente in
“Fondazione Primo Conti, Fiesole, Fondo Emilio Settimelli”- FPC ES.C. 144 ES. Fondo
ES/Corrispondenza.
92
Cfr. M. VERDONE, Disegni …, cit., p. 56. Tra le illustrazioni di libri filosofici o ideologici
realizzate da Rosa Rosà, Verdone cita quelli di: ARMAND CARLINI, La filosofia di Locke;
ENRICA CARPITA, Educazione e religiosità in Maurice Blondel; e ALDEMIRO CAMPODONICO, La
Russia dei Soviet, per Vallecchi di Firenze e quelle create per i volumi di GIUSEPPE LIPPARINI,
Le fantasie della giovane Aurora; ALFRED DOEBLIN, Berlin-Alexanderplatz e ALFRED NEUMANN,
Il patriota.
93
Il «piccolo e prezioso disegno» è stato esposto alla mostra «Lavoro di donna. Tra necessità
e virtù chiaroscuri del lavoro femminile. 150 anni di immagini della Biblioteca di Archeologia
e Storia dell’Arte», nella vetrina Donne D’arte: da Artista Invisibile ad Artista con pari visibilità, che
si è tenuta a Roma, presso la Sala della Crociera del Ministero per i Beni e le Attività culturali,
30
Nel 1922 vengono pubblicati due importanti libri con le sue illustrazioni in
bianco e nero e a colori: Tausend und eine Nacht (Le Mille e una Notte) e Das
persische Papageienbuch94 (Il libro persiano del Pappagallo), a cura di Ernst Roenau,
editi da Artur Wolf Verlag di Vienna, per i tipi della Gesellschaft für graphische
Industrie, Wien VI.
Le illustrazioni in bianco e nero de Il libro persiano del Pappagallo vengono
esposte ad aprile dello stesso anno al Lyceum di Roma95.
Le mostre al Lyceum sono favorevolmente recensite dalla giornalista Maria
Fiumi96, nella rubrica Personalità femminili della rivista «La Donna». Nell’articolo i
disegni di Rosa Rosà sono giudicati come l’opera di una «artista originale,
creatrice squisita di un suo mondo cui è riuscita a imprimere il segno sicuro
della personalità» e, soprattutto, «ha raggiunto quel che più importa in arte per
poter camminare liberamente: essere sé stessa». Nelle sue illustrazioni si può
riconoscere «subito il personalissimo stile di Edith Arnaldi: Rosà»97.
Sempre nel 1922, Rosa Rosà è presente tra gli artisti italiani della Grande
Esposizione Futurista Internazionale di Berlino98.
dal 13 giugno al 17 ottobre 2011. Il catalogo della mostra è visibile anche in formato pdf
all’indirizzo internet:
www.archeologica.librari.beniculturali.it/getFile.php?id=188. - ultimo accesso gennaio 2016.
In particolare la parte relativa a Rosa Rosà si trova a p. 23.
94
Visibile all’indirizzo web:
https://archive.org/details/daspersischepapa00roenuoft. - ultimo accesso febbraio 2016.
95
Cfr. P. P. PANCOTTO, Cit., p. 92; e F. ZOCCOLI, I colori …, cit., p. 152, n. 25.
96
Maria Luisa Fiumi (Orvieto 1890-1966) ha collaborato a molti periodici e riviste italiane. A
Roma, per alcuni anni ha diretto «Rassegna nazionale». Ha pubblicato raccolte di liriche e di
novelle, romanzi (L’ignoto, 1920; Terra di lupi, 1933; ecc.), e libri di vario argomento, specie
sull’Umbria. Cfr. http://www.treccani.it/enciclopedia/maria-luisa-fiumi/ Le pagine del
periodico futurista umbro «Griffa!» sovente annuncia le sue pubblicazioni, come «il volume
di liriche» Solitudine; il romanzo L’ignoto; e finanche la conferenza tenuta dalla Fiumi, la sera
del 31 marzo 1920 nella sala del Lyceum di Roma, dal titolo Femminilità e colore. Cfr. M.
DURANTI, A. PESAOLA (a cura di), «Griffa!» una rivista futurista del 1920, Roma, Gangemi
Editore, 2010.
97
M. L. FIUMI, Edith Arnaldi (Rosà), in «La donna. Rivista quindicinale illustrata», 20 maggio
1922, pp. 23-24.
98
Cfr. C. SALARIS, Una donna…, cit., p. 28.
31
I dieci grandi cartoni delle tavole a colori de Le Mille e una Notte sono poi
acquistati dalla Casa I. Wisotsky di Chicago e pubblicati, nel 1923, con testo
inglese99. La copertina dell’edizione tedesca è, per Mario Verdone, uno degli
esempi più puri di quanto confidatogli da lei: «La mia vera passione è stato il
disegno in bianco e nero»100.
Nello stesso anno alcune sue illustrazioni sono presenti alla Prima
esposizione internazionale delle arti decorative, nella sezione della Mostra degli adornatori
del libro, che si tiene, da maggio a ottobre, nella Villa Reale di Monza: nell’elenco
degli artisti il suo nome è riportato come Arnaldi Edith Rosa101.
Mentre l’Italia, dopo la marcia su Roma, si avvia verso il regime fascista, il
2 settembre 1923, in una lettera102 a Emilio Settimelli, Edyth piena di
entusiasmo così lo informa:
Sa che ora faccio copertine per romanzi di Vallecchi? Ho fatto molti modelli per
una fabbrica di Ceramiche e molti ritratti ed altro. Che piacere se venisse a Roma
e quante cose a farle vedere!-
[…] è vero che Marinetti è sposato? ? con chi? Lo sento dire da tutte le parti. Ma
possibile?-Mi sembra una mostruosità contro natura!!! - Marito!.
99
Cfr. la seconda di copertina di E. ARNALDI, Eterno mediterraneo, Roma, Sepa, 1964.
100
Cfr. M. VERDONE, Disegni …, cit., p. 56. Inoltre Verdone annovera le illustrazioni
realizzate da Rosa Rosà per i due libri di favole orientali «tra i suoi lavori più felici».
101
CASA EDITRICE D’ARTE BESTETTI & TUMMINELLI (a cura di), Prima esposizione internazionale
delle arti decorative. Consorzio Milano-Monza Umanitaria. Catalogo, Firenze, Bestetti & Tumminelli,
1923, pp. 160 e 165.
102
ROSA ROSÀ, lettera a Emilio Settimelli, s.l. [Roma] 2 settembre [1923], attualmente in
“Fondazione Primo Conti, Fiesole, Fondo Emilio Settimelli”- FPC ES.C. 144 ES. Fondo
ES/Corrispondenza.
32
Infine, dopo reiterati tentativi, nella speranza di rientrare in possesso dei
disegni esposti nella città meneghina nel 1919, cerca di concludere l’operazione
coinvolgendo lo stesso Settimelli:
103
Indubbiamente qui si riferisce a una delle due sorelle Angelini, Marietta o Nina: le
“fedelissime cameriere” erano già alle dipendenze dei genitori di Filippo Tommaso Marinetti
che le ‘eredita’. Sono state le prime donne a sostenere il futurismo: Marietta, oltre ad aver
scritto anche diverse tavole parolibere, è stata la prima poetessa futurista.
104
«La nonna - riferisce la nipote Nicoletta Brunelli - non mi ha mai parlato del Futurismo,
dei suoi scritti, dipinti e libri. La mia impressione è che la sua adesione al movimento sia stata
33
Il futurismo non è il solo capitolo a chiudersi in questo periodo nella vita
di Edyth: si separa dal marito, dall’attraente italiano che l’aveva «presa per la
vita». Edyth ormai non sopporta più quella “presa”: come sembra distante il
tempo in cui, da Salsomaggiore, annuncia a Settimelli: «Tra giorni arriva mio
marito qui»106; e con quale orgoglio, un paio di anni dopo, scrivendo107 sempre a
Settimelli da Roma, parla di se stessa e di Ulrico come di una coppia
contraddistinta da un grande fermento creativo!
Se anni prima era stata la Guerra a cambiare le vite di entrambi108, seppure
senza dividerli, ora il matrimonio naufraga, ma soltanto dopo la fine
dell’esperienza futurista di Edyth, al contrario di quanto afferma Salaris109. Il
radicale cambiamento che la nobildonna austriaca imprime alla sua vita in
questo periodo coincide anche con l’uscita dal movimento.
Naturalmente la loro è una separazione di fatto dal momento che, in Italia,
all’epoca non è ancora possibile divorziare.
Il 4 ottobre del 1926, a Vienna, muore il padre di Edyth.
un fatto avvenuto anni prima e che ormai era da considerare come “un capitolo chiuso”.
Oppure che non abbia mai voluto dare molta importanza al fatto».
105
F. ZOCCOLI, I colori …, cit., p. 155.
106
ROSA ROSÀ, lettera a Emilio Settimelli, Salsomaggiore 4 novembre 1919, attualmente in
“Fondazione Primo Conti, Fiesole, Fondo Emilio Settimelli” - FPC ES.C. 143 ES. Fondo
ES/Corrispondenza.
Da pochi mesi era uscita, per i tipi di Formíggini, la seconda edizione del più famoso libro di
Ulrico, Il ritorno dei mariti. La prefazione è datata maggio 1919.
107
EDYTH ARNALDI, lettera a Emilio Settimelli, Roma 11 aprile 1921, attualmente in
“Fondazione Primo Conti, Fiesole, Fondo Emilio Settimelli”- FPC ES.C. 144 ES. Fondo
ES/Corrispondenza.
108
In effetti Ulrico rientrato dal fronte, come gli altri reduci, trova cambiate sia la società che
la donna, e proprio su questo scrive Il ritorno dei mariti pubblicato, a Roma nel 1919 da
Formíggini. Nello stesso anno e per lo stesso editore esce anche la raccolta di versi Accidenti
alla poesia. Altre opere di Ulrico Arnaldi, presenti nell’Opac Nazionale, sono: Rossi, bianchi e
tricolori, Firenze, Vallecchi, 1920; Mara era fatta così (romanzo), Milano, Treves, 1922; Il
canzoniere della tristezza, Milano, Treves, 1924; La scatola dei sogni (romanzo) Milano, Treves,
1926; La gioia di pensare, Milano, Treves, 1933; Una morte: Dario Niccodemi, Milano, Treves,
1934.
109
C. SALARIS, Preferisco l’ascensore, in «Lapis. Percorsi della riflessione femminile», marzo 1990,
n. 7, pp. 84-93; ID., Incontri …, cit., p. 53.
34
Nel 1930 si interrompe il silenzio sulla sua attività artistica tanto che, con il
nome Edith Arnaldi, firma il quadro Anticolana alla fonte: un olio su tela
attualmente esposto presso il Museo Civico d’Arte Moderna e contemporanea
di Anticoli Corrado110. Nel novero della sua poliedrica produzione trovano
spazio anche le scene della pièce teatrale per ragazzi «La fontana della vita»111.
È ormai evidente l’abbandono della cifra stilistica futurista a favore di una
forma espressiva più pacata e realistica «alquanto distante dalla sinuosa eleganza
che aveva distinto le sue prove aurorali»112.
Dal 22 dicembre 1932 fino al gennaio seguente, al Canova Club di Roma,
presso il Palazzo Valadier, è presente alla mostra di aderenti all’Associazione
Donne Professioniste e Artiste113.
Nel 1933, su «La Donna Italiana»114, viene pubblicato lo stralcio di una
lettera a un’amica dove Edyth afferma:
[…] dacché il destino ha stabilito che io vivessi a Roma sono stata come
ossessionata dall’idea della ricerca di una forma che potesse contenere ed
esprimere tutta la mia sconfinata ammirazione per la Città Eterna115.
110
Anticolana alla fonte è riprodotto nel libro La Provincia delle Meraviglie: alla scoperta dei tesori
nascosti, Roma, Gangemi Editore, 2011, p. 115.
111
Cfr. M. VERDONE, Disegni …, cit., p. 56.
112
Cfr. P. P. PANCOTTO, Cit., p. 15.
113
Ivi, p. 135.
In merito all’«arcipelago estremamente vario e disomogeneo» che è stato il fenomeno
dell’associazionismo femminile dell’epoca si veda: F. TARICONE, Teoria e prassi
dell’associazionismo femminile nel XIX e XX secolo, Cassino, Edizioni Scientifiche dell’Ateneo,
2003.
114
«La donna italiana. Rivista mensile di lettere, scienze, arti e movimento sociale femminile».
Rivista mensile di indirizzo cattolico, nasce a Roma nel 1924, edita da Maglione e Strini, è
diretta da Maria Magri Zopegni fino al 1943, anno di chiusura del periodico. La linea
editoriale passa da una iniziale timida apertura verso alcuni temi del femminismo a una
posizione più tradizionale in linea con la politica del fascismo. Cfr. R. GIANNELLA e R. DI
CARMINE (mostra a cura di), Dalla piuma alla penna. Giornalismo femminile dal 1804 al 1943. Le
collezioni dell’Emeroteca della Biblioteca del Senato della Repubblica, Roma, Biblioteca del Senato
“Giovanni Spadolini”, 2010. Si vedano anche: E. MONDELLO, La Nuova italiana: la donna nella
stampa e nella cultura del Ventennio, Roma, Editori Riuniti, 1987; R. SASSANO, Camicette Nere: le
donne nel Ventennio fascista, «El Futuro del Pasado», n. 6, 8 ottobre 2015, pp. 253-280.
115
Tratto dal periodico «La Donna Italiana», Rubrica Uomini e donne della nostra epoca, 7-8
luglio-agosto 1933, p. 423.
La collaborazione con tale tipo di stampa è stata più utile e significativa di quel che potrebbe
apparire: «Nonostante la progressiva chiusura operata dal fascismo nei confronti della libertà
35
Ammirazione che esprime anche attraverso tecniche come la litografia e
l’acquaforte riportando in auge la seicentesca arte delle “Piante prospettiche”
creandone una “di Roma e dei suoi dintorni” con una efficace sintesi di bellezze
storico-artistiche e paesaggistiche. Un’altra dedicata alla città di Firenze è
pubblicata dall’editore Grimaldi e Mercandetti. Contrariamente a quanto
riportato sulla scheda Opac, la firma è Edyth Arnaldi, e non Rosa Rosà; inoltre
il cartiglio apposto in basso a sinistra appare come uno slogan pubblicitario
composto appositamente per l’azienda di promozione turistica del capoluogo
toscano:
E nella città medicea lei si recava spesso e da tempo, tanto che nel 1919
scriveva ancora a Settimelli: «Ho bighellonato in via Tornabuoni - ma non con
futuristi!»116.
Inoltre, per l’Enit, crea una grande pianta prospettica dell’Italia intera «in
cui vive e vibra la passione della geniale artista» per il suo paese d’adozione117.
Le pubblicazioni del settimanale «Il Ponte di Pisa», dal 1883 al 1934, sono consultabili in
formato digitalizzato al sito della Biblioteca Universitaria di Pisa all’indirizzo internet:
http://www.bibliotecauniversitaria.pi.it/it/index.html. - ultimo accesso giugno 2016.
La famiglia ebraica dei Supino, arrivata in Toscana fra l’Ottocento e il Novecento, annovera
tra i suoi componenti persone di primo piano in ambito politico, universitario e artistico. A
maggio del 2014, a Pisa si è svolto il convegno «I Supino. Una dinastia di ebrei pisani fra
mercatura, arte, politica e diritto (secc. XVI-XX)». Inoltre, il Prof. Michele Luzzatti (Torino
1939 - Pisa 2014), Professore ordinario di Storia medievale nella Facoltà di Lettere e Filosofia
dell’Università di Pisa, si è interessato a lungo e profondamente della storia dell’ebraismo
italiano.
118
Fotografie della campagna romana, ma anche della Sicilia, dell’Ungheria e della Germania,
sono oggi di proprietà del “Fondo Edith Arnaldi delle Raccolte Museali Fratelli Alinari di
Firenze”, visibili all’indirizzo internet:
http://www.alinariarchives.it/it/search - ultimo accesso giugno 2016.
119
Notizia dell’avvenimento si trova sul quotidiano iberico «ABC» visibile all’indirizzo
internet:
http://hemeroteca.abc.es/nav/Navigate.exe/hemeroteca/madrid/abc/1935/12/21/024.ht
ml - ultimo accesso giugno 2016.
120
Cfr. P. P. PANCOTTO, Cit., p. 135.
121
L’Associazione Nazionale Fascista Donne Professioniste Artiste e Laureate
(A.N.F.D.A.L.), collegata alla Confederazione Nazionale Fascista Sindacati Professionisti e
Artisti, era strutturata in sotto-associazioni una per ogni categoria professionale. Le
esposizioni promosse dall’Associazione, come quelle del Sindacato Fascista Belle Arti,
avevano il compito di selezionare le artiste che avrebbero poi partecipato alla Quadriennale
Romana che fungeva da ulteriore filtro selettivo per la Biennale di Venezia. Presidente
dell’Associazione era Maria Castellani, figura importante dell’alta borghesia, senz’altro
37
Principessa Maria di Savoia e, come rileva il noto giornalista e critico d’arte
Piero Scarpa, nonostante la numerosità e insufficiente selezione delle opere
presenti, fornisce la prova che il genere femminile regge «nelle arti in tutto e per
tutto al raffronto di quello maschile» che spesso manifesta «la mediocrità e
l’insufficienza» proprio quando più presume il contrario122.
In effetti, tenuto conto che in quel periodo la Capitale supera di poco il
milione di abitanti, le artiste romane, e non solo Edyth, si trovano a vivere e
operare in un ambito ben più articolato e cosmopolita di quello che si potrebbe
pensare, che esse stesse contribuiscono ad arricchire con le loro esperienze di
viaggio e soggiorno anche all’estero. E proprio la documentazione di queste
esperienze diventa stimolo per esprimere la propria creatività anche nella
fotografia123.
Infatti, negli anni 1937-1939, mentre la figlia Franca studia all’Accademia
Chigiana124 di Siena, Edyth Arnaldi concede spazio alla sua passione per la
fotografia: introdotta dal grande amico di famiglia Alessandro Raselli, qui
Rettore dell’Università degli Studi tra il 1935 e il 1939125, riesce anche a
immortalare la preparazione delle contrade all’interno del Palazzo della
conosciuta da Edyth von Haynau Arnaldi. Cfr. S. SPINAZZÈ, Donne e …, cit., pp. 121-136; ID,
Artiste nel Ventennio. Il ruolo dell’associazionismo femminile tra emancipazione e nazionalizzazione, in M.
A. TRASFORINI (a cura di), Donne d’arte: storie e generazioni, Roma, Meltemi Editore, 2006, pp.
57-75.
Tra la fine degli anni Venti e l’inizio dei Quaranta, moltissime furono le artiste “romane” che
parteciparono all’attività dell’Associazione, il cui merito principale è stato quello di «riuscire a
diffondere attraverso una fitta rete di esposizioni» locali e internazionali «la realtà artistica
femminile» locale. Anche se «nella scelta delle opere da esporre o delle autrici da
rappresentare» prevalse «la linea della cautela e della moderazione mettendo meno in luce
quelle voci più vivaci ed aggiornate che pure […] animavano la scena romana. Non per
censura ma per linea di condotta». Cfr. P. P. PANCOTTO, Cit., pp. 42-43.
122
Cfr. P. SCARPA, La Mostra femminile ai Mercati Traianei, rubrica: Note d’Arte, in «Il
Messaggero», Roma 8 maggio 1936, p. 3.
123
Cfr. P. P. PANCOTTO, Cit., pp. 33, 49-50.
124
Franca Arnaldi ha frequentato il corso di “Canto” presso la prestigiosa Accademia
Musicale Chigiana di Siena negli anni 1936, 1937 e 1939, come emerge dalla scheda
gentilmente fornita dall’Accademia medesima.
125
Nicoletta Brunelli afferma che in famiglia ancora oggi si parla di lui come di «zio
Alessandro».
38
Prefettura in occasione del Palio126. Alcune di quelle fotografie fanno oggi parte
della Collezione Malandrini di fotografia Senese, di proprietà della Fondazione
Monte dei Paschi di Siena127.
Nel frattempo, all’inizio del 1938, dalle certificazioni anagrafiche risulta
che Edyth varia la residenza in via Maria Adelaide 6, per tornare, poi,
definitivamente ad abitare nel palazzetto di via Flavia. Peraltro il suo certificato
e quello del marito Ulrico presentano lacune e incoerenze tra loro128. Tuttavia è
lei stessa ad affermare di essersi trovata in via Flavia durante l’occupazione
tedesca del 1943 in una lettera a «Il Tempo» in cui scrive: «nella pensione
requisita che trovasi proprio sotto all’attico dove io abito»129.
Edyth ha 54 anni quando, nel dicembre 1938, muore la madre Henriette:
perdita di non poco conto visto che spesso da Vienna veniva a trovarla a Roma.
Probabilmente anche la mamma condivideva con lei l’amore per l’Italia, tanto
che un episodio viene citato volentieri in famiglia: trovandosi insieme a teatro,
all’esecuzione dell’inno nazionale italiano, in segno di rispetto, Henriette si alzò
in piedi a differenza degli altri parenti austriaci.
Durante il fascismo Edyth von Haynau non si allinea al regime instaurato
da Mussolini130; è « […] limpidamente antifascista, senza ostentazione […]»131.
126
Laura Bonelli, Priore della Contrada del Drago, nel corso di un colloquio telefonico, ha
affermato che: «All’epoca non era facile fotografare le contrade all’interno del Palazzo del
Governo, ritengo che Edyth Arnaldi abbia avuto dei permessi speciali. Oggi le normative
sono diverse». La Dr.ssa Bonelli si occupa di eventi culturali presso la Società Vernice
Progetti Culturali della Fondazione Monte dei Paschi di Siena. La Vernice Progetti Culturali,
nata nel 2005, è una società della Fondazione Monte dei Paschi di Siena che si occupa delle
attività legate al settore della cultura.
127
Immagini visibili all’indirizzo internet:
http://www.fondazionemps.it/OpereWeb/Malandrini.aspx - ultimo accesso giugno 2016.
128
I certificati storici anagrafici di Edyth e Ulrico rilasciati dal comune di Roma presentano
differenze sia per quanto riguarda la prima annotazione che per le successive variazioni
anagrafiche tanto da far pensare a una conferma della separazione di fatto dei due.
129
E. ARNALDI, lettera a «Il Tempo», rubrica Mosconi, 8 marzo 1954, p. 7.
La Rubrica Mosconi, del quotidiano «Il Tempo», è curata dal giornalista Diego Calogero con lo
pseudonimo Don Diego. Cfr. A. FAZIO, Lo studente giornalista. Guida per fare giornalismo a scuola,
Cosenza, Pellegrini Editore, 2006, pp. 42 e 101.
130
In proposito si segnala inoltre quanto Mussolini ha dichiarato: «Marinetti la pianti di
credere che il regime voglia lo sterminio degli ebrei. Si tenga i suoi amici, i suoi discepoli
39
Non gradisce, in particolare, le leggi razziali dell’ottobre del 1938: d’altronde è
pur sempre nipote di un ebreo convertito al cattolicesimo, con tutta la sua
famiglia, all’età di tredici anni; inoltre, avendo vissuto la sua giovinezza nel
crogiuolo culturale della Vienna fin de siècle, per lei è impossibile accettare questa
vergogna legislativa. E la combatte come può. Seppure non possa in alcun
modo essere considerata di «razza ebrea» in base alle cavillose leggi razziali, in
famiglia si racconta che, durante la seconda guerra mondiale, nel 1943, è
accusata di aver aiutato una famiglia di ebrei e per questo viene arrestata e
rinchiusa nel carcere di Regina Coeli. Forse le relazioni diplomatiche del genero
ambasciatore, oppure i buoni uffici del cugino, da poco ex deputato132, riescono
a farla uscire dopo qualche giorno di detenzione, senza alcun seguito
giudiziario133. In realtà una volta in libertà rimprovera i parenti, preoccupati per
lei, di averla fatta uscire prima di quanto avrebbe desiderato, dato che aveva
iniziato a fraternizzare con alcune detenute di cui stava raccogliendo le
interessanti e drammatiche storie di vita134.
In considerazione delle notizie acquisite, in questa sede si ipotizza che la
famiglia alla quale Edyth presta il suo “aiuto” possa essere quella di Ada Supino
Anau135.
ebrei. Nessuno li disturberà mai». Così Mussolini a Y. DE BEGNAC, Taccuini mussoliniani, a cura
di FRANCESCO PERFETTI, Bologna, Il Mulino, 2010, p. 358. [La dichiarazione non è datata]
131
C. LANZA, Cit., p. 200.
132
Antonio Maraini, vedi supra nota 69.
133
Tuttavia, dalle ricerche fino a oggi svolte, non è stato possibile trovare traccia della
detenzione. Il nome di Edyth von Haynau Arnaldi non risulta tra i documenti relativi
depositati presso l’Archivio dello Stato di Roma. È stato possibile controllare sia gli elenchi
dei detenuti e delle detenute politiche di Regina Coeli, sia, in particolare, i fogli delle “entrate
e uscite” del periodo dall’8 settembre 1943 al 4 giugno 1944, nei giorni dell’occupazione
nazista della capitale, periodo in cui cade anche il giorno - 16 ottobre - dell’arresto e
deportazione degli ebrei del ghetto di Roma. La documentazione visionata potrebbe essere
soltanto una parte di quella effettivamente esistente. Della detenzione di Edyth si potrebbe
trovare traccia nel carteggio dell’esercito tedesco.
134
Cfr. C. LANZA, Cit., p. 201.
135
In proposito v. pagina 36, nota 116.
40
Il 27 gennaio 1945, nella cittadina di Santhià (Vercelli), sotto un
bombardamento, ad appena 32 anni muore il figlio Niccolò136. Dopo il
matrimonio con Renata Nobili, come lui Dottore in Chimica, si era trasferito
nella città di Torino, dove era Assistente al Regio Politecnico: ovviamente un
grande dolore per Edyth.
Dopo nove anni di cui non si è reperita alcuna testimonianza, nel 1954
Edyth scrive una lettera al giornale «Il Tempo» in cui, per la rubrica Mosconi, una
sorta di «cronaca delle bestie», racconta la storia di Lulù, tartaruga africana
giunta a Roma nello zaino di un militare tedesco, e ben ambientatasi da lei.
Avendola vista manifestare irrequietezza e «correre su e giù per il terrazzo in
velocissime maratone, sbuffando e sibilando» ne deduce la necessità di cercarle
un partner, senza tuttavia ottenere il risultato sperato: dopo l’acquisto di una
femmina che lascia Lulù nella più assoluta indifferenza, prova con un maschio:
136
Dai documenti depositati presso l’Archivio di Stato di Torino, Fondo Partito Nazionale
Fascista, Federazione di Torino, busta 743, fascicolo 90541, risulta che Niccolò Arnaldi è
stato iscritto dal 1926 all’Opera Nazionale Balilla; dal 15 novembre1931 alla Milizia
Volontaria per la Sicurezza Nazionale; dal 9 febbraio 1934 al Gruppo Universitario Fascista e
dal 24 maggio 1935 al Partito Nazionale Fascista. Peraltro la «fascitizzazione» del Paese
prevedeva anche l’obbligo di iscrizione dei cittadini alle varie organizzazioni del partito. In
proposito si veda S. RODOTÀ, Le libertà e i diritti, in R. ROMANELLI (a cura di), Storia dello Stato
italiano dall’Unità a oggi, Roma, Donzelli Editore, 1995, pp. 301-363.
137
E. ARNALDI, lettera a «Il Tempo», rubrica Mosconi, cit.
138
Cfr. F. ZOCCOLI, I colori …, cit., p. 153.
41
Haynau, scrive l’articolo Il paesaggio eroico, in cui manifesta, tra l’altro, tutti i suoi
timori per la scomparsa del caratteristico paesaggio della campagna romana139.
Il 24 ottobre 1956, «alle ore una e trenta», a Roma, «durante il trasporto da
Via Veneto al Policlinico», a 78 anni, muore il marito Ulrico Arnaldi dal quale,
come detto, era da tempo separata140.
Nel gennaio 1957, con il nome Arnaldi-Haynau, espone alla Galleria «La
Feluca» di Roma, «trentadue disegni» ispirati alle sculture primitive dell’arte
mediterranea. A presentare «l’eccezionale artista e ricercatrice delle civiltà
mediterranee» è Lauro Chiazzese presidente del Centro per la Cooperazione
Mediterranea e rettore dell’Università di Palermo.
142
E. ARNALDI, Eterno …, cit., p. 317.
143
Cfr. la terza di copertina del libro di E. ARNALDI, Il Fenomeno Bisanzio, Milano, Pan
Editrice, 1970.
144
Dalla terza di copertina del libro E. ARNALDI, Eterno …, cit.
145
M. VERDONE, Disegni …, cit., p. 56.
146
Dagli inizi degli anni Sessanta, insieme alla nipote Nicoletta fresca di patente, visita i musei
della capitale, in particolare il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia. «La nonna era pazza
per le cose etrusche», dichiara la nipote. Altra pietra tombale per il futurismo.
147
Cfr. la terza di copertina di E. ARNALDI, Eterno …, cit.
43
La recensione lusinghiera che Roberto Gervaso fa de Il Fenomeno Bisanzio,
nell’articolo su «Il Corriere della Sera» del 25 febbraio 1971 dal titolo Teodora in
Trono, evidenzia la piacevolezza della lettura nonostante il tema impegnativo e
afferma che l’autrice meriterebbe maggiore notorietà. Concludendo
ironicamente che per chi volesse saperne di più c’è sempre la possibilità di
leggere qualcuno dei famosi bizantinisti: Charles Diehl, Steven Runciman e
Georg Alexandrovič Ostrogorsky148.
Ironia ben motivata, visto che proprio il bizantinista Padre Carmelo
Capizzi149 dalle pagine di Civiltà Cattolica150 esce ad agosto dello stesso anno con
una recensione molto meno favorevole in cui, dopo aver riconosciuto
comunque i meriti della ricerca, si lascia andare a un “bizantinistico” elenco di
errori ascrivibili al non essere di madre lingua italiana dell’autrice, vizi
«ortografici, linguistici e storici che rendono certe pagine deplorevolmente
difettose» arrivando alla conclusione che bene avrebbe fatto la ricercatrice a far
rivedere il testo da un bizantinista italiano! 151
Questo punto debole che le veniva rimarcato sin dall’inizio della sua
attività, e di cui si lamentava con Settimelli nella lettera del 1921, sembra
perseguitarla per tutta la vita.
Sempre nel 1971, all’età di ottantasette anni, e nonostante i primi segni del
morbo di Parkinson, intrattiene un lungo e sincero colloquio con Mario
Verdone che sottolinea la sua «grande franchezza e lucidità»152. Proprio
148
Cfr. R. GERVASO, Teodora in trono, in «Il Corriere della Sera», 25 febbraio 1971, p. 11.
149
Carmelo Capizzi, membro della comunità dei gesuiti di «La Civiltà Cattolica». È stato
professore di Storia della Chiesa Bizantina al Pontificio Istituto Orientale e professore
ordinario di Storia Bizantina alla III Università di Roma.”
http://www.laciviltacattolica.it/it/quaderni/articolo/1623/p-carmelo-capizzi---in-memoriam
- ultimo accesso febbraio 2016.
150
«Civiltà Cattolica» è una rivista quindicinale pubblicata annualmente in quattro volumi.
https://books.google.it/books?id=twQ5AQAAMAAJ&hl=it&source=gbs_navlinks_s
151
C. CAPIZZI, Il fenomeno Bisanzio, in «La Civiltà Cattolica», anno 122 - volume III - nn. 3-4,
Quaderno 2907-2908, 7 e 21 agosto 1971, p. 316.
https://books.google.it/books?id=twQ5AQAAMAAJ&hl=it&source=gbs_navlinks_s
152
M. VERDONE, Disegni …, cit., p. 56.
44
utilizzando le notizie di prima mano ottenute da Edyth stessa, lo studioso
pubblica il primo importante saggio a lei dedicato153.
Non sappiamo se delusa dalla critica di Padre Capizzi o per l’avanzare
della patologia e dell’età, altri testi “rimarranno nel cassetto”: come l’annunciata
pubblicazione, nella terza di copertina sia di Eterno Mediterraneo che de Il fenomeno
Bisanzio, del diario di un lungo soggiorno in Somalia in cui l’autrice rileva «che
gli dei dell’Ellade non sono arrivati fino all’Equatore»154. Mentre soltanto nella
terza di copertina de Il fenomeno Bisanzio viene citato Il Danubio è grigio in cui
ricostruisce, con taglio autobiografico, la fase finale dell’impero asburgico155.
Inoltre, dal colloquio con Verdone emerge anche la bozza del romanzo
Fuga dal labirinto, di ambientazione futurista, che rappresenta simbolicamente
l’attività grafica di Edyth degli anni Dieci nonché la metafora del labirinto
dell’esistenza stessa156. Infine, soltanto Claudia Salaris riferisce notizie del
romanzo La casa della felicità rimasto incompiuto dal 1927157.
Purtroppo la progressione del Parkinson costringe Edyth a una lunga
degenza e ha ben 94 anni quando si spegne nel suo attico di via Flavia: è il 3
ottobre del 1978158.
La sua è stata una lunga esistenza piena e interessante che, iniziata a
cavallo fra Ottocento e Novecento, ha attraversato eventi e trasformazioni
epocali anche per il genere femminile. La sua esperienza futurista non sembra
rappresentare una parentesi da dimenticare o demonizzare, bensì uno dei tanti e
153
Ibidem.
154
Dalla terza di copertina di E. ARNALDI, Eterno …, cit.
155
Cfr. la terza di copertina di E. ARNALDI, Il Fenomeno …, cit.
156
Cfr. M. VERDONE, Disegni …, cit., p. 56.
157
Cfr. C. SALARIS, Una donna…, cit., p. 28. Riportato anche da V. PALUMBO, Le figlie di Lilith.
Vipere, dive, dark ladies e femmes fatales. L’altra ribellione femminile, Roma, Odradek, 2008, p. 67.
158
Nonostante M. Barry Katz affermi che nel 1980 la Rosà partecipa a: «A large exhibition at
the La Feluca Gallery in Rome in 1980 consisted of 32 paintings … Following this show, at
the age of 96, Rosà withdrew from public life», M. B. KATZ The Women of Futurism, in
«Woman’s Art Journal», a 7, n. 2, 1 ottobre 1986, pp. 3-13, la data del decesso riportata nel
testo risulta dal registro degli Atti di morte del Comune di Roma anno 1978, Parte I, Serie 5,
p. 111, n. 1328.
45
vari interessi, coltivati con una sostanziale autonomia, che si sono alternati nel
corso della sua vita.
46
CAPITOLO II - IL FUTURISMO
159
http://seriestoriche.istat.it/.
160
A. D’ORSI, L’Italia delle idee. Il pensiero politico in un secolo e mezzo di storia, Milano, Mondadori,
2011, p. 31.
161
Tra le principali: l’estensione della legislazione piemontese a tutta la penisola; istituzione in
tutte le provincie delle prefetture come propaggini del governo centrale sui territori; riforma e
47
la «rivoluzione parlamentare» del 1876 e la conseguente salita della Sinistra, sia
le importanti riforme faticosamente attuate162, perché annaspano nel
malcostume politico dilagante, negli intrighi e nelle macchinazioni di Palazzo.
Il malcostume politico è ulteriormente peggiorato dal «trasformismo»163 di
Depretis, che aumenta la confusione delle parti e lo promuove a metodo
degradando, tra l’altro, ancor di più il costume politico164. Perfino la speranza
per l’inizio di una nuova politica, che il passaggio del potere dalla Destra alla
Sinistra aveva stimolato, naufraga di fronte all’adozione degli stessi criteri pratici
del governo precedente. E l’inizio dell’età giolittiana, con il ritorno di Giolitti al
potere, non porta alcuna risoluzione ai problemi. Tanto che la critica all’operato
del Parlamento, iniziata sin dall’ultimo ventennio dell’Ottocento165, continua,
ancora più aspra. L’istituto parlamentare, ritenuto, nello specifico contesto
storico, dagli artefici dell’unità nazionale, la struttura più idonea per tradurre in
pratica gli ideali del Risorgimento italiano, è ora sottoposto, non senza motivo,
a una impietosa critica. Critica dovuta anche, secondo molti studiosi, all’errore
commesso dagli uomini del Risorgimento di aver importato tout court un ‘format’
straniero, non adatto né adattato alle effettive condizioni storiche e strutturali
del paese. Perché le istituzioni parlamentari, per ben funzionare, necessitano di
un alto grado di educazione politica, esigono la partecipazione, diretta o
unificazione del sistema scolastico (legge Casati 1859); realizzazione dell’unità monetaria e
tributaria; abolizione delle barriere doganali per agevolare il commercio; e costruzione di
nuove strade, ponti e ferrovie.
162
Tra le principali: l’allargamento della base elettorale (1882); l’abolizione dell’odiata tassa sul
macinato e l’aumento dell’obbligo scolastico fino a nove anni (legge Coppino 1887).
163
Come noto il vocabolo trae origine dal famoso passaggio di un discorso di Agostino
Depretis tenuto a Stradella l’8 ottobre 1882, in cui, poco prima delle elezioni politiche a
suffragio “allargato” dichiara: «Se qualcheduno vuole entrare nelle nostre file, se vuole
accettare il mio modesto programma, se vuole trasformarsi e diventare progressista, come
posso io respingerlo?».
164
Cfr. M. DELLE PIANE, Gaetano Mosca. Classe politica e liberalismo, Napoli, Edizioni
Scientifiche Italiane, 1952, p. 33.
165
Come noto, la dura condanna contro il regime parlamentare che Gaetano Mosca esprime
nel suo primo libro, Sulla teorica dei governi e sul governo parlamentare, pubblicato nel 1884, non è
una voce isolata nel panorama del dibattito politico, bensì una critica scientifica che si
inserisce nel più ampio, generale e diffuso j’accuse nei confronti dell’istituzione parlamentare.
48
indiretta, del popolo. Condizioni che si realizzano soltanto dove c’è una lunga
tradizione di libertà, e tale tradizione nell’Italia dell’epoca era inesistente anche a
causa dei secoli trascorsi sotto varie dominazioni.
Il parlamento166 è quindi identificato come la causa dei mali che stanno
corrodendo sia il sistema politico, sia la società italiana nel suo complesso. La
delusione per il mal funzionamento dell’istituzione si manifesta anche in una
sorta di «antiparlamentarismo» giornalistico e narrativo. Escono giornali e
riviste di rovente polemica antiparlamentare come «Le Forche caudine», il
«Mabab», il «Messaggero illustrato» o la «Cronaca bizantina» che riscuotono un
notevole successo popolare: l’insoddisfazione verso l’istituto parlamentare
attrae profondamente l’opinione pubblica. Al malcontento generale espresso
dalle riviste, si aggiunge il romanzo parlamentare: un fortunato genere narrativo
basato sul «rifiuto della politica come arte della corruzione e dell’imbroglio»167.
La necessità di dover fare qualcosa, di far sentire anche la propria voce,
spinge i letterati, gli artisti e i professori della ‘giovane Italia’ a uscire dalla
propria torre d’avorio. Sono le pagine della rivista fiorentina «Il Marzocco»168 ad
accogliere i primi vagiti della protesta allo stato delle cose: è su quelle pagine che
avviene la «nascita dell’intellettuale italiano»169. La chiamata alle armi, la discesa
nel campo dell’agone politico dell’intellettuale italiano, avviata dal dibattito sul
«Marzocco», prosegue su altre riviste, tra le quali «Leonardo»; «Il Regno»; «La
Voce»; «Hermes»; «L’Unità»; «Lacerba»; «L’Italia Futurista». Queste riviste, delle
quali la maggioranza trova i natali a Firenze, assumono un ruolo particolare e
fondamentale per la cultura del Paese, diventano veri e propri centri di raccolta
166
In proposito si veda M. COTTA, Parlamento, voce in N. BOBBIO, N. MATTEUCCI, G.
PASQUINO (a cura di), Il Dizionario di Politica, Torino, UTET Libreria, 2004, pp. 666-675.
167
C. A. MADRIGNANI, Introduzione, in F. DE ROBERTO, L’imperio, Milano, Mondadori, 1994,
p. VIII.
168
Rivista che nasce a Firenze il 2 febbraio 1896 e termina le pubblicazioni il 25 dicembre
1932.
169
L’occasione è data dal dibattito-inchiesta, avviato da Mario Morasso, «sul ruolo e la
funzione degli uomini di lettere» in cui si discute sull’opportunità, per un letterato, di ‘entrare
in politica’. Cfr. A. D’ORSI, L’Italia delle idee …, cit., p. 52.
49
e di diffusione delle idee in un linguaggio caratterizzato, a volte, anche «dall’uso
di toni e di termini particolarmente aggressivi»170. In questo inserirsi delle riviste
nel dibattito politico, accade che «al concetto di letterato v[iene] sostituendosi
esplicitamente quello di “intellettuale”»171. In particolare, «La Voce» di
Prezzolini è la rivista che, nel 1908, criticando il giolittismo imperante indica «la
via dell’impegno politico degli intellettuali»172. Via che, come scrive d’Orsi, è
inaugurata anni prima da Gaetano Mosca quando, nella sua apologia dei
“migliori”, promuove un ruolo nuovo per gli intellettuali, aprendo la strada a
quel sogno del partito intellettuale che sarebbe circolato lungamente,
erraticamente, nel secolo seguente, dai Vociani al Partito d’Azione173.
Comunque lo stesso Mosca si è posto la domanda sull’effettiva possibilità di un
«governo dei migliori e quali siano politicamente i migliori» e, nel partire dalla
concezione «secondo la quale al governo di un paese dovrebbero arrivare i
migliori», dopo ampia e articolata analisi storica, conclude che «si può esser
quindi contenti se al potere ci stanno uomini di governo il cui intelletto e la cui
moralità non sono al di sotto di quella media della classe dirigente»174.
Nel giovane Paese sono in discussione anche i «criteri e valori che guidano
l’agire umano»175 professati dalla cultura positivistica176. Il positivismo, da Saint-
170
A. VENTRONE, La seduzione totalitaria. Guerra, modernità, violenza politica (1914-1918), Roma,
Donzelli Editore, 2003, p. 83.
171
N. BOBBIO, La cultura italiana tra ‘800 e ‘900 e le origini del nazionalismo, Firenze, Leo S.
Olschki, 1981, p. 285.
172
L. MANGONI, L’interventismo della cultura. Intellettuali e riviste del fascismo, Roma-Bari, Laterza,
1974, p. 21.
173
Cfr. A. D’ORSI, L’Italia delle idee …, cit., p. 24.
174
G. MOSCA, Elementi di scienza politica, 1a edizione, Torino, Bocca, 1896, 2a edizione, con
l’aggiunta di una seconda parte inedita, Torino, Bocca, 1923, 3a edizione, riveduta, Bari,
Laterza,1939, ora in ID., Scritti politici, 2 voll., a cura di G. SOLA, Torino, UTET, 1982, vol. II,
pp. 1065-1070. La domanda esatta dell’Autore è Se sia possibile il governo dei migliori e quali siano
politicamente i migliori , e compone il titolo del Quarto Paragrafo del Capitolo Quinto dal titolo
Schiarimenti e polemiche.
175
M. CIOLI, Il fascismo e la ‘sua’ arte. Dottrina e istituzioni tra futurismo e Novecento, Firenze, Leo S.
Olschi, 2011, p. 9.
176
Un antipositivista convinto è Benedetto Croce fiero di dichiarare che non ha mai
commesso, neanche nei primi anni della sua giovinezza, la «corbelleria» di essere positivista.
50
Simon, Comte e Spencer, era stato la «filosofia dell’evoluzione e del progresso,
o meglio, del progresso attraverso l’evoluzione»177. Tuttavia la cultura
positivistica aveva assunto, nelle sue ultime fasi, un carattere dogmatico e in un
certo senso soporifero: quella particolare «rispettosa venerazione delle scienze»
aveva fatto chiudere «gli occhi di fronte alle tragiche contraddizioni della
società, nella fiducia che un immancabile progresso avrebbe finito per risolverle
tutte in un tempo più o meno lungo»178. Tempo che, però, ora non si vuole e
non si può più aspettare: i problemi del Paese hanno bisogno di una rapida
soluzione.
A questo fine scendono in campo anche le «dottrine di energia e volontà»
propugnate e portate avanti, in tutta l’Europa, dalla nascente politica giovane:
attraverso l’esaltazione dell’individualismo, l’apologia dello scontro frontale e il
rifiuto della politica come spazio della mediazione179.
È in questo quadro politico e culturale, affetto da una trasversale discrasia,
che nasce il Futurismo, raccogliendo a suo modo il malcontento che serpeggia e
cavalcandolo in una spinta propulsiva. La sua violenta opposizione al passato, la
sua critica intransigente e distruttiva, il suo atteggiamento di accesa polemica nei
confronti dei principi, delle istituzioni e dei valori su cui il passato stesso si
fonda sono la condicio sine qua non per un totale rinnovamento dell’uomo e della
politica.
Nato come movimento di rottura con il passato, si diffonde in numerosi
ambiti: partendo da poesia e letteratura, passa rapidamente alla politica (con il
volantino Elettori Futuristi!), per poi dilagare nella pittura e in tutte le arti visive
come la scultura, l’arredamento, la moda, il cinema, fino ad arrivare alla cucina,
Cfr. B. CROCE, A proposito del positivismo italiano. Ricordi personali, in «La Critica», 3, 1905, pp.
169-172, anche in ID., Cultura e vita morale, Bari, Laterza, 1926, p. 41.
177
N. BOBBIO, Profilo ideologico del Novecento, Milano, Garzanti, 1993, p. 49.
178
L. GEYMONAT, Positivismo e antipositivismo in Francia, in ID.(a cura di), Storia del pensiero
filosofico e scientifico, Milano, Garzanti, 1971, Vol. VI, p. 543.
179
Cfr. E. PAPADIA, L’apologia del conflitto: la politica “giovane” in età giolittiana, in «Memoria e
ricerca», n. 13, Bologna, Il Mulino, 2003, pp.17-36.
51
e non solo, in un furore di «contestazione globale»180 per la Ricostruzione futurista
dell’universo181.
180
M. VERDONE, Una contestazione globale, in ID., Il movimento futurista, Roma, Lucarini, 1986, p.
5.
181
G. BALLA, F. DEPERO, Ricostruzione futurista dell’universo, 11 marzo 1915, uscito come
volantino a cura della Direzione del Movimento Futurista e ripubblicato in varie antologie. Il
testo consultato è in L. DE MARIA (a cura di), Marinetti e il Futurismo, Milano, Arnoldo
Mondadori Editore, 2014 [d’ora in poi abbreviato FTMeF], pp. 171-176.
182
G. L. MOSSE, Futurismo e culture politiche in Europa: una prospettiva globale, in R. DE FELICE,
Futurismo, cultura e politica, Torino, Fondazione Giovanni Agnelli, 1988, p. 14.
52
Il primo futurismo, indicato come il ‘periodo eroico’, per Enrico Falqui e
Gianni Scalia, ma non solo, termina nel 1918, con la fine della Guerra e il
distacco dalla rivista «Lacerba»; per Luciano De Maria prosegue fino al 1920
poiché «si assiste solo a un mutamento d’indirizzo e a un cambio di guardia»
che avviene con il subentro dei «giovani» de «L’Italia Futurista»183; mentre per
altri termina nel 1916 con la morte di Boccioni e di Sant’Elia. La scansione del
secondo futurismo, proposta da Enrico Crispolti184, ma rifiutata da Giovanni
Lista185, inizia dopo la fine della Guerra e si suddivide in base al divenire delle
varie aree di intervento del movimento186.
Al di là delle questioni sulla cronologia del movimento, in questo lavoro si
esamina il periodo che parte dalla fondazione del futurismo fino al 1917, anno
in cui escono, su «L’Italia Futurista», gli scritti di Edyth von Haynau con lo
pseudonimo già spiegato di Rosa Rosà, che ricollegano l’artista all’avanguardia
italiana.
183
Cfr. L. DE MARIA (a cura di), F.T. Marinetti. Teoria e invenzione futurista, Milano, Arnoldo
Mondadori Editore, 1968 [d’ora in poi abbreviato TIF], p. XXXI.
184
E. CRISPOLTI, Il secondo futurismo, in E. COEN (a cura di), Futurismo, Art e Dossier, Firenze-
Milano, Giunti, 1986, pp. 48-51.
185
G. LISTA, Il Futurismo, Milano, Jaca Book, 1986.
186
Per sottolineare la numerosità e ricchezza di studi in merito si segnala, limitatamente al
‘secondo futurismo’, G. BARTORELLI, Numeri Innamorati. Sintesi e dinamiche del secondo futurismo,
Torino, Testo&Immagine, 2001; nonché la tesi di Dottorato di Sayaka Yokota la quale, nel
capitolo Il “secondo” futurismo: il problema della periodizzazione ed i suoi studi, esamina ‘soltanto’ le
ricerche pubblicate in Italia «nell’arco degli ultimi cento anni». S. YOKOTA, La danza nel
futurismo: Giannina Censi e la danza moderna, tesi di dottorato, co-tutela Alma Mater Studiorum-
Università di Bologna, Italia, e Tokyo University of Foreign Studies, Japan, 2013.
187
In realtà il nome registrato al consolato egiziano e all’anagrafe di Milano è Emilio Angelo
Carlo. In famiglia lo chiamano Tommaso, Thomas, Tom o Susù; egli stesso sceglie Filippo, in
53
sono trasferiti da tre anni188. Inizialmente, studia presso il Collegio gesuita Saint
François Xavier della capitale, da dove è espulso «per avervi introdotto dei
romanzi di Zola»189. Prosegue gli studi a Parigi dove, all’età di diciassette anni,
consegue il bachelier a lettres con l’esame «trionfale di filosofia sulle teorie di
Stuart Mill»190. Nel contempo la famiglia si trasferisce a Milano. Filippo
Tommaso, per volontà del padre, insieme al fratello Leone, a Pavia inizia gli
studi in legge che termina a Genova, nel 1899, «discutendo, con il Prof.
Ponsiglioni, una tesi su La corona nel governo parlamentare»191. In seguito
nonostante «mio padre, [sia] nemico giurato di ogni mia letteratura»192, Marinetti
decide di dedicarsi completamente a tale attività. Nel 1902 muore la madre.
Dopo la premiazione di un suo poemetto in versi liberi193, fonda, nel 1905, la
rivista «Poesia»: una rassegna internazionale in cui sono presenti molti illustri
letterati, tra i quali anche una nutrita schiera di donne194. Nel 1907 muore anche
onore di uno dei nonni e per gli amici; per pochissimi diventa Effetì. Tale ricchezza
onomastica si riflette anche nei documenti: nel diploma di bachelier francese è scritto Philippe
Achille Emile; nel certificato di laurea conseguito all’Università di Genova è Filippo e, infine,
negli archivi di Polizia è «Marinetti Emilio (e non Teodoro) inteso Filippo Tommaso»;
cosicché quando morì «la famiglia, sempre a causa dei tanti nomi, fu costretta a dimostrare in
giudizio che effettivamente era morto». G. AGNESE, Marinetti. Una vita esplosiva, Milano,
Camunia, 1990, p. 321, n. 2.
188
Oltre al testo citato nella nota precedente, si segnala che tutte le biografie di Marinetti, in
particolare la ricostruzione del periodo giovanile, sono redatte sulla base delle testimonianze
personali variamente elaborate dal diretto interessato nei suoi stessi scritti a partire da Scatole
d’amore in conserva pubblicata nel 1927 dalle Edizioni d’Arte Fauno di Roma, raccolta di
racconti di cui molto ricercata è l’edizione con la prima di copertina a colori che anticipa la
Pop art e, si ritiene in particolare, la “scatola di zuppa Campbell” di Andy Warhol; del 1929 è
Marinetti e il Futurismo e, infine, le due opere pubblicate postume da Luciano De Maria. F. T.
MARINETTI, Scatole d’amore in conserva, Roma, Edizioni d’Arte Fauno, 1927; ID., Marinetti e il
Futurismo, Roma-Milano, «Augustea», 1929, ora in TIF, pp. 573-636; ID., La grande Milano
tradizionale e Futurista; Una sensibilità italiana nata in Egitto, a cura di L. DE MARIA, prefazione di
G. FERRATA, Milano, Mondadori, 1969.
189
F. T. MARINETTI, Marinetti …, cit., l’episodio in particolare è riportato in TIF, p. 580.
190
Ibidem.
191
L. DE MARIA (a cura di), Cronologia in TIF, p. CIV.
192
F. T. MARINETTI, Marinetti …, cit., ora in TIF, p. 580.
193
La premiazione è a cura di: «Catulle Mendès e Gustave Kahn, direttori dei Samedi popularies
di Sarah Bernhardt, e declamata dalla grande attrice nel suo teatro, gloriosamente». Ibidem.
194
Sulle pagine della rivista, il cui primo numero è dedicato a Giosuè Carducci, oltre a essere
pubblicati «solamente versi inediti», si bandiscono concorsi e si promuovono inchieste. Tra
54
il padre lasciando Filippo Tommaso unico erede - essendo già deceduto anche il
fratello - di un patrimonio piuttosto cospicuo195, che egli utilizzerà interamente
per fondare e promuovere il movimento futurista196.
L’evento rivelatore dei suoi interessi e del suo attivismo politico è quello
del 1908 quando, a Trieste tiene un discorso in favore degli studenti italiani
arrestati a Vienna; ne seguono degli incidenti in cui egli stesso è tratto in arresto
per la prima volta197.
queste in particolare si segnala, ai fini del presente lavoro, quella sul ‘verso libero’ che, a
partire dall’americano Walt Whitman passando per il francese Gustave Kahn, si prefigge di
liberare la poesia per renderla, come preciserà più tardi lo stesso Marinetti, «emancipata da
tutti i vincoli tradizionali». È proprio dalla poesia che ‘lancia’ la sua prima sfida al ‘passato’.
Il primo numero della rassegna internazionale «Poesia» esce a Milano nel febbraio 1905;
diretta da Filippo Tommaso Marinetti, soltanto nel primo anno insieme a Sem Benelli e
Vitaliano Ponti. L’ultimo numero è stampato nell’ottobre 1909. La rivista rinasce nel 1920
con la direzione di Mario Dessy, di questa nuova serie sono pubblicati cinque numeri.
Le trentasei pubblicazioni della rivista «Poesia» consultate per il presente lavoro, e alle quali ci
si riferisce, sono quelle visibili all’indirizzo:
http://bluemountain.princeton.edu/bluemtn/cgi-
bin/bluemtn?a=cl&cl=CL1&sp=bmtnaai&e=-------en-20--1--txt-txIN------- - ultimo accesso
febbraio 2016.
Con una Presentazione di G. BARONI, Indice e un Saggio di F. MILLEFIORNI, della rivista è uscita
una ristampa anastatica, a cura degli Istituti editoriali e poligrafici internazionali, in cinque
volumi, Pisa-Roma, 2005.
195
Come dichiara più tardi lo stesso Marinetti: «Ebbi la fortuna di ereditare da mio padre una
discreta sostanza, ma non me ne sono mai servito in modo basso e banale». F T. MARINETTI,
Mafarka il futurista, a cura di L. BALLERINI, con prefazione di G. FERRATA, Milano,
Mondadori, 2011, p. 238.
196
In questa breve biografia sono volutamente menzionati solo gli avvenimenti utili a
tracciare un quadro generale dei primi anni di vita del fondatore del futurismo. Oltre ai testi
citati si segnalano quelli del suo primo biografo T. PANTEO, Il poeta Marinetti, Milano, Società
Editrice Milanese, 1908; e quelli di G. AGNESE, Marinetti. Una vita esplosiva, Milano, Camunia,
1990, e C. SALARIS, Marinetti. Arte e vita futurista, Roma, Editori Riuniti, 1997.
197
L. DE MARIA (a cura di), Cronologia, in TIF, p. CV.
55
II.4. Il Manifesto e i prodromi della ‘politica’
198
Il Manifesto è stato scritto da Marinetti nell’ultimo trimestre del 1908 con l’intenzione di
pubblicarlo il capodanno successivo; pubblicazione, poi, rinviata a causa del terremoto di
Messina. I soli punti programmatici, stampati in francese e in italiano, in forma di volantino,
sono inviati, a gennaio 1909, a varie redazioni di giornali sia italiane che straniere con la
richiesta di esprimere un giudizio: una sorta di like ante litteram! Sull’argomento si veda G. DI
GENOVA, Storia dell’arte italiana del ‘900. Generazione maestri storici, Bologna, Edizioni Bora,
1998, Tomo I, p. 104.
In realtà, come emerge anche da recenti studi, prima della pubblicazione parigina, il Manifesto
è uscito su diversi quotidiani italiani quali: la «Gazzetta dell’Emilia» di Bologna il 5 febbraio;
«Il Pungolo» di Napoli il 6 febbraio; la «Gazzetta di Mantova» l’8 febbraio; «L’Arena di
Verona» il 9 febbraio; «Il Piccolo di Trieste» il 10 febbraio; «Il Giorno» di Roma il 16
febbraio; nonché sulla rivista di Napoli, edita da Bideri, «Tavola rotonda» il 14 febbraio;
infine sul giornale di Cracovia «Democratia» il 16 febbraio. Cfr. G. B. GUERRI, Filippo
Tommaso Marinetti: invenzioni, avventure e passioni di un rivoluzionario, Milano, Mondadori, 2009, p.
67.
199
In effetti, come osserva A. J. Mayer, risulta paradossale che «Le Figaro», giornale cattolico
e tradizionalista, pubblicasse il Manifesto che si propone di rovesciare tutti i valori
conservatori. Cfr. A.J. MAYER, Il potere dell’ancien régime fino alla I guerra mondiale, Roma-Bari,
Laterza, 1982, p. 194.
200
È noto che per Marinetti il numero undici ha una funzione apotropaica, e forse non solo:
è una sorta di “copertina di Linus” utile a superare le paure e ad affrontare la vita, tanto che il
giorno undici ricorre spesso nelle date dei Manifesti del futurismo. Inoltre, come afferma
Ceccagnoli, di sicuro, appare bizzarra e contraddittoria tale «superstizione numerologica» per
l’adoratore della modernità. Su questo aspetto v. P. CECCAGNOLI, Anniversari, date e alfabeto in
libertà: Marinetti 70 anni dopo, in A. SACCOCCIO, R. GUERRA (a cura di), Marinetti 70. Sintesi della
critica futurista, Roma, Armando Editore, 2014, pp. 87-88.
201
Il Manifesto esce anche sulla rivista «Poesia» dello stesso anno, nn. 1-2, mesi febbraio-
marzo, pp. 1-8, con il testo in francese e in italiano. Qui il prologo prende il titolo di Fondation
et Manifeste du Futurisme-Fondazione e Manifesto del Futurismo, i punti programmatici e la
conclusione con il titolo Manifeste du Futurisme -Manifesto del Futurismo.
56
Sulla scelta del termine ‘futurismo’ la maggioranza degli studiosi è
concorde con l’assunto che il vocabolo sia giunto a Marinetti nel 1908, grazie
alla pubblicazione della conferenza di taglio politico e non artistico, El
Futurisme, tenuta il 18 giugno dell’anno prima, nell’Ateneo di Barcellona, dal
poeta e scrittore catalano Gabriel Alomar202 e recensita su «Mercure de France»:
rivista letteraria parigina sulle cui pagine, nel 1905, era uscita la tragedia satirica
di Marinetti Le Roi Bombance203. Marinetti non menzionerà mai l’origine catalana
del vocabolo204, l’originalità del futurismo non fu minimamente inficiata dalla
eventuale derivazione del termine205.
202
Per un approfondimento sulla figura di Alomar si veda G. DI GENOVA, Cit., pp. 101-102.
203
Tra il 1905 e il 1906, su alcuni numeri della rivista «Poesia», con il titolo Il trionfo di “Roi
Bombance”, Marinetti pubblica i giudizi, sia positivi che negativi, della stampa italiana ed estera.
Tra i firmatari appaiono Arturo Labriola, Mario Morasso ed Enrico Corradini. Tuttavia, dopo
la rappresentazione teatrale parigina, ad aprile 1909, a causa della recensione non proprio
lusinghiera, Marinetti prende a schiaffi il critico teatrale Charles-Henry Hirsch e, nel duello
che ne segue, lo ferisce all’avambraccio destro. Nello stesso anno, su «Poesia», estratto dal
«Journal», è pubblicato «les procès-verbaux» del duello: Le duel Marinetti-Hirsch, in «Poesia», a.
V, nn. 3-6, aprile-luglio, 1909, p. 92.
L’opera, che nel 1910 esce anche in Italia a cura dei Fratelli Treves di Milano con il titolo Re
Baldoria. Tragedia satirica in quattro atti, in prosa, è dedicata: «Ai grandi Cuochi della Felicità
Universale Filippo Turati Enrico Ferri Arturo Labriola». Racconta di un mondo immaginario,
in cui un popolo affamato e deluso dal sovrano diventato un despota, prima lo divora poi lo
rigurgita portandolo a nuova vita. L’edizione del 1920 è visibile in http://www.liberliber.it.
204
Cfr. G. DI GENOVA, Cit., pp. 101-102. Altri studiosi, invece, affermano che, nella ricerca
di un termine in grado di sussumere le idee del nascente movimento, il fondatore sia stato
indeciso tra ‘dinamismo’ ed ‘elettrismo’. Sembra che la scelta di “Futurismo” sia, infine, stata
suggerita da Umberto Notari «in quanto i futuristi equivalgono a uomini del futuro»: sintesi
delle idee di fondo del nascente movimento quali la fiducia nel futuro, l’esaltazione della
macchina e della velocità. Esiste anche l’ipotesi «riduttiva» che la parola sia stata scelta perché
contiene le iniziali di Filippo Tommaso Marinetti. Cfr. M. G. D’AGOSTINO, Futurismo. Storia
del termine, voce in E. GODOLI (a cura di), Dizionario del Futurismo, Firenze, Vallecchi, 2002, p.
492.
205
Anni dopo è lo stesso Marinetti a raccontare le modalità della scelta: «I miei amici poeti
[…] cercavano con me una parola d’ordine. Esitai un momento fra le parole Dinamismo e
Futurismo. Il mio sangue italiano balzò più forte quando le mie labbra inventarono ad alta
voce la parola Futurismo». F. T. MARINETTI FUTURISTA, Guerra sola igiene del mondo, Milano,
Edizioni Futuriste di “Poesia”, 1915, p. 5.
Il testo Guerra sola igiene del mondo, ha avuto varie ripubblicazioni. In questo lavoro ci si
riferisce all’edizione originale e disponibile sul sito della Biblioteca Nazionale centrale di
Firenze in formato digitale:
http://www.internetculturale.it/jmms/iccuviewer/iccu.jsp?mode=all&teca=Bncf&id=oai:bn
cf.firenze.sbn.it:21:FI0098:EUROPEANA_a0537:RAV0209988.
57
Pubblicare il proprio programma è un trend letterario in auge all’epoca206,
tuttavia Marinetti, a differenza degli altri, usa «un tono lirico e aggressivo»,
un’esposizione ricca e movimentata, simboli e allegorie207 per esprimere le sue
«idées singulièrement audacieuses» dalle quali, come accennato, l’editore di «Le
Figaro» prende le distanze208.
Negli undici punti, formulati in prima persona plurale, si decanta, tra
l’altro, «l’amor del pericolo, l’abitudine all’energia e alla temerità»; si esalta la
nuova «bellezza della velocità» tanto che un’automobile209 da corsa è più bella
«della Vittoria di Samotracia»; si loda «il movimento aggressivo, l’insonnia
febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo ed il pugno»; si asserisce di
vedere la bellezza solo nella lotta poiché l’opera, per essere un «capolavoro»,
deve avere un «carattere aggressivo»; si dichiara di voler «distruggere i musei, le
biblioteche, le accademie d’ogni specie»210.
206
Così fanno anche: simbolismo, decadentismo, unanimismo e naturismo. Cfr. L. DE MARIA
(a cura di), Introduzione, in Marinetti e il futurismo, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 2014,
pp. XIV-XV. Sui manifesti futuristi si veda anche G. LISTA, Futurisme. Manifestes, proclamations,
documents, Lausanne, L’Age d’Homme, 1973.
207
Cfr. L. DE MARIA, Introduzione, in Marinetti e il futurismo …, cit., p. XVI.
208
Nel prologo del Manifesto, come nota Ballerini, i verbi sono al passato remoto, a indicare
azioni irripetibili; negli undici punti programmatici i verbi sono coniugati al presente e nella
conclusione, trattandosi di promesse, i verbi sono coniugati al futuro; quando i verbi sono
coniugati al presente «assumono toni ottativo-concessivi». Cfr. L. BALLERINI, Introduzione, in
Mafarka …, cit., p. IX.
209
Al punto 4 del Manifesto, nel testo in francese il vocabolo è indicato al femminile «une
automobile […] une automobile rugissante […] est plus belle», mentre nel testo in italiano è tradotto
al maschile «un automobile […] un automobile ruggente […] è più bello» come era in uso
all’epoca. A consacrare il genere femminile in italiano è stato Gabriele D’Annunzio, nel 1926,
in una lettera a Giovanni Agnelli, con la motivazione che: «Questa [l’automobile] ha la grazia,
la snellezza, la vivacità d’una seduttrice; ha, inoltre, una virtù ignota alle donne: la perfetta
obbedienza. Ma, per contro, delle donne ha la disinvolta levità nel superare ogni scabrezza».
Cfr. http://dizionari.corriere.it/dizionario-si-dice/A/automobile.shtml. Guerri colloca nel
1923 la lettera di D’Annunzio: G. B. GUERRI, Cit., p. 57.
La macchina è un tòpos ricorrente nella tematica marinettiana e del futurismo, testimoniato
sin dal 1905 quando all’auto aveva dedicato la poesia À L’Automobile pubblicata sulla rivista
«Poesia», a. I, n. 7, agosto, 1905, p. 11.
210
Queste ultime affermazioni del Manifesto sono, in realtà - in accordo con Di Genova -
soltanto licenze letterarie, escogitate per ribellismo: nessuna biblioteca o accademia è stata
distrutta dai futuristi. Cfr. G. DI GENOVA, Cit., p. 105, n. 136. Anzi, addirittura, nel 1929,
accetterà la feluca di accademico d’Italia. D’altro canto è lo stesso Marinetti, nel corso di
un’intervista a rassicurare sulle sue effettive intenzioni quando, alla domanda: «La guerre ne
58
Le enunciazioni del Manifesto superano di gran lunga il ristretto ambito
della poesia, arrivando a lodare «le grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere o
dalla sommossa»211, fino a inneggiare alla nuova nascente metropoli.
Le perentorie affermazioni sono un connubio tra esaltazione delle novità,
portate dalle rivoluzioni scientifiche e tecnologiche che stanno potenzialmente
entrando nella vita delle persone come pure nell’immaginario collettivo, e
volontà di distruggere, azzerare tutto quello che appartiene al passato, nell’ottica
di un inedito «orizzonte vitale» permeato da nuove «dottrine di energia e
volontà»212.
In quell’impeto213 di desiderio di distruzione totale, al punto nove
dell’endecalogo è dichiarato: «Noi vogliamo glorificare la guerra - sola igiene del
mondo - il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertarî, le belle
idee per cui si muore e» - la famigerata chiusa - «il disprezzo della donna»: in
ultima analisi, motivo del presente lavoro. Si rimanda, pertanto, al Capitolo IV.
Il Manifesto di fondazione, lanciato dall’Italia «pel mondo» come dichiara
nella conclusione lo stesso autore, è divulgato per mezzo di volantini, scritti
anche in varie lingue214, cartelli pubblicitari215, locandine, libri in omaggio, viaggi
in Italia e all’estero216, che, insieme alle «serate futuriste»217, connotano e
vous suffit pas. Vous enseignez aussi l’incendie des musées et des bibliothèques», esplicita le
sue vere intenzioni con la risposta: «C’est là seulement une image violente de notre volonté
tous d’échapper enfin l’envoûtement du passé, au despotisme des académies pédantes qui
étouffent les initiatives intellectuelles et les forces créatrices de la jeunesse». Cfr. L. C., Les
premieres victoires du Futurisme. Interview de M. Marinetti par un rédacteur de Comœdia, L’intervista è
pubblicata su «Poesia», a. V, nn. 3-6, aprile-luglio, 1909, pp. 3-4.
211
Come scritto nell’ultimo degli undici punti programmatici.
212
P. SORCINELLI, V. ANGELO, Il Secolo dei giovani: le nuove generazioni e la storia del Novecento,
Roma, Donzelli Editore, 2004, p. 130.
213
Impeto che comunque non cesserà mai nelle affermazioni del futurismo.
214
Cfr. C. SALARIS, Storia del futurismo. Libri giornali manifesti. Roma, Editori Riuniti, 1992, p. 22.
215
«Tipici i cartelloni con la sola scritta Futurismo in rosso che Marinetti fece affiggere nelle
principali città all’indomani della fondazione del futurismo». L. DE MARIA, Il ruolo …, cit., p.
41.
216
A causa dei frequenti e frenetici viaggi di Marinetti, alcuni quotidiani europei aggiungono
al novero dei suoi vari nomi e appellativi quello di «Caffeina d’Europa».
59
innervano le aggressive tecniche di marketing; impensabili e innovative per
l’epoca, si rivelano di successo ed efficaci per la diffusione del Futurismo in
tutto il mondo. Come ricorda Aldo Palazzeschi:
«Marinetti aveva capito fino da allora il potere della pubblicità che doveva
raggiungere fatti e persone a tutte le profondità e a tutte le altezze, nessuno
escluso della compagine sociale, e riservata allora esclusivamente per le Pillole
Pink il cerotto Bertelli e la Chinina Migone; usarla per i problemi dello spirito era
ritenuta dai benpensanti tale ignominia per cui nessun vocabolario possedeva una
parola infamante per poterla degnamente qualificare218.
217
Le ‘serate’, che si tengono in teatri e luoghi famosi, sono happening in cui i futuristi,
durante la lettura-declamazione dei vari Manifesti, cercano di suscitare le reazioni del
pubblico pagante che risponde con insulti e lanci di oggetti vari: tra voli di schiaffi e pugni, il
tutto termina in una voluta rissa. Sia il battage pubblicitario che le precede, sia i resoconti
giornalistici degli avvenimenti forniscono visibilità al movimento. Lo stesso Marinetti, nel
1914, in un articolo su «Lacerba», stila il decalogo da seguire per la perfetta Serata o conferenza
futurista, F. T. MARINETTI, Gli sfruttatori del futurismo, in «Lacerba», a. II, n. 7, 1 aprile 1914, ora
in G. LUTI (a cura di), «Lacerba» …, cit., pp.106-107. Le soireé sono definite, giudicate o
liquidate nei modi più disparati: dall’apprezzamento più sperticato, all’odio senza riserve. Ai
fini del presente lavoro, si ritiene significativo quanto afferma De Maria per il quale le serate
sono «l’invenzione più geniale dei futuristi», L. DE MARIA, Il ruolo …, cit., p. 41; anche per
Mosse sono state «uno dei mezzi principali che permisero al futurismo di diventare uno dei
primi movimenti d’avanguardia autenticamente popolari», G. L. MOSSE, Cit., p. 19.
218
A. PALAZZESCHI, Prefazione in TIF, p. XXI. Scrive inoltre Salaris che per questa intensa
attività di propaganda Marinetti conquista anche l’appellativo di «poeta Pink». Cfr. C.
SALARIS, Storia del futurismo …, cit., p. 23.
219
È da sottolineare che il sistema elettorale politico del Regno d’Italia, in base alla normativa
raccolta nel Testo unico approvato con R.D. del 24 settembre 1882, n. 999, prevede che
possono votare soltanto gli uomini che abbiano compiuto 21 anni, previo versamento di un
contributo di lire 19,80; che abbiano superato le prove del corso elementare obbligatorio e, se
analfabeti, che abbiano assolto gli obblighi militari. Persiste ancora, quindi, la differenza tra
coloro che possono accedere alle urne, il «Paese legale», e coloro ai quali è precluso l’esercizio
del voto, il «Paese reale» formato dalla maggioranza dei cittadini, comprese le donne.
220
Il volantino, oltre a essere affisso sui muri delle principali città italiane, è ripubblicato lo
stesso anno, con il titolo Il manifesto politico dei futuristi, a p. 35 della rivista «Poesia» di aprile-
luglio, con il preambolo: «Durante il recente periodo elettorale, i Futuristi, conseguenti al loro
60
Nel terzo manifesto221 del futurismo, Uccidiamo il chiaro di luna! 222, un breve
racconto di senso squisitamente allegorico, Marinetti ribadisce, sempre con i
suoi toni peculiari, i concetti base delle sue intenzioni nonché le prerogative del
movimento: la distruzione di tutto quello che è e che rappresenta il passato,
senza ancora alcuna progettazione per il futuro perché: «Per ora, ci
accontentiamo di far saltare in aria tutte le tradizioni». La guerra, che nel primo
manifesto era la «sola igiene del mondo», qui diviene anche «la nostra ragione di
vivere, la nostra sola volontà!». Mentre il disprezzo per la donna viene
confermato «poiché noi temiamo che braccia supplici s’intreccino alle nostre
ginocchia, la mattina della partenza!» per i campi di battaglia. Perciò è
fondamentale, nella poetica marinettiana, eliminare l’emblema del romanticismo
che impregna letteratura e poesia: il chiaro di luna. «Fu così che trecento lune
elettriche cancellarono coi loro raggi di gesso abbagliante l’antica regina verde
degli amori»223.
Agli inizi del 1910 esce il «romanzo africano» Mafarka il futurista, in cui è
narrata la storia del re arabo Mafarka che «vuol creare e crea, in una lotta
sovrumana contro la materia e le leggi meccaniche, il suo figlio ideale,
224
È la trama dell’opera che lo stesso Marinetti espone nel corso del dibattimento del
processo. F. T. MARINETTI, Mafarka …, cit, p. 240.
225
Le fasi del dibattimento, che avviene nel processo di assoluzione, sono poi pubblicate
nelle riedizioni dell’opera. Cfr. L. BALLERINI, Introduzione, in Mafarka …, cit., pp. XXVIII-
XXIX.
226
F. T. MARINETTI FUTURISTA, Guerra …, cit., p. 7.
227
Queste le sue parole: «In politica, siamo tanto lontani dal socialismo internazionalista e
antipatriottico - ignobile esaltazione dei diritti del ventre - quanto dal conservatorume
pauroso e clericale, simboleggiato dalle pantofole e dallo scaldaletto». F. T. MARINETTI
FUTURISTA, Guerra…, cit., p. 24. Ora anche in TIF p. 249.
228
Ibidem.
62
Verso la fine della declamazione, secondo Palazzeschi, i futuristi
politicamente si collocano all’«Estrema Sinistra della letteratura»229.
229
Quest’ultima dichiarazione è tratta dal libro delle opere di A. PALAZZESCHI, L’incendiario,
introdotte dal Rapporto sulla vittoria del Futurismo a Trieste, Milano, Edizioni Futuriste di
“Poesia”, 1910, p. 15. Non è possibile accertare quale sia l’esatto e completo testo del
discorso tenuto durante la ‘serata triestina’ a causa delle diverse riscritture apparse su più
pubblicazioni, avvenute principalmente a cura dell’autore stesso, generatrici di confusioni tra
le varie fonti. Nel presente lavoro ci si è avvalsi dei testi riprodotti nelle edizioni indicate.
230
È questa la confidenza che Boccioni fa a Romano Russolo «qualche giorno dopo aver
assistito alla serata futurista al Teatro Lirico di Milano del 15 febbraio 1910 conclusasi
platealmente con l’arresto di Marinetti». F. BENZI, Il Futurismo, Milano, Federico Motta
editore, 2008, p. 14.
231
Il manifesto è letto pubblicamente il giorno «8 marzo 1910 dalla ribalta del Politeama
Chiarella di Torino», come emerge dal successivo Manifesto tecnico della pittura. Non è tuttavia
possibile una puntuale ricostruzione sulle circostanze e le date dell’incontro tra Marinetti e i
primi rappresentanti dell’arte figurativa a causa delle discordanze tra ricordi e racconti narrati
nel tempo da alcuni protagonisti. Qui ci si è avvalsi dell’opera di G. DI GENOVA, Cit., pp.
107-110, e F. BENZI, Cit., pp. 14-16, in cui sono esaminate e ricostruite le varie
testimonianze, tra cui quella di L. ALTOMARE, Incontri con Marinetti e il Futurismo, Roma, Corso,
1954. Sulla presenza di Palazzeschi al primo incontro, si veda anche A. PALAZZESCHI,
Prefazione in TIF, pp. XVIII-XIX.
232
Come affermato da molti studiosi, le date dei due manifesti, 11 febbraio e 11 aprile 1910,
sono fittizie e derivanti dalla personale mania di Marinetti per il numero undici di cui si è
fatto cenno a p. 56, n. 200.
63
la società», come dichiareranno poi nel secondo manifesto in cui si addentrano
nella descrizione di quelle che ritengono «le più alte espressioni dell’assoluto
pittorico»233. In entrambi i manifesti tutto è in contrapposizione con la
tradizione artistica precedente. Tutta l’arte figurativa diventerà «la punta di
diamante del neonato movimento»234.
Il 16 marzo 1910 su «La Demolizione»235 esce I nostri nemici comuni in cui
Marinetti auspica la costituzione di un fronte comune tra futurismo e
sindacalismo: «Le ali estremiste della politica e della letteratura» che, seppur
professano opposte idee rivoluzionarie, tendendo a soddisfare l’una i bisogni
della ‘pancia’ e l’altra i bisogni dello spirito, hanno, secondo Marinetti, obiettivi
convergenti per «la redenzione della razza e dell’arte», spiritualmente
accomunate da «nemici comuni» quali «clericalismo, affarismo, moralismo,
accademismo, pedantismo, pacifismo, mediocrismo»236. Tuttavia, tale auspicio
resterà una pia illusione237. Qui, inoltre, è in nuce il tema «dell’estetica della
violenza» che riprende ed esplicita nelle conferenze di Napoli, Milano e Parma,
con il discorso su La bellezza e la necessità della violenza238 in cui alla fine sostiene
233
I testi dei manifesti sono tratti da TIF, pp. 20-26.
234
F. BENZI, Cit., p. 14.
235
La rivista, pubblicata a Nizza e Milano fra il 1909 e il 1910, è sostenuta «finanziariamente
dallo stesso Marinetti». Il fondatore, Ottavio Dinale (Marostica, Vicenza 20 maggio 1871 -
Roma 7 marzo 1959), inizialmente sindacalista rivoluzionario, confluirà nel fascismo. Diverrà
anche «biografo del Duce e otterrà varie cariche, ricevendo nel 1912 la nomina di prefetto.
Direttore della rivista “Augustea” (1941), aderirà infine alla Repubblica Sociale Italiana». Cfr.
A. D’ORSI, Dinale Ottavio, voce in E. GODOLI, Cit., pp. 382-383.
236
Ora ripubblicato in U. CARPI, L’estrema avanguardia del Novecento, Roma, Editori Riuniti,
1985, pp. 39-40.
237
Secondo Giovanni Lista, tra il 1909 e il 1911, Marinetti ha cercato alleanza con l’area
anarco-sindacalista operaia: il progetto è naufragato a causa della «pregiudiziale nazionalista e
guerrafondaia» di Marinetti. Cfr. G. LISTA, Arte e Politica. Il futurismo di sinistra in Italia, Milano,
Multhipla Edizioni, 1980. Sulle idee e sull’itinerario politico di Marinetti, Lista ha espresso le
sue tesi in vari testi richiamati alle note 4 e 13 dello stesso volume.
238
Cfr. G. LISTA, Arte e ..., cit., pp. 33-34.
64
che: «all’attuale estetica di fango monetario, noi opponiamo - sia pure! - una
estetica di sangue di violenza»239.
Altre ‘serate futuriste’ seguono al Lirico di Milano, al citato Chiarella di
Torino e al Mercadante di Napoli240. Sulla manifestazione del 16 maggio 1910 a
Milano, il Prefetto della città il giorno successivo così scrive:
Il Marinetti è quel tale poeta futurista, squilibrato che già tentò, alcuni mesi or
sono, una dimostrazione anti-austriaca al teatro Lirico quasi per far dimenticare
al pubblico il fiasco solenne che precedentemente in quella sera stessa e in quello
stesso teatro avevano fatto le poesie declamate da lui e dai suoi accoliti.
Ieri sera egli continuò nello stesso sistema approfittando del momento di onda
patriottica che i triestini avevano sollevato in Milano241.
A Venezia la serata del primo agosto è preceduta dal lancio, dalla Torre
dell’Orologio, di volantini contenenti il manifesto Contro Venezia passatista, città
definita «cloaca massima del passatismo»242.
239
Per analisi e approfondimenti sul testo si vedano: a) G. BERGHAUS, Violence, War,
Revolution: Marinetti’s Concept of a Futurist Cleanser for the World, in «Annali d’Italianistica», n. 27,
2009, pp. 23-71, il testo delle conferenze e una rassegna stampa sulle reazioni che ha suscitato
il discorso costituiscono le due appendici; b) M. D’AMBROSIO, Nuove verità crudeli: origini e primi
sviluppi del Futurismo a Napoli, Napoli, Alfredo Guida Editore, 1990, pp. 284-285.
240
All’evento della serata futuristica di Napoli, che si tiene il 20 aprile 1910, Matteo
D’Ambrosio ha riservato l’intero Capitolo Quarto esaminando, tra l’altro, anche i coevi
articoli giornalistici. M. D’AMBROSIO, Cit., pp. 155-239.
241
Archivio Centrale dello Stato, Ministero dell’Interno, Direzione generale pubblica
sicurezza, Casellario politico giudiziario, busta 3066, «Marinetti». Notizia tratta da: E.
GENTILE, “La nostra sfida alle stelle”. Futuristi in politica, Roma-Bari, Laterza, 2009, p. 7.
242
F. T. MARINETTI FUTURISTA, Guerra …, cit., p. 52. Ora in TIF, p. 268. Tuttavia, le varie
testimonianze, in primis quella dello stesso Marinetti, sul lancio dei volantini dalla Torre
dell’Orologio sono imprecise e discordanti. Non è neppure possibile collocare l’avvenimento
in una data precisa, anche perché non è stata finora rintracciata alcuna prova provata in
merito all’effettiva realizzazione della manifestazione stessa. In proposito si vedano le
ricerche di I. GAULT, Mémoire de Master 1, Venise et le futurisme de l’avant-garde: une confrontation
mise en scène (1909-1915), p. 34. Visibile all’indirizzo internet: http://doc.sciencespo-
lyon.fr/Ressources/Documents/Etudiants/Memoires/Cyberdocs/MFE2011/gault_i/pdf/g
ault_i.pdf. - ultimo accesso giugno 2016.
A questo punto si può, senza ombra di dubbio, concordare con la stessa Gault quando
sottolinea l’affermazione di Giovanni Lista di diffidare dei racconti di Marinetti poiché ha
una notevole capacità: «à créer des légendes en exagérant les choses, et parfois, en n’hésitant
pas à recourir à l’imagination pour se donner des titres de gloire». G. LISTA, F. T. Marinetti.
L’anarchiste du futurisme, Marseille, Séguier, 1995, p. 20.
65
Come sottolinea Lista, è durante una di queste eclatanti attività di
propaganda che Marinetti utilizza la parola “movimento” per definire
pubblicamente il futurismo243.
Nella primavera del 1911, i futuristi Boccioni, Carrà e Russolo partecipano
all’Esposizione di Arte Libera di Milano244. La forte stroncatura di Ardengo
Soffici, su «La Voce» di Firenze, spinge il gruppo artistico milanese, insieme a
Marinetti, a organizzare un’azione punitiva. L’incontro-scontro inizia una sera di
fine giugno, al Caffè delle Giubbe Rosse, e prosegue alla stazione la mattina
dopo con l’intervento della polizia245. Tuttavia, la rissa sancisce di fatto, dopo la
riconciliazione, la nascita del legame della città medicea e il futurismo con la
fondazione, nel 1913, di «Lacerba»: prima storica rivista futurista di Firenze246.
Tanta animosità futurista ben si inserisce nel contesto storico del
momento. In effetti il vecchio sogno coloniale italiano si sta ridestando. La
traballante classe dirigente liberale tenta di rinforzarsi anche attraverso una
politica estera espansionistica. Nonostante la débâcle di Adua del 1896;
nonostante sia passato soltanto un cinquantennio dall’Unità, e il Paese sia
ancora diviso, soprattutto economicamente, caratterizzato da un alto tasso di
243
Cfr. G. LISTA, Futurismo. La rivolta dell’avanguardia, Milano, Silvana Editoriale, Fondazione
Val, 2008, p. 86.
244
La mostra è organizzata dalla Direzione della Casa del Lavoro di Milano a favore della
Cassa di soccorso per disoccupati. La lettera d’invito agli artisti, datata 30 gennaio 1911, è
visibile all’indirizzo:
http://www.umanitaria.it/public/application/1911_Esposizione_Arte_Liber.pdf - ultimo
accesso giugno 2016.
Secondo Lista la lettera, di cui ripubblica il testo in appendice, è «direttamente ispirata, e
probabilmente redatta, da Boccioni». Inoltre egli evidenzia le iniziali distinzioni tra Marinetti
e Boccioni, che evolvono nell’affidamento, in particolare di tutto il gruppo milanese, «nelle
mani di Marinetti di ogni direttiva politica del movimento futurista». Cfr. G. LISTA, Arte e …,
cit., pp. 34-47.
245
La famosa rissa è raccontata nel volantino Schiaffi, pugni e quadri futuristi; accennata in F. T.
MARINETTI, Marinetti e il Futurismo, in TIF, p. 588, ed «esposta in chiave creativa» in F. T.
MARINETTI, A. VIVIANI, Firenze biondazzurra …, cit., pp. 43-50. Sul caffè fiorentino, gli anni
‘eroici’ del futurismo e «Lacerba» si veda: A. VIVIANI, Giubbe Rosse. Il caffè della rivoluzione
culturale nella Firenze 1913-1915, a cura di P. PERRONE BURALI D’AREZZO e MUSEO DEL
FUTURISMO “A. VIVIANI-BURALI”, Milano, Nuove Edizioni Culturali, 2007. Il burrascoso
incontro è narrato, tra gli altri, anche da un partecipante all’evento: M. CARRÀ (a cura di),
Carlo Carrà, La mia vita, Milano, Abscondita, 2002, pp. 93-94.
246
Per la rivista «Lacerba» si rimanda al paragrafo successivo.
66
analfabetismo, con un esercito ancora non efficiente247, la propaganda
nazionalista248 si fa sempre più intensa fino alla dichiarazione di guerra alla fine
di settembre dello stesso 1911, con la sola opposizione del Partito Socialista
Italiano249. Il successivo 11 ottobre Marinetti pubblica il manifesto Per la guerra
sola igiene del mondo in cui sono, tra l’altro, affermati i «saldi principii»
dell’avanguardia italiana quali la concessione «all’individuo e al popolo [di] tutte
le libertà, tranne quella di essere vigliacco»; la proclamazione «che la parola
ITALIA deve dominare sulla parola LIBERTA’»; nonché la cancellazione del
«fastidioso ricordo della grandezza romana, con una grandezza italiana cento
volte maggiore»250. Insieme alla proclamazione della «nascita del
247
In vista dell’imminente intervento italiano in Libia, l’onorevole Gaetano Mosca, già in un
discorso alla Camera del giugno 1910, partecipando alla discussione del disegno di legge sulla
riduzione della ferma dei soldati di leva da tre a due anni, più che dell’organizzazione militare,
si preoccupa delle condizioni di efficienza dell’esercito in eventuali guerre coloniali. Cfr. A.
PANEBIANCO, Gaetano Mosca, studioso e uomo politico, in ARCHIVIO STORICO DEL SENATO
DELLA REPUBBLICA (a cura di), Gaetano Mosca. Discorsi parlamentari, Bologna, Il Mulino, 2003,
p. 19.
248
Alla propaganda contribuiscono gli intellettuali da poco scesi nell’agone politico già
ricordati. È inoltre nel 1910 che a Firenze si tiene il primo convegno dell’Associazione
Nazionale Italiana che diventerà, nel 1913, il partito politico in cui Enrico Corradini riveste
un ruolo preminente sin dal convegno. La campagna a favore della guerra di Libia può essere
considerata la prova generale di ciò che si verificherà pochi anni dopo in occasione della più
vasta propaganda interventista per la Grande Guerra. Per la partecipazione degli intellettuali
alla preparazione all’impresa in Tripolitania e Cirenaica si veda: F. MALGERI, La guerra di Libia
(1911-1912), Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1970; il capitolo Filippo Tommaso
Marinetti. La battaglia di Tripoli (26/10/1911) Vissuta e cantata da F.T. Marinetti Battaglia Peso
+Odore15 – Esempio di parole in libertà, in I. NARDI, S. GENTILI (a cura di), La grande illusione:
opinione pubblica e mass media al tempo della Guerra di Libia, Perugia, Morlacchi, 2009, pp. 217-
230; A. SCHIAVULLI, La guerra lirica: il dibattito dei letterati italiani sull’impresa di Libia, Ravenna,
Fernandel, 2009, p. 18; V. NOCENTINI, Il palcoscenico della Guerra di Libia. Protagonisti, retorica,
nazione, 1911-1912, Tesi Dottorato, Columbia University, 2013.
249
Come annota Walter Benjamin: «Tutti gli sforzi in vista di un’estetizzazione della politica
convergono verso un punto. Questo punto è la guerra». W. BENJAMIN, L’opera d’arte nell’epoca
della riproducibilità tecnica, Torino, Einaudi, 2000, p. 46.
250
Per d’Orsi: «I tre punti del manifesto rivelano la sottomissione del dinamismo futurista alle
categorie essenziali del nazionalismo». Il manifesto è inoltre pubblicato il 15 ottobre 1911 dal
quotidiano nazionalista «La Grande Italia». Cfr. A. D’ORSI, L’ideologia politica del futurismo,
Torino, Il Segnalibro Editore, 1992, p. 22.
67
PANITALISMO», la già agognata esaltazione del conflitto trova qui finalmente
la sua piena ed effettiva applicazione251.
E a fine mese Marinetti parte per il teatro di guerra come inviato di un
giornale francese. Al ritorno in Italia, alla termine delle ostilità, ripubblica i suoi
réportages di guerra con il titolo La battaglia di Tripoli 252.
A iniziare dal 1911, le idee propugnate dal Futurismo si vanno sempre più
estendendo e affermando anche in altri ambiti253, fatto questo che lo rende
universalmente riconosciuto come la prima avanguardia totale254.
Il 5 febbraio 1912, alla Galleria Bernheim-Jeune di Parigi debutta il tour
europeo della mostra dei pittori futuristi255.
Il 12 maggio successivo esce il Manifesto tecnico della letteratura futurista.
251
Marinetti poi ripubblica il testo, privo del titolo, in Guerra sola igiene del mondo nel 1915,
all’interno del capitolo Movimento politico futurista, alle pp. 153-154. È lo stesso autore, prima
della trascrizione del testo, a precisare: «Allo scoppiare della guerra libica (1911)
pubblicammo quest’altro manifesto».Testo in Appendice Manifesti.
252
Il libro con il titolo La battaglia di Tripoli (26 ottobre 1911), vissuta e cantata da F. T. Marinetti
esce nel 1912, a cura delle Edizioni futuriste di «Poesia» a Milano, in francese e italiano. Nello
stesso anno è ripubblicato anche dai tipi Elzeviriana di Padova in una edizione speciale «A
totale beneficio delle famiglie dei morti e feriti in guerra». Cfr. G. DESIDERI, Bibliografia
generale delle opere di F. T. Marinetti, in «ES.» (a cura di), F.T. Marinetti Futurista. Inediti, pagine
disperse, documenti e antologia critica, Napoli, Guida Editori, 1977, p. 388. La battaglia di Tripoli è
uno dei pochi testi, se non l’unico, di Marinetti che non abbia avuto ulteriori ripubblicazioni.
253
La teorizzazione dell’arte nel 1911 coinvolge anche la musica: l’11 gennaio esce il Manifesto
dei Drammaturghi futuristi, con il titolo definitivo di La voluttà d’essere fischiati, Manifesto dei
musicisti futuristi, a firma di Balilla Pratella, seguito, il 29 marzo da La Musica Futurista Manifesto
tecnico.
254
Cfr. G. DI GENOVA, Cit., p. 187.
255
La mostra si tiene a Londra, Berlino, Bruxelles, L’Aia, Monaco, Amburgo, Vienna. La
Prefazione al Catalogo delle Esposizioni, firmata da Boccioni, Carrà, Russolo, Balla e Severini, che
è un testo-manifesto dell’arte figurativa futurista, contiene, tra l’altro, per la prima volta uno
dei famosi termini del futurismo: simultaneità. Nella Prefazione a tal proposito si legge che «la
mèta inebbriante» dell’artista futurista è «La simultaneità degli stati d’animo nell’opera d’arte»
necessaria «Per far vivere lo spettatore al centro del quadro, secondo l’espressione del nostro
manifesto, bisogna che il quadro sia la sintesi di quello che si ricorda e di quello che si vede».
Cfr. Prefazione al Catalogo delle Esposizioni, in FTMeF, pp. 58-66. Sempre nel 1912 Boccioni
firma il Manifesto della scultura futurista o La scultura futurista, in FTMeF, pp. 66-73. Del successo
«colossale» della mostra di Berlino - organizzata da Herwarth Walden il direttore del «Der
Sturm» - Marinetti ne parla con il giornalista Gubello Memmoli il 30 ottobre 1913. Sui
rapporti tra l’avanguardia italiana e la rivista si segnala M. BRESSAN, Der Sturm e il futurismo,
Mariano del Friuli, Edizioni della Laguna, 2010.
68
A luglio del 1912, esce l’articolo di Auguste Joly Sur le futurisme, alla pagina
68 della rivista mensile «La Belgique Artistique & Littéraire. Revue Mensuelle
Nationale Du Mouvement Intellectuel»256. Con il titolo Il Futurismo e la filosofia, è
poi riprodotto in un volantino bilingue, a cura della Direzione del Movimento
Futurista257: è uno dei pochi testi che cerchi di conferire spessore filosofico alle
varie articolazioni del movimento d’avanguardia italiano.
Peraltro era già uscito, il 25 marzo 1912, a firma di Valentine de Saint
Point il Manifesto della donna futurista, prima testimonianza della presenza
femminile all’interno del futurismo. La stessa de Saint-Point insiste, l’11 gennaio
seguente, con il Manifesto della Lussuria258.
256
L’articolo originale è visibile all’indirizzo internet:
http://digistore.bib.ulb.ac.be/2011/ELB-ULB-545307-1912-000-028_f.pdf - ultimo accesso
giugno 2016.
257
Oggi in TIF, pp. 263-268.
258
Si veda il Capitolo III.
259
Cfr. G. DI GENOVA, Cit., p. 196, nota 56.
69
giunto a piena maturazione» nell’intento di emulare «la politica battagliera del
poeta trecentesco»260.
Tuttavia futuristi e lacerbiani provengono da un retroterra culturale
completamente diverso: dalla Milano immersa nella nascente industria, mitizzata
dal Futurismo arrembante, e dalla Firenze ricca di opere rinascimentali e
circondata da una Toscana ancora rurale261.
Eppure, per un paio d’anni, tra i due gruppi si instaura una «volontaria
‘alleanza’ offensiva e difensiva contro i nemici comuni», a partire dalla prima
delle famose soirées futuriste al teatro Costanzi di Roma del successivo 21
febbraio262. Dopo il suo articolo Il significato del futurismo263, Papini è invitato da
Marinetti alla serata durante la quale, dal palco, legge il suo Discorso di Roma, più
volte interrotto dagli «schiamazzi […] dinanzi al fragore di tremila persone», in
cui afferma di provare «una repulsione che in certi momenti arriva all’odio» per
260
Cfr. G. LUTI, Qui non si canta al mondo delle rane. Introduzione alla edizione anastatica e indici
completi. Lacerba 1913-1915, Firenze, Vallecchi, 2000, pp. 4-5. Alla rivista, che è anche contro
l’arte e la società borghese, collaborano, tra gli altri, Gian Pietro Lucini, Dino Campana, Aldo
Palazzeschi, Corrado Govoni, Piero Jahier, Italo Tavolato, Giuseppe Ungaretti; i pittori
futuristi Umberto Boccioni, Carlo Carrà, Luigi Russolo, l’architetto Sant’Elia, e anche il poeta
Guillaume Apollinarie. Secondo Carlo Carrà, è soltanto dopo l’entrata dei futuristi che la
rivista decolla e aumenta «la sua diffusione in Italia e all’estero, raccogliendo ovunque
consensi strepitosi». Come noto la testata della rivista è inserita, nel 1914, da Picasso nella sua
Natura morta italiana. Cfr. G. DI GENOVA, Cit., pp. 196-197, anche note 56-58. «Lacerba ha
rappresentato dunque un’epoca: la sua testata si inserisce sempre più spesso come citazione
(ritagliata o dipinta che sia) in numerose opere di pittori d’avanguardia di tutto il mondo,
come contrassegno di modernità». C. SALARIS, Storia del Futurismo …, cit., p. 72. Italo
Tavolato, uno dei collaboratori della rivista, si ‘applica’ con ‘impegno’ alla questione
femminile: I. TAVOLATO, L’anima di Weininger, in «Lacerba», a. I, n. 1, 1 gennaio 1913, ora in
G. LUTI (a cura di), «Lacerba» …, cit., pp. 5-7.
261
Cfr. C. SALARIS, Storia del Futurismo …, cit., p. 68. In merito alle vicende e la
documentazione relativa al rapporto tra futuristi milanesi e lacerbiani fiorentini sono stati
consultati anche: G. DI GENOVA, Cit., pp. 195-198; sul rapporto di natura politica che
intercorre tra futuristi e lacerbiani: A. D’ORSI, L’ideologia …, cit., pp. 22-24. Sulla differenza
del futurismo nelle due città: C. SALARIS, Futurismo, Milano, Editrice Bibliografica, 1994, p.
64; nonché G. DE VINCENTI, Il genio del secondo futurismo fiorentino tra macchina e spirito, Ravenna,
Angelo Longo Editore, 2013, pp. 28-31.
262
In contemporanea, al Ridotto del teatro è organizzata la mostra di pittura futurista alla
quale partecipa per la prima volta anche il romano Balla: è così che inizia la discesa nella
capitale del futurismo milanese.
263
G. PAPINI, Il significato del futurismo, in «Lacerba», a. I, n. 3, 1 febbraio 1913, ora in G. LUTI
(a cura di), «Lacerba» …, cit., pp. 22-25.
70
la città che è «intellettualmente parlando una mantenuta» e, come se non fosse
già sufficiente, aggiunge che è una città: «tutto passato nelle sue rovine, nelle sue
piazze, nelle sue chiese; questa città brigantesca e saccheggiatrice che attira
come una puttana e attacca ai suoi amanti la sifilide dell’archeologismo cronico,
è il simbolo sfacciato e pericoloso di tutto quello che ostacola in Italia il sorgere
di una mentalità nuova, originale, rivolta innanzi e non sempre indietro. […] ci
siamo ostinati a voler la capitale a Roma, in mezzo a un deserto, lontana dalle
altre capitali europee, in mezzo a una popolazione [… che] non aveva nessuna
voglia di lavorare»264.
Inoltre, il successivo 15 marzo, sempre su «Lacerba», esce l’articolo a firma
di Papini in cui, nonostante il titolo Contro il futurismo, sostiene l’avanguardia
italiana e scrive, tra l’altro: «Senza i teppisti del 1789 saremmo ancora all’ancien
régime - e senza la violenza di linguaggio dei primi socialisti i nostri operai
sarebbero ancora dei mezzi schiavi mal pagati. Perché non deve essere permessa
la violenza a chi vuol suscitare una rivoluzione artistica?»265.
Il filosofo e scrittore toscano, invece, non sarà presente il 9 marzo
seguente, alla seconda serata futurista tenutasi sempre al teatro Costanzi. Qui
l’aristocratico pubblico pagante, a differenza della serata precedente che era
gratuita e riservata agli abbonati, accorre numeroso e con l’intento di far pagare
ai futuristi la denigrazione della capitale. Il previsto programma di lettura di
poesie di Buzzi, Palazzeschi e Folgore, l’esecuzione della sinfonia futurista Inno
alla vita di Pratella e il Consiglio ai romani di Marinetti, annaspa per poi annegare
sotto il temporale di ortaggi e frutta lanciati dal pubblico. Anche questa soirée è
futuristicamente riuscita con ampia coda polemica sui quotidiani. Tra il
pubblico sono presenti, tra gli altri, il marchese Cappelli e i principi
264
G. PAPINI, Il discorso di Roma, in «Lacerba», a. I, n. 5, 1 marzo 1913, ora in G. LUTI (a cura
di), «Lacerba» …, cit., pp. 37-41. Il discorso è inoltre ristampato più volte in libretti che
riscuotono notevole successo. Tuttavia, della performance papiniana non è contento
Marinetti che in una lettera a Cangiullo scrive: «quanto a Papini, non ha ni le physique, ni la voix
du rôle». Cfr. C. SALARIS, La Roma …, cit., p. 44.
265
G. PAPINI, Contro il futurismo, in «Lacerba», a. I, n. 6, 15 marzo 1913, ora in G. LUTI (a cura
di), «Lacerba» …, cit., pp. 45-48.
71
Boncompagni e Altieri; con quest’ultimo si scontrano fisicamente prima
Marinetti all’uscita del teatro e poi Boccioni in una via adiacente266.
Proprio dal 1913, non soltanto Firenze ma anche la capitale vengono
sempre più coinvolte nella ‘propagazione’ del futurismo. La discesa a Roma del
futurismo milanese267 ha un’incubazione iniziata anni prima e maturata anche
attraverso la collaborazione di alcuni poeti e scrittori romani con la rivista
«Poesia»: uno su tutti Trilussa268. Molte le amicizie romane che Marinetti
annovera, come Ettore Petrolini269 e Paolo Orano270; fecondi i rapporti
intrattenuti con gli artisti di via Margutta271; utile la frequentazione dei migliori
salotti romani come quello della marchesa Casati. Nella relazione tra Marinetti e
i romani poco sembrano incidere alcune sue pubblicazioni precedenti come
Contro Firenze e Roma piaghe purulente della nostra Penisola 272 (1910) e Le monoplan du
266
Cfr. G. DI GENOVA, Cit., p. 215; cfr. C. SALARIS, La Roma …, cit., pp. 45-46. Sulle serate
futuriste si vedano, oltre ai testi citati alla nota 23 del presente capitolo: F. CANGIULLO
[partecipante all’evento], Le serate futuriste, Napoli, Tirrena, 1930; S. BERTINI, Marinetti e le
«Eroiche serate», Novara, Interlinea, 2002.
267
«Intanto il Futurismo si propagava in tutta Italia moltiplicando i suoi violentissimi comizi
artistici letterari politici nei teatri e nelle piazze». Come scrive, nel 1929, F. T. MARINETTI,
Marinetti e il futurismo, ora in TIF, p. 585. In realtà le serate futuriste si svolgono anche in altre
città italiane: il movimento si diffonde in diverse province in modo piuttosto frammentato, a
macchia di leopardo, adattandosi, tuttavia, alle varie realtà locali. «Questo fenomeno di
infiltrazione nelle diverse regioni si sviluppa in particolare negli anni tra le due guerre, quando
il futurismo, lasciando spazio ai gruppi locali, vorrebbe connotarsi come una grande
avanguardia di massa». C. SALARIS, Dizionario del futurismo. Idee provocazioni e parole d’ordine di una
grande avanguardia, Roma, Editori Riuniti, 1996, p. 84. Le motivazioni che portano Marinetti a
Roma sono ben illustrate in ID., La Roma …, cit., p. 62, nota 1.
268
Di Trilussa è la poesia Er diavolo che se fa frate (Frammento romanesco), dedicata a “Milton” -
autore del Il Paradiso perduto - pubblicata su «Poesia», a. I, n. 8, settembre, 1905, p. 15.
269
Il rapporto tra Marinetti e l’attore romano non sarà tuttavia idilliaco.
270
Paolo Orano (Roma, 19 giugno 1875-Padula (Salerno), 7 aprile 1945) all’epoca ancora
militante nel sindacalismo rivoluzionario; più tardi aderirà al fascismo: giornalista, saggista e
Deputato, docente universitario e Rettore a Perugia dove fonda una scuola di giornalismo.
271
Pur non avendone certezza, la possibilità che Marinetti si sia potuto incontrare con Edyth
von Haynau anche all’Associazione di via Margutta è altamente probabile. Si veda anche
supra il primo Capitolo.
272
F.T. MARINETTI, Futurismo e Fascismo, Franco Campitelli Editore, Foligno, 1924, pp. 42-44.
L’appellativo di ‘passatista’ non è attribuito alla sola capitale ma anche alle altre città d’arte
particolarmente ricche di storia - e «forestieri»! - comprese Venezia e Firenze.
72
273
Pape (1912), romanzo in versi liberi in cui aveva immaginato di rapire il
pontefice da un aereo. Che tali testi fossero più o meno conosciuti nella capitale
è poco rilevante, dal momento che la necessità e l’urgenza di rompere con il
passato del pensiero futurista era ben nota. Esigenza di rinnovamento e
svecchiamento condivisa soprattutto dai più giovani tra i quali attecchisce più
facilmente l’avanguardia italiana. Nonostante le rumorose e agitate entrées, sono
diverse le iniziative futuriste che si susseguono nella capitale; non interrotte
neppure dalla «baruffa per le vie del centro» (25 aprile 1913) e dal conseguente
invito della Questura a lasciare la città rivolto a Marinetti che sarà, al contrario,
sempre più presente nella capitale274.
A maggio, fedele all’ideale di rinnovamento totale, Marinetti pubblica il
manifesto Distruzione della sintassi – Immaginazione senza fili – Parole in libertà, in cui
precisa e amplia quanto già scritto l’anno precedente nel Manifesto tecnico della
letteratura futurista e nel collegato Risposte alle obiezioni, portando così a
completamento la sua teorizzazione sulle trasformazioni a cui deve essere
sottoposta anche la ormai ‘stantia’ forma letteraria275.
273
Il romanzo, scritto in versi, è poi pubblicato in italiano a Milano a cura delle Edizioni
Futuriste di «Poesia» e, come appare nell’edizione italiana, «Tradotto (scopo propaganda)
oggi 1914». Come scrive Bevilacqua, i bersagli del libro sono due: la piccola borghesia e il
clero. Entrambi all’interno di «una ‘ideologia del confuso’, dove i dati positivi, antipassatisti e
moderni, cioè avanguardistici, devono essere di volta in volta dipanati nel coacervo
semiologico delle operazioni artistiche». Cfr. M. BEVILACQUA, Le Monoplan du Pape: il breviario
estetico-politico di F. T. Marinetti, in «ES.» (a cura di), F.T. Marinetti …, cit., pp. 258-259. Inoltre,
per Saccone, l’opera marinettiana «congiunge guerra, aspirazioni nazionalistiche,
macchinismo e polemica anticlericale». A. SACCONE, Marinetti e il futurismo, Napoli, Liguori,
1998, p. 101.
274
Cfr. C. SALARIS, La Roma …, cit., pp. 45-63. L’autrice ricostruisce «la presa di Roma da
parte del futurismo» anche attraverso interviste e articoli apparsi sui giornali dell’epoca.
275
Occorre, pertanto, come affermato: «distruggere la sintassi disponendo i sostantivi a caso,
come nascono»; usare il verbo all’infinito e le parole onomatopeiche; abolire l’aggettivo e
l’avverbio, sostituire la punteggiatura con i segni musicali e della matematica; recuperare il
potere dell’analogia; per provocare suggestioni, nella letteratura, al posto della parola bisogna
introdurre il rumore, il peso e l’odore, fino alla decretazione della morte del verso libero, che pure
era stato utilizzato per fare piazza pulita del passato, «sostituito dalle parole in libertà». In
questa «terra rimpicciolita dalla velocità» è indispensabile narrare «tutto, presto, in due parole!».
Quindi, nella nuova esperienza letteraria marinettiana, il testo diventa un’immagine in cui
l’autore, attraverso l’adozione di nuove forme tipografiche (caratteri di diverso tipo e
dimensione non più disposti soltanto in orizzontale tanto da occupare completamente la
pagina, insieme a linee e disegni), riesce brevemente a descrivere e a raccontare la realtà che
73
Antonio Gramsci, il 20 maggio, si schiera in difesa della rivoluzione
letteraria marinettiana che è riuscita a creare nel «pollaio intellettuale italiano
[una] grande agitazione», convinto che «nella presente spaventosa povertà di
produzione artistica, era fatale che chi lavorava per una fede, per un’idea,
dovesse prevalere». L’articolo termina con l’affermazione che «i nuovi venuti
con tutta l’incompostezza, con tutto il turgore dei muscoli mostranti lo sforzo,
hanno troppa vitalità, perché possa farli retrocedere il bisbiglio e il piss-piss
delle comarelle»276.
Il 15 ottobre 1913 esce su «Lacerba», il Programma Politico Futurista a firma
Marinetti, Boccioni, Carrà e Russolo, con lo stesso incipit del volantino del
1909277, in cui viene ribadito e ampliato il concetto di ‘patriottismo’ inneggiante
alla «grandezza di un’Italia intensamente agricola, industriale e commerciale» e si
confermano l’anticlericalismo, la lotta contro il passatismo e le accademie. Per i
firmatari, il programma così delineato «vincerà» sia su quello «clerico-moderato-
liberale» sia su quello «democratico-repubblicano-socialista»278, questi ultimi di
seguito tipograficamente disposti su due colonne in una improbabile sinossi279
280
Testo qui riprodotto in Appendice Manifesti.
281
G. PAPINI, Postilla, in «Lacerba», a. I, n. 20, 15 ottobre 1913, ora in G. LUTI (a cura di),
«Lacerba» …, cit., pp. 222-223.
282
Cfr. L. DE MARIA, Il ruolo …, cit., pp. 61-62. Inoltre, per Salaris, il programma è «una sorta
di miscela modernista in salsa nazionalista». C. SALARIS, Storia del Futurismo …, cit., p. 67.
283
La seconda grande riforma elettorale dall’Unità, che avviene trenta anni dopo quella del
1882, (approvata con le leggi 30 giugno 1912, n. 666 e 22 giugno 1913, poi raccolte e
coordinate nel testo unico 26 giugno 1913), prevede l’introduzione del suffragio universale.
Anche se la definizione più esatta dovrebbe essere «suffragio quasi universale» perché
concede il diritto di voto ai cittadini maschi che abbiano compiuto 21 anni, pagato il
contributo, superato il corso elementare obbligatorio o adempiuto agli obblighi del servizio
militare, estendendolo a tutti gli uomini che hanno più di 30 anni senza obbligo di censo o di
istruzione. Gli elettori da oltre 3 milioni passano a più di 8 milioni, dei quali 2,5 milioni
analfabeti, pari al 23,2% della popolazione. È da sottolineare il fatto che - mentre è in corso
la guerra di Libia - durante l’iter parlamentare per l’approvazione della legge che permette di
votare ‘anche’ agli uomini analfabeti, alla Camera Treves e Turati, d’accordo con Mirabelli e il
liberale Sonnino, propongono un emendamento ‘corollario’ che prevede la concessione del
voto alle donne: emendamento respinto con votazione per appello nominale con 209 voti
contrari, 48 a favore e 6 astenuti.
Cfr. http://wai.camera.it/cost_reg_funz/667/1157/1153/documentotesto.asp.
D’altro canto è lo stesso presidente del consiglio, Giolitti, nelle fasi della discussione
parlamentare, il 15 maggio 1912, a paragonare, ancora una volta, la concessione del voto alle
donne a «un salto nel buio». La locuzione, che è stata coniata da Lord Palmestron (leap in the
dark), nel 1859, a proposito del diritto di voto degli operai, è entrata, dalla fine
dell’Ottocento, in tutti i parlamenti (in Germania come Sprung ins Dunkle, in Francia come
Saut dans l’inconnu), per indicare l’eventuale, e paventata, estensione del voto alle donne. Cfr.
G. BOCK, Le donne nella storia, Roma-Bari, Laterza, 2001, p. 250.
75
non si hanno notizie in merito a eventuali commenti di Marinetti, o di futuristi,
al Patto Gentiloni284: l’accordo che, stipulato prima della consultazione
elettorale, di fatto costituisce un’eresia per la ‘religione’ futurista tutta tesa allo
‘svaticanamento’ dell’Italia.
D’altro canto Marinetti sta riflettendo su che cosa è politica e su che cosa
non lo è: in questo momento storico si rivela, per inciso, ancora molto preso
dalle questioni artistiche. Di questo è però certo: sono «pochi i dissensi» con i
nazionalisti i quali, a differenza dei futuristi, vorrebbero «cementare la nazione
con la tradizione, la monumentomania e il culto dei ruderi»285, come afferma in
un’intervista286 del 30 ottobre 1913, in cui già dimostra l’imprinting del politico
navigato: in questo intervento dichiara che, pur avendo rifiutato di candidarsi
nella consultazione politica in corso, non esclude per il futuro una sua entrée
anche in politica. Ripete poi, come un mantra, alcune affermazioni del
programma che, secondo lui, sono «già nella sensibilità delle masse giovanili
italiane» e ne aggiunge anche talune non comprese nel testo pubblicato appena
quindici giorni prima287.
Intanto a Firenze due sono gli eventi importanti per la diffusione del
futurismo: il primo, prettamente artistico, è l’apertura di una Mostra di Pittura
Futurista alla Galleria Gonnelli, dalla fine di novembre alla metà di gennaio
284
La paura degli effetti che avrebbe potuto produrre il ‘suffragio quasi universale’ con il
conseguente aumento degli elettori la cui maggioranza simpatizzava per il Partito Socialista,
spinge all’accordo, non ufficiale, tra Giolitti e i cattolici, in base al quale il candidato, in caso
di elezione, si impegna a contrastare l’approvazione di eventuali leggi anticlericali. Nel
famoso eptalogo, tra l’altro, è prevista la salvaguardia dell’insegnamento della religione
cattolica nelle scuole italiane e l’assoluta opposizione al divorzio. Con l’accordo è superato il
non expedit e avviata la partecipazione alla vita politica dei cattolici.
285
In effetti più che di «dissensi» sembrano fondarsi su presupposti diametralmente opposti.
286
Marinetti proviene da Berlino - dove era per la tappa del «successo colossale»
dell’esposizione futurista è diretto a «Catanzaro per la prima di Elettricità». All’intervista è
presente anche Luciano Folgore. Cfr. G. MEMMOLI, Con Marinetti in “terza saletta”, in «Il
Giornale d’Italia», 30 ottobre 1913, p. 3. La terza saletta era quella del famoso e storico Caffè
Aragno in via del Corso a Roma, oggi purtroppo chiuso, che nei primi decenni del
Novecento è stato un punto d’incontro per artisti e intellettuali.
287
Come le affermazioni: «Dimentichiamo gli antichi romani per creare i grandi italiani futuri»
e «Tutti i progressi nel cerchio della nazione» non sono contenute nel Programma politico
futurista pubblicato su «Lacerba».
76
dell’anno seguente; il secondo, in ottemperanza all’applicazione della formula
288
dell’Arte-azione , si svolge il 12 dicembre in occasione della Grande Serata
Futurista al Teatro Verdi. Qui Marinetti spiega «rapidamente» il programma
politico futurista, differente, in alcune parti, da quello pubblicato il precedente
15 ottobre su «Lacerba»: ripete frasi a effetto già inserite nel programma del
1911, ribadisce la pregiudiziale «anticlericale e antisocialista», si schiera contro
l’internazionalismo e dichiara per la prima volta: «Noi siamo dei nazionalisti
futuristi» il cui principale nemico è rappresentato dal «clericalismo con tutte le
sue propaggini di moralismo reazionario, di repressione poliziesca, di
professoralismo archeologico e di quietismo rammollito o affarismo di partito».
Conclude inneggiando all’uso di «tutto il denaro e tutto il sangue necessari per il
compimento energico e pratico della impresa libica». Il Resoconto sintetico (fisico e
spirituale) della battaglia è poi raccontato su «Lacerba» come uno scontro tra due
opposti gruppi: da una parte i futuristi sul palco che, armati di coraggio e idee
nuove, riescono a declamare i propri interventi, con Papini che riesce a leggere
il suo discorso Contro Firenze, la città che insieme a Roma e Venezia, ha «bisogno
di liberarsi dalla polvere millenaria e dalla superstizione dell’antico», nonché «di
una cura energica e disinfettante di Futurismo»; dall’altra parte il pubblico-
nemico armato di «patate, carote, cipolle … acciughe sardine, uova … ecc.». La
serata caratterizzata da «Applausi, confusione indescrivibile, discussioni,
battibecchi, pugilati» finisce, dopo la declamazione di Marinetti del programma
politico, con l’immancabile «invasione di carabinieri»289.
A Roma il 1913 si chiude con un evento particolarmente significativo per
il futurismo: l’inaugurazione, il 6 dicembre, della galleria futurista permanente
nella centrale via del Tritone290.
288
F.T. MARINETTI, Prime battaglie futuriste, in Guerra …, cit., p. 5.
289
SENZA FIRMA, Grande serata futurista, in «Lacerba», a. I, n. 24, 15 dicembre 1913, ora in G.
LUTI (a cura di), «Lacerba» …, cit., pp. 281-290. Testo qui riprodotto in Appendice.
290
La galleria è anche indicata con il cognome del proprietario, Giuseppe Sprovieri,
giornalista de «La Tribuna». Cfr. C. SALARIS, La Roma …, cit., p. 49.
77
Il 1914 sembra aprirsi, per i futuristi, all’insegna della ‘spensieratezza’ con
una Lettera futurista circolare ad alcune amiche cosmopolite che dànno dei thè-tango e si
parsifalizzano datata 11 gennaio e scritta e battezzata da Marinetti col
provocatorio titolo Abbasso il tango e Parsifal! Nel testo si scaglia contro «i veleni
rammollenti del tango» che si propaga con un «pecorile snobismo» che rafforza
l’obsoleto mito della femme fatal. Tuttavia cosa peggiore è Parsifal, frutto
dall’ormai sorpassato Wagner, che, per Marinetti, rappresenta la «svalutazione
sistematica della vita». Quindi ironicamente, vista la caparbietà dei borghesi nel
perseguire le mode, sentenzia che «amare Wagner e Parsifal […] NON È PIUUÙ
CHIC!»291.
291
La ‘lettera’, che esce come volantino sia in francese che in italiano, è riprodotta anche su
«Lacerba», a. II, n. 2, 15 gennaio 1914, ora in G. LUTI (a cura di), «Lacerba» …, cit., vol. II, p.
27.
292
La trasferta russa si svolge esattamente dal 26 gennaio al 15 febbraio. Sul viaggio si veda:
C. SALARIS, Storia del Futurismo …, cit., pp. 61-63.
293
Tuttavia: «Quando era tornato da Mosca e Pietroburgo ai primi di marzo del 1914, non era
molto soddisfatto della tournée appena conclusa, intrapresa come conferma del primato
italiano sul futurismo degli altri paesi: certo, aveva riscosso un buon successo mondano
(specialmente femminile), ma molti futuristi locali erano assenti». C. DE MICHELIS,
L’avanguardia trasversale. Il futurismo tra Italia e Russia, Venezia, Marsilio, 2009, p. 13.
294
In proposito scrive De Maria: «Per Marinetti la guerra, se da una parte è legge profonda
della vita, dall’altra nella sua manifestazione concreta, è festa, nel senso etnologico lumeggiato
da Roger Caillois, esuberanza vitale, dispendio giocondo di energie, igiene non in senso
preventivo, ma attivo e liberatorio. Assistiamo, nella visione futurista della guerra, a
un’imponente estetizzazione del fenomeno bellico». L. DE MARIA, Introduzione, in TIF, p.
LXV.
78
questo esce dal movimento, dopo averlo accusato di essere lo «czar delle parole
in libertà»295.
Sempre per le Edizioni Futuriste di «Poesia», esce anche il libro di
Boccioni Pittura e Scultura futuriste, nel quale sistematizza il suo pensiero sull’arte,
introducendo, tra l’altro, il nuovo lemma “modernolatria”: altra parola simbolo
dei futuristi adoratori del moderno296.
Il 13 aprile 1914, in occasione dell’inaugurazione della Prima Esposizione
Libera Futurista Internazionale nelle sale della galleria romana Sprovieri, si
svolgono i Funerali del filosofo passatista: una grottesca e stravagante
manifestazione contro Benedetto Croce, il nemico ‘storico’ dei futuristi297.
L’uccisione a Sarajevo di Francesco Ferdinando e della moglie, innesca la
tragedia mondiale della Grande Guerra, appiccando la “polveriera europea”
ricolma, tra l’altro, di revanscismo francese, pericolose divisioni ideologiche nei
Balcani e nazionalismo tedesco esaltato dalle ambizioni di Guglielmo II.
L’iniziale neutralità giolittiana scatena in Italia un’intensa campagna
interventista. Partita già con il sostegno alla campagna di Libia, si riaccende
nell’illusione che la guerra possa costituire un collante per il Paese. Intanto
l’afflato bellico riesce a unire letterati, democratici, liberali, irredentisti,
antigiolittiani e artisti, nella lotta per l’entrata in guerra ritenuta necessaria anche
per portare a compimento il Risorgimento italiano. Non tutti lavorano alla
‘fabbrica del consenso’, ma le parole di chi si oppone all’intervento restano
295
Cfr. C. SALARIS, Storia del Futurismo …, cit., p. 45. Pur distaccato dal movimento
dell’avanguardia, Palazzeschi conserverà sempre un buon rapporto con Marinetti. È la prima,
e non ultima, importante separazione.
296
Scrive Boccioni: «Lo stato d’animo plastico dovrebbe essere il riassunto definitivo di tutte
le ricerche plastiche ed espressionistiche di tutti i tempi. Dovrebbe essere la fusione perfetta
tra l’impassibile potenza plastica (che emana dall’anonimo arabesco formale della pittura
pura) e l’espressione del problema lirico della coscienza completamente rinnovata e
interpretata come esponente assoluto della modernolatria». Per l’analisi del neologismo si
veda C. SALARIS, Dizionario del futurismo …, cit., p. 79. Si veda inoltre P. BERGMAN,
«Modernolatria» e «simultaneità»: recherches sur deux tendences dans l’avant-garde littéraire en Italie et en
France à la veille de la première Guerre mondiale, Stockholm, Svenska Bokförlaget Bonniers, 1962.
297
Alla ‘manifestazione’ assistono anche «russi, inglesi, nordamericani, belgi». Cfr. C. SALARIS,
La Roma …, cit., pp. 51-52.
79
inascoltate298. Ovviamente, Marinetti e i futuristi, adoratori della guerra,
contribuiscono con particolare enfasi all’ampio e articolato dibattito a favore
dell’intervento, promuovendo e partecipando a diverse manifestazioni.
«Lacerba», la rivista ‘alleata’, diviene sempre più il polo principale
dell’interventismo futurista e dell’avanguardismo italiano299. In effetti i futuristi
considerano il Risorgimento un’opera incompiuta da portare a termine.
Nell’ansia di radicale rinnovamento si inserisce anche la progettazione
degli edifici e della nascente moderna metropoli. Il 1 agosto 1914 su «Lacerba»
esce il Manifesto dell’architettura futurista: una sintesi di come devono essere
costruite «la casa e la città futuriste» per un’architettura che si distacchi dalla
tradizione in cui «inventare e rifabbricare la città futurista simile ad un immenso
cantiere tumultuante, agile, mobile, dinamico in ogni sua parte, e la casa
futurista simile a una macchina gigantesca»300. Seppure a firma dell’architetto
Antonio Sant’Elia, nel Manifesto sono chiari gli interventi marinettiani del
paradosso pubblicitario301. D’altro canto la città moderna, uno dei topoi
298
Sull’interventismo degli intellettuali per la Grande Guerra si vedano: A. ASOR ROSA La
Grande Guerra. La cultura, in Storia d’Italia, Torino, Einaudi, 1975, vol. IV, tomo II, pp. 1313-
1357; L. MANGONI, L’interventismo della cultura. Intellettuali e riviste del fascismo, Roma-Bari,
Laterza, 1974; M. ISNENGHI, Il mito della grande guerra, Bologna, Il Mulino, 1989; A.
VENTRONE, La seduzione totalitaria. Guerra, modernità, violenza politica (1914-1918), Roma,
Donzelli Editore, 2003 e A. D’ORSI, Il futurismo tra cultura e politica. Reazione o rivoluzione?,
Roma, Salerno Editrice, 2009.
299
Cfr. A. D’ORSI, L’ideologia politica …, cit., p. 46.
300
A. SANT’ELIA, L’Architettura futurista. Manifesto, in «Lacerba», a. II, n. 15, 1 agosto 1914, ora
in G. LUTI (a cura di), «Lacerba» …, cit., vol. II, pp. 228-231.
301
Alla mostra del gruppo Nuove Tendenze, organizzata presso la sede della Famiglia Artistica
di Milano, che si era tenuta da maggio a giugno 1914, Sant’Elia aveva esposto un gruppo di
tavole rappresentanti il suo progetto della «Città Nuova» e uno scritto di presentazione dei
disegni inserito nel catalogo della mostra che, con famose modifiche e aggiunte, è divulgato
come Manifesto. Tuttavia, come racconta Carrà: «quando uscì il Manifesto - Sant’Elia -
indicandomi l’ottavo punto in cui è detto che i caratteri fondamentali dell’architettura
futurista saranno la caducità e la transitorietà e che «le case dureranno meno di noi» e «che
ogni generazione dovrà fabbricarsi la sua casa», accompagnando le parole con la solita risata,
mi disse: «Queste fesserie non attribuirle a me, tu sai che io penso proprio l’opposto!» M.
CARRÀ (a cura di), Cit., p. 109. Sulla questione del dissenso, e i motivi per cui i concetti di
caducità e transitorietà appartengono di più alla cultura di Marinetti che non a Sant’Elia, si
veda E. GODOLI, Puntualizzazioni sull’opera di Antonio Sant’Elia e sul Manifesto dell’architettura
futurista, in particolare le pp. 25-29 del paragrafo Il dissenso di Sant’Elia dall’idea di caducità e di
transitorietà dell’architettura della città, in M. GIACOMELLI, E. GODOLI, A. PELOSI (a cura di), Il
80
principali dell’avanguardia italiana presente sin dal Manifesto fondativo302, è vista
anche a seguito dei cambiamenti sociali nel 1911 quando, in Le Futurisme,
Marinetti, in linea con l’idea antipassatista sulla nuova metropoli scrive che:
305
Come scriverà anni dopo lo stesso Marinetti in F.T. MARINETTI, Alcune verità storiche sulla
rivista «Lacerba», in «Meridiano di Roma», a. IV, 29 gennaio 1939, ora ristampato in TIF, pp.
219-222.
306
Come scrive il Prefetto di Milano sulle dimostrazioni futuriste milanesi del 15 e 16
settembre 1914, ora in Archivio centrale dello Stato, Ministero dell’Interno, Direzione
generale pubblica sicurezza, Divisione Affari generali e riservati, Cat. A5G, busta 103,
fascicolo 225. Notizia tratta da: E. GENTILE, “La nostra sfida alle stelle” ..., cit., p. 32. Tuttavia
dell’episodio esistono diverse versioni anche a cura dello stesso Marinetti come quella in
Democrazia Futurista, del 1919, in cui scrive: «I futuristi organizzarono Le due prime dimostrazioni
contro l’Austria nel Settembre 1914 a Milano in piena neutralità, bruciarono in piazza otto
bandiere austriache e furono incarcerati a S. Vittore». Ora in TIF, p. 347. Quindi non si
comprende se otto siano effettivamente i compagni arrestati insieme a Marinetti oppure se
‘otto’ siano le bandiere date alle fiamme dai futuristi.
307
E. GENTILE, La nostra sfida alle stelle” ..., cit., p. 7.
308
Russia, Francia, Belgio, Serbia, Italia, Giappone, Montenegro e Inghilterra.
309
Cfr. C. SALARIS, Storia del Futurismo …, cit., p. 75.
310
Come sottotitolo del manifesto ci sono due massime futuriste: ‘Glorifichiamo la guerra
sola igiene del mondo’ e ‘Viva Asinari di Bernezzo!’ il Generale (tra l’altro decorato per
l’eroismo dimostrato a Custozza) che a causa di un suo discorso in favore della liberazione
delle ‘terre irredente’, nel 1909, è stato anticipatamente congedato. L’avvenimento, che
suscita forte indignazione, ha vasta eco pubblica e ispira a Giovanni Pascoli l’ode A riposo
pubblicata su «Il Marzocco» il 12 dicembre 1909: una ulteriore testimonianza, se ce ne fosse
ancora bisogno, di quanto il sentimento dell’irredentismo sia radicato e diffuso tra gli uomini
di cultura dell’epoca, espressione della nascente opinione pubblica composta dai pochi che
hanno capacità di leggere. Si segnala, inoltre, che il poeta italiano aveva pubblicato alcune sue
opere su «Poesia» la rivista di Marinetti. Per la citazione bibliografica, del manifesto, si fa
riferimento alla nota che segue.
82
futuristi sono «intraprenditori di demolizioni, ma per ricostruire. Sgombriamo le
macerie per poter andare più avanti […] Siamo i futuristi di domani e non di
posdomani». Un domani che tuttavia si può soltanto «intravved[ere]» poiché le
«visioni» nascono dallo «scoraggiamento» che conduce al pessimismo,
pessimismo che non apparterrà mai ai futuristi. Essi, che si ritengono la
«militarizzazione degli artisti novatori», ora sentono «la necessità di rischiare
tutto in un colpo solo, nel gran giuoco definitivo della guerra» che «ringiovanirà
l’Italia, l’arricchirà d’uomini d’azione, la costringerà a vivere non più del passato,
delle rovine e del dolce clima, ma delle proprie forze nazionali». Infine gli
studenti vengono incitati a volere la «grande guerra igienica» iniziando «collo
scopare fuori dalle università i vecchi bidelli tedescofili (de lollis, barzellotti,
benedetto croce ecc.)» nemici dei futuristi311.
E per diffondere in maniera più incisiva il ‘verbo marinettiano-futuristico’
con un’azione proprio nel cuore del ‘più retorico passatismo’, ovvero gli spazi
accademici, il 9 e 11 dicembre si svolgono due manifestazioni interventiste
all’università di Roma: vi partecipano Balla, Depero, Marinetti e Cangiullo che,
per l’occasione, indossa il «vestito antineutrale» disegnato da Balla, nei colori
bianco, rosso e verde, il 20 maggio precedente312.
Nell’attesa della «grande guerra tanto invocata», a gennaio 1915, firmato da
Marinetti, Settimelli e Corra esce il Manifesto del teatro futurista sintetico, ideato in
opposizione alla rappresentazione teatrale classica313.
311
Il testo del manifesto è poi pubblicato, nel 1915, tra le Aggiunte, in Guerra sola igiene del
mondo, alle pp. 139-151; e, nel 1924, in Futurismo e Fascismo, alle pp. 90-97, qui con il titolo
Manifesto agli studenti e privo delle massime futuriste citate nella nota precedente.
Si segnala, inoltre, che nel testo Marinetti definisce la corrente globale da lui creata un
‘movimento’ non «sottoposto alle leggi della moda né al logorìo del tempo, non è una
chiesuola né una scuola, ma piuttosto un grande movimento solidale di eroismi intellettuali, nel
quale l’orgoglio individuale è nulla, mentre la volontà di rinnovare è tutto».
312
Cfr. C. SALARIS, Storia del Futurismo …, cit., p. 76; cfr. ID., La Roma …, cit., pp. 57-59.
313
Per i futuristi, il teatro storico è «pacifista e neutralista, in antitesi colla velocità feroce,
travolgente e sintetizzante della guerra», pertanto nella narrazione teatrale è necessario
«Stringere in pochi minuti, in poche parole e in pochi gesti innumerevoli situazioni,
sensibilità, idee, sensazioni, fatti e simboli» fino ad arrivare, come dichiarato nell’ultimo dei
sei punti conclusivi, a: «creare tra noi e la folla, mediante un contatto continuato, una
corrente di confidenza senza rispetto, così da trasfondere nei nostri pubblici la vivacità
83
Dopo le divergenze artistiche e programmatiche emerse progressivamente
nel corso dell’anno precedente314, il 14 febbraio con l’articolo, di Palazzeschi,
Papini e Soffici, Futurismo e Marinettismo315 si rompe definitivamente la
«volontaria ‘alleanza’» tra la rivista fiorentina e il futurismo milanese.
1913, a cui pure i futuristi erano stati invitati assieme a Picasso, Braque e ai cubisti: clamoroso
autogol che ritarda la diffusione dell’avanguardia italiana negli Stati Uniti e nel mondo. Sulla
questione tra il futurismo e il primo futurismo fiorentino si veda M. CARRÀ, Convergenze e
difficoltà fra Milano e Firenze, in F. BAGATTI, G. MANGHETTI, S. PORTO (a cura di), Futurismo a
Firenze 1910-1920, Firenze, Sansoni Editore, 1984, pp. 9-16.
316
Cfr. C. SALARIS, Filippo Tommaso Marinetti. Interventi di Maurizio Calvesi & Luce Marinetti,
Scandicci (Firenze), La Nuova Italia, 1988, pp. 140-141; e cfr. A. D’ORSI, L’ideologia politica …,
cit., pp. 47-48.
A proposito del clima che si respirava in quel momento interessante la testimonianza di
Giolitti: «Tornai a Roma nel mese di marzo, per la riapertura della Camera. Trovai l’ambiente
assai agitato, anche per ragione del ritardo dei soccorsi, e dell’azione, che pareva poco
efficace, compiuta dal Governo pel terremoto della Marsica [13 gennaio 1915]». G. GIOLITTI,
Memorie della mia vita, Milano, Fratelli Treves Editori, 1922, vol. II, p. 532.
317
Mentre prima l’arte era «statica, dolore, lontananza» con il Futurismo «diventa arte-azione,
cioè volontà, ottimismo, aggressione, possesso, penetrazione, gioia, realtà brutale nell’arte». Il
‘complesso plastico’ futurista, realizzato attraverso una costruzione polimaterica, si prefigge
di riprogettare tutto nella certezza che il nuovo «Stile» futurista «dominerà inevitabilmente su
molti secoli di sensibilità». G. BALLA, F. DEPERO, Ricostruzione futurista dell’universo, in FTMeF,
pp. 171-176.
318
Non esiste alcuna data di edizione sul libro, tuttavia l’esemplare della Biblioteca Nazionale
Centrale di Firenze reca un timbro con la scritta: «Procura del Re di Milano - Esemplare
d’obbligo - 3 MAG. 1915». Per la bibliografia si veda p. 56, nota 205.
85
Guerra sola igiene del mondo319 pubblicata dalle Edizioni Futuriste di “Poesia”. Qui,
nel capitolo Movimento Politico Futurista, Marinetti usa per la prima volta il
termine ‘politico’ associandolo a ‘movimento futurista’; in quel capitolo tutti i
testi con connotazione politica finora pubblicati320 sono riuniti e collegati tra
loro da frasi pubblicitarie, declamatorie ed esaltatrici dell’attività del
movimento321.
L’inno alla guerra dei futuristi, una delle molte voci del coro che si esibisce
sul palcoscenico dell’interventismo, giunge all’acme con l’entrata dell’Italia nelle
ostilità322 il giorno 24 del ‘radioso maggio’: la veemenza guerrafondaia della
319
«Il volume reca in prima di copertina e sul frontespizio la dicitura: Pubblicato in francese 5
anni fa a Parigi. Tradotto (scopo propaganda) oggi 1915. Nessuna opera francese di Marinetti porta
il medesimo titolo; l’Autore allude al volume Le Futurisme (E. Sansot et Cie, senza data, ma
pubblicato a Parigi nel 1911), che comprende la maggior parte dei testi che verranno poi
ripresi (con altri capitoli aggiunti) in Guerra sola igiene del mondo». L. DE MARIA, Introduzione, in
TIF, CXXXIV.
Nel capitolo La guerra elettrica (visione-ipotesi futurista) Marinetti, trascinato dal suo amore
sviscerato per la ‘macchina’ e la nuova tecnologia, dà prova della sua visionarietà quando
afferma di invidiare «gli uomini che nasceranno fra un secolo nella mia bella penisola,
interamente vivificata, scossa e imbrigliata dalle nuove forze elettriche!» poiché avranno
«finalmente la gioia di vivere fra pareti di ferro […] mobili d’acciaio, venti volte più leggieri e
meno costosi dei nostri. […] [potranno] scrivere in libri di nickel, il cui spessore non supera i
tre centimetri, non costa che otto franchi e contiene, nondimeno, centomila pagine»: sarebbe
impazzito per l’ebook! Il testo è alle pagine 127-135 dell’edizione originale.
320
Ed esattamente: a) Elettori futuristi del 7 marzo 1909 Volantino; b) Per la guerra sola igiene del
mondo 11 ottobre 1911 Manifesto; c) Programma Politico Futurista 15 ottobre 1913 «Lacerba». Il
testo è pubblicato nelle Aggiunte a Guerra sola igiene del mondo, dopo il manifesto In quest’anno
futurista. I primi tre manifesti sono riprodotti in Appendice.
321
Come quando è dichiarato che sono state tenute «più di 800 conferenze, esposizioni e
concerti» in giro per il mondo e «più di 30 dimostrazioni» nelle università e nelle piazze. Qui
non si comprende se per rispondere indirettamente a quanto scritto da Papini e Soffici, su
«Lacerba», il 1 dicembre 1914, in cui i futuristi venivano accusati di aver fatto «rade e
insignificanti» manifestazioni irredentiste e interventiste o per semplice, e consueta,
esagerazione marinettiana. Nonostante la strombazzata dichiarazione di fondare il Movimento
Politico Futurista, Marinetti non riesce a omettere l’affermazione del primato dell’arte su tutto:
«Noi così abbiamo avuto la gloria di portare l’arte italiana alla testa dell’arte mondiale, da noi
molto sorpassata e lasciata indietro»!
322
Il 22 maggio 1915, «Lacerba», ancora futurista ma non più marinettista, festeggia in prima
pagina l’entrata in guerra con l’articolo di Papini Abbiamo vinto! in cui, tra l’altro, si afferma
l’esigenza di sospendere la pubblicazione della rivista «almeno per tutta la durata della
guerra». «Lacerba», continua l’autore, nata «come rivista d’arte e di pensiero» è stata
‘necessariamente’ consacrata all’interventismo, poiché: «se gli artisti - che son uomini di genio
e perciò vedono più e più lontano degli altri - stanno zitti o si rinchiudono nella loro
letteratura cosa faranno gli altri che non hanno né ingegno né capacità nessuna di scatti
86
minoranza sovrasta323 la voce della maggioranza pacifista324. Il «concubinaggio
della politica con le lettere»325, il processo di politicizzazione del futurismo,
prende l’abbrivio con l’interventismo prima e con il conflitto poi326.
I futuristi partono - finalmente! - per la guerra. Si arruolano327 e sono
assegnati, come semplici soldati, al Battaglione Lombardo Volontari Ciclisti e
Automobilisti. Mentre aspetta di «raggiungere la trincea» il gruppo dei futuristi
vive in un clima di «incredibile euforia» tanto che, nei reportage alla «Gazzetta
dello Sport», Marinetti usa l’appellativo «Fregoli della guerra»328. Dopo aver
partecipato, insieme agli Alpini, tra il 21 e 24 ottobre, alla presa di Dosso
Casina, a dicembre il loro Battaglione, composto di circa 300 uomini, è sciolto
per motivi economici329.
generosi e d’idee chiare?». Tuttavia, profeticamente, è affermato che, per quanto attiene a
«Lacerba»: «Non si potrà fare la storia dello spirito italiano negli ultimi anni senza parlarne e
senza riconoscerne l’importanza». G. PAPINI, Abbiamo vinto!, in «Lacerba», a. III, n. 22, 22
maggio 1915, ora in G. LUTI (a cura di), «Lacerba» …, cit., pp. 161-162. Questo sarà l’ultimo
numero della rivista. Qui si conclude quello che comunemente viene indicato come il ‘primo
futurismo fiorentino’.
323
La minoranza interventista, molto composita, è formata anche da «La piccola, media e alta
borghesia, ma anche buona parte dell’aristocrazia laica, sembravano travolte da un’impennata
nazionalistica che si esprimeva ovunque era possibile». A. VENTRONE, Cit., p. 76.
E molti sono stati gli interventi anche autorevoli. In proposito si segnala il convegno La
Grande Guerra e gli scrittori politici. Momenti e figure tenutosi a Perugia, il 25 e 26 giugno 2015,
promosso dalla rivista «Il Pensiero Politico» e dal Dipartimento di Scienze umane e sociali
dell’Università per Stranieri di Perugia, con il patrocinio del Dipartimento di Scienze politiche
dell’Università degli Studi di Perugia, dell’Associazione Italiana degli Storici delle Dottrine
Politiche e dell’Agenzia per il diritto allo studio Universitario per l’Umbria. Atti in attesa di
pubblicazione.
324
La maggioranza pacifista, meno eterogenea, è composta, prevalentemente, da operai,
socialisti, cattolici e contadini.
325
La locuzione si trova nell’articolo, a firma C., Il Futurismo, in «Il Pungolo», 20-21 aprile
1910, p. 1. Ora in M. D’AMBROSIO, Cit., p. 179.
326
In accordo con quanto affermano d’Orsi e Zapponi: N. ZAPPONI, La politica come espediente
e come utopia. Marinetti e il Partito politico futurista, in «ES.» (a cura di), F.T. Marinetti …, cit., p.
227; A. D’ORSI, L’ideologia politica …, cit., p. 29.
327
Umberto Boccioni, Luigi Russolo, Ugo Piatti, Antonio Sant’Elia, Mario Sironi e Carlo
Erba partono ad agosto; Marinetti raggiunge il gruppo a luglio, dopo un intervento
chirurgico. Cfr. C. SALARIS, Filippo …, cit., p. 141.
328
Ibidem.
329
Cfr. D. RICCADONNA, Nelle trincee del Monte Baldo tra maggio e dicembre 1915: l’entrata in guerra
dell’Italia, i momenti cruciali di Marinetti ed il movimento futurista, «Judicaria», n. 56, agosto 2004.
87
Se l’esaltazione e il fervore hanno caratterizzato la prima ‘uscita’ dei
futuristi sul palcoscenico della guerra, ora aspettano «ansiosamente, il piacere di
ritornare al fuoco in altri corpi»; come dichiarano in L’orgoglio italiano. Manifesto
futurista pubblicato l’11 dicembre durante tale non inutile attesa. Nel manifesto
si raccontano, in modo futuristicamente trionfale, le gesta eroiche dell’abile
esercito italiano, «il primo del mondo», per «il genio creatore […] l’elasticità
improvvisatrice […] la forza, l’agilità e la resistenza fisica […] l’impeto […] la
pazienza, il metodo […] il lirismo e la nobiltà morale della nazione italiana»: il
popolo italico deve «costruire l’Orgoglio italiano sulla [sua] indiscutibile
superiorità […] in tutto»; il manifesto è corredato da Il Futurismo e la Guerra.
Cronaca sintetica di tutti i principali passi mossi dal Movimento sin dalla sua
nascita330.
In un altro manifesto, uscito con la stessa data del precedente, Marinetti si
occupa anche di questioni socio-economiche: L’unica soluzione al problema
finanziario che attanaglia il Paese è, secondo lui, una sorta di privatizzazione ante
litteram con l’alienazione dell’«enorme patrimonio delle opere d’arte antiche
ammucchiate» nei musei italiani, da compiere oculatamente attraverso una
«vendita graduale e sapiente». Con il ricavato propone non solo di rafforzare la
potenza militare italiana, ma anche di potenziare l’industria, vincere
l’analfabetismo e, «per venti anni almeno», abolire le tasse331.
Donato Riccadonna è responsabile della Rete Museale Ledro. Laureato in Filosofia, è autore
di varie pubblicazioni tra le quali alcune relative alla Prima Guerra Mondiale.
330
Il manifesto è un bifolio in quatto pagine: le prime due presentano L’orgoglio italiano.
Manifesto futurista e sono firmate, con i soli cognomi, da Filippo Tommaso Marinetti,
Umberto Boccioni, Luigi Russolo, Antonio Sant’Elia, Mario Sironi e Ugo Piatti; le altre due
comprendono Il Futurismo e la Guerra. Cronaca sintetica a firma di Balilla Pratella. La prima parte
sarà poi ripubblicata, integralmente, anche in F.T. MARINETTI, Futurismo …, cit., pp. 98-101.
331
Il manifesto L’unica soluzione al problema finanziario, datato 11 dicembre 1915, è pubblicato
insieme a Il Futurismo e la Guerra. Cronaca sintetica [il testo è uguale a quello allegato a L’orgoglio
italiano, v. nota precedente]. La soluzione della vendita del patrimonio è ripetuta all’inizio del
manifesto del marzo 1916 La declamazione dinamica e sinottica: «Ho offerto agli uomini politici
l’unica soluzione del problema finanziario: vendita graduale e sapiente del nostro patrimonio
artistico per centuplicare la potenza militare industriale commerciale e agricola dell’Italia, e
schiacciare definitivamente il nostro odiato eterno nemico l’Austria». La prima parte del
manifesto è ripubblicato in ID., Futurismo …, cit., pp. 78-83.
88
Tuttavia, al di là delle ‘futuristiche’ visioni e proposte dei due manifesti, in
questa sede si avanza l’ipotesi che L’orgoglio italiano di Marinetti sia da intendersi
non tanto in senso nazionalistico vero e proprio, quanto come deduzione
ricavata dall’esperienza fatta: ha toccato con mano le condizioni assolutamente
inadeguate332 in cui l’esercito del Paese ha affrontato il conflitto, tanto da
suggerirgli la perentoria affermazione che «L’esercito capace di vincere e di
avanzare sul Carso [in tali condizioni] è sicuramente il primo esercito del
mondo»![scritto tutto in grassetto]. Inoltre, il fatto di essere venuto a contatto
con «operai, impiegati e borghesi sedentari», a parte l’ultima categoria a lui ben
nota, è senz’altro per Marinetti fare esperienza diretta della realtà in cui versa
‘l’altro’ popolo italiano, tanto che, all’interno della ‘sua’ soluzione al problema
finanziario, propone sia un intervento di miglioramento socio-culturale per
nutrire il «genio creatore della nostra razza […]inesauribile», sia un
potenziamento militare poiché il nostro ha dimostrato di essere un «grande
esercito improvvisato che vince, in matematica militare e in eroismo garibaldino, un
esercito agguerrito e preparato in più di 40 anni»333.
Marinetti, congedato a dicembre del 1915334, insieme al movimento ormai
consolidato, porta avanti sia le attività artistiche che la loro diffusione attraverso
esposizioni, conferenze e serate futuriste.
L’11 marzo 1916, mentre i futuristi stanno ancora «Aspettando l’onore-
piacere di ritornare al fronte», esce il manifesto La declamazione dinamica e sinottica,
in cui Marinetti stila il vademecum da seguire per la perfetta performance
futurista335.
«La bellezza della velocità», affermazione marinettiana al quarto punto del
Manifesto di fondazione del Futurismo, dopo «l’arte dinamica» diventa ora,
332
Condizioni peraltro non efficienti sin dalla guerra di Libia come notava, tra gli altri,
Gaetano Mosca.
333
Corsivo nostro.
334
La notizia compare all’inizio dell’anno 1917 in F.T. MARINETTI, Taccuini …, cit., p. 43.
335
Il manifesto è prima pubblicato in F. CANGIULLO, Piedigrotta, Edizioni futuriste di
«Poesia», Milano, 1916. Cfr. TIF, p. CXXVIII. Il testo è ora in FTMeF, pp. 122-129.
89
nell’omonimo volantino datato 11 maggio 1916, La nuova religione-morale della
velocità. Così come «La morale cristiana» ha difeso l’uomo dai suoi «eccessi», «La
morale futurista» lo difenderà «dalla lentezza, dal ricordo, dall’analisi, dal riposo e
dall’abitudine». Mentre «La velocità […] è pura. La lentezza […] è naturalmente
immonda»: esse rappresentano, per l’Autore, il bene nuovo e il male nuovo.
Pertanto i «Luoghi abitati dal divino» ora diventano i treni, le stazioni, le città in
trasformazione all’insegna della velocità. L’esaltazione del dinamismo ridefinisce
«Il patriottismo [che] è la velocità diretta di una nazione; la guerra è il collaudo
necessario di un esercito, motore centrale di una nazione». Così Marinetti
sostiene che soltanto grazie alla velocità potrà essere spazzato via «l’amore, vizio
del cuore sedentario» nonché «uccidere il velenoso Chiaro di luna, nostalgico,
sentimentale, pacifista e neutrale. Italiani, siate veloci e sarete forti, ottimisti,
invincibili, immortali!»: così recita il volantino pubblicato sul primo numero de
«L’Italia Futurista»336, in cui nel titolo, perde l’aggettivo ‘morale’.
336
F.T. MARINETTI, La nuova religione-morale della velocità, in «L’Italia Futurista», a. I, n. 1, 1°
giugno 1916, p. 1.
Per la differenza nel titolo si veda:
http://www.14-18.it/foglio/IEI0121445_01?bt=europeanaapi.
Nel testo, tra l’altro, in merito alla velocità aerea, è scritto: «Aviazione, agilità purgativa
dell’olio di ricino».
90
CAPITOLO III - IL FUTURISMO A FIRENZE
337
Sulle varie periodizzazioni del futurismo si richiama il capitolo precedente.
338
Cfr. C. SALARIS, Filippo …, cit., p. 142.
339
Cfr. M. C. PAPINI (a cura di), L’Italia futurista (1916-1918), Roma, Edizioni dell’Ateneo &
Bizzarri, 1977, p. 47.
340
Proprio per la giovane età dei suoi componenti, il gruppo era indicato con la locuzione di
Pattuglia Azzurra. Sul motivo racconta Primo Conti: «In noi c’era l’atteggiamento di
considerare lo studio dell’arte come il meccanico considera il motore da smontare e lucidare.
E per questa ragione «L’Italia Futurista» doveva essere lucida, meccanica, tipograficamente
portata a un’asciuttezza che agli occhi di certi esteti poteva persino apparire noncuranza. E
quel nostro rifiutare ogni debito col passato anche recente, quella differenza non soltanto
generazionale, che ci distingueva dai lacerbiani, portò Raffaello Franchi a nominare i futuristi
de «L’Italia Futurista», la Pattuglia Azzurra. Di fronte a noi, i futuristi di «Lacerba»
apparivano un po’ come dei professori convertiti. E il fatto medesimo che il gusto tipografico
di quel giornale, così toscano da riportarsi ai modelli delle antiche stamperie fiorentine,
‘facesse cultura’ di per se stesso, veniva considerato dai più giovani come il residuo di un
bagaglio tradizionalista da rifiutare». P. CONTI, Cit., p. 131.
De Vincenti nel richiamare il significato letterale del termine pattuglia, afferma che «ben
riflette lo spirito del gruppo, impegnato nell’“incursione” e “scandaglio” in una dimensione
della realtà non percepibile attraverso la normale attività dei sensi». G. DE VINCENTI, Il genio
…, cit., p. 50.
Sulla ‘pattuglia azzurra’ si segnalano gli atti del convegno del 1972, al Gabinetto Vieusseux di
Firenze, riportati nella rivista «Antologia Vieusseux», fascicolo 39-40, luglio-dicembre 1975;
nonché M. VERDONE, Diario …, cit., pp. 92-102. Verdone, nel ricordarne la predilezione,
afferma: «sta presso i rappresentanti più giovani del ‘futurismo fiorentino’ nel senso di puro e
91
Futurista» - riunisce forze giovani, e non solo, in cerca di una propria via di
espressione artistica e letteraria in contrapposizione con la tradizione più vieta
di cui Firenze è culla, nella convinzione che la nuova avanguardia possa
scardinarne il sistema per un autentico rinnovamento culturale341. In realtà, in
apparente contraddizione, il gruppo è interessato anche all’occultismo, al
magico, all’esoterico che già allignano profondamente nel capoluogo toscano:
passioni che vengono da lontano e che precorrono il movimento surrealista di
quasi un decennio342.
«L’Italia Futurista» esordisce343 il primo giugno 1916, a poco più di un
anno dall’entrata in guerra del Paese. Nonostante l’esperienza bellica, che
leggero, nelle negazioni come nei vagabondaggi attraverso l’aria e le cose. […] E non a caso
le lettere della copertina di Notti filtrate e le illustrazioni di Rosa Rosà sono stampate in
azzurro!». M. VERDONE, Introduzione, in F. GIULIANI, Il poeta futurista Mario Carli: il mito della
giovinezza, Foggia, Edizioni Ro.ma, 1991, p. 6. E in effetti il colore preferito di Edyth era
proprio l’azzurro. Cfr. C. LANZA, Cit., p. 95.
341
Cfr. G. DI GENOVA, Cit., p. 369.
342
Cfr. F. GIULIANI, Cit., pp. 6-26. Il nesso tra futurismo, esoterismo e occultismo,
importante anche per la presente ricerca, è stato evidenziato da molti studiosi tra i quali
Mario Verdone e Claudia Salaris, fino all’ultimo lavoro di S. CIGLIANA, Futurismo esoterico:
contributi per una storia dell’irrazionalismo italiano tra Otto e Novecento, Napoli, Liguori, 2002.
Interessi per questi aspetti erano già presenti, secondo alcuni studiosi, sin dal Manifesto di
fondazione quando al punto sette è dichiarato: «Non v’è bellezza, se non nella lotta. Nessuna
opera che non abbia un carattere aggressivo può essere un capolavoro. La poesia deve essere
concepita come un violento assalto contro le forze ignote, per ridurle a prostrarsi davanti
all’uomo». Nonché nel Manifesto tecnico della pittura futurista, in cui è affermato: «Chi può
credere ancora all’opacità dei corpi, mentre la nostra acuita e moltiplicata sensibilità ci fa
intuire le oscure manifestazioni dei fenomeni medianici?». Si rimanda al Capitolo IV.
343
Come risulta dalla testata della rivista: la redazione e amministrazione è a Firenze, nei
primi due numeri in via Ricasoli 23, dal terzo numero la redazione è trasferita in via
Brunelleschi 2, dal numero sette del 1° ottobre 1916, l’amministrazione è presso gli
Stabilimenti Grafici Martini di Prato. Ha una periodicità quindicinale ed «Esce il 1° e il 15 di
ogni mese» oppure «Esce il 10 e il 25 di ogni mese». Dal secondo numero del secondo anno,
25 febbraio 1917, diventa settimanale ed «Esce ogni domenica». Dal numero 27 del secondo
anno, 26 agosto 1917 «Esce ogni 15 giorni» poiché, come annunciato in quarta pagina: «Data
la crisi della carta siamo costretti da questo numero a continuare quindicinalmente. Appena
possibile ripiglieremo la pubblicazione settimana per settimana». Tuttavia il periodico resta
quindicinale fino all’ultimo numero, il trentanovesimo, che esce il giorno 11 febbraio 1918, in
cui è pubblicato anche Il Manifesto del partito futurista.
Per il presente lavoro le fonti originali consultate, e alle quali si fa riferimento, sono state sia
le copie anastatiche della rivista in L. CARUSO (a cura di), L’Italia Futurista. Firenze (1916-
1918), Firenze, Spes, 1992; [Biblioteca Nazionale Centrale di Roma]; sia le copie digitalizzate
della banca dati del Kunsthistorisches Institut in Florenz visibili all’indirizzo internet:
92
attanaglia e affligge notevolmente l’Italia, sia ormai una difficile realtà e non più
soltanto un ideale vagheggiato, anziché indurre i Nostri a una riflessione, al
contrario rinfocola il sentimento politico interventista e, come nei vasi
comunicanti, al tempo stesso diviene linfa vitale dell’espressione artistica fino a
corroborarne l’ispirazione. Il corposo sottotitolo che accompagna la testata ne è
una testimonianza: composto da alcuni distillati di citazioni marinettiane344 e
sapienti estratti dei più importanti Manifesti futuristi finora pubblicati e corredati
con i nomi dei firmatari345, è seguito da un sunto del pensiero della Pattuglia
Azzurra346. Settimelli, nell’articolo in cui delinea il programma della rivista,
dichiara:
http://futurismus.khi.fi.it/index.php?id=66&L=2.
344
«Marciare non marcire./Cancelliamo la gloria Romana con una gloria italiana più grande.
/La parola Italia deve dominare sulla parola libertà. Tutte le libertà tranne quella di essere
vigliacchi pacifisti anti italiani passatisti. /Modernizzazione violenta delle città passatiste.
/Abolizione dell’industria del forestiero, umiliane e aleatoria. /Difesa economica e
educazione patriottica del proletariato. /Eroismo+orgoglio italiano+preparazione del
primato italiano in arte industria e commercio+difesa dei novatori contro musei, biblioteche
professori archeologi e critici+igiene ginnastica sport metallismo meccanicismo velocità
record. /Uccidiamo il chiaro di luna nostalgico sentimentale e pessimista. /MARINETTI».
345
Quasi a voler sottolineare la ‘collegialità’ del movimento e, al tempo stesso, le sue
articolazioni si trova anche: «Parole in libertà (lirismo liberato dalle prosodie e dalla sintassi -
ortografia e tipografia liberespressive - sensibilità numerica - onomatopee - verbalizzazione
astratta) MARINETTI-BUZZI-CANGIULLO-JANNELLI-MAZZA-D’ALBA- DEPERO ecc.»; / «Lotta
contro la vigliaccheria artistica e l’ossessione della cultura - Modernolatria - Dinamismo
plastico (solidificazione dell’impressionismo - simultaneità - trascendentalismo
fisico)/BOCCIONI - L. RUSSOLO - BALLA SIRONI»; /«La musica futurista deve essere
pluritonale e senza quadratura. PRATELLA»; «Con gli intonarumori, i rumori della vita
moderna intonati armonizzati e combinati sinfonicamente creano la nuova voluttà acustica.
/L. RUSSOLO»; /«Gettiamo risolutamente a mare tutta l’arte passata, che non ci interessa che
ci opprime e che d’altra parte non possiamo misurare data la nostra assoluta forzata
ignoranza della inquadratura di vita in mezzo alla quale è sorta./Il valore di un’opera d’arte è
proporzionale alla quantità di energia occorsa per produrla ed è scientificamente
misurabile./Gettiamo a mare tutta la critica che è sempre soggettivismo incontrollabile e
capriccioso, impotente a stabilire dei valori assoluti, che sempre ha negato quello che dopo
ha dovuto riconoscere; sostituiamola con la misurazione scientifica futurista. / BRUNO
CORRA - E. SETTIMELLI - R. CHITI - M. CARLI - [dal terzo numero anche] NANNETTI»; Dal
primo numero del 1917, che esce a febbraio, è aggiunta la frase: «La parola, il suono, il
colore, la forma, la linea sono mezzi d’espressione. L’essenza delle arti è una. /BRUNO
CORRA - ARNALDO GINNA».
346
Insieme ai direttori Settimelli e Corra, cofirmatari con Marinetti del Manifesto del teatro
futurista sintetico uscito a gennaio del precedente anno, fanno parte del gruppo Arnaldo Ginna,
Mario Carli, Remo Chiti, tutti con precedenti esperienze nei periodici fiorentini: «La Difesa
dell’Arte», «Saggi Critici», «La Rivista» e «Il Centauro». Al gruppo si aggiungono Maria
93
Sul principio della nostra guerra si è creduto che il più sacro, anzi l’unico dovere
di tutti fosse quello di sospendere ogni lavoro non direttamente consacrato ad
essa. […] Credemmo ad una guerra di sei mesi. […] Ma ora le cose sono molto
cambiate. […] Si concepì, ed è naturale, una guerra d’impeto. Credevamo fosse
fatta da tre quarti di baionetta e da un quarto di trincea. È invece fatta da tre
quarti di trincea e da un quarto di baionetta. Fu una stupida illusione […]? Fu
una folle speranza […] ? Non m’importa saperlo.
Ginanni (che sarà anche direttrice della rivista), Irma Valeria, Neri Nannetti, Primo Conti e
Rosa Rosà.
347
E. SETTIMELLI, L’Italia Futurista, in «L’Italia Futurista», a. I, n. 1, 1 giugno 1916, p. 1.
348
Boccioni era stato congedato a dicembre per chiusura del Battaglione. Si veda supra p. 88.
«Nel 1916, nuovamente arruolato, assegnato a un reggimento di artiglieria da campagna a
Sorte, presso Verona, dove muore per un’accidentale caduta da cavallo». C. SALARIS,
Dizionario del futurismo …, cit., p. 152.
349
L’epitaffio non può che essere futurista: «È morto UMBERTO BOCCIONI caro grande
forte migliore divino genio futurista ieri denigrato oggi glorificato superarlo superarlo
superarlo durezza eroismo velocità avanti giovani futuristi tutto tutto doloresanguevita per la
grande Italia sgombra ingigantita agilissima elettrica esplosiva non lagrime acciacio acciaio! /
MARINETTI», in «L’Italia Futurista», a. I, n. 6, 25 agosto 1916, p. 1.
Umberto Boccioni, Reggio Calabria 19 ottobre 1882 - Verona 17 agosto 1916, è stato
indubbiamente il più rappresentativo e giustamente famoso rappresentante dell’arte futurista.
La sua più importante opera Forme uniche nella continuità dello spazio è ora riprodotta sul verso
della moneta da 20 centesimi italiana.
94
La convivenza di queste due anime futuriste350 raggiunge l’unità nella
manifestazione dell’ideale politico. Anche se la collaborazione di Marinetti alla
rivista può sembrare «alquanto casuale e sporadica»351, i suoi contributi, inoltrati
anche dalle zone di guerra, costituiscono per lui una vera e propria ‘palestra
politica’352: perfino la morte di Boccioni non scalfisce minimamente il condiviso
credo guerresco futurista, anzi ne conferma e precisa l’estrema radicalità come si
può constatare dall’articolo Neutralisti suicidatevi!! che Marinetti pubblica353 nel
350
Tuttavia lo stesso futurismo va evolvendosi, come accennato, in diversi ‘futurismi’ sia in
Italia, localmente, sia all’estero.
351
È quanto afferma M. C. PAPINI (a cura di), L’Italia futurista …, cit., p. 48. Inoltre, in questa
sede non sembra condivisibile quanto scrive Silvio Ramat quando asserisce che Marinetti, su
«L’Italia Futurista», è: «non soltanto rifiutato come maestro, ma anche degradato a epigono di
una non ben definita tradizione simbolista: anzi, a epigono che fa dell’accademia». S. RAMAT,
Nota, in M. C. PAPINI (a cura di), L’Italia futurista …, cit., p. 26. Si ritiene, al contrario, che
tutto il gruppo abbia lavorato in un certo qual modo unito, seppur all’interno dei diversi
approcci, tenuto conto anche di quanto lo stesso Settimelli all’inizio della collaborazione
‘ufficiale’ dichiara: «Un abbraccio di noi futuristi fiorentini - i primi veri futuristi fiorentini - al
carissimo fratello F. T. Marinetti, il geniale poeta, il suscitatore meraviglioso, l’uomo nuovo
pronto a tutte le audacie, che tanto ci ha aiutati nell’incanalare le nostre cospicue energie
disordinate». E. SETTIMELLI, L’Italia Futurista, in «L’Italia Futurista», a. I, n. 1, 1 giugno 1916,
p. 1. Tuttavia, come afferma De Vincenti, «questo tributo sorprende non poco, in quanto
dall’analisi di alcune affermazioni in riviste precedenti emerge che il gruppo aveva preso
distanza dal futurismo marinettiano»: la studiosa, attraverso l’esame degli articoli e dal
carteggio epistolare tra i protagonisti, rintraccia «le ragioni del sodalizio» sancito, dal punto di
vista letterario, sulle pagine della nuova rivista. G. DE VINCENTI, Il genio …, cit., pp. 38-44.
352
E non solo per lui: in accordo con Maria Carla Papini, la rivista «pur rifiutando una
definizione esclusivamente politica, sposta il suo interesse in questa direzione: l’argomento
politico vi predomina costantemente». M. C. PAPINI, Introduzione, in ID. (a cura di), L’Italia
futurista …, cit., p. 47.
353
F. F. MARINETTI FUTURISTA, Neutralisti suicidatevi!!, in «L’Italia Futurista», a. I, n. 7, 1
ottobre 1916, p. 1. L’iniziale di Tommaso è diventata F per un refuso; interessante la qualifica
di “futurista” che Marinetti aggiunge al proprio cognome: è la prima volta ma non sarà
l’ultima, né lui l’unico a utilizzarla. Nell’articolo l’Autore richiama il termine ‘parecchio’: come
noto il “parecchismo” nasce dall’episodio della lettera del 25 gennaio 1915, che Giolitti invia
a Camillo Peano in cui, nel riconfermare le ragioni del suo neutralismo, scrive tra l’altro: «La
mia adesione al partito della neutralità assoluta. Altra leggenda. Certo io non considero la
guerra come una fortuna, come i nazionalisti, ma come una disgrazia, la quale si deve
affrontare solo quando è necessario per l’onore e per i grandi interessi del paese. Non credo
sia lecito portare il paese alla guerra per un sentimentalismo verso altri popoli. Per
sentimento ognuno può gettare la propria vita, non quella del paese. Ma quando fosse
necessario non esiterei nell’affrontare la guerra, e l’ho provato. Credo molto, nelle attuali
condizioni dell’Europa, potersi ottenere senza guerra, ma su di ciò chi non è al governo non
ha elementi per un giudizio completo». Il testo è in seguito pubblicato su «La Tribuna» con la
sostituzione del «molto» originario col «parecchio», rinfolocando le polemiche degli
95
successivo numero sette354; posizione che non muta neanche dopo il 10 ottobre
successivo a fronte della morte di Sant’Elia.
Quindi se durante il primo futurismo ad attrarre nel movimento è perfino
la capacità di proselitismo della «macchina pubblicitaria»355 marinettiana
sostenuta dalla disponibilità economica del fondatore che ha aiutato molti
artisti356 ad emergere, anche se non tutti eccellenti357; nel secondo futurismo
fiorentino il catalizzatore, oltre al comune interesse per esoterismo e
occultismo, vira più decisamente sul versante politico358 con l’interventismo
prima e la guerra poi, pur mantenendo la medesima concezione della donna.
interventisti nei confronti dello statista di Dronero. La lettera è in G. GIOLITTI, Cit., vol. II,
pp. 529-531.
354
Si sottolinea che il numero de «L’Italia Futurista» è effettivamente il seguente, ma dato il
periodo bellico la rivista non esce regolarmente, come si evince anche dal riquadro posto
sotto l’articolo marinettiano in basso a sinistra: «Da questo numero l’Italia futurista ripiglia le
sue pubblicazioni regolarmente. Uscirà il 1° e il 15 di ogni mese con assoluta puntualità».
Inoltre, nella rivista ci sono alcuni refusi forse giustificati dal fatto che, come scrive Verdone:
«Come correttore di bozze Primo Conti, sempre così alacre e guizzante, non doveva essere
un campione. Ma quale apprendista in giornalismo non ha avuto rimbrotti in questa
materia?». M. VERDONE, Diario …, cit., p. 97. Primo Conti, nato il 16 ottobre 1900, data la
sua giovane età non era partito per la guerra.
355
Come dichiara Carrà: «Sviluppatissimo era in lui [Marinetti] il lato reclamistico che portava
nel campo letterario, usando i metodi comuni del commercio; perciò fin dal primo momento
non escluse, anzi usò largamente anche per noi pittori, il sistema della réclame impudente e
insolente che eccita il sistema nervoso del pubblico […] Sono convinto però che Marinetti
abbia abusato del metodo reclamistico […] Ma è certo che per smuovere le acque stagnanti
in cui versava l’arte da noi non vi era altro metodo più efficace». M. CARRÀ (a cura di), Carlo
Carrà …, cit., p. 83. Sulla capacità di far propaganda di Marinetti si richiama inoltre quanto
scritto nel Capitolo II.
356
«I pittori sono poverissimi: tanto per Boccioni, figlio d’un modesto impiegato di
prefettura, che per Severini, figlio d’un usciere di pretura, e per il maturo Balla sempre in
bolletta, bisogna dire che l’incontro con Marinetti ha rappresentato l’uscita dall’isolamento e
dal bisogno». C. SALARIS, Storia del futurismo …, cit., p. 33. Tuttavia, come afferma De Maria,
«Agli artisti poveri poteva pagare tutto (viaggi, edizioni, mostre, ecc.), ma ai benestanti
chiedeva il rimborso delle spese». L. DE MARIA, Il ruolo ..., cit., p. 42.
357
Secondo quanto scrive Massimo Carrà: «per mania di proselitismo», nel futurismo erano
accettati anche gli «opportunisti senza ingegno». M. CARRÀ, Convergenze …, cit., p. 15; inoltre
Severini, nel rievocare il suo periodo futurista, afferma: «Avevamo molta pena a non fargli
ammettere nelle nostre file i più volgari imbecilli». G. SEVERINI, Tutta la vita di un pittore,
Milano, Mondadori, 1996, p. 154.
358
Carli sarà il fondatore dell’Associazione fra gli Arditi d’Italia nel 1919. In proposito si
rinvia al Capitolo I, p. 24, n. 59.
96
III.2. Il «disprezzo della donna»: i motivi
«Noi vogliamo glorificare la guerra - sola igiene del mondo - il militarismo, il patriottismo, il
gesto distruttore dei libertarî, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna».
Che senso abbia la glorificazione del «disprezzo della donna», lanciata dal
nono punto dell’endecalogo futurista, se sia una provocazione oppure risponda
a un profondo ed effettivo sentire è difficile a dirsi, così come non è facile
coglierne lo scopo, tanto che lo stesso Marinetti ha cercato di esplicitarlo in più
occasioni e per lungo tempo359. La prima volta durante l’intervista rilasciata a un
giornalista di «Comœdia», pubblicata a luglio del 1909 su «Poesia», la rivista del
movimento, in cui “si affretta a precisare” che la locuzione è il prodotto
dell’estrema necessità di sintesi360, mentre invece:
359
Per Masini «il medievale Taceat mulier in ecclesia trova la sua secolarizzazione nel disprezzo
futurista per la donna». F. MASINI, Futurismo e rivoluzione conservatrice in Germania, in R. DE
FELICE (a cura di), Cit., p. 312.
360
Interessante la precisazione iniziale che è espressa in prima persona singolare come fosse
un’assunzione di responsabilità: «J’ai peut-être obéi à un excessif besoin de laconisme et je
m’empresse de préciser nos idées sur ce point».
361
L. C., Les premieres victoires du Futurisme. …, cit., pp. 3-4.
362
Qui Marinetti del nascente femminismo afferma: «Ce mouvement triomphe en France
aujourd’hui, grâce à une élite magnifique de femmes intellectuelles qui manifestent
quotidiennement leur génie admirable et leur charme irrésistible. Mais le féminisme est
néfaste et ridicule en Italie et partout ailleurs, où il se borne a n’être qu’un déchainement
d’arrivismes mesquins et d’ambitions oratoires».
97
soprattutto nei paesi di cultura latina, frena e inaridisce la capacità creativa e
d’azione dell’uomo.
Argomentazioni riprese e ribadite, sul numero successivo della rivista, sia
in Uccidiamo il chiaro di luna! 363, che in D’Annunzio futuriste e le “mépris de la femme”
in cui, nella rivendicazione della primogenitura del futurismo, si accusa di plagio
il Vate il quale in un’intervista avrebbe affermato ‘testualmente’ che: «Le mépris
de la femme est une condition essentielle pour le héros moderne», parafrasando
in tal modo uno dei punti più discussi dell’«incendiario» manifesto e causa
dell’illimitata collera delle femministe verso la neonata avanguardia italiana364.
Agli inizi del 1910 Marinetti, in occasione della pubblicazione in italiano
del suo «romanzo africano» Mafarka il futurista, usa la Dedica che vi premette per
riaffermare le proprie motivazioni e difendersi dagli «improperi triviali»365
ricevuti. Alla fine dell’anno, tenendo al Lyceum di Londra366 il suo Discorso
futurista agli inglesi, dopo il famoso «Black Friday»367, si lascia sfuggire ancora una
363
Per la citazione bibliografica si richiama il Capitolo II, p. 60, n. 223.
364
POESIA, D’Annunzio futuriste e le “mépris de la femme”, in «Poesia», a. V, nn. 7-9, agosto-
ottobre, 1909, pp. 38-39. L’articolo per Claudia Salaris è «certamente di Marinetti». C.
SALARIS, Le futuriste. …, cit., p. 23. L’accusa di plagio nei confronti di D’Annunzio sarà
ripetuta nel 1911, nel libro Le Futurisme, nel capitolo Le premières batailles, in cui afferma:
«Gabriele D’Annunzio (…) plagia notre affirmation sur le mépris de la femme, condition
essentielle pour l’existence du héros moderne». F. T. MARINETTI, Le Futurisme, cit., p. 4;
questo è il solo libro di Marinetti sul futurismo pubblicato in francese. L’accusa a
D’Annunzio è rinnovata nel 1915: «La nostra influenza sempre crescente si rivelò prestissimo
in modo inaspettato, persino negli scritti dei nostri avversari. I giornali italiani, infatti,
dedicarono lunghi articoli polemici alla concezione assolutamente futurista dell’ultimo
romanzo di Gabriele d’Annunzio, che, in una intervista esplicativa, plagiò la nostra
affermazione sul disprezzo della donna, condizione essenziale per l’esistenza dell’eroe
contemporaneo», in F. T. MARINETTI FUTURISTA, Guerra …, cit., p. 7.
365
F.T. MARINETTI, Mafarka …, cit., p. 4.
366
Recenti studi hanno accertato che Il discorso futurista agli inglesi è stato tenuto da Marinetti
martedì 13 dicembre 1910, e non nella primavera dello stesso anno come in precedenza
affermato, specialmente nell’ambito degli studi del modernismo inglese. Cfr. J. WOOD, ‘On or
about December 1910’: F. T. Marinetti’s Onslaught on London and Recursive Structures in Modernism,
«Modernist Cultures», volume 10, n. 2, luglio 2015, pp. 135-158. Il testo del discorso è
parzialmente riprodotto da Marinetti sia in Le Futurisme, nel 1911, che in Guerra sola igiene del
mondo, nel 1915.
367
Come noto è il 18 novembre 1910 quando, a Londra, dopo la mancata approvazione della
legge per il voto alle donne, alcune suffragette, che per protesta cercano di entrare alla
Camera dei Comuni, sono violentemente aggredite dalla polizia.
98
volta il fin troppo laconico «disprezzo della donna» che scatena la contestazione
delle suffragette presenti368.
E proprio alle prime donne che si battono per il diritto di voto Marinetti,
369
auspicando l’ottengano, nel testo Le mépris de la femme affida l’importante
ruolo di distruggere il parlamento diventato ormai una «grande balourdise, faite
de corruption e de banalité». Inoltre considera le suffragette le migliori alleate
poiché «più diritti e poteri esse otterranno», più cesseranno di essere l’emblema
di quell’«orribile e pesante Amore che ostacola la marcia dell’uomo». E se alla
fine «la vittoria del femminismo e specialmente l’influenza delle donne sulla
politica finiranno per distruggere il principio della famiglia» non sarà di sicuro
un problema: si cercherà «di farne a meno»370.
368
«Non mancavano nell’uditorio un gruppo di suffragette che si abbandonò a vivaci
manifestazioni di protesta quando l’oratore accennò al famoso “disprezzo per la donna”»,
ANONIMO, L’esportazione del «Futurismo», in «Il Mattino», 17-18 dicembre 1910. Tratto da M.
D’AMBROSIO, Cit., pp. 300-301.
Nella polemica interviene anche Margaret Wynne Nevinson, più morbida ma non meno
incisiva, con l’articolo in cui individua un elemento contradditorio insito nel Futurismo: «The
members of the society are young men in revolt at the worship of the past. They are
determined to destroy it, and erect upon its ashes the Temple of the Future. If, indeed,
anything so antediluvian as a temple is to survive in the good time coming predicted by the
Futurists!». L’autrice, anche se identifica un punto di contatto con l’avanguardia italiana: «the
Suffragettes and Signor Marinetti are at one in deploring the existence of the serpent-of-old-
Nile type of woman», è tuttavia convinta della sostanziale differenza che esiste tra i due
movimenti: «But while the Futurists hold women responsible for what they consider a
degenerate type of man, the Suffragette maintains that the erotic woman is a product of
man’s absolutism - a product that is declining rapidly along with man’s unlimited control of
the things that matter». M. WYNNE NEVINSON, Futurism and Woman, in L. RAINEY, C. POGGI,
L. WITTMAN (a cura di), Futurism. An Anthology, New Haven & London, Yale University
Press, 2009, pp. 74-75.
369
F. T. MARINETTI, Le Futurisme, cit., pp. 57-69. Il testo in francese è stato pubblicato, con
alcune variazioni, per la prima volta in italiano, nel 1915, in Guerra sola igiene del mondo, da qui
in poi il titolo cambia nel più noto Contro l’amore e il parlamentarismo; riprodotto di nuovo, con
il punto esclamativo finale, firmato F. T. MARINETTI FUTURISTA AL FRONTE, in «L’Italia
Futurista», a. II, n. 7, 1 aprile 1917, pp. 1-2; quando è ripubblicato in Futurismo e Fascismo, cit.,
sotto il titolo, e soltanto qui, compare la data giugno 1910. Probabilmente Marinetti nel datare
(nel 1924, quattordici anni dopo) in tal modo il suo scritto si riferiva alle varie conferenze
tenute in quell’anno, di cui, tuttavia, non si è rinvenuta a tutt’oggi traccia. Le molte e diverse
edizioni del testo hanno chiaramente creato confusione in merito all’epoca in cui Marinetti ha
iniziato a formulare i concetti esposti. Ora il testo è visibile anche in TIF, pp. 292-297.
370
Tuttavia nell’edizione del 1924, citata nella nota precedente, nel testo sono stati tolti i
primi due paragrafi contenenti la locuzione «il disprezzo della donna»: indubbiamente non
99
Tuttavia Marinetti, nel 1911, nel suo Le mépris de la femme, nel ribadire la
posizione contro l’ossessione per l’amore romantico, afferma che la
Da quanto fin qui esposto, risulta evidente che Marinetti non ha mai
rinnegato la “glorificazione del disprezzo della donna”: solo nel caso
dell’intervista ha cercato di chiarirlo, mentre lo ha riproposto in varie
circostanze e modalità senza mai attenuarne né il tono né la portata poiché
perfettamente in linea con la strategia di propaganda del movimento da lui
fondata e portata avanti.
In effetti l’adesione al Futurismo inizialmente proviene esclusivamente dal
genere maschile372. La prima voce di donna che appare nell’avanguardia italiana,
c’era più necessità di usarla e di specificarla sia perché aveva esaurito l’intento provocatore,
sia perché a fascismo instaurato il ruolo assegnato alla donna dal regime è ben diverso.
In merito al disprezzo della donna si veda anche il recente lavoro di P. ERCOLANI, Contro le
donne: Storia e critica del più antico pregiudizio, Venezia, Marsilio, 2016.
371
F. T. MARINETTI, Le mépris de la femme, in F. T. MARINETTI, Le Futurisme, cit., p. 60.
372
Tuttavia, negli anni precedenti, e non solo, alla nascita del movimento, la rivista
marinettiana «Poesia» pubblica molti testi di diverse autrici. Tra queste Madame Aurel,
pseudonimo di Madame Alfred Mortier (1882-1950), la quale non ha mai aderito
ufficialmente al Futurismo ma «il suo spirito risulta molto vicino a quello dissacrante e
sarcastico che anima le avanguardie storiche». Cfr. C. SALARIS, Le futuriste. …, cit., pp. 13-14.
In effetti la “prima donna futurista” è da più parti ritenuta Adelaide Bernardini (Narni 1872 o
1876 - Catania 1944) che, ben prima che si parlasse di futurismo vero e proprio, in varie
occasioni «era scattata con lo stesso impeto e quasi con le stesse parole contro la idolatria del
passato» come testimonia il marito Luigi Capuana in una lettera del 1910. Cfr. M.
D’AMBROSIO, Cit., p. 266.
100
con il consueto scalpore che la caratterizza, è quella di Valentine de Saint-
Point373: pronipote del poeta Alphonse de Lamartin, emerge nell’androceo
futurista e risponde374, il 25 marzo 1912, proprio al fondatore del movimento,
con il Manifesto della donna futurista. Dopo aver premesso che donne e uomini
sono uguali e pertanto «meritano lo stesso disprezzo», argomenta che, come in
natura, ci sono periodi più o meno favorevoli per l’emergere di geni ed eroi in
entrambi i sessi: allo stesso modo «è assurdo dividere l’umanità in donne e
uomini» poiché, per essere completa, ogni persona necessita tanto di
«femminilità» che di «mascolinità» bilanciate opportunamente poiché la
prevalenza di un’unica componente genera o solo «femmina» o solo «bruto». In
un periodo, come l’attuale, permeato di «femminilità», ciò che giova davvero è,
all’opposto, prendere a modello «il bruto». E allora le donne non solo non
373
Valentine de Saint-Point, il cui vero nome è Anne-Jeanne-Valentine-Marianne Desglans de
Cessiat-Vercell, nasce a Lione il 16 febbraio 1875. A trenta anni, inizia la sua carriera artistica
e cambia il cognome in Saint-Point, dal nome del castello del prozio Alphonse de Lamartine.
Nel 1905 pubblica le sue prime poesie nelle cui raccolte «si riflette il percorso spirituale
dell’autrice, che la porterà prima all’esplorazione del maschile e del femminile, poi a quella
dell’orgoglio come forza creatrice». Incontra «per la prima volta Filippo Tommaso Marinetti
nel 1911». A febbraio dell’anno seguente, quando i futuristi sono a Parigi per la prima tappa
del tour europeo, Valentine li invita a una delle sue Soirées Apolloniennes. Il 7 marzo successivo
Marinetti legge una sua poesia alla conferenza La femme et le Lettres che tiene a Parigi.
Qualcuno ipotizza l’esistenza di un flirt tra i due. Tuttavia, dopo l’uscita dei due Manifesti,
verso la fine del 1913 «quel desiderio di autonomia, che l’aveva sempre contraddistinta» la
spinge ad allontanarsi dal movimento futurista. Cfr. B. BALLARDIN, Valentine de Saint-Point,
Milano, Selene, 2007, pp. 9-72.
Il 20 dicembre 1913, a Parigi, va in scena la «danza di natura cerebrale, ideista» inventata da
Valentine de Saint-Point con il nome di Metacoria che «significa “al di là del coro”, il coro
greco, s’intende, e cioè al di là della danza». Nei primi anni della guerra è Dama della Croce
Rossa. Tuttavia abbandona il fronte e si rifugia in Spagna prima e negli Stati Uniti poi. Nel
1918, durante un viaggio in Marocco, si converte all’Islam. Dopo alcuni anni, che trascorre
tra la Corsica e Parigi, si trasferisce, nel 1924, in Egitto dove muore nel 1953 «nella più
grande indigenza». Cfr. J. P. MOREL, Vita di Valentine de Saint-Point, in V. DE SAINT-POINT,
Manifesto della donna futurista, a cura di Jean-Paul Morel, Genova, Il Nuovo Melangolo, 2006,
pp. 81-88.
Si segnala, infine, il seminario internazionale «Valentine de St-Point à la Croisée des Avant-
Garde. Art, dance, performance et politique entre Europe et Orient» che si terrà a Nantes nei
giorni 11 e 12 maggio 2017; indirizzo internet, in cui tra l’altro è disponibile una copiosa
bibliografia: http://www.colloque-saint-point.univ-nantes.fr/ - ultimo accesso ottobre 2016.
374
«Risposta a F. T. Marinetti» è il sottotitolo del Manifesto.
101
devono più frenare i soldati «il mattino della partenza»375, o fare figli soltanto
per se stesse, o rimanere «piovra del focolare», bensì combattere con «più
ferocia dei maschi». «La donna non è saggia, non è pacifista, non è buona» per
istinto, lo diventa soltanto nei periodi ‘sonnolenti dell’umanità’. «Nessuna
rivoluzione» deve escludere il genere femminile che, anzi, ne può moltiplicare
«gli adepti», quindi non solo la donna non va disprezzata, ma occorre proprio
«rivolgersi a lei». Tutto ciò nulla ha a che vedere con il Femminismo che,
semmai, «è un errore politico»: dare alle donne tutti i diritti civili richiesti
produrrà soltanto «un eccesso d’ordine». Mentre il «sentimentalismo», che lega e
immobilizza le forze, è una debolezza da disprezzare, la «lussuria è una forza» in
se stessa; forza che tuttavia non può appartenere a tutte allo stesso modo in
quanto ogni donna è «o madre, o amante». In tali ruoli, «uguali di fronte alla
vita, questi due tipi di donna si completano. La madre che accoglie un bimbo,
con il passato fabbrica il futuro; l’amante dispensa il desiderio che trascina verso
il futuro»376. Valentine de Saint-Point, in conclusione, esorta le donne a
esercitare il proprio potere per spingere gli uomini a superare se stessi377. Il
Manifesto, tradotto in varie lingue, suscita molto clamore anche in occasione
delle conferenze tenute dall’autrice nel 1912: il 4 giugno all’Esposizione dei
pittori futuristi della Galerie Giroux di Bruxelles, e il successivo 27 giugno a
Parigi378.
Valentine de Saint-Point interviene nuovamente, anche in risposta ai
travisamenti dei giornalisti379, all’inizio dell’anno seguente con il Manifesto della
375
Qui con un esplicito e chiaro richiamo alle affermazioni di Marinetti in Uccidiamo il chiaro di
luna! Si veda Capitolo II.
376
Tra gli scritti dell’avanguardia italiana, questo è l’unico in cui si menziona il futuro!
377
V. DE SAINT-POINT, Il Manifesto della donna futurista, Parigi, 25 marzo 1912. Il testo originale
è in francese, qui ci si riferisce alla traduzione di Armando Lo Monaco in: V. DE SAINT-
POINT, Manifesto della donna futurista, a cura di J. P. MOREL, Genova, Il Nuovo Melangolo,
2006, pp. 7-15.
378
B. BALLARDIN, Cit., pp. 40-41.
379
«Risposta agl’improbi giornalisti che mutilano le frasi per ridicolizzare l’idea; alle donne
che pensano ciò che io ho osato dire; a quelle per cui la Lussuria è ancora solo un peccato; a
tutti coloro che nella Lussuria giungono solo al Vizio; e nell’Orgoglio, solo alla Vanità».
102
Lussuria. Afferma che la Lussuria, priva di ogni moralismo, è forza pura: quindi
non «un peccato capitale» ma, come l’orgoglio, una virtù stimolatrice. L’arte e la
guerra sono l’espressione della sensualità da cui nasce la Lussuria: «motore
principale» di ogni azione dell’uomo. Il desiderio non deve essere «schernito»
dal sentimentalismo: è necessario distruggere «il sinistro ciarpame romantico»
per liberare la lussuria380.
Entrambi i Manifesti, atipici rispetto agli altri del movimento, non
contengono alcun accenno alla famiglia, né tanto meno parole d’ordine e
tematiche caratterizzanti il Futurismo: la velocità, la macchina, l’esaltazione della
vita moderna. E in effetti, al di là di questi due contributi, Valentine de Saint-
Point non si riconosce nel movimento, tanto che in una sua lettera del 7
gennaio 1914 al «Journal des Dèbat», nel controbattere a un trafiletto apparso in
precedenza sullo stesso giornale381, afferma: «Je ne suis pas futuriste et je ne l’ai
jamais été: je n’ai jamais fait partie d’aucune école». L’aver permesso a Marinetti
di pubblicare alcune sue personali opinioni, non la rende per ciò stesso una
futurista, anzi rivendica la propria totale ‘indipendenza’ di pensiero382.
A ben guardare la ‘strategia di attacco e di provocazione’, la presenza di
roboanti frasi a effetto, che potrebbero sottendere un intervento di Marinetti
nella redazione finale dei Manifesti, consentono a Valentine de Saint-Point di
«veicolare le sue idee»383 e a Marinetti di “demisoginizzare” il movimento. E
forse proprio per questo motivo, all’inizio della prima silloge de I Manifesti del
380
V. DE SAINT-POINT, Il Manifesto della lussuria, Parigi, 11 gennaio 1913. Il testo originale è in
francese, anche qui ci si riferisce alla traduzione di Armando Lo Monaco in: V. DE SAINT-
POINT, Manifesto …, cit., pp. 17-24.
381
REDAZIONE, Pour la métachorie, in «Journal des Dèbats politiques et littéraires», a. 126, n. 1,
1 gennaio 1914, p. 6 (ultima). Visibile all’indirizzo internet :
http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k485152w/f6.item.r=futurism.zoom - ultimo accesso
ottobre 2016.
382
V. DE SAINT-POINT, «Monsieur le directeur du Journal de Débat», in «Journal des Débats
politiques et littéraires», a. 126, n. 6, 7 gennaio 1914, p. 3. Visibile all’indirizzo internet:
http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k485157s/f3.item.zoom - ultimo accesso ottobre 2016.
383
J. P. MOREL, Valentine, Eva futura, Lilith rediviva, in V. DE SAINT-POINT, Manifesto …, cit., p.
78.
103
Futurismo, pubblicata per le edizioni «Lacerba»384 nel 1914, nel comporre l’elenco
delle varie sezioni385 e dei rispettivi aderenti al Movimento futurista diretto da F.T.
Marinetti, l’autore nell’includere «la poetessa Valentine de Saint-Point», unica
donna menzionata, si inventa una fantomatica «Azione Femminile» in cui
inserirla: tale locuzione non apparirà mai più! E non apparirà altro nome
femminile per diverso tempo nel variegato movimento futurista, tanto che
anche Palazzeschi386, constatandolo, ci ironizza su nel celebre pezzo La
scomparsa della donna.
Anche voi! … Anche voi in Trincea! Sì! un milione di donne al meno in trincea,
scelte tra le più resistenti alle fatiche! Quelle non essenziali all’allevamento dei
bambini o alla cultura della terra! Abbiamo piena fiducia nella vostra forza fisica
e nel vostro coraggio! Sí in trincea! È assurdo e bestiale che rimaniate per anni ad
384
AA.VV., I Manifesti del Futurismo. Lanciati da Marinetti, Boccioni, Carrà, Russolo, Balla, Severini,
Pratella, M.me De Saint-Point, Apollinaire e Palazzeschi, Firenze, Edizioni «Lacerba», 1914.
385
Poesia, Pittura, Musica, Scultura, Azione Femminile, Arte dei rumori e Antifilosofia.
386
A. PALAZZESCHI, La scomparsa della donna, in «Lacerba», a. III, n. 9, 28 febbraio 1915, ora in
G. LUTI (a cura di), «Lacerba» …, cit., p. 80.
104
aspettare o tradire i maschi che si battono! Equilibriamo così lo sforzo dei due
sessi! Tutte le responsabilità, tutti i pericoli, tutte le ferite anche a voi […]387.
D’altro canto anche un piccolo gesto, per chi può, contribuirà alla vittoria:
Arnaldo Ginna388, nel luglio seguente, sostiene Donne italiane riprofumate il mondo
coi profumi italiani. Mentre alla pagina successiva Prigionieri al lavoro, pur non
firmando il pezzo, esalta l’esempio delle donne tedesche impegnate a rendere
produttivi gli ufficiali francesi catturati389.
L’ultimo appello del 1916 è l’articolo, anche in questo caso non firmato390,
Saluto di un bombardiere futurista alla donna italiana in cui la donna «piccola» ma
«riassunto della patria grande» deve incitare il soldato a sacrificarsi per l’Italia391.
Per richiamare le donne alla partecipazione, al senso di responsabilità, alla
possibilità di divenire parte attiva all’interno di un discorso e disegno politico, il
387
F. T. MARINETTI FUTURISTA, Donne, dovete preferire i gloriosi mutilati, in «L’Italia Futurista», a.
I, n. 2, 15 giugno1916, p. 1. Il testo sarà ripubblicato integralmente e costituirà il decimo
capitolo di Come si seducono le donne, con il titolo meno perentorio di Donne, preferite i gloriosi
mutilati!
388
A. GINNA, Donne italiane riprofumate il mondo coi profumi italiani, in «L’Italia Futurista», a. I, n.
4, 25 luglio 1916, p. 1.
389
SENZA FIRMA, Prigionieri al lavoro, in «L’Italia Futurista», a. I, n. 4, 25 luglio 1916, p. 2.
Tuttavia dal sito ufficiale dei fratelli Corradini emerge che l’articolo è attribuito a Bruno
Corra, uno dei due componenti della «Direzione artistica» della rivista insieme a Emilio
Settimelli. Il testo è anche in B. CORRA, Per l’arte nuova della nuova Italia, Milano, Studio
Editoriale Lombardo, 1918; nonché in B. CORRA, Battaglie, Milano, Facchi, 1920.
http://www.ginnacorra.it/corra/bibliografia.html
390
SENZA FIRMA, Saluto di un bombardiere futurista alla donna italiana, in «L’Italia Futurista», a. I,
n. 9, 1 novembre 1916, p. 1. L’articolo, con il testo integrato anche da «tutte le belle libertà»
che i futuristi vogliono ‘offrire’ alla donna, costituirà l’undicesimo e ultimo capitolo del libro
Come si seducono le donne. In seguito «La conclusione del libro», questa volta firmato F. T.
MARINETTI FUTURISTA AL FRONTE, sarà ripubblicata in «L’Italia Futurista», a. II, n. 37, 15
gennaio 1918, pp. 1-2. Sull’articolo si segnala, inoltre, quanto scrive Cecilia Bello Minciacchi:
«Andrà qui precisato che la punteggiatura mancante nella stampa su rivista, sarà invece
perfettamente e piuttosto classicamente reintrodotta tanto nella stampa in volume, quanto
nell’anticipazione del capitolo sul numero 37 di «L’Italia Futurista», come se al suo primo
apparire sulle pagine della rivista fiorentina fosse venuta semplicemente a cadere». C. BELLO
MINCIACCHI, Cit., p. 106, n. 9.
391
L’articolo si conclude con «Sei tanto bella che presto ti colgo ti mangio ti bevo o bellezza
d’Italia per morire felice». Il testo ripubblicato sia in Come si seducono le donne che su «L’Italia
Futurista» del 15 gennaio 1918, diventa: «Sei tanto bella che presto ti colgo ti mangio, ti bevo,
o mia bella Italiana, per saziar la mia sete prima di riaffrontare la morte con la risata
schiantante e schiantata di una bomba di bombarda italiana! … ».
105
1 aprile 1917 viene ripubblicato392 Contro l’amore e il parlamentarismo! Ne seguono
polemiche piuttosto accese; tant’è che «In risposta allo scritto di Marinetti», il
seguente 13 maggio, sono pubblicati ben due articoli393, scelti tra le varie
proteste giunte al periodico, per i quali è creata la nuova rubrica 394
Donna+amore+bellezza. Nel corsivo di presentazione la redazione afferma di
essere ben lieta che le proprie idee siano motivo di discussione e dibattito,
questo peraltro dimostra come sia complessa la questione tanto che «presto il
nostro giornale tornerà ampiamente su questo immane problema femminile»395.
La rubrica, saltando un numero, riappare il 27 maggio, con altri due
articoli396 il cui preambolo specifica: «Continuiamo a stampare i migliori
commenti che giungono sul problema femminile pur sentendoci estranei alle
opinioni pubblicate»397.
Nel numero seguente - il 16 del 3 giugno 1917 - appare, finalmente, per la
prima volta e con titolo a cinque colonne: Come si seducono le donne. Il punto
focale della pagina è la centrale tavola parolibera che, nel precisare il titolo,
annuncia l’«Imminente pubblicazione» dell’ultima opera di Marinetti piena di
«Allegria Guerresca» composta dal «Racconto di 100 avventure» dell’autore, che
è anche un «Inno alla donna nel suo vero valore!» nonché «Contro la gelosia!
Per il futuro d’Italia!». Infine: «Con questo libro Marinetti apre la più grande
392
F. T. MARINETTI FUTURISTA AL FRONTE, Contro l’amore e il parlamentarismo, in «L’Italia
Futurista», a. II, n. 7, 1 aprile 1917, pp. 1-2. Per le varie pubblicazioni del testo si rimanda a p.
98, nota 369.
393
Gli articoli sono di A. CALICHIOPULO, L’amore e la donna dell’avvenire. Al futurista F.T.
Marinetti, nonché E. DAQUANNO FUTURISTA, Questioni femminili. Ad Arnaldo Ginna per le nostre
discussioni, in «L’Italia Futurista», a. II, n. 13, 13 maggio 1917, p. 2. In questo studio si è scelto
di non trattare gli altri articoli apparsi in «L’Italia Futurista» sulla ‘questione femminile’. Molti
e vari sono comunque gli studi sulla totalità degli interventi, ai quali si rimanda per un quadro
più ampio.
394
Soltanto questa prima volta appare, tra parentesi, il sottotitolo Punti di vista e discussione.
395
CORSIVO DI REDAZIONE, in «L’Italia Futurista», a. II, n. 13, 13 maggio 1917, p. 2.
396
Gli articoli sono quelli di C. MOROSELLO, Salviamo la donna! A Maria Ginanni, unica grande
eccezione e di R. CHITI FUTURISTA, Discussione: Amore, in «L’Italia Futurista», a. II, n. 15, 27
maggio 1917, p. 2.
397
CORSIVO DI REDAZIONE, in «L’Italia Futurista», a. II, n. 15, 27 maggio 1917, p.1.
106
appassionante discussione! Apriamo su questo libro grande discussione libera a
tutti!». Nell’articolo, che contorna la tavola parolibera, Settimelli scrive che
«Mentre alacremente preparavamo il lancio del suo più recente libro […] ci è
giunta notizia delle sue [di Marinetti] gloriose ferite». In questo momento
Settimelli che è, tra l’altro, entusiasta nel «correggere le bozze del libro», informa
che quando Marinetti era a Bracciano398 «dettava queste pagine e imparava il
maneggio dei pezzi. Oggi sogna il suo ritorno al fronte, in un ospedale di
Udine»399.
Basta l’annuncio a suscitare un gran clamore e a incrementare il dibattito
già in atto. I due articoli che seguono, quello di Settimelli400 del 10 giugno e
quello scritto assieme a Corra401 il successivo 17, fungono da battage
pubblicitario suscitando l’aspettativa per l’evento402.
398
Come scrive Gino Agnese: «Richiamato alle armi Marinetti è assegnato al 3° Reggimento
d’artiglieria e segue il corso per allievi ufficiali a Bracciano, dove il 5 settembre 1916 partecipa
al giuramento collettivo di fedeltà alla patria in armi e a Vittorio Emanuele. La balistica,
scienza matematica e fisica tra le più ardue, da un lato lo attira e dall’altro lo annoia. Decide,
comunque, di trarre profitto dagli eventi. Bracciano è così vicina a Roma che spesso egli può
trascorrere qualche mezza giornata di libertà nelle strade e nei caffè della Capitale […]». G.
AGNESE, Cit., p. 189. A Bracciano erano presenti anche i futuristi Pasquale Marica e Luciano
Folgore di quest’ultimo si segnala L. FOLGORE, Attendamento Bracciano III Artiglieria, Roma,
Stabilimento Litografico Sampaolesi, 1916.
399
E. SETTIMELLI, Come si seducono le donne, in «L’Italia Futurista», a. II, n. 16, 3 giugno 1917, p.
1. Marinetti, dopo Bracciano, il 26 dicembre 1916, «viene richiamato e destinato alla scuola di
tiro bombardieri di Susegana». A febbraio 1917 è inviato al fronte nella zona di Gorizia. Dal
3 aprile 1917 una broncopolmonite lo costringe al ricovero nell’ospedale di Cormons
(Gorizia). Il 23 aprile 1917 è inviato in prima linea a Plava-Zagora dove, il 14 maggio, è
«ferito durante l’azione che porta alla conquista del monte Kuk». Il 17 successivo è ricoverato
all’ospedale di Udine dove resta fino al 10 giugno. «Trascorre l’estate in licenza di
convalescenza tra Milano, Roma e Napoli». A metà settembre è inviato di nuovo al fronte.
Cfr. F. T. MARINETTI, Taccuini …, cit., pp. 44-113.
400
E. SETTIMELLI, Marinetti e la seduzione delle donne, in «L’Italia Futurista», a. II, n. 17, 10
giugno 1917, p. 1.
401
B. CORRA, E. SETTIMELLI, FUTURISTI, Marinetti Intimo. Linea Parigi-Palermo-Londra…-
Catanzaro, in «L’Italia Futurista», a. II, n. 18, 17 giugno 1917, p. 2. L’articolo costituirà la
prima parte della prefazione, firmata «Bruno Corra e Settimelli» senza l’aggettivo ‘futuristi’,
del libro Come si seducono le donne che deve ancora uscire.
402
Sulla capacità di marketing marinettiana si veda l’articolo di C. SALARIS, Marketing
Modernism: Marinetti as Publisher, traduzione di L. RAINEY, in «Modernism/Modernity», vol. 1,
n. 3, settembre 1994, pp. 109-127. http://muse.jhu.edu/article/23011
107
Tra le roboanti affermazioni promozionali come quella che il libro «sarà
l’opera più divertente della letteratura italiana» e che occorre «Affrettarsi a
prenotarlo», gli annunci dell’imminente uscita del volume si susseguono con la
pubblicazione di articoli di plauso o protesta da parte di entrambi i sessi
raccolti403, a volte, nella rubrica Donna+amore+bellezza.
In conclusione, a settembre del 1917, nell’ultima pagina della rivista, è
pubblicato l’annuncio dell’uscita del libro404. E il dibattito su «L’Italia Futurista»
prosegue fino alla fine dell’anno405.
Quindi, diversamente da quanto trovato nei testi consultati, anche recenti,
in realtà è la ripubblicazione su «L’Italia Futurista» del testo marinettiano Contro
l’amore e il parlamentarismo! a dare avvio406 al dibattito intorno all’«immane»
questione femminile che prosegue con Come si seducono le donne.
403
Fino al 26 agosto si inseriscono nel dibattito i seguenti articoli: ROSA ROSÀ, Le donne del
posdomani, in «L’Italia Futurista», a. II, n. 18, 17 giugno 1917, p. 1; JEAN-JACQUES. (NOM
PSEUDONYME), À la Redaction du journal «L’Italie Futuriste» Città - 2, Via Brunelleschi, e P.
GRAZIELLI FUTURISTA, Senza titolo, in «L’Italia Futurista», a. II, n. 19, 24 giugno 1917, p. 2;
ROSA ROSÀ, Risposta a Jean-Jacques, S. MARINI, Rivendicazione. A Corrado Morosello, e T. DA
SEPINO, Si parla d’amore, in «L’Italia Futurista», a. II, n. 20, 1 luglio 1917, p. 2; C. MOROSELLO,
Risposta a Gian Giacomo, e AMAR 14 FUTURISTA FERITO, La donna è un tonico, in «L’Italia
Futurista», a. II, n. 25, 5 agosto 1917, p. 2; ROSA ROSÀ, Le donne cambiano finalmente …, D.
GUARRICINO, Amore ed intelligenza, e G. FIORENTINO, Variazioni sul tema “donna”. Salvare la
donna??!! A Remo Chiti, in «L’Italia Futurista» - a. II, n. 27, 26 agosto 1917, p. 2
404
«È uscito Come si seducono le donne di Marinetti» tuona l’annuncio seguito dall’elenco dei
capitoli. La réclame occupa tutta la quarta e ultima pagina de «L’Italia Futurista», a. II, n. 29, 23
settembre 1917.
405
Gli articoli sono i seguenti: E. ROBERT, Una parola serena, e ROSA ROSÀ, Le donne del
posdomani, in «L’Italia Futurista», a. II, n. 30, 7 Ottobre 1917, pp. 1-2; G. FIORENTINO, Come si
seducono le donne (per Enif Robert, parolibera futurista), in «L’Italia Futurista», a. II, n. 32, 4
novembre 1917, p. 2; E. ROBERT, Replica a G. Fiorentino, e P. GRAZIELLI MOTORISTA-
AVIATORE-FUTURISTA, Utopie. A G. Fiorentino, in «L’Italia Futurista», a. II, n. 33, 18 novembre
1917, p. 3; si sottolinea quest’ultimo articolo per l’interessante conclusione: «Dobbiamo
essere convintissimi che la donna non è inferiore all’uomo. Con questa convinzione logica si
ha il principio della rigenerazione dell’uomo e della donna»; F. D. FUTURISTA, Lettera aperta a
F.T. Marinetti, in «L’Italia Futurista», a. II, n. 35, 9 dicembre 1917, p. 3; E. ROBERT
PAROLIBERA FUTURISTA, Come si seducono le donne (Lettera aperta a F.T. Marinetti), in «L’Italia
Futurista», a. II, n. 36, 31 dicembre 1917, p. 2.
406
Si ritiene proprio la ripubblicazione marinettiana del testo la causa delle diverse
affermazioni come, ad esempio, Salaris che nel 1982 afferma: «Il problema “donna” viene
agitato a lungo sulle colonne della rivista. L’occasione viene offerta dalla ripubblicazione del
marinettiano Contro l’amore e il parlamentarismo, che ripropone le antiche sferzate contro
l’amore (sentimentalismo e lussuria), considerato un ostaclo per la “marcia dell’uomo”». C.
108
Nel testo Marinetti, tra l’altro, riprende i temi già presenti, dal 1910, nel
suo scritto conosciuto con il titolo Contro l’amore e il parlamentarismo. Nelle
edizioni del 1917 e 1918 del libro407 appare la nota: «Questo volume vissuto è
stato dettato (settembre 1916) da Marinetti prima di tornare al fronte come
volontario bombardiere e corretto in bozze da Marinetti ferito all’Ospedale
Militare di Udine»408.
La domanda retorica che Marinetti pone a incipit del suo manuale: «Un
libro sull’arte di sedurre le donne, ora? …», a cui egli stesso risponde «sarebbe
SALARIS, Le futuriste. …, cit., p. 60; mentre nel 1981 aveva scritto che «La querelle aveva preso
spunto dalla pubblicazione del Come si seducono le donne di Marinetti». C. SALARIS, Una donna
…, cit., p. 17.
407
Il libro esce, come accennato, nel 1917, è stampato presso gli stabilimenti tipografici di
Vallecchi, per le Edizioni di Centomila Copie, dirette da Corra e Settimelli, ovvero le
Edizioni de «L’Italia Futurista». La seconda edizione, del 1918, è corredata dall’appendice
Polemiche sul presente libro (scelte dall’inchiesta sul «problema femminile» svolta sull’«Italia futurista») -
scritti di E. ROBERT - R. ROSÀ - SHARA MARINI - VOLT, per le edizioni Cappelli di Rocca San
Casciano. Nel 1920 è ripubblicato, a Milano da Sonzogno, con il titolo Come si seducono le donne
e si tradiscono gli uomini. Il testo ha avuto varie ripubblicazioni finanche in Argentina.
In questo lavoro ci si riferisce a F.T. MARINETTI, Come si seducono le donne, introduzione di C.
BELLO MINCIACCHI, Milano, RCS Libri, 2015.
408
L’affermazione ha prodotto, logicamente, molte riflessioni. Tra le ipotesi avanzate quella
di Silvia Contarini che scrive: «Marinetti dichiara di avere scritto questo libro quando era
all’ospedale di Udine nel maggio del 1917. Tuttavia, nelle sue note alle edizioni del 1917 e
1918, aveva sostenuto di avere dettato tale manuale a Corra nel settembre del 1916 e di avere
poi corretto le bozze a Udine. Nell’anticipare le date dell’edizione dal 1917 al 1916, Marinetti
avrebbe potuto fare credere che proprio quel manuale avesse scatenato la disputa sulla
questione delle donne; il che non è vero. Il manuale, però, sembra essere stato progettato [da
Marinetti] come una sorta d’intrusione in un dibattito in corso, con lo scopo specifico di
contenere certe idee che a lui non piacevano, e di ridirigerlo verso i suoi temi e offrire le sue
‘soluzioni’». S. CONTARINI, How to become a woman of the future: Una donna con tre anime – Un
ventre di donna, in G. BUELENS, H. HENDRIX, M. M. JANSEN, The History of Futurism. The
Precursors, Protagonists, and Legacies, Lanham, Maryland USA, Lexington Books, 2012, pp. 199-
212. La traduzione in italiano è ripresa da Paola Sica. La stessa Sica, nel ritenere l’ipotesi di
Contarini «molto plausibile, tuttavia non [..] esclude che nell’edizione del 1920 Marinetti
possa avere usato il verbo “scrivere” avendo in mente “correggere le bozze”. Se questa
seconda ipotesi fosse valida, sarebbe corretto affermare che Come si seducono le donne avesse
avuto un impatto rilevante nell’iniziare la discussione in “Donna+Amore+Bellezza”». P.
SICA, Alleanze, …, cit., p. 745, n. 11.
In proposito potrebbe essere utile poter esaminare integralmente il microfilm dei 4 diari
autografi di Marinetti attualmente conservati alla Beinecke Rare Book and Manuscript
Library della Yale University (New Haven, Connecticut) dai quali ha ‘tratto origine’ il volume
Taccuini in cui, come dichiarato da Alberto Bertoni nella Nota sui criteri di edizione, «sono
espunti», con qualche eccezione segnalata, tra l’altro, «abbozzi, schemi di romanzo, appunti di
progetti letterari o romanzeschi». A. BERTONI, Nota sui criteri di edizione, in F. T. MARINETTI,
Taccuini …, cit., p. LIX.
109
stato un anacronismo se fosse apparso o prima o dopo la guerra», motiva la
definizione di «Libro illogico» che l’autore ne dà prima di sciorinare la propria
ars amandi. Dopo la fantasiosa escalation di iperboliche e funamboliche
avventure409, la chiusa espone le ‘libertà’ che i Futuristi vogliono ‘offrire’ alla
donna:
409
Fantasia che provoca anche, sin dalla prima edizione, la censura delle ultime sei pagine
dell’ottavo capitolo: La donna e la complicazione. Il testo completo è oggi presente in F.T.
MARINETTI, Come si seducono le donne (e altri scritti), testi raccolti e annotati da A. CHINAPPI, s.l.,
Circolo Proudhon, 2015.
410
F. T. MARINETTI, Come si seducono …, cit., p. 159. Le ‘libertà’ sono elencate nell’ultimo
capitolo del libro e costituiscono l’undicesimo punto dell’endecalogo che integra il testo già
pubblicato in «L’Italia Futurista».
110
CAPITOLO IV - IL PENSIERO DI ROSA ROSÀ NE «L’ITALIA
FUTURISTA»
Moltitudine
Romanticismo sonnambulo
412
ROSA ROSÀ, Moltitudine, in «L’Italia Futurista», a. II, n. 9, 15 aprile 1917, p. 3.
413
ROSA ROSÀ, Romanticismo sonnambulo, in «L’Italia Futurista», a. II, n. 17, 10 giugno 1917, pp.
3-4. Sarà ripubblicata nel 1919 all’interno di Non c’è che te, con il titolo più attinente
L’Acquario.
112
Tutto il racconto, fluttuante fra il sonno e la veglia, oltre a essere in linea
con l’occultismo, elemento coesivo del gruppo futurista fiorentino414, richiama
la scrittura in stato ispirato pre-surrealista415.
414
«La componente magica, occultistica, animistica, non è del resto secondaria nelle ricerche
del gruppo fiorentino raccolto intorno a «L’Italia Futurista» (1916-1918) e lo caratterizza nel
panorama del movimento futurista. Questa componente concorre tra l’altro a sviluppare in
tale gruppo l’interesse per elaborare poetiche comuni e comunque forme di partecipazione e
di scambio fra gli artisti e fra i diversi momenti e le diverse forme di espressione, dalla
letteratura alla pittura, alla grafica (si ricordino, per esempio, i rapporti di collaborazione fra
Corra, Rosa Rosà e Ginna)». G. FANELLI, E. GODOLI, Cit., p. 70.
415
«Ortodossa rispetto agli interessi per le scienze occulte che caratterizzano il gruppo, Rosa
Rosà applica alla scrittura ed al disegno l’esperienza dei fenomeni paranormali, avvicinandosi
perciò alla scrittura automatica legata al sogno praticata dai surrealisti». C. SALARIS, Le
futuriste. …, cit., p. 58
416
ROSA ROSÀ, Le donne del posdomani, in «L’Italia Futurista», a. II n. 18, 17 giugno 1917, p. 1.
417
Come scrivono Conti Odorisio e Taricone: «La guerra aveva modificato i costumi,
infranto molti tabù e accelerato i tempi della storia. In tutti i settori produttivi le donne
avevano sostituito gli uomini in guerra dimostrando le stesse capacità, nell’agricoltura,
nell’industria, nei servizi pubblici e persino nelle officine di munizioni». G. CONTI ODORISIO,
F. TARICONE, Per filo e per segno. Antologia di testi politici sulla questione femminile dal XVIII al XIX
secolo, Torino, Giappichelli, 2008, p. 295.
418
«L’idea che la grande guerra abbia profondamente trasformato il rapporto tra i sessi, ed
emancipato le donne in misura molto maggiore dei precedenti anni, o persino secoli, di lotte,
è assai diffusa durante e dopo il conflitto. È questo un luogo comune della letteratura e della
politica». F. THÉBAUD, La Grande Guerra: età della donna o trionfo della differenza sessuale?, in ID. (a
cura di), Storia delle donne in occidente. Il Novecento, Roma-Bari, Editori Laterza, 1992, p. 25.
113
inimmaginabili che, per l’autrice, persino le femministe più agguerrite non
avrebbero mai potuto sperare di ottenere: poiché «la guerra ci ha scosse come
gli uomini», e nulla potrà più essere come prima419. Questa emancipazione
lavorativa, incidentale e momentanea, potrà manifestare i suoi effetti più
chiaramente soltanto «dopo» la guerra. Quegli uomini che rientreranno dal fronte
troveranno delle «compagne temprate dalla grandiosità del tempo» consce di aver
conservato «viva l’energia del paese»; anche coloro che prima indulgevano a una
vita comoda, dovranno partecipare alla ricostruzione del paese accanto alle
«loro donne forti».
Se la guerra di trincea è combattuta dagli uomini, le donne rimaste a casa
debbono mandare avanti famiglie, fabbriche, campagne e ogni altro impiego
necessario; senza dimenticare il ruolo fondamentale delle crocerossine anche al
fronte420.
In realtà le trasformazioni che Rosa Rosà immagina e spera per la donna
«dopo» il conflitto non saranno poi molte. In Italia l’innovazione più
importante, se non l’unica, è l’abrogazione della famigerata “autorizzazione
maritale” che, prevista dall’art. 134 del Codice civile421 del 1865, stabiliva:
419
In occasione del centenario della Prima Guerra Mondiale, tra i numerosi studi sia sulle
trasformazioni della condizione femminile a seguito del conflitto che sul ruolo svoltovi dalle
donne, si veda, in particolare, il convegno La grande Guerra delle italiane. Mobilitazioni, diritti,
trasformazioni, che ha avuto luogo, il 24 e 25 settembre 2015, presso il Dipartimento di Scienze
Politiche dell’Università di Roma Tre. Atti in attesa di pubblicazione.
Tuttavia, per Guidi, «Nonostante alcuni contributi di notevole spessore e interesse non si è
ancora aperto, sulle donne e le relazioni di genere nella Grande Guerra, un laboratorio di
ricerca di ampiezza paragonabile a quella degli studi relativi alla seconda guerra mondiale, e in
particolare alle partigiane»: L. GUIDI, Un nazionalismo declinato al femminile. 1914-1918, in ID. (a
cura di), Vivere la guerra: percorsi biografici e ruoli di genere tra Risorgimento e primo conflitto mondiale,
Napoli, ClioPress, 2007, p. 95.
Accesso alla versione elettronica: http://www.storia.unina.it/cliopress/guidi_guerra.htm
420
Sulla partecipazione, attiva e passiva, della donna ai vari conflitti, si veda F. TARICONE,
Donne e guerra. Dire, fare, subire, Latina, Elsa Di Mambro Editore, 2009.
421
La norma era prevista all’interno del Libro Primo Delle persone, Titolo V Del matrimonio,
Capo IX Dei diritti e dei doveri che nascono dal matrimonio, Sezione I Dei diritti e dei doveri dei coniugi
fra loro. Contro l’approvazione del ‘Codice Pisanelli’, in particolare contro l’impianto del
nuovo codice della famiglia, in cui la moglie e i figli erano subordinati al pater familias, si era a
suo tempo espressa anche Anna Maria Mozzoni, nell’opuscolo La donna in faccia al progetto del
nuovo Codice Civile Italiano, Milano, Tipografia sociale, 1865; ristampato in A. M. MOZZONI, La
liberazione della donna, a cura di F. PIERONI BORTOLOTTI, Roma, Mazzotta, 1975, pp. 40-44.
114
«La moglie non può donare, alienare beni immobili, sottoporli ad ipoteca,
contrarre mutui, cedere o riscuotere capitali, costituirsi sicurtà, né transigere o
stare in giudizio relativamente a tali atti, senza l’autorizzazione del marito.
Il marito può con atto pubblico dare alla moglie l’autorizzazione in genere per
tutti o per alcuni dei detti atti, salvo a lui il diritto di revocarla».
La norma è soppressa nel 1919, a un anno dalla fine della Prima Guerra
Mondiale, dalla legge n. 1176 del 17 luglio di quell’anno, “Disposizioni sulla
capacità giuridica della donna”. Assieme a essa sono anche abolite le
disposizioni di legge che vietavano l’ammissione delle donne alle professioni e
ai pubblici impieghi, esclusi quelli che implicano poteri giurisdizionali, politici o
che attengono alla difesa militare dello Stato. Passo avanti davvero decisivo
questo, anzi, da molti considerato come la sola grande riforma della famiglia attuata
dall’Italia liberale, eppur tuttavia una sorta di «premio di smobilitazione» come
viene definita. Poiché, in realtà, come affermano Conti Odorisio e Taricone,
queste sono state «le effimere riforme del 1919» che rappresentano
«un avvenimento derisorio, per i suoi limiti e le sue ambiguità, tale da riproporre
il tema delle vittorie sempre relative delle donne, pronte a trasformarsi in
sconfitte e ad annullarsi in quel limbo esistente tra la norma e la sua applicazione,
tra il dettato giuridico e il costume sociale»422.
Morosello e Jean-Jacques
422
G. CONTI ODORISIO, F. TARICONE, Cit., p. 295.
423
F. THÉBAUD, Cit., pp. 25-26. Thébaud, autrice di testi fondamentali sulla storia delle
donne, in occasione del centenario del primo conflitto mondiale, ha ripubblicato il suo
studio: F. THÉBAUD, Les femmes au temps de la guerre de 14, Paris, Payot, 2013.
Al contrario Lucia Re ritiene che «la grande guerra abbia abbattuto le strutture, le
convenzioni e le immagini attinenti al genere». L. RE, Scrittura …, cit., pp. 311-327.
115
A fine maggio, sulla rivista fiorentina è pubblicato un articolo, sotto forma
di lettera424, in cui Corrado Morosello, tra l’altro, ravvisa la necessità di «vincere
la stupidità della donna» poiché s’innamora soltanto di uomini belli, con la
proposta di «educarla» ad amare esclusivamente l’ingegno di cui è dotato
l’uomo425. Dopo un mese a tale intenzione didattica risponde il sedicente Jean-
Jacques e, nel dichiarare di essere una donna, afferma che, come tutte a causa de
«sa stupidité», facilmente si innamora di un uomo «s’ambien bâti corporellement,
d’un physique plaisant»; quindi ribalta l’argomentazione domandando a sua
volta come mai l’uomo, più dotato di grande intelligenza e buon senso rispetto
al ‘sesso debole’ secondo Morosello, «tombe quasi dans la même défaillance»
innamorandosi a sua volta di donne belle426.
Questo sembrerebbe un tipico «caso di “androginismo” letterario»; infatti,
secondo Mirella Bentivoglio, l’autore potrebbe essere Ottavio Dinale427 che
aveva l’abitudine di firmare con tale pseudonimo «ses réflexions de
“philosophie révolutionnaire”» pubblicate dal giornale «Il Popolo d’Italia»428 e
fondatore in quegli anni, tra l’altro, della rivista «La Demolizione»429. Quindi
l’ipotesi che sia lui il famoso Jean-Jacques non appare poi tanto peregrina,
tenuto conto anche dell’ironia provocatoria della sua «causerie».
Risposta a Jean-Jacques
424
Come giustamente afferma Minciacchi «la lettera ha aspetti desolanti». C. BELLO
MINCIACCHI, Cit., p. 110.
425
C. MOROSELLO, Salviamo la donna!, in «L’Italia Futurista», a. II, n. 15, 27 maggio 1917, p. 2.
426
JEAN-JACQUES (nom pseudonyme), (senza titolo), in «L’Italia Futurista», a. II, n. 19, 24
giugno 1917, p. 2.
427
Cfr. M. BENTIVOGLIO, Da pagina …, cit., p. 38.
428
Cfr. G. LISTA, Le livre futuriste de la libération du mot au poème tactile, Modena, Edizioni Panini,
1984, p. 151.
429
Si veda Capitolo II.
116
La domenica successiva, tra le varie repliche, esce quella di Rosa Rosà che
nel suo intervento dichiara che occorre abbandonare la vecchia e «balorda»
distinzione dell’umanità in uomini e donne a favore di quella più funzionale tra
«individui superiori, forti, intelligenti, sani, validi» e quelli che stanno
all’opposto. Tale diversa distinzione, modificando la prospettiva del problema,
evidenzia l’inequivocabile verità: entrambi i sessi «son presi maggiormente dal
fascino fisico di un altro individuo che dalle qualità morali nascoste dentro
l’involucro di un corpo» imperfetto. Per cui, almeno in questo, uomini e donne
sono uguali. Per l’autrice «siamo alla vigilia di rivoluzionamenti non solo politici
sociali geografici, ma anche sulla soglia di profonde metamorfosi psicologiche,
sessuali, erotiche». A questo processo di cambiamento il Futurismo dà un
contributo decisivo in quanto movimento rivoluzionario che è «alla testa di ogni
metamorfosi liberatrice» e che permette una visione meno ristretta di ogni
problema: nella fattispecie «innamorarsi di un bel viso, può succedere a
chiunque!». Nella conclusione l’autrice afferma di non essere una femminista,
ma soltanto «un’«ista», per cui la prima parte della parola ancora non è stata
trovata»430.
La summa del pensiero futurista di Rosa Rosà qui emerge tanto più chiara
quanto più «mantiene urbano, ma soprattutto molto semplice (e anche per
questo efficace) il tono della replica»431. In effetti poiché essere attirati da
bellezza, simmetria, prestanza è un istinto di natura finalizzato alla selezione
della specie appannaggio di tutto il genere umano, è più utile proporre per esso
altre dicotomie432.
Indipendente da ogni attività o ideologia perfino nell’auto-definizione, di
sicuro l’artista non si riconosce all’interno del nascente femminismo, come
430
ROSA ROSÀ, Risposta a Jean-Jacques, in «L’Italia Futurista», a. II, n. 20, 1 luglio 1917, p. 2.
431
C. BELLO MINCIACCHI, Cit., p. 124.
432
Qui Rosà sostituisce la dicotomia basata sul vecchio ordine simbolico patriarcale con un
nuovo ordine simbolico: quello della superiorità, forza e bellezza. Eppure tuttavia non
sembra aver trovato ancora una collocazione predefinita come si può notare nel testo che
segue.
117
dichiara anche in altre occasioni, mentre percepisce netto il senso di
«metamorfosi» dell’epoca.
Anche altre donne contemporanee sono contro il femminismo seppur con
tesi e argomentazioni diverse, come la contessa Villermont433, Neera434 e la
stessa Matilde Serao, a dimostrazione di quanto, sin dagli inizi, l’argomento
susciti discussioni, ma anche diverse prese di posizione e prospettive di
‘risoluzione’; tanto che anche all’interno del nascente movimento femminista
italiano esistono già le distinzioni tra quello socialista e borghese, posti e studiati
in contrapposizione dal punto di vista storico-politico435.
433
M. VILLERMONT, Il movimento femminista, le sue cause, il suo avvenire, soluzione cristiana, Roma,
Desclee, Lefebvre & C., 1904. «Si accusò il femminismo di essere un fattore di disgregazione
sociale e di anarchia. Per la Villermont femminismo significava fine di ogni moralità, di ogni
vincolo e dovere familiare. […] La pericolosità del femminismo risiedeva dunque nei principi
che facevano della donna un essere autonomo, la volevano economicamente indipendente,
ciò che in ultima analisi, equivaleva al socialismo». G. CONTI ODORISIO, Storia dell’idea
femminista in Italia, Torino, ERI, 1980, p. 168.
434
NEERA (Anna Radius Zuccari), Le idee di una donna, Milano, Libreria editrice nazionale,
1904. «Il femminismo irritava anche donne che si identificavano nella loro funzione materna
e si sentivano poste in discussione. La Neera nega che esista un femminismo e le ragioni per
il suo sorgere. Secondo la scrittrice esistevano solo questioni economiche e morali che
interessavano in egual misura i due sessi. Il miglioramento della condizione femminile
sarebbe venuto spontaneamente con il progresso dell’uomo: l’agitazione femminista era
l’estrema conseguenza della «follia egualitaria» del tormentato XIX secolo. Dalle vere,
semplici, sante, amorose donne che desideravano rimanere «al loro posto» si invocava il
coraggioso grido di: Basta! al femminismo, a tutte le sue rivendicazioni e utopie». G. CONTI
ODORISIO, Cit., p. 168.
435
Cfr. L. SCARAFFIA, Il femminismo fra progetti politici e movimenti religiosi, in L. SCARAFFIA, A. M.
ISASTIA (a cura di), Donne ottimiste. Femminismo e associazioni borghesi nell’Otto e Novecento,
Bologna, Il Mulino, 2002, p. 20.
118
elevandosi dalla «trinità»: casa, figli, affari e a tendere verso «VALORI ASTRATTI
[…] per arricchire la propria personalità e il loro ambiente». Esclusivamente ed
espressamente a tal fine la borghesia dovrebbe andare «ad imparare
dall’aristocrazia», classe a cui l’autrice appartiene436. Infine esorta in particolare
le donne ad assumersi il compito di «creare una nuova borghesia intelligente,
disinvolta, raffinata - e non più noiosa»437.
La creazione della nuova classe sociale della borghesia è stata, come
afferma Gaetano Mosca, il più importante coefficiente di trasformazione dello
Stato assoluto burocratico in quello rappresentativo moderno:
«Fu infatti durante il secolo decimottavo che nacque la borghesia nel senso lato
della parola, cioè quella classe numerosa addetta alle professioni liberali, ai
commerci, alle industrie, che ad una discreta agiatezza accoppia una cultura
tecnica e spesso scientifica assai superiore a quella delle altre classi sociali»438.
«Le geste destructeur de l’anarchiste n’est-il pas un rappel absurde et beau vers
l’idéal d’impossible justice, une barrière l’outrecuidance envahissante des classes
dominatrices et victorieuses. Quant moi, je préfère la bombe de Vaillant au
rampement du bourgeois qui se tapit au moment du danger, ou l’egoïsme inepte
du paysan qui se mutile pour ne pas servir son pays»443.
440
B. CROCE, Di un equivoco concetto storico: la “Borghesia”, in «La Critica. Rivista di letteratura,
storia e filosofia», a. XXVI, 1928, Bari, pp. 261-274.
441
D. SETTEMBRINI, Storia dell’idea antiborghese in Italia, Roma-Bari, Laterza, 1991.
442
Cfr. E. GENTILE, La politica di Marinetti, in «Storia contemporanea», a. VII, n. 3, 1976, p.
433. Dello stesso autore si veda anche Le origini dell’ideologia fascista, Roma-Bari, Laterza, 1975,
pp. 109-119.
443
L. C., Les premieres victoires du Futurisme …., cit., pp. 3-4.
444
L. DE MARIA, Il ruolo …, cit., p. 42.
445
E. GENTILE, Il futurismo e la politica. Dal nazionalismo modernista al fascismo (1909-1920), in R.
DE FELICE (a cura di), Cit., p. 126.
446
D. LAZZARICH, Guerra e pensiero politico. Percorsi novecenteschi, Napoli, Istituto italiano per gli
studi filosofici, 2009, p. 90.
120
Il quarto scritto di Rosà prende le mosse da due articoli apparsi nel
numero precedente della rivista. Nel primo Morosello, nella sua risposta a Gian
Giacomo447, asseriva che la «missione» principale della donna è quella di
alleviare i mali e le tristezze dell’uomo, quindi «è logico e giusto» per l’uomo
stesso amare una bella donna; mentre, al contrario, è illogico che la donna si
innamori di un uomo soltanto per la sua bellezza. Se, tuttavia, volesse
perseverare in tale errore dimostrerebbe di essere «proprio stupida»448, come già
affermato nel suo precedente articolo449.
Mentre tra le ‘perle di saggezza’ contenute nell’intervento a firma «Jamar
14 futurista ferito», c’è l’attribuzione alla donna della funzione di «necessario
tonico ricostituente del sangue» dell’uomo, e la maliziosa insinuazione che:
Indubbiamente tali affermazioni451 provocano Rosa Rosà tanto che nel suo
breve, ma incisivo scritto, rifiuta la vieta concezione della donna che ne emerge:
o un ‘oggetto’, quindi illogica, inconsistente, irresponsabile, stupida e bambola,
da considerare inferiore e meritevole di disprezzo; oppure ‘soggetto’ autonomo,
quindi indipendente, affrancata, intelligente, brutta, arida e sgradevole fino a
447
C’è una sottile ironia di fondo sul fatto che l’auto-dichiarata donna che ha innescato
questo mini-dibattito sia in realtà un uomo.
448
C. MOROSELLO, Risposta a Gian Giacomo, in «L’Italia Futurista», a. II, n. 25, 5 agosto 1917,
p. 2.
449
C. MOROSELLO, Salviamo la donna!, cit., p. 2.
450
JAMAR 14 FUTURISTA FERITO, La donna è un tonico, in «L’Italia Futurista», a. II, n. 25, 5
agosto 1917, p. 2.
451
Oltre a questi proclami misogini, seppur non isolati, all’interno dell’«immane problema
femminile» che si dibatte sulle pagine de «L’Italia Futurista» trovano spazio anche pareri più
‘civili’, come ad esempio l’affermazione conclusiva dell’articolo di Grazielli in cui si legge:
«Dobbiamo essere convintissimi che la donna non è inferiore all’uomo. Con questa
convinzione logica si ha il principio della rigenerazione dell’uomo e della donna». P.
GRAZIELLI MOTORISTA-AVIATORE-FUTURISTA, Utopie, in «L’Italia Futurista», a. II, n. 33, 18
novembre 1917, p. 3.
121
essere tacciata di «ermafroditismo». E allora, tra la pupattola e la virago, due
facce della stessa medaglia, tertium non datur? Così l’ovvia domanda le sorge
spontanea: «Insomma: chi mi può dire come bisogna essere?».
Nell’attesa della risposta - forse vana, forse impossibile - Rosà mette tutti
sull’avviso che il gentil sesso è in procinto di acquisire una caratteristica nuova
«un metacentro ASTRATTO, inconquistabile», impenetrabile sia ai seduttori che si
autodefiniscono esperti (con un chiaro riferimento al libro di Marinetti), sia a
chi brinda a «Fernet». Nel precisare che si tratta della consapevolezza di un «Io»
eterno, libero e inalienabile, constata come gli uomini siano invece ancorati
all’obsoleto punto di vista maschile che riteneva la donna priva di anima452.
Il titolo di questo scritto, che sembra l’estrema sintesi dell’articolo uscito
alla metà di giugno453, con l’avverbio ‘finalmente’ a conclusione esprime bene
l’idea della lunga attesa per l’auspicata emancipazione femminile, anche se
innescata dagli eventi bellici. Qui emerge inoltre come concetto focale, anche
nel formato grafico, quello di ‘astrazione’, già sottolineato nell’articolo sulla
borghesia, vale a dire quel «processo che conduce alla formazione delle idee»454
facoltà superiore esclusivamente umana che sola può condurre alla coscienza
dell’«Io».
452
ROSA ROSÀ, Le donne cambiano finalmente, in «L’Italia Futurista», a. II, n. 27, 26 agosto 1917,
p. 2.
453
Ovvero Le donne del posdomani uscito il precedente giugno.
454
V. MARTINU, Astrazione, voce in W. ARNOLD, H. JÜRGEN EYSENCK, R. MEILI (a cura di),
Dizionario di psicologia, Roma, Edizioni Paoline, 1975, p. 115.
122
quindi idealizzata, che confrontarsi con essa nella realtà del quotidiano.
Soprattutto quando, varcando l’adolescenza455, i figli iniziano a concepire
aspirazioni personali insorge una sostanziale incomunicabilità poiché le madri
guidate dal loro istinto di protezione, logorate «a forza di sacrifici e di cure
quando il figlio era bimbo», non sono più «all’altezza» del loro compito: i figli
sentono di non poter più avere una autentica condivisione con la madre perché
«essa non CAPIREBBE».
Proprio questo è il punto cruciale della questione per Rosà: «non essere in
grado di capire». La necessità di rimodulare il rapporto è ostacolata dal fatto che
le madri a lei contemporanee non «posseggono» quella che chiama «libera
personalità» in grado di leggere il mondo, prendere le giuste distanze dagli
avvenimenti e affrontare così i cambiamenti in atto, poiché sono bloccate e
assorbite totalmente dall’operare soltanto in funzione della famiglia.
Se, come sostiene Bachofen: «Nella cura per il frutto del proprio corpo, la
donna impara prima dell’uomo a spingere la propria preoccupazione amorosa
oltre i confini dell’Io individuale, verso un altro essere e a dedicare alla
conservazione e all’abbellimento dell’altra esistenza tutte le capacità inventive
del suo spirito»456, solo superando tale archetipo di amore, che già secondo
Aristotele consiste «più nell’amare che nell’essere amati»457, si può assurgere, per
Rosa Rosà, a un «Io» consapevole e indipendente, capace di una «visione»
distinta e decisa di tutto che ogni «madre dovrebbe saper proiettare nella
mentalità del figliuolo» in dono ulteriore, facendolo sentire compreso. E se tale
«metamorfosi femminile» renderà preponderante l’intelletto sul sentimento
configurando famiglie che «DUE PADRI e nessuna madre» poco male:
455
I figli di Edyth nel 1917 hanno rispettivamente 8, 7, 5 e 2 anni.
456
J. J. BACHOFEN, Il matriarcato. Ricerca sulla ginecocrazia del mondo antico nei suoi aspetti religiosi e
giuridici, Torino, Einaudi, 1988, (Titolo originale Das Mutterrecht, 1861), Preambolo e Introduzione,
pp. 14-15.
457
ARISTOTELE, Etica Nicomachea, VIII, 1159a, 25-35, in ID., Opere, Roma-Bari, Laterza, 1983,
7, p. 206.
123
«Donne del posdomani, saprete voi affrancarvi dalla maternità mentale per essere
le amiche vere dei vostri figliuoli?
Inutile illudersi il gineceo per la donna non esiste più, esiste solo ancora come
rudero atavico nella mentalità dell’uomo.
Da questo derivano tutti i dissidi insuperabili dell’epoca. Problemi che le donne
del posdomani stanno per risolvere - in un modo che non piace agli uomini ....»458.
458
ROSA ROSÀ, Le donne del posdomani, in «L’Italia Futurista», a. II, n. 30, 7 ottobre 1917, pp. 1-
2.
459
Si rimanda al Capitolo III.
460
Forse anche a causa delle riflessioni di Rosa Rosà sul ruolo materno espresse in questo
articolo che alcune sue opere sono state esposte alla mostra La Grande Madre che si è tenuta a
Palazzo Reale di Milano, dal 26 agosto al 15 novembre 2015, per “Expo in città 2015”. E
segnatamente: un disegno, in originale, senza titolo del 1918, nonché 16 stampe anastatiche
di illustrazioni per i libri: di Bruno Corra, Sam Dunn è morto, (3) e Madrigali e grotteschi (3), di
Mario Carli, Notti filtrate, (8) e Arnaldo Ginna, Le locomotive con le calze, (2). Catalogo della
124
Sotto l’articolo, che Lucia Re definisce esplosivo e femminista461, è
pubblicato un disegno di Rosa Rosà intitolato Conflagrazione geometrica462.
mostra M. GIONI (a cura di), La Grande Madre. Donne, maternità e potere nell’arte e nella cultura
visiva, 1900-2015, Milano, Skira, 2015, p. 389.
461
Mentre il significato del disegno, prosegue Lucia Re: «is ambivalent because the
composition’s shape is ironic. While it evokes the power of a rotating propeller (e typical
Futurist image favored by Marinetti), this particular propeller appears to explode into
hundreds of floating geometric shards, resembling a broken fan or a harmless ribbon». L. RE,
Rosa Rosà and the Question …, cit., p. 184. Mentre Lisa Hanstein afferma che: «In her
illustration, Edyth von Haynau portrays the collision of tradition with the forces of the New
through an arrangement of two contrasting forms: undulating, organic forms rising against a
cristalline mountain. Perhaps the image, “Conflagrazione geometrica” […] elaborates on this
theme. Compared to the previously discussed illustrations for literary texts, this abstract
Futurist drawing is far more dynamic. A total of six geometric forms collide in a sweeping X
shape. They rise in waves of black and white and conjoin in the middle of the page. The
image can be seen as a visualization of the clash of different forces, possibly in a (Futurist)
revolution that unites a variety of ideas into a solid whole». L. HANSTEIN, Cit., p. 352.
462
ROSA ROSÀ, Conflagrazione geometrica, in «L’Italia Futurista», a. II, n. 30, 7 ottobre 1917, p. 1.
463
Le tavole parolibere sono parole in libertà che «si trasformano naturalmente in auto-
illustrazioni» e, attraverso «analogie disegnate», riescono a rendere il senso anche
graficamente secondo il modo in cui le parole stesse sono collocate. Cfr. F. T. MARINETTI, Lo
splendore geometrico e meccanico delle parole in libertà, in «Lacerba», a II, n. 6, 15 marzo 1914, ora in
G. LUTI (a cura di), «Lacerba» …, cit., p. 83.
464
Come scrive Minciacchi: «geometria piana a significare anche graficamente un’assoluta
mancanza di spessore». C. BELLO MINCIACCHI, Cit., p. 340.
465
P. SICA, Futurist Women …, cit., p. 75.
125
466
gruppo sono riportate le frasi delle scontate conversazioni . In basso a
sinistra, dopo un «brutto quadro di famiglia»467, si colloca Rosa Rosà con la
frase «io mi pare che ne ho abbastanza» e una freccia a indicare la porta468.
Il contenuto della tavola469 potrebbe far pensare a una scrittura automatica
surrealista470.
Rosà che trova estremamente noiosa l’assenza degli uomini non potrebbe
neppure ipotizzare come luogo ideale La terra di lei utopisticamente descritta
dalla Gilman471.
466
Cfr. M. BENTIVOGLIO, Da pagina …, cit., p. 39.
467
Come annota Sica: « It sardonically cites the bad taste of the middle classes». P. SICA,
Futurist Women …, cit., p. 75.
468
ROSA ROSÀ, Parole in libertà, in «L’Italia Futurista», a. II, n. 35, 7 ottobre 1917, p. 3.
469
La tavola parolibera è analizzata anche da J. S. LASKER-FERRETTI, Between Word and Image:
Women Futurists and Parole in Libertà 1914-1924, nella sua Dissertation for the degree of
Doctor of Philosophy in Italian Studies in the Graduate Division of the University of
California, Berkeley, 2012. Visibile all’indirizzo internet:
http://escholarship.org/uc/item/5d82g3hz# - ultimo accesso gennaio 2016.
470
Cfr. M. BENTIVOGLIO, Da pagina …, cit., p. 39. ID., Futuriste italiane tra linguaggio e immagine,
in L. IAMURRI, S. SPINAZZÈ (a cura di), Cit., p. 42.
471
C. PERKINS GILMAN, La terra delle donne. «Herland» e altri racconti (1891-1916), Roma,
Donzelli Editore, 2011.
472
Qui Salaris annota: «Il tema della polverosità come condizione eistenziale sarà affrontato
sul finire degli anni Trenta, con toni metafisico-surreali, da Paola Masino in Nascita e morte
della massaia, Milano, Bompiani, 1970, dove alle pagine 13 e 16 si legge: “Da bambina la
massaia era polverosa e sonnolenta. […] Ogni mattina le cameriere le spolveravano il capo, le
spazzolavano i piedi, le sbattevano e ripiegavano addosso gli abiti». C. SALARIS, Introduzione, in
ID. (a cura di), Rosa Rosà …, cit., p. 10, n. 2.
126
metodica e piena di luoghi comuni, compresa la sedicenne figlia del marito,
frutto di una relazione prematrimoniale, che andrà a vivere con loro come
«nipote orfana».
A interrompere tanta grigia monotonia intervengono alcune
trasformazioni inspiegabili quanto inattese che Giorgina subisce e di cui, a
episodio concluso, non conserva alcuna traccia mnestica.
Le metamorfosi, che avvengono in coincidenza con l’assenza per lavoro
del marito, non operano tanto sull’aspetto esteriore, che resta sostanzialmente
immutato, quanto sugli atteggiamenti, sulla percezione che ella ha di sé stessa e
quindi, infine, su come la vedono gli altri: «tre personalità diverse tra di loro e
diversissime dalla sua abituale natura»473.
Come si scoprirà poi, e si verrà delineando tra un episodio e l’altro, la
causa di tali eventi potrebbe essere da ricercare in una forte perturbazione del
campo elettromagnetico nell’area in cui abita Giorgina dovuta alla caduta di un
fulmine potentissimo durante un nubifragio notturno. Infatti, in un laboratorio
scientifico situato nelle vicinanze, un biologo immerso nelle sue
sperimentazioni, dopo il fulmine constata delle improvvise mutazioni su se
stesso, sui suoi campioni vegetali e sulle sue cavie animali, mentre una fiala
contenente liquido radioattivo è sparita: disintegrata dal fulmine? Inoltre, sul
quadrante dell’orologio le sfere girano con anomala frenesia: ce n’è abbastanza
per dedurre che l’enorme potenziale elettrico scaricato dal fulmine ha
improvvisamente cancellato lo scorrere normale del tempo, producendo in un
attimo gli effetti di una lunga evoluzione. Perciò lo scienziato si consulta con
due colleghi informandoli degli strani fenomeni e insieme decidono di affidare a
un’agenzia investigativa il compito di scoprire se nel campo d’azione del
fulmine si siano verificati altri eventi anomali.
Intanto, la mattina dopo il temporale di ritorno dal mercato, Giorgina sul
pianerottolo dell’appartamento incontra il figlio di una vicina e viene presa da
«un’energia nuova», da sensazioni a lei ignote:
473
C. SALARIS (a cura di), Rosa Rosà …, cit., p. 68.
127
«Intensificazione formidabile di tutta la sua vitalità, di tutta la sua personalità
vivente e pensante. Poi, in modo particolarmente spiccato, una crescita
vertiginosa di tutte le sue sensibilità femminili, un’esplosione improvvisa di un
caldo fascino sensuale […] Lo stranissimo fenomeno le riusciva addirittura
pauroso: tanto era inesplicabile per lei essendo essa ben sicura che quel
turbamento non poteva provenire dalla presenza del giovane Boni che anche ora,
come sempre, le era perfettamente indifferente»474.
Nel momento preciso in cui suonano le sei a un orologio lontano, per la seconda
volta, in uno scoscendimento improvviso di tutte le sue sensibilità, si apre in lei
la rivelazione di una personalità nuova. Però, diversa dalla prima, questa volta la
trasformazione avviene, sebbene rapidamente, in modo graduale. La transizione
non dura più di un minuto. Ma durante questo breve spazio di tempo Giorgina
ha la sensazione precisa della coesistenza in sé di due nature475.
Tanto che proprio all’ora in cui di norma tornerebbe nel rifugio sicuro
della sua casa, presa da questo impeto irrefrenabile esce per le strade della città
verso un’esperienza del tutto nuova: la realtà, che prima le appariva come «un
grande blocco unico grigio indifferente»477, pulsa ora di luci, colori, odori e lei
ne percepisce acutamente tutto il turbinio di passioni.
Osserva nel fiume umano che le rumoreggia intorno le faccie violente degli
uomini d’azione, e quelle scialbe degli oziosi, il lusso appariscente delle signore
che escono dai negozi per salire in automobile e i vestiti molticolori delle
innumerevoli donne che aspettano la sosta di un desiderio.
474
ROSA ROSÀ, Una donna con tre anime, Milano, Studio Editoriale Lombardo, 1918, pp. 31-32.
In proposito a questa metamorfosi scrive Zoccoli «è la trasformazione interiore che la rende
affascinante e sexy». F. ZOCCOLI, I colori …, cit., p. 155.
475
ROSA ROSÀ, Una donna …, cit, pp. 41-42.
476
Ivi, p. 43.
477
Ivi, p. 46.
128
Le apparenze del vizio non svegliano in lei alcun moto di riprovazione. Ella
osserva con interesse e con curiosità, senza ripugnanza478.
«Non era più la buona e mite moglie di Umberto Rossi, non era più la donna
magneticamente sensuale e amorale della notte scorsa. Il suo profilo era
diventato energico e duro. I suoi gesti erano violenti, angolosi e precisi, la sua
voce tagliente e volontaria»483.
478
Ivi, p. 47.
479
Ivi, p. 51.
480
Ivi, p. 58.
481
Ivi, p. 59.
482
Ivi, p. 60.
483
Ivi, p. 64.
484
Ivi, p. 66.
129
trasformazione fa sì che se ne conservi traccia e che abbia eco sulla stampa
locale485.
L’ultima trasformazione avviene la sera stessa mentre la protagonista è
intenta a scrivere non senza fatica proprio al marito. Il discorso, limitato alla
banalità del quotidiano, d’un tratto si anima prendendo tono e ritmo nuovo,
un’espressività colorata e vivace prima inimmaginabile: l’orizzonte di
riferimento non è più il ristretto perimetro dell’abitazione coniugale, Giorgina si
sente proiettata nell’universo come un corpo celeste vagante, un’«aeronave
astratta»486 che sfugge dall’orbita terrestre spinta dalla «violenza degli istinti
incessanti»487. Sentire di potersi espandere nello spazio cosmico potenzialmente
infinito sembra ridefinire anche la relazione affettiva con il marito ampliandola
e arricchendola: «Tu non ci sei, ed io ti amo. Ti amo senza sapere chi sei, né
dove sei»488. «Ti amo ancora di più, perché so che questo mio amore non
tenterà mai di infrangere quell’estremo lembo di Libertà che deve rimanere mio
perché io sento di doverlo dedicare ad una lontananza mille volte più lontana
della tua stessa lontananza»489.
A trasformazione conclusa, lei riprende il piatto tono abituale nel
descrivere una stoffa con cui le piacerebbe farsi confezionare un abito, ma non
subito, dato il prezzo: per l’appagamento dei desideri è il caso di «aspettare
ancora»490.
Il racconto delle trasformazioni di Giorgina è intervallato dalle
informazioni che l’investigatore raccoglie e riferisce ai tre scienziati Ipsilon,
Igreca e Ix, cosicché essi man mano deducono che i fenomeni sorprendenti
accaduti alla giovane, come quelli del laboratorio, sono proprio da correlare alla
485
Interessante il riferimento a un ipotetico quotidiano titolato «Il Risveglio». Cfr. ROSA
ROSÀ, Una donna …, cit., p. 70.
486
Ivi, p. 76.
487
Ivi, p. 78.
488
Ivi, p. 75.
489
Ivi, p. 79.
490
Ivi, p. 80.
130
potente scarica elettrica del fulmine che ha provocato la penetrazione nel
presente di «frammenti» di futuro, anticipatori di «ciò che sarà nel futuro la vita
della donna»491. Perciò, infine, a Giorgina viene applicata «una azione elettro-
magnetica intensa e prolungata»492 affinché non abbiano più a manifestarsi in lei
i precedenti sintomi destabilizzanti, in quanto, secondo gli scienziati, occorre
ancora del tempo per «un cambiamento completo di tutti i codici morali e legali,
che [da] tanti secoli reggono la Società»493 pur consapevoli della «fatalità
evolutiva che incombe»494.
Contarini495 rileva in quest’opera di Rosa Rosà una certa influenza di Sam
Dunn è morto: romanzo sintetico futurista di Bruno Corra496: seppure i due autori si
frequentino e Rosà stessa abbia eseguito le illustrazioni a corredo della seconda
edizione del romanzo di Corra, quello che sembra accomunare i due scritti è un
fondo di sottile ironia, ironia di cui, tuttavia, è venata tutta l’opera della stessa
491
Ivi, p. 88.
492
Ivi, p. 90.
493
Ivi, p. 93.
494
Ivi, p. 94.
495
Scrive Contarini: «Rosa Rosà was without a doubt influenced by her friend Bruno Corra,
and his novel Sum Dunn è morto: romanzo sintetico futurista […] that had already imagined a
fictional situation in which the unleashing of a strange and extraordinary energy effected
people and towns: the streets of Paris were lit up raucously, with contagious, mad laughter.
The motif of contagious folly is picked up again in Rosa Rosà’s novella La sarabanda, were
the madness that breaks out turns into a homicidal frenzy». S. CONTARINI, How to Became a
Woman of the Future: Una donna con tre anime-Un ventre di donna, in G. BUELENS, H.
HENDRIX, M. JANSEN (a cura di), The History of Futurism. The Precursors, Protagonists, and
Legacies, Plumouth UK, Lexington Books, 2012, p. 210, nota 11.
496
Il libro è scritto nel 1914, uscito l’anno seguente per le Edizioni di Poesia, è ripubblicato a
puntate su «L’Italia Futurista» nel 1916. La nuova edizione del 1917 è corredata dalle
illustrazioni proprio di Rosa Rosà. Il romanzo, ambientato nel futuro fra il 1943 e il 1952,
narra il formarsi contemporaneo di “due poli di irrealtà”. Il primo si verifica a Parigi, dove
Sam Dunn vive in uno stato di assoluta passività; il secondo nell’Hotel Portorosa della
Riviera Ligure, divenuto il rifugio degli “strambi” di tutto il mondo, gestito da «Peppona, il
cui imponente deretano esercitava un irresistibile richiamo su tutti gli ospiti dell’albergo». Il 5
giugno, le energie emanate da Sam Dunn si fondono con quelle dell’Hotel causando un
terremoto e la distruzione dell’albergo stesso con la morte dei suoi ospiti; mentre tutta «la
popolazione di Parigi impazzisce, abbandonandosi a comportamenti totalmente insensati, dei
quali resta vittima lo stesso Sam Dunn: sonnecchiando, come al solito, viene ucciso dalla sua
cameriera, vittima a sua volta dell’energia “pepponica” che aleggiava sulla città, a colpi di
deretano». Cfr. S. GIOVANARDI, L’avanguardia storica, in G. DE ANGELIS, S. GIOVANARDI,
Storia della narrativa italiana del Novecento, Milano, Feltrinelli Editore, 2004, p. 225.
131
Rosà. Certo, anche Una donna con tre anime si inscrive pienamente nel contesto
del Futurismo, sia come concezione del tempo, in particolare della relazione tra
presente e futuro come tra accelerazione e crisi, sia come campi semantici da cui
attinge le metafore: elettricità497, tecnologia, città e cosmo in primis; inoltre
racchiude e sviluppa, nella forma del romanzo, tutti i temi già trattati negli scritti
precedenti: oltre all’ambiente urbano frenetico e stimolante, anche lo stato di
coscienza alterato, il superamento dell’asfittico orizzonte borghese noioso e
moralista, l’ineluttabilità del cambiamento prodotto dalla crisi, la definizione di
una donna nuova in rapporto a sé stessa, alle proprie relazioni affettive, al
proprio ruolo sociale e al proprio posto nel mondo.
Nelle sue metamorfosi Giorgina Rossi incarna la donna del futuro che la
rottura della continuità del tempo, prodotta dall’elettricità del fulmine, fa
affiorare nel presente e che, per l’autrice, rappresenta «il destino di tutte le
donne»498. Seppure non ricercate, le trasformazioni, inevitabili, producono
l’esperienza tanto di un vissuto corporeo e interiore del tutto nuovo quanto di
nuovi spazi fisici e immaginativi con cui misurarsi, tutti da esplorare,
coerentemente con l’ottica di una «palingenesi simultanea»499 tanto dell’ambito
privato che di quello pubblico invocata dal Futurismo.
In effetti il primissimo episodio, quello che avviene sul pianerottolo di casa
e di cui è testimone soltanto il giovane dirimpettaio, è una sorta di preludio
necessario all’innesco della sequenza delle tre metamorfosi vere e proprie: in
questa parentesi temporale Giorgina perde tutta la “polverosità” della sua
giovinezza, assolutamente agli antipodi rispetto al carattere rivoluzionario e
pugnace della gioventù proclamato dal Futurismo, per acquisire una femminilità
497
L’elettricità è uno dei topoi del Futurismo considerata una forza “meravigliosa” in grado di
cambiare profondamente l’aspetto del mondo e sinonimo di velocità, altro tema caro al
movimento, e anche una metafora dell’energia nei rapporti affettivi. Cfr. S. RODESCHINI,
Femminilità utopiche nel futurismo italiano. La donna con tre anime di Edyth von Haynau, in
«Morus. Utopia e Renascimento», n. 10, 2015, pp. 209-210.
498
Ivi, p. 203.
499
Ibidem.
132
istintiva e autentica che sprigiona un fascino assoluto500. Dietro la descrizione di
questo momento magico, e delle trasformazioni che seguono, troviamo l’eco del
dibattito sulla “questione femminile” a cui Rosà sta dando il suo personalissimo
apporto.
Tra la seconda metà dell’Ottocento e gli inizi del Novecento è tutto un
fiorire di sperimentazioni cliniche, come quelle per la cura dell’isteria, ricerche
sulla fisiognomica, sulla sessualità e le sue cosiddette deviazioni con cui si cerca
di fornire una base scientifica alla presunta inferiorità della donna – ma anche
all’altrettanto presunto concetto di razza in cui dividere il genere umano - più o
meno incoraggiate e strumentalizzate dal potere. Solo più tardi si definiranno le
discipline della psicologia e della sessuologia, ma intanto notevole successo
riscuotono autori come Lombroso, Krafft-Ebing, Moebius e, soprattutto,
Weininger, ma anche pensatori come Schopenhauer, Nietczsche, Kraus501.
La coltissima Rosà molto probabilmente conosce le opere di questi autori,
anche in lingua originale, quindi ben prima della traduzione in italiano. Proprio
alcuni concetti di Sesso e carattere di Otto Weininger, riecheggiano nelle
invenzioni del romanzo, così come nei precedenti articoli, in particolare la
negazione di un «determinismo del carattere»502 correlato alla genetica
femminile o maschile.
Coerentemente con l’idea che la donna del futuro possa trovare e
sviluppare in sé caratteristiche di libertà interiore, curiosità e volitività
considerate prerogative maschili, nella prima trasformazione Giorgina si spinge
con determinazione a esplorare il contesto urbano notturno: è un
comportamento oltremodo contro corrente, poiché camminare per le strade
500
Interessante la considerazione espressa da Franca Zoccoli, nel corso di un colloquio
personale gentilmente concesso, a gennaio 2015, la quale ha osservato come Giorgina diventi
sexy grazie a una trasformazione interiore senza ricorrere ad alcun intervento di chirurgia
estetica!
501
C. BELLO MINCIACCHI, Cit., p. 25.
502
Al netto delle feroci critiche che si è attirato, il trattato di Weininger (1903, prima
traduzione italiana 1912) all’inizio del Novecento ha conosciuto una risonanza innegabile ed
evidenti sono i punti di contatto anche con le tesi espresse nei manifesti di Valentine de
Saint-Point. Cfr. S. RODESCHINI, Cit., pp. 213-216.
133
della città, luogo per eccellenza della modernità, è riservato ancora e soltanto
agli uomini. Inoltre per le donne borghesi mescolarsi con gente di estrazione
sociale diversa appare pauroso in quanto sconosciuto ma è «anche moralmente
pericoloso». Esse escono comunque durante il giorno per varie attività
consentite, ma sempre e soltanto accompagnate. Al contrario delle donne della
classe operaia che possono sì uscire da sole, ma soltanto per lavorare. Uno
spazio costruito quindi non soltanto sulla dicotomia maschile
(permesso)/femminile (negato), ma anche sulla scala sociale. Uscire durante la
notte, invece, è sempre precluso al genere femminile, indipendentemente dalla
classe di appartenenza: da questo momento la città diviene «il regno degli
uomini e per gli uomini», inaccessibile alle donne se non a proprio rischio e
pericolo. Le uniche integranti a questo sistema sono le prostitute503.
La Giorgina “nuova” travalica divisioni e distinzioni, cammina seguendo
soltanto il proprio istinto in una libertà di movimento, mentale e fisica, prima a
lei sconosciuta. Proprio quella libertà e autonomia a cui anelava Marie
Bashikirseff504, artista russa vissuta a Parigi, che nei suoi diari scriveva:
503
Cfr. G. POLLOCK, Modernità e spazi del femminile, in M. A. TRASFORINI (a cura di), Arte a
parte. Donne artiste fra margini e centro, Milano, Franco Angeli, 2000, p. 29.
504
Marie Bashkirtseff (1858-1884), pittrice nata in Russia ma vissuta in giro per il mondo, ha
fatto parte anche del movimento suffragista. Famosa per il suo anticonformismo e per la sua
amicizia con Maupassant. La pubblicazione postuma dei suoi diari, censurati per lungo tempo
dai familiari, anche se ha creato scandalo, ha permesso di «conoscere le sue convinzioni
radicali sulla sessualità e sul posto delle donne nella società». Cfr. M. A. TRASFORINI, Le
“Flâneuses”. Corpi e spazi di genere fra modernità e postmodernità, in «Studi culturali», n. 2, 2010, p.
240, nota 4.
505
Citato da G. POLLOCK, Modernità …, cit., pp. 30-31.
134
Giorgina qui si appropria della libertà di “guardare” noncurante di essere
vista o notata, girovaga come un flâneur, appropriandosi di un concetto per cui
non è ancora prevista la declinazione al femminile506.
Venendo meno così la contrapposizione tra casa e città, tra privato e
pubblico come contesti separati e distinti dell’azione femminile e maschile:
tanto intimo e rasserenante il primo, quanto aperto, pericoloso e interessante il
secondo, in tal modo si realizza anche il superamento della morale borghese che
su tale contrapposizione si fonda.
Inoltre quello del paesaggio antropico urbano è uno dei campi semantici
del Futurismo con tutti i suoi elementi innovativi, come le automobili, la luce
elettrica dei lampioni, il brulichio di umanità sospinta da ogni tipo di passione: è
il teatro perfetto per le avventure più stimolanti.
Nella metamorfosi al mercato l’uscita dal limitato orizzonte domestico,
che rende la donna “invisibile”, raggiunge la conseguenza estrema: esporsi in
prima persona parlando in pubblico e di argomenti considerati squisitamente
maschili, così come mascolino risulta l’atteggiarsi del corpo. Questo doppio
registro «dell’azione e della morfologia del corpo»507 connota ogni modifica del
carattere che la protagonista vive, seppure in questo stato di coscienza alterato
tra la possessione e il sonnambulismo, che torna nell’opera di Rosà con la
qualità non di un ottundimento ma di uno stato di vigilanza super-naturale che
amplia la coscienza di sé.
Nell’ultima trasformazione è l’orizzonte spaziale che si apre fino
all’estremo: idealmente il campo diviene il cosmo intero, dentro cui la Giorgina-
donna del futuro si proietta senza limiti, prospettando anche una visione ideale
506
Il flâneur è la figura-chiave e simbolo della modernità urbana descritta per primo da
Baudelaire e rielaborata da Walter Benjamin, che «simboleggia il privilegio della libertà di
muoversi » per le strade della città, per l’artista che vuole interpretarne e rappresentarne i
cambiamenti in atto. Cfr. G. POLLOCK, Modernità …, cit., p. 27. Tuttavia, secondo Janet
Wolff, data proprio la differenza di movimento per gli uomini e le donne all’interno della
città dell’epoca, è impossibile la declinazione al femminile del termine. J. WOLFF, The invisible
flâneuse. Women and the literature of modernity, «Theory, Culture and Society», 1985. Tuttavia
proprio Wolff è stata la prima a volgere al femminile il termine flâneur.
507
S. RODESCHINI, Cit., p. 219.
135
della relazione affettiva come unità armoniosa di due individualità autonome e
libere che scelgono di condividere un percorso di vita senza ostacolarsi
reciprocamente. Inoltre ritorna il concetto di astrazione («aeronave astratta»),
così caro all’autrice, che attribuisce a questa capacità di elaborazione tutta
umana la possibilità di superare un altro limite: quello della materia.
Infine, dal momento che nell’esperienza che Giorgina fa non c’è né
intenzionalità né consapevolezza, anche la conclusione con il ritorno alla
precedente normalità del loro ménage da parte dei coniugi Rossi sta nell’ordine
delle cose: le “prove tecniche” di futuro indicano la direzione, ma c’è bisogno di
tempo e impegno per raggiungere la mèta.
IV.3. I racconti
«La Sarabanda»
508
In realtà il nome effettivo del rilievo montuoso è con doppia enne quindi Annam.
136
conoscenza di un gran numero di assassinî perpetrati durante la notte in modo
particolarmente efferato, quindi partono alla volta di casa.
Intanto un ferito «della strage notturna»509 scappa dall’Ospedale di Chelsea
seminando ancora morte: «il germe asiatico di follia»510 imperversa a Londra,
propagandosi, poi, come eseguendo «un ordine»511, oltre Atlantico a insanguinare
l’America, fino al Pacifico, per tornare «in Asia, come in una sete nostalgica per
le montagne dell’Anam»512.
«L’infermiere»
509
ROSA ROSÀ, «La Sarabanda», in ID., Una donna …, cit., p. 106.
510
Ibidem.
511
Ivi, p. 107.
512
Ibidem.
513
ROSA ROSÀ, «L’Infermiere», in ID., Una donna …, cit., p. 111.
514
Ibidem.
515
Ivi, p. 113.
516
Ivi, p. 114.
137
albergo della Riviera in cui risiedono. In una di queste circostanze aggredisce la
madre che viene salvata dal rientro dell’infermiere che «era il più forte»517.
Nella diffusione inarrestabile del «germe» di follia omicida del primo
racconto si può, forse, adombrare la globalizzazione del conflitto bellico in
corso; mentre c’è un richiamo all’alterazione di coscienza nello stato di
“incantamento” di cui sembrano vittime i connazionali del protagonista iniziale.
«L’infermiere» si gioca sul confronto tra estremi: forza bruta, esasperata
raffinatezza quasi decadente e mostruosità, che riescono a entrare in relazione
simbiotica fino alla rottura del delicato equilibrio.
Questi ultimi due racconti sono più nell’alveo spiritualista518 di
Romanticismo sonnambulo, mentre, fatto salvo il primo sulla città, tutti gli altri
scritti considerati hanno in modo più o meno mirato come soggetto la donna519
e le sue potenzialità.
517
Ivi, p. 119.
518
Forse più in linea con il resto della sua produzione delle arti visive. Testimonia Verdone:
«Fui colpito particolarmente dalle sue illustrazioni di Notti filtrate di Mario Carli (1918) e del
romanzo Sam Dunn è morto di Bruno Corra (1917). La lettura di quei disegni scopre
spontaneamente misticismo, estasi, aspirazioni ad ignote dimensioni e contemplazione dei
valori astratti: elementi che più tardi la Rosà, non più disegnando, ricercherà ed evocherà nei
suoi libri sulla civiltà mediterranea». M. VERDONE, La quota “rosa” del futurismo, in «Terzo
Occhio», Bologna, a. XXXII, n. 118, marzo, 2006, pp. 5-6.
519
A ben guardare, anche Perché la borghesia sia meno noiosa è una richiesta rivolta a tutti i
borghesi, ma con un’esortazione più stringente alla componente femminile.
520
Cfr. P. SICA, Una donna con tre anime di Rosa Rosà: un romanzo protofemminista?, in «Italian
Quarterly», Year XVLI, nos. 159-160, Winter-Spring, 2004, p. 80.
138
Se più di qualche studio critico rileva ancora «una vena proto-
femminista»521 nel pensiero che emerge dalle opere considerate, Rosà sembra
andare oltre il femminismo stesso, sembra considerare sottintese le stesse
prerogative politiche, sociali e sessuali per uomini e donne nel superamento sia del
vissuto corporeo femminile inscritto nella modestia e fedeltà del matrimonio
monogamico, sia dello spazio domestico e dell’invisibilità che lo
contraddistingue, sia dei ruoli tradizionali e della relativa morale.
Un oltre che, secondo l’illuminante analisi di Silvia Rodeschini, proietta
Rosà e la sua concezione della donna nell’utopia522, e non solo perché la
riflessione che viene elaborando è nella cornice del Futurismo, movimento che
ha in sé un carattere utopico523, ma perché il suo presente in cui affiorano
«schegge di futuro» ha il carattere di un «presente sospeso» in cui tutte le
possibilità hanno un potenziale di realizzazione, permettendo «a quelle finzioni
e a quei futuri alternativi che sono caratteristici dell’utopia»524 di contribuire alla
ridefinizione dei ruoli femminili che l’élite di donne intellettuali – a cui Rosà
appartiene a pieno titolo – sta cercando di codificare in modo autonomo.
Siamo nel pieno del dibattito sulla cosiddetta “questione femminile”, di cui
quello su «L’Italia Futurista» è solo un’eco: la politica italiana discute sul ruolo
sociale e politico della donna, se e come includere le donne tra gli aventi diritto
al voto e non c’è una semplice polarizzazione tra favorevoli e contrari. I
ragionamenti si allargano ad argomenti più vasti - fino a toccare la stessa natura
femminile, la maternità come scelta o come destino, lo statuto giuridico
femminile all’interno dell’istituto matrimoniale - che danno luogo a proposte
politiche le più diverse. Del 1908 è il Congresso Nazionale delle Donne Italiane
e mentre il versante socialista avanza rivendicazioni più radicali di uguaglianza
521
Ivi, p. 81, nota 14.
522
S. RODESCHINI, Cit., pp. 197-227.
523
Ivi, p. 197.
524
Ivi, p. 224.
139
politica e sociale effettiva, ben diverse sono le posizioni di moderati e
conservatori.
Il complesso e variegato rapporto tra politica e movimenti per
l’emancipazione, femminili e femministi, si riflette anche sulla compagine
femminile del movimento futurista che non ha una visione condivisa su questi
temi, ma focalizza la profonda «tensione tra appartenenza e libertà» che affiora
nelle relazioni affettive e familiari525. Rosà propone un modello di femminilità
nuova, conquista personale prima che sociale, in cui la realizzazione nella vita
affettiva non sia antitetica alla conservazione di una quota di libertà individuale,
e questa autonomia femminile possa contribuire alla creazione di forme nuove
di relazione, come quella tra madre e figlio con caratteristiche amicali526.
Quindi la posizione espressa da Rosà sembra più in sintonia con la «radice
utopistica e spirituale dei movimenti femministi europei»527 tra XIX e XX
secolo e ha una sua innegabile originalità528.
525
In particolare è interessante l’assoluta contrapposizione tra le posizioni di Valentine de
Saint-Point che considera i ruoli di amante e di madre antitetici tra loro, e di Mina Loy che
nel suo Feminist Manifesto del 1914, ritiene che una donna di mentalità inferiore sarà sia una
cattiva amante che una madre incompetente. Cfr. S. RODESCHINI, Cit., p. 222.
526
«L’idea che la donna potesse diventare uomo espressa da Rosà, assume così un significato
più chiaro: lo sfondo teorico di questa riflessione non è quello del femminismo come
movimento per la richiesta di emancipazione politica, ma una nuova visione della relazione
tra sesso e ruolo sociale [in cui] è chiaro come il ruolo della donna e la sua capacità di
collocarsi fuori dall’orizzonte della famiglia e del matrimonio non costituiscono elementi di
una lotta politica ma di una rivoluzione individuale, nell’ambito della quale anche le donne
possono avere le stesse prerogative degli uomini, ma non in quanto membri di un soggetto
collettivo». S. RODESCHINI, Cit., p. 216.
527
L. SCARAFFIA, Il femminismo fra progetti politici e movimenti religiosi, in L. SCARAFFIA, A. M.
ISASTIA (a cura di), Donne ottimiste …, cit., p. 20.
528
«Le analisi che la Rosà viene conducendo sulle pagine dell’«Italia Futurista» sono infatti le
sole che rivelino una posizione immune dai condizionamenti marinettiani, una linea
ideologica lungo la quale la questione femminile appare affrontata nei suoi problemi reali, al
di là di ogni strumentalizzazione o suadente ambiguità». A. NOZZOLI, Tabù e coscienza. La
condizione femminile nella letteratura italiana del Novecento, Firenze, La Nuova Italia, 1978, p. 53.
140
CONCLUSIONI
Dalle indagini svolte è stato possibile ricostruire buona parte della finora
misconosciuta biografia politico-culturale di Edyth von Haynau (Rosa Rosà). Si
è potuto portare in luce, tra l’altro, sia le esatte risultanze anagrafiche che le
origini ebraiche della famiglia materna.
Una prima valutazione desumibile dalla ricerca è che il pensiero di Rosa
Rosà, con esclusione di alcuni richiami all’utopia, non è riconducibile ad alcuna
teoria politica classica.
L’idea di “donna nuova” che affiora dai suoi scritti è tutta risolta
nell’orizzonte dell’individualità, quindi non in un’ottica emancipativa legata alla
sfera dei diritti delle donne come categoria.
Emerge, inoltre, una coerenza di fondo tra ciò che lei vive e ciò che scrive:
la capacità di riuscire a conciliare tutti i vari aspetti e i vari ruoli della vita
femminile, senza doverne sacrificare del tutto nessuno, è la strada che indica e
di fatto percorre anche grazie ai mezzi intellettuali ed economici che le
appartengono.
Negli anni dal 1917 al 1923 consapevolmente si avvicina all’avanguardia
italiana, senza peraltro mai aderirvi del tutto sia dal punto di vista artistico che
letterario e tanto meno, si ritiene, da quello politico. Durante questo periodo
limitato della sua vita è stata, per auto-definizione, un’«ista» con la parte iniziale
del sostantivo ancora da trovare. Con l’abbandono del Futurismo, i cui
presupposti non ha mai condiviso in toto, sempre più si appassiona allo studio
del passato, anche molto arcaico, e ne scrive diffusamente come per ricercare le
origini del suo stesso pensiero oltre alle radici della civiltà.
Indipendente da ogni attività o ideologia, anche per sua stessa ammissione,
di sicuro non si è riconosciuta all’interno del nascente femminismo, come ha
dichiarato in varie occasioni; mentre ha percepito nettamente il senso della
«metamorfosi» del mondo femminile già in atto.
141
Senza ombra di dubbio una donna «geniale», come riconosciuto anche dal
fondatore stesso del Futurismo, Marinetti, con reiterati attestati di stima:
autenticamente artista dalle molteplici sfaccettature.
Dato che la ricerca, proprio perché tale, può portare a rivedere dubbi e
convinzioni di partenza, si ritiene utile, in futuro, analizzare le affermazioni di
Rosa Rosà alla luce di ciò che è stato elaborato successivamente all’interno delle
teorie femministe, per rintracciarvi una eventuale influenza del suo pensiero.
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D.2.3. «POESIA»
167
SITOGRAFIA
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in-memoriam
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df
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168
APPENDICE
169
TESTIMONIANZE FAMILIARI
Gli appunti di seguito riportati sono ricavati dagli incontri con i parenti di Edyth
avvenuti in Roma: il 10 marzo 2015 con la Sig.ra Nicoletta Brunelli (nipote di Edyth von
Haynau e figlia di Franca Arnaldi) e il 23 gennaio 2016, ancora con la Sig.ra Nicoletta
Brunelli e il figlio Simone Cantagallo, integrati da qualche colloquio telefonico.
Edyth e Ulrico si sono conosciuti durante una crociera a Capo Nord. La frase
che Ulrico dice a Edyth è la traduzione letterale in uno stentato tedesco
dell’espressione: «Posso prenderla per la vita?» [darf ich Sie fuer das Leben nehmen],
frase che ha generato un curioso equivoco e un’aspettativa da parte di Edyth
poiché in realtà equivale a una proposta di matrimonio. «In effetti la nonna
presenta immediatamente il giovane alla mamma Enriette che è in viaggio con
lei. Ritengo che Ulrico si possa essere sentito in obbligo a sposare Edyth dopo
le modalità dell’incontro».
Il giovane italiano era laureato in legge, tuttavia non ha mai esercitato l’attività
di avvocato. «Ulrico ha preso parte a duelli con la spada»
Il padre di Ulrico era architetto o costruttore, «non ricordo bene l’attività, erano
comunque nel campo delle costruzioni». La famiglia si era trasferita a Roma da
Genova, dove era nato Ulrico. Abitavano in un villino, «chiamato villino
Arnaldi», che era al numero 4 della via di Porta Salaria, all’inizio dell’attuale via
Piave. «Al suo posto oggi c’è un unico palazzo in stile moderno».
I novelli sposi Arnaldi dapprima abitano con i genitori di lui, poi si trasferiscono
in via Flavia 96, nel palazzetto che i genitori di Edyth acquistano per darlo in
dote alla figlia.
Edyth ha avuto quattro bambini, due maschi e due femmine, che sono stati tutti
accuditi dalle balie «preciso: una per ogni bambino». Edyth non amava molto i
bambini piccoli: «perché erano sempre bagnati, diceva, piangevano o facevano
pipì». I rapporti con i figli si incrementavano mano a mano che crescevano «e
non piangevano più». La mamma ha voluto per loro una formazione simile alla
propria tanto che sono stati sempre affidati a istitutrici austriache. «Mia madre
[Franca] parlava il tedesco».
Il figlio di Nicoletta, Simone Cantagallo, afferma che: «per Ulrico il trauma della
guerra e il trauma di vedere la donna cambiata, anche Edyth, hanno causato in
lui, come in tutti gli uomini ritornati dalla guerra, un forte senso di
disorientamento. La bisnonna e il marito erano due forti individui e
individualismi».
Edyth ha sempre mantenuto con la madre un ottimo rapporto, tanto che spesso
Henriette veniva a trovarla a Roma conquistata, come la figlia, dall’Italia: una
volta, mentre erano insieme a teatro, durante l’inno di Mameli, la madre si alzò
in segno di rispetto, a differenza di altri parenti austriaci presenti.
«Ho iniziato ad avere contatti più assidui con mia nonna quando ho preso la
patente e insieme andavamo in giro per musei, in particolare il Museo
Nazionale Etrusco di Villa Giulia. La nonna Edyth era pazza per le cose
etrusche. Era anche innamorata della campagna romana.
È sempre stata una donna indipendente, che lasciava anche gli altri molto liberi.
Mi ricordo quando i miei genitori erano dovuti partire in tournée, e io sono
andata per circa dieci giorni a stare dalla nonna. All’epoca frequentavo le medie.
Dormivo nella stanza degli ospiti, che era separata dal suo appartamento. Dopo
la cena, la nonna si ritirava nelle sue stanze e mi lasciava libera. Potevo anche
andare a vedere la televisione che all’epoca era soltanto nella pensione [oggi
Hotel Medici] ubicata proprio sotto l’appartamento-attico della nonna.
Comunque me la ricordo sempre come affettuosa, anche se non come si
intende nel senso comune: faceva la nonna da brava artista! Era una donna al di
fuori dei soliti cliché.
Io ho sempre trovato particolarmente adorabile quel suo accento tedesco che
non ha mai perso.
171
Quando la nonna entrava in un salotto, tutti gli sguardi erano su di lei, si capiva
che era arrivato il personaggio della serata!
La nonna ha sempre firmato con il nome di Edyth. Non sapevamo che il suo
nome anagrafico fosse Editha».
172
ARTICOLI ROSA ROSÀ
173
MOLTITUDINE
175
ROMANTICISMO SONNAMBULO
Ieri notte mi svegliai di soprassalto, forzata da una volontà estranea alla mia a
alzarmi e a mettermi alla mia scrivania. Scrissi a lungo, in un stile non mio,
senza esitare, senza cancellare una parola, come se vi fosse qualched’uno a
dettarmi: me ne rammento perfettamente. Ritornata a coricarmi, e destatami la
mattina seguente, trovai queste pagine, scritte dal mio pugno:
«Ero dovuto partire per un breve viaggio, ma fui richiamato d’urgenza. La
mia casa stava alla fine di un braccio di terreno che il pigro corpo della
costaterra stendeva minacciosamente nel mare. Arrivai davanti al cubo eroico
dell’edificio che resisteva da secoli ai venti, mentre che un uragano spaventoso
ne scuoteva le mura. Quando il portone si aprì, la tempesta, venendo dal mare,
si scaraventò insieme a me nel terreno della casa facendo sbattere finestre e
porte e dondolando i massicci lampadari di ferro battuto appesi dal soffitto
arcato dell’ingresso.
Mancava poco che la formidabile corrente mi avesse rovesciato insieme al
servitore che aveva aperto, aggredendoci in pieno petto come un esercito di
lenzuola bagnate e ostili, che fuori, all’aperto, ballavano in aria un ballo di
trottole impazzite con tegole strappate ad un tetto vicino, gabbiani impauriti e
rami di alberi tormentati nella bufera.
Io salii per le scale e il servitore mi condusse attraverso camere oscure senza
rispondere alle mie domande.
Le finestre erano scosse sinistramente dall’assalto del vento che aveva
acquistato la viva forza di una potenza cosciente e malvagia. Il fragore
assordante del mare, che io ero abituato a considerare come ornamento della
mia casa sul promotorio, aveva invaso le camere come un padrone violento,
tornato dopo lunga assenza, risoluto a regnare con dura cattiveria. Come era
vicino, l’umido martellare delle onde!
Raggiunsi la madre di mia moglie. Stava sola in fondo ad una camera quasi
buia (erano le otto o le nove del dopopranzo), leggendo in un piccolo libro al
lieve chiarore di due candele. Cercai invano con lo sguardo mia moglie. La
vecchia signora alzò appena gli occhi al mio arrivo, essa che era altre volte
affettuosissima con me. La tempestai di domande, ma anch’essa rimase muta,
però si alzò, facendomi cenno di seguirla.
Credevo di essere condotto in una stanza di ammalata o in una camera
ardente.
Essa prese la direzione opposta a quella dove era situata la camera di mia
moglie che aveva la vista verso la terra.
Il grande salotto che attraversammo, era pieno di buffera. Quando la mia
compagna aprì la porta della camera attigua, il vento entrò anche qui con un
grido rauco e gravido di umidità incomprensibile.
Credendo di entrare in una camera, io mi trovai improvvisamente all’aperto.
La tempesta tormentava la gonna nera della vecchia signora, che uscì
tranquillamente su un terrazzino improvvisato di macerie recenti dei resti della
camera, che era esistita a quel posto. Non potei credere ai miei sensi, quando
176
vidi, la maniglia della porta del salotto ancora in mano, appena a tre passi in
basso le contorsioni nere del mare. Cercai con lo sguardo invano la sala da
pranzo e la serra, le cui pareti erano state formate da grandi lastre di cristallo
incastrate come gemme in montature di ferro, ma vidi solo l’oscurità rumorosa
del mare sotto di me.
La vecchia avanzò sempre, ed io la seguii, gli occhi fissi su lei, che mi sembrò
non essere più la madre di mia moglie ma una scheggia di morte e di spavento.
Nel semibuio (all’orizzonte burrascoso, il Tempo aveva dimenticato un lembo
di luce sporca-rossa), vidi come essa afferrava una ringhiera di ghisa che sorgeva
dal disotto del livello del terrazzino. Scese. Io la segui, convinto scendere nella
morte. Ero incapace di esitare. Scendevamo i gradini di una scala a chiocciola, di
ferro. Ebbi la sensazione che le sue spirali dovessero avvitarsi nel mare come
una gigantesca vite crudele. Ci inabissavamo in un tubo buio di pareti umide. Il
muggire delle onde a destra e a sinistra del tubo, a un passo da noi divenne
assordante.
Continuavamo a scendere. Arrivati in fondo, sentii a tastoni il suolo
leggermente inclinato. Mi urtai contro mobili rovesciati che ingombravano ogni
passo.
Dopo alcuni istanti la mia vista si era abituata alla quasi totale oscurità e
riuscii a distinguere, nel debole chiarore verdastro che proveniva da una delle
grandi lastre di cristallo formante la parete fra la sala da pranzo e la serra, dove
eravamo.
Capii solo dopo alcuni minuti di completa prostrazione. Il mare, la notte
precedente, stanco della spina umiliante che era stata la parte più avanzata della
mia casa, l’epidermide nervosa delle sue onde aveva con una formidabile
zampata fracassato gli arditi pilastri di cemento e di roccia che formavano le
sottocostruzioni. In un attimo questa parte della casa si era inabissata in mezzo
al gaudio delle acque, scivolando fulmineamente e incolume in fondo al mare
che lì misurava pochi metri di profondità. L’acqua aveva preso i due vani come
due scatole preziose per deporle cautamente sul cuscino morbido del suo fondo
melmoso. La scala di ferro, seguendo il peso delle sorelle cadenti, si era inclinata
verso di loro con tutto il suo tubo di corridoio, continuando a provedere una di
esse, la sala da pranzo, ove eravamo noi, d’aria respirabile.
Eravamo sotto il livello del mare.
Dunque la parte della casa dalla quale ero entrato io, non era più altro che un
paravento per nascondere la parte che non era più ....
Andavamo verso la fonte di pallido chiarore proveniente dalla lastra di
cristallo che ancora faceva da parete fra i due vani. E guardavamo come dei
bambini guardano nelle vetrine dei negozi, la vigilia di natale.
La sala, ove eravamo, era asciutta, ma l’acqua incominciava a infiltrarvisi
attraverso le fessure delle pareti. Invece l’enorme scatola della serra attigua era
completamente allagata. Le piante rare che amavo a coltivare, erano diventate
verdescuro-bronzo e si dondolavano lievemente col leggero movimento che si
comunicava dal tumulto delle acque esteriori all’interno del vano sommerso. Le
orchidee e le azalee si inclinavano dolorosamente e le palme e i cespugli scuri
177
fremevano moribondi nell’acqua salata, come se un ritmo non udibile di musica
le facesse ballare.
Ma non erano che le uniche a ballare nell’enorme aquario-teatrino.
Nel momento della disgrazia, la mia famiglia e i nostri ospiti - eravamo
all’epoca delle cacce e la mia casa era stata ospitale - erano stati radunati dopo
pranzo nella serra. Probabilmente avevano goduto come da un palco la vista
sopra il mare esasperato, finché la loro loggia vi si era sprofondata.
Tutti erano in abiti da sera. Riconobbi subito mia moglie. Stava appoggiata ad
un tavolino di bronzo e quindi non galleggiante, vestita di bianco, gli occhi
grandi aperti: i suoi capelli si erano disciolti e nuotavano orizzontalmente
attorno alla sua testa, il braccio sinistro reggeva una sciarpa come se volesse
farla volare al vento. Più lontano, c’era un signore accolto dalla morte seduto su
una poltrona. Ma l’acqua non gli aveva concesso di rimanervi: si teneva in
equilibrio a venti centimetri al di sopra della poltrona, le ginocchia curve, il
corpo mezzo sdraiato. Una signora, vestita di rosa, sembrava essere un grande
albero di corallo. Teneva alzate le braccia che stavano per diventare
ramificazioni coralline. Un ospite in frack era diventato intrapendente:
dibattendosi era riuscito ad arrivare sino al soffitto facendo da avvoltoio nero, le
code del frack stese come ali.
Su e giù. Tutti ballavano il ritmo incantevole della morte, alcuni centimetri al
disopra del pavimento, come santi in estasi, la cui virtù concedeva loro di non
più sporcarsi i piedi di fango.
Ballavano già quasi da ventiquattro ore.
Non so quanto tempo rimanemmo davanti alla vetrina. Mi rammento che un
suono rauco appena articolato mi scosse. La vecchia signora, accanto a me,
aveva aperto il libro che aveva portato seco, e s’era messa a leggere i nomi dei
morti. Ve n’erano alcuni che conoscevo solo superficialmente, e i cui nomi
avevo dimenticati. Quell’uomo con la barba, poggiato di sbieco attraverso la
seggiola, non l’avevo mai visto. La ragazza nell’angolo più remoto supponevo
solo chi potesse essere. Udii come la vecchia accanto a me mi spiegava, che
bisognava chiamarli uno per uno a nome; essa aveva segnato tutti i nomi nel
libro, perché altrimenti l’acqua avrebbe inghiottito la scia di ferro, seppellendoci
per sempre. Capì allora che era Imma, mi senti a seguito a questa scoperta solo
più legato a lei.
Dopo la lettura dei nomi, restammo fermi davanti alla vetrina ancora. Io
osservai come una timida corrente di acqua stava alzando il braccio di mia
moglie più di prima, aumentando con ciò il gesto di volo estatico della sua
sciarpa, mentre il signore in frack cominciava lentamente a scendere dal soffitto.
La donna-corallo si stava spostando sempre di più in una posizione soavemente
orizzontale e sembrava volare verso il fondo verde del mare come un grande
fiore rosa, lembo di gioia lanciato verso l’orrore. Mi rammento che risalimmo
dopo molto tempo la scala di ferro, attraversando l’ostile zuffa del vento su i
ruderi della camera, e rientrammo nel salotto.
Rimasi solo. L’intensità della tempesta era ancora aumentata, se ciò era
possibile. Le bufere arrivarono su la casa come colpi di cannone, scuotendo ciò
178
che era rimasto dei muri. Il salotto sembrava un ultimo ridicolo baluardo contro
la vittoria definitiva del vento. E mi sembrò che i mobili nella stanza attorno a
me si accovacciassero come pecore impaurite, coscienti del loro vicino macello.
Ritornai subito solo alla vetrina sott’acqua. Ritrovai al buio il tubo che
conduceva in fondo. L’umidità delle pareti era aumentata ma non pensai ad
altro che di potere vedere ancora mia moglie in piedi come se vivesse. E poi,
volevo vedere ancora l’uomo che non conoscevo, e che era stato accolto dalla
morte accanto a lei.
Trovai cambiamenti. Il signore sopra la poltrona si era innalzato di un altro
mezzo metro e sembrava benedire di là tutta la comitiva. Mia moglie si era
appoggiata con maggiore abbandono al tavolino come fosse stanca di stare
tanto in piedi, una seggiola di legno galleggiava a metà altezza fra le teste delle
persone. L’uomo, del soffitto era sceso con la testa in giù, tentando di baciare la
donna di corallo data tutta interamente il suo volto quasi orizzontale verso le
tenebre lontane. L’uomo sconosciuto è scivolato dalla sua sedia, le gambe
mollemente ripiegate, il corpo sorretto come fosse appeso a una corda, quasi
inginocchiato davanti a mia moglie, che seguitava a stare in piedi da
ventiquattro ore. So che guardando, impazzii. La mia mente non reggeva alla
vista di un signore seduto a un metro al di sopra della sua poltrona.
Ho molte ferite di taglio alle mani, e le braccia mi dolgono perché mi hanno
fatto respirare artificialmente. La voglio vedere ancora».
Qui, ciò che avevo scritto la notte, termina.
Finora la cosa sarebbe poco strana, se non vi fosse il fatto che io sono una
donna mentre che quelle pagine sembrano essere il racconto dell’avventura
terribile d’un uomo, che ha scelto questa via per manifestarsi in frasi precise,
brevi e pesanti, prima di perdersi nella follia ....
ROSA ROSÀ
ROSA ROSÀ, Romanticismo sonnambulo, in «L’Italia Futurista», Anno II, n. 17, 10 giugno 1917,
pp. 3-4.
179
LE DONNE DEL POSDOMANI
180
Sentiranno che i fiumi d’Italia aspettano i ponti, le pianure d’Italia aspettano
la selva dei fumaiuoli, nei torrenti d’Italia dormono forze infinite che aspettano
le braccia di coloro che ritorneranno, per operare accanto alle loro donne forti.
ROSA ROSÀ
ROSA ROSÀ, Le donne del posdomani, in «L’Italia Futurista», Anno II n. 18, 17 giugno 1917, p. 1.
181
A la Redaction du journal
«L’Italie Futuriste»
Città - 2, Via Brunelleschi.
Messieurs.
JEAN-JACQUES
(nom pseudonyme)
JEAN-JACQUES (nom pseudonyme), (senza titolo), in «L’Italia Futurista», a. II, n. 19, 24 giugno
1917, p. 2.
L’articolo è in un riquadro dal titolo Come si seducono le donne, preceduto dalla nota redazionale:
«Questo libro di Marinetti di cui è imminente la pubblicazione è attesissimo e ha destato le
più vive discussioni sul problema femminile.
Ecco per questo numero una lettera di protesta dell’esponente di un comitato femminile …
non costituito però ufficialmente e la rude impressione di un marinaio»
182
RISPOSTA A JEAN-JACQUES …
Signora - o signorina,
Lei chiede: «Perché uomini superiori s’innamorano con maggiore facilità di
donne stupide e belle, che di donne superiori ma brutte?»
Il futurismo, che è il ritorno franco, aperto e coraggioso alla natura la più
naturale immaginabile risponde: Smettiamola di spaccare l’umanità in uomini e
donne, (divisione che mi sembra balorda come se ci venisse in mente di
dividere il genere umano in biondi o in bruni) - ma incominciamo a dividerlo in
individui superiori, forti, intelligenti, sani, validi, contrapposti ai deficienti cretini
monchi fiacchi.
Questa nuova spartizione metterà le anime in pace e permetterà nuove
valutazioni della natura umana, che per ora s’infrangono troppo spesso
all’insuperabile ostacolo della divisione secondo i sessi ...
Messo il problema in questa nuova luce, la sua domanda PERCHÉ non solo le
donne ma anche gli uomini s’innamorano facilmente di persone dell’altro sesso
BELLE, troverà la sua risposta semplice e naturale: perché tanto tra uomini che
tra donne si trovano individui che son presi maggiormente dal fascino fisico di
un altro individuo che dalle qualità morali nascoste dentro l’involucro di un
corpo malfatto che non colpisce i sensi.
Lei vede, anche qui uguaglianza tra uomini e donne. - Siamo alla vigilia di
rivoluzionamenti non solo politici sociali geografici, ma anche su la soglia di
profonde metamorfosi psicologiche, sessuali, erotiche. È merito del Futurismo
di essere alla testa di ogni metamorfosi liberatrice, atta a ingrandire ogni
problema fino agli sconfinati confini dell’Infinito, e perciò: non più ristrette
polemiche: perché gli uomini - perché le donne ... - ma costatazione
futuristicamente complessa: innamorarsi di un bel viso, può succedere a
chiunque!
È contenta? - Lo spero. Come spero che un giorno non si dirà più: sì,
benissimo, ma è una donna. O: sì, benone, ma è un uomo. - E si giudicherà un
individuo così: «è un cretino» oppure: «ha ingegno».
Lei vede, non sono femminista. - Sono un’«ista», per cui la prima parte della
parola ancora non è trovato.
ROSA ROSÀ
ROSA ROSÀ, Risposta a Jean-Jacques, in «L’Italia Futurista», a. II, n. 20, 1 luglio 1917, p. 2.
183
PERCHE’ LA BORGHESIA SIA MENO NOIOSA
Le colonne della libera Italia Futurista, creata per tutte le frenetiche iniziative
di avanguardia spirituale, davvero non sono il luogo adatto - né è questo la mia
intenzione - per fare la réclame di un principio contrario a quello democratico.
Dico che la borghesia è NOIOSA non per mettere in rilievo i pregi di un altro
ceto, ma per parlare della sua povertà di fantasia - della SCARSEZZA di
formazioni colorite, varie, che rende le grandi città d’Italia relativamente
semplici e che fanno le piccole città d’Italia addirittura delle tombe ...
È perché la borghesia e noiosa ...
Essa che rappresenta la forza sociale, industriale commerciale intellettuale del
paese, conta tra i millioni di teste di cui è composta, innumerevoli individui di
enorme valore. La sua giovane e sana vitalità si sta manifestando in successi
positivi palpabili, materiali, sorgente viva di ricchezza, destinata a gareggiare
nell’avvenire con le industrie estere. Ma l’attività sua non ha saputo ancora
penetrare nelle sottili diramazioni delle raffinatezze spirituali: la maggior parte
della borghesia vive, lavora e muore senza avere acquistata la sensazione dei
VALORI ASTRATTI ...
Conosco uomini che si non fatti da soli, con tenace energia e con iniziativa
coraggiosa, le loro fortune o le loro clientele, ma che si limitano
all’interessamento per la loro professione ignorando la spinta frenetica per
arricchire la propria personalità e il loro ambiente di valori NON UTILITARI ma
astratti.
Vivono placidamente senza essere mai tormentati dai molteplici problemi
che fanno vibrare l’Universo, unilateralmente assorbiti dalla giusta ambizione di
riuscire nei loro affari, ma serenamente infischiandosi di tutto ciò che va al di là
delle loro zone materiali. - Vivono onestamente, valorosamente, materialmente,
ma non aspirano a coltivare tra di loro individui prismatici ...
Perciò non esiste, nella borghesia italiana, una torrenziale moltitudine di tipi
o di forme di vita, non si creano nuovi spunti, nuovi bisogni e nuovi impulsi,
variopinte possibilità che farebbero aggrovigliare caleidoscopicamente i centri
roventi, stordenti, delle città italiane …
Le borghesia italiana è semplice, nel senso puro, buono morale e sano nella
parola, come in quello limitato, mancante di aria, povero di vibranti elementi di
slancio cerebrale. Il perno attorno al quale girano i suoi milioni di cervelli è la
trinità: la casa - i figli - gli affari.
Quando il bene è troppo abbondante, può diventare anche un male.
L’unilateralità dei interessi crea sterilità di fantasia, stadi delle aspirazioni,
causata da questo regime esageratamente prudente. Penso ad un adulto robusto
che si nutre esclusivamente di latte, invece di godersi ogni tanto una bella
sciampagnata che gli fa bollire il sangue nelle vene.
La media delle esistenze borghesi si mantiene su di un livello
sproporzionatamente basso e semplice in confronto alle sue effettive possibilità
finanziarie.
184
Non si è destata ancora la coscenza del dovere astratto di CONSUMARE ciò
che alcuni valorosi cervelli creano. E non si è svegliato il gusto e il bisogno di
manifestarsi su grande scala.
Per questo unico lato bisogna che la borghesia vada ancora per un po’ ad
imparare dall’aristocrazia .... Se vi sono iniziative di beneficenza in grande stile,
ornate da qualche trovata geniale di organizzazione che da valore artistico alla
festa: di solito non sono le donne della borghesia che ne hanno il merito. Se vi è
qualche avvenimento mandano, con o senza beneficenza, che sappia radunare
nel suo sfarzo tutti gli elementi eccentrici dell’epoca, creando insieme ad una
festa una sintesi-révue, di tutto ciò che siamo - non è la casa borghese che ne è
il palcoscenico … Chi sa trovare nuove linee di stilizzamento anatomico nella
moda, che si sta allargando sempre di più verso l’Arte, trasformando il corpo
femminile, il suo vestiario e gli oggetti che lo circondano, in centri di nuovi
valori decorativi - è la donna dell’aristocrazia perché ha del coraggio novatore.
Se esistono centri di radunanze, salotti, in cui si affluisce per fare del
giornalismo orale degli avvenimenti piccoli e grandi in corso - non sono nelle
case borghesi.
Vi sono case borghesi, messe su in modo principesco, che non vedono anima
viva tutto l’anno: non per orgoglioso amore di solitudine, ma per mancanza di
attrazione, per incapacità di attirare, di amalgamare gente, idee, ambienti. Vi
sono donne borghesi, che portano collane di perle di centomila franchi al collo
e che vogliono potere indugiare a lungo sul tema: «e dove è stato in villeggiatura
quest’anno». «E come stanno i suoi bambini?»
È palese che la borghesia è troppo noiosa.
Il suo ritmo è ancora il modesto trotto del cavallo da lavoro.
Non sa ancora vivere con eleganza e con ingegno.
A voi, donne italiane, il creare una nuova borghesia intelligente, disinvolta,
raffinata - e non più noiosa.
ROSA ROSÀ
ROSA ROSÀ, Perché la borghesia sia meno noiosa, in «L’Italia Futurista», Anno II, n. 26, 12 agosto
1917, p. 2.
185
LE DONNE CAMBIANO FINALMENTE …
Uno degli ultimi numeri dell’Italia Futurista contiene una nuova risposta a
quel famoso Gian Giacomo, che stà per diventare una specie di simbolo …
Accanto a quella risposta, vi è l’annuncio del volume di Marinetti: Come si
seducono le donne. La colonna vicina porta il titolo: «La donna è un tonico».
Bene. La donna - oggetto. La donna - quantità negligeable. La donna
illogica inconsistente, irresponsabile. La donna - stupidità - la donna bambola,
con contorno di vizio e salsa di amoralità. Consecutiva costatazione della sua
inferiorità spregievole.
Oppure: la donna -indipendente, affrancata, brutta, intelligente, acre,
sgradevole perché non desidera di piacere.
Consecutiva accusa di ermafroditismo, perversione di istinti, incapacità
sentimentali, egoismo ecc. ecc.
Insomma: chi mi può dire come bisogna essere?
Ma intanto, aspettando una risposta, le donne avvertono gli uomini, che
accanto alla loro facoltà di amare, e di essere compagne dolci e ogni tanto
stupide, remissive e ogni tanto illogiche, candide altruiste innamorate, e talvolta
bugiarde e amorali, esse stanno per acquistare una novità: un metacentro
ASTRATTO, inconquistabile, inaccessibile alle seduzioni le più esperte, -
inaccessibile ai consumatori dei tonici uso «Fernet».
Stanno per acquistare la coscienza di un libero «Io» immortale, che non si
dà a nessuno e a nulla.
Invece pare, che gli uomini siano ancora al punto di vista degli antichi
Israeliti, che negavano l’anima alla donna ....
ROSA ROSÀ
ROSA ROSÀ, Le donne cambiano finalmente, «L’Italia Futurista», Anno II, n. 27, 26 agosto 1917,
p. 2.
186
LE DONNE DEL POSDOMANI (due)
La madre, per ogni mentalità non corrosa da nevropatia amorale, sarà sempre
oggetto di amore appassionato vivo e bello.
Ma INTENDERSI tra madri e figli è estremamente raro e non ha nulla a che
fare con quello che sommariamente si chiama «amore figliale».
Chi sa analizzare serenamente i propri istinti ammetterà, che spesso la madre
ASSENTE o DEFUNTA è maggiormente amata di quanto lo è la madre viva,
presente, attiva che non è astratto simbolo ma realtà di carne e di ossa.
Ciò dimostra che la presente generazione non manca di sentimento figliale,
ma che sono le madri di ieri e di oggi che non sanno evitare i conflitti che
nascono dal fatto della convivenza.
Forse le donne del posdomani sapranno meglio essere le amiche dei propri
figli.
È un fenomeno frequentissimo che la madre quando il figlio raggiunge l’età
di 14 15 anni, perde qualunque ascendente su la sua mentalità. Incapace di
seguirlo nei suoi studi e nel volo delle nascenti ambizioni, essa che si è logorata
a forza di sacrifici e di cure quando il figlio era bimbo, ora dipende dalla sua
generosità e dal suo tatto per non risentire troppo di non essere più «all’altezza»
della situazione. Le cose le più importanti, le aspirazioni più astratte, si celano
gelosamente davanti alla madre, perché «è inutile tentare a spiegare, ESSA NON
CAPIREBBE».
Si sogna, si crea, si ama e si inventa di nascosto, il lato più prezioso e più
importante della giovane vita si svolge dietro ad un artificiale sipario di frottole
e di imbrogli, «perché è inutile di tentare a spiegare ESSA NON CAPIREBBE»
*
**
Lì sta tutto: non essere in grado di capire. I temperamenti veramente
tipicamente materni, non posseggono oggi quel grado di libera personalità, che
li rende coscenti del proprio Io forte e oggettivo che esiste STACCATO dalla
comunanza con gli altri destinato a percorrere le metamorfosi della vita
principiando e terminando in se stesso. I temperamenti materni,
epicentricamente incatenati all’utilità della famiglia altruisticamente esistenti più
per gli altri che per essi stessi, non arrivano a quelle forme libere di «Io»
coscente, autonomo, e indipendentemente intelligibile, che unicamente sanno
penetrare il mondo, CAPENDOLO PERFETTAMENTE.
Vi è dunque una differenza insuperabile fondamentale fra i due concetti
«madre» e «libera personalità» ed è dunque l’essenza dell’anima materna stessa,
che si chiude per la sua propria natura alla comprensione del mondo che si
pone con la forza semplice degli istinti primitivi come barriera tra la prole e il
mondo limitando le possibilità del figlio e preservandolo indistintamente
davanti ad ogni cosa estranea a lei. Teme il mondo invece di capirlo con la forza
della propria personalità che porta dentro se stessa la visione netta, forte e
chiara di ogni cosa, visione che la madre dovrebbe saper proiettare nella
187
mentalità del figliuolo come un prezioso dono oltre quello della vita; e nessuno
allora oserebbe più dire: la Mamma non capisce …
Si obietterà che allora, in sostanza, se questa metamorfosi femminile sta per
effettuarsi, ogni giovanetto non avrà più un padre e una madre l’uno per dargli
l’educazione forte, virile, 1’altra per accompagnarlo con la dolcezza che non
discute, che solo ama, ma DUE PADRI e nessuna madre.
Può darsi. Certamente stanno per sparire quelle figure di mamme invecchiate
sfinite e logorate a forza di aver vissuto per gli altri, e che non arrivano in fondo
alla via del figlio, perché la loro devota bontà si cancella muta sul fondo
silenzioso della casa senza straripare nel mondo. Certamente spariranno
moltissimi sentimenti ardenti e belli di umili sacrifici, come è sparito l’ardore del
monaco estatico e il fanatismo del crociato che oggi non esiste più.
Anche ardori e istinti mutano. Ma come siamo oggi più cerebrali che istintivi,
abbiamo bisogno di madri che magari saranno meno materne ma che ci
capiranno di più. E come siamo più intellettuali che sentimentali, soffriamo
maggiormente di essere malintesi che di non essere circondati da cure materiali.
L’uno - fatalmente - esclude l’altro.
Donne del posdomani, saprete voi affrancarvi dalla maternità mentale per
essere le amiche vere dei vostri figliuoli?
Inutile illudersi il gineceo per la donna non esiste più, esiste solo ancora
come rudero atavico nella mentalità dell’uomo.
Da questo derivano tutti i dissidi insuperabili dell’epoca. Problemi che le
donne del posdomani stanno per risolvere - in un modo che non piace agli
uomini …
Che cosa aspettiamo a pronunciare apertamente, che non è più l’amore che
forma il perno principale attorno al quale gira la vita muliebre ma che vi sono
subentrati mille elementi che navigano ancora sempre sotto la bandiera
dell’amore e che in fondo non hanno più nulla a che fare con quel sentimento
sublime che tra non molto diventerà leggendario, come le visioni religiose e i
sonni catalettici che finivano con l’apparizione delle stigmate nel palmo delle
mani degli eletti? …
Le donne che lavorano, studiano guadagnano e creano, non sanno più amare
con l’animo di donne. Hanno imparato a conquistarsi una visione netta e chiara
del mondo per conto loro, indipendentemente dall’uomo, che non sa dar loro
più nulla all’infuori di alcune emozioni di avventure sensazionali o che sa
ristabilire l’euritmia dei loro nervi fisiologicamente …
Ma questo non ha nulla a che fare con l’amore. Perché amare, vuol dire,
abolizione del proprio io, significa trarre la vera essenza della vita dalla sostanza
di un altro individuo e non dalle proprie radici.
Amare significa: sentirsi nulla senza l’altro. Ora, le donne future non
sapranno più sentirsi nulla né sole, né con altri. Avranno perduta con questa
impossibilità una grande felicità, ma non giungeranno mai più, nella loro
nascente egocentricità, alla sperduta disperazione di un suicidio per un amore
infelice.
188
Però, il codice scritto, e quell’altro più possente ancora, che non è scritto in
nessun posto, non ammette ancora quelle trasformazioni profonde, che stanno
per capovolgere la vita sociale. Di fronte a questi fenomeni preoccupanti
l’umanità ha assunto due tattiche che non risolvono nulla ma che aiutano ad
aspettare con dignità il futuro svolgimento dell’evoluzione femminile: le cito qui
ambedue per interesse di cronaca:
L’una consiste nella sempre ripetuta trionfante costatazione «che tutte le
donne sono uguali», appena si può constatare che una donna emancipata e forte
adempie ai suoi doveri di sposa e di madre come tutte le altre, trovandovi una
felicità grande o piccola, come ogni donna.
L’altra consiste nello stabilire un dogma assurdo, ossia nell’esigere, che le
donne che con un sorriso si è soliti chiamare «emancipate», per questa loro
anima forte debbano a priori rinunciare una volta per sempre all’amore, legittimo
o illegittimo. Perché l’amore non è e non può essere l’unico contenuto delle anime
elettriche, complesse, aperte, a tutte le chiamate della vita simultanea moderna
bisogna abolirlo addirittura e ammettere l’emancipazione intellettuale solo a
patto di un isolamento psicologico …
La vita attuale ancora manca di mezzi per manifestare queste trasformazioni
degli istinti femminili, che lentamente ma sicuramente si stanno mutando verso
il tipo superiore: (confermo con ciò la superiorità dell’uomo!). Le donne stanno per
diventare uomini. Ed è un male fondamentale della nostra epoca di continuare
ad opporsi a questa costatazione e alla creazione di nuove possibilità e di nuove
forme di vita, per queste donne nuove, che vogliono la loro atmosfera da
respirare - perché oramai - le mura del gineceo sono saltate in aria.
ROSA ROSÀ
ROSA ROSÀ, Le donne del posdomani, in «L’Italia Futurista», Anno II, n. 30, 7 ottobre 1917, p. 1.
189
ROSA ROSÀ, Conflagrazione geometrica, in «L’Italia Futurista», a. II, n. 30, 7 ottobre 1917, p. 1.
190
ROSA ROSÀ, Parole in libertà (Ricevimento - Thè - Signore - Nessun Uomo), in «L’Italia
Futurista», a. II, n. 35, 7 ottobre 1917, p. 3.
191
MANIFESTI POLITICI FUTURISTI
(1909-1915)
192
1909
FONDAZIONE E MANIFESTO DEL FUTURISMO
Avevamo vegliato tutta la notte - i miei amici ed io - sotto lampade di
moschea dalle cupole di ottone traforato, stellate come le nostre anime, perché
come queste irradiate dal chiuso fulgòre di un cuore elettrico. Avevamo
lungamente calpestata su opulenti tappeti orientali la nostra atavica accidia,
discutendo davanti ai confini estremi della logica ed annerendo molta carta di
frenetiche scritture.
Un immenso orgoglio gonfiava i nostri petti, poiché ci sentivamo soli, in
quell’ora, ad esser desti e ritti, come fari superbi o come sentinelle avanzate, di
fronte all’esercito delle stelle nemiche, occhieggianti dai loro celesti
accampamenti. Soli coi fuochisti che s’agitano davanti ai forni infernali delle
grandi navi, soli coi neri fantasmi che frugano nelle pance arroventate delle
locomotive lanciate a pazza corsa, soli cogli ubriachi annaspanti, con un incerto
batter d’ali, lungo i muri della città.
Sussultammo ad un tratto, all’udire il rumore formidabile degli enormi
tramvai a due piani, che passano sobbalzando, risplendenti di luci multicolori,
come i villaggi in festa che il Po straripato squassa e sràdica d’improvviso, per
trascinarli fino al mare, sulle cascate e attraverso i gorghi di un diluvio.
Poi il silenzio divenne più cupo. Ma mentre ascoltavamo l’estenuato
borbottìo, di preghiere del vecchio canale e lo scricchiolar dell’ossa dei palazzi
moribondi sulle loro barbe di umida verdura, noi udimmo subitamente ruggire
sotto le finestre gli automobili famelici.
- Andiamo, diss’io; andiamo, amici! Partiamo! Finalmente, la mitologia e
l’ideale mistico sono superati. Noi stiamo per assistere alla nascita del Centauro
e presto vedremo volare i primi Angeli!... Bisognerà scuotere le porte della vita
per provarne i cardini e i chiavistelli!
Partiamo! Ecco, sulla terra, la primissima aurora! Non v’è cosa che agguagli
lo splendore della rossa spada del sole che schermeggia per la prima volta nelle
nostre tenebre millenarie!...
Ci avvicinammo alle tre belve sbuffanti, per palparne amorosamente i torridi
petti. Io mi stesi sulla mia macchina come un cadavere nella bara, ma subito
risuscitai sotto il volante, lama di ghigliottina che minacciava il mio stomaco.
La furente scopa della pazzia ci strappò a noi stessi e ci cacciò attraverso le
vie, scoscese e profonde come letti di torrenti. Qua e là una lampada malata,
dietro i vetri d’una finestra, c’insegnava a disprezzare la fallace matematica dei
nostri occhi perituri.
Io gridai: - Il fiuto, il fiuto solo, basta alle belve!
E noi, come giovani leoni, inseguivamo la Morte, dal pelame nero maculato
di pallide croci, che correva via pel vasto cielo violaceo, vivo e palpitante.
Eppure non avevamo un’Amante ideale che ergesse fino alle nuvole la sua
sublime figura, né una Regina crudele a cui offrire le nostre salme, contorte a
guisa di anelli bizantini! Nulla, per voler morire, se non il desiderio di liberarci
finalmente dal nostro coraggio troppo pesante!
193
E noi correvamo schiacciando su le soglie delle case i cani da guardia che si
arrotondavano, sotto i nostri pneumatici scottanti, come solini sotto il ferro da
stirare. La Morte, addomesticata, mi sorpassava ad ogni svolto, per porgermi la
zampa con grazia, e a quando a quando si stendeva a terra con un rumore di
mascelle stridenti, mandandomi, da ogni pozzanghera, sguardi vellutati e
carezzevoli.
- Usciamo dalla saggezza come da un orribile guscio, e gettiamoci, come
frutti pimentati d’orgoglio, entro la bocca immensa e tôrta del vento!... Diamoci
in pasto all’Ignoto, non già per disperazione, ma soltanto per colmare i
profondi pozzi dell’Assurdo!
Avevo appena pronunziate queste parole, quando girai bruscamente su mè
stesso, con la stessa ebrietà folle dei cani che voglion mordersi la coda, ed ecco
ad un tratto venirmi incontro due ciclisti, che mi diedero torto, titubando
davanti a me come due ragionamenti, entrambi persuasivi e nondimeno
contradittorii. Il loro stupido dilemma discuteva sul mio terreno... Che noia!
Auff!...Tagliai corto, e, pel disgusto, mi scaraventai colle ruote all’aria in un
fossato...
Oh! materno fossato, quasi pieno di un’acqua fangosa! Bel fossato d’officina!
Io gustai avidamente la tua melma fortificante, che mi ricordò la santa
mammella nera della mia nutrice sudanese... Quando mi sollevai - cencio sozzo
e puzzolente - di sotto la macchina capovolta, io mi sentii attraversare il cuore,
deliziosamente, dal ferro arroventato della gioia!
Una folla di pescatori armati di lenza e di naturalisti podagrosi tumultuava già
intorno al prodigio. Con cura paziente e meticolosa, quella gente dispose alte
armature ed enormi reti di ferro per pescare il mio automobile, simile ad un
gran pescecane arenato. La macchina emerse lentamente dal fosso,
abbandonando nel fondo, come squame, la sua pesante carrozzeria di buon
senso e le sue morbide imbottiture di comodità.
Credevano che fosse morto, il mio bel pescecane, ma una mia carezza bastò a
rianimarlo, ed eccolo risuscitato, eccolo in corsa, di nuovo, sulle sue pinne
possenti!
Allora, col volto coperto della buona melma delle officine - impasto di scorie
metalliche, di sudori inutili, di fuliggini celesti - noi, contusi e fasciate le braccia
ma impavidi, dettammo le nostre prime volontà a tutti gli uomini vivi della
terra:
MANIFESTO DEL FUTURISMO
1. Noi vogliamo cantare l’amor del pericolo, l’abitudine all’energia e alla
temerità.
2. Il coraggio, l’audacia, la ribellione, saranno elementi essenziali della nostra
poesia.
3. La letteratura esaltò fino ad oggi l’immobilità pensosa, l’estasi e il sonno. Noi
vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l’insonnia febbrile, il passo di corsa,
il salto mortale, lo schiaffo ed il pugno.
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4. Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza
nuova: la bellezza della velocità. Un automobile da corsa col suo cofano adorno
di grossi tubi simili a serpenti dall’alito esplosivo...un automobile ruggente, che
sembra correre sulla mitraglia, è più bello della Vittoria di Samotracia.
5. Noi vogliamo inneggiare all’uomo che tiene il volante, la cui asta ideale
attraversa la Terra, lanciata a corsa, essa pure, sul circuito della sua orbita.
6. Bisogna che il poeta si prodighi, con ardore, sfarzo e munificenza, per
aumentare l’entusiastico fervore degli elementi primordiali.
7. Non v’è più bellezza, se non nella lotta. Nessuna opera che non abbia un
carattere aggressivo può essere un capolavoro. La poesia deve essere concepita
come un violento assalto contro le forze ignote, per ridurle a prostrarsi davanti
all’uomo.
8. Noi siamo sul promontorio estremo dei secoli!...Perché dovremmo guardarci
alle spalle, se vogliamo sfondare le misteriose porte dell’Impossibile? Il Tempo
e lo Spazio morirono ieri. Noi viviamo già nell’assoluto, poiché abbiamo già
creata l’eterna velocità onnipresente.
9. Noi vogliamo glorificare la guerra - sola igiene del mondo - il militarismo, il
patriottismo, il gesto distruttore dei libertarî, le belle idee per cui si muore e il
disprezzo della donna.
10. Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie d’ogni specie,
e combattere contro il moralismo, il femminismo e contro ogni viltà
opportunistica o utilitaria.
11. Noi canteremo le grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere o dalla
sommossa: canteremo le maree multicolori o polifoniche delle rivoluzioni nelle
capitali moderne; canteremo il vibrante fervore notturno degli arsenali e dei
cantieri incendiati da violente lune elettriche; le stazioni ingorde divoratrici di
serpi che fumano; le officine appese alle nuvole pei contorti fili dei loro fumi; i
ponti simili a ginnasti giganti che scavalcano i fiumi, balenanti al sole con un
luccichio di coltelli; i piroscafi avventurosi che fiutano l’orizzonte, le locomotive
dall’ampio petto, che scalpitano sulle rotaie, come enormi cavalli d’acciaio
imbrigliati di tubi, e il volo scivolante degli aeroplani, la cui elica garrisce al
vento come una bandiera e sembra applaudire come una folla entusiasta.
È dall’Italia, che noi lanciamo pel mondo questo nostro manifesto di
violenza travolgente e incendiaria, col quale fondiamo oggi il «Futurismo», perché
vogliamo liberare questo paese dalla sua fetida cancrena di professori,
d’archeologhi, di ciceroni e d’antiquarii.
Già per troppo tempo l’Italia è stata un mercato di rigattieri. Noi vogliamo
liberarla dagl’innumerevoli musei che la coprono tutta di cimiteri innumerevoli.
Musei: cimiteri!... Identici, veramente, per la sinistra promiscuità di tanti corpi
che non si conoscono. Musei: dormitorî pubblici in cui si riposa per sempre
accanto ad esseri odiati o ignoti! Musei: assurdi macelli di pittori e scultori che
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vanno trucidandosi ferocemente a colpi di colori e di linee, lungo le pareti
contese!
Che vi si vada in pellegrinaggio, una volta all’anno, come si va al camposanto
nel Giorno dei morti... ve lo concedo. Che una volta all’anno sia deposto un
omaggio di fiori davanti alla Gioconda, ve lo concedo... Ma non ammetto che si
conducano quotidianamente a passeggio per i musei le nostre tristezze, il nostro
fragile coraggio, la nostra morbosa inquietudine. Perché volersi avvelenare?
Perché volere imputridire?
E che mai si può vedere, in un vecchio quadro, se non la faticosa contorsione
dell’artista, che si sforzò di infrangere le insuperabili barriere opposte al
desiderio di esprimere interamente il suo sogno?... Ammirare un quadro antico
equivale a versare la nostra sensibilità in un’urna funeraria, invece di proiettarla
lontano, in violenti getti di creazione e di azione.
Volete dunque sprecare tutte le forze migliori, in questa eterna ed inutile
ammirazione del passato, da cui uscite fatalmente esausti, diminuiti e calpesti?
In verità io vi dichiaro che la frequentazione quotidiana dei musei, delle
biblioteche e delle accademie (cimiteri di sforzi vani, calvarii di sogni crocifissi,
registri di slanci troncati...) è per gli artisti, altrettanto dannosa che la tutela
prolungata dei parenti per certi giovani ebbri del loro ingegno e della loro
volontà ambiziosa. Per i moribondi, per gl’infermi, pei prigionieri, sia pure: -
l’ammirabile passato è forse un balsamo ai loro mali, poiché per essi l’avvenire è
sbarrato... Ma noi non vogliamo più saperne, del passato, noi, giovani e forti
futuristi!
E vengano dunque, gli allegri incendiarii dalle dita carbonizzate!... Eccoli!
Eccoli!... Suvvia! date fuoco agli scaffali delle biblioteche!... Sviate il corso dei
canali, per inondare i musei!... Oh, la gioia di veder galleggiare alla deriva, lacere
e stinte su quelle acque, le vecchie tele gloriose!... Impugnate i picconi, le scuri, i
martelli e demolite senza pietà le città venerate!
I più anziani fra noi, hanno trent’anni: ci rimane dunque almeno un
decennio, per compier l’opera nostra. Quando avremo quarant’anni, altri
uomini più giovani e più validi di noi, ci gettino pure nel cestino, come
manoscritti inutili - Noi lo desideriamo!
Verranno contro di noi, i nostri successori; verranno di lontano, da ogni
parte, danzando su la cadenza alata dei loro primi canti, protendendo dita
adunche di predatori, e fiutando caninamente, alle porte delle accademie, il
buon odore delle nostre menti in putrefazione, già promesse alle catacombe
delle biblioteche.
Ma noi non saremo là... Essi ci troveranno alfine - una notte d’inverno - in
aperta campagna, sotto una triste tettoia tamburellata da una pioggia monotona,
e ci vedranno accoccolati accanto ai nostri aeroplani trepidanti e nell’atto di
scaldarci le mani al fuocherello meschino che daranno i nostri libri d’oggi,
fiammeggiando sotto il volo delle nostre immagini.
Essi tumultueranno intorno a noi, ansando per angoscia e per dispetto, e
tutti, esasperati dal nostro superbo, instancabile ardire, si avventeranno per
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ucciderci, spinti da un odio tanto più implacabile inquantoché i loro cuori
saranno ebbri di amore e di ammirazione per noi.
La forte e sana Ingiustizia scoppierà radiosa nei loro occhi. - L’arte, infatti,
non può essere che violenza, crudeltà ed ingiustizia!
I più anziani fra noi hanno trent’anni; eppure, noi abbiamo già sperperati
tesori, mille tesori di forza, di amore, d’audacia, d’astuzia e di rude volontà; li
abbiam gettati via impazientemente, in furia, senza contare, senza mai esitare,
senza riposarci mai, a perdifiato... Guardateci! Non siamo ancora spossati! I
nostri cuori non sentono alcuna stanchezza, poiché sono nutriti di fuoco, di
odio e di velocità!... Ve ne stupite?... E’ logico, poiché voi non vi ricordate
nemmeno di aver vissuto! - Ritti sulla cima del mondo, noi scagliamo una volta
ancora, la nostra sfida alle stelle!
Ci opponete delle obiezioni?... Basta! Basta! Le conosciamo... Abbiamo
capito!... La nostra bella e mendace intelligenza ci afferma che noi siamo il
riassunto e il prolungamento degli avi nostri. - Forse!... Sia pure!... Ma che
importa? Non vogliamo intendere!... Guai a chi ci ripeterà queste parole
infami!...
Alzate la testa!...
Ritti sulla cima del mondo, noi scagliamo, una volta ancora, la nostra sfida
alle stelle!...
F. T. MARINETTI.
Il Manifesto è pubblicato il 20 febbraio 1909 sulla prima pagina de «Le Figaro», è composto
da una premessa, da undici punti programmatici e da una conclusione. Esce anche sulla
rivista «Poesia» dello stesso anno, nn. 1-2, mesi febbraio-marzo, pp. 1-8, con il testo in
francese e in italiano. Qui il prologo prende il titolo di Fondation et Manifeste du Futurisme-
Fondazione e Manifesto del Futurismo, i punti programmatici e la conclusione con il titolo
Manifeste du Futurisme -Manifesto del Futurismo.
Il testo qui riprodotto è tratto dalla rivista «Poesia».
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1909
IL MANIFESTO POLITICO DEI FUTURISTI
ELETTORI FUTURISTI!
Noi futuristi, avendo per unico programma politico l’orgoglio, l’energia e
l’espansione nazionale, denunciamo al paese l’incancellabile vergogna di una
possibile vittoria clericale.
Noi futuristi invochiamo da tutti i giovani ingegni d’Italia una lotta ad
oltranza contro i candidati che patteggiano coi vecchi e coi preti.
Noi futuristi vogliamo una rappresentanza nazionale che, sgombra di
mummie, libera da ogni viltà pacifista, sia pronta a sventare qualsiasi agguato, a
rispondere a qualsiasi oltraggio.
I FUTURISTI
Marinetti, subito dopo il Manifesto, in occasione delle elezioni politiche del 7 e 14 marzo
1909, scrive un volantino dal titolo Elettori Futuristi! che è, senza ombra di dubbio, la prima
vera manifestazione di intenti in campo politico.
Il volantino, oltre a essere affisso sui muri delle principali città italiane, è ripubblicato lo
stesso anno, con il titolo Il manifesto politico futurista, a p. 35 della rivista «Poesia», Anno V, mesi
aprile-luglio, nn. 3-6, con il preambolo: «Durante il recente periodo elettorale, i Futuristi,
conseguenti al loro programma di azione» presero un atteggiamento decisivo di battaglia,
schierandosi contro i vecchi i vili e i preti».
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1909
UN PRETE FUTURISTA
SENZA FIRMA, Un prete futurista, in «Poesia», a. V, aprile-luglio, nn. 3-6, 1909, p. 35.
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1913
Il testo è uscito la prima volta, con la data 10 ottobre 1913, in «Lacerba» firmato da
MARINETTI, BOCCIONI, CARRÀ, RUSSOLO, Programma politico futurista, «Lacerba», Anno I, n.
20, 15 ottobre 1913, ora in GIORGIO LUTI (a cura di), «Lacerba» 1913-1915. Edizione anastatica,
Firenze, Vallecchi, 2000, pp. 221-222. È stato poi riprodotto da Marinetti: a) nel 1915, in
Guerra sola igiene del mondo, all’interno del Capitolo Movimento politico futurista In quest’anno
futurista, dopo la ripubblicazione di Per la Guerra sola igiene del Mondo, alle pagine 155-157, senza
l’incipit: «Elettori Futuristi! Col vostro voto cercate di realizzare il seguente programma», con
la data 11 ottobre 1913; b) in «L’Italia Futurista» è firmato soltanto da Marinetti come «F. T.
MARINETTI FUTURISTA AL FRONTE», ed è omessa la parte finale in cui sono comparati il
programma «clerico-moderato-liberale» e quello «democratico-repubblicano-socialista»; F. T.
MARINETTI FUTURISTA AL FRONTE, Programma politico futurista, in «L’Italia Futurista», Anno II,
n. 6, 25 marzo 1917, p. 1.
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L’Italia deve riprendere fiato dopo il magnifico sforzo patriottico. Noi
impediremo però che tutti gli scettici (e sono moltissimi in Italia) e tutti i
vigliacchi pacifisti o eunuchi che siano, approfittino di questo momento di
stanchezza italiana per diminuire la nostra potenza militare e l’aumentato
prestigio dell’Italia nel Mediterraneo.
Considero per questo come miserabili carogne tutti i socialisti repubblicani,
radicali antilibici. Altrettanto carogne i liberali e i conservatori che non sanno
difendersi e glorificare assiduamente la terra gloriosamente conquistata dal
sangue italiano. (Grida di Viva la Libia Viva l’esercito!)
Tutti gli sforzi dunque e tutte le violenze, tutto il denaro e tutto il sangue
necessari pe il compimento energico e pratico della impresa libica. Questo
compimento è oggi il futurismo coloniale d’Italia. Chiudo gridando: Viva la
Libia!
(Urla! Grida di Viva la Libia! Applausi, confusione indescrivibile, discussioni, battibecchi,
pugilati, pugni, ceffoni, invasione di carabinieri!)
SENZA FIRMA, Grande serata futurista, in «Lacerba», a. I, n. 24, 15 dicembre 1913, ora in G.
LUTI (a cura di), «Lacerba» 1913-1915. Edizione anastatica, Firenze, Vallecchi, 2000, pp. 289-
290.
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Noi futuristi che da più di due anni glorifichiamo, tra i fischi dei
Podagrosi e dei Paralitici, l’amore del pericolo e della violenza, il
patriottismo e la guerra, sola igiene del mondo, siamo felici di vivere
finalmente questa grande ora futurista d’Italia, mentre agonizza
l’immonda genia dei pacifisti, rintanati ormai nelle profonde cantine del
loro risibile palazzo dell’Aja.
Abbiamo recentemente cazzottato con piacere, nelle vie e nelle
piazze, i più febbricitanti avversari della guerra, gridando loro in faccia
questi nostri saldi principii:
1. Siano concesse all’individuo e al popolo tutte le libertà, tranne
quella di essere vigliacco
2. Sia proclamato che la parola ITALIA deve dominare sulla parola
LIBERTA’
3. Sia cancellato il fastidioso ricordo della grandezza romana, con una
grandezza italiana cento volte maggiore.
L’Italia ha oggi per noi la forma e la potenza di una bella
dreadnought con la sua squadriglia d’isole torpediniere. Orgogliosi di
sentire uguale al nostro il fervore bellicoso che anima tutto il Paese,
incitiamo il governo italiano, divenuto finalmente futurista, ad
ingigantire tutte le ambizioni nazionali, disprezzando le stupide accuse
di pirateria e proclamando la nascita del PANITALIANISMO.
Poeti, pittori, scultori e musici futuristi d’Italia! Finché duri la guerra,
lasciamo da parte i versi, i pennelli, gli scalpelli e le orchestre! Son
cominciate le rosse vacanze del genio! Nulla possiamo ammirare, oggi,
se non le formidabili sinfonie degli shrapnels e le folli sculture che la
nostra ispirata artiglieria foggia nelle masse nemiche.
F.T.Marinetti
Il manifesto è pubblicato in FILIPPO TOMMASO MARINETTI FUTURISTA, Guerra sola igiene del
mondo, Milano, 1915, Edizioni futuriste di «Poesia», pp. 151-157.
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Dicembre 1915
L’ORGOGLIO ITALIANO
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Croce, Claudio Treves, Enrico Ferri, Filippo Turati), di archeologhi, di eruditi,
di poeti nostalgici, di conservatori di musei, di albergatori, di topi di biblioteche
e di città morte, tutti neutralisti e vigliacchi, che noi, primi e soli in Italia,
abbiamo denunciati, vilipesi come nemici della patria, e vanamente frustati con
abbondanti e continue docce di sputi.
Merita schiaffi, calci e fucilate nella schiena l’artista o il pensatore italiano
che si nasconde sotto il suo ingegno come fa lo struzzo sotto le sue penne di
lusso e non sa identificare il proprio orgoglio coll’orgoglio militare della sua
razza. Merita schiaffi, calci e fucilate nella schiena l’artista o il pensatore italiano
che vernicia di scuse la sua viltà, dimenticando che creazione artistica è
sinonimo di eroismo morale e fisico. Merita schiaffi, calci e fucilate nella schiena
l’artista o il pensatore italiano che, fisicamente valido, dimostrando la più
assoluta assenza di valore umano, si chiude nell’arte come in un sanatorio o in
un lazzaretto di colerosi e non offre la sua vita per ingigantire l’Orgoglio
italiano.
Mentre altri futuristi fanno il loro dovere nell’Esercito regolare, noi
futuristi volontari del Battaglione lombardo dopo essere stati semplici soldati in
sei mesi di guerra, ed aver preso cogli alpini la posizione austriaca di Dosso
Casina, aspettiamo ansiosamente il piacere di ritornare al fuoco in altri corpi,
poiché siamo più che mai convinti che alle brevi parole devono subito seguire i
pronti, fulminei e decisi fatti.
MARINETTI-BOCCIONI -RUSSOLO-SANT’ELIA-SIRONI-PIATTI
Il manifesto è un bifolio in quatto pagine: le prime due presentano L’orgoglio italiano. Manifesto
futurista e sono firmate, con i soli cognomi, da Filippo Tommaso Marinetti, Umberto
Boccioni, Luigi Russolo, Antonio Sant’Elia, Mario Sironi e Ugo Piatti; le altre due
comprendono Il Futurismo e la Guerra. Cronaca sintetica a firma di Balilla Pratella. La prima parte
sarà poi ripubblicata, integralmente, anche in FILIPPO TOMMASO MARINETTI, Futurismo e
Fascismo, Foligno, Franco Campitelli Editore, 1924, pp. 98-101.
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Dicembre 1915
F. T. MARINETTI
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