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Cesare Pavese

Cesare Pavese, nato nel 1908 a Santo Stefano Balbo, è un importante scrittore italiano legato alla sua terra e alla letteratura, con una vita segnata da eventi tragici e una profonda introspezione. La sua opera esplora temi come il contrasto tra individualità e storia collettiva, il mito e la modernità, e culmina in romanzi significativi come 'La luna e i falò', pubblicato poco prima del suo suicidio nel 1950. La sua poetica riflette una continua ricerca di significato e una lotta interiore, evidenziando la sua estraneità al mondo e la sua visione tragica della vita.

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Cesare Pavese

Cesare Pavese, nato nel 1908 a Santo Stefano Balbo, è un importante scrittore italiano legato alla sua terra e alla letteratura, con una vita segnata da eventi tragici e una profonda introspezione. La sua opera esplora temi come il contrasto tra individualità e storia collettiva, il mito e la modernità, e culmina in romanzi significativi come 'La luna e i falò', pubblicato poco prima del suo suicidio nel 1950. La sua poetica riflette una continua ricerca di significato e una lotta interiore, evidenziando la sua estraneità al mondo e la sua visione tragica della vita.

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CESARE PAVESE

Cesare Pavese nasce a Santo Stefano Balbo, un paesino nella provincia di Cuneo, nel cuore delle
Langhe, il 9 settembre del 1908, da una famiglia piccolo borghese. Sarà per sempre legato a quei
mondi, che torneranno molto spesso nei suoi libri. La sua vita è agiata, ma non del tutto felice: nel
1914 infatti, suo padre muore. Presto si trasferisce a Torino, dove frequenta le medie e le superiori,
iniziando ad interessarsi alla letteratura. Nel 1926 si iscrive a Lettere, e inizia ad appassionarsi della
letteratura inglese, laureandosi nel 1932 con una tesi sul poeta statunitense Walt Whitman. In questo
periodo inizia a tradurre autori inglesi e statunitensi, a cui, fino a quel momento, nessuno si era
interessato. Sono però tempi difficili, perché nel 1930 muore la madre e l’Italia vive un faticoso
dopoguerra sotto il fascismo.
Prende il posto di Leone Ginzburg, che nel 1934 era stato arrestato dalla polizia fascista, alla
direzione della rivista «LA CULTURA» e inizia a collaborare con la casa editrice Einaudi.
Un anno dopo, viene arrestato per i suoi rapporti con il gruppo antifascista “GIUSTIZIA E
LIBERTÀ” e viene inviato al confino per un anno a Brancaleone Calabro, dove inizia a scrivere il
diario IL MESTIERE DI VIVERE.
Negli anni successivi Pavese ottiene i suoi primi successi come scrittore: nel 1936 pubblica la
raccolta di poesie LAVORARE STANCA e nel 1941 pubblica PAESI TUOI; ma nel 1943, l’Italia
in piena Seconda Guerra Mondiale e il paese è occupato dai tedeschi. Infatti, l’autore si rifugia tra le
colline piemontesi del Monferrato, dove guarda alla Resistenza con distacco.
Due anni dopo, nel 1945, s'iscrive al PARTITO COMUNISTA e inizia a collaborare al giornale
«L’UNITÀ». In questi anni approfondisce la riflessione sul mito e sul folklore.
Nel giugno del 1950, vince il PREMIO STREGA per LA BELLA ESTATE. Ma la depressione,
che lo aveva accompagnato per tutta la sua vita, lo porterà a soli 42 anni a togliersi la vita (infatti
verrà ritrovato morto, due mesi dopo, in un albergo di Torino).

POETICA
La personalità, le opere e le poesie di Cesare Pavese ci restituiscono l’immagine di un uomo in
continua analisi di sé stesso e dei rapporti con gli altri e con il mondo. Questo determina una serie
di contraddizioni, in particolare tra:
 Letteratura e impegno politico
 Esistenza individuale e storia collettiva
 Passato mitico e trasformazioni della modernità
Nella sua vita, Cesare Pavese si sentì sempre estraneo al mondo e agli altri uomini, si sentiva
altrove. Questa percezione deriva da un ossessivo scavo interiore, che lo porterà al suicidio.
Si può leggere la storia di questa battaglia con sé stesso nel diario intitolato MESTIERE DI
VIVERE, scritto tra il 1935 e la morte. Famosissime sono le frasi finali del diario, in cui inizia a
prendere forma l’idea del suicidio: «Più il dolore è determinato e preciso, più l'istinto della vita si
dibatte, e cade l'idea del suicidio. Sembrava facile, a pensarci. Eppure donnette l'hanno fatto. Ci
vuole umiltà, non orgoglio. Tutto questo fa schifo. Non parole. Un gesto. Non scriverò più».
Questo continuo scavo interiore porta l’autore a riflettere nelle sue opere su alcuni temi
ricorrenti:
 LA SUA INFANZIA NELLE LANGHE E IL MONDO CONTADINO, nei quali vede
un passato originario irrecuperabile, che cerca però di recuperare attraverso la scrittura.
 LA NATURA E I SUOI RITMI INESORABILI che vanno dalla nascita alla morte, a cui
si contrappone il tempo eterno e immortale del mito.
 LE FORZE MISTERIOSE E IRRAZIONALI che dominano il mondo campestre.
 LA CITTÀ E LA MODERNITÀ CHE TRASFORMANO LA NATURA, se la
campagna è una forza originaria, la città è il luogo della finzione e dell’artificio.
 LO SGUARDO DEGLI ALTRI, CHE CI IMPONE DELLE MASCHERE, in una
visione simile a quella pirandelliana ma vissuta in senso più tragico.
 LA MINACCIA DELLA FALSITÀ DEL MONDO, oltre ad essere false le immagini che
gli altri costruiscono di noi, Pavese capisce che anche l’immagine che noi costruiamo di noi
è quella di un io che non esiste.

POESIE
Nel 1936 pubblica la sua prima opera, la raccolta di poesie dal titolo Lavorare stanca. Si tratta di
poesie scritte dall'autore tra il 1931 e il 1936. È un tipo di poesia, allo stesso tempo realistica e
simbolica, nel senso che descrive una realtà ma allo stesso tempo rimanda a qualcos’altro di
esterno, a un significato nascosto. Tra i temi trattati spiccano la collina e il viaggio.
Le poesie che Cesare Pavese ha inserito in questa raccolta si pongono a una via di mezzo tra prosa
e poesia, usando un verso molto narrativo: in questo, segue modelli italiani contemporanei come
quelli di Enrico Thovez e Piero Jahier, ma anche il grande modello dello statunitense Whitman. Il
ritmo della poesia di Pavese si costituisce in lunghi versi che si ripetono per creare l’effetto di una
realtà condannata alla continua ripetizione.
In seguito abbandonerà la poesia, dedicandosi principalmente alla prosa, ad eccezione, della
raccolta VERRÀ LA MORTE E AVRÀ I TUOI OCCHI, pubblicata nel 1951 dopo la morte
dell’autore, in cui Pavese esprime il dramma esistenziale che lo porterà al suicidio.
ROMANZI
Negli anni 30 Cesare Pavese si dedica soprattutto a racconti. Influenzato dalla narrativa realista
statunitense e dalle novelle di Giovanni Verga, descrive la vita contadina con un realismo acceso
che non si tira indietro di fronte alla rappresentazione di elementi forti come il sesso e la violenza.
Anche dal punto di vista della lingua, si attiene alla realtà attraverso l’uso del dialetto e di molti
dialoghi.
Il grande successo arriva però per Pavese con i romanzi degli anni 40:

 IL CARCERE (1938-39)
Scritto durante il confino in Calabria, ma pubblicato solo nel 1949, questo romanzo indaga il
contrasto tra la solitudine del prigioniero e un mondo estraneo e indecifrabile. Stefano, un
ingegnere del Nord Italia, viene inviato al confino al Sud, come Cesare Pavese, ma non sappiamo
quale sia la sua colpa. Qui la sua vita non è poi così male: c’è il mare, l’osteria e l’amore di una
donna. Tuttavia Stefano si sente lo stesso incarcerato, nella noia e nella povertà materiale e morale
delle persone che lo circondano. Stefano finisce per chiudersi nel proprio isolamento, nel quale
trova la propria pace, un isolamento il cui unico spiraglio è la giovane serva e contadina Concia, che
rappresenta il mondo originario e mitico.

 PAESI TUOI (1941)


È la prima opera di Cesare Pavese a ottenere un grande successo e sarà un modello per la narrativa
neorealista. Qui Pavese torna alla sua terra piemontese, narrando la vita contadina attraverso le
vicende degli ex galeotti Berto, meccanico torinese, e Trino, che possiede una casa in campagna
dove i due vanno a vivere una volta usciti di galera. Berto si adatta alla vita di campagna, ma una
tragedia interverrà a distruggere questo equilibrio.

 LA CASA IN COLLINA (1948)


È il racconto in prima persona del protagonista Corrado, un professore di Torino che durante la
guerra si rifugia nella sua casa in collina alla ricerca di solitudine. Qui incontra però Cate, una
donna che ha amato in passato, e segue le sue vicende e quelle dei suoi amici partigiani, fino al loro
arresto da parte dei tedeschi. Il romanzo vuole mettere in luce la contraddizione dell’intellettuale di
fronte alle cose del mondo, il suo isolamento e il nascondersi dalle responsabilità collettive. Questo
è un problema che l’autore sentiva prima di tutto sulla propria pelle, trovandosi combattuto tra la
volontà di isolamento e la necessità di intervenire nella realtà con un’azione politica.
 IL DIAVOLO SULLE COLLINE (1949)
Narra i vagabondaggi di tre ragazzi torinesi tra la città e le colline e i loro rapporti con Poli, un
personaggio inquietante che vive in campagna una vita fatta di esperienze estreme e distruttive.

 TRA DONNE SOLE (1949)


Racconta le vicende di donne che si scontrano con la modernità nel delicato passaggio che porta
dalla fine della Seconda Guerra Mondiale al boom economico degli anni 50. Clelia, la protagonista,
riesce a compiere una scalata sociale da operaia fino a stilista, ma scoprirà attraverso la vicenda del
suicidio di Rosetta le contraddizioni e la vuotezza di quel mondo borghese da lei inseguito con tanti
sforzi.

 LA LUNA E I FALÒ (1950)


Torna il tema della guerra partigiana, già trattato in La casa in collina. È la narrazione in prima
persona di Anguilla, tornato nel paese dove è cresciuto dopo aver vissuto e fatto fortuna in
America. Anguilla è alla ricerca della sua infanzia, rappresentata dall’immagine festosa dei falò
accesi in collina ad agosto. Cerca le tracce delle persone che ha conosciuto da bambino, ma viene a
sapere dei nuovi falò, quelli di morte, e delle distruzioni e delle violenze che hanno interessato le
colline durante la guerra partigiana.

Negli ultimi quattro romanzi, Cesare Pavese si pone in equilibrio tra problematica esistenziale,
fascinazione del mito e richiamo alla concreta realtà storica del tempo. Si tratta di romanzi di
iniziazione in cui uno o più personaggi legati da amicizia, affrontano dolorose prese di coscienza
della maledizione che grava sugli uomini e sul mondo. Questi romanzi descrivono una realtà
concreta, ma non coincidono con la narrativa neorealista per il predominare di situazioni liriche, di
una rete di simboli e della presenza del destino tracciato nel mito.

MITO E FOLKLORE
Negli anni 40, s'interessò anche a temi legati al folklore e al mito. Il motivo di questo interesse sta
nel fatto che in essi l’autore vede le motivazioni originarie dei comportamenti umani.
Possiamo dire che, Cesare Pavese, fosse ossessionato dall’origine nascosta dell’elemento umano,
da quel mondo fumoso e indefinito nel quale si nascondono le origini della civiltà e dal momento in
cui l’essere umano iniziò a pensare e diventò veramente uomo.
Nel mito e nel folklore, così come prima nella vita contadina, Pavese vede i momenti più vicini a
quell’origine e quindi la direzione verso la quale cercare.
A questo argomento Cesare Pavese dedicò studi e saggi e opere letterarie. Tra di esse dobbiamo
ricordare:

 FERIA D’AGOSTO (1945)


Raccolta che riunisce testi di varia natura, tra cui racconti, saggi e brevi descrizioni, scritti da tra il
1937 e il 1944, in cui racchiude la propria visione del mondo e della letteratura. Si divide in tre
sezioni dedicate a temi-simbolo: il mare, la città e la vigna.

 DIALOGHI CON LEUCÒ (1947).


Si tratta di 27 dialoghi tra personaggi della mitologia classica, in cui Cesare Pavese indaga il
rapporto tra storia e mito e quello tra uomo e natura, in un percorso che va dal confronto col destino
ineluttabile degli antichi, alla presa di coscienza del dolore e della decadenza di tutte le cose, fino
alla proposta di un’umanità che sappia vivere una vita civile proprio ritrovando le radici mitiche.

LA LUNA E I FALÒ
Il romanzo fu scritto da Pavese tra il 18 settembre e il 9 novembre del 1949, e uscì nella collana “ I
coralli” dell’editore Einaudi nell’aprile del 1950, pochi mesi prima che l’autore, dopo aver ottenuto
il premio Strega, si togliesse la vita (la notte tra il 26 e 27 agosto dello stesso anno). Il progetto
dell’autore prevedeva che, questo romanzo, costituisse l’opera finale di una saga, imperniata sulla
dimensione pubblica e sulle vicende storiche del fascismo: ciclo scandito da Paesi tuoi, La
spiaggia, La bella estate, Il diavolo sulle colline, Tre donne sole. Pochi giorni dopo, nel Mestiere
di vivere, si incontra un appunto in cui decide di cambiare il criterio di divisione, e di basarlo quindi
sul rapporto tra invenzione letteraria e realtà, dove in ogni caso il romanzo rappresentava un punto
d’arrivo, quasi una realizzazione della sua poetica più compiuta. Infatti, in una lettera ad Aldo
Camerino, dichiara che La luna e i falò, era il libro che si era portato dentro da più tempo e che
aveva avuto più piacere a scrivere, tanto da non voler più scrivere dopo quest’ultimo.
Un aneddoto interessante è legato alla dedica del romanzo La luna e i falò, che fu indirizzata
a Constance Dowling, l’ultimo amore di Pavese. Constance era un’attrice statunitense con la
quale Pavese ebbe in quegli anni una relazione finita bruscamente per volontà di lei. E anche questo
contribuì ad aumentare la disperazione e la disillusione di Pavese negli ultimi mesi della sua vita.
STRUTTURA
Il romanzo è suddiviso in 32 capitoli brevi, della stessa dimensione (dalle tre alle quattro pagine),
che racchiudono una situazione narrativa conclusa (un incontro, un dialogo) e che si susseguono
sfalsando i luoghi e i tempi dell’azione.

 1 PARTE – CAP 1-19: in questa sezione i capitoli non hanno un vero e proprio nesso, anzi
la narrazione appare frammentaria, autonoma, tenuta insieme dall’uso della PRIMA
PERSONA, che fa dell’io narrante l’elemento fondamentale. Il costante raccordo tra
presente e passato, nelle rispettive dimensioni dell’osservazione e della memoria, trova la
sua realizzazione nel punto di vista quasi “lirico” del soggetto di scrittura. Questo si può
notare soprattutto negli incipit dei capitoli, nei quali si recuperano spesso cadenze e lessico
da prosa d’arte, come all’inizio del capitolo V: “Fa un sole bricchi…non sapevo più
d’avere addosso”. Spesso anche all’interno, nei momenti di particolare intensità emotiva,
che sono legati al ricordo. Si può dire, infatti, che dal punto di vista stilistico, le suggestioni
provenienti dalla prosa d’arte, si scontrano con l’uso del discorso diretto libero. Ad esempio
nel finale del capitolo XII: “Bisognava pentirci…rossa bandiera”.

Quindi prosa d’arte e verismo costituiscono i due limiti in cui si colloca uno stile molto variegato,
che va dal lirico, nei momenti di evocazione memoriale, al referenziale, nei momenti di narrazione
aderente ai fatti. Infatti, Pavese ritorna ad un genere vicino alla poesia-romanzo, anche se in realtà,
questo rappresenta il rovesciamento di questa formula: si tratta infatti, di racconto-poesia, dunque
un lavoro in prosa che da vita a quel “nuovo canzoniere” presentato dall’autore nel 1940, ma mai
realizzato.

 2 PARTE – CAP 20-32: i caratteri che assimilano la scrittura del romanzo a quella di un
poema-canzoniere in prosa, suddiviso in “canti” omogenei e coincidenti con i capitoli, si
attenuano nella parte finale. Qui abbiamo blocchi narrativi più robusti e strutturati (le
vicende delle tre sorelle proprietarie della fattoria della Mora, la follia omicida-suicida di
Valino), estesi a più capitoli e caratterizzati da un linguaggio meno lirico e artificioso. Si
intensifica naturalmente l’uso del discorso diretto libero e del dialogo, che spinge il romanzo
in una prospettiva più realista.
TRAMA

Il protagonista del romanzo La luna e i falò è “Anguilla”, un uomo che decide di tornare nel suo
paese natale sulle colline piemontesi dopo aver vissuto per molti anni in America e aver fatto
fortuna lì. L’autore non riferisce il nome del paese, ma lo possiamo identificare con Santo Stefano
Belbo, luogo dov’era nato lo stesso Pavese.
Il protagonista è spinto a tornare dalla nostalgia per la sua terra di origine. Anguilla aveva
lasciato l’Italia prima dell’inizio della guerra, dopo essere entrato in contatto con gli
ambienti antifascisti durante il servizio militare. La narrazione ne La luna e i falò è in prima
persona e procede attraverso eventi sparsi, non ordinati cronologicamente. Il presente e il
passato si accavallano di continuo, tenuti insieme dai pensieri del protagonista che ricorda gli eventi
del passato e li confronta con il presente. L’evocazione dei ricordi è vissuta insieme e attraverso il
vecchio amico falegname Nuto, che era stato per Anguilla una figura paterna e che è sempre
rimasto nel paese, vivendo i cambiamenti determinati dalla guerra partigiana.
Il racconto parte dai primi momenti della vita di Anguilla, che viene abbandonato di fronte
all’ingresso del Duomo di Alba. Il bambino viene adottato da una famiglia povera composta da
Padrino, Virgilia e le loro due figlie, che prendendosi a carico il trovatello possono ricevere le
cinque lire offerte dallo Stato per il suo mantenimento.
Anguilla trova così un primo equilibrio, che però viene rotto nel momento in cui muore
Virgilia, la madre adottiva. In seguito una grandinata distrugge la vigna, unico mezzo di
sostentamento della famiglia, e Padrino è costretto a vendere la cascina della Gaminella, cioè il
luogo dove vivono. Dopo il matrimonio delle due figlie Padrino viene abbandonato al suo destino e
costretto a chiedere l’elemosina per strada fino alla morte.
Inizia allora un altro capitolo della vita di Anguilla, che va a lavorare presso la fattoria dei Mora,
gestita da Sor Matteo, con le cui figlie (Irene, Silvia e Santa) stringe amicizia. A questo punto la
narrazione de La luna e i falò torna al presente. Sull’ondata di questi ricordi Anguilla va a visitare
la cascina della Gaminella e scopre che ora è abitata da Valino, un contadino violento, e dalla sua
famiglia, tra cui membri c’è un ragazzo zoppo di nome Cinto. Anguilla prende a cuore Cinto, che
gli ricorda lui stesso da giovane, e instaura con il ragazzo un rapporto paterno. A questo punto,
però, accade un’altra tragedia: in un eccesso d’ira Valino uccide la famiglia, dà fuoco alla cascina
della Gaminella e si suicida. Cinto riesce a salvarsi scappando da Anguilla e Nuto.
In seguito Anguilla viene anche a sapere che Silvia e Irene, due delle figlie di Sor Matteo, sono
morte, e che la terza è stata giustiziata dopo aver lavorato come spia sia per i tedeschi che per i
partigiani durante la guerra. Nel finale Anguilla affida Cinto a Nuto e decide di ripartire e non
tornare mai più nel paese.
TEMI
 FALÒ: termine che compare anche nel titolo, compare numerose volte nella memoria del
lettore, è simbolo del passato che ritorna sotto vesti diverse: ai falò estivi dell’infanzia,
vengono sostituiti quelli del presente, ovvero della guerra.
 IL MITO DEL RITORNO come compenso di un'originaria autoesclusione (escluso perla
sua condizione di bastardo dalla comunità di affetti più elementare, quella della famiglia,
Anguilla decidendo di emigrare taglia i ponti anche con la comunità sociale in cui
faticosamente si è inserito) si brucia infine nella consapevolezza dell'inutilità di qualsiasi
sforzo teso a recuperare radici ormai lacerate da una storia che il protagonista non ha potuto
vivere, senza peraltro riuscire a integrarsi nell'altra storia cui ha scelto di partecipare:
presente solo di scorcio, in appena tre capitoli su trentadue, la vita americana di Anguilla la
rimanda comunque immagini di solitudine e di incomprensione («Era un paese troppo
grande, non sarei mai arrivato in nessun posto. Non ero più quel giovanotto che con la
squadra ferrovieri in otto mesi ero arrivato in California. Molti paesi vuol dire nessuno», p.
45), nelle quali lo stesso rapporto con la natura, cosi volontaristicamente perseguito nelle
Langhe, è fonte di angoscia e di paura.
 L’INAPPARTENENZA DELL'INDIVIDUO RISPETTO AL MONDO, che in
Lavorare stanca, era completamente psichica, mentre qui si trasforma in storica, o meglio si
estende dalla psiche alla storia, inglobando anche la dolorosa esperienza autobiografica della
non partecipazione alla Resistenza, vissuta dall’autore come una colpa, o come segno di
inferiorità.
 L’ELEMENTO AUTOBIOGRAFICO è decisivo: i luoghi descritti sono quelli
dell’infanzia dell’autore, così come il personaggio di Nuto è ispirato a Pinolo Scaglione, un
amico langarolo di Pavese, che faceva appunto il falegname; e nella condizione di Anguilla,
si riflette quella di Cesare, emigrato a Torino come il personaggio in America, e altrettanto
incapace di riconoscere come propria una qualsiasi dimensione, condizione che l’autore
aveva individuato in sé stesso fin dal 1940.
 IL PROBLEMATICO APPROCCIO ALLA SENSUALITÀ, si avverte già nelle pieghe
dell’intreccio: il problematico rapporto di Pavese col sesso, si riflette nel desiderio concepito
da Anguilla per Silvia, un desiderio quasi inconfessato anche a sé stesso e destinato a restare
inappagato. Il protagonista acquisisce la posizione di passivo spettatore di fronte alle
vicende erotiche degli altri, come se si autoescludesse da un universo che lo attrae, ma al
tempo stesso lo spaventa. Questi aspetti vengono palesati da Anguilla anche verso il mondo
contadino delle Langhe, dominato da istinti elementari e primordiali, in cui primeggia quello
sessuale.
 IL RAPPORTO CON LA GUERRA PARTIGIANA, rappresenta il nodo più
significativo: divenuto adulto nella solitudine americana, lontano dal le ideologie al calor
bianco della cospirazione antifascista e della lotta di liberazione, Anguilla resta comunque
straniero al la situazione che ritrova in Italia, e soprattutto al patrimonio di sacrificio e di
solidarietà che nel frattempo si è accumulato nelle classi subalterne e di cui Nuto è
l'espressione più attendibile. Il suo affetto per Cinto, ragazzetto storpio e diseredato, è in
fondo la proiezione narcisistica del «bastardo» che si imbatte in un altro sé stesso, in un altro
essere solo al mondo forse destinato a perpetuare il destino di solitudine che è stato già li
suo. Ed è quella solitudine, ancora una volta quella radicale inappartenenza, la marca
specifica dell'intellettuale novecentesco che Pavese sembra voler opporre, o meglio dover
opporre per condanna storica, a qualsiasi fede comunitaria, qualsiasi sole dell'avvenire
ingenuamente atteso come si attende che torni la luna nuova, o che la lenta combustione dei
falò trasmetta alla terra le sue linfe misteriose.

STILE
Come abbiamo detto, la scrittura di Pavese non può essere ricondotta del tutto al Neorealismo. Il
racconto non tende all’oggettività, perché è presentato attraverso una voce unica, quella del
protagonista Anguilla.
Lo stile segue il linguaggio parlato nel mondo contadino della collina piemontese, dove La luna e i
falò è ambientato, con lo scopo di restituire la freschezza e la vitalità di quel mondo originario, che
il protagonista cerca di ricostruire attraverso il suo viaggio.
Il linguaggio è in generale paratattico e predilige l’uso delle elencazioni e dei dialoghi tra i
personaggi, anche nelle parti che si svolgono attraverso la memoria del protagonista. Questo crea
uno stile narrativo coinvolgente, fatto di fatti e parole, in cui i ragionamenti e i significati si
palesano attraverso l’episodio, senza scendere in discorsi lunghi e articolati. In questo sta
probabilmente la grandezza di Pavese: nell’aver saputo trasmettere attraverso semplici vicende i
propri tormenti, le contraddizioni e la propria visione del mondo.

PERSONAGGI
ANGUILLA: Anguilla è un orfano adottato da una famiglia di contadini solo per ricevere
mensilmente cinque lire di compenso. Dopo quarant'anni egli torna ricco dall'America nel paese in
cui è cresciuto e scopre che tutto è cambiato, che le persone che lui amava sono morte, le cascine
abbandonate oppure abitate da estranei e che solo il paesaggio è rimasto insensibile al passare del
tempo. Si rende però conto che anche se molte cose sono cambiate, le persone sono sempre uguali,
sempre rozze e miserabili. Durante la sua permanenza egli incontra Cinto, che gli ricorda sé stesso
da bambino e ripensa agli avvenimenti più importanti accadutegli durante l'infanzia e l'adolescenza
e alle persone che più hanno influenzato la sua vita. Il suo viaggio nel paese natale è per lo più un
viaggio nei propri ricordi, è più un tentativo di riportare in vita vecchi sentimenti, persone, vecchie
situazioni. Egli torna per ritrovare sé stesso, le sue radici, per confrontarsi con il proprio passato, per
capire che è diventato ricco, ma che dentro di sé è sempre stato un povero contadino (come
dimostrano le sue mani, che ancora portano gli antichi segni). Egli ripensa all'amore platonico che
lo legava alle due padroncine Silvia e Irene, racconta la loro adolescenza, ripensa alle feste a cui si
recava, al suo primo salario, a quando credeva che il mondo iniziasse e finisse in quel piccolo paese
sulle colline e il suo unico desiderio era diventare come il suo amico e maestro Nuto. Sono ricordi
allo stesso tempo dolci e amari, di un passato che vorrebbe riconquistare, ma che sa di non potere. E
allora proietta sé stesso giovane nella cura di Cinto e desidera cambiargli la vita, fargli vivere
un’infanzia più simile alla sua, dargli una speranza per il futuro. I ricordi di una vita si intrecciano
ad amari avvenimenti presenti, a nuovi falò non più accesi per rallegrare le feste, ma per uccidere e
distruggere e a cadaveri che testimoniano la crudeltà di una guerra.

NUTO: Nuto è l'amico d'infanzia del protagonista, la persona a cui sempre aveva voluto
assomigliare, ma che mai riusciva ad eguagliare. Eppure una volta tornato nel suo paese d'infanzia
egli scopre con meraviglia di averlo raggiunto, di non avere più nulla da invidiare all'amico, a colui
che aveva considerato un modello di vita, perché anch'egli, come Nuto, aveva viaggiato, era stato a
lungo lontano da casa, aveva imparato a confrontarsi con gli altri e a cavarsela da solo. Nuto, non
più un maestro, ma un amico alla pari, rimane comunque un suo punto di riferimento, l'unica
persona a cui chiedere consiglio e l'unico con cui poter ricostruire gli avvenimenti accaduti mentre
era lontano. Nuto è spesso presente nei suoi ricordi d'infanzia e il protagonista non lo trova affatto
mutato nel corso degli anni, se mai era lui stesso ad essere cambiato, ad essere finalmente maturato.
Cinto: Cinto è un bambino zoppo e molto solo che viveva con il padre, la zia e la nonna vecchia e
malata, nella cascina che era stata la prima casa del protagonista. Attraverso Cinto egli rivive i primi
anni della sua vita, quando ancora non lavorava alla mora e lui e la sua famiglia vivevano in
miseria, lavorando tutto il giorno per procurarsi il pane. La sua infanzia, nonostante la miseria, era
stata comunque allietata dalla presenza delle sue sorellastre e della sua matrigna, mentre Cinto non
aveva neanche questa consolazione, in più, a causa della deformità dell'arto non avrebbe mai potuto
avere una vita normale. Ecco perché subito il protagonista si affeziona al ragazzo, tenta di aiutarlo,
di fargli scoprire nuove cose di aprirgli gli occhi verso nuovi paesi e diversi orizzonti. Ecco perché
in seguito gli regala il coltello che poi gli salverà la vita. Cinto vive con la quotidiana paura del
padre che picchiava animali e persone e che poi arriva addirittura ad incendiare la cascina e ad
uccidere la cognata e la madre, distruggendo così non solo la propria casa, ma anche l'unico
simbolo, l'ultima testimonianza dell'infanzia del protagonista.

SILVIA: Silvia era la maggiore delle due sorelle che abitavano nella cascina in cui egli faceva il
servitore e verso cui il protagonista ha sempre provato un tenero affetto, benché troppo giovane per
risvegliare il loro interesse. Silvia non solo era la maggiore, ma era anche la più vivace, la più
intraprendente, quella più esuberante e meno rispettosa delle regole. Sempre circondata da
corteggiatori, così come la sorella, viveva la propria vita fino in fondo, assaporandone ogni atto e
agendo talvolta in modo impulsivo, impulsività che alla fine la porta alla morte. Il protagonista
racconta le sue avventure amorose, le sue relazioni con vari uomini, i pettegolezzi che facevano su
di lei i servitori. Ogni volta che una storia finiva male, che un uomo l'abbandonava Silvia sapeva
reagire grazie alla sua grande forza di volontà e alla fine si riprendeva sempre, anche grazie all'aiuto
della sorella con cui era molto legata. Silvia rimane però incinta e, tentando di abortire, muore a
causa di un'emorragia.

IRENE: A differenza della sorella, Irene era molto calma e tranquilla, non agiva mai d'impulso né
compiva alcuna pazzia. Era l'opposto di Silvia, riflessiva, giudiziosa, mite e paziente. Le sue storie
non erano mai appassionate come quelle della sorella, né i suoi uomini tanto particolari. In un certo
senso Irene, a confronto con la sorella, era banale e insignificante. Amava la musica e sapeva
suonare il pianoforte alla perfezione e la sua musica aveva il potere di incantare il protagonista.
Anche Irene è morta in giovane età, infatti, convinta dai genitori, sposa un uomo avido e violento e
dispiaceri per questo matrimonio la portano ad una morte prematura.

SANTA: Santa è la sorellastra di Irene e Silvia. Già da piccola era bellissima, e crescendo divenne
una splendida ragazza. Il protagonista la conosce solo da bambina, ma viene a sapere della sua
storia tramite Nuto. La ragazza, una volta cresciuta, conosce e frequenta numerosi fascisti, poi
diventa una spia dei partigiani, da cui alla fine viene uccisa, perché si scopre riferiva importanti
informazioni ai fascisti. Santa era impavida e impulsiva come la sorellastra Silvia, ma nello stesso
tempo ipocrita, bugiarda e falsa.

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