ARISTOTELE
IL DUALISMO CON PLATONE
Quello tra Platone e Aristotele è uno dei più grandi dualismi
riguardanti il modo di concepire il mondo, essi infatti vengono
raffigurati a dialogare nel dipinto “Scuola di Atene” dove il
primo ha il dito della mano che indicando verso il cielo ovvero
le idee, il secondo con il palmo della mano verso la terra delle
cose sensibili.
Aristotele, nonostante ciò, fu comunque discepolo di Platone e
ne condivise alcune idee, uno è il mondo iperuranio delle idee e
l’altro è l’invito alla vita contemplativa come fondamento della
vita pratica. Ovviamente come abbiamo detto all’inizio
Aristotele critica le ideologie di Platone, molte di queste
vengono fatte durante il periodo della frequentazione
dell’Accademia che però era un posto dove erano presenti più
dibattiti che lezioni e quindi era ammessa anche la libertà di
pensiero.
Grazie a questa libertà ha potuto scrivere i trattati di logica, di
metafisica, sull’etica, sulla politica e sulla fisica. Grazie ad essi
con Aristotele nasce anche una nuova visione del mondo.
Infatti, la filosofia di Aristotele si basa nello spiegare ciò che sta
sotto i nostri occhi, infatti mentre Platone crea un mondo
ideale, Aristotele cerca strumenti per leggere la realtà, in
sostanza il bene per uno sta nel dover essere e per l’altro
nell’essere.
LA VITA E LE OPERE
Aristotele nasce nel 384 a.C. a Stagira, nel 367 all’età di
diciassette anni entra nell’Accademia platonica. Alla morte di
Platone esce anche lui e si trasferisce ad Asso, nel 345 va a
Miltene, nell’isola di Lesbo dove si dedica allo studio della
natura. Nel 343 va a fare da precettore al figlio di Filippo II di
Macedonia, Alessandro. Dal 340 al 335 soggiorna nella corte
macedone di Pella, dopo torna ad Atene e fonda il Liceo, e i suoi
allievi sono chiamati anche peripatetici, dopo la morte di
Alessandro nel 323 si reca a Calcide dove sta un anno e muoe
nel 322.
Fin dall’antichità le sue opere si dividono in esoteriche
(riservate all’uso interno alla scuola e mai pubblicate) ed
essoteriche (destinate alla pubblicazione fuori da Liceo).
Gli scritti di Aristotele furono ordinati e pubblicati da Andronico
di Rodi e sono distinti in maniera tematica:
Scritti di logica
Scritti di fisica
Scritti di metafisica, questo tema significa dopo i libri di
fisica
Scritti di etica e di politica
Scritti di estetica e di retorica
Dialoghi
LA CRITICA ALLA DOTTRINA PLATONICA DELLE IDEE
In un libro di metafisica Aristotele di esprime anche sulle idee e
dice che, non c’è evidenza che le idee esistano in sé perché è
possibile fare scienza anche senza presupporle, dunque la
dottrina delle idee va abbandonata perché anche se le idee
esistessero non servirebbero a nulla, perché:
Non è chiaro come potrebbero avere una relazione
causale con gli enti sensibili;
Sarebbero in numero maggiore degli enti sensibili che
devono spiegare;
A ogni ente sensibile dovrebbero corrispondere infinite
idee.
Per Aristotele l’uomo a differenza degli altri animali migliora
grazie all’esperienza e che superiore a tutti i saperi c’è quello
che indaga il perché di cose ed eventi, le scienze teoretiche
sono quelle che rispondono ai principi e le cause o prime o
ultime della realtà e sono volte alla pura conoscenza o
contemplazione e il loro oggetto sono gli enti necessari.
SCIENZE TEORETICHE, PRATICHE E POIETICHE
La fisica è la scienza che si occupa della natura, dei corpi
naturali dotati di movimento, la matematica invece studia gli
enti matematici, i numeri e le figure.
Per quanto riguarda la filosofia prima che poi sarà destinata a
chiamarsi metafisica studia le realtà che sono separate e
immobili e il soggetto va dimostrato ed è una priorità assoluta
rispetto alle altre scienze teoretiche.
Poi ci sono le scienze pratiche (praxis) dove divide l’anima
razionale in due parti, la prima è quella teoretica e la seconda
indaga ciò che è possibile in quanto dipende dalla libera
decisione dell’anima razionale. Due tipi di scienze pratiche sono
l’etica e la politica, la prima indaga le condizioni di felicità del
singolo la seconda quella collettiva.
Infine, ci sono le scienze poietiche (poiesis) che comprendono
tutte le conoscenze e le abilità che rendono possibile la
produzione di beni.
Una differenza è che la poiesis ha un fine esterno (la
produzione è fine a sé stessa) mentre la praxis ha un fine
interno (l’azione non è fine a sé stessa).
LA LOGICA ARISTOTELICA
UNO STRUMENTO COMUNE A TUTTE LE SCIENZE
Aristotele concepisce la logica come mezzo preliminare a
qualsiasi tipo di ricerca, ed è lo studio delle condizioni
propedeutiche a tutte le scienze. La logica aristotelica si
sviluppa in una vera e propria tecnica autonoma del retto
argomentare, il carattere formale è avere come proprio oggetto
la forma del ragionamento e non la verità o meno del
contenuto.
Per Aristotele esiste un legame necessario tra la struttura del
pensiero che si esprime nel linguaggio e la struttura della
realtà, quindi realtà, pensiero e linguaggio costituiscono un
tutt'uno che “è”, è “razionale” ed è “dicibile”:
L’analisi del linguaggio è anche l’analisi del pensiero e
della realtà;
La grammatica e la sintassi del discorso sono anche la
grammatica e la sintassi del pensiero e del mondo.
LE CATEGORIE
Secondo Aristotele la struttura linguistica elementare è la
proposizione. Essa è formata dalla relazione tra soggetto e
predicato, Aristotele divide tutti i possibili predicati in dieci
categorie:
Sostanza (quando un termine, indica questo determinato
termine, che è sostanza in quanto non può appartener a
nessun'altra cosa individuale);
Quantità (pesante due chili);
Qualità (bianco e rosso);
Relazione (doppio rispetto a qualcosa);
Luogo (in casa);
Tempo (di mattina);
Situazione (seduto);
Stato (armato);
Azione (lodare);
Passione (essere lodato).
La sostanza indica “che cos’è” una cosa, ed è per sé mentre
tutte le altre categorie dipendono dalla sostanza. Quindi la
sostanza è ciò che permane mentre i soggetti variano.
Il verbo essere inoltre ha due valori, il primo è predicato
verbale (questo cavallo è, esiste) o copulativo (questo cavallo è
bianco, ha la caratteristica di essere bianco).
LA PREDICAZIONE
Esistono due tipi di termini:
Universali, predicabili di altri termini;
Particolari, passibili di molteplici predicazioni, questi
possono essere sempre soggetti e mai predicati.
Il rapporto tra soggetto e predicato è massimo nella
definizione, si può definire un soggetto tramite genere sommo
e differenza specifica, la definizione è una proposizione in cui il
predicato esprime l’essenza del soggetto. Il legame si allenta
quando quest’ultimo esprime una proprietà. Il rapporto è
accidentale se la proprietà espressa appartiene di fatto al
soggetto senza che appartenga alla specie di cui fa parte,
mentre sono essenziali quando concorrono a definire
l’appartenenza del soggetto ad una specie.
LE PROPOSIZIONI
Il discorso apofantico esamina quelle proposizioni che dicono
qualcosa della realtà e di cui si può stabilire la loro verità o
falsità, ne esistono due tipi, quantità e qualità, della prima
possono essere singolari, particolari e universali mentre le
seconde possono essere affermative o negative, le relazioni
possono essere classificate anche in base alla forma:
Contrarie, opposte per quantità e non per qualità, possono
essere entrambe false ma non entrambe vere;
Sub-contrarie, negano l’universale, possono essere
entrambe vere ma non entrambe false;
Contraddittorie si oppongono in tutto e sono per forza una
vera e una falsa;
Subalterne differiscono per quantità e non per qualità.
IL SILLOGISMO
Il sillogismo per Aristotele è il ragionamento deduttivo
fondamentale della sua logica e per questo viene detta
sillogistica, in questo ragionamento viene presa in
considerazione la partecipazione reciproca delle idee che però
comporta anche il procedimento dimostrativo matematico.
Nei sillogismi validi nei quali viene ammessa la verità delle
premesse ne consegue la verità della conseguenza e dipende
esclusivamente dalla sua forma e non dal suo contenuto. Da
premesse una maggiore e una minore hanno in comune un
termine medio e da una proposizione detta conclusiva, la
premessa maggiore contiene il termine che ricompare come
predicato nella conclusione; la premessa minore contiene il
soggetto. Il termine medio è il principio fondamentale del
sillogismo.
Può risultare in quattro forme, universale affermativo (Tutti gli
M sono P), universale negativo (Nessun M è P), particolare
affermativo (Qualche M è P) e infine particolare negativo
(Qualche M non è P), esistono anche altre figure, la seconda è
quella in cui il termine medio fa per due volte da predicato e la
terza in cui il termine medio fa due volte da soggetto. La verità
di questi “assiomi” dipende dalla verità delle premesse.
Aristotele non lo usa come mezzo di scoperta ma per accertare
la coerenza, la compattezza e la cogenza del discorso, ne
esistono due tipi:
Dialettico, basato su premesse che devono essere
accettate;
Scientifiche, che si basano su premesse vere.
I PRINCIPI PRIMI E LA LORO DIMOSTRABILITÀ
I sillogismi individuano i vizi logici della sofistica, confuta le
argomentazioni con le loro premesse, per lui la sofistica è un
sapere apparente. Aristotele assegna al sillogismo il compito di
difendere la validità dei principi primi della logica.
Esistono tre principi nella realtà:
Principio d’identità, ogni ente è sé stesso e non può essere
nessun’altro;
Principio di non contraddizione, un ente non può essere e
non essere;
Principio del terzo escluso una può essere vera o falsa
senza una terza possibilità.
Questi non possono essere dimostrati e per questo sono detti
primi, la dialettica ha il compito di difendere i principi primi e
dimostra come ogni discorso li prescinde o li nega.
L’INDUZIONE
Il sillogismo evidenzia il carattere deduttivo del sapere
scientifico serve un modo per giungere a formulare una
opinione universale vera da una particolare e questa è
l’induzione. Il punto di partenza è la percezione sensibile solo
l’uomo è capace di cogliere l'universale e riesce ad averla
tramite l’esperienza, questo ragionamento Aristotele lo fa
soprattutto nelle ricerche di fisica, come ultima cosa per
Aristotele si può acquisire l’esperienza tramite la pura e
semplice osservazione o gli organi di senso.
LA FISICA
Aristotele dice che la scienza per essere tale debba avere un
valore universale, recupera pienamente il mondo naturale, e
per studiare la realtà concreta si dovrà partire da singole
osservazioni fino ad arrivare ad un sapere universale. Per
costruire una scienza universale non è necessario presupporre
l’esistenza di essenze ideali, basta ammettere l’esistenza di
predicati universali.
L’OGGETTO DELLA FISICA: IL DIVENIRE
La sua ricerca non si rivolge alla natura ma agli enti naturali
con le caratteristiche di essere materiali e in mutamento, per
Aristotele l’essere è molteplice e diveniente. Esistono quattro
tipi di mutamenti:
L’alterazione (o mutamento qualitativo) che attesta un
cambiamento di una determinata caratteristica di una
sostanza;
L’accrescimento e diminuzione (o mutamento
quantitativo), che si verifica quando muta una certa
quantità di una sostanza;
La traslazione (o mutamento locale) che consiste nello
spostamento di un corpo;
La generazione e corruzione (o mutamento sostanziale) e
si ha quando una sostanza nasce o muore.
Le prime tre sono mutazioni accidentali cioè la sostanza rimane
la stessa mentre variano alcune sue proprietà. Non bisogna
pensare però il divenire come forma di passaggio tra due
opposti, in questo infatti entrano in gioco il sostrato che passa
prima dalla privazione (o mancanza) di una forma al possesso
della forma stessa, il sostrato è anche il fattore di stabilità
necessario per non far pensare il divenire come passaggio
diretto.
Aristotele per spiegare il quarto mutamento introduce materia
(ciò di cui sono composti) e la forma (il modo in cui la materia è
organizzata), e l’unione di queste due categorie forma un sinolo
che quindi è un’unione indiscibile di materia e forma.
LA DOTTRINA DELLE CAUSE
Aristotele cerca il perché nelle cose, in quanto indagine delle
cause (aitiologhia), la conoscenza acquisisce pienamente lo
statuto di scienza, cioè di quel sapere che, cogliendo le radici
delle cose, sta saldo, è episteme. Esistono quattro tipi di cause:
Causa materiale è ciò da cui qualcosa si genera ed è
immanente a esso (ad esempio il bronzo è la causa della
statua di Riace);
Causa formale è la forma o modello o definizione
dell’essenza (il doriforo è la causa della statua, perché è
proprio l’atleta che essa rappresenta)
Causa efficiente è ciò a partire da cui (lo scultore del
Policleto è la causa efficiente della statua del Doriforo);
Causa finale è ciò in vista di cui appartiene il mutamento.
Aristotele ritrova la causa finale nel rapporto tra natura e arte
poiché l’arte imita la natura e anche essa deve avere un fine e
questo è dovuto alla sua regolarità, costanza... Nel processo
naturale del divenire si caratterizza dal fatto che le cause sono
interne al processo stesso, mentre nel divenire artificiale la
causa efficiente sono esterne e il divenire naturale è
spontaneo.
FELICITÀ E VIRTÙ
Aristotele presenta tre generi di vita, ovvero tre modi di
concepire la felicità:
Vita edonistica, fa coincidere la felicità con il piacere del
corpo;
Vita politica, felicità come onore e prestigio conseguiti
nella vita pubblica;
Vita teoretica, propria di chi concepisce la felicità come
conoscenza della verità.
Aristotele critica i primi due tipi di vita dicendo che i primi sono
delle bestie mentre i secondi li critica poiché la loro felicità
viene a dipendere dagli altri. La terza invece per Aristotele è la
sola a produrre felicità, non intesa come stato psicologo ma
come autorealizzazione, per comprenderla a pieno bisogna fare
una riflessione intorno ai beni e più precisamente intorno alla
gerarchia di desiderabilità di essi. Ci sono beni desiderabili per
sé stessi e altri in vista di altri, la felicità dovrà consistere in
qualcosa di desiderabile per sé. Il bene supremo è l’eudamonìa
cioè perfezione: compimento della virtualità specifica
dell’uomo, realizzazione della sua umanità. Per Aristotele
l’attività umana per eccellenza è quella razionale.
La felicità quindi per Aristotele non è raggiungibile tramite
un’impresa solitaria ma soltanto grazie a condizioni garantite
come una positiva situazione personale, sociale e politica.
L’anima secondo Aristotele ha tre funzioni: vegetativa, sensitiva
e intellettiva, la prima comune a tutti i viventi non ha alcun
rapporto con la ragione. Quindi sarà possibile parlare di virtù
solo con riferimento alla funzione sensitiva e a quella
intellettiva, e queste si dividono in virtù etiche e dianoetiche.
LE VIRTÙ ETICHE: IL GIUSTO MEZZO
Le virtù etiche si occupano della parte non razionale dell’anima
che si occupa delle passioni che sono del tutto naturali e che a
volte fanno comodo all’uomo e quindi non è possibile la loro
soppressione, ciò però non toglie che l’uomo le debba regolare.
Le virtù etiche sono acquisite mediante l’esercizio e l’abitudine
e consentiranno di formale l’ethos (habitus), un atteggiamento
stabile che a sua volta permette l’esercizio della virtù,
LA POLITICA
La distinzione tra etica è politica è meno netta rispetto a quella
tra attività teoretica e pratica, essa però non è un’identità ma
una solida contiguità, come suggerisce Aristotele non si può
arrivare ad una felicità individuale da soli, ma è un complesso
di condizioni in gran parte realizzabili dalla politica; infatti,
Aristotele definisce l’uomo come “animale per natura sociale”.
La politica non è però la felicità del singolo ma quella dei molti
e per questo si può definire come l’attività legislativa, ispirata
dall’etica, che persegue il bene comune, cioè la felicità
collettiva, la situazione migliore per favorirne lo sviluppo è la
polis, dimensionato sull’uomo e consente la piena realizzazione
della natura sociale dell’individuo, essa parte dalla famiglia,
passa attraverso il villaggio e finisce nella polis.
Aristotele fa della famiglia la cellula primaria del vivere sociale,
chiamata anche oikìa, e per lui è frutto di un duplice processo
associativo perfettamente naturale (tra uomo e donna, tra
padrone e schiavo...).
Il villaggio è l’insieme di più famiglie e soddisfa un bisogno
giornaliero ma si tratta ancora di bisogni primari. Però per
vivere bene secondo lui come in tutti posti ci devono essere
delle leggi, delle magistrature, dell’organizzazione della polis e
qualcuno che la governi.
La città, dunque, è la più importante perché risponde alla
natura socialità dell’uomo ed esso dà vita ad una comunità che
opera razionalmente per il bene dei suoi membri. Detto ciò, per
Aristotele la politica è più una storia naturale, un processo
ininterrotto dal biologico al sociale.
LA SUPERIORITÀ DEL MASCHIO E DELLA SCHIAVITÙ
Il marito per Aristotele ha superiorità sulla moglie, il padrone
sullo schiavo... tutto questo perché l’uomo ha una superiore
capacità di comandare e questa è connessa al fatto che è
dotato di una maggiore facoltà di giudizio. Secondo la natura
l’anima deve comandare il corpo ed è dannoso se avvenisse il
contrario, tutti però possiedono tutte le parti dell’anima ma
sono sviluppate in modo diverso.
Riguardo alla schiavitù Aristotele dice: “sono schiavi per natura
e per essi il partito migliore è sottomettersi all’autorità di
qualcun altro”. Egli, infatti, non si pone nemmeno il problema
con gli schiavi di guerra poiché pensa che se un popolo ha vinto
contro un altro abbia una virtù più soccombente e quindi abbia
il diritto di dominarlo.
LE COSTITUZIONI
La politica viene definita come attività legislativa che persegue
il bene comune, Aristotele riserva però il termine politico non a
chi la governa ma a chi crea le leggi e le costituzioni; infatti,
secondo lui sono leggi e costituzioni che danno ordina alla città.
La tradizione vuole che Aristotele abbia raccolto 158
costituzioni differenti, però invece che progettarne una ideale è
volto a descrivere quelle esistenti e il suo intento è quello di
mettere in evidenza la migliore costituzione possibile.
Per Aristotele affinché si abbia un buon governo si devono
avere costituzioni rette, la monarchia (il potere nelle mani di
uno solo), l’aristocrazia (il potere è esercitato da pochi uomini)
e la politéia (dove è la maggior parte degli uomini a detenere il
potere). A queste corrispondono anche delle costituzioni
corrotte, come la tirannide, l’oligarchia e la democrazia (da non
intendere come quella di oggi bensì il governo della classe
sociale più popolata che usa il potere a proprio vantaggio).
Dunque, l’importante per lui è che il potere venga esercitato
nell’interesse comune. Per Aristotele la politéia è la migliore
costituzione poiché è la più equilibrata, è l’espressione della
classe media legata alla campagna e non consente solo di
scegliere per le cariche di governo gli uomini migliori ma anche
di esercitare a turno il potere in modo da garantire la libertà ai
cittadini.
LA POETICA
L’opera la poetica di Aristotele può considerarsi alle basi
dell’estetica moderna e della poetica, diversamente dalle altre
arti poietiche che, integrando la natura, hanno come fine la
pura e semplice utilità, le “arti belle”, sono libere da ogni uso
pratico.
Aristotele tratta il concetto di imitazione in questo caso proprio
come Platone ma lo fa in un modo totalmente diverso, per
Platone la poesia è l’imitazione del mondo sensibile e quindi è
l’imitazione dell’imitazione e quindi porta l’ascoltatore lontano
dalla verità mentre per Aristotele quella sensibile era la realtà e
quindi la poesia imitandola acquisiva valore conoscitivo, perché
l’arte esprime l’universale attraverso immagini sensibili.
Riguardo al valore morale Platone dice che l’arte corrompe
l’anima mentre per Aristotele l’arte, in particolare la tragedia,
ha lo scopo di portare a compimento tramite paura e pietà, la
catarsi di tali passioni. La catarsi, infatti, è la purificazione delle
passioni