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Romano

Il documento analizza il diritto romano, evidenziando la sua evoluzione e le sue fonti, come i mores e le leggi regali. Viene discusso il passaggio dalla monarchia alla repubblica, sottolineando l'importanza della libertà repubblicana e la struttura politica di Roma. Infine, si esplorano le comunità preciviche e il ruolo del rex, del senato e delle assemblee popolari nel contesto giuridico romano.
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Il documento analizza il diritto romano, evidenziando la sua evoluzione e le sue fonti, come i mores e le leggi regali. Viene discusso il passaggio dalla monarchia alla repubblica, sottolineando l'importanza della libertà repubblicana e la struttura politica di Roma. Infine, si esplorano le comunità preciviche e il ruolo del rex, del senato e delle assemblee popolari nel contesto giuridico romano.
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Riassunto del libro "Il diritto

nell'esperienza di Roma antica"


Diritto Romano
Università degli Studi di Firenze (UNIFI)
92 pag.

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Cap Primo: Storia [Link] e fon. del diri6o
I. Introduzione
[Link] diri/o
A che serve il diri,o? Alla regolamentazione, all’ordinato svolgimento dei rappor9 tra priva9 e tra is9tuzioni
e come tale è fru/o dell’evoluzione poli9co-sociale ed economica dell’ordinamento cui si riferisce.
Nel diri/o romano troviamo il DNA dei moderni ordinamen9 giuridici. I giuris9 moderni sono circonda9 da
conce@ romani: legge= lex; crimine = crimen; contra/o = contractus; beni=bona; ecc…
Regole di diri6o = norme comportamentali per le quali è prevista la coazione nel caso di violazione.
I.2. le fon9 di produzione e di cognizione
Fon. = modo che ciascuna comunità ha di produrre il diri/o; sono la sorgente del diri/o.
Spesso vi è la dire/a promanazione della legge dal dio ES codice di Hammurabi à teofania norma9va; o
cmq si da grande importanza alla religione per la produzione di norme -> Non nel diri/o romano.
a) Fon& di produzione à a/ o fa/ idonei a produrre diri1o.
- Nei mondi primi9vi e arcaici, le fon9 di produzione erano i comportamen9/ gli usi.
- Per l’età arcaica, ero importan9ssimi i mores = costumi/comportamen9; erano affida9 ad una forma
tradizionalmente orale, e saranno trascri@ solo in un secondo momento.
Per i romani il Mos è il costume degli antena9; ha valore sacrale e corrisponde alla natura delle cose.
- In età monarchica vi erano poi le leges regiae -> il re so/oponeva la sua decisione alla comi9a curiata,
per o/enere il suffragium.
- Per l’età repubblicana, centrali sono le XII tabulae; vi erano anche le leges rogatae/publicae, i responsa
pruden9um, l’edi/o del pretore.
- Nell’età del principato si affiancano anche le cos9tu9ones principis e i senatusconsulta.
Cos9tuzioni imperiali = volontà del principe, che assunse sempre più rilevanza (apice nell’età del
dominato).
Senatusconsulta = indicazioni e statuizioni del senato; in età repubblicana avevano portata poli9ca, di
autorevole consiglio ai magistra9; durante il principato avranno una portata dire/ legisla9va.
Nell’età del principato le leges scemano di importanza.
b) Fon& di cognizione à materiali che perme1ono di conoscere forme e contenu& di un det ord.
II. Regum
II.1. Mito e rito
Essi, compresi nei mores maiorum, cost la base e la filosofia stessa della società romana e del suo modello
di disciplinamento organizza9vo.
Il mito romano e sempre anche civile, mai solo religioso: indica un esempio per la comunità.
Il rito è cost da una serie di azioni formali che rispondono, nella mentalità dell’uomo an9co, a un’esigenza di
ordine e di pubblicità.
II.2. comunità preciviche e gentes
Comunità preciviche = stru/ure comunitarie preesisten9 alla fondazione della civitas romana ES Etruschi,
La9ni.
Gens = sorta di famiglia allargata orizzontale, i cui membri si differenziavano dagli altri in virtù del nomen,
condiviso da tu@ i discenden9 di un antenato lontano, storico o mi9co. Ogni gens aveva un proprio
ordinamento giuridico e militare par9colare.
Stru/ure familiari romane:
> Familia proprio iure à paterfamilias, moglie, dire@ discenden9, schivi e animali; tu@ i membri
erano so/omessi alla potestas del padre.
> Familia communi iure à composta dai figli di un antenato comune più vicino rispe/o al capos9pite
della gens -> tra i fratelli e i loro discenden9 permaneva un legame più tenue = vincolo di agnazione.
Nel XI sec si assiste al fenomeno del sinecismo -> aggregazioni pol-eco con funzioni princ militari/ di difesa.

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II.3. Rex, senatus, curiae e populus.
Già dai tempi di Romolo, la civitas era assata sulla stru/ura triangolare rex-patres-populus.
Rex à garante del mantenimento degli equilibri, a@ngendo alla sfera del sacro e rappresentava, così,
innanzitu/o un referente religioso della comunità.
Aveva anche la funzione militare, e di giudice (mediava le esigenze dei diversi gruppi).
La durata della carica era vitalizia; le fon9 rilevano che fosse una carica monocra9ca, ma la tradizione tende
a so/olineare le conseguenze nega9va del potere monocra9co: infa@ durante la fase repubblicana, le sfere
di potere erano bilanciate tra due uomini.
Era coadiuvato da un coniglio di anziani (46 annni) delle gentes, che poi diverrà senato (creato da Romolo
selezionando tra le gentes, centro (n simbolico) patres).
Populus à mol9tudine ordinata tenuta insieme dal Rex. Vi erano tre comunità: La9ni, Etruschi, Sabini.
Patrizi à il nome deriva da patres; secondo la tradizione erano i discenden9 dei 100 patres.
Plebs -> il gruppo indis9nto.
Come si diventa re di Roma? Non c’è la regola della cessione dinas9ca.
Le gentes avevano un ruolo importante nella designazione del nuovo re: nelle fon9 si legge auspicia ad
patres redeunt, raffigurando che il potere poli9co torna ai senatori alla morte/abdica9o del rex.
Dalla morte del re inizia l’interregnum, periodo nel quale 10 senatori, a turno e per 5 giorni, esercitavano il
potere e nel contempo cercavano di trovare un accordo per l’individuazione del nuovo rex.
Ø Prima fase: crea5o à uno degli interrè nomina il rex (con il consenso degli altri);
Ø Seconda fase: inaugura5o à rituale svolto da un sacerdote (per accrescere la spiritualità del rex);
Ø Terza fase: suffragium à il populus, organiz in curiae, acclama il nuovo rex, con un approv rumorosa.
Lucio Tarquinio fu il primo re di Roma di origine Etrusca; con lui si ebbero mol9 cambiamen9 posi9vi in
campo poli9co ed economico, ES diminuì la rilevanza delle gentes e accrebbe l’importanza dei “ricchi”.
Egli aumentò il numero di senatori per avere maggior consenso in senato, inserendovi anche gli Etruschi.
La trad a/ribuisce a Servio Tullio, secondo re del periodo etrusco, la creazione delle classi di censo, dis9nte
in base alla cap patrimoniale degli individui, che det il 9po di armamento = ordinamento centuriato:
Cinque classi in cui erano distribuite 193 centurie.
Vi erano anche delle infra classem/proletari (= non dota9 di armatura, solo della prole).
Nell’ord centuriato rientrano tu@ i maschi a@ alle armi di età +17/18.
All’interno della stessa classe si dis9ngueva inoltre tra le centurie di iuniores (18/45) e seniores (+46).
1. Patrimonio + a 100mila assi; 80 centurie (40 e 40). Armamento più completo e poi via via a scalare.
A questa classe erano aggregate 18 centurie di cavalieri e 2 centurie di fabri, 9gnarii ed aerarii.
2. Censo minimo di 75mila assi; formata da 20 centurie (10 e 10).
3. Patrimonio di almeno 50mila assi; formata da 20 centurie (10 e 10).
4. Patrimonio tra i 50mila e 25mila assi; vi si trovavano 20 centurie (10 e 10).
5. Censo minimo di 11500 assi; formata da 30 centurie (15 e 15). Armamento quasi inesistente.
Alla quinta classe erano aggregate 2 centurie suonatori tromba e corno (davano il ritmo alla marcia).
A Roma sono esis9te varie 9pologie di assemblee popolari:
- Comizi curia. à an9che assemblee del popolo riunito in base alle gentes di appartenenza. Erano
convoca9 e presiedu9 dal rex; il voto consisteva nel suffragium, che era formalizzato dai lictores.
Sopravvisse anche dopo l’età monarchica ma non si riunivano più le 30 curie, bensì solo i loro rappres.
- Comizi centuria. à si affermano durante il passaggio dalla monarchia alla repub con la trasf delle
centurie militari in organismi di voto; erano competen9 per l’elez dei magistra9, l’approv delle leggi ecc.
- Comizi tribu. à assemblea in cui il popolo era diviso in base alla tribù territ di appartenenza: inizial vi
erano 4 tribù urbane, a cui poi si aggiunsero altre (fino a 35) rus5che. La creazione era finalizzata alla
riscossione del tributum, ma fu u9le anche per l’org della leva militare. Erano competen9 per l’elez dei
magistra9 minori e per l’approv delle leggi ecc..

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II.4 Ritualizzatori e interpre9: i sacerdo9
Il primo esperto degli aspe@ religiosi è il rex. Lo affiancano poi diversi collegia sacerdotali:
- Vestali -> custodi del sacro fuoco della ci/à;
- Flamines -> personificazione del dio presso gli uomini;
- Pontefici -> collegio composto dal pontefice massimo, e 5 sacerdo9 (15 in età repub) scel9 per
cooptazione e con carica era vitalizia. Elargivano pareri su cerimonie e quesi9 giuridici; fornivano
assistenza a prova9 e magistra9; enunciavano il calendario; interp le norme primi9ve della ci/à.
- Feziali -> ven9 sacerdo9 scel9 per cooptazione e con carica vitalizia. Erano competen9 per la
formalizzazione dei “rappor9 internazionali” di Roma. Non prendevano decisioni poli9che, ma le
rendevano conformi a diri/o.
- Auguri -> composto da cinque membri ele@ per cooptazione (poi ele@vamente). Incrementavano la
potenza spirituale del nuovo rex, individuato mediante l’inaugura9o (9po benedizione); fornivano una
valutazione sulla legi@mità poli9co-sacrale di tu@ gli a@ pubblici.
II.5. Mores, leges regiae, foedera.
Mores à erano regole a formazione consuetudinaria, usi e costumi della società più an9ca.
Leges regiae (lex regia) à norme des9nate a regolare la vita e i rappor9 all'interno della ci/à; venivano
emanate per estendere a tu@ i consocia9 l'efficacia di mores, spesso circoscri@ a una sola gens o ad una
sola popolazione. Vi si ricorreva anche per eme/ere decisioni di cara/ere decretale.
Il contenuto poteva essere relat alla materia religiosa, ai rap pubb, all'ord criminale e ai rappor9 priva9.
Foedera (foedus) à “tra/a9”. Roma fin da subito strinse rappor9 di alleanza militare, commerciali e
matrimoniali con altre comunità: si obbligava al contenuto di tale accordo (tra/ato) e pretendeva dall'altra
parte un pari tra/amento. Lo consideriamo una fonte del diri/o in virtù degli obblighi assun9 a/raverso
esso, e intesta9 all'intera comunità ma, anche ai singoli.
III. Libertas repubblicana
III.1. Una rivoluzione? Dalla 9rannide alla res pubblica.
509 a.C. (data convenzionale) Passaggio dalla monarchia, alla repub; disaccordo:
- Alcuni sostengono ci sia stata una svolta brusca ES Livio à lo stupro subìto dalla nobildonna romana
Lucrezia da parte di Sesto Tarquinio, uno dei figli di Tarquinio il Superbo, provocò la ribellione dei patrizi
che cacciarono il re e i suoi figli; al ver9ce della nuova forma cos9tuzionale, la repub, sarebbero sta9
ele@ due capi annuali de@ praetores o consules.
- Altri sostengono un processo graduale à possiamo però individuare due momen9 significa9vi che gli
smen9scono: fine VI sec la scena poli9ca romana era dominata da Tarquinio il Superbo; metà V sec, con
il decemvirato, il re sicuramente non esiste più -> 50anni, troppo poco x un processo graduale.
Tale passaggio cmq dipese sia dalla generale situazione della penisola italica in quel periodo, sia da un
mutato asse/o degli equilibri interni a Roma.
I primi 50anni della res pubblica sono considera9 uno dei periodi più oscuri e complessi della storia di
Roma. Le fon9 presentano la fra/ura a/raverso l'instaurazione della Libertas repubblicana contrapposta
allo strapotere dei Tarquini e la contestuale elez di 2 magistrat annui (praetores o consules) limita9 da leggi.
Con il passaggio … si sviluppò tra i romani una nuova ideologia, ancorata al conce/o di Libertas, secondo la
quale il governo della ci/à non andava ges9to da un 9ranno, il cui potere non era sogge/o a limi9, ma da
magistratus controlla9 nell'esercizio delle funzioni.
Al contempo la stru6ura militare delle centurie acquisì una funzione anche poli9ca andando a cos9tuire la
principale manifestazione della volontà del popolo à si stabilì un meccanismo decisorio nel quale ogni
centuria poteva essere espressione di un unico voto; dovendo votare per prime le cinture appartenen9 alla
prima classe, la magg (97) risultava già raggiunta con le 80 cinture della prima classe e le 18 dei cavalieri.
N.B. Le centurie meno abbien9 erano molto più affollate di quelle più ricche; queste ul9me, dunque, anche
se in numero minore, avevano un maggior potere decisionale.
Il voto dei comizi centuria9 assolveva tre funzioni: elezione dei magistra9 maggiori, votazione di leges,
giudizio criminale de capite civis.

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III.2. Iussum populi e provoca9o
Provoca.o ad populum à Introdo/o nel 509 con una lex Valeria. Consen9va al ci/adino romano di
opporsi alla coerci9o esercitata dal magistrato, reclamando la sua immunità dalla punizione sommaria in
cui ques9 l'avrebbe so/oposto in ragione di una condo/a reputata illecita.
Con linguaggio moderno potremmo definirlo una “garanzia cos9tuzionale del ci/adino”; si tra/a infa@ di
uno strumento a/o a bloccare il provvedimento puni9vo del magistrato nei confron9 del singolo ci/adino,
a/raverso l'intervento del popolo (che è in sostanza un organo cos9tuzionale della ci/à).
La storia della provoca9o ad populum è stata per secoli una storia urbana, infa@, lo strumento era
opponibile solo agli a@ magistratuali compiu9 all'interno del pomerium (confine sacro della ci/à) e fino a
mille passi da Roma.
La sfera di applicazione della coercizione dei magistra9 nella loro funzione di comandan9 militari rimase
intangibile fino al II sec a.C., quando una legge estese la provoca9o oltre il primo miliardo da Roma, dando
così ai solda9 la possibilità di reagire all'ordine violento dei magistra9-comandan9 militari.
III.3. i patrizi e i plebei.
Patrizi à con importan9 interessi economici nelle campagne che circondavano Roma;
Plebei à prevalentemente urbanizza9 e in origine con minori mezzi.
All'inizio dell'età repub vengono riserva9 al patriziato tu@ i poteri, civili, militari e religiosi. Ciò spinse i
plebei a una tensione verso l'isonomia, che si rappresenta con l'opposizione, anche violenta, alle pretese
dei Patrizi: nacquero anche forme organizza9ve separate della plebe (concilia plebis) che eleggevano di
anno in anno i propri rappresentan9 (tribuni plebis) incarica9 alla guida poli9ca delle campagne.
III.4. Le XII Tavole
In questa linea storica si verificherà un passaggio fondamentale = la scri6ura del diri6o.
Dapprima esso sarà ges9to dal patriziato, in quanto conservato e interpretato dai sacerdo9 Patrizi.
462 a.C. à i plebei chiedono ai magistra9 patrizi l'is9tuzione di una commissione di 5 uomini per
l'elaborazione di una legge sulla limitazione dell'imperium consolare -> rifiutata; viene ripetuta per anni.
454 a.C. à Fu inviata un'ambasceria ad Atene per studiare le riforme di Solone (inverosimile, bastava
arrivare a Napoli, Ischia).
451 a.C. à dieci patrizi (decemviri legibus scribundis) furono incarica9 di scrivere le leggi e a tal fine
furono dota9 di pieni poteri civili e militari: la loro elezione portò alla sospensione di tu/e le altre
magistrature comprese quelle plebei e della provoca9o ad populum.
Livio descrive l'esperienza decemvirale come un nuovo cambiamento della forma di governo, culminante
nella stesura delle XII Tavole, una raccolta scri/a prevalentem di mores (codificaz o codice delle XII Tavole).
Nel primo anno del decemvirato furono scri/e le prime dieci tavole mentre le ul9me due (tabulae iniqua)
nel secondo anno. Queste ul9me contenevano tra l'altro il divieto di connubium: impossibilità di contrarre
matrimonio tra Patrizi e plebei.
449 a.C. à le XII Tavole vengono presentate al popolo e rimasero in vigore con alcune modifiche ma non
furono mai abrogate, anche quando il loro senso era considerato superato.
Le tavole sono andate disperse durante l'incendio Gallico del 390, venendo da allora affidate alla tradizione
orale che perdurò fino al I sec a.C. (Cicerone le conosceva).
Non possiamo quindi leggere né la versione originaria né quella riformata e riformulata in seguito;
possiamo conoscerne il contenuto solo a/raverso frammen9 riporta9 da autori successivi e da opere giurid.
Si ri9ene che il Commentario di Gaio delle XII Tavole, in sei libri, possa essere una traccia per comprendere
l'asse/o delle leggi decemvirali, ma se ne conservano solo pochi framm a/raverso i Digesta di Gius9niano.
Cicerone ad es disse espressamente che le XII Tavole iniziavano con la norma “si in ius vocat, ito”; sembra
dunque logico ritenere che il primo gruppo di norme comprendeva proprio quelli ineren9 al processo.
Livio le ha definite come “fonte di tu,o il diri,o pubblico e privato” (alcuni sono in disaccordo), infa@
probabilmente contenevano norme sulla provoca9o, sul divieto dei privilegia ecc…
Le XII Tavole, nonostante mantenessero in gran parte norme trad rispecchian9 i mores, contenevano anche
delle innovaz, e con alta probabilità furono introdo@ conce@ giuridici fru/o dell'influenza greca ES poena.

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III.5. Le leggi Valeriae Hora9ae
Dopo l’abdicazione dei decemviri, e l’instaurazione dell’interregum, nel 449 a.C. l’interrè di turno elesse due
consoli, che si fecero portatori di un ampio disegno legisla9vo favorevole alla plebe.
Furono emanate, quell’anno, le leges Valeriae [Link], in numero di qua/ro:
1. Lex Valeria Hora9a de tribunicia potestate à i patrizi riconobbero e is9tuzionalizzarono in maniera
formale la potestà tribunizia, rendendo sacer chiunque l’avesse violata.
2. Lex Valeria Hora9a de provoca9one à ripris9nava la garanzia della provoca9o ad populum.
3. Lex Valeria Hora9a de plebisci9s à secondo Livio avrebbe reso vincolan9 anche per i Patrizi le
deliberazioni dei concilia plebis -> inverosimile! l’equiparazione risale alla Lex Hortensia del 287 a.C.,
quindi è ritenuta un’an9cipazione storiografica.
4. Affidava ai magistra9 plebei la custodia dei senatoconsul9 -> inverosimile che fossero già scri@ e che
fossero custodi9 da magistra9 plebei.
III.6. Svolgimen9 is9tuzionali tra V e IV secolo.
445 a.C. passò un plebiscito, recepito in una lex publica, per superare il divieto di non connubium.
444/443 a.C. vennero is9tui9 dei collegi aper9 anche ai plebei (a cui accede/ero solo nel 400), con un
ver9ce a due composto da soli patrizi.
Tra il V sec e la prima metà del IV sec a.C., l'an9ca civitas delle gentes si trasforma in una nuova ci/à a
formazione mista patrizio-plebea. Con9nuano a coesistere ordinamen9 diversi ma sorgono nuove
is9tuzioni generate dalla fusione di patriziato e plebe.
III.7. Verso l’equiparazione. Le leggi Licinie Ses9e
A par9re dal 376 a.C. ci fu un periodo di vacanza del potere consolare unitamente ad anni di/atoriali.
La di6atura veniva usata dai patres per risolvere i contras9 esterni ma anche interni, estendo il di/atore
svincolato dai limi9 della provoca9o e dall'azione dei tribuni della plebe.
In questo contesto di instabilità, la posizione dei patrizi si era alquanto indebolita; i plebei avanzarono
quindi le loro richieste, ar9colate su tre fron9: probl dei debi9, possesso fondiario, accesso al consolato.
Le tre leges Liciniae [Link], furono il prodo/o di una poli9ca in favore degli interessi plebei:
- Legge de consule plebeio à ogni anno si sarebbe proceduto alla elezione dei Consoli, di cui uno plebeo.
- Legge de aere alieno à stabili la deduzione dal capitale in pres9to della quota di interessi già paga9 dai
debitori e la suddivisione in tre rate annuali della parte di debito rimanente.
- Legge de modo agrorum à limitò il possesso dell'ager publicus stabilendo la capacità massima di
sfru/amento in 500 iugeri.
Dal canto loro, i patrizi o/ennero in esclusiva la pretura, una magistratura molto imp perché deputata alla
iurisdic9o, che aveva l'imperium e le potestates funzionali ai propri compi9, e capacità di auspicare.
Al patriziato si andò progressivamente sos9tuendo la nobilitas, a cara/ere misto patrizio-plebeo, nella
quale era incluso chiunque annoverasse tra i suoi antena9 un nobilis = sog che avesse percorso la carriera
poli9ca fino al ver9ce. Homo novus era invece chi come Marco Cicerone percorreva per primo la strada
degli onori senza discendere da antena9 nobili.
III.8. Il senato
Il Senato l'organo principale perché permanente della poli9ca romana composto da una camera di
compensazione oligarchica alla quale partecipano agli ex magistra9 che rappresentano l’élite socio
economica ci/adina selezionata ogni quinquennio dai censori.
Ha la responsabilità della poli9ca estera poi vi sono due poteri riserva9 alla parte Patrizia dell'alto consesso:
> Interregnum à risale alla monarchia ma divenne uno strumento saltuario per conservare inta@ gli
auspici quando fossero scomparsi entrambi i Consoli in modo da evitare interruzioni nella successione.
> Auctoritas patrum à una sorta di autorizzazione necessarie per il regolare svolgimento di a@vità
comiziali. Era una specie di conferma da parte dei soli membri Patrizi del Senato delle deliberazioni
dell'assemblea popolare -> strumento di controllo.
Inizialmente avveniva post suffragium dal 339 in poi divenne ante suffragium.

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III.9. La giurisprudenza
Due a@vità, proprie del collegio pon9ficiale:
- composizione delle ac9ones = formulari processuali con cui i priva9 svolgevano le loro controversie;
- scien9a interpretandi = definire e svilupp regole di comportamento desunte dai mores e delle 12 tavole.
Alla fine del IV sec emerge un filone giurisprudenziale laico.
Il compito dei giuris9 si riassumeva nel responsun. La funzione si esplicava in tre direzioni fondamentali:
respondere, cavere e agere, indirizzate alla predisposizione di tes9 negoziali e azioni processuali.
Il parere del giurista aveva par9colare autorevolezza in virtù della sua sapienza giuridica, dall’abilità pra9ca
e della sua esperienza.
I responsa [Link] diventavano ius, e per questo rientravano fra le fon9 del diri/o.
III.10. Le magistrature
A) Consolato à magistratura maggiore, annuale, ordinaria e permanente -> non poteva non esistere
(l’interregnum ne eleggeva altri due). Al termine della carica rispond dell’uso fa/o dei propri poteri.
I poteri dei primi9vi magistra9 corrispondono a quelli del rex, ma con dei limi5:
o L’annualità.
o La collegialità, da cui deriva il diri/o di veto di uno nei confron9 delle decisioni dell’altro;
o La provoca9o ad populum contro le decisioni di messa a morte.
o L’intercessio dei tribuni della plebe.
I consoli venivano ele@ nei Comizi centuria9 ed erano dota9 di summa potestas e di imperium sia domi
(nella ci/à ed entro mille passi) che mili5ae (potere di guerra o al di fuori della sfera precedente).
Potevano convocare sia il senato sia i comizi centuria9 e tribu9 (e li presidiavano).
Indicevano la leva e comandavano l’esercito.
I consoli potevano opporre la loro intercessio vs gli a@ pos9 in essere dal collega (no dic9o di/atore).
Le funzioni erano ges9te a/raverso il turno o il sorteggio, ma il principio era di cooperazione.
Iniz svolgevano tu/e le funzioni che non appartenevano ad un magistrato specifico (censori, pretori).
B) Pretura à magistratura maggiore, annuale, ordinaria e permanente.
Godevano di potestas e imperium, ma potevano essere sogge@ alla intercessione dei Consoli.
Essa ebbe origine da un compromesso patrizio-plebeo del 367 a.C. (idem l’edilità curule).
Il pretore mantenne il controllo della giurisdizione; inoltre emanava un edictum in cui inseriva le
formule che avrebbe u9lizzato per la risoluzione delle controversie.
↳ da tale edi/o si sviluppò lo ius honorarium.
C) Di1atura à magistratura maggiore, straordinaria, des9nata a ges9re l'emergenza; veniva infa@
nominato da uno dei Consoli (dic5o) in caso di par9colari problemi per Roma.
Era dotato di summa potestas e di summum imperium (+ dei Consoli).
Rimaneva in carica al massimo sei mesi; doveva abdicare se l'emergenza fosse cessata prima e nel caso
in cui uscisse di carica il console che l'aveva nominato.
Non rispondeva del suo operato al termine della carica e fino al 300 a.C. non fu sogge/o ai limi9 della
provoca9o né dell'intercessione dei tribuni plebis.
Durante la di/atura, le altre magist conservavano i loro poteri, sempre però subordina9 al di/atore.
D) Censura à magistratura maggiore, ordinaria, non permanente.
Erano ele@ dai comizi centuria9 ogni 5 anni e la loro carica durava 18 mesi; svolgevano la funzione del
censimento (numerico e patrimoniale) dell'intera popolazione e dovevano annotare, a/raverso una
nota censoria quei comportamen9 dei ci/adini che risultassero contrari ai mores.
Inoltre, avevano il compito di aggiorn la compos del Senato scegliendo i migliori da entrambi gli ordini.
La collegialità censoria era perfe/a --> dovevano sempre operare congiuntamente ed accordo.
E) Tribunato della plebe à i tribuni plebis erano rappr dei plebei, ma nel 449 a.C. divennero magistra9.
Erano dieci, e venivano ele@ dai concili plebei ogni anno. Potevano esercitare: la coerci9o,
l'intercessione, lo ius agendi cum plebe (poi cum patribus), l'auxilium.
Con la lex Hortensia i plebisci9 furono pareggia9 alle leges.

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F) Edilità à gli edili plebei erano collab dei tribuni, e avevano funzioni di vigilanza e di polizia.
G) Edilità curule à coadiuvano ↑, e reg (in linea con i pretori) la vendita di schiavi e animali.
H) Questura à prima magistratura del cursus honorum, ele@ dai comizi tribu9; diverse funz ES cassa pub.
I) Vigin&sexviri à aiutavano i magistra9 poi divennero magistra9; trampolino di lancio per la questura.
III.11. Lex publica
Età monarchica à leges regiae = fon9 norma9ve decretali per le quali il coinvolgimento popolare era
limitato al suffragium.
Età rep à lex publica = proveniva dal popolo (e lo obbligava). ≠ lex contrat = reg pa@zio di una relaz priv.
Il populus acquisì infa@ la facoltà di es il proprio consenso a/raverso l'approv di una proposta di legge,
de/a roga5o, che poteva provenire solo da un magistrato cum imperio. L’acce/az popolare si innestava in
una complessa procedura ritualizzata, così come la stessa proposta, che era espressa con parole solenni.
Nel II sec il voto variò da espressione palese della volontà, a segreta, con le leges tabellariae.
La competenza legisla9va era propria, in primo luogo, dei comi9a centuriata; ma quando Roma si trovò a
governare territori sempre più ampi, si cominciò a convocare sempre più spesso i comizi tribu9 (+ semplici)
per la roga9o di una legge, tanto che la lex pubblica iniziò ad essere considerata non solo la legge centuriata
ma anche quella tributa.
Si rafforzò inoltre l'uso dei plebisci9, roga9 dai tribuni della plebe davan9 ai concilia plebis, e dal 287 a.C.
divennero vincolan9 come le leggi pubbliche
A Roma esistono quindi diversi 9pi di leggi in base all'assemblea votante: I plebiscita, lex tributa,
lex centuriata, e lex curiata (riservata al riconoscimento dell’imperium ai magist che ne erano 9tolare).
Lex rogata -> presupponeva la comiziale da parte del magistrato.
Lex dicta -> delibera magistratuale emanata senza l'intervento dell'assemblea; regolamento posto da chi
aveva il potere di imporlo ES disp dei censori sulla modalità di svolgimento del censimento.
Lex data -> legge rogata a Roma ma imposta ad una determinata provincia.
La legge si compone di un prece/o e di una sanzione (già dalle XII Tavole); le leggi comiziali avevano una
stru/ura più complessa, ar9colata in tre par9:
1. Praescrip9o à da9 formali dell'iter forma9vo del provvedimento, ES data -> importante per individuare
la norma in vigore grazie al principio della successione delle leggi nel tempo.
2. Roga9o à conce/o norma9vo della legge; no modificata, il popolo poteva solo acce/arla o respingerla.
3. Sanc9ones à 9piche della fase della crisi della Repub; servivano ad assicurare l'osservanza della legge.
à Clausole rafforza9ve -> rafforzamento del cara/ere obbligante ES richieste di giuramento,
sanzioni, divie9 per future modifiche.
à Clausole di coordinamento -> regolano il rapporto della legge con l'ord giuridico previgente.
Lex perfecta à prescrive il divieto e prevede l'inefficacia del comportamento a esso contrario.
Lex minus quam perfecta à sanziona il compimento di un a/o vietato, ma non ne comporta l'invalidità.
Lex imperfecta à vieta il comportamento, senza disporre conseguenze.
III.12. Processo penale
Nuovo modello à so/rae al popolo il ruolo giudicante, stabilendo delle cor9, e abbandona il sistema
magistratuale inquisitorio, per affidare l'accusa ai priva9.
Giurie -> composte inizialmente da senatori, poi contese tra ques9 e gli equites.
I giudici dovevano giudicare della colpevolezza o meno dell'imputato; la pena era predet dalla legge.
III.13. la crisi della repubblica.
Diversi fa/ori provocarono la crisi della Repup, che, dopo una serie di tenta9vi di intervento sulle cause
della crisi, esplose nel 133 a.C. con il tribunato di Tiberio Sempronio Gracco che con le sue proposte
incontrò l'os9lità della maggioranza del Senato e morì in uno scontro violento.
Ci fu poi un alternarsi di prese di potere, come l'ascesa di Silla, che res9tuì peso al Senato, abba/è il ruolo
dei tribuni della plebe e riformò il tema del processo penale.
Poi venne Cesare, che si contraddis9nse per le ripetute di/ature anomale; anch'egli cominciò un’ampia
serie di riforme, ma non ebbe il tempo di portarle a termine perché fu ucciso nel 44.

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IV. Il principato (cos9tuzione e ordinamento)
IV.1. La stru/ura poli9ca.
O6aviano, pronipote di Cesare e suo figlio ado@vo, a 19 anni aveva tentato di conquistare il potere
schierandosi nella fila di parte senatoria, per poi allearsi con Antonio e lepido.
I tre raggiunsero un'intesa sulla spar9zione dei poteri e delle province, che fu legalizzata nel 43 a.C. da un
Plebiscito che affidò poteri straordinari, cos9tuen9, per un 5 anni, ai triumviri reipublicae [Link].
Trascorsi 5 anni i triumviri con9nuarono a es i loro poteri anche in carenza di legi@mità, che arrivò solo nel
37, grazie a un voto popolare che prorogò l'esercizio del potere da parte dei triumviri per altri 5 anni.
O/aviano poi riuscì a liberarsi prima di Lepido nel 36, e poi di Antonio nel 31 con la ba/aglia di Azio.
Restò così solo a ges9re il potere.
Il 16 gennaio del 27 a.C. il Senato concesse a Gaio Giulio Cesare O/aviano, il 9tolo di Augusto.
Nel 23 a.C. Augusto depone il consolato che aveva ricoperto dal 31 e a luglio il Senato gli conferisce a vita:
è La tribunicia potestas: gli a/ribuisce la sacrosanc5tas, il potere di intercessione contro gli a@ di magist
ci/adini, e lo ius agendi cum plebe (= diri/o di controllo e di inizia9va nella vita cost dell'ord repub).
è L’imperium proconsulare maius et infinitum: 9tolarità del supremo comando militare, superiore a
quello degli altri proconsoli nelle province, senza limi9 né di spazio né di tempo.
è Lo ius agendi cum patribus: poter riunire il Senato e intervenire in qualsiasi momento della riunione.
Amministrazione dell’impero: accanto ai magistra9 troviamo nuovi funzionari (praefec. e curatores)
nomina9 dall'imperatore, spesso chiama9 a svolgere mansioni simili a quelli di organi repubblicani.
Viene is9tuita la figura del praefectus urbi, con funzioni di polizia; rappresentava il più alto dignitario
senatorio e aveva giurisdizione sia civile che penale.
Alla guardia personale dell'imperatore furono prepos9 due esponen9 dell'ordine equestre; questo stre/o
rapporto fece sì che la prefe/ura del pretorio diventasse il ver9ce della carriera equestre.
Al prefe/o del pretorio poi, furono a/ribuite anche importan9 funzioni giurisdizionali.
Nel 7 a.C. Roma viene suddivisa in 14 regiones; anche l'Italia fu divisa in 11 regiones, ma conserva una
condizione di privilegio, rappres princip dall'immunità del suolo; infa@, il potere centrale interveniva solo
raramente nella vita delle comunità.
I territori provinciali appaiono divisi in due par9:
- Provinciae populi -> fanno capo al populus. Governatori scel9 mediante sorteggio, e durano un anno;
- Provinciae Caesaris -> fanno capo al principes. Gov nomina9 dall'imperatore per un periodo non fisso.
L'a/ribuzione viene gius9ficata dalla natura pacifica o meno di tali zone, quasi che il principe si facesse
carico di quelle province che, per la loro turbolenza, necessitavano della presenza militare romana.
Province procuratorie -> territorio in cui sono stanziate truppe ausiliarie guidate da un esponente
dell'ordine equestre (=praefectus).
I nuovi funzionari crea9 da Augusto, dunque, sono tra@ non solo all'ordine senatorio, ma anche dai
cavalieri, che o/engono pos9 di notevole pres9gio e potere. Tale coinvolgimento rapres la profonda
trasformazione operata dal punto di vista amministra9vo rispe/o all'età repubblicana.
Problema della successione -> nessuna legge o prassi prevedeva la modalità di organizzazione della
successione al principe. Inoltre, il nuovo imperatore riceve il potere dal Senato e dal popolo, non dal suo
predecessore.
Si affermò comunque l'idea dinas9ca, più della metà degli imperatori del Principato sono divenu9 tali in
base al principio dinas9co a/raverso lo strumento dell'adozione.
IV.2. Le cogni9ones
Nel civile si crea uno spazio che Augusto in parte delega ai Consoli e al Senato, mentre nel penale si realizza
l'a/rib a O/aviano della facoltà di giudicare su richiesta, e del potere di agg un voto a quello dei giura9.
Si vengono così a formare una serie di cogni9ones (=a@vità istru/orie tese alla decisione) che restano al di
fuori dei sistemi che proprio Augusto codifica. Ispirata a capitone legata a valori giuridici tradizionali era
espressione di tendenze conservatrici
Tali a@vità si conformano a tre principi generali: la delega di giurisdizione, l'appello (principe sentenza
finale), l'avocazione (principe risolve le cause distogliendolo al giudice alla quale erano affidate).

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IV.3. i giuris9
La giurisprudenza classica comincia proprio con il Principato augusteo; il giurista esercita ancora la
professione essenzialmente aristocra9ca, ma cede poco a poco il posto al giurista funzionario e consigliere
del principe.
Viene inoltre introdo/o lo ius pubblici risponden. con il quale l'a@vità consul9va dei giuris9 viene
conservata, ma a livello più alto era so/oposta ora al controllo dell'imperatore. Solo i responsi dei giuris9
autorizza9 acquistavano un'immediata incidenza pra9ca, avendo vigore di legge, e ad essi se orientavano
giudici e tribunali nelle loro decisioni.
Nel passaggio al Principato di Augusto primeggiare sono due giusperi9:
- Labeone -> propone innova9ve soluzioni a mol9 problemi giuridici. La sua posizione poli9ca fu di rigido
conservatorismo repubblicano entrando in contrasto con la poli9ca del principe.
- Capitone -> vicino e legato ad Augusto, grazie al quale o/enne il consolato. Si dedicò sopra/u/o a
profili di diri/o pubblico e sacerdotale.
In questo ambiente nasce il fenomeno delle scuole:
- Scuola Sabiniana -> ispirata al capitone. Era Legata a valori giuridici tradizionali, era espressione di
tendenze conservatrici.
- Scuola Proculiana -> ispirata a Capitone. Fautrice di orientamen9 marcatamente progressis9 e di
precisione dogma9ca degli is9tu9.
All'interno della scuola Sabina si sviluppa la personalità di Gaio, noto per il commento alle XII Tavole, ma
sopra/u/o per le sue [Link] à unica opera della giurisprudenza classica giunta pressoché integra.
IV.4. I senatusconsulta
In Gaio 1.4, nel catalogo delle fon9 del diri/o, leggiamo che il senatoconsulto a forza di legge: non è più
quindi, come durante la rep, solo un'istruzione o una dire@va che ha nel il magistrato il suo des9natario,
ma può contenere vere e proprie situazioni di cara/ere generale.
Proprio con essi, si ha una profonda opera di riforma in se/ori non secondari di diri/o privato e criminale.
IV.5. Le cos9tuzioni imperiali.
Il termine cons9tu9o, nell’uso comune indica gli a@ norma9vi del principe. Le cost imperiali si dividono in:
• Generali:
Edicta à forma usuale per tu/e le comunicazioni dire/e al pubblico; il contenuto era più spesso di ambito
pubblicis9co che priva9ssimo.
Gli edi@ imperiali regolano dire/amente l'a@vità dei sogge@ dell'ord e la loro efficacia non cessa alla
morte del principe; gli edi@ del pretore, invece, cost un'autoregolamentazione dell'a@vità del pretore
stesso e hanno efficacia solo per il loro anno di carica.
ES Cons9tu9o Antoniniana -> concessa a tu@ (o quasi) gli abitan9 dell'impero la ci/adinanza romana; ES
Edi/o di Milano -> Costan9no e Licinio resero libero e pra9cabile il culto cris9ano;
ES edi/o di Tessalonica -> con il quale Teodosio primo fece del cris9anesimo la religione di Stato.
Mandata à sono istruzioni di servizio che l'imperatore invia ai funzionari e ai governatori delle province;
non erano ritenu9 immediatamente vincolan9 per i sogge@ dell'ordinamento ma solo nei confron9 di
coloro i quali erano indirizza9.
• Par9colari:
Decreta à sentenze del principe con il quale agisce su istanza dei suddi9 o risponde a domande di
magistra9 e funzionari. Il decretum riguarda un caso determinato o una lite tra due par9; ha normalmente
un'efficacia esemplare ed è des9nato a valere oltre il caso per il quale era stato emanato.
Ma perché il principe rappresenta l'apice dell'organizzazione giudiziaria le sue sentenze sono so/ra/e a
qualsivoglia impugnazione.
Rescripta à pareri che l'imperatore esprime su pun9 controversi di diri/o so/opos9 da un privato.
Epistula à risposta al quesito giuridico di un funzionario o di un magistrato.
Gli ul9mi due decidono la sola ques9one di diri/o in base all'esposizione dei fa@ fornita dal richiedente;
l'accertamento defini9vo dei da9 di fa/o eventualmente controversi spe/ava l'organo giudicante.
(ovviamente la auctoritas del principe rendeva difficile un dissenso radicale e aperto dai suoi pareri).

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V. L’impero assoluto
III sec, Diocleziano un militare il lirico esce vi/orioso dall'ennesimo momento di crisi is9tuzionale e militare
dell'impero.
Cara/eris9che che 9pizzano questa età sono: l'irrigidimento delle stru/ure di potere; la burocra9zzazione
più marcata degli appara9 amministra9vi; la poli9ca monetaria; l’organiz militare; il rapporto con il
cris9anesimo; la tendenziale par9zione del territorio dell'orbe romano, con la mol9plicazione dei ver9ci e
la fluidità delle sedie imperiali in Occidente.
Questa fase che inizia nel terzo secolo arriverà almeno fino al VII sec.
V.1. La Tetrarchia
Nel 284, dopo aver o/enuto il potere, Diocleziano associa nell'esercizio del potere un altro soldato:
Massimiano. Inizialmente fu Augusto, dunque formalmente collega di Diocleziano ma che mantenne una
inferiorità gerarchica (Diocleziano = Iovius; e Massimiano = Herculius -> rapporto padre-figlio).
Questo sistema di diarchico era org su base territoriale (Diocleziano Oriente, Massimiano Occidente).
Nel 293, si passò ad una tetrarchia governo a qua/ro sempre realizzato su base territoriale e Ad ogni modo
gerarchizzato: Massimiano (Augusto) nomina come suo Cesare per l'Occidente Costanzo cloro, e
Diocleziano nomina Galerio per l’Oriente.
L'impero risultò in tal modo diviso in 4 vaste aree territoriali con un numero di sedi imperiali crescente.
L'ord tetrarchico ebbe anche una funzione per regolamentare la successione al soglio imperiale favorendo i
legami familiari tra i tetrarchi in par9colare a/raverso il matrimonio dei Cesari con le figlie degli Augus9; in
questo modo si intendeva risolvere il problema della successione.
V.2 Nuova organizzazione del territorio
Alla quadripar9zione del territorio fece seguito a un'ampia riforma amministra9va che andò a incidere
sull'organizzazione che il primo Augusto aveva dato all'impero: vennero abolite le province augustee e
vennero create così 12 circoscrizioni amministra9ve (= diocesi), tre per ognuno dei tetrarchi, re/e da
Vicarii, e a loro volta suddivise in 101 province. Ciascun vicarius era so/oposto al prefe/o del pretorio.
Alcune diocesi potevano essere governate dire/amente dal prefe/o del pretorio.
V.3. La riforma tributaria
Vi furono poi ampie riforme in campo fiscale: Diocleziano nel 297 introdusse un vasto sistema di tassazione
basato sul potenziale tributario dei singoli individui (capita) e sui terreni da ciascuno possedu9 (iuga), e lo
collego a un nuovo censimento della popolazione dell'impero e della sua ricchezza da tenere regolarmente
ogni 5 anni.
Il dovuto fiscale era poi riscosso presso ciascun proprietario terriero dai decuriones.
V.4. L’edictum de pre9is
Diocleziano a/uò anche delle riforme monetarie per provare a reagire ha un importante fenomeno
infla@vo: nel 301 emise l’edictum de pre_s rerum venalium -> elenca de/agliatamente oltre mille beni di
consumo e stabilisce un te/o massimo dei vari prezzi; non ebbe il successo sperato: i prezzi fissa9 fecero
scomparire alcuni beni dal mercato per essere vendu9 al mercato nero.
V.5. Le persecuzioni
L'inizia9va di una grande persecuzione contro i cris9ani deve essere a/ribuita a Galerio, ma d'altro canto
Diocleziano non si oppose e inoltre pubblicò gli edi@ che scatenarono una violenta repressione:
- Primo -> ordinò la distruzione di tu@ gli edifici sacri; i cris9ani potevano essere so/opos9 alla tortura e
a severe pene fino alla morte e se liber9 devono tornare alla condizione di schiavi;
- Secondo -> determinò l'incarcerazione dei membri del clero;
- Terzo -> i prigionieri cris9ani che abiuravano dovevano essere libera9 subito, mentre contro gli altri si
doveva procedere con le più crudeli torture per costringerli all’apostasia;
- Quarto -> esige da tu@ i cris9ani dell'impero un a/o di sacrificio idolatrico.
Dopo l'abdicazione di Diocleziano, in Occidente cominciò a tornare da tranquillità, dato che Costanzo cloro
non era avverso al cris9anesimo. Mentre in Oriente la persecuzione fu più dura e lunga.

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V.6. Aspe@ ideologici e rappresenta9vi no
V.7. Da Costan9no alla defini9va divisione dell’impero
Diocleziano si ri9rò a vita privata nel 305 e morì nel 313. Intanto Massimiano era stato costre/o al suicidio.
[Link], figlio di Costanzo cloro, sconfisse l'usurpatore Massenzio nella ba/aglia di Ponte Milvio, che
tradizione rappresenta il suo avvicinamento al cris9anesimo, e poi con l'edi/o di Milano pose fine alla
persecuzione e liberalizzò il culto cris9ano. Inoltre, nel 324 sconfisse Licinio.
Costan9no si ritrovò così ad essere imperatore unico; la sua poli9ca si può sintet lungo tre linee principali:
1. Legi@mazione formale della nuova religione.
2. Fondazione di Costan9nopoli: doveva bilanciare la grandezza di Roma. La sua fondazione fu
essenzialmente imita9va. Sarà capitale dal 330 al 1453 dell'impero d'Oriente e poi di quello o/omano.
3. Riforme amministra9ve: i prefeC persero poteri militari, e aumentò il numero delle diocesi (13),
ognuna delle quali era ulteriormente di vita in provincie.
La successione di Costan9no si carat per la divisione dell'impero tra i suoi figli, che sarà superata dalla
riunificazione nelle mani del figlio Costanzo. A quest'ul9mo successe il cugino Giuliano che cercò di
ristabilire l'an9ca religione romana. Il cris9anesimo fu poi ripris9nato come religione dell'imperatore nel
regno del successore Gioviano.
La casata di Valen9niano I, intrecciata con la famiglia di Teodosio I, governò l'impero fino quasi agli esi9
suoi ul9mi in Occidente. Importante l'edi/o di Tessalonica, del 380, con la quale si dichiarò il cris9anesimo
religione ufficiale. Tale testo norma9vo venne poi incluso nel codice teodosiano.
Teodosio promosse una poli9ca di integrazione dei barbari, riunì tu/o il potere nelle sue mani e fu l'ul9mo
imperatore unico. Alla sua scomparsa gli successero i figli.
V.8. A@vità della giurisprudenza e codici priva9
So/o Diocleziano, compaiono Gregorio ed Ermogeniano, autori di due opere di raccolta di cos9tuzioni
imperiali che fondano un'idea fortuna9ssima nella modernità: quella del codex.
Codice gregoriano -> 292-293, non pervenutoci, erano probabilmente contenute leggi da Adriano in poi,
fino a Diocleziano. Era ripar9to in 14 libri.
Codice Ermogeniano -> diviso solo in 9toli; comprende buona parte in rescri@ dioclezianei, quasi come
completamento del gregoriano.
I due codici priva9 (non ufficiali) furono rimaneggia9 in successive edizioni che compresero anche leggi post
costan9niane e cos9tuirono la base per il codex Ius5nianus, rela9vamente a temi priva9s9ci.
V.9. Consuetudine e prassi: prospe@ve.
Il diri/o romano, fin dai primi sec del principato, convive con i diri@ locali.
Questo equilibrio si modificò effe/o della cons9tu9o antoniana, con la quale tu@ i sogge@ liberi
dell'impero divengono ci/adini -> si verifica l'incontro-scontro tra diri/o romano e prassi provinciali.
Nell'età dei Severi si può notare una certa comunicazione, con recepimento nel diri/o di Roma di una serie
di esigenze provenien9 da Oriente ellenis9co.
Diocleziano si oppose a molte pra9che prov, mentre Costan9no sembrò introdurre un a/egg più aperto.
V.10. La legge delle citazioni
Crisi del sistema giudiziario romano à il diri/o giurisprudenziale era controverso e il sistema non aveva più
la forza di stabilizzare a/raverso disegni autorevoli inoltre c'era ormai un diffuso sospe/o rela9vamente
all'a/endibilità degli scri@ degli an9chi giuris9.
426, Legge delle citazioni (a/ribuita a valen9niano III, bambino) à preferiva la possibilità di u9lizzare in
sede giudiziaria le opere in soli 5 giuris9 an9chi: Papiniano, Paolo, Ulpiano, Modes9no e Gaio.
In caso di contrasto, si stabilì il principio della magg, e in caso di parità prevaleva la posizione di Papiniano;
in assenza, il giudice poteva scegliere a sua descrizione.
Altri giuris9 cita9 dai 5 potevano essere u9lizza9 a condizione che fossero collaziona9 più manoscri@
dell'opera in ques9one.
La legge fu poi inserita nel primo codex Ius9nianus e decadde solo con la pubblicazione dei Digesta.

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V.11. Il Codez Theodosianus
429 à Teodosio emana una cos9tuzione con la quale conferì a una commissione di 8 membri il compito di
redigere due codici:
1. Des9nato allo studio, contenente le cos9tuzioni da Costan9no in poi;
2. Des9nato alla pra9ca, con le leges vigen9 tra@ dal codex gregorianum e da quello Hermogenianus.
Insieme si sarebbero dovu9 escerpire brani giurisprudenziali tra@ dalle opere degli an9chi giureconsul9.
435 à nuova cost con la quale modificò la commissione (tenne solo due membri) e aumentò il n a 16.
L'idea originaria for dimensionata: da due codici a uno solo, contenente le leggi da Costan9no in poi e non
contemplando più il confronto della giurisprudenza.
Il codex Theodosianus vide la luce il 15 Febbraio 438, e entrò in vigore anche in Occidente.
Fu la prima codificazione ufficiale a Roma; de/e grande importanza al cris9anesimo, ampia parte riservata
al diri/o burocra9co, meno l'a/enzione invece per il diri/o privato.
È ar9colato in 16 libri e in 9toli nei quali le cos9tuzioni sono inserite cronologicamente; la lingua è il la9no e
sono conserva9 gli estremi formali delle leggi (des9natario, luogo, data, imperatore emanante).
Dal 438 vengono emanate cos9tuzioni imperiali con aggiunte e modificazioni allo stato di diri/o che
saranno raccolte come novellae post-teodosiane.
V.12. Leggi romano-barbariche
476 à caduta dell'impero occidentale, con l'ul9mo 9tolare Romolo Augusto -> Si ebbe l'incontro e la
progressiva fusione degli ordinamen9 barbarici a matrice consuetudinaria con il diri/o romano:
- Re Eurico fa scrivere in la9no una legge che doveva raccogliere il diri/o visigoto, ma era già influenzata
da quello romano-teodosiano.
- Alarico II promuove una compilazione, il breviarium Alaricianum, che con9ene tracce di Teodosio,
Paolo, Gaio, Papiniano, codice Gregoriano ed Ermogeniano. Esso diverrà uno degli elemen9 della
fusione del diri/o romano e di quello germanico.
- Gundobado, favorisce una compilazione u9le a risolvere le controversie tra romani e germani la lex
romana bugundionum.
- Il re ostrogoto Teodorico il grande (dopo Romolo augusto o/enne il potere d’Italia) emanò l’edictum
Theodorici, con disposizioni che variavano sia per i romani che per gli ostrogo9.
La Chiesa con9nuò ad u9lizzare il diri/o romano, forgiandone una sua versione -> il diri/o canonico.
VI. Gius9niano e la grande compilazione
[Link] grande imperatore (527-565) e legislatore concepisce riesce a realizzare un programma di vasta
portata: si proponeva di compiere una duplice restaurazione dell'impero da raggiungersi con iura et arma.
Voleva res9tuire all'impero gli an9chi confini, e allo stesso tempo preparare una legislazione conforme alle
esigenze dei tempi ma così aderente alla tradizione romana da presentarsi all'esterno come il coronamento
dell'opera della giurisdizione classica.
VI.1 Il primo codice
Febbraio 528 à Gius9niano iniziò con il disporre un nuovo codice, una nuova raccolta di cos9tuzioni, a
par9re dall'età di Adriano, che avrebbe dovuto sos9tuire i tre preceden9 (greg, ermo e teodo).
La commissione sovrintesa da Giovanni di Cappadocia lavorò velocemente e il primo codice di [Link]
(che non è giunto a noi) fu pubblicato nel 529 con la cos9tuzione Summa rei publicae.
Le leggi in esso comprese erano precedute da una inscrip5on à indicazioni dell'imperatore da cui
promanava la cost; e seguita da una subscrip5o à data e il luogo di emanazione dell'a/o imperiale.
Dopo qua/ro anni, fu però sos9tuito, ma rapres cmq un progresso dal punto di vista tecnico in quanto non
lasciava al di fuori di sé alcuna raccolta legisla9va.
Ogni richiamo ai vecchi codici era vietato. Nei tribunali si poteva far ricorso ai libri di giuris9 an9chi e
allegarne le opinioni solo quando fossero in armonia con le cos9tuzioni del codice.
Ne faceva parte anche la legge delle citazioni, ciò significa che per quanto riguarda l'uso degli iscri@ giuridic
classici si seguivano le scelte ado/ate un secolo prima.

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VI.2. I Digesta
15 dicembre 530 à Gius9niano coadiuvato da Triboniano, con la cos9tuzione Deo auctore, disegna le linee
di un nuovo programma: l'imperatore orienta i suoi commissari facendo rif a due raccolte: una prima
contenente le cos9tuzioni (= codice già emanato) e l'altra il diri/o tra/o dalla le/eratura giuridica an9ca.
↳ questa seconda raccolta veniva proge/ata in quel momento con il nome di digesta o pandectae e
avrebbe dovuto contenere i iuria -> frammen9 escerpi9 dagli scri@ degli an9chi giuris9.
Dei lavori fu incaricata una commissione presieduta appunto da Triboniano, e per portare a termine l'opera
furono le@ circa 2000 libri e oltre tre milioni di righe.
I Digesta furono pubblica9 il 16 dicembre del 533 con la cos9tuzione bilingue Tanta/Dedoken.
Non si tra/ò di una mera riproduzione an9quaria fine a sé stessa. Le opere venivano valutate, analizzate ed
emendate; bisognava abolire ripe9zioni e contraddizioni e mod eventualmente il de/ato originario.
I Digesta erano org in 50 libri, divisi in 9toli. Ogni 9tolo porta una rubrica con una breve indicazione del
contenuto. I brani eserci9 venivano giustappos9 secondo un ordine tale da suggerire l'impressione di
essere frammen9 ricompos9 di un discorso unitario; inoltre venne conservato per ogni brano una
inscrip5on contenente il nome del giurista e l'indicazione dell'opera originaria.
Come hanno fa,o in così poco tempo? Bluhme, a/raverso uno studio ipo9zzò che le opere da esaminare
fossero state divise in tre gruppi differen9, affidate ciascuna ad una so/ocommissione:
- una massa salviniana, che avrebbe contenuto opere di ius civile;
- una massa edi/ale, con opere di ius honorum;
- una massa papiniano, basata su opere di casis9ca, ques9one e responsa;
- una appendix, con un ul9mo gruppo probabilmente eccepite a lavori già inizia9.
Una volta terminata la prima fase, le tre commissioni avrebbero lavorato insieme per organizzare e
sistemare so/o le singole rubriche i materiali scel9.
VI.3. Le Ins9tu9ones
Gius9niano diede l’incarico a Triboniano, Teofilo e Doroteo di compilare per le scuole un tra/ato
elementare che sos9tuisse le Is9tuzioni di Gaio.
Le [Link] di [Link] vengono pubblicate nel 533, e furono indirizzate alla cupida legum iuventus.
Si ispiravano al modello gaiano ma anche ad altri libri di is9tuzione classiche di note giuris9.
In esse non si fa rif alle fon9 e si fece in modo che nel manuale parlasse in prima persona l'imperatore.
Erano divise in 4 libri: 1. persone; 2. cose, proprietà, diri@ reali, testamen9; 3. successioni intestate,
obbligazioni da contra/o; 4. obbligazioni da deli/o, azioni nell'ambito del processo privato e argomen9
pubblicis9ci con elemen9 di diri/o criminale.
VI.4. Il secondo Codice
Nel fra/empo, il primo codex necessitava di un aggiornamento, infa@, erano state emanate altre
cos9tuzioni che furono nel fra/empo raccolte nelle Quinquaginta decisiones.
Nella seconda edizione del codice gius9nianeo, la legge delle citazioni non è stata più riproposta, proprio
perché l'opera di raccolta degli iuria che erano conflui9 nei Digesta rendeva superflua una cos9tuzione che
stabilisce criteri di preminenza o importanza di alcuni giuris9 su altri, avendo conferito uguale dignità a tu@
i giuris9 (scri/o anche nel parag 6 della cost Deo Auctore).
Il Codex [Link] [Link], pubb con la cost Cordi nel 534, è l'unico che ci è pervenuto.
È stru/urato su 12 libri, divisi in 9tuli, che portano una rubrica con indicazione sinte9ca del rela9vo
contenuto; le cos9tuzioni, nei 9tuli, sono riportate in ordine cronologico.
VI.5 Le Novellae
Novellae à provvedimen9 nuovi, successivi a quelli contenu9 nel codex.
Delle novelle gius9nianee se ne ebbero diverse raccolte private che sono arrivate a noi: una greca che
raccoglie 168 novelle di Gius9niano, l'Epitome Iuliani (più an9ca) con 124, e l'Authen5cum con 134.
Le novelle cost la cosidde/a legislazione corrente gius9nianea; presentano un contenuto eterogeneo,
evidentemente pubblicis9co, ma non solo. Alcuni di esse, priva9s9che, riformano intere branche del diri/o.

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Cap secondo: conce_ e linguaggio
I. Introduzione metodologica
[Link] di diri/o romano -> “ins9tuere”, rimanda allo scopo, 9pico ed esclusivo di questo corso, di
fornire ad un pubblico di studen9 alle prime armi gli strumen9 di base per poter penetrare nel mondo del
diri/o. Tes9 di ins9tu9ones con analoga funzione erano diffusi anche in età romana e anch'essi guidavano
gli studen9 novelli al primo approccio con gli iura populi romani.
L'u9lità di un insegnamento come quello romanis9co sta nella stessa tradizione del diri/o occidentale, cioè
nelle modalità con cui il diri/o italiano e di altri paesi europei e del mondo, è stato costruito nei secoli che
ci separano l'esperienza romana
ES il Corpus Iuris Civilis di Gius9niano rimase dri/o vigente fino al pieno se/ecento; inoltre, con la nascita
delle prime università il modello romano dell'aggiornamento giuridico e divenne esemplare.
II. Il Corpus Iuris Civilis da Gius9niano alle codificazioni o/ocentesche
[Link] nel 527 divenne imperatore dell’Impero d'Oriente, fino al 565 (morte).
Iniziò immediatamente la sua opera più duratura: il riordinamento del diri/o ereditato dal grande passato
di Roma.
Iniziò quindi emanando nel 529 il primo codex [Link], raccolta di cos9tuzioni imperiali, riedita con
ampie aggiunte nel 534. Diviso in 12 libri a loro volta divisa in 9toli con apposita rubrica, la nuova edizione
conteneva cos9tuzioni a par9re dal Regno di Adriano.
Nel 533 segui con la pubb dei Digesta, raccolta di tes9 della giurisprudenza classica, e delle [Link],
manuali elementare di diri/o in qua/ro libri des9na9 agli studen9 di prima formazione.
Conclusa la fase delle grandi compilazioni iniziò quella della legislazione novellare: fino alla sua morte
con9nuò ad eme/ere cos9tuzioni che non furono raccolte ufficialmente all'interno del codex e dunque non
subirono interven9 di massimazione ed emendazione.
II.1. La sorte della compilazione gius9nianea dopo la morte di Gius9niano.
Gius9niano era riuscito nell'intento di ricostruire il grande impero unitario della Roma classica ma queste
conquiste si rivelarono effimere, visto che già pochi anni dopo la sua morte mol9ssime terre furono riperse.
L'impero d'Oriente allora abbandonò le sue mire in Occidente, lasciando così spazio alla formazione del
Sacro Romano Impero.
Così anche la codificazione gius9nianea, che era stata resa vigente in Occidente nelle varie parentesi della
riconquista, fu per lui più rispedita in Oriente, dove per secoli (1453) rimase alla base dell'insegnamento
universitario e del diri/o applicato.
In Occidente invece la conoscenza della compilazione si man9ene soltanto nelle terre rimaste legate a
Bisanzio; altrove l'eredità giuridica romana si mantenne in forme più o meno rudimentali. La legge romana
con9nua, infa@, ad essere vigente oltralpe nella forma rido/a delle leggi romano barbariche
(Bugundionum), che ricevevano per lo più i contenu9 della codificazione teodosiana, ma la compilazione
gius9nianea, almeno in Italia, con9nuò a circolare.
II.2. La scuola dei glossatori
Nella seconda metà dell’XI sec, a Bologna, si ritornò alla le/ura dire/a e completa dei tes9 gius9nianei
abbandonando gli estra@ e le epitomi diffusi in precedenza.
Nel giro di poche generazioni nacque la scuola dei glossatori, così denominato per l’uso sistema9co della
glossa = spiegazione apposta dal maestro alle singole parole ed espressioni del testo.
I glossatori acquisirono una coscienza anali9ca della le/era; inoltre, ne riplasmarono il significato per
adeguarlo alla nuova mentalità, e, integrandolo con il diri/o canonico e consuetudinario, ne fecero la base
per la prima elaborazione dogma9ca che il diri/o occidentale abbia conosciuto.
Fu in quest'epoca che prese piede il conce/o di ius commune (rapres dal diri/o romano gius9nianeo nella
reinterp dei maestri di Bologna, con le integrazioni dal diri/o canonico e dalle consuetudini locali) à un
diri/o legato all'idea di impero universale voluto da Dio, nonché vincolante per la pluralità gli ord, in quanto
considerato un modello assoluto di razionalità ed equità e quindi superiore alla miriade di diri@ par9colari.
Per i glossatori, dunque gli iura propria, valevano solo in caso di silenzio dello ius commune.
L'esperienza dello ius commune unì i paesi dell’Europa con9nentale (no l'Inghilterra, common law).

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II.3. La scuola dei commentatori
La fase più crea9va della scuola dei glossatori si chiuse nella prima metà del XIII sec, con la pubblicazione
della Magna Glossa di Accursio che accostava ai tes9 originali del Corpo Iuris di Gius9niano, un'ampia
selezione di glosse tra/e dall'immenso materiale accumulatosi nell'a@vità scien9fica dei glossatori.
L’opera rispondeva ad un'esigenza di semplificazione e di riordinamento fortemente sen9ta all'epoca, per
questo riscosse subito un enorme successo e divenne il testo ufficiale della glossa.
Tu/avia, essa segnò anche la ba/uta d'arresto della scuola di glossatori perché il loro scopo originario era
ormai raggiunto.
Questo era il momento propizio per la nascita e diffusione di un nuovo indirizzo di studi, il cui strumento
principale era la logica aristotelica.
Il principale tramite per la diffusione del nuovo strumento in ambito giuridico fu l'opera di San Tommaso
d’Aquino, che iniziò a servirsi degli strumen9 diale@ci della filosofia anche per provare i dogmi della fede e
per proporre una sintesi teologica non più legata all’agos9nismo.
I giuris9 do@ cominciarono ad u9lizzare gli strumen9 diale@ci della filosofia tomista per un nuovo
approfondimento di materiale giuridico gius9nianeo.
Nacquero così i commentatori, che a/raverso un esegesi testuale secondo passaggi logici ben defini9,
federo tesoro dell’esperienza dei diri@ locali funzionali alla soluzione dei casi pra9ci e disponibili all'uso
dell'analogia: il testo infa@ veniva dapprima diviso in par9, poi spiegato ed esemplificato con casi pra9ci,
quindi esaminato nei suoi aspe@ più significa9vi anche in risposta alle eventuali obiezioni e, infine,
presentato in base alle differen9 interpretazioni cui poteva dare luogo.
Emerse così un nuovo ceto di giuris. consulen. a@vi nelle realtà locali e propensi ad ada/are gli is9tu9 del
diri/o gius9nianeo alle nuove esigenze della società medievale.
Si ebbe anche la progressiva crisi l'idea di impero universale, dovuta alla pressione sempre più marcata
esercitata dagli ordinamen9 par9colari; ciò provocò il ridimensionamento del ruolo dello ius commune
rispe/o agli iura propria -> i commentatori riconobbero la preminenza di ques9 ul9mi sullo ius commune,
che fu rido/o a fonte supple9va nel caso di lacune di quelli.
II.4. La recezione del diri/o comune in Germania.
Dal XIV sec, l'abbondanza dell'interpretazione divenne tale che alle cor9 giudican9 venne naturale
a/ribuire valore determinante, ai fini delle decisioni, alla communis opinio doctorum.
Ciò svalutò sia l'a@vità crea9va della giurisprudenza consulente, sia il libro convincimento del giudice.
Nell'impero germanico però, dove la ricezione del diri/o comune fu facilitata dai mo9vi poli9ci in quanto
era ancora considerato il diri/o imperiale capace di dare unità ai par9colarismi locali, l’is9tuzione di
tribunale centralizza9 det la nascita di un ceto di giudici professionali, che potevano svolgere autonom le
loro ricerche; la conseguenza fu che le consuetudini forensi dei tribunali e i preceden9 giudiziari assunsero
forza vincolante cosicché la communis opinio doctorum, fino a quel momento autoreferenziale, cominciò
ad essere accolta soltanto previo il benestare dei giudici.
II.5. La Francia e l’umanesimo giuridico, l’Olanda e l’usus modernus Pandectarum.
La recezione del diri/o comune in Francia fu limitata perchè la monarchia tese a privilegiare il diri/o
consuetudinario; inoltre la stessa idea di Stato assoluto aveva portata con sé il rifiuto del diri/o
preesistente, casis9co e dominato da giuris9 e non prodo/o dal sovrano.
Questo spiega perché proprio in Francia andò a sviluppandosi una nuova a/enzione ai tes9 giuridici an9chi,
denominata mos gallicus: nelle uni francesi venne instaurandosi un approccio di 9po umanis9co cui scopo
era quello di applicare l’erudizione classica allo studio e alla correzione delle fon9 giuridiche, e di fare uno
strumento per addentrarsi maggiormente nella ricerca del genuino senso delle leggi di Roma.

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II.6 Il giusnaturalismo
Giusnaturalismo à corrente filosofico-giuridica diffusasi a par9re dal XVII sec e basato sull’idea
dell’esistenza di un diri/o naturale universalmente valido a cui il diri/o posi9vo dei singoli ordinamen9
locali avrebbe dovuto conformarsi.
Il Diri/o naturale fu inteso come l’insieme delle regole di condo/a risponden9 ad un ordine razionale,
so/ra/e ai mutamen9 della storia, universalmente valide e intrinsecamente superiori per dignità e valore a
quelle del diri/o posi9vo, creato invece dall’uomo per le esigenze di volta in volta manifestatesi nelle varie
fasi dello sviluppo storico-sociale.
Si ha quindi il progressivo esautoramento della tradizionale autorità del Corpus Iuris; inoltre si hanno nuovi
tenta9vi di esprimere il diri/o vigente, secondo ragione, in sistemi organici.
Le nuove teorie furono foriere di grandi sviluppi anche sul piano della dida@ca giuridica: nella tradizionale
bipar9zione diri/o civile- diri/o canonico, si sos9tuì via via un piano di studi frazionato in diverse discipline
fra cui il diri/o pubblico, penale sostanziale, processuale, diri/o locale e diri/o naturale.
Le teorizzazioni dei giusnaturalis9 non mancarono di fare presa sui primi tenta9vi di codificazione ES ALR.
II.7. La codificazione napoleonica.
Francia -> una commissione riunita nel 1800 da Napoleone, emanò nel 1804 il Code Napoléon.
Il modello francese si estese rapid a tu@ i paesi domina9 diret o indiret dalla Francia, e diede l'avvio al
processo di codificazione del ius 9pico del XIX sec.
Segnò il superamento del giusnaturalismo a favore di una nuova concezione, quella posi9vis9ca, che
intendeva il diri/o codificato come supremo, esclusivo, completo, privo di lacune e capace di risolvere ogni
possibile controversia sulla sola base della le/era della legge e senza un intervento crea9vo dell'interprete.
Si parla in par9colare di scuola dell'esegesi con rif al gruppo di civilis9 o/ocenteschi che privilegiano la
forma del commentario ar9colo per ar9colo della norma9va codicis9ca sforzandosi di basarsi sulla sola
le/era del testo o sulla volontà del legislatore espressa nei lavori preparatori.
II.8 La Scuola storica tedesca
Germania -> l'occupazione francese, insieme alla diffusione degli ideali del roman9cismo, fecero scoppiare
quei sen9men9 nazionalis9ci che erano rimas9 per lungo tempo sopi9.
Dopo una serie di avvenimen9 si arrivò alla proclamazione, nel 1871 a Versailles, dell'Impero tedesco.
Durante questo lungo periodo diri/o romano aveva perso la sua legi@mazione di diri/o imperiale e anche
la sua qualificazione di diri/o sussidiario.
Al contempo era nata la Scuola filosofica, che si proponeva di disporre tu/o il diri/o vigente in un ordine
sistema9co, organizzato con un metodo matema9co.
In tal contesto, secondo alcuni, il codice napoleonico avrebbe dovuto essere preso ad esempio per una
nuova codificazione unitaria o/enuta tramite un accordo fra i principi tedeschi.
A queste idee, Fredrich Carl von Savigny oppose la convinzione che il diri/o posi9vo di ogni nazione
dovesse essere un insieme di is9tu9 e regole giuridiche ad essa peculiare, ogge/o di una formazione
spontanea e progressiva, mentre una codificazione avrebbe avuto l'effe/o di stabilizzare nel mondo
tedesco un diri/o ormai asfi@co e decaduto.
↳ nasce, per inizia9va di Gustav Hugo e sopra/u/o di Savigny, la Scuola storica tedesca, il cui programma
consisteva nell'elaborazione sistema9ca di una scienza diri/o tedesca a/raverso la rivalutazione e
l'approfond delle sue componen9 storiche: diri/o romano e diri@ consuetudinari di matrice germanica.
La scuola storica, nata in an9tesi al giusnaturalismo, con la pande@s9ca finì per rappresentarne
un'evoluzione: ES l'u9lizzo della specificazione dei conce@ giuridici già elabora9 dai giusnaturalis9, le fon9
gius9nianee come base della nuova costruzione sistema9ca del diri/o posi9vo.
E, come il giusnaturalismo che aveva influito sulle cod prussiana, austriaca, francese, così la pande@s9ca
fornì le premesse teoriche necessarie per giungere, il 1° gennaio del 1900, all'entrata in vigore del BGB.

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II.9. La situazione italiana
Italia -> in bilico fra l'esperienza francese e quella tedesca: i codici preunitari e il primo c.c. dell'Italia unita
del 1865, avevano seguito il modello del Code Napoléon; ma dalla seconda metà del XIX sec, su inizia9va di
alcuni studiosi cresciu9 nei domini italiani d’Austria, e dunque più aper9 le nuove spinte culturali delle aree
tedesche, le nuove istanze della scuola storica e della pande@s9ca iniziarono a divulgarsi in Italia.
Ne derivò una bivalenza fra il diri/o posi9vo rappresentato dal c.c delle 65 di matrice francese, e una
scienza giuridica improntata alla pande@s9ca e tesa alla costruzione e all'insegnamento di un sistema
giuridico fondato sui conce@ dogma9ci elabora9 in area tedesca.
Un'importante novità nell'insegnamento romanis9co in Italia si ebbe nel 1885 con l'introduzione del corso
di storia del diri/o romano che dapprima si occupò esclusivamente dalla descrizione delle fon9 del diri/o
romano, ma nel corso del ‘900 si estese a materie di diri/o pubblico cos9tuzionale amministra9vo fino ad
allora dominio esclusivo degli storici.
III. Cenni alle principali categorie dogma9che dei sistemi di civil Law
Le famiglie a cui diversi sist giuridici del mondo fanno capo sono essenzialmente due: Civil e Common law.
I primi sono accomuna9 dall'esperienza delle codificazioni del XVIII-XIX sec.
III.1. Dogma9ca giuridica
Sistema dogma9co à re9colato di conce@ logicamente connessi fra loro che la scienza giuridica
occidentale al disegnato allo scopo di descrivere completamente e tecnicamente il fenomeno giuridico.
Esso è divenuto l'alfabeto comune di ogni giurista di civil law.
III.2. Ordinamento giuridico dello stato
Ord giuridico à insieme delle norme giuridiche des9nate a regolare la vita di una comunità organizzata in
un dato momento storico.
Si può parlare di ord giuridico con rif a qualsiasi comunità organizzata (non solo stato) purché le norme da
questa de/ate siano coercibili.
Stato à fenomeno di organizz poli9ca i cui elemen9 cos9tu9vi sono il popolo, il territorio e il governo.
↳ La nozione di stato è del tu/o estranea all’esperienza giuridica del mondo romano.
Infa@, l’idea di stato si è sviluppata a par9re dal XVIII sec, con la nascita dello Stato Assoluto; poi seguì
quella dello Stato Liberale e “di diri/o”, e infine quella a/uale dello Stato Sociale.
III.3. Il diri/o posi9vo e le fon9 del diri/o: sist chiusi e sist aper9
Diri/o posi9vo à diri/o statuale vigente in un dato tempo e luogo, interpretato e applicato dalla
giurisprudenza dei tribunali e ogge/o di riflessione scien9fica da parte della do/rina.
Fon9 del diri/o à quei fa@ o a@ che l'ordinamento giuridico riconosce come idonei ad introdurre
nell'ordinamento stesso nuove norme giuridiche.
- Sistema chiuso -> le sue fon9 del diri/o sono essenzialmente i provvedimen9 norma9vi emessi dagli
organi cos9tuzionali a ciò legi@ma9, mentre i giudici si limitano ad interpretare la norma ed applicarla
al caso concreto. Tali sistemi si fondano sul principio cos9tuzionale della separazione dei poteri.
Le norme giuridiche dei sistemi chiusi sono di regola generali ed astra/e.
- Sistema aperto -> pur non mancando fra le fon9 del diri/o i provvedimen9 norma9vi emessi da organi
con funzione legisla9va, si considerano legi@ma9 ad innovare il diri/o esistente anche sogge@ terzi
come i giudici.
Tipico sist aperto fu quello romano dell'età classica. Lo si vede bene da una definizione del giurista
Papiniano conservata nei Discesa di Gius9niano: “è diri/o civile quello che deriva dalle leggi, dai
plebisci9, dai senatoconsul9, dai decre9 principi, dall'auctoritas dei giuris9. È diri/o pretorio quello che
i pretori hanno introdo/o per aiutare, supplire o correggere il diri/o civile per cause di pubblica u9lità;
è chiamato anche diri/o onorario essendo così denominato in base all'honus (=carica) dei pretori.

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III.4. Diri/o pubblico e privato
Il diri/o viene tradizionalmente dis9nto in pubblico e privato.
Nella ricerca dei criteri più idonei a me/ere in luce la differenza fra le due aree del diri/o, la do/rina ha
spesso richiamato una celebre definizione giurista Ulpiano tra/a dal I Libro delle sue Ins9tu9ones:
“è diri/o pubblico quello che riguarda l'asse/o della comunità romana, privato quello che riguarda l'u9lità
dei singoli. Il diri/o pubblico concerne le cose sacre, i sacerdozi, le magistrature. Il diri/o privato è
tripar9to: è composto infa@ dai prece@ naturali, delle gen9 e civili”.
Tale bipar9zione assume nel contesto an9co e in quello a/uale una valenza radicalmente diversa: il che
dipende dall’assenza, nel mondo romano, del conce/o di Stato nazionale a/orno al quale si è definita la
categoria a/uale del diri/o pubblico.
‘Pubblico’ in senso stre/o, per i romani soltanto ciò che appar9ene al populus Romanus, il quale a/raverso
i suoi organi rappresenta9vi esercita piena sovranità nei confron9 delle comunità locali.
Per questo i processi di cui fossero parte a/rice municipi o colonie, pur avendo di per sé un contenuto
pubblicis9co, seguivano lo schema di giudizi priva9; anzi spesso il ruolo di a/ore era a/ribuito non ai
magistra9 o rappresentan9 processuali dell'ente, ma a priva9 ci/adini membri della comunità.
III.5. Diri/o sostanziale e diri/o processuale.
Diri/o sostanziale à regole de/ate dall'ordinamento per disciplinarne i rappor9 fra sogge@.
Diri/o processuale à regole a/e a predisporre la tutela giurisdizionale delle situazioni giuridiche che si
intendono violate.
I sistemi odierni hanno elaborato il conce/o di azione come categoria generale a9pica: la tutela
giurisdizionale viene assicurata a chiunque si affermi 9tolare di un diri/o sostanziale riconosciuto come tale
dall'ordinamento, indipendentemente da una norma che a/ribuisca, per il diri/o che si assume violato, una
specifica azione.
Nel mondo romano le azioni erano invece 9piche cioè specifiche e nominate per ciascun diri/o fa/o valere.
Inoltre il pretore poteva introdurre col suo edi/o una nuova formula di azione per tutelare situa giuridiche
fino al momento non tutelate -> ius edicendi: all'inizio dell'anno di carica il magistrato emanava un edi/o
giurisdizionale nel quale era riportato il tenore le/erario di tu@ i provvedimen9 che avrebbe emanato. Fra
ques9 provvedimen9 vi erano le formule delle azioni giudiziarie; formule che potevano essere civili (=già
previste dallo ius civile), oppure pretorie (= di dire/a creazione magistratuale).
III.6. Il sogge/o di diri/o.
Sogge/o di diri/o à la persona riconosciuta dall'ordinamento come capace di essere 9t di situazioni
giuridiche sogge@ve, a@ve o passive. Sogg di diri/o sono:
- Persona fisica = l’uomo dal momento della nascita e fino alla morte; con la nascita acquista oggi la
capacità giuridica -> capacità di essere 9tolare di diri@ e obblighi; egli diviene invece capace di agire
(= compiere validamente a@ giuridici) soltanto quando è in grado di curare autonomamente i propri
interessi, normalmente con la maggiore età.
- Persona giuridica -> organizzazione colle@va che abbia acquistato la personalità giuridica.
Queste categorie vennero elaborate non prima del XVIII sec.
Par9colare influenza per l’avvio di tale processo fu la riflessione di Jean Domat: so/olineò che, rilevan9 per
il diri/o privato, sono soltanto le qualità naturali delle persone, non la condizione di libero/schiavo,
ci/adino/straniero che sono invece qualità meramente arbitrarie, storicamente det e dunque rilevan9 per il
solo ambito pubblicis9co.
↳ Ciò minò dalle fondamenta l'idea tradizionale di origine romana che, non l'uomo in quanto tale fosse
centro di imputazione di situazioni giuridiche, ma soltanto quell'individuo che l'ordinamento ritenesse tale
in quanto dotato di libertà, ci/adinanza ed una posizione di supremazia all'interno della famiglia.

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III.7. il rapporto giuridico e le situazioni giuridiche sogge@ve.
La categoria ‘diri/o sogge@vo’ descrive la realtà dei rappor9 fra i priva9 dal punto di vista del 9tolare
dell'interesse prote/o dall'ordinamento; infa@, come scriveva Savigny, il diri/o serve prima di tu/o a
garan9re al singolo la protezione della sua sfera di libertà.
Tale sfera di libertà tu/avia trovata il suo limite necessario nella libertà dell'altro.
Ponendo quindi l'a/enzione sulla relazione fra i 9tolari degli interessi contrappos9, alla categoria di diri/o
sogge@vo si sos9tuisce quella di rapporto giuridico.
I sogg di un rapporto giuridico sono de@ par9 e si dis9nguono in sogge/o a@vo = colui a cui l'ordinamento
riconosce un determinato potere, e sogge/o passivo = colui su cui grava il dovere di adempiere.
Si dice invece terzo ogni sogge/o estraneo al rapporto giuridico.
Per prestazione si intende poi l'a@vità umana ritenuta idonea a soddisfare l'interesse prote/o dall'ord.
La categoria di diri@ sogge@vi a cui la figura del rapporto giuridico si a/aglia con maggiore evidenza è
certamente quella dei diri@ personali o rela9vi, dove il rapporto assume la denominazione di obliga9o,
definita nelle fon9 romane proprio come un vincolo giuridico in forza del quale un sogge/o è tenuto a
seguire determinata prestazione a favore di un altro.
Tu/avia, si parla di rapporto giuridico anche con riferimento ai diri@ patrimoniali assolu9, cioè quelli che
presuppongono un potere esclusivo dell'uomo su una cosa.
In questo caso esiste in capo a tu@ consocia9 un generale dovere di astensione rispe/o all'esercizio del
diri/o assoluto sulla cosa da parte del suo 9tolare.
La formulazione in ques9 termini della bipar9zione diri/o assoluto-diri/o rela9vo trova plas9ca
corrispondenza, in diri/o romano, nelle formule delle azioni in rem e in personam.
- ES azione reale di rivendica -> nella forma dell'azione di rivendica la pretesa dell'a/ore è quella di
o/enere il riconoscimento da parte del giudice che la cosa ogge/o del giudizio è sua in base al diri/o
dei quiri9 e ciò non solo nei confron9 del convenuto ma in generale cioè nei confron9 di tu@.
- ES azione personale Condic9o -> nella formula della Condic9o, l'a/ore afferma che il convenuto è
9tolare dell'obbligo civilis9co di dare a lui dei soldi.
III.8. Cos9tuzione, modificazione ed es9nzione del rapporto giuridico.
Cos9tuzione del rapporto giuridico à la sua prima venuta ad esistenza.
ES il diri/o di proprietà si può acquisire a 9tolo originario (= prendendo possesso di una cosa che non
apparteneva a nessuno) o a 9tolo derivato (=il diri/o si trasferisce da un sogge/o ad un altro).
Per 9tolo si intende infa@ il fa/o o a/o giuridico che ha come effe/o l'acquisto della proprietà.
Questa dis9nzione non veniva usata dai romani che usavano invece dis9nguere fra i modi di acquisto
proprietà di diri/o naturale (= i modi tendenzialmente comuni a tu@ i popoli in quanto conformi allo stato
delle cose così come si presentano in natura) e di diri/o civile (= quei modi regolamenta9 ex novo dal
popolo romano con una disciplina 9pica ed esclusiva).
ES usucapione modo di acquisto a 9tolo originario, mentre per i romani modo di acquisto di diri/o civile.
Gli acquis9 a 9tolo derivato si dis9nguono in:
- mor9s causa -> la ragione del trasf è la morte del 9tolare e si realizza quindi una successione ereditaria;
- inter vivos -> la ragione del trasferimento è un a/o tra vivi.
L'acquisto a 9tolo derivato può essere:
- universale -> concerne l'intera massa dei rap giuridici facen9 capo al cedente, anche i debi9, ES erede;
- par9colare -> concerne un singolo rapporto giuridico ES compratore.
Anche per il rapporto obbligatorio si parla di cos9tuzione: in par9colare si chiamano fon9 delle obbligazioni
quei fa@ a cui il diri/o riconne/ere la nascita di rappor9 obbligatori fra due o più par9.
Modificazione del rapporto giuridico già esistente -> ES in caso di trasferimento della proprietà.
Modificazione rapporto obbligatorio -> ES quando ad una delle par9 succeda un altro sogge/o.
Es9nzione diri/o di proprietà -> ES per abbandono del bene mobile (=derelic9o): il bene diviene res
derelicta e può essere acquistata da altri per occupazione.
Es9nzione rapporto obbligatorio -> ES adempimento o remissione del debito.

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III.9. Fa@, a@ e negozi giuridici
Le vicende del rapporto giuridico hanno sempre luogo in seguito al verificarsi di fa@.
Però non tu@ i fa@ storici sono fa@ giuridici à ogni evento naturale o umano a cui il diri/o ricollega come
effe/o la cos9tuzione, modificazione o es9nzione del rapporto giuridico.
Da qui il termine fa@specie per intendere la descrizione del fa/o a cui una norma riconosce effe@ giuridici.
Fra ques9 fa@ giuridici in senso lato si usa dis9nguere:
- Fa@ giuridici in senso stre/o -> accadimen9 che hanno luogo indipendentemente dalla volontà di un
sogge/o e a cui il diri/o ricollega un determinato effe/o. Dato che per ques9 fa@ voli9vo non rileva, il
sogge/o agente può essere anche un incapace di agire ES un minore o un interde/o.
- A@ giuridici -> pos9 in essere da un sogge/o con coscienza e volontà vengono ulteriormente dis9n9 in:
A. A@ giuridici in senso stre/o -> producono effe@ predetermina9 dall’ord e possono essere:
1. Leci9 = lo scopo perseguito dal sogge/o è valutato posi9vamente dall’ord e quindi tutelato;
Operazioni = meri comportamen9, ES possesso con9nuato di un bene mobile per 20 anni.
Dichiarazioni di scienza = un sogge/o dichiara ad altri di essere a conoscenza di un certo fa/o.
2. Illeci9 = lo scopo perseguito dal sogge/o è valutato nega9vamente e quindi represso.
Gli a@ illeci9 oggi possono rientrare sia nel campo di diri/o pubblico (penale), sia nel campo
del diri/o privato.
B. Negozi giuridici -> ogni manifestazione di volontà a cui l'ordinamento riconne/e effe@ giuridici
conformi al risultato voluto.
I sogge@, quindi, manifestano la volontà anche in relazione all'effe/o giuridico, cioè ne individuano
consapevolmente gli effe@ cos9tu9vi, modifica9vi o es9n9vi che intendono determinare.
Se l'ordinamento riconosce l'autonomia privata, le pone anche dei limi9 ES la volontà deve essere
lecita e meritevole di tutela.
Nei negozi giuridici la volontà dell’agente di solito viene resa esplicita a/raverso una dichiarazione;
tu/avia, vi sono casi in cui essa può rimanere implicita e si parla allora di comportamento
concludente ES derelic9o -> proprietario di un bene mobile se ne spogli con l’intenzione di
rinunciare alla proprietà; occupa9o -> un terzo prende possesso del bene abbandonato.
III.10. Genesi e fortuna del conce/o di negozio giuridico.
Fu per primo un giurista e filosofo tedesco a formare la categoria generale degli acta iuridica, dis9nguendoli
in dichiarazioni di scienza e dichiarazioni di volontà.
Successivamente Savigny classificò come a@ giuridici tu@ gli avvenimen9 che det la nascita e l'es9nzione
dei rappor9 giuridici; fra ques9 annoverò prima di tu/o gli a@ volontari dell'interessato, denominandoli
dichiarazioni di volontà o negozi giuridici.
So/o tale categoria ricaddero figure del tu/o eterogenee unificate dall'elemento della volontà individuale;
tra/andosi di un fa/ore in9mo e non esplicito necessitava di una corrispondente dichiarazione per essere
manifestata all'esterno o alla controparte. Ma Savigny inizialmente considerò la dichiarazione come un
mero ‘segno’ teso a rendere palese la volontà, cioè sminuì l'importanza dell'elemento ‘dichiarazione’
rispe/o all'elemento ‘volontà’.
La teoria del negozio giuridico è poi rifluita nella parte generale del BGB.
Al contrario il c.c italiano del ‘42 non presenta una regolamentazione generale del negozio giuridico, ma
regola in modo generale un solo par9colare negozio patrimoniale, il contra/o, stabilendo all'art 1324 che
“salvo diverse disposizioni di legge, le norme che regolano i contra@ si osservano, in quanto compa9bili,
per gli a@ unilaterali tra vivi aven9 contenuto patrimoniale”.
III.11. Classificazione dei negozi giuridici
La classificazione dei negozi giuridici è stata tracciata dalla pande@s9ca tedesca a par9re dall'analisi delle
fon9 giuridiche romane, per questo sono patrimonio indiscusso degli stessi studiosi del diri/o romano.

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III.11.1 … in relazione ai sogge@
• Negozi unilaterali -> si perfezionano con la manifestazione di volontà di una sola parte ES testamento.
Si dice rece@zio, se per produrre effe/o occorre che sia comunicato o no9ficato al des9natario.
Si dice non rece@zio se basta a questo fine la mera esternazione della volontà.
• Negozi bilaterali o plurilaterali -> se le par9 sono due o più di due ES contra/o.
Per parte si intende non necessariamente una sola persona, ma un unico centro di interessi, che può essere
cos9tuito anche da più persone.
Rappresentanza à forma di sos9tuz nell'a@vità negoziale per cui un sogge/o (rappresentante) compie un
negozio in nome e per conto di un altro (rappresentato) e gli effe@ di esso ricadono diret su quest'ul9mo.
“in nome” -> il rappresentante spende il nome del rappresentato, fa sapere di agire per suo alter ego.
“per conto” -> il rappresentante agisce nell'interesse del rappresentato.
↳ ↳ questa è la rappresentanza dire/a; mentre quella indire/a si ha quando un sogge/o compie un negozio
per conto di un altro, ma non in suo nome; gli effe@ dell'a/o ricadono sull’agente il quale poi dovrà
trasferirli in capo al rappresentato.
La rappresentanza, inoltre, si dis9ngue in volontaria e legale a seconda che la legi@mazione ad agire in
nome e per conto del rappresentato venga conferita dall'interessato a/raverso una procura oppure dalla
legge allo scopo di tutelare gli interessi di sogge@ incapaci di agire.
Tale is9tuto non era noto nel mondo romano, sebbene in fa@specie determinate e specifiche sia stata
progressivamente ammessa la possibilità di un'a@vità negoziale compiuta in nome per conto di altri.
III.11.2 … in relazione agli effe@, al 9po, alla causa, alla forma (nel diri/o odierno)
In relazione agli effe@ i negozi giuridici si possono dis9nguere in:
à Patrimoniali -> det la cost, mod ed es9nzione di rappor9 giuridici patrim (=susce@bile di valut eco).
à Non patrimoniali/Personali -> det la … di rappor9 giuridici non patrimoniali (non valutabili eco).
Ques9 ul9mi sono di regola 9pici cioè corrispondono a schemi prefissa9; mentre i negozi patrimoniali, in
par9colare i contra@, possono essere anche a9pici:
Art 1322 à alle par9 è possibile regolare i reciproci interessi patrimoniali a/raverso un contra/o ad hoc, o
accorpando elemen9 vari di altri contra@ 9pici, o in modo del tu/o indipendente da modelli preesisten9.
Tu/o ciò con i soli limi9 della liceità e della realiz di interessi meritevoli di tutela secondo l'ord giuridico.
Causa à ragione economico-sociale dell'a/o, cioè la finalità ogge@va a cui esso è rivolto.
ES la causa della compravendita è sempre lo scambio di cosa contro il prezzo; mentre i mo9vi di una
specifica compravendita possono essere i più svaria9.
Art 1325 à i requisi9 del contra/o sono l'accordo delle par9, la causa, l'ogge/o e la forma quando risulta
che è prescri/a dalla legge so/o pena di nullità.
In relazione alla causa i negozi giuridici si possono dis9nguere in:
o Negozi astra@ -> la causa, pur dovendo esistere necessariamente, non viene menzionata.
o Negozi causali -> viene espressamente menzionata la causa.
A 9tolo oneroso = quelli c.d. sinallagma9ci: la diminuzione patrimoniale di ciascuna parte è correlata
all'assunzione di un corrispondente vantaggio
A 9tolo gratuito = comportano invece un mero vantaggio, senza alcun sacrificio patrimoniale, a favore di
una delle par9.
A@ di liberalità = il disponente, col proprio a/o, determina l'arricchimento del beneficiario, e
corrispondentemente un proprio depauperamento ES donazione.
Un'altra dis9nzione che a@ene alla causa è quella fra mor9s causa, in cui le a/ribuzioni patrimoniali
conseguen9 all'a/o rinvengono il proprio fondam nella morte del disponente, e inter vivos tu@ i rimanen9.
Infine i negozi giuridici si dis9nguono in: formali, cara/erizza9 da una forma determinata, e non formali o
informali, cara/erizza9 dalla libertà di forme.

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III.11.3 … in relazione agli effe@, al 9po, alla causa, alla forma (nel diri/o romano)
In età arcaica il diri/o era profondamente connesso a credenze magico-religiose, il che significava che ges9
cos9tuen9 la manifestazione di volontà erano rigidamente predetermina9 dal diri/o; i negozi erano quindi:
- Formali e solenni = la volontà deve essere manif con modi predispos9 con assoluta rigidità dal diri/o;
- Tipici = gli schemi negoziali ammessi erano pochi e predetermina9;
- Causali = funzionali ad uno scopo specifico e predeterminato dallo ius.
ES Macipa9o à il mancipio dans trasferiva, al mancipio accipiens, la proprietà di un bene a scopo di
compravendita (causa), il tu/o con la pronuncia di parole solenni alla presenza di un libripens (portatore di
bilancia) tenuto a pesare la quan9tà di bronzo consegnato a 9tolo corrispe@vo, e di 5 tes9moni (forma).
Il formalismo di tali pra9che arcaiche era tale che il rispe/o rigoroso delle forme prescri/e era considerato
elemento necessario e sufficiente per la produzione degli effe@.
Il requisito della causalità fu il primo a venire sacrificato: col passaggio dall'aes rude all'aes signatum, e poi
alla moneta coniata, il rito originario si trasformò nel senso che la pesatura non corrispose più all'effe@vo
pagamento del corrispe@vo, che poté essere compiuto e dichiarato a parte, ma divenne un mero simbolo.
Ne derivò la possibilità della Mancipa9o nummo uno = senza l'effe@vo pagamento del prezzo, in quanto
veniva fi@ziamente dichiarato come prezzo un nummus unus (una sola moneta), e da qui l'u9lizzo del rito
per svaria9 scopi, differen9 dalla compravendita.
Bastò allo scopo dare la possibilità al mancipio dans di precisare la finalità del suo a/o con una
dichiarazione a parte; così la Mancipa9o, nata come negozio casuale, divenne il paradigma dei negozi
astra@, tali cioè a produrre i loro effe@ indipendentemente dallo scopo pra9co perseguito dalle par9.
ES Sponsio à altro negozio astra/o volto alla cos9tuzione di vincoli obbligatori; la forma era cos9tuita da
una domanda posta dal futuro creditore (centum mihi dari spondes?) seguita da una congruente risposta
impegna9va da parte del futuro debitore (spondeo).
Forma molto snella, che non lascia spazio alle indicazioni della causa della promessa del debitore.
A ques9 negozi dello ius civile vetus si aggiunsero progressivamente altre figure negoziali u9lizzabili sia dai
ci/adini romani che dagli stranieri (c.d. ius gen9um) che perlopiù furono informali e causali.
ES I contra@ consensuali sor9 nell'ambito dei commerci internazionali even9 come regola di base nei
rappor9 fra le par9 quella della buona fede e ra/rista9 una notevole libertà di forme in quanto il consenso
delle par9 poteva essere manifestato in qualsiasi momento essi erano però cara/erizza9 da una causa
stabilita a priori dallo ius
Eccezione S9pula9o à negozio cos9tu9vo di un vincolo obbligatorio fra le par9 a/raverso una domanda
del futuro tenditore e una congruente risposta impegna9va del futuro debitore. Essa rimase formale e
astra/a così come formale e astra/a era la sua forma an9ca, la sponsio.
I contra@ erano 9pici e predetermina9 dallo ius, ma almeno all'inizio si tra/ò di una 9picità fortemente
dinamica; mentre verso la fine della Repubblica i 9pi contra/uali si stabilizzarono defini9vamente e di
regola da lì in poi l'elenco non subì variazioni ne venne superato.
In epoca classica invece si ammisero accordi a9pici cara/erizza9 appunto dal sinallagma ed alla già
avvenuta esecuzione di una delle due prestazioni.

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III.11.4 … in relazione alla validità e all’efficacia (nel diri/o odierno).
L'a/o negoziale si definisce esistente quando tu@ gli elemen9 che ne qualificano la stru/ura sono sta9
pos9 in estere nella forma richiesta dalla legge.
Un negozio è valido se conforme alle regole giuridiche che lo disciplinano sia di cara/ere generale sia
specificamente de/ate per il 9po di a/o i requisi9 di cara/ere generale richieste dai tempi per il contra/o
sono previs9 nell'ar9colo 1325 del c.c.
Un negozio valido, tu/avia, non è sempre efficace, cioè capace di produrre i suoi effe@.
Un a/o valido sarà ES inefficace quando non si sia ancora verificato l'evento considerato dal diri/o
necessario ai fini della prod dei suoi effe@: testamento.
Non sarà efficace il negozio a cui le par9 abbiano a posto:
- una condizione sospensiva, e l'evento dedo/o in condizioni non si è ancora verificato;
↳ evento futuro ed incerto al cui verificarsi dipende dalla produzione degli effe@ del negozio
- un termine iniziale, e il termine non è stato ancora raggiunto.
↳ una data certa a par9re dalla quale si vedranno gli effe@ del negozio
Se i limi9 dell'ordinamento stesso pone nell'a/uazione dell'autonomia privata sono supera9 viola9 o
inosserva9 la sanzione e l'invalidità del negozio nelle sue due forme:
Ø Nullità -> mancano o sono gravemente anomali alcuni degli elemen9 che il diri/o ri9ene ad esso
essenziali e cos9tu9vi. Il negozio nullo non produce effe@ e le azioni eventualmente esercitata per far
valere in giudizio tale nullità è di mero accertamento o dichiara9va perché non modifica la situazione
preesistente ma si limita a verificare un dato già esistente ed a/uale.
Ø Annullabilità -> pur ricorrendo i requisi9 essenziali del negozio, il consenso di uno ad entrambe le par9,
pur esistente, è viziato cioè si è irregolarmente formato. Ciò si verifica quando:
1. Il negozio è posto in essere da un sogge/o in condizioni di incapacità legale o naturale;
2. Nel caso dei vizi della volontà = quando una delle par9 sia stata indo/a a concludere il negozio, o da
un errore essenziale, o da una violenza morale subita, o da un inganno, che l'abbiano spinta a
concludere un negozio altrimen9 non avrebbe concluso.
Il negozio annullabile produce tu@ i suoi effe@ finché la parte interessata non ne richieda
l'annullamento, che se dichiarato varrà ex tunc. L'azione di annullamento è dunque cos9tu9va.
III.11.5 … in relazione alla validità e all’efficacia (nel diri/o romano).
Nel periodo an9co, essendo i negozi formali, solenni e astra@, era di regola nullo l'a/o per il quale non si
fosse seguita la forma precisa dallo ius; mentre difficilmente rilevava un'eventuale mancanza di volontà del
sogge/o agente o una difformità fra le sue intenzioni interne e la dichiarazione espressa. Inoltre di regola la
mancanza di una causa idonea e lecita non determinava nullità dell'a/o.
All'epoca non era dunque stata neppure immaginata la categoria dell'annullabilità: l'a/o era valido o nullo.
Dal III sec, vennero introdo@ i vizi della volontà tra/a9 però come ipotesi singoli e separa9 fra loro:
- L’errore -> ritenuto causa di nullità del negozio soltanto se rela9vo ad una circostanza di fa/o in assenza
della quale il negozio stesso non sarebbe stato concluso (=errore essenziale) e inoltre se fosse
‘scusabile’, cioè tale da potersi amme/ere una persona normale intelligenza.
- Il metus -> stato di forte 9more e soggezione psicologica in cui si trovasse il sogge/o che si fosse sen9to
costre/o per questo solo fa/o a concludere il negozio.
Il negozio era valido, ma il pretore concedeva al contraente tre mezzi di tutela:
1. un'azione penale volta a condannare il convenuto ad una pena pecuniaria per una somma pari a
qua/ro volte l'en9tà del danno (se es entro l’anno) o alla sola en9tà del danno (es dopo l'anno).
2. Se chiamato in giudizio dal coactor poteva opporre un’eccezione de/a Excep9o metus;
3. In intergum res9tu9o ob metus, possibilità di richiedere il ripris9no della situazione giuridica
precedente alla conclusione del negozio
- Il dolus malus -> il raggiro usato da un sogge/o nei confron9 di un altro con lo scopo specifico di indurlo
a concludere un negozio che in mancanza del raggiro egli non avrebbe concluso. a tutela del deceptus
intervenne il pretore concedendo tre mezzi: azione penale de dolo (pena pari all’en9tà del danno
subito); un’execp9o doli; una res9tu9o in integrum ob dolum.

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III.11.6 … in relazione agli elemen9 essenziali, accidentali, naturali.
Essen9alia nego9i à elemen9 inderogabili, in mancanza di quali il negozio è da considerare nullo.
Naturalia nego9i à quegli elemen9 previs9 dal diri/o a completamento della disciplina base del negozio
che tu/avia possono essere liberamente elimina9 per volontà delle par9.
Accidentalia nego9i à clausole che le par9 sono libere di introdurre nell’a/o da loro posto in essere al fine
di ada/are il modello predisposto dal ius agli interessi par9colari che intendono soddisfare.
Per accidentalia nego9i si intendono:
- La condizione à evento futuro ed incerto dal verificarsi del quale dipende il prodursi degli effe@ del
negozio (cond. sospensiva), oppure il venire meno degli effe@ del negozio (cond. Risolu9va).
A Roma la condizione era essenzialmente sospensiva, anche se i giuris9 avevano previsto la possibilità di
aggiungere al negozio principale una serie di pacta che producevano effe@ assimilabili a quelli delle
condizioni risolu9ve.
- Il termine à clausola negoziale con cui si rinvia la produzione degli effe@ del negozio ad una data certa
(termine iniziale), oppure si stabilisce che in quella data gli effe@ del negozio verranno meno (finale).
- Il modus à l’onere che venga imposto al beneficiario di un a/o di liberalità.
Il modo non impedisce la produzione degli effe@ dell’a/o; da qui l’elaborazione di vari mezzi finalizza9
ad introdurre i beneficiari della liberalità ad adempiere il modus: ES pagamento di una multa.
III.12. La proprietà e i diri@ reali limita9
Esempio 9pico di diri/o assoluto è la proprietà = Art 832 c.c. “il diri/o di godere e disporre delle cose in
modo pieno ed esclusivo entro i limi9 e con l’osservanza degli obblighi stabili9 dall’ordinamento giuridico”.
Gli altri diri@ reali limita9 (perché di contenuto più ristre/o rispe/o alla proprietà) si dis9nguono in:
- Diri@ reali di godimento à si cost su beni di proprietà altrui e hanno l’effe/o di limitare la facoltà del
proprietario sulla cosa.
- Diri@ reali di garanzia à pegno ed ipoteca, cost dal debitore a favore del creditore a garanzia
dell’adempimento della sua obbligazione.
III.12.1 il conce/o unitario di proprietà nel diri/o odierno.
Il conce/o unitario di proprietà che risulta da c.c. italiano è portato dalla riflessione do/rinale che ha avuto
il suo culmine nella Rivoluzione francese.
Da qui quindi il richiamo alla proprietà come un diri/o unitario, cioè da intendere non come una serie di
facoltà, ma come una signoria generale che si manifesta concretamente in tu@ i poteri e facoltà reputa9
idonei ad assicurare al 9tolare il pieno godimento della sua cosa.
La definizione unitaria della proprietà ado/ata nella cod napoleonica aveva lo scopo precipuo di ridurre ad
unità, un conce/o che nell’età medievale era stato frazionato in diverse categorie.
Già in età tardo romana, infa@, si era generalizzata la figura dell’enfiteusi, is9tuto sui generi che a/ribuiva
al 9tolare un diri/o, alienabile e trasmissibile agli eredi, su un fondo altrui, dietro il pag di un vec9gal
periodico.
Rappor9 di analoga natura si andarono progressivamente affermando per influenza delle prassi orientali: le
fon9 parlano al riguardo di ius emphiteu9cum (sui fondi pubblici) e di ius perpetuum (fondi imperiali).
Con l’età feudale il frazionamento dei diri@ sul fondo fra signore e vassallo divenne una realtà sempre più
comune.
Da qui una nuova concezione allargata dei rappor9 proprietari e sopra/u/o la dis9nzione fra un dominio
dire/o riconosciuto al signore, e un dominio u9le riconosciuto al vassallo.
Il conce/o romano di proprietà non coincide con quello introdo/o dal codice napoleonico: non era un
diri/o unitario ma, al contrario, un diri/o mul9forme, in relazione sia ad alla persona dei 9tolari, sia ai
possibili ogge@, sia alle forme della tutela processuale.
In ragione di ciò possiamo dire che la proprietà romana va dis9nta in tre categorie.

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III.12.2 La proprietà nell’esperienza giuridica romana
• Proprietà quiritaria / Dominium ex iure Quiri9um à era una forma di appartenenza piena ed esclusiva
sulla cosa, 9pica del ius civile vetus, quindi riservata ai cives romani, e limitata, fra i beni immobili, a
quelli si9 in territorio italico. Si tra/ava inoltre di una forma di appartenenza libera da pesi ed imposta.
• Proprietà provinciale à i terreni provinciali vennero considera9 poli9camente come dominio del
popolo romano; fu però riconosciuta ai posseden9 una forma di appartenenza qualificata come
possesio vel usufructus, e tutelata dall’ac9o de fundis s9pendiariis e tributariis.
Non si tra/ava però di un’appartenenza piena ed esclusiva: infa@, il proprietario era tenuto al
pagamento delle imposte sulla terra.
• Proprietà pretoria à perché fu is5tuita?
Per far valere il proprio diri/o in giudizio contro chi possedesse il bene, l’a/ore in rivendica aveva
l’onere di provare di avere acquistato il bene conteso a 9tolo originario, in quanto altrimen9 non si
aveva la certezza che lo stesso rivendicante avesse acquistato il bene da chi ne era realmente propriet.
Per garan9re certezza alle situazioni giuridiche, fu ideato l’is9tuto dell’usucapione -> chi avesse
acquistato a 9t derivante un bene credendo in buona fede che l’alienante ne fosse l’effe@vo 9tolare, ne
avrebbe cmq acquistato il dominium ex iure Quiri9um dopo un anno per i beni mob e due per gli immo.
Tu/avia il problema dell’incertezza delle situazioni giuridiche conseguen9 a un trasferimento di dominio
rimaneva insoluto per il periodo di tempo antecedente al perfezionarsi dell’usucapione.
Fu così introdo/a dal pretore un’azione di nuova formazione, l’ac9o publiciana -> chi avesse comprato
un bene per una iusta causa ignorando in buona fede che l’alienante non era il vero proprietario,
sarebbe stato processualmente tutelato dal pretore come se avesse acquistato il dominium del bene
per usucapione avendolo posseduto per il tempo prescri/o.
Questa finzione processuale era necessaria solo per il tempo necessario all’usucapione, dopodiché
l’acquirente diveniva a tu@ gli effe@ dominus ex iure Quiri9um.
III.12.3 Il problema ‘irrisolto’ degli acquis9 a ‘non dominio’.
Oggi, per i beni mobili, vale la regola possesso vale 9tolo à chi abbia o/enuto il possesso di un bene
mobile in buona fede e in forza di un 9tolo idoneo, ne acquista la proprietà anche nel caso che l’alienante
non ne sia il vero proprietario.
Per i beni immobile invece non è così: quando infa@ un sogge/o agisce con un’azione di rivendica avente
per ogge/o un bene immobile contro chi lo possieda, non basta che provi di averlo acquistato in buona
fede e in base ad un 9tolo idoneo, ma deve inoltre provare che lui stesso o i suoi dan9 causa hanno
acquistato il bene a 9tolo originario -> proba9o diabolica = prova estremamente complessa che rende la
posizione processuale del rivendicante alquanto sfavorevole rispe/o a quella del convenuto in rivendica.
III.13. L’obliga9o e le sue fon9
Diri/o di credito à situazione giuridica sogge@va a@va per effe/o della quale un sogg a@vo è legi@mato
a pretendere da un sogge/o passivo l’esecuzione di una prestazione di cara/ere patrimoniale.
↳ È un diri/o sogge@vo rela9vo, in quanto consente al 9tolare il soddisfacimento del suo interesse soltanto
tramite la prestazione eseguita da un’altra persona.
Il rapporto giuridico che si instaura tra creditore e debitore si dice obbligazione:
Is9tuzioni Gius9nianee “l’obb è un vincolo giuridico in base al quale siamo costre@ ad eseguire una qualche
prestazione secondo il diri/o della nostra civitas”.
Fon9 delle obbligazioni:
Ø C.c. italiano 1865 = legge, contra@, deli@, quasi contra@, quasi deli@. Riprende la quadripar9zione
delle Is9tuzioni di Gius9niano (tranne la legge).
Ø C.c. italiano 1942 = contra/o, fa/o illecito, ogni altro a/o o fa/o idoneo a produrle in conformità
dell’ordinamento giuridico. Riprende la tripar9zione di Gaio.

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III.14.1 Il contra/o; dalla 9picità contra/uale romana all’autonomia contra/uale odierna
Nel diri/o romano i contra@ erano 9pici à si consideravano produ@vi di obliga9o soltanto quegli schemi
contra/uali a cui nell’edi/o del pretore corrispondeva una data formula di azione u9lizzabile in caso di
controversia fra le par9.
Le obbligazioni da contra/o erano dis9nte in:
- Re (reali), se si perfezionavano con la consegna della cosa;
- Verbis (verbali), se si perfezionavano con la pronuncia di parole impegna9ve;
- Li/eris (le/erali), se si perfezionavano con la scri/ura;
- Consensus (consensuali), se si perfezionavano con il consenso delle par9 comunemente manifestato.
Le forme contra/uali più an9che erano riservate ai cives romani e so/oposte ad un rigido formalismo:
ES Sponsio à contra/o astra/o riservato ai cives romani; consisteva in una domanda formale di impegno,
posta dal futuro creditore al futuro debitore seguita da una corrispondente risposta impegna9va di
quest’ul9mo, egualmente formale -> “Centum mihi dari spondes?” “spoendo”.
L’ogge/o della prestazione poteva variare a seconda della volontà in un dare, fare o garan9re altro.
Tale formalismo faceva si che:
o Un eventuale mancato rispe/o, anche minimo, della forma prescri/a determinasse l’invalidità del
contra/o, nonostante la comune volontà delle par9 alla s9pulazione di quel vincolo;
o Un eventuale errore del promi/ente circa i termini dell’accordo, o un inganno perpetrato dalla
controparte ai suoi danni per costringerlo a prome/ere, o una minaccia di un male grave, di per sé non
avrebbero inficiato la validità del contra/o.
Lo stesso cara/ere si mantenne anche nella S9pula9o (Sponsio estense anche ai non cives romani): il
cara/ere rimase formale e l’effe/o giuridico con9nuò a dipendere dai verba pronuncia9 dalle par9.
Verso il III sec furono elaborate e tutelate dal pretore nuove figure contra/uali, i contra@ consensuali in
buona fede à l’elemento perfeziona9vo del vincolo obbligatorio fu qui considerato il solo consenso fra le
par9, cmq esso fosse manifestato; si rese inoltre possibile la creazione di vincoli bilaterali o plurilaterali.
Inoltre, la buona fede fu considerata il valore e9co-giuridico supremo a cui le par9 dovevano a/enersi
nell’adempimento dei loro obblighi: al giudice fu reso possibile tener conto in sede di giudizio di un
eventuale inademp, ma anche di qualunque comportamento che una delle par9 avesse tenuto nell’ambito
di quel rapporto in contrasto con la regola fondante della buona fede.
Al di fuori di ques9 “9pi” vigeva la regola nuda pac9o obliga9onem non parit à un’obbliogazione da
contra/o pienamente valida e susce@bile di essere fa/a valere in giudizio poteva nascere soltanto da uno
dei 9pi contra/uali previs9. Il nudo pa/o aveva cmq rilevanza giuridica nel caso in cui fosse stato annesso
dalle par9 a un contra/o 9pico fra loro s9pulato.
Col tempo la S9pula9o perse la sua funzionalità originaria divenendo nella pra9ca a/o da redigersi per
iscri/o e preferibilmente di fronte ad un notaio: fu allora che iniziò quel processo che avrebbe lentamente
portato la tradizione giuridica occidentale verso l’idea dell’obbligatorietà del nudo pa/o e infine alle
enunciazioni codicis9che della regola dell’autonomia contra/uale.

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III.14.2 L’emersione del principio consensualis9co
I contra@ nel diri/o romano erano produ@vi di effe@ meramente obbligatori fra le par9.
ES la S9pula9o di un contra/o di compravendita non comportava l’immediato trasferimento della proprietà
della cosa venduta al compratore, ma faceva sorgere in capo al venditore l’obbligo di trasferirgli il bene
venduto e in capo al compratore l’obbligo di pagare il prezzo convenuto.
Qualora poi uno dei due contren9 non o/emperasse al proprio obbligo, sarebbe stato convenuto in giudizio
dall’altro con un’azione in personam.
Il passaggio di proprietà della merca aveva bisogno del compimento di un ulteriore a/o trasla9vo, che
poteva essere la mancipa9o, l’in iure cessio, o la tradi9o: i primi due erano a@ dello ius civile, formali e
solenni, e servivano a trasferire la proprietà quiritaria di beni res mancipi.
Tradi9o à a/o di ius gen9um che serviva a trasferire tu@ gli altri beni, compreso il denaro.
Consisteva in una semplice consegna materiale della cosa ma, perché esso desse luogo al trasf di proprietà
occorrevano altri requisi9: la volontà del tradente di trasme/ere il dominio e dell’accipiente di acquistarlo;
la iusta causa tradi9onis -> la conseguenza doveva avere luogo per conseguire un intento 9pico e
riconosciuto dal diri/o come idoneo a gius9ficare l’effe/o trasla9vo del dominio.
La consegna materiale, col tempo, divenne via via sempre meno necessaria, bastando all’uopo ES la
consegna di un bene simboleggiante quello da trasferire.
Si diffuse poi anche la prassi del ‘cons9tuto possessorio’ in base alla quale il venditore era considerato aver
trasferito la proprietà della cosa anche senza l’effe@va consegna, qualora, pur con9nuando a detenerla
presso sé, lo facesse in una posizione giuridica diversa da quella di proprietario.
Tale prassi si generalizzò quando negli a@ notarili si diffuse l’uso di inserire sempre la clausola del ‘cos9tuto
possessorio’ e poi si giunse a presumere tale clausola come applicabile e voluta dalle par9.
Fu da questa prassi che emerse l’idea secondo cui il trapasso della proprietà fosse conseguenza dire/a della
s9pulazione del contra/o di compravendita, pur in assenza di una effe@va consegna.
C.c. italiano 1865 à “Nei contra@ che hanno per ogge/o la traslazione della proprietà o di altro diri/o, la
proprietà o il diri/o si trasme/e o si acquista per effe/o del consenso legi@mamente manifestato”.
↳ Conce/o poi ripreso dal c.c. del 1942.
III.14.3. La diligenza e la responsabilità contra/uale
Il nostro c.c. fissa come criterio di base alla luce del quale il debitore è tenuto ad adempiere alla sua obb
quello della diligenza del buon padre di famiglia, intendendo con tale espressione di ascendenza romana
quel grado di normale avvedutezza che si ri9ene possibile pretendere da un uomo di normali capacità.
Per i romani non esisteva un unico grado di diligenza richiesta al debitore nell’ademp dell’obb, ma diversi
gradi di diligenza a seconda del vantaggio che egli avrebbe ricavato dal rapporto instaurato con la
controparte à criterio dell’u9litas contrahen9um.
ES contra/o di deposito (a Roma sempre gratuito) -> il grado di diligenza richiesto al depositario era
minimo; nel caso di perimento della cosa depositata egli era resp solo in caso di dolo.
ES comodato senza alcun corrispe@vo -> si chiedeva la massima diligenza; nel caso di perimento della cosa,
egli era resp in caso di dolo, colpa e custodia.
ES nei casi più frequen9 in cui la s9pulazione del contra/o fosse di entrambe le par9, ciascuna delle par9
era tenuta ad applicare un grado di diligenza media, quella appunto del bonus pater familias; nel caso di
perimento, egli era resp per dolo e colpa ma non per custodia.
Da queste regole ebbe origine una lunghissima tradizione di studi che vide unanimi i giuris9 nella
tripar9zione della colp in lata, levis e levissima, e nell’imputazione al debitore del perimento della cosa per i
soli casi di dolo e colpa grave se dal contra/o non avesse tra/o alcun vantaggio, anche della colpa lieve se il
vantaggio fosse comune ad entrambe le par9, anche della colpa lievissima se il vantaggio nella conclusione
del contra/o fosse stato esclusivo del debitore.
Il giusnaturalismo ha poi portato al defini9vo superamento di ques9 principi:
C.c. italiano 1865 abbandona il principio dell'u9litas contrahen9um e la conseguente tripar9zione della
colpa a favore di un unico grado di diligenza media imposto ad ogni debitore nell'ademp della sua obblig.

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III.15. Le obbligazioni da a/o illecito e la responsabilità extracontra/uale.
Per indicare la posizione del sogge/o a cui venga imputato un illecito civile si sono differen9 espressioni:
- Resp extracontra/uale à obbliga l'autore dell'illecito a risarcire il danno cagionato a terzi
indipendentemente da qualsiasi rapporto preesistente con la controparte.
Contrapposta alla Resp contra/uale à obbliga il debitore da contra/o o da a/o illecito non
contra/uale a risarcire il danno al creditore in caso di inadempimento o ritardo nell'adempimento che
siano a lui imputabili.
- Resp civile à violazione di interessi preval priva9 e obbliga l'autore dell'illecito a risarcire il danno.
Contrapposta alla Resp penale à deriva dalla commissione di rea9 e comporta la comminazione di
sanzioni penali.
- Resp aquiliana à deriva dal nome del Plebiscito romano noto come lex Aquilia che disciplininò il
delictum chiamato damnum in iuria datum.
A Roma dall’età repubblicana vigeva la dis9nzione fra:
• Crimina à a@ considera9 pregiudizievoli per l'intera comunità, nonché pericolosi per la sua stessa
esistenza e dunque meritevoli di repressione pubblica e senza un affli@va -> Diri/o penale privato.
• Delicta àa@ considera9 pregiudizievoli del solo interesse di un singolo e tali, dunque, da imporre
all'autore perseguibile nella forma del processo privato il mero pagamento di una pena pecuniaria a
favore della vi@ma -> diri/o criminale.
Tale dis9nzione affonda le sue radici già nell'età monarchica, in cui la coscienza sociale aveva già separato
quelle fa@specie criminose che per la loro gravità devono essere avocate al controllo degli organi della
civitas, da altre figure di illeci9 comuni la cui repressione era lasciata alla vende/a della parte offesa.
Con le XII Tavole iniziò quella divaricazione fra crimina e delicta: da una parte si previdero nuove figure
criminose e le rela9ve sanzioni affli@ve; dall'altra per le figure deli/uose meno gravi del furto e dell'ingiuria
si inaugurò quel processo teso a sos9tuire alla vende/a privata una composizione pecuniaria, una somma
di denaro che l'autore dell'offesa pagava alla vi@ma per sfuggire alla vende/a = poena.
Poi la lex Aquilia, plebiscito emanato intorno al III sec a.C., stabilì la comminazione di una pena pecuniaria
per alcune ipotesi 9piche fra cui ES l'uccisione di schiavi o animali altrui.
Da qui, verso la fine della Repubblica, la formazione defini9va della categoria delle obbligazioni ex delicto in
contrapposizione a quelle ex contractu, e l'apparizione della classica quadri ripar9zione dei deli@ priva9 in
furto rapina danneggiamento aquiliano e ingiuria.
Anche in questa fase l'ogge/o dell'obbligato ex delicto rimase la pena pecuniaria des9nata a colpire
l’offensore per l'illecito compiuto: per questo le azioni esercitabili dalla vi@ma per o/enere la condanna del
reo al pagamento della poena furono de/e ‘penali’ pur essendo celebrate nella forma del processo civile.
Dal II sec vi fu la tendenza ad a/rarre nel novero dei crimina, figure già rientran9 fra i delicta: ES l'ingiuria.

Molto ancora cambio con Grozio, per quest’ul9mi infa@ l'uomo andava tutelato e prote/o da ogni
ingerenza lesiva della sua sfera giuridica che gli provocasse un danno.
↳ Era l'inizio del modello di a9picità dell'illecito civile che arriverà fino alla disciplina codicis9ca italiana:
Art 2043 à “Qualunque fa/o doloso o colposo che cagiona ad altri un danno ingiusto”.
Questa dicitura consente all’autorità giudiziaria di valutare di volta in volta se un dato comport possa
rientrare nella fa@specie della norma e dare luogo ad un obbligo di risarcimento a favore del danneggiato.
Differenze fra la disciplina romana della responsabilità aquiliana e quella a/uale:
§ La reg an9ca aveva prima di tu/o una funzione sanzionatoria dell’illecito commesso: per questo a Roma
l'azione ex delicto era penale e la pena pecuniaria non si poteva trasme/ere ai suoi eredi.
§ La reg a/uale ha prima di tu/o una funzione riparatoria del pregiudizio subito dalla vi@ma: per questo
l'illecito civile non prevede ipotesi 9piche e predeterminate; l'obbligo di risarcire il danno si trasme/e
agli eredi; il risarcimento del danno viene non di rado posto a carico di chi non ha commesso il fa/o
illecito (a volte per una presunzione di colpa ma anche in assenza totale di colpa).
↳ scelta legisl improntata al favor vic9mae cioè alla necessità di non lasciare i danni senza riparazione.

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Cap terzo: Il diri6o delle persone
I. Il nodo della sogge@vità giuridica
L'esperienza romana pur forgiando la categoria sistema9ca del ius personarum declinava la capacità
giuridica secondo un repertorio di preroga9ve, facoltà e limitazioni variamente modulabili e dunque capaci
di determinare modelli di sogge@vità tu@ tra loro diversi ma tu@ implican9 un riconoscimento all'interno
del sistema poli9co e giuridico di Roma.
II. La capacità giuridica
Erano appunto tre gli statu9 personali coinvol9 nella definizione della sogge@vità giuridica.
I parametri sui quali si erano venu9 modellando rappresentavano i pilastri che avevano sorre/o la
costruzione del sistema della ci/à: Libertas, civitas, familia.
È nella prospe@va dell'epoca che dobbiamo considerare il principio che postulava la necessaria simultanea
9tolarità di tre status per avere il conferimento della capacità giuridica.
II.1. Status liberta9s
Status liberta9s à primo dei presuppos9 della sogge@vità giuridica iden9fica la posizione occupata
dall'individuo uomo o donna che fosse rispe/o alla sua appartenenza alla comunità dei sogge@ liberi.
La perdita di tale status avrebbe comportato il più grave tra i mut di status -> capi9s deminu9o Maxima.
Is9tuzioni di Gaio: “tu@ gli individui o sono liberi o sono schiavi”.
II.1.1 Cause della schiavitù
1) Cap9vitas à per effe/o della prigioniera di guerra.
Quest'ul9ma rappresenta il bacino di produzione degli schiavi in base alla regola di ius gen9um, pra9cata e
comune a tu@ i popoli dell'an9chità, secondo cui il prigioniero di guerra è schiavo del nemico vincitore.
Il soldato romano che veniva ca/urato dal nemico vincitore, ne diveniva schiavo, e perdeva ogni
sogge@vità giuridica rispe/o all'ordinamento romano a causa della capi9s deminu9o Maxima subita.
Postliminium à an9co is9tuto di ius civile: il prigioniero romano che fosse riuscito a rientrare nel territorio
controllato da Roma avrebbe recuperato immediatamente e automa9camente la propria complessiva
situazione giuridica, con l'eccezione del matrimonio e del possesso che presupponevano la con9nuità della
relazione fa/uale. Entrambi avrebbero potuto essere ricos9tui9, dando però vita a rappor9 nuovi.
Fic9o legis Corneliae à la Lex Cornelia introdusse tale finzione con cui si presumeva morto nell'a/o della
ca/ura, colui che fosse in realtà deceduto nel corso della prigionia; an9cipando il momento della morte
all'ul9mo istante di libertà, la legge consente di ritenere valido il testamento eventualmente confezionato e
di aprire una successione legi@mata sul patrimonio del prigioniero deceduto.
2) Nascita in condizione servile.
Chi nasceva da una madre schiava era a sua volta schiavo di proprietà del proprietario della schiava.
Per questo i proprietari prevedevano le unioni fra schiavi di loro proprietà (no matrimonio, contubernia).
In ossequio al principio del favor liberta9s si ritenne nato libero il figlio di colei che avesse perso la propria
libertà a gravidanza già iniziata.
3) Cause legali di schiavitù
ES donna libera che si fosse stabilmente unita a uno schiavo contro il volere del proprietario.
ES servus poenae -> condannato ai lavori forza9 nelle miniere o ad altre pene par9colarmente efferate.
Tu/e ipotesi nelle quali la riduzione in schiavitù esprimeva una finalità di 9po genericamente sanzionatorio.

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II.1.2 Condizione di vita degli schiavi
Età arcaica à campagne militari del raggio limitato dalle dimensioni ancora modeste, per questo i
prigionieri sono di numero contenuto, di alto valore, e quindi considera9 bene di pregio.
Le loro condizioni di vita risentono anche dalla loro provenienza da territori circostan9 e all'area laziale e
dunque da ambien9 vicini, nel patrimonio linguis9co-culturale-religioso, a quello dei vincitori proprietari.
Gli schiavi, inoltre, si trovano spesso a condividere il lavoro con i sogge@ liberi ma ugualmente alieni iuris
della famiglia: questo favorì l'omologazione di statu9 la cui traccia si può scorgere nell'is9tuto della adop9o
servi -> forma di adozione di un alieni iuris idonea a trasf un servus in un figlio ado@vo del proprietario.
Età repubblicana à le poli9che espansionis9che sempre più insis9te modificano le condizioni di vita degli
schiavi provenien9 adesso da paesi lontani, portatori di un'iden9tà etnica e linguis9ca sconosciuta, e
immessi sul mercato in numero enorme. Ciò comporta una riduzione esponenziale del prezzo, per questo
vengono priva9 di ogni a/enzione, e costre@ a subire condizioni di lavoro e tra/amen9 disumani.
Età del principato à le guerre di conquista tendono progressivamente a ridursi, e l’affiancarsi del pensiero
cris9ano inizia a veicolare un'ideale di fraternità che si mostrerà capace di spostare l'asse portante di un
sistema prima costruito sulla gramma9ca del potere.
Anche la cultura giuridica mostrerà segnali di apertura nei confron9 degli schiavi: infa@ il principio della
Humanitas prende corpo nel corso dell'età classica; talché abbiamo no9zia di cos9tuzioni imperiali che
fissano ES sanzioni contro i proprietari che abbiano infierito in modo ingius9ficato contro i loro servi.
Tale fenomeno si accentuerà nel corso dei sec tardo-an9chi e la schiavitù tenderà gradualm ad esaurirsi,
senza però essere mai ufficialmente abolita, e sarà poi sost da forme di asservimento di individui liberi.
II.1.3 Statuto giuridico degli schiavi.
Al contrario delle cond di vita degli schiavi, la loro cond giuridica appare connotata da una preval stabilità.
Per la mancanza di status liberta9s, lo schiavo è privo di capacità giuridica e non può essere 9tolare di
diri/o o des9natario di doveri.
Giuridicamente lo schiavo è una res, in proprietà di un privato o del popolo romano (servo pubblico).
Lo schiavo viene ricompreso nella categoria delle res mancipi, per il cui trasferimento risultava necessario
un a/o par9colarmente solenne quale la mancipa9o (o una in iure cessio).
In quanto res mancipi, componente del patrimonio di un dominus, lo schiavo poteva essere dunque
des9natario di ogni a/o disposi9vo, si giuridico che materiale, da parte del proprietario.
Lo schiavo sembrava rives9re la qualifica di ‘bene fru@fero’, vista la regola che poneva il partus ancillae
(nato dalla schiava); l'opinione di Giunio Bruto però nega al partus la qualifica di fructus, escludendo così
che spe/asse all'usufru/uario, anziché al proprietario il figlio di una schiava data in usufru/o.
II.1.4 A@vità negoziale degli schiavi
Agli schiavi veniva riconosciuta una, seppur parziale, capacità di agire: essi infa@ (come i filiifamilias)
potevano concludere validi negozi giuridici i cui effe@, purché di 9po acquisi9vo, si sarebbero prodo@ nella
sfera giuridica del loro proprietario.
Al di fuori degli effe@ acquisi9vi il dominus pertanto non avrebbe potuto essere chiamato a risp degli
eventuali obblighi scaturi9 dal negozio = negozio claudicante, prod soltanto di alcuni dei suoi effe@ 9pici.
Intervenne a tal fine l'edi/o del pretore configurando il regime della responsabilità adie@zia. In due casi il
pretore avrebbe concesso due azioni con le quali il dominus veniva chiamato a rispondere degli obblighi
negoziali assun9 dallo schiavo nell'ambito dell'incarico ricevuto.
↳ Si a/uava a/raverso la ‘trasposizione di sogge@’ = nell'inten9o della formula figurava, nello spazio
riservato al convenuto, il nome del dominus: la condemna9o sarebbe statat enunciata nei suoi confron9.
Allo schiavo veniva inoltre conosciuta la capacità patrimoniale sul peculium à piccolo patrimonio che era
costume, da parte di proprietari, lasciare nella disponibilità materiale dei propri servi.
Ferma la sua proprietà in capo al dominus, il peculio era di fa/o ammi grazie all'a@vità negoziale svolta
dallo schiavo, che ancora una volta non avrebbe potuto obbligare civilmente il dominus; intervenne
nuovamente il pretore concedendo l'ac9o de peculio con cui il dominus poteva rispondere degli obblighi
contra/uali dello schiavo, limitatamente però all'a@vo del patrimonio peculiare.

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II.1.5 Responsabilità nossale
Sappiamo che l'a/o illecito è fonte di obbligazione, ma te obbligo non potrà ricadere ne sullo schiavo, ne
sul proprietario, che nell'agire del proprio schiavo dovrebbe ricavare soltanto incremen9 e non diminuzioni.
Soluzione -> di fronte al deli/o di cui sia stato resp uno schiavo, il dominus avrà la possibilità di scegliere tra
due prestazioni: farsi carico di pagare la pena stabilita o consegnare lo schiavo alla vi@ma del reato.
La consegna, effe/uata con la mancipa9o, si chiama noxae dedi9o = consegna a nossa (danno).
Essa è ogge/o di quella che gli studiosi chiamano modernamente responsabilità nossale.
II.1.6 Manomissioni.
Gli a@ che consen9vano la liberazione dalla schiavitù, sono is9tu9 no9 già allo ius civile di epca arcaica, e
rimessi alla volontà del proprietario.
Gli altri in ques9one prendono il nome di manomissioni à a/o con cui il proprietario concedeva la libertà
al proprio schiavo facendogli acquisire status liberta9s e contestualmente status civita9s: secondo i regimi
sanci9 già dallo ius civile, al conferimento della libertà si accompagnava quello della ci/adinanza romana.
à Manomissioni civili. Tre erano le figure contemplate dall’arcaico ius civile:
Manumissio vindicta à consisteva nell'applicazione a fini sostanziali di una stru/ fintamente processuale:
davan9 al magistrato giusdicente dovevano convenire il proprietario, lo schiavo e un terzo denominato
adsertor liberta9s cui spe/ava di formulare la vindica9o in libertatem dello schiavo, impossibilitato a farlo
personalmente perché in quel momento ancora res.
A tali parole si accompagnava il compimento di un gesto rituale rappresentato in questo caso dal tocco di
una bacche/a (vindicta) sullo schiavo.
Il proprietario taceva e tale silenzio consen9va la pronuncia della addic9o, provved con cui il magistrato agg
le sue parole a quelle di che aveva parlato, confermandole con efficacia cost di status liberta9s.
Il procedimento si sarebbe poi semplificato senza più l'intervento del terzo dichiaratore e con la possibilità
di svolgersi ovunque si fosse trovato il magistrato: la manumissio vindicta consisteva ormai nella sola
dichiarazione liberatoria da parte del proprietario e nel conseguente prov di addic9on emanato dal pretore.
Manumissio censu à procedura liberatoria che avveniva in occasione del censimento: lo schiavo esibendo
un'autorizzazione ricevuta in tal senso dal proprio dominus poteva presentarsi davan9 ai magistra9
competen9 e o/enere l'iscrizione nelle sudde/e liste in qualità di uomo libero ci/adino.
Manumissio testamento à il proprietario poteva inserire nel proprio a/o di ul9ma volontà una clausola
formulata secondo la solennità richieste con cui concedeva al proprio schiavo la libertà, eventualmente
anche subordinandola a una condizione o ad un termine.
A par9re dall'età del Principato questa modalità venne art anche una forma indire/a: il testatore poteva
chiedere all'erede di effe/uarne la manomissione. In tal caso il rapporto di patronato si sarebbe cos9tuito
con colui che avesse effe/uato la manomissione.
Manumissio in ecclesia à si sviluppò con l'affermarsi del cris9anesimo: prevedeva una dich liberatoria resa
informalmente dal proprietario davan9 all'assemblea dei fedeli e in presenza di un'autorità ecclesias9ca.
à Manomissioni pretorie.
La storia delle manomissioni riconobbe uno sviluppo anche sul terreno dello ius honorarium. Tale processo
prese avvio per il diffondersi di pra9che liberatorie senza il rispe/o delle solennità richieste per le tre
manomissioni civili ad ora note, ES manumissio per epistulam, inter amicos, ad mensam.
Erano però nulle dal punto di vista dello ius civile in quanto prive delle solennità richieste ad substan9am.
L'edi/o del pretore sancì allora che, in presenza di una dichiarazione liberatoria documentabile, il pretore
avrebbe negato l’autorizzazione di agire al proprietario che intendesse promuovere un'azione per la revoca
in servitù dello schiavo cui la dichiarazione liberatoria è stata indirizzata.
Il manomesso però non acquisiva lo status liberta9s, e si trovava quindi in una situazione ambigua.
Lex Iunia Norbana -> gli schiavi manomessi con le modalità pretorie avrebbero acquistato la libertà ma non
avrebbero avuto la pena la ci/adinanza romana = La9ni Iuniani.
à Esistevano anche casi di liberazione dello schiavo avvenu9 per disposizioni di legge erano ipotesi
assolutamente marginali che seguono la logica sanzionatoria per il dominus o premiale per il servus.

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II.1.7 Limi9 alle manomissioni
- Lex Fufia Caninia -> imponeva al testatore una % massima di liberazioni consen9te, e cmq entro 100.
- Lex Aelia Sen9a -> l’età minima di vent’anni per il dominus che intendesse manome/ere, e di trenta per
lo schiavo che si intedesse liberare, salvo l’esistenza di una iusta causa riconosciuta da un consilium.
- Se fosse stato liberato uno schiavo che si era reso responsabile di gravi colpe e costui non avrebbe
acquistato la ci/adinanza romana ma la condizione di peregrinus.
II.1.8 Patronato
Con le manomissioni civili, si viene ad is9tuire un nuovo rapporto tra i protagonis9: il patronato.
L'ex proprietario prende il nome di patronus e lo schiavo ormai libero di libertus.
Tale qualifica consen9rà al sistema giuridico romano di dis9ngue i sogge@ na9 liberi (ingenui) da coloro che
lo sono divenu9, e che in taluni casi erano des9natari di specifiche prescrizioni ES divieto di matrimonio tra
liber9 e sogge@ appartenen9 al ceto senatorio.
Il rapporto di patronato si sostanzia nella previsione di obblighi reciproci tra le par9:
- il liberto sarà tenuto a manifestare al patronus il proprio obsequium, riflesso tra l'altro nell'impossibilità
di citare in giudizio il patronus senza la preven9va autorizzazione del magistrato.
- laddove si sia impegnata una promessa in tal senso, il libre/o dovrà fornire le operae, prestando
gratuitamente un certo numero di giornate lavora9ve all'anno in favore del proprio patronus.
- ciascuna parte sarà obbligata a fornire la prestazione alimentare (Bona) in favore dell'altra parte che
versi in condizioni di indigenza.
- laddove il libero fosse morto senza lasciare eredi legi@mi il patrono avrebbe avuto diri/o all’eredità in
mancanza di testamento valido; in presenza di testamento ha cmq diri/o alla metà dell'asse ereditario.
II.2. Status civita9s
Status civita9s à iden9fica la posizione occupata dall'individuo rispe/o all’org poli9ca di Roma an9ca;
significa l'appartenenza del singolo al sistema poli9co giuridico romano. Questa appartenenza veniva
declinandosi secondo una pluralità di statu9, tra i quali in primo luogo quello di civis Romanus.
II.2.1. Ci/adinanza romana
Solo al civis romanus spe/ano tu@ i diri@ in par9colare egli è 9tolare di:
o Commercium -> concludere i negozi patrimoniali del ius civile, sia Inter vivos che mor9s causa.
o Conubium -> vivere in un'unione matrimoniale qualificata come legi@ma, fonte di una prole legi@ma.
o Ius suffragii -> diri/o di voto all'interno dell'assemblea ci/adine.
o Ius honorum -> diri/o di candidarsi alle magistrature.
o Provoca9o ad populum -> possibilità per il ci/adino di opporsi all'esercizio del potere coerci9vo capitale
da parte di un supremo magistrato della ci/à con richiesta di essere giudicato in un regolare processo
davan9 all'assemblea nella quale siedono gli altri ci/adini.
II.2.2 Acquisto e perdita della ci/adinanza romana
Ø iure sanguinis à da genitori entrambi i ci/adini. Se uno soltanto di loro lo è, nasce civis romanus chi è
procreato all'interno di un matrimonio legi@mo e ha il padre ci/adino al momento del concepimento.
Nel caso la nascita avvenga in seguito ad un’unione illegi@ma, è ci/adino chi abbia la madre ci/adina al
momento del parto. La Lex Minicia 90 1.C. escluderà quest'ul9mo caso.
Ø Prov ammi di concessione della ci/adinanza in favore dei singoli o di intere comunità. La competenza
spe/ava all'ass popolare, in età repub al magistrato, al senato e all'imperatore con il Principato.
ES Cons9tu9o Antoniana dell'imp Caracalla.
‘Problema italico’, I sec a.C. -> gli abitan9 delle comunità autonome distribuite sul territorio insulare si
consorziare in una guerra contro Roma, che quest'ul9ma riuscì a vincere riconoscendo gradualmente la
ci/adinanza ai nemici che avessero deposto le armi.
Ø A/o di autonomia privata à con la manomissione di acquisiva la libertà e la ci/adinanza.
La perdita della ci/adinanza romana dava luogo alla cosidde/a capi9s deminu9o media. Ciò poteva
accadere per causa involontarie (es schiavo) ma anche per situa volontarie: ius migrandi verso una diversa
comunità o per trasferimento in colonia, con il conseguente acquisto dello status di La9no.

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II.2.3 La La9nità
Sin dalla più remota an9chità Roma si trovava unita ad altre ci/à della regione in un'alleanza denominata
‘Lega la9na’ à confederazione di comunità indipenden9 e sovrane legata da un accordo di difesa reciproca;
inoltre, ciascuna ci/à della lega si impegnava a riconoscere reciprocamente agli abitan9 delle altre la piena
parificazione sul piano del diri/o privato dei rappor9 giuridici tra loro cos9tui9.
Roma raggiunse poi una posizione egemonica non più compa9bile con la parità relazionale sancita tra le
comunità della Lega; così la sciolse unilateralmente e agli abitan9 delle ci/à che ne avevano fa/o parte e
che mantenevano la loro formale autonomia, venne riconosciuto lo status di la9ni veteres 9tolari del
commercium, del conubium, dello ius migrandi vs Roma per acquisirne la ci/ad e un limit diri/o di voto.
II.2.4 La la9nità ar9ficiale
A ques9 ‘La9ni an9chi’ si aggiunse presto un'altra categoria denominata ‘La9ni coloniarii’.
Vi appartenevano agli individui che acce/avano di trasferirsi nelle colonie che Roma veniva fondando nei
territori di nuova conquista.
Essi godevano dello ius migrandi e del commercium, ma avevano il conubium solo se espressamente
previsto dallo statuto della singola colonia.
Infine, la Lex Iunia Norbana riconobbe agli schiavi manomessi senza le forme di ius civile, non la
ci/adinanza romana, bensì la condizione di La9ni Iuniani -> 9tolari di commercium limitatamente agli a@
inter vivos, non avevano conubium e non potevano avere eredi propri.
II.2.5 I peregrini
Peregrini à stranieri, privi di un formale riconoscimento di capacità dell'ambito dell'ord civilis9co, ma non
per questo esclusi dal piano relazioni e della conseguente tutela nei confron9 dei ci/adini romani.
Essi, infa@, potevano u9lizzare le regole e gli is9tu9 propri del ius gen9um nei loro rappor9 con i ci/adini; e
con l’is9tuzione del praetor peregrinus, le situazioni sostanziali facen9 loro capo avrebbero trovato tutela
processuale.
Con la cos9tuzione antoniniana divennero cives romani.
II.2.6. Ci/adini e ci/adine
La parola civis è vox media, quindi indica indifferentemente sia al ci/adino uomo donna.
Sui diri@ poli9ci si riscontra una discriminazione ne/a. Le donne sono escluse da tu/e le funzioni
pubbliche, da tu@ i ruoli civili: non partecipano alle assemblee poli9che, non possono votare né candidarsi,
non possono prendere parte giudiziaria in qualità di iudex ne interviene in giudizio con funz di assist x altri.
La loro 9tolarità della ci/adinanza romana si rifle/e posi9vamente sul riconoscimento della capacità
giuridica di diri/o privato; anche se dovrà fare i con9 con una capacità di agire limitata.
II.3. Status familiae
Status familiae à posizione di indipendenza rives9ta dal singolo individuo rispe/o ai vincoli potesta9vi di
cara/ere familiare = persona sui iuris, rifle/e il senso di una autonomia del sog dal potere che altri eserci9.
La qualifica contrapposta, persona alieni iuris, indica invece colui il quale sia privo di status famiglia essendo
so/oposto al potere del capofamiglia.
L’asse/o rigidamente potesta9vo della famiglia romana proie/a la 9tolarità dell'intero fascio di poteri
familiari su un sogge/o unico, necessariamente di sesso maschile, denominato pater familias.
È pater familias il maschio sui iuris, cioè colui il quale, non essendo so/oposto al potere di un suo
ascendente in linea maschile, potrà esercitare a sua volta questo potere sugli altri componen9 della
famiglia proprio iuris, i quali si troveranno nella cond di alieni iuris e mancheranno di capacità giuridica.
Il potere familiare di cui il pater è 9tolare assume denominazione diverse in ragione dei diversi sogge@ su
cui si esercita (pur nella sostanziale uniformità dei suoi contenu9):è patria potestas il potere esercitato sui
figli e gli ulteriori discenden9; è dominium il potere proprietario esercitato sugli schiavi; è manus il potere
eventualmente esercitato sulla moglie e sulle nuore.

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II.3.1. Patria potestas: il contenuto
Patria potestas à potere assoluto, perché a/ribuisce al pater sui propri so/opos9 ogni facoltà, sino alle
manifestazioni più dramma9che: se accogliere il neonato o abbandonarlo; diri/o di vendere il proprio
figlio; possibilità di punirlo anche in modo estremo (morte).
All'interno della famiglia il pater è 9tolare di tu/e le situazioni patrimoniali che vi fanno capo.
Ovviamente con il trascorrere dei sec si tenderà a mi9gare i profili più esaspera9 di questo potere,
arrivando a concedere ai figli l'uso del peculio di cui avevano la disponibilità, come accadeva per gli schiavi.
II.3.2. La cessazione della patria potestas
La patria potestas era un potere assoluto anche perché tendenzialmente illimitato nel tempo: essa cessa
soltanto con la morte del padre familias.
Finché tanto egli rimaneva in vita, nella sua patria potestas ricadevano tu/e le generazioni che di padre in
figlio si susseguivano l'una all'altra entro la linea di parentela agna9zia.
I maschi potevano cmq accedere alle cariche polit, civili e militari per evitare una paralisi della vita poli9ca.
Questo principio giunse nel tempo a mostrare i propri limi9; conseguenza ne fu la creazione di un is9tuto in
grado di far cessare volontariamente la patria potestà nei confron9 di un figlio: la emancipazione.
III. La costruzione della sogge@vità
III.1. Emancipazione: i presuppos9 e il procedimento
La emancipa9o rapp un fru/o della capacità innova9vo crea9vo espresso dalla giurisprudenza secerdotale.
I giuris9-pontefici creano infa@ uno schema negoziale nuovo grazie all'interpretazione di una norma
sancita nelle XII Tavole, in relazione a uno dei poteri del pater familias: il ius vendendi.
La vendita, che doveva avvenire nella forma della mancipa9o, avrebbe posto il figlio nella condizione di
persona in mancipio: un assogge/amento di fa/o nei confron9 di chi avesse ricevuto il figlio tramite
mancipa9o; una sorta di stato simil-servile che avrebbe potuto essere eliminato grazie alla manomissione.
La vendita del figlio avrebbe potuto essere conclusa dietro il pagamento di un corrispe@vo, ma anche in
forma fiduciaria e temporanea, a scopo di garanzia.
Di fronte al possibile ripetersi di queste vendite fiduciarie a scopo di garanzia, le XII Tavole consen9rono
due sole mancipazioni, prevedendo come sanzione, in caso di una terza vendita, la liberazione del figlio
dalla patria potestas.
Alla luce di questa previsione, la giurisprudenza ponteficiale elaborò lo schema di un negozio solenne che,
integrando la fa@specie prevista dalla norma, ne avrebbe fa/o sca/are il disposi9vo sanzionatorio.
Il pater familias che intendesse rendere sui iuris un proprio figlio in potestà, avrebbe pertanto realizzato in
sequenza due mancipazioni in favore di un acquirente fiduciario il quale a ciascuna macipa9o, avrebbe fa/o
seguire una manomissione.
Dopo il compimento della terza vendita, e la conseguente cessazione della patria potestas, il fiduciario,
anziché manome/erlo, avrebbe remancipato il figlio al padre, il quale, ricevendolo adesso come persona in
mancipio, perché ormai cessata la patria potestà, avrebbe potuto compiere la manomissione defini9va che
es9ngueva la condizione simil-servile: il che avrebbe permesso di costruire, i favore del padre, non del terzo
fiduciario, il rapporto di patronato rela9vo al figlio emancipato, il quale, uscendo dalla patria potestà,
avrebbe visto interrompersi ogni rapporto di parentela agna9zia con la famiglia d'origine.
III.2. Emancipazione: gli effe@.
Il rito si muoveva dunque all'interno del de/ato legisla9vo, lo interpretava le/eralmente (tanto da ritenersi
che usando la parola filius, la norma valesse soltanto per il figlio maschio, cosicché per la figlia sarebbe
bastata una sola vendita), ma riusciva a piegarne la ra9o trasformandola da sanzionatoria a negoziale e in
tal modo raggiungeva un duplice risultato:
- liberare un figlio dalla patria potestà rendendolo sui iuris, dunque giuridicamente capace e autonomo;
- mantenere pur sempre all'interno della famiglia naturale il fascio di relazioni prodo@ dalla manomiss.

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IV. Essere alieni iuris, o per natura o per diri/o. Le adozioni.
Ulpiano: “si è in potestà del pater o per natura o per diri/o”.
↳ La patria potestà si esercita sui figli procrea9 siano essi i figli legi@mi o figli naturali legi@ma9.
La filiazione legi@ma, prima regola per l'acquisto di potestà di un discendente, è quella che consegue da un
concepimento in costanza di matrimonio legi@mo.
L'ord romano a/ribuisce rilevanza alla figura del concepito a/raverso la previsione di strum giuridici diversi:
ES nomina di un custode del ventre al fine di garan9re il regolare corso della gestazione e l'a/ribuzione di
posizioni patrimoniali equiparan9 la condizione del figlio concepito a quella del figlio già nato (erede).
La so/oposizione a potestà può discendere anche da un a/o giuridico che, creando ar9ficialmente in capo
a un estraneo la condizione di figlio, lo fa entrare nella famiglia di chi non lo ha generato: adop9on.
Esistono però due diverse forme di adozione: adroga9o, e adop9o propriamente de/a.
IV.1. Adroga9o: presuppos9 e procedimento
È la figura più an9ca, infa@ prevede l’intervento del comizio centuriato.
Il des9natario dell’adroga9o poteva essere soltanto un sogge/o sui iuris che, cadendo nella potestà del suo
arrogante, subiva quella capi9s deminu9o minima che lo riportava alla condizione di alieni iuris.
La adroga9o risale all’epoca delle XII Tavole, in cui poteva essere fuori dalla patria potestas soltanto colui
che fosse già sui iuris e paterfamilias per la morte del proprio padre; quindi, chi avesse voluto ado/are un
figlio per procurarsi un discendente avrebbe dovuto rivolgersi ad un altro paterfamilias.
L’adroga9o si concre9zzava nell’ intervento del comizio centuriato, presieduto dal pontefix maxiumus.
A quest’ul9mo spe/ava una verifica istru/oria sui requisi9 formalmente richies9: la condizione di persona
sui iuris delle due par9; che l’aspirante arrogante avesse almeno sessant’anni; che non avesse figli.
Conclusa posi9vamente la parte preliminare, il pontefice massimo avrebbe rivolto al comizio una roga9o,
chiedendo di approvare la trasformazione dell’arrogato in filius dell’arrogante.
Con il passare del tempo, per via della decadenza dell’an9co comizio curiato e la difficoltà di convocare e
riunire il popolo, la procedura si svolgeva non più di fronte all’intero comizio, bensì davan9 a trenta li/ori.
Nel corso del principato poi, si sere evidente il limite di una procedura che poteva svolgersi soltanto a
Roma, così si cominciò a compier mediante cos9tuzione imperiale, nella forma del rescriptum principis.
Questa modalità divenne ben presto prevalente anche fuori fai territori provinciali.
Finché l’adroga9o si svolse davan9 al comizio non fu consen9ta l’adozione di una donna sui iuris ad opera di
un paterfamilias. La modalità imperiale superò questo ostacolo.
IV.2. Adroga9o: gli effe@
Effe@ sul piano personale e familiare à l’intero nucleo familiare dell’arrogato sarebbe stato assorbito so/o
la potestas dell’arrogante; l’arrogato perdeva i vincoli di parentela agna9zia con il gruppo familiare di
origine per acquistarne nei confron9 degli agna9 dell’arrogante.
Effe@ sul piano patrimoniale à tu/e le situazioni giuridiche facen9 capo all’arrogato, venivano a trasferirsi
in capo all’arrogante. Trova cmq applicazione in principio secondo cui il pater non poteva vedere diminuito
il proprio patrimonio in conseguenza dell’agire negoziale dei so/opos9: i debi9 non si trasme/evano, ma
non potevano neppure rimanere nella 9tolarità dell’arrogato, quindi si es9nguevano, e l’istru/oria del
pontefice avrebbe garan9to contro il rischio di manovre fraudolente in danno ai creditori.

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IV.3. Adop9o: presuppos9 e procedimento
Verso il V sec nasce la figura dell’adop9o: adozione di un filius ad opera di un paterfamilias diverso dal
genitore naturale.
Presupposto dell’adop9o era dunque che l’ado/ato fosse un sogge/o alieni iuris, il quale, per l’effe/o
dell’adop9o, sarebbe passato dalla famiglia d’origine a quella dell’ado/ante.
Necessario era ovviamente l’accordo tra i due paterfamilias, visto anche che l’adop9o presupponeva la
liberazione del filius dalla potestà del genitore naturale. Questa esigenza si rifle/e nella stru/ura formale
dell’adop9o che si avvaleva della emancipazione:
- Prima fase “es9n9va” -> ripeteva esa/amente i passaggi procedurali della mancipa9o.
- Seconda fase “cos9tu9va” -> u9lizza lo schema formale della in iure cessio. Questa fase si svolgeva in
tribunale, davan9 al pretore presso il quale comparivano l’ado/ante, il padre e il figlio. L’ado/ante
rivendicava quel figlio come so/oposto alla propria potestas; il padre naturale taceva, così il pretore
proseguiva con l’addic9o, cos9tuendo nei sui confron9 la patria potestas sull’ado/ato.
IV.4. Adop9o: gli effe@
Effe@ sul piano personale à l’ado/ato usciva dalla famiglia di origine per entrare in qualità di filius nella
famiglia del pater ado@vo, qui acquisendo tu@ i legami di parentela con gli agna9 dell’ado/ante.
L’ado/ato perdeva l’aspe/a9va ereditaria nei confron9 del genitore naturale, ma acquistava i diri@
successori civilis9ci rispe/o all’ado/ante e agli agna9 di quest’ul9mo.
Effe@ sul piano sociale e onomas9co à l’ado/ato assumeva la condizione sociale dell’ado/ante; assumeva
i tre nomi del pater ado@vo, conservando il nomen originario ma con l’aggiunta del suffisso -anus.
Con Gius9niano l’adop9o si modificò: a meno che l'ado/ante non fosse stato un suo congiunto, l'ado/ato
non perdeva i legami di parentela con la famiglia d'origine, rimanendo so/o la patria potestà del padre
naturale, solo cos9tuendosi un'aspe/a9va ereditaria nei confron9 del partner ado@vo.
In questo caso la adop9on si concludeva grazie allo scambio delle direzioni reciproche e concordi resi dai
due patres alla presenza dell'ado/ando che non doveva dissen9re.
Per tu/a l'età classica la donna non poteva effe/uare l’adozione, ma Diocleziano consen9 un adroga9o al
femminile in presenza di circostanze molto par9colari e senza cos9tuzioni di patria potestas. Con la riforma
gius9nianea, le possibilità determinate nei confron9 dell’adop9o erano più ampie.
V. La capacità di agire. Il problema dell’età
Nell'esperienza di Roma an9ca, l’idoneità a concludere validi negozi giuridici appare collegata al
conseguimento della pubertà, la maturità riprodu@va o/enuta grazie allo sviluppo dei cara/eri sessuali.
Inizialmente era accertato mediante un'indagine dire/a caso per caso; poi il raggiungimento della pubertà
venne fissato in modo presun9vo collegandolo al compimento di 12 anni per le donne e 14 per gli uomini.
V.1. La tutela degli impuberi
Al di so/o di queste soglie, i sog erano qualifica9 impuberes e come tali mancavano di capacità di agire:
carenza rilevante per l’impubere sui iuris. Ed è proprio nei confron9 di quest'ul9mo dell'ordinamento
civilis9co configura lo strumento della tutela impuberum.
V.1.1. Forme di tutela
Considerata a livello maturo del proprio sviluppo, la tutela impuberum, presentava tre forme che
corrispondono sostanzialmente alle tre modalità a quel punto ho previste di designazione del tutore:
> Tutela testamentaria: il paterfamilias dell’impubere, nel confezionare il proprio testamento, poteva
prevedere la nomina di un tutore per il proprio figlio.
> Tutela legi@ma: in mancanza di un testamento, alla designazione del tutore provvedeva alla legge delle
XII Tavole, prevedendo che il tutore legi@mo sarebbe stato l’adgnatus proximus, ovverosia il parente in
linea maschile di grado più vicino all’impubere.
> Tutela da9va: se non vi è né un tutore testamentario né un tutore legi@mo, la Lex A9lia De Tutore
Dando, intervenne disponendo che il pretore, mediante decreto, e probabilmente su sollecitazione
della madre, avrebbe nominato all’impubere il tutore, de/o pertanto anche tutor A9lianus.
In età imperiale fu is9tuita una figura di magistrato ad hoc ovvero il pretore tutelare.

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V.1.2. Compi9 e poteri del tutore.
o Infans (che non so parlare ma) à l’impubere di età inferiore a 7 anni; evidenziava l'incapacità di
concepire e formulare un eloquio razionalmente stru/urato.
In questo caso il tutore operava come un nego9orum gestor à avrebbe compiuto personalmente gli
a@ nell'interesse del pupillo, ma spendendo il proprio nome secondo lo schema della rap indire/a: gli
effe@ si sarebbero dunque prodo@ nella sfera giuridica del tutore rappresentante, che sarebbe stato
obbligato a ritrasferirli nella sfera giuridica del pupillo una volta cessata la tutela.
Al limite cos9tuito dagli a@ personalissimi, insusce@bili di interposizione gestoria, si poteva ovviare
ricorrendo all'a@vità dello schiavo che fosse eventualmente presente nel patrimonio del pupillo infans.
o Infan9a maior à compimento dei 7 anni, diveniva legi@mato a concludere personalmente il negozio al
quale il tutore avrebbe prestato la propria auctoritas, così integrando la parziale mancanza di capacità
di agire. In presenza di effe@ reciprocamente acquisi9vi e obbligatori, la mancanza di autorità avrebbe
determinato la configurazione di un negozio claudicante.
V.1.3 La Responsabilità del tutore e cause di esonero.
Le XIII Tavole prevedevano una modalità sanzionatoria nei confron9 del tutore testamentario,
rappresentata da una ac9o suspec9 tutoris, che poteva essere promossa da chiunque avesse no9zia di un
suo comportamento sleale, pregiudizievole per il pupillo. All'esito della condanna il tutore sarebbe stato
rimosso dalla funzione, con la pena accessoria della qualifica di infamis.
Per il tutore illegi@mo le XII Tavole prevedevano invece una responsabilità patrimoniale nel caso si fosse
dolosamente appropriato dei beni del pupillo: a quest'ul9mo, cessata la tutela, sarebbe spe/ata una ac9on
ra9onibus distrahendis, con la quale avrebbe o/enuto la condanna del tutore ad una pena in duplum.
Dal I sec a.C. si poteva esperire l’ac9o tutelae, che aveva però una duplice forma:
- Quella directa, con la quale il pupillo chiedeva contro al tutore di ogni diminuzione patrimoniale subita
anche per semplice negligenza o imperizia; nel presup della mala ges9o, dunque, il tutore avrebbe
risposto dei danni non solo dolosi ma anche colposi.
- Quella contraria, con la quale il tutore chiedeva il rimborso di eventuali spese sostenute al pupillo.
L’ac9o tutelae fu poi estesa nei riguardi del tutore testamentario e in epoca postclas9ca, con la sostanziale
fusione fra i tre 9pi di tutela, divenne pra9cabile anche in presenza di un tutore legi@mo.
Nei confron9 di quest’ul9mo già il ius honorarium, nella tarda Rep, aveva previsto la necessaria prestazione
di una sta9sda9o con la quale il tutore illegi@mo si impegnava a rifondere il pupillo per ogni pregiudizio
sofferto in conseguenza dell'amministrazione tutelare.
Alla tutela testamentaria, sin dalle origini, si poteva rinunciare con la abdica9o tutelae. Ciò non voleva
invece per la tutela legi@ma.
Il tutore a9liano poteva invece chiedere l'esonero dalla tutela soltanto se mo9vato da una delle cause
gius9fica9ve previste: età avanzata, difficoltà economiche, condizioni di salute, ecc. Avrebbe altresì potuto
so/rarsi all'ufficio tutelare indicando un diverso possibile tutorie più ada/o a gerire l'incarico al suo posto;
in entrambi i casi sarebbe spe/ato al magistrato a decidere sull'eventuale revoca.
Con l'imperatore Claudio, il principio fu esteso alla tutela testamentaria e, nel corso dell'età postclassica,
anche al tutore legi@mo. Mentre la po9oris nomina9o progressivamente cadde in desuetudine.
V.2. Capacità di agire e capacità naturale: gli adolescen9
Questa circostanza di tutela dei minori che si venne a creare non dovete prestare il fianco a par9colari
problemi finché si mantengono le condizioni socioeconomiche dell'epoca più an9ca.
Con la rivoluzionaria trasformazione determinatasi nel corso del III sec a.C. per effe/o del confli/o con
Annibale e del controllo sul Mediterraneo, si ebbe un auten9co rovesciamento delle condizioni vigen9.
L'intensità delle relazioni di scambio e dei traffici commerciali e la crescente complessità delle stru/ure
negoziali impiegate, iniziarono a me/ere a dura prova l'inesperienza e la immaturità dei sog da poco usci9
dalla tutela, al punto da det un problema sociale per il quale si rese necessario l'intervento del comizio.

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V.2.1 Interven9 a protezione degli adolescen9
Nel II sec fu approvata una legge che is9tuiva un’altra categoria su base anagrafica: adulescentes 14-25.
La Lex Leatoria de circumscrip9one adulescen9um imponeva una pena patrimoniale a carico del sogge/o
maggiore di 25 anni che si fosse dolosamente approfi/ato dell'inesperienza di un'adolescente facendogli
concludere un negozio per lui svantaggioso.
La rela9va azione sanciva una responsabilità dell'approfi/atore sul piano penale, senza tu/avia escludere la
validità e l’efficacia del negozio, che rimanevano inta/e; di conseguenza sarebbe stato possibile per il
maggiorenne pretendere in giudizio l'adempimento da parte dell’adolescente degli obblighi assun9.
Intervenne così il ius honorarium un con due strumen9 a favore dell’adolescen9 danneggiato dal negozio:
- una excep9on legis Lae9riae à l'adolescente che non avesse ancora eseguito la prestazione poteva
difendersi dall'azione contra/uale promossa nei suoi confron9 o/enendo di essere assolto definit.
- una in integrum res9tu9o propter aetatem à l’adolescente che avesse già effe/uato la prestazione,
entro un anno poteva chiedere al pretore di essere pres9tuito dell'integro’ cioè riportato alla situazione
giuridica e fa/uale preesistente alla conclusione del negozio.
V.2.2. La curatela dell'adolescente
La rete che in tal modo dava totale sicurezza all'adolescente contro il pericolo di un pregiudizio
contra/uale, aveva finito per soffocarne la piena capacità di agire.
Tu/o ciò indusse infa@ una generalizzata diffidenza verso i negozi conclusi con gli adolescen9.
Dall'impasse che l'ordinamento stesso aveva creato si uscì grazie ad una soluzione che emerse nella prassi:
il minore di 25 anni si faccia assistere nella conclusione del negozio da un sogge/o maggiorenne con
funzioni di curator minoris. Esso non veniva certo a integrare alcuna capacità, infa@ non avrebbe prestato
alcuna auctoritas in senso tecnico; la sua presenza e il suo consenso andavano piu/osto a compensare il
gap di inesperienza e ingenuità del minore e a garan9re la controparte sul buon esito del’operaz negoziale.
V.2.3. il ruolo del curatore e la sua evoluzione
In ragione della sua evidente funzionalità, la soluzione nata nella prassi incontrò con un favore crescente e
o/enne una prima is9tuzionalizzazione grazie al pretore, alla cui competenza venne infa@ affidata la
nomina del curatore designato dall'adolescente ogni qualvolta avesse necessità di concludere un negozio.
Dal II sec a.C., con l'imperatore Marco Aurelio, si stabilì che il curatore fosse nominato una sola volta con
validità per l'intero periodo dell’adolescenza: un curatore e permanente.
La figura del curatore stabile segnò l'avvio di una diversa parabola evolu9va che avrebbe condo/o il
curatore ad essere inves9to dell'amministrazione nei confron9 dell'adolescente, con la possibilità di
concludere personalmente negozi di interesse di quest'ul9mo, secondo il consueto paradigma della
rappresentanza indire/a.
Prese corpo, pertanto, un processo di avvicinamento fra la figura della curatela e quella della tutela. Pur
non giungendo mai ad abrogare formalmente il criterio della pubertas, l'esito ul9mo di questo percorso di
iden9ficazione fra curatela e tutela fu lo spostamento al ven9cinquesimo anno della soglia di età necessaria
per il riconoscimento della piena capacità di agire.
Nella tarda epoca classica si affermò la possibilità di chiedere la venia eata9s: gli adolescen9 che avessero
compiuto 20 anni (18 donne), potevano o/enere un prov che li esonerasse an9cipatamente dalla curatela.
V.3. Le fragilità psichiche
Le XII Tavole contemplavano la figura del furiosus = infermo di mente che fosse sui iuris; a/ribuivano al
parente prossimo in linea maschile, o ai gen9les, la potestà su di lui e sul suo patrimonio (sennò pretore).
Egli non poteva compiere alcun negozio, pertanto il suo curatore operava come un rappres indire/o.
Non necessitava di una formale accertamento né di una pronuncia interdi@va.
Le XII Tavole contemplavano anche la figura del prodigus = non infermo di mente ma affe/o da una
patologica propensione allo sperpero. In forza di un apposito provvedimento del magistrato che ne sanciva
l'interdizione, al prodigo era consen9to concludere soltanto i negozi acquisi9vi; per la residua a@vità
subentrava il curator prodigi (adgnatus proximus o gen9les o curatore da9vo). Egli avrebbe operato come
un nego9orum gestor, trasferendo nella sfera giuridica del prodigo, gli effe@ ricevu9 proprio nomine.

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VI. La capacità di agire. Il problema del genere.
Sul piano dell'a@tudine alla 9tolarità di diri@ sogge@vi patrimoniali di natura priva9s9ca, lo statuto
femminile in Roma non si discosta in modo significa9vo da quello maschile.
ES le figlie erano accolte all’eredità in condizioni di perfe/a parità con i figli maschi: l’asse ereditario era
infa@ diviso in quote eguali tra tu@ i figli, senza diri@ di primogenitura o discriminazioni di genere
La situazione, tu/avia, cambia in modo significa9vo se si considera il piano dei diri@ personali e familiari:
una donna, infa@, non avrebbe mai potuto essere 9tolare di patria potestas, ne avrebbe potuto ado/are
un figlio o esercitare la tutela, neppure sui propri figli rimas9 orfani.
VI.1. La tutela delle donne: forme di tutela e poteri del tutore.
Al raggiungimento dell'età pubere le donne conseguivano una capacità di agire solo parziale: lasciavano la
tutela qui erano state so/oposte in quanto impuberi, per entrare in un diverso regime di tutela in quanto
donne sui iuris = la tutela mulierum, a sarebbero state so/oposte potenzialmente sino alla morte.
Dal giurista Gaio apprendiamo che l'is9tuto apparteneva all'orizzonte dell'an9co ius civile e che le sue
forme ricalcavano in larga parte quelle previste per la tutela degli impuberi: tutore della donna poteva
essere un tutore testamentario, legi@mo o da9vo.
Era inoltre prevista una quarta figura di tutore = tutor op9vus -> era infa@ possibile che il testamento
accordasse alla donna la facoltà di scegliersi personalmente il proprio tutore, che sarebbe poi stato
confermato dal pretore.
L'intervento del tutore muliebre si sarebbe limitato alla auctoritas interposi9o, rispe/o al negozio concluso
personalmente dalla donna stessa.
Fermo il principio che la donna poteva compiere da sola gli a@ meramente acquisi9vi, l’auctoritas del
tutorial muliebre era stata necessaria solo per gli a@ più rilevan9, diremmo oggi di straordinaria ammi.
VI.2. Tutela delle donne ed emancipazione femminile
Nel corso dell’età repub le fon9 an9che documentano episodi e vicende di emancipazione femminile:
ES sappiamo di donne che manifestarono pubblicamente in favore dell'abrogazione e della Lex Oppia, che
limitava loro l'esibizione di gioielli e di altri ogge@ di lusso;
ES sappiamo di donne appartenen9 agli stra9 più al9 della società che con successo si dedicavano ad
a@vità imprenditoriali.
In linea con ques9 processi emancipatori, la tutela mulierum venne progressivamente esaurendo la propria
rilevanza; così Augusto stabilì l’esonero della tutela per la donna ingenua che avesse partorito tre figli
(qua/ro per le donne liberte).
La Lex Claudia abolì la tutela legi@ma esercitata dall’agnatus proximus, e un sec più tardi Gaio a/estò che il
tutore recalcitrante di fronte all'a/o compiuto dalla donna avrebbe potuto essere obbligato dal pretore a
prestarvi l'autorità.
Priva ormai di ogni ra9o stringente, a tutela mulierum, che pure non sarebbe mai stata formalmente
abolita, tenderà progressivamente a uscire di scena.

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Cap quarto: La famiglia
I. Stru/ura e composizione della famiglia
I.1. Significato di famiglia. Famiglia proprio iure e famiglia commouni iure. Adgna9o e cogna9o.
Il giurista Ulpiano, procedendo alla descrizione della famiglia, inizia dicendo che il termine ha varie
accezioni: viene usato infa@ sia in relazione alle cose sia in relazione alle persone.
Il contenuto ‘reale’ (=riferitesi al res) del termine, ricorre nel linguaggio giuridico arcaico.
Acquista poi nel tempo un significato giuridico più ampio e diviene a/o a designare la formazione, il gruppo
di individui (che ruota intorno alla ‘familia’ nel le sue significato reale, patrimonio, di cui è 9tolare il pater
familia appunto) tra loro lega9 da uno specifico vincolo parentale.
Intorno al termine familia si stru/urano poi due insiemi parentali fondamentali e di dis9nta configurazione:
> Famiglia proprio iure à composta da una pluralità di persone so/oposte alla potestas di un sogge/o.
Ha una stru/ura piramidale, con al ver9ce il pater familias e al suo interno le persone libere so/oposte
al potere del pater, accomunate dall'essere alieni iuris, ma diversificate per 9pologia di legame, ruolo e
disciplina giuridica: filii familias, donne in manu viri, persone in manicipio.
A determinare l'appartenenza dei so/opos9 alla famiglia di un pater, era in primis il fa/o della
discendenza derivante dal matrimonio, che comportava la qualità di legi@mi dei filii genera9; si
consideravano inoltre giuridicamente so/opos9 alla potestà del padre familias anche i figli na9
dall'unione coniugali dei suoi discenden9.
La condizione di so/opos9 al pater veniva riconosciuta anche ai sogge@ ad essa divenu9 per diri/o in
seguito cioè ad adop9on, adroga9o o a seguito di conven9o in manum.
Per dis9nguere le 9pologie di legami intercorren9 tra colore appartengono alla medesima famiglia i romani
parlarono di vincoli di adgna9o e cogna9o:
à Adgna9o -> descrive il legame riconosciuto dal ius civile, scaturente dalla relazione di 9po giuridico che
si instaura tra appartenen9 alla famiglia nella qualità di discenden9 del medesimo pater: una parentela
civile che rileva dunque per linea maschile.
à Cogna9o -> descrive il vincolo di parentela che lega coloro che sono ‘congiun9’, ovvero coloro che sono
tra loro ‘consanguinei’.
Entrambe le parentele possono essere considerate in linea re/a o in linea collaterale: sono paren9 in linea
re/a i discenden9 e gli ascenden9 tra loro; sono paren9 in via collaterale coloro che sono tra loro lega9
dall'esistenza di un ascendente in comune.
Il grado di parentela viene computato con modalità diverse a seconda della linea: per i paren9 in linea re/a
il grado corrisponde al numero di intervalli che separano ascendente e discendente; per la linea collaterale
il computo si effe/ua risalendo per gradi al comune ascendente e riscendendo per l'altro ramo ma
escludendo dal conto l'avo comune.
> Famiglia communi iure à alla morte del pater, la famiglia proprio iure si scinde in tante famiglie proprio
iure quan9 erano i figli che si trovavano nella posizione a lui più prossima.
L'insieme degli adgna9 che sarebbero sta9 uni9 so/o la medesima potestas se il pater fosse ancora in
vita dava luogo appunto alla famiglia communi iuri.

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I.2. Filiazione legi@ma
L'espressione filiazione legi@ma fa riferimento alla condizione di coloro che sono sta9 genera9 da sogge@
uni9 in iustum matrimonium, oh sono sta9 inclusi nella famiglia e so/opos9 al potere del pater a seguito di
uno specifico e preordinato a/o giuridico.
A. La porta da personale della potestà paterna si esplica sin dal momento dell'avvenuta al mondo del
filius; al pater familias sospe/a sia l'a/o del tollere liberum (accogliere il neonato riconoscendolo come
membro della famiglia) s9a lo speculare potere di abbandono dello stesso = ius exponendi.
La soggezione personale dei fili ammessi all'interno della famiglia corre parallela all'esercizio della
potestà paterna fin quando essi permangono nella condizione di alieni iuris rispe/o a lui.
Al consenso paterno sono altresì piegate le decisioni relat al fidanzam ed alle nup9ae dei so/opos9.
Il pater è 9tolare anche del vitae necisque potestas, che lo faculta ad accomunare punizioni e sanzioni
modulate per intensità e gravità, sino all'erogazione estrema della messa a morte del so/oposto.
Esso risulta però giuridicamente temperato dalla richiesta della sussistenza di una giusta causa, e del
ricorso ad un ad un organo familiare deputato a vigilare la messa a morte del resp di det condo/e.
Col tempo l'es di questo diri/o viene progressivamente ridimensionato dapprima con la previsione di
gravi sanzioni per il pater che ne avesse fa/o immo9vatamente ricorso ed infine con la sua scomparsa.
La patria potestà riconosceva inoltre al pater lo ius vendendi -> la facoltà di cedere ad un altro sogge/o
sui juris, un proprio so/oposto a/raverso l'a/o della mancipa9o; il figlio alienato si veniva così a trovare
una causa mancipi del terzo, assogge/ato pertanto al potere di colui presso il quale era stato trasferito
ed in condizione di persona servi loco.
Questo diri/o era pra9cabile entro il limite legisla9vo delle tre vendite altrimen9 avrebbe portato alla
defini9va so/razione del filius dalla condizione di sogge/o in potestate.
Il figlio divenuto in mancipio e servi loco sarebbe uscito da quella condizione per effe/o di una
manumissio che però anziché renderlo sui iuris, lo avrebbe fa/o rientrare nella potestà del pater.
Dal tenore del de/ato legisla9vo prenderà avvio l'a@vità di interpreta9o iuris della giurisprudenza
pon9ficale, la quale farà da volano alla creazione di nuovi rappor9 giuridici presupponente l'es9nzione
volontaria della potestà paterna sui so/opos9: adop9o e emancipa9o filii.
Il trasferimento presso un terzo di un filius nella condizione di persona in mancipio fu u9lizzato anche
per effe/uarne la noxae dedi9o -> consen9re ad un pater familias di liberarsi dalla responsabilità
derivante dal deli/o del so/oposto, anziché risponderne col suo patrimonio, consegnando l’autore
dell'illecito all'offeso.
L'esercizio di tale facoltà risulta diradato in epoca classica, per essere poi abolita da Gius9niano.
B. Anche so/o il profilo patrimoniale la soggezione dei filii familias è alle origini altre/anto piena,
riconoscendo il iust civile capacità patrimoniale solo al pater familias. Ne consegue l'impossibilità per i
so/opos9 di essere 9tolare di situazioni giuridiche reali, come di rappor9 obbligatori: essi possiedono
per il pater, acquistano per il pater, mentre gli impegni da loro assun9 non creano vincolo giuridico nei
suoi confron9 (salvo che nel caso delle obbligazioni nascen9 da deli/o del so/oposto).
La regola è chiara, il so/oposto non può diminuire la consistenza del patrimonio paterno.
Il rigore del regime civilis9co descri/o inizia ad inclinarsi per opera del pretore, che riconosce effe@
all'agire dell'alieni iuris nell'ambito del peculium, a/raverso la concessione di strumen9 a@ a garan9re
coloro che avanzano pretese a seguito dell'affare concluso col so/oposto.
Il pretorio consente ai terzi creditori di agire con l’ac9o de peculio per o/enere che il pater rispondesse
del debito contra/o, nei limi9 del peculio, dall’alieni iuris.
Consen‚ inoltre che il pater fosse chiamato a rispondere dei debi9 contra@ dal so/oposto che avesse
agito nell'ambito di un'a@vità comme alla quale era stato proposto dal sui iuris, o avesse svolto l'a@vità
negoziale a seguito di autorizzazione data dal pater al terzo affinché concludesse l'affare col filius.
Oltre che per concessione paterna, i figli poterono nel tempo essere 9tolari di peculium cos9tui9 da:
- Peculium Castrense = proveniente dell’a@vità in castris del figlio (bo@no di guerra, doni, s9pendio
militare); il figlio poteva disporre di esso da prima solo via testamentaria poi anche con a@ inter vivos
- Peculium quasi Castrense = prov pervenu9 dallo svolgimento di talune carice ES avvocato o cariche pub.

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II. Matrimonio e convivenza e stabili non matrimoniali.
II.1. Matrimonio
Matrimonio -> vincolo che sta alla base dell’org familiare romana, dal quale effe@ inciden9 sia sul rapporto
di discendenza sia sul vincolo coniugale.
Nup9ae -> ar9colata liturgia che si componeva di una serie di momen9 fortemente evoca9vi, i quali
rispondevano all'un tempo all'esigenza religiosa di favorire gli auspici della divinità ed a quella laica di
rendere manifesto alla comunità il fa/o dell'avvenuta Unione.
La variegata celebrazione nuziale si snodava nell'arco di un intero giorno e culminava nella deduc9o in
domum viri, il rituale di ingresso della nupta nella domus del marito.
L'is9tuto del matrimonio risponde ad una peculiare concezione giuridica che non necessita, ai fini
cos9tu9vi, di un a/o formale iniziale; infa@, il matrimonio è iustum (pertanto produ@vo di effe@) ove
sussistono taluni specifici presuppos9 previs9 dall'ord e se siano constatabili due elemen9 fa/uali:
1. La pubertà -> maturità psicofisica che li rende idonei alla fruizione procrea9va;
2. Il loro dichiarato consenso, o dei loro genitori si alieni iuris;
3. Il reciproco godimento del ius conubii, ma anche che inter eos conubium sit: quindi no patrizi/plebei,
senatori/liberte, ingenui/pros9tute, patronae/liber9, ecc…
- L'unione inoltre deve essere monogamica; non deve avere inizio prima di almeno 10 mesi dallo
scioglimento del precedente matrimonio; non vi devono essere vincoli di parentela fra i coniugi entro il
sesto grado (sennò nulle e considerate ‘incestae’).
o Elemento sogge@vo à consenso, l’intenzione con9nua9va a perseverare nella cond di marito e moglie;
↳ deve essere con9nuamente ravvisabile ai fini della perduranza dell'unione.
o Elemento ogge@vo à coabitazione, stabilità della convivenza coniugale; se posta in essere in assenza
di consenso, qualifica l'unione come concubinato.
Il ritorno a casa del marito a seguito di prigionia di guerra non ricos9tuisce il matrimonio poiché ai fini di
esso occorre la perduranza della relazione fa/uale; quindi, per ricos9tuire il vincolo coniugale andavano
necessariamente ripris9na9 i requisi9 della convivenza abituale e del consenso.
II.2. Conven9o in manum
Conven9o in manum à comportava l’inclusione giuridica della moglie nella famiglia del marito.
Ciò la poneva della condizione di uxor in manu, comportante la sua so/oposizione di una serie di doveri e
all'acquisizione di specifici diri@. Si realizzava a/raverso tre modi:
Ø Conven9o in manum usu à se la sposa avesse perseverato nella condizione di moglie per un intero
anno, allo scadere di esso l’unione coniugale si sarebbe trasformata in matrimonio cum manu.
Per impedire ciò la donna si sarebbe dovuta allontanare ogni anno dalla casa maritale per un
trinoc9um, prima dello scadere dell'anno di convivenza (ciò non det l’interruzione del matrimonio).
Ø Conven9o in manum farreo à si instaurava all'a/o della celebrazione delle nup9ae; era una solenne
cerimonia dedicata a Giove Farro, nel corso della quale gli sposi venivano uni9 col rito del farro.
Essa det, accanto agli effe@ giuridici della conven9o, effe@ suoi precipui (ES comunione beni, no ius
vendendi sul figlio che avesse contra/o nozze con tale metodo), e solo coloro che fossero na9 da
genitori uni9 e con tali nup9ae potevano accedere ai più importan9 sacerdozi.
Ø Coemp9o à si art con uno schema che appare evoca9vo di una reciproca compera degli sposi, calata
nell'ambito formale della mancipa9o, ada/a allo scopo di formalizzare l'acquisizione della uxor nella
famiglia del marito; servivano 5 tes9moni e il libripens.
Effe@ conven9o in manum à la moglie perdeva i legami di adgna9o con la sua famiglia d'origine ed
entrava a far giurid parte del gruppo familiare del marito instaurando il legame di adgna9o con i suoi comp.
Il grado agna9zio acquisito dalla moglie era quello, fi@zio, di figlia del proprio vir; tale posizione era
funzionale all’inclusione nella linea dei discenden9 legi@mi ai fini dei diri@ successori ma la esponeva al
contempo alla soggezione della potestà maritale.
Il patrimonio di cui fosse stata 9tolare la donna si sarebbe riservato, per effe/o di una successio inter vivos,
per la parte dell'a@vo, nella sfera giuridica del pater familias della nuova famiglia. Tale trasferimento si
sarebbe considerato come avvenuto a 9tolo di dote.

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II.3. Sponsalia
Sponsalia à rimanda ad un ar9colato rituale nel corso del quale avveniva lo scambio di reciproche
promesse di future nozze tra gli aven9 potestà dei nubendi, o tra lo sponsus e la sponsa assista da tutore.
Ciò generava obbligazioni reciproche e prevedeva, in caso di inadempimento, il ricorso all’ac9o ex sponsu.
Gli sponsalia impegnano coloro che hanno realizzato l’accordo ma non cos9tuiscono una deroga al principio
del necessario consenso dei fidanza9 all’instaurazione dell’unione.
Nel tempo, la forza obbligatoria dell’accordo sancito da sponsalia viene meno. Gli sponsalia liberi da obbligo
giuridico producevano cmq taluni importan9 effe@: ES vincolo di adfinitas = impediva matrimoni tra uno
dei due sponsi e det paren9 dell’altro; esenzione dall’obbligo di tes9monianza di un fidanzato contro l’altro.
Si richiedeva poi un a/o unilaterale, il repudium, al fine di dichiarare la volontà di sciogliere il fidanzam.
Nell’ipotesi di promesse non rispe/ate si prevedeva la res9tuzione di eventuali doni, e la
res9tuzione/tra/enimento dell’arrha sponsalicia = caparra consegnata alla sponsa all’a/o del fidanzament.
II.4. Dote. Cos9tuzione.
Alla conclusione del matrimonio ci accompagnava di norma alla cos9tuzione al marito della dote.
Dote à apporto patrimoniale a favore del marito, realizzato dal pater della futura sposa o dalla stessa
donna se sui iuris o da terze persone, che rispondeva all'esigenza di contribuire al sostegno degli oneri
scaturen9 dal matrimonio.
Nell'epoca più risalente, la cos9tuzione della dote trovava la sua naturale collocazione nel contesto degli
accordi sposalizi; nelle fasi storiche successive, ad essa si fece ricorso anche in concomitanza dello
svolgimento delle nup9ae o in costanza di matrimonio già concluso.
- Quando il negozio u9lizzato det il sorgere di un rapporto obbligatorio, gli effe@ di tale a/o andavano
considera9 come so/opos9 tacitamente alla condizione della futura realizzazione delle nup9ae.
- Quando invece consisteva in un negozio con effe@ reali si verificava l'immediato trasferimento dei beni
al marito salvo la facoltà in caso di mancato matrimonio dell'esperimento dell'ac9on condic9o.
1) Dic9o do9s à promessa obbligatoria unilaterale che assumeva oralmente l'impegno di trasferire in
futuro i beni dotali allo sponsor.
2) Promissio do9s à si tra/ava di una s9pula9o e in caso di mancato adempimento il marito avrebbe
potuto esperire contro il promi/ente l'ac9o ex s9pulato.
3) Da9o do9s à trasferiva dire/amente i beni dotali al marito che ne acquistava la proprietà; si realizzava
mediante mancipa9o o in iure cessio o mediante tradi9o.
Il geni9vo do9s ne specifica la causa negoziale, la quale incide non solo sulla validità dell'a/o,
condizionandola all'avvenimento delle nozze, ma anche sull'ampiezza del diri/o che il marito acquistava: la
dote, essendo preordinata allo scopo di sostenere il matrimonio, si considera dire/a alla moglie; in questa
logica si comprendono i controlli ed i limi9 impos9 alla ges9one del patrimonio dotale ES il marito non
poteva alienare il fondo dotale in assenza di consenso della moglie.
II.5. Rappor9 personali e patrimoniali tra coniugi
Il matrimonio dava vita ad un generale reciproco dovere di rispe/o, fedeltà ed assistenza materiale; il
mancato rispe/o della fedeltà da parte dell'uomo o della donna però erano puni9 in maniera differente:
à L'infedeltà maritale era impunità, se compiuta con schiave o meretrici, o dava luogo a provvedimen9
patrimoniali se perpetrata con ingenue o donne sposate;
à Se la donna si fosse macchiata di adulterium, il marito avrebbe potuto punirla, sino ad ucciderla.
Con la Lex Iulia de adulteriis, si obbligava il marito a ripudiare la donna ed intentare subito contro di lei
l'accusa di adulterio nel caso di flagranza di reato consumato nella casa a marita del marito veniva
facolta9vo a me/ere a morte l'amante sospeso ma non la moglie a tale extrema ra9o poteva
similmente ricorrere il pater familias con adultera alla quale spe/ava il potere di uccidere
contestualmente al correo anche la figlia; al pater spe/ava parimen9 l'accusa privilegiata di adulterio.
Non era possibile intentare l'ac9o fur9 contro la moglie, ma il pretore introdusse uno strumento di tutela
dalle conseguenze meno gravi: l'ac9o rerum amotarum e previde l'applicabilità tra i coniugi del beneficium
competen9ae, che consen9va di limitare la condanna all'a@vo patrimoniale del coniuge condannato.

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II.6. Scioglimento del matrimonio
A) Divorzio à possibilità di sciogliere il matrimonio come conseguenza del venir meno della volontà di
perseverare nell'unione; poteva tra/arsi di una volontà reciproca (divor9um) o dell'intenzione di uno
solo dei due (repudium).
In età an9ca, la possibilità di sciogliere il matrimonio fu sogge/ata ad un severo controllo sociale a al
parere preven9vo del consilium domes9cum.
Il ripudio infa@ doveva essere ‘gius9ficato’ ES adulterio, ubriachezza, procurato aborto; se operato al di
fuori di queste circostanze tassa9vamente previste, il marito sarebbe stato ogge/o di riprovazione
sociale ed esposto a sanzioni patrimoniali.
Non era prevista alcuna modalità formale per interrompere il vincolo coniugale, ma era tu/avia prassi
so/olineare il fa/o mediante il ricorso a certa verba (= formulazioni pronunciate platealmente dal
ripudiante) e mediante l'allontanamento del coniuge della casa maritale.
Con l'allentamento del rigore familiare iniziale si ricorse sempre più frequentemente alla parte del
divorzio anche senza gius9ficato mo9vo, e per inizia9va adesso anche delle mogli, e si superò anche
l'originaria prassi della esternazione formale.
Con l'età augustea vengono invece reintrodo/e modalità esteriori in cui fissarne la manifestazione, che
deve essere ora esternata dinanzi a 7 tes9moni e no9ficata al coniuge.
Il regime descri/o subisce profonde modificazioni su impulso della concezione cris9ana del matrimonio,
volto a dissuadere dalla pra9ca dello scioglimento dell'unione: si richiede il ricorso a modalità formali ES
un documento scri/o e una giusta causa.
Il divorzio posto in essere nel rispe/o dei limi9 formali ma senza giusta causa non è nullo ma espone i
coniugi a sensori patrimoniali o personali.
B) Morte à la morte di uno dei coniugi scioglieva il matrimonio ma imponeva la vedova il rispe/o del
tempus (10 mesi) prima di poter convolare a nuove nozze -> rispondeva all'esigenza di accertare
l'inesistenza di un eventuale stato di gravidanza in corso, per evitare di incorrere nella turba9o sanguinis
(incertezza sul padre). La mancata osservanza della prescrizione provocava infamia e dava luogo a
sanzioni di natura sacrale ma non determinava nullità della nuova unione contra/a.
C) Perdita del conubium tra i coniugi à ES prigionia di guerra; ado/a9 dai rispe@vi suoceri; condanna a
pena molto gravi. Il matrimonio si scioglieva so/o il profilo del suo riconoscimento e dei suoi effe@ civili
ma il vincolo tra coniugi poteva mantenersi so/o forma di contubernium.
II.7. Scioglimento della Conven9o in manum
Per lo scioglimento della Conven9o si imponeva il decorso a specifiche e formali modalità dissolu9ve:
> I coniugi lega9 da nup9ae confarreata avrebbero dovuto far ricorso alla cerimonia della diffarrea9o; le
fon9 lasciano intendere l'aura di turbamento e riprovazione che ne accompagnava lo svolgimento,
perché scioglieva un legame matrimoniale che si era cos9tuito al cospe/o delle divinità.
> Lo scioglimento di una conven9o in manum a/uata usu o coemp9one, comportava la realizzazione di
una procedura di liberazione della donna che si a/uava mediante remancipa9o -> il marito trasferiva la
donna, mediante mancipa9o, ad un tezo, facendola così uscire dalla condizione di in manu; il terzo
provvedeva poi a manome/erla rendendola sui iuris.

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II.8. Res9tuzione della dote
Per la res9tuz della dote occorreva affiancare all'a/o cos9tu9vo una cau9o de res9tuenda dote = apposita
s9pula9o con la quale il marito si obbligava a rendere i beni in caso di scioglimento del matrimonio.
In età tardo repubb fu is9tuita l'ac9o rei uxoriae, con cui la donna o il suo pater potevano pretendere dal
marito la res9tuzione del patrimonio dotale.
In ipotesi di scioglimento del matrimonio per divorzio o per premorienza del marito, l'azione spe/ava alla
donna, se su iuris, o al pater di lei; in caso di premorienza della donna, l'azione spe/ava al pater solo se la
dote fosse stata da lui cos9tuita, altrimen9 sarebbe rimasto al marito.
La dote era intrasmissibile a@vamente agli eredi della donna.
Il giudice concesse la previsione di dilazioni al marito nella res9tuzione dei beni, e, in virtù del beneficium
competen9ae, anche una limitazione dell'en9tà della condanna.
Il marito era responsabile per il perimento della dote per suo dolo o colpa, ma erano anche previste per il
marito le reten9ones = tra/enute sull'ammontare dotale correlate a varie cause ES mantenimento dei figli,
condo/a riprovevole della donna; spese per la ges9one del patrimonio totale.
In età post-classica si previde che la dote andasse res9tuita alla donna salvo che il matrimonio non si fosse
sciolto per sua colpa; scompare il sistema delle reten9ones e l'ac9o rei uxoriae assume la denominazione di
ac9o de dote, di buona fede, e può adesso essere esperita da parte anche degli eredi della donna.
II.9 Convivenze stabili non matrimoniali
Concubinato à unione di fa/o tra persone di sesso opposto che non potevano/volevano unirsi in matrimo.
Tale sostan9vo rimarca il riferimento all'elemento materiale della convivenza; ciò che diverge dal
matrimonio è la qualità precipua dell’affec9o maritalis e del corteo di esternazioni ad essa coeren9 che
conferiscono all'unione quell’honor appunto ho de/o ‘matrimonii’.
In caso di assenza di connubio, era l'unione in sé che per dife/o di questo requisito giuridico, non assurgeva
a dignità di matrimonio.
In una disposizione legisla9va riferita al tre Numa Pompilio è contenuto il riferimento alla paelex -> donna
ordinariamente convivente con un uomo sposato; il ruolo della concubina è socialmente diverso rispe/o a
quello dell'amante occasionale: tale unione si conforma come lecita e foriera di talune conseguenze
giuridiche ES inquadramento dei figli na9 da concubinato nella condizione di liberi naturales e
l'introduzione di anche un loro limitato diri/o successorio con i genitori.
Il concubinato riceve un tra/amento più restri@vo in età cris9ana, infa@, se ne incen9vava la
trasformazione in matrimonio con la previsione dell'acquisto della condizione di legi@mi dei figli mediante
il subsequens matrimonium dei genitori.
Contubernium à convivenza con9nua9va e stabile tra appartenen9 alla condizione servile o tra liberi e
servi; esso non assurgeva al rapporto meritevole di considerazione giuridica ma non era scusa la
trasformazione in matrimonio nel caso di conseguito la libertà di entrambi i conviven9.
I figli na9 da contubernio rientravano nella categoria dei vulgo quaesi9 e seguivano la condizione della
madre; il legame col padre non era ritenuto susce@bile di trasformarsi in rapporto potesta9vo.

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Cap quinto: Il processo privato

à Nozioni generali si
Il diri/o romano fu cara/erizzato da un modo di pensare il diri/o mediante il riferimento al sistema delle
azioni; l'ampiezza del diri/o e la facoltà che vi rientravano si desumevano dalla stru/ura del mezzo
processuale che lo tutelava.
A seconda degli interessi prote@ si dis9nguono due 9pi di processo:
- Criminale, con cui organi dello Stato perseguono la punizione di fa@ illeci9 lesivi di interessi pubblici
- Privato, col quale priva9 chiedono che siano tutela9 i loro diri@; all'interno del processo privato la
do/rina moderna dis9ngue: azioni dichiara9ve/cognizione che tendono ad accertare la situazione
giuridica controversa e a determinare le conseguenze per la sua violazione; azioni esecu9ve che sono
volte a infliggere materialmente la sanzione prevista dall'ordinamento.
Nel corso dell’esperienza giuridica romana si incontrano tre forme di processo privato: il processo delle
legis ac9ones, il processo per formulas e il processo imperiale della cogni9o extra ordinem.
à Il processo delle legis ac9ones si
La prima forma di processo venne introdo/a grazie all'a@vità giurisprudenziale dei pontefici interpre9 degli
an9chi mores e fu poi confermata dalla legge delle XII Tavole da cui deriva il nome di legis ac9ones.
All'epoca di Gius9niano venne però cancellato qualunque riferimento ad esse e le info che possediamo in
merito ci sono prevenute grazie a Gaio che, effe/uando una digressione storica, tra/a le legis ac9ones.
Non si tra/a di un unico processo ma di 5 ri9 processuali; esistevano tre legis ac9ones dichiara9ve: per
sacramentum, per iudicis arbitrive postula9onem, per condic9onem; e due esecu9ve: manus iniec9o e
pignoris capio.
Tu/e le legis ac9ones iniziavano con la in ius voca9o, a/o con cui una parte ingiungeva all'altra con parole
solenni di seguirla in iure, cioè nel tribunale.
Gli a@ andavano compiu9 davan9 a un organo della civitas il quale doveva controllare la legi@mità dei
rituali; questa a@vità venne de/a iurisdic9o, e la fase in cui si svolgeva si chiamò in iure.
Il magistrato, se riteneva incompleto il rito ne chiedeva l'integrazione, se invece mancavano i presuppos9 di
validità dell'ac9o ne impediva la prosecuzione.
ES ne bis in idem à principio per cui non si può ripetere un processo per la medesima controversia.
La fase in iure serviva a stabilire quale fosse l'ogge/o del giudizio quali repar9 le loro rispe@ve posizioni la
loro capacità e legi@mazione all'azione.
Successivamente vi era la fase della li9s contesta9o, che comportava la deduzione della causa in giudizio da
parte dei tes9moni.
Dopo seguiva la fase della apud iudiciem che si svolgeva due giorni dopo davan9 ad uno iudex privato, dove
le par9 esponevano sinte9camente al giudice le ragioni e gli argomen9 a favore dei loro assun9 e
prestavano gli elemen9 di prova.
Il diba@mento non poteva protrarsi oltre il calar del sole e si concludeva con la pronuncia della sentenza
che non poteva in alcun modo essere impugnata e perciò non occorreva che fosse mo9vata.

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II.1. Legis ac9o per sacramentum si
↳ era un’azione generale, che serviva cioè alla tutela di ogni diri/o all’epoca esistente. Aveva 2 applicazioni:
1) Legis ac9o per sacramentum in rem à serviva a rivendicare la proprietà, alcuni diri@ reali limita9,
un'eredità, la patria potestas, la manus, il mancipium ed era u9lizzata anche nei processi di libertà.
L'a/ore portava davan9 al magistrato il bene conteso, o un simbolo, e il convenuto.
Quindi l'a/ore effe/uava la vindica9o -> afferrava la cosa e affermava che essa gli apparteneva,
ponendo sopra di essa una vindicta; se il convenuto taceva, il magistrato assegnava la cosa all'a/ore
mediante addic9o -> quest'a/o era de/o in iure cessio.
Altrimen9 il convenuto effe/uava la contravindica9o -> stessi ges9 e parole dell'avversario.
Le par9 si sfidavano allora a giurare di avere ragione sacramentum e il magistrato nominava il giudice
che doveva decidere la causa davan9 al quale le par9 si sarebbero ripresentate dopo due giorni.
L'ogg del giudizio era la verità del sacramento e solo in via indire/a l'appartenenza della proprietà:
inizialmente, infa@, i pontefici decidevano in base a elemen9 soprannaturali, dire@ a valutare
l'affidabilità delle par9. Quando poi il sacramentum divenne solo una scommessa giurata, e i giudici
divennero laici, si arrivò una razionalizzazione dei procedimen9 decisori e dei rela9vi strum di prova.
Il giudice emanava poi la sentenza indicando quale sacramentum fosse giusto.
2) Legis ac9o per sacramentum in personam à tutelava le prime forme di obbligazioni scaturen9 da
deli/o o da a@ leci9, come un pres9to di denaro.
Il creditore affermava solennemente il proprio diri/o e il convenuto lo negava; si sfidavano
reciprocamente al giuramento e per il resto era sostanzialmente lo stesso di prima.
II.2. Legis ac9o per iudicis arbitrive postula9onem poco
↳ Si poteva usare per: divisione eredità, tutela credi9 nascen9 da sponsio, divisione cosa in comproprietà.
La procedura era simile a quella della per sacramentum ma non vi era sacramentum; quindi, non si
rischiava di pagare una penale per il caso in cui si perdesse la lite.
L'a/ore chiedeva al magistrato la nomina di un giudice (x sponsio) o di un arbitro (eredità/cosa comune)
che non doveva più giudicare sulla fondatezza del sacramento ma dire/amente sul fa/o controverso.
II.3. Legis ac9o per condic9onem poco
↳ Introdo/a per i credi9 con ogge/o una somma det di denaro o cose diverse dal denaro ma sempre det.
Alle affermazioni solenni delle par9 seguiva un'in9midazione (condic9o) a ricomparire in iure dopo 30
giorni per la nomina del giudice. Le par9 così avevano ancora tempo per raggiungere un'eventuale accordo.
L'a/ore, in questo caso, non doveva indicare il fondamento del suo diri/o e ciò perme/eva l'uso di questo
strumento processuale per molteplici casi anche non espressamente previs9.
II.4. Legis ac9o per manus iniec9onem si
Presuppone un debito ACCERTATO (con una sent dich) avente a ogg una somma determinata di denaro.
Se dopo 30 giorni dalla sentenza di condanna il convenuto non aveva ancora adempiuto, l'a/ore poteva
chiedere che si desse esecuzione alla sentenza tramite per manus iniec9on.
Davan9 al magistrato il creditore afferrava il debitore e, se non interveniva nessuno, il mag pronunciava
l'addic9o del debitore a favore del creditore, che poteva portarlo a casa propria (viene reso schiavo).
Se entro 60 giorni non si arrivava a nessuna transazione e nessun terzo lo risca/ava, il creditore poteva
venderlo come schiavo, ucciderlo o tenerlo presso di sé finché avesse es9nto il debito col lavoro.
Se invece fosse intervenuto un terzo garante, un vindex, si interrompeva la procedura in quanto si
instaurava contro il vindex un processo di cognizione dire/o ad accertare l'esistenza della causa ado/ata
dal creditore per gius9ficare l'azione esecu9va; il debitore originario veniva liberato ed estromesso dalla
causa, mentre il vindex, se veniva condannato, doveva pagare il doppio del debito originario.
II.5. Pignoris capio no
Il creditore prendeva, anche con forza, una cosa mobile del debitore pronunciando contemp le prove rituali
previste; il creditore poteva tra/enere il bene finché non avesse o/enuto il pag della somma dovuta.
Tale procedura era prevista per i rappor9 in cui il sog passivo non aveva un vero e proprio debito nei
confron9 dell'a/ore, il quale non avrebbe perciò potuto usare sacramentum in personam o manus iniec9o.

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II.6. Agere per sponsionem no
III sec a.C. -> la giurisprudenza introdusse una modalità alterna9va di giudizio che permise al processo civile
di cominciare a emanciparsi dal rigido formalismo: lo stratagemma era quello di sfidare l'avversario a
prome/ere con una sponsio di pagare una somma di denaro per il caso in cui la cosa controversa risultasse
appartenente all'a/ore; in questo modo l'a/ore poteva poi agire con una delle legis ac9ones in personam
per fare formalmente accertare l'esistenza del debito in capo al convenuto, il cui presupposto però era la
dimostrazione che il proprietario del bene fosse l'a/ore; la sponsor era dunque pregiudiziale.
III. Il processo formulare si
Dife@ delle legis ac9ones:
- troppo rigide; si agiva infa@ per certa verba, u9lizzando una parola sbagliata si perdeva la causa;
- tutelavano solo alcuni diri@ riconosciu9 dal ius civile;
- potevano essere u9lizzate solo dai cives, e in par9colare dai pater familias.
367 a.C. -> la giurisdizione fu affidata al pretore; tale magistrato venne introdo/o con la specifica
competenza di esercitare la iurisdic9o inter cives.
242 a.C. -> venne is9tuito il pretore peregrino, con iurisdic9o inter cives et peregrinos / inter peregrinos.
Egli organizzò una tutela giurisdizionale sulla base del proprio imperium: quando a/ore e convenuto, di
comune accordo, chiedevano al pretore di u9lizzare delle formalità procedurali diverse, il pretore, in base al
suo imperium, poteva concederle e garan9re l'esecuzione.
Egli dava istruzioni al giudice privato, dopo averle concordate le par9, e garan9va lo svolgimento del
processo nonché l'esecuzione della sentenza con i propri mezzi coerci9vi.
Tali istruzioni presero il nome di formulae à dedicate al giudice il quale era invitato e autorizzato a
condannare o assolvere secondo le modalità ivi indicate.
Si agisce per concepta verba, parole formulate e combinate in vista di una data azione, flessibili e malleabili.
In base al l'imperium dei pretori si cos9tuì così il processo formulare, che non apparteneva allo ius civile.
III.1. La bona fides e il ius gen9um
Il fondamentale criterio norma9vo che serviva all'individuazione delle regole da applicarsi ai rappor9
deferi9 al pretore peregrino era la fides bona.
Ai rappor9 li9giosi in cui almeno una delle par9 fosse straniera non poteva applicarsi la fides propria dei
ci/adini romani, così fu necessario fare rif a un modello di corre/ezza medio; nasce così la fides del bonus
vir, dell'uomo medio, la corre/ezza standard che le persone di ordinaria diligenza usano nei loro rappor9
Era la giurisprudenza stessa che precisava cosa si dovesse intendere per fides del bonus vir e ne faceva
discendere gli obblighi che nel caso concreto si potevano prevedere; ne derivarono principi rivoluzionari ES
tutela di tu@ gli accordi informali, persecuzione di ogni comportamento doloso, ecc…
Anche i ci/adini romani li vollero, così il pretore urbano cominciò a ado/are strum processuali diversi da
quelli delle legis ac9ones, e introdusse azioni formulari per i casi in cui era possibile una tutela legis ac9o.
Tu@ i nuovi rappor9 ebbero nella buona fede la norma che fondava il vincolo e misurava la responsabilità;
essi vennero a cos9tuire il ius gen9um, quel complesso di norme e is9tu9 di diri/o privato svoltosi e
precipitatosi a Roma nei rappor9 tra romani e stranieri.
III.2. L’edi/o del pretore e il ius honorarium
Prima il pretore concedeva i suoi rimedi ‘per decreto’ = formula in concreto concessa per il caso par9colare.
Poi ritenne opportuno prevedere in via generale i rimedi che intendeva concedere normalmente a chi
gliene facesse richiesta e cominciò a emanare un edictum perpetuum che aveva valore per l'anno di carica.
↳ autolimitazione preven9va all'esercizio discrezionale del proprio potere prece@vo; ovviamente poteva
sempre concedere per un singolo caso rimedi non previs9 nell'edi/o annuale.
Gran parte del programma giurisdizionale si trasme/eva da paratore a pretore, così venne formandosi
l’edi/o trala9zio, che si correggeva e arricchiva di nuove previsioni.
Nell'edi/o, le diverse pretese venivano costruite a/raverso la formula corrispondente, dalla quale si ricava
il diri/o sostanziale -> a ogni formula processuale venne a corrisp un diri/o riconosciuto sul piano sostanz.

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III.3. Abolizione delle legis ac9ones.
Per circa un secolo, il processo formulare convive con quello delle legis ac9ones, ma:
Ø II sec a.C. Lex Aebu9a -> abolisce la legis ac9o per condi9onem e rende improponibile una qualunque
legis ac9ones per una ques9one già decisa per formulas.
Ø 17 a.C. lex Iulia iudiciorum privatorum -> abolisce legis ac9ones per manus e per sacramentum in rem;
dichiara che il sist formulare è il proces privato ordinario, riconosciuto quindi come processo ius civile.
III.4. Cara/eri generali del processo formulare
• Unitario -> unico procedimento che poteva essere impiegato per esercitare tu/e le varie azioni.
Le azioni esperibili erano solo di cognizione e nella maggior parte dei casi si concludevano con una sentenza
di assoluzione o di condanna (a pag una somma di denaro); erano solo pochi i casi di azioni cos9tu9ve, ES
quelle divisorie; ancora più rare erano le azioni di mero accertamento, ES stato di libero o schiavo.
L'esecuzione non fu mai convogliata in un procedimento giudiziario: l'unica azione esecu9va di ius civile
rimase la manus iniec9o.
La nuova fase esecu9va del processo formulare era una procedura ammi tu/a decisa da strumen9 pretori.
• Non formalis9co -> il magistrato poteva concepire un testo apposito in funzione del singolo caso
concreto ascoltando le par9 e le loro ragioni; unico requisito di forma è la scri/ura della formula.
• Forte tecnicismo sostanziale -> era importante individuare precisamente le pretese facendole valere
con la corre/a qualificazione giuridica; la formula non amme/eva approssimazioni, perciò, era
necessaria l'assistenza dei giuris9 a tu/e le par9 del processo, compresi magistrato, avvoca9 e giudice.
• Procedura priva9s9ca -> poteva essere impiegata soltanto se le par9 erano d'accordo di ado/arla;
indispensabile era la presenza di entrambe le par9 in iure, ma anche l'acce/azione della li9s contesta9o
in cui si concretava l'accordo delle par9.
• Procedura magistrale -> il processo era possibile solo se il magistrato lo accordava con un proprio a/o.
III.5. Le partes formulares si
In queste formule astra/e i nomi delle par9 erano indica9 con dei termini convenzionali: il convenuto era
Numerio Negizio, per assonanza con ‘colui che nega di dover pagare’; l'a/ore Aulo Agerio, ‘colui che agisce’.
Nella formala in concreto tali nomi venivano sos9tui9 con i veri nomi dei contenden9.
La formula era stru/urata di un discorso ipote9co in forma di impera9vo alterna9vo rivolto al giudice al
quale si diceva di condannare solo qualora avesse ritenuto fondata la pretesa dell'a/ore altrimen9 doveva
limitarsi ad assolvere.
Partes formulare = enuncia9 funzionali, cioè locuzioni che esprimono una precisa posizione processuale;
sono clausole 9piche con le quali si indicavano i da9 del rapporto dedo/o in giudizio che sarebbero sta9 og
di accert da parte del giudice, nonché il prov che il giudice era autorizzato e tenuto a pronunciare.
III.5.1 L’inten9o si
Inten9o à enunciazione del rapporto dedo/o in giudizio, l'espressione della pretesa vantata dall'a/ore; in
alcuni casi poteva esserci solo l'inten9o, ES formule di mero accertamento, oppure poteva mancare, ES
azioni divisorie.
Inten9o certa -> iden9ficava immediatamente l'ogge/o del rapporto dedo/o in giudizio; il giudice doveva
soltanto accertare se il rapporto così come precisamente indicato esistesse o meno.
Quando l'inten9o era certa, l'a/ore doveva prestare a/enzione a non chiedere più di quanto gli era dovuto
o prima del termine o in un luogo diverso rispe/o a quanto previsto altrimen9 incorreva in una con
conseguente perdita della causa.
Inten9o incerta -> il giudice doveva preliminarmente stabilire il contenuto del rapporto, doveva cioè
decidere quali obblighi producesse l'affare dedo/o in giudizio.
III.5.2. La demonstra9o si
Demonstra9o à precede l'inten9o incerta; indica il fa/o giuridico che gius9fica la pretesa, gli elemen9 che
la precisano, e perme/e al giudice di compiere la valutazione richieste dall'inten9o.
Tu/e le azioni di buonafede hanno inten9 o incerta e di conseguenza demonstra9o.

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III.5.3 La condemna9o si
Condemna9o à invitava e autorizzava il giudice a condannare, qualora ritenesse sussisten9 le condizioni
indicate nella formula stessa, o in caso contrario ad assolvere il convenuto.
Se l'inten9o conteneva una pretesa pecun, la condemna9o era certa e pecunia e indicava quella somma.
Negli altri casi la condemna9o era incerta, ed era il giudice a valutare la somma secondo cui condannare il
convenuto. La condemna9o forniva al giudice criteri di valutazione che variavano da caso a caso:
- Valore del mercato della cosa -> la formul poteva contenere tre diversi momen9 in cui riferirla:
fuit, momento precedente alla li9s contesta9o; est, al momento dell'i9s contesta9; erit, sentenza.
- Id quod interest = l’interesse posi9vo dell'a/ore alle prestazioni. Tale interesse era desunto dalla
differenza tra la sua effe@va situazione patrimoniale e quella in cui si sarebbe trovato in seguito
all'adempimento (era una specia di risarcimento).
Poteva essere inserita una taxa9on = limite massimo entro il quale il giudice doveva contenere la condanna.
III.5.4 L’adiudica9o si
Adiudica9o à era u9lizzata nei giudizi divisori per dare al giudice il compito e il potere di a/ribuire a
ciascuno dei coeredi/comproprietari beni e diri@ in proporzione alla misura in cui ognuno partecipava alla
eredità/comproprietà. ‘Quanto occorre aggiudicare, il giudice aggiudichi a 9zio’.
III.5.5 La praescrip9o si
Praescrip9o à scri/a prima della nomina del giudice; premessa della formula che imponeva al giudice di
considerare come non avvenuta la li9s contesta9o, se accertava il fa/o indicato nella prescrip9o; in questo
modo si evitava l'estensione dell'azione si perme/eva di agire una seconda volta per la stessa causa.
Praescrip9ones pro reo -> sost dalle excep9ones.
Praescrip9ones pro actore -> limitavano l'ogge/o dedo/o in giudizio rispe/o a quello che sarebbe stato in
base alle sole demonstra9on e inten9o.
III.6. Le excep9ones
Excep9ones à rimedi a favore del convenuto che il pretore poteva inserire nella formula dopo l'inten9o.
Il convenuto doveva prendere l'inizia9va in iure e chiedere l'inserzione all'interno della forma di questa
clausola, dire/a ad introdurre nuovi fa@ di cui il giudice non avrebbe potuto altrimen9 tenere conto.
Effe@ ope excep9onist -> fa@ che possono essere fa@ valere solo ponendo un'eccezione;
Effe@ ipso iure -> fa@ di cui il giudice può tenere conto anche se nell’inten9o non è de/o espressamente.
Le excep9o funzionava come un'ulteriore condizione nega9va della condanna: la prima era la prova della
pretesa a/orea indicata nell'inten9o; la seconda era la mancata prova dei fa@ allega9 nell'excep9o.
La prova della pretesa indicata nell'inten9o spe/a all'a/ore; nell’excep9o al convenuto.
La piu nota è l’excep9o dolo mali -> strumento a difesa di ogni convenuto che volesse perme/ere al giudice
di accertare, oltre all'esistenza della pretesa vantata dall'a/ore, anche se in quella ques9one l'a/ore non
abbia fa/o ne faccia qualcosa per dolo malvagio.
Excep9ones peremptoriae = propon senza limi9 tempo; Dilatorie = solo per certo tempo o in date circosta.
L'a/ore a sua volta poteva chiedere l'inserimento nella formula di un'altra clausola, una replica9o, cui
rispondeva e superava le osservazioni del convenuto; il convenuto poteva ulteriormente reagire chiedendo
una duplica9o, l'a/ore poi una triplica9o e così via.
III.7. L’arbitratus de res9tuendo
Arbitratus de res9tuendo à appendice dell'inten9o con la quale si condizionava la condanna alla mancata
res9tu9o, cioè la mancata remissione in pris9no della situazione a/oria (tu/e le azioni in rem)
Il giudice, prima di condannare, invitava il convenuto a res9tuere indicandogliene le modalità: se il
convenuto adempiva, il giudice lo assolveva, altrimen9 lo condannava.
Dal punto di vista dei poteri del giudice, le azioni arbitrarie erano una via di mezzo tra azioni di:
Stre/o diri/o = l'obbligo del conv era descri/o precisam; al giudice erano a/ribui9 dei poteri molto limita9;
Buona fede = il giudice doveva stabilire quali fossero gli obblighi del conv seguendo i criteri della corre/ez.

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III.8. Altri 9pi di azioni: in rem e in personam si
Suddivisione che si fonda sul 9po di pretesa di cui si chiedeva la tutela:
> Azioni in rem = nell’inten9o l'a/ore afferma un potere assoluto in relaz a un bene; pretesa erga omnes.
Compare quindi solo il nome dell'a/ore e la cosa/diri/o vanta9, mentre la persona del convenuto si
precisa solo nel momento in cui si agisce in giudizio.
Qualora il convenuto non voglia acce/are il giudizio, il pretore concede una missio in rem = autorizza
l'a/ore a prendere possesso del bene controverso.
> Azioni in personam = l'a/ore afferma un dovere giuridico del convenuto nei suoi confron9; la persona
del convenuto è certa e determinata già prima dell’azione, il suo nome compare anche nell'inten9o.
La legi@mazione passiva è limitata al debitore e ai suoi eredi.
Missio in bona = autorizza l'a/ore a prendere possesso di tu/o il patrimonio del convenuto.
III.8.1 Azioni civili e onorarie si
Dis9nzione costruita sul fondamento dell’azione:
1) Azioni civili à fondate sullo ius civile, azioni che il pretore non poteva non inserire nell'edi/o.
Erano tu/e formule con inten9o in ius concepta = la pretesa dell'a/ore era fondata sul diri/o civile.
2) Azioni pretorie à azioni concesse dai magistra9 giudican9 dire/e a colmare le lacune di ius civile.
§ In factum conceptae = nell'inten9o non vi è alcun richiamo al diri/o, ma solo a cer9 fa@ che per
diri/o civile sarebbero di per sé irrilevan9, ma che il pretore ri9ene equo proteggere;
§ In ius conceptae = il magistrato copiava una formula civile modellandola alle nuove esigenze.
A seconda del meccanismo u9lizzato per l'estensione se ne dis9nguono vari 9pi:
o Fi@zie = prendeva un'azione civile e vi aggiungeva una finzione; il giudice doveva giudicare come
se esistesse un elemento, in effe@ inesistente, ma indispensabile per agire civilmente.
o Adie@zie = azioni civili concesse a favore/contro sogge@ che non sarebbero sta9 legi@ma9
all'azione secondo il diri/o civile; modificava i nomi presen9 nella formula.
III.8.2 Azioni penali e reipersecutorie; azioni infaman9. si
Classificazione in base alla diversa funzione:
• Azioni reipersecutorie à perseguivano una res erano finalizza9 ad o/enere il controvalore della cosa
li9giosa o il risarcimento del danno arrecato all'a/ore;
• Azioni penali à perseguivano una poenam; avevano la funzione di punire il resp di un delictum.
Soltanto il sog offeso poteva esperire l'azione penale chiedendo l'applic di una sanzione che consisteva
nel pag di una somma di denaro, di solito equivalente ad un mul9plo dal valore del pregiudizio subito.
Intrasmissibili passivamente = poteva essere esercitata SOLO contro l’a/ore del deli/o;
Cumula9vità = si potevano u9lizzare separatamente nei confron9 di più rei e concorrevano con
un'eventuale azione re persecutoria scaturente dallo stesso fa/o.
Quando un deli/o fosse stato compiuto da un sogge/o a potestà, l'azione penale veniva esperita contro
il suo avente potestà col regime della nossalità: scelta tra pagare la pena o dare a nossa il colpevole.
• Azioni miste à azioni che perseguivano sia una res che una poenam;
Sanzione dell'infamia -> disis9ma sociale che portava con sé pesan9 conseguenze ES perdita diri/o di voto.
Erano infaman9 le azioni penali e alcune azioni reipersecutorie in cui era violata la fides della controparte.
III.9. Capacità delle par9 e rappresentanza processuale
Per poter essere in processo era innanzitu/o necessario essere liberi: chi si trovasse in servitù ma pretende
di essere libero aveva bisogno di un persona libera che stesse in giudizio per sostenere le proprie ragioni.
I 9tolari a@vo e passivo della situazione giuridica controversa potevano essere sos9tui9 da rap processuali.
Rap necessari = sos9tuivano un sogge/o privo di capacità d'agire ES en9 immateriali, impuberi.
Rap volontario = sogg capace di agire il quale non volesse/potesse partecipare personalmente al giudizio.
Cognitor -> sent pronunciata a suo favore, ma gli effe@ sostanziali del processo ricadono sul dominus li9s.
Procurator ad li9em -> non consumava l'azione che esperiva in nome del dominus li9s, il quale quindi
avrebbe potuto agire una seconda volta.
Defensor -> interveniva spontaneamente in difesa di una persona assente che venisse chiamata in giudizio.
Azioni popolari -> qualsiasi ci/adino poteva agire nell'interesse dell'intera comunità e indiret nel proprio.

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III.10. Il procedimento di condizione: la fase in iure si
Il processo formulare si apriva come una in ius voca9o = in9mazione orale fa/a dall’a/ore al convenuto di
seguirlo in tribunale; doveva essere compiuta in pubblico e davan9 a tes9moni.
L’a/ore doveva poi effe/uare l’edi9o ac9onis = indicare il mezzo processuale che avrebbe chiesto al magist.
In caso di convenuto recalcitrante si potevano u9lizzare dei metodi coerci9vi promessi dal pretore nel suo
edi/o ES missio in Bona.
Nel giorno stabilito a/ore e convenuto comparivano davan9 al magistrato ed esprimevano liberamente le
proprie ragioni; l'a/ore chiedeva al pretore l'azione (postula9o ac9onis) e spiegava la pretesa.
Il convenuto poteva tenere tre diversi a/eggiamen9:
- Confessio = amme/e in iure la fondatezza della pretesa a/oria e viene quindi condannato;
- Indefensio = non acce/a il giudizio si procede allora con i mezzi esecu9vi in rem o in bona;
- Difesa = acce/a giudizio ma contesta le pretese dell'a/ore in fa/o e/o in diri/o.
Il magistrato doveva verificare se il fa/o esposto dall'a/ore avesse riconoscimento giuridico, altrimen9
poteva decidere di introdurre una nuova formula creata apposta per quel caso.
Poteva inoltre ritenere che le pretese dell'a/ore fossero sicuramente infondate o inique e poteva dunque
negare la tutela di richiesta = denega9o ac9onis (l'azione poteva essere richiesta in futuro).
Se invece non vi erano complicazioni il magistrato concedeva l’aziona richiesta (da9o ac9onis) in base al
testo sul quale si erano accordate le par9 e procedeva alla nomina del giudice.
III.11. Il procedimento di cognizione: la li9s contesta9o si
O/enuta la concessione della formula, l'a/ore doveva procurarsi l'adesione del convenuto alla
prosecuzione del giudizio; se il convenuto non acce/ava la formula il magistrato procedeva diret all'esecuz.
Li9s contesta9o à a/o con cui le par9 manifestavano il loro accordo sulla formula autorizzata dal
magistrato; cos9tuiva il momento finale della fase in iure.
↳ l’effe/o generale era quello di rem in iudicium deducere = so/oporre la controversia ad un giudice, poi:
1) Effe/o conserva9vo -> i termini della controversia erano fissa9 in modo non modificabile; gli even9
successivi non avrebbero pregiudicato la pretesa dell'a/ore: morte, bene distru/o.
2) Effe/o preclusivo -> in relazione a det formule, la contestazione della lite comportava già la
consumazione dell’azione; no promosso nuovam un'azione in ordine allo stesso rapporto e stesse par9
3) Effe/o es9n9vo -> il debito preesistente si considerava cancellato e sos9tuito dall'obbligo del convenuto
di so/ostare alla futura sentenza del giudice.
III.12. il procedimento di cognizione si
Le par9 esponevano al giudice i fa@ della causa e producevano le prove a fondamento delle loro ragioni.
L’onere della prova incombeva su chi affermava l'esistenza di un fa/o: l'a/ore deve provare i fa@ posi9vi
che sono a fondamento dell'ac9o; il convenuto i fa@ impedi9vi o es9n9vi del diri/o vantato dall'a/ore.
Il giudice aveva ampia libertà di assumere e valutare tu@ gli elemen9 di prova che ritenesse rilevan9; unico
vincolo era di rispe/are la formula (alcune lasciavano molto spazio alla valutazione del giudice, altre meno).
Qualora il giudice non riuscisse a formarsi una chiara visione dei fa@ controversi, poteva rifiutare l'incarico;
in questo caso si procedeva alla sos9tuzione del giudice.
Il giudizio si concludeva con l'emanazione della sentenza, che il giudice pronunciava al termine del
diba@mento: non era richiesta mo9vazione, forma scri/a o formulazione par9colare.
I giudici potevano soltanto condannare o assolvere il convenuto.
Dalla sentenza nasceva l'obbligo di rispe/are il giudicato e aveva sempre per ogge/o una somma di denaro.
III.13. I rimedi pretori o strumen9 più di imperio che di giurisdizione
Il pretore emanava alcuni a@ che erano integra9vi rispe/o ai veri e propri strumen9 processuali.

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III.13.1. Interde@
Interde@ à ordini di fare o non fare qualcosa i miei su richiesta di un privato contro un privato breve
sommario accertamento ordine d'urgenza volto a tutelare situazioni che il ius civile non proteggeva.
I primi interde@ tutelavano i possessori dell'ager publicus che non essendo tecnicamente proprietari non
potevano tutelarsi con l’azione di rivendita.
Se l’ordine del pretore non veniva rispe/ sorgeva un diri/o all'azione che altrimen9 non ci sarebbe stato.
- Res9tutori = ristabilire una situazione di fa/o che era stata modificata dal convenuto;
- Esibitori = esibire in giudizio una cosa o una persona;
- Proibitori = divieto di usare la violenza per raggiungere un certo risultato.
III.13.2. S9pulazioni o cauzioni pretorie
Il pretore poteva invitare una persona ad assumere un'obbligazione, mediante s9pula9o, nei confron9 del
postulante a scopo di garanzia; il convenuto doveva obbligarsi a pagare una somma di denaro per il caso in
cui avesse compiuto una certa a@vità o si fosse astenuto da un comportamento doveroso.
Dalla promessa sorgeva un'obbligazione di ius civile sanzionata con l'azione ex s9pulatu che tutelava
adeguatamente l'interesse del richiedente: in assenza di un obbligo legale il magistrato faceva quindi in
modo che nascesse uno contra/uale.
L'eventuale disobbedienza all'invito del magistrato portava a sanzioni indire/e. A volte la prestazione della
promessa era un onere per raggiungere un dato scopo.
III.13.3. Immissioni nel possesso
Immissiones possessorum (in rem o in bona) à provvedimen9 con cui il pretore autorizzava l'immissione
del richiedente nella disponibilità di un bene/patrimonio del convenuto con poteri di controllo e di ammi.
Tali a@ potevano avere scopo di conservazione e/o scopo coerci9vo.
La missio è una misura provvisoria che assicura solo la detenzione del bene o del patrimonio.
III.13.4. Res9tuzioni in integro
Res9tu9o in integrum à provvedimento con cui il pretore ripris9nava lo stato di diri/o anteriore al fa/o
che aveva prodo/o un effe/o giuridico palesemente iniquo, lecito però in base a ius civile
Nell’edi/o pretorio erano indicate varie situazioni in presenza delle quali si poteva chiedere una res9tu9o
in integrum ES negozi pos9 in essere in base a una volontà viziata.
III.14. La procedura esecu9va pretoria
La procedura esecu9va pretoria si svolgeva tramite strumen9 che potremmo chiamare amministra9vi, nello
svolgimento dei quali non vi era spazio per un'opposizione all'esecuzione da parte del condannato.
Perciò, prima di iniziare la vera e propria esecuzione, era necessario esperire un'ulteriore azione di
cognizione, l'ac9o iudica9, per dare la possibilità al condannato di contestare l'obbliga9o iudica9.
III.14.1 L’ac9o iudica9
Ac9o iudica9 à serviva per accertare l'esistenza di una corre/a obliga9o iudica9.
Poteva esperirsi dopo i 30 giorni concessi al condannato al fine di procurarsi il denaro necessario; trascorso
tale tempo il creditore chiamava nuovamente in iure il condannato, e il convenuto confessus o condannato
al doppio in sede di ac9o iudica9 veniva dire/amente so/oposto alla bonorum vendi9o.
III.14.2. La Bonorum vendi9o
Bonorum vendi9o à l'a/ore chiedeva al magistrato di essere immesso nel possesso del patrimonio del
convenuto; il creditore entrato in possesso dei beni doveva fare un inventario e il renderlo pubblico.
Dopo 30 giorni dall'immissione, il debitore diveniva infame e veniva dichiarato fallito; i creditori potevano
vendere i beni e a questo scopo sceglievano tra di loro un magister bonorum che predisponesse le condiz.
Si procedeva a un'asta in cui partecipan9 proponevano di pagare l'intera somma dovuta ai creditori
privilegia9 e una percentuale di quanto dovuto ai creditori chirografari.
I beni erano aggiudica9 al migliore offerente, de/o bonorum emptor, che acquistava tu/o il patrimonio:
proprietà, credi9 e debi9 (col limite di quanto offerto in sede di asta).
Poiché l'intera procedura era di diri/o pretorio, egli non acquistava la proprietà civile e non poteva esperire
alcuna azione civile, ma si potevano usare ⇩.

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Azioni Serviane à se il fallito fosse morto, contenevano la fic9o che il bonorum emptor fosse erede civile.
Azioni Ru9liana à indicavano nell’inten9o il nome del fallito, nella condem quello del bonorum emptor.
III.14.4. Cessio bonorum e bonorum distrac9o
Il regime della bonorum vendite poteva essere mi9gato con due is9tu9 ad essa alterna9vi:
Cessio bonorum à accordata al debitore al ci/adino romano al quale l'insolvenza non fosse imputabile dal
punto di vista morale poteva cedere tu@ i propri beni ai creditori evitando di essere dichiarato infame.
Bonorum distrac9o à qualora il debitore fosse un'incapace di agire o una persona di rango senatorio
poteva vendere i singoli beni fino al raggiungimento della somma dovuta ai creditori (no infame).
III.15. Rimedi contro la frode ai creditori
Talvolta il debitore cercava di diminuire dolosamente il proprio patrimonio; per impedire ciò il pretore
introdusse vari strumen9 che però richiedevano dei presuppos9:
- Eventus damni: l’a/o ha ogge@vam reso impossibile soddisfazione di tu@ i creditori;
- Consilium fraudis: cosciente volontà del debitore di arrecare pregiudizio ai creditori;
- Scien9a fraudis: consapevolezza della frode da parte del terzo acquirente a 9tolo oneroso.
Per i casi di assunzione di ulteriori obbligazioni il pretore avrebbe denegato l'azione all'editore fraudolento
che volesse agire contro il bonorum emptor per riscuotere il credito.
Per rescindere eventuali alienazioni fraudolente il curator bonorum poteva chiedere che il bene fosse
inserito tra quelli ogge/o della bonorum vendi9.
IV. La cogni9o extra ordinem
Cogni9o extra ordinem à nuova forma processuale is9tuita x dare tutela a nuove esigenze; extra ordinem
perché fuoriescono dalle forme ordinarie; cogni9o perché l'organo competente ha il potere di accertare i
fa@ e riscontrare la loro rilevanza giuridica quindi risolvere anche il merito della causa.
IV.2. Il procedimento di cognizione
Il processo si svolge tramite a@ scri@; si può giudicare anche senza il consenso della controp; la chiamata
in giudizio avviene con un ordine dell'autorità pubblica e non presentarsi significa disobbedire all'ordine.
Scompare il sistema di azioni 9piche, così le pretese cominciano a essere considerate dal punto di vista
sostanziale come diri@ sogge@vi piu/osto che dalla prospe@va dei mezzi processuali dire@ a tutelare le
varie azioni. Nasce l'idea di un'unica ac9o quale strumento generale di protezione dei diri@ sogge@vi.
Il convenuto poteva difendersi contestando le affermazioni dell'a/ore o adducendo a propria difesa
ulteriori fa@; può anche presentare una domanda riconvenzionale con cui far valere una contro pretesa e
vedere eventualmente condannato l'a/ore.
Il processo non è più diviso nelle due fasi ma viene svolto per intero davan9 all'organo pub competente.
Gli effe@ conserva9vi si fanno par9re dall'inizio del giudizio e quelli preclusivi dal momento della sentenza.
Cominciano ad imporsi dei criteri legali che a/ribuiscono un maggior peso determina9 di prove.
La sentenza era composta da un provvedimento autorizza9vo e dalla mo9vazione.
IV.3 L’introduzione dell’appello
Is9tuto dell’appella9o -> riconsiderazione ex novo dell'intera controversia con possibilità di addurre fa@
nuovi e nuove prove ma non di proporre nuove domande il lucido grado può annullare la sentenza di primo
grado e mutarne il contenuto.
La parte soccombente presentava la richiesta entro 3/5 giorni al giudice a quo, il quale ne verifica i presup
di ammissibilità e lo res9tuisce all'appellante il quale lo inoltra al giudice d'appello (principe poi funzionari).
IV.4. La procedura esecu9va
Era ancora possibile un'esecuzione sulla persona che si usava qualora non ci fossero bene sui quali
procedere la riduzione patrimoniale si esercitava ora sui singoli beni mentre si ricorreva alla procedura
concorsuale in caso di più creditori quali a@vità non fosse sufficien9 a soddisfare tu@.
Se la sentenza conteneva l'ordine di res9tuire dei beni o di eseguire una det prest, si poteva chiedere
un'esecuzio in forma specifica, perché l'autorità che emana la sent ha il potere di imporne l'esecuz forzata.
IV.5. La cogni9o di epoca postclassica, ormai unitaria, è l’unica forma di processo u9lizzabile.

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Cap sesto: La successione a causa morte
I. Considerazioni preliminari
Successione mor9s causa a 9tolo universale = il successore subentra in un complesso di situazioni
giuridiche considerate unitariamente;
Successione mor9s causa a 9tolo par9colare = il successore subentra in singole situazioni giuridiche delle
quali anteriormente era 9tolare un altro sogge/o.
Nel diri/o romano è nota anche la successione inter vivos a 9tolo universale nell'ipotesi in cui si acquista in
blocco il patrimonio di un sogge/o ancora in vita o perché costui ha subito una capi9s deminu9o Maxima,
o a seguito di adroga9o.
II. Terminologia diffusa
Hereditas -> si usa per indicare da un lato il complesso delle situazioni giuridiche di cui era 9tolare il
defunto e che viene trasmesso all'erede e dall'altro come diri/o a succedere.
Gaio: “l’hereditas non è nient'altro che il diri/o di succedere nel complesso dei rappor9 di cui era 9tolare il
defunto”.
Perché si possa acquistare un patrimonio ereditario è necessaria la chiamata a succedere l'eredità si dice
delata quando si a/ribuisce a un sogge/o alla possibilità di acquistarla in alcuni casi non è possibile
all'erede rifiutare in altri invece egli può acce/are (a/raverso addi9on) o rifiutare.
III. La disciplina più an9ca del fenomeno successorio
Pressoché ovunque nelle società arcaiche la successione intestata era la soluzione più an9ca e prevalente.
Nell'esperienza romana più an9ca al pater subentravano tu@ i componen9 liberi della sua famiglia che
fossero sta9 so/opos9 in via immediata al suo potere. Essi avrebbero con9nuato a godere dei beni familiari
in una sorta di comunione familiare.
Solo se il testatore fosse stato privo di discenden9 dire@ avrebbe potuto pronunciarsi fi@ziamente un figlio
erede a/raverso la procedura della adroga9o.
Una disciplina per cer9 versi più evoluta la si trova nelle XII Tavole:
• Success intestata -> “se taluno muore senza aver fa/o testamento e non ha un heres suss, abbia i suoi
beni il parente più prossimo; se non vi è un parente prossimo abbiano i suoi beni i comp della sua gens.
> heredes = so/opos9 liberi alla potestà del pater: figli natur/ado@vi ma anche postumi, moglie in manus
↳ diventano 9tolari del patrimonio del defunto in modo automa9co; non vi è bisogno di un a/o di
acce/azione e non hanno la possibilità di rifiutare: ‘eredi necessari’.
La successione era verosimilmente già per l'epoca paritaria e in quote uguali fra maschi e femmine.
> Adganuts proximus = parente collaterale più vicino al defunto in linea maschile: fratello/sorella, nipote,
primo cugino e così via. In presenza di più adgna9 dello stesso grado venivano a/ribuite quote uguali a
ciascun parente -> ‘eredi volontari’, liberi di acce/are o meno l'eredità.
> Gen9les = gli appartenen9 alla stessa jeans del defunto.
Altrimen9 l’eredità diveniva complesso di beni vacan9, e chiunque poteva imposs (dopo 1anno 9t x usuca).
Se l’ereditando fosse stato uno liberto in assenza di erede SS sui e non avendo agna9 che potessero
succedergli eredità era des9nata al patrono o se costui fosse premorto ai discenden9 più prossimi di esso.
• Success testamentaria -> all'epoca delle XII Tavole le forme note di testamento erano 2:
Ø Dinanzi al comizio; un pater privo di eredi poteva is9tuire un altro pater come suo futuro erede; costui
sarebbe diventato suus solo alla morte del testatore.
Ø Nell'imminenza della ba/aglia: pronuncia le ul9me volontà.
à Mancipa9o familiae -> il testatore trasme/eva in blocco tu@ i suoi beni ad un acquirente di fiducia; egli
(familiae emptor) si impegnava solennemente a distribuire i rela9vi beni alle persone indicate dal
testatore dopo la morte di quest'ul9mo. All'a/o presenziava oltre al testatore e al familiae emptor, un
libripens e 5 tes9moni. L'indicazione di des9natari dell'eredità veniva effe/uata dal testatore a/raverso
una dichiarazione solenne contestualmente alla mancipa9o.
↳ Testam con bronzo e bilancia -> il familiae emptor diviene un ‘uomo di paglia’; il reale esecutore della
volontà del de cuius diventa l'erede, incaricato di eseguire quella che ormai era una dich unilaterale di
ul9ma volontà rela9va all'insieme dei beni patrim e ad una serie di situa perso facen9 capo al de cuius.

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IV. La bonorum possessio
Il pretore, dal II sec a.C., riconobbe a det sogg non il dominium sui beni ereditari o la qualifica di heredes,
ma la bonorum possessio à chi affermasse di essere erede poteva rivolgersi al pretore esibendo a prova
del suo 9tolo è essere autorizzato a imme/ersi nel possesso dei beni ereditari eventualmente anche
espellendo il possessore a/uale.
Il pretore poi iniziò a concederla anche a chi non avesse un 9tolo ereditario secondo ius civile ma fosse
considerato, nonostante ciò, meritevole di tutela:
- secundum tabulas = test non confezionato corre/amente secondo ius civile;
- sine tabulis = se senza testamento, per tutelare sogge@ diversi dagli eredi civili;
- contra tabulas = amme/ere alla successione sogge@ non inclusi nel test per un mo9vo o per l'altro.
Vennero col tempo riconosciute al bunorum possessor fingendosi la qualità di eredi le azioni che dal lato
a@vo e dal lato passivo spe/avano all'erede.
V. La seccessione intestata
Il sistema successorio delineato dalle XII Tavole in caso di assenza di testamento si rivelò nel volgere di non
molto tempo eccessivamente rigido.
V.1. La bonorum possessio intesta9
Il pretore iniziò ad accordare ad alcuni dei sogge@ esclusi dalla successione ius civile la bonorum possessio
sine tabulis: prevede qua/ro ordini di sogge@ ammessi a chiedere la bonorum possessio.
Ogni successibili aveva di 100 giorni per richiederla, scadu9 i quali si sarebbe passa9 alla successiva classe
di possibili bonorum possessores.
1) Ordo unde liberi -> i figli sia nella sua potestà che emancipa9. Per ragioni di ‘corre/ezza’ (visto che
avrebbero potuto formarsi un patrimonio autonomo) si chiedeva agli emancipa9 di conferire prop, ai
sui heredes, i beni di cui fossero 9tolari al momento della successione prima di amme/erli alla
bonorum possessio con i fratelli. Idem la figlia doveva conferire i beni dotali ai suoi fratelli e agli
emancipa9 per poter essere ammessa alla bonorum possessio.
2) Ordo unde legi@mi -> sogge@ legi@ma9 secondo l'ordinamento decemvirale: sui heredes, che avevano
lasciato scadere il primo termine, e adgna9; gen9les scomparsi.
3) Ordo unde cogna9 -> parente di sangue in linea collaterale fino al sesto grado; la successione al criterio
della prossimità di grado.
4) Ordo unde vir et uxor -> vedova o vedovo dei matrimoni senza instaurazione della manus, perché in
quelli la moglie diviene ‘figlia’ del marito, quindi suus herede.
Successione liber9 à come prima + si aveva figli il patrono sarebbe stato escluso se arriva solo figli ado@vi
e/o una uxor in mano il patrono era ammesso per la metà.
V.2. I senatoconsul9 Tertulliano e Orfiziano
Due senatoconsul9 risalen9 al II sec d.C. regolarono i profilo della successione fra madre e figli.
Fino a quel momento era possibile una successione reciproca, solo se la madre fosse stata manus del
marito, altrimen9 le aspe/a9ve successori potevano farsi valere solo all’interno della classe unde cogna9.
è Il SC. Tertullianum a/ribuì alla madre munita di ius liberorum (3 figli se ingenua, 4 se liberta) il diri/o a
succedere al figlio subito dopo il padre e fratelli, ma prima degli altri adgna9, e a parità con le sorelle.
è Il SC. Orphi9anum a/ribuì ai figli il diri/o di succedere alla madre nell’ordo unde legi@mi, a preferenza
di qualsiasi altro agnato.

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V.3. I successivi sviluppi sino ad età gius9nianea
Gius9niano operò un riordino complessivo della successione ab intesta9o, unificando def il sistema
civilis9co e quello pretorio, e ponendo alla base della nuova disciplina il criterio esclusivo della cogna9o.
La disciplina operava una suddivisione dei successibili i qua/ro classi: discenden9 del de cuius sia in linea
maschile che femminile; gli ascenden9 paterni e materni e i fratelli e le sorelle, nonché i loro figli; fratelli e
sorelle dello stesso padre ma madre diversa o viceversa; tu@ gli altri collaterali, secondo il rispe@vo grado
di parentela. In assenza di collaterali succedeva il coniuge supers9te.
VI. La successione testamentaria
VI.1. Presuppos9 di capacità
Per quanto a@ene alla successione tramite testamento, la capacità di testare, ‘testamen9 fac9o a@va’
spe/a a chi sia libero, ci/adino romano, sui iuris, pubere e capace di intendere e di volere.
Legi@ma9 a ricevere test, ‘testamen9 fac9o passiva’, erano tu@ i sog liberi e ci/adini romani che non
fossero sta9 priva9 per disp di legge o sent della capacità di ricevere ereditariamente, nonché i loro schiavi.
Col tempo furono introdo/e ipotesi che impedivano a det persone, se is9tui9 eredi, di appropriarsi dei beni
ereditari: i non coniuga9 e i coniuga9 senza figli, compresi entro det età, non potevano acquisire in tu/o o
in parte ciò che era stato lasciato loro per testamento (venivano des9na9 ai beneficiari che avevano figli).
VI.2. Testamento librale e bonorum possessio secundum tabulas
Al test per aes et libram, originariamente fondato su un rituale di ges9 e parole, sarebbe invalse nel tempo
la prassi, per il testatore, di porre per iscri/o le loro ul9me volontà.
Il testatore si presentava dinanzi ai tes9moni tenendo in mano le tavole testamentarie già reda/e,
pronunciava la formula solenne che alludeva all’avvenuta mancipa9o familiae, e poi provvedeva a munire le
tavole/e dei sigilli dei se/e coinvol9 che in tal modo garan9vano l’auten9cità del testamento.
Sembra che il pretore, purché fosse possibile esibirgli le tavole/e in ques9one, avrebbe concesso la
bonorum possessio secundum tabulas senza verificare se la mancipa9o familiae e le a@vità collegate
avessero realmente avuto luogo.
L'edi/o pretorio fini per accelerare la desuetudine già in a/o della pra9ca ‘reale’ della mancipa9o familiae,
per favorire invece l’incorporarsi di questa nelle tabulae testamentarie.
A par9re da Costan9no si equiparò il testamento civile a quello scri/o e munito di se/e sigilli.
Con Teodosio II si eliminò defini9vamente la dis9nzione, fondendo i due a@ in un unico 9po di testamento,
a forma scri/a, che doveva essere reda/o dal testatore e da lui so/oscri/o dinanzi a se/e tes9moni, che
avrebbero provveduto a convalidare con le loro firme e i loro sigilli.
VI.3. Altre forme di testamento
Nel principato fu diffuso il testamentum mili9s -> i solda9 potevano testare servandosi del test per aes et
libram o della forma don munita dei sigilli tes9moniali; fu poi permesso loro di testare oralmente o per
iscri/o con libertà nelle forme. Tale privilegio valeva anche in tempo di pace, spe/ava ai solda9 sia in
guarigione che sul campo e per tu/o il periodo di permanenza in servizio.
Con il diri/o gius9nianeo divenne possibile testare senza vincoli di forma solo per i solda9 in zona di guerra.
Altre 9pologie che analog contemplavano forme semplificate di redazione dell’a/o furono i tes realizza9 in
tempo di epidemia e quelli realizza9 in campagna (meno tes9moni).

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VI.4. Contenuto del testamento
A) Is9tuzione di erede à clausola di apertura del test; se manca, l'intero testamento risulta privo di valore.
Erano ammesse solo le formule ‘sia erede 9zio’ ‘ordinò che sia erede 9zio’, ma l'imperatore Costan9no
dispose che l'is9tuzione dell'erede dovesse considerarsi valida in qualunque forma e formulazione.
L’erede può essere is9tuito so/o una condizione sospensiva purché essa non si limi9 a so/oporre
l'is9tuzione all'arbitrio di un terzo; non è invece ammissibile una is9tuzione di erede a termine o
so/oposta a condizione risolu9va: in casi del genere resta valida l'is9tuzione dell'erede e il termine o la
condizione risolu9va si considerano non appos9.
La qualità di erede is9tuito comportava che al designato venisse a/ribuito l'intero patrimonio
ereditario; era possibile anche una is9tuzione pro quota dove il testatore avesse is9tuito più eredi.
B) Diseredazione à il de cuius che avesse discenden9 dire@ in potestà o esercitasse la manus sulla
propria uxor, al momento della propria morte era tenuto a is9tuirli o a diseredarli nel testamento.
La mancata menzione di un suus provocava la immediata nullità del testamento alla morte del de cuius
si sarebbe aperta dunque la successione ab intestato.
Le diseredazione erano reputate una nota di biasimo una dichiarazione di indennità da parte del
testatore nei riguardi del diseredato.
Vi si faceva ricorso spesso associando ad esse dei consisten9 lasci9 a 9tolo par9colare in modo da
chiarire verso l'esterno che la diseredazione non è la misura presa contro il possibile successore ma solo
intesa realizzare una maggiore razionalità nella successione ereditaria.
C) Sos9tuzione d’erede à Due 9pi di sos9tuzione:
- Subs9tu9o vulgaris = nomina di un secondo erede per l'ipotesi che l'is9tuito di primo grado non possa o
non voglio acce/are; vi si collegava un termine entro il quale l’is9tuito doveva formalmente acce/are;
- Subs9tu9o pupillaris = nomina di un erede per il proprio discendente in pubere per il caso in cui il
minore morisse prima di compiere le a pubere e di essere dunque in grado di fare testamento.
D) Manomissioni à si doveva usare formule impera9ve, doveva essere nomina9va e individuale, e lo
schiavo diventava libero al momento dell'acce/azione dell'eredità da parte dell'erede.
Era possibile so/oporre a condizione sospensiva la manomissione; era altresì possibile is9tuire erede lo
stesso schiavo al momento della manomissione testamentaria (non poteva rifiutare l’eredità).
E) Nomina del tutore à per i figli in puberi e per le donne della famiglia. La nomina operava ipso iure a
par9re dal momento dell'acquisizione successore da parte dell'erede.
VI.5. Disposizioni testamentarie a 9tolo par9colare: lega9 e fedecommessi
Legato à lascito di un det cespite ereditario ad una det persona (= onorato) facendone carico all'erede. Il
legato non generava una responsabilità delegatario per i debi9 del defunto. qua/ro 9pi di legato:
VI.5.1 Legato per rivendita -> lascito ad effe@ reali; tali diri@ reali si acquistavano senza dover passare per
l'intermediazione dell'erede. Il de cuius doveva essere proprietario del bene/9tolare del diri/o reale
ogge/o delegato; diversamente il legato sarebbe stato nullo.
VI.5.2 Legato per imposizione di obbligo -> imposizione all'erede di operare una prestazione patrimoniale a
favore del legatario; l'erede si trovava nella posizione di debitore e il legatario di creditore.
Se l'ogge/o del legato fosse appartenuto ad 1/3 l'erede era tenuto ad acquistarlo e a trasme/erlo al
legatario o, in alterna9va, a fargli pervenire il controvalore.
VI.5.3 Legato per imposizione di perme/ere -> si prescriveva all'erede di non impedire al legatario di
impossessarsi del bene ogge/o di legato (doveva appart necess al testatore o all’erede).
VI.5.4 Legato per prelievo -> lascito avente ad ogge/o la proprietà o un diri/o reale parziaria des9nato a
uno o più coeredi. La sua funzione era intesa ad aggirare la regola rela9va al divieto di des9nare ad un det
erede uno specifico bene del compendio ereditario.
Per evitare che i testatori distribuissero il loro intero patrimonio in lasci9 a 9tolo par9colare, lasciando
all'erede is9tuito solo il 9tolo di erede, si dispose che i lega9 ai presen9 in un testamento non superassero
un det ammontare; in caso contrario i lasci9 erano validi ma il trasgressore era so/oposto ad una pena
pecuniaria. Si prevede inoltre che il testatore non potesse distribuire a/raverso lega9 + dei 3/4 dell'eredità.

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VI.5.5 I fedecommessi
Il testatore poteva chiedeva all'erede o ad altra persona beneficata, il favore di compiere dopo la sua morte
una certa prestazione nei confron9 di un fedecommissario, ‘onorato’ del lascito.
I fedecommessi non erano sogge@ a par9colari requisi9 di forma; infa@, inizialmente erano produ@vi
sono di obblighi morali e sociali.
Mediante fedecommesso si poteva trasme/ere in blocco anche l'intero patrimonio ereditario; per questo
vennero usa9 di frequente per des9nare beni a persone che non avevano la testamen9 fac9o passiva.
Il fedecommesso di eredità era a/uato di solito dall'onerato mediante una vendita fi@zia del patrimonio
ereditario o della quota al fede commissario, affiancata da s9pulazioni reciproche volte a regolare anche il
passaggio di rappor9 obbligatori in capo all'operato.
L'erede is9tuito, dovendo dare esecuzione al fedecommesso universale, poteva scegliere di non aderire
affa/o all’eredità, lasciando così inevase le ragioni del fedecommissario.
↳ per questo all'erede onerato di fedecommesso universale o a 9tolo par9colare spe/ava 1/4 dell'eredità.
↳ il fedecommissaria poteva rivolgersi al pretore perché ques9 inducesse coa@vamente l'erede.
Per fedecommesso a 9tolo par9colare potevano poi disporsi anche prestazioni di natura non patrimoniale
come manomissioni di schiavi.
VII. Successione ‘necessaria’. inofficiosità del testamento
Le vedove o le divorziate sui iuris non erano tenute a is9tuire o diseredare espressamente i discenden9.
↳ se avessero voluto diseredare qualcuno sarebbe bastato non menzionarlo e il testamento era cmq valido.
Per questa e ipotesi analoghe si sarebbe affermato il rimedio della querela inofficiosi testamen9: ogge/o
del contendere era appunto se il testatore avesse violato l'obbligo sociale e morale di tener conto per
affezione familiare dei paren9 più stre@.
Le cause in ques9one par9vano da un ar9ficio retorico la finzione in base alla quale il disponente avesse
confezionato il testamento in cui non teneva conto di più stre@ congiun9 non in condizioni di pieno
equilibrio mentale.
La querela era esperibile verso l'erede is9tuito che avesse adito l'eredità.
Legi@ma9 a promuoverla erano le stesse persone che il pretore avrebbe ammesso alla bonorum possesso
in caso di successione ab intestato.
Nell'ambito del giudizio si par9va dal presupposto che ai querelan9 dovesse essere riservato 1/4 della
quota che sarebbe loro spe/ata ab intestato.
Se il de cuius non avesse des9nato la quota in esame ai sogge@ suindica9, era possibile a costoro agire in
giudizio (se erano disponibili altri rimedi giudiziari il ricorso alla querela era vietato).
In caso di esito vi/orioso della querela, il test era considerato invalido ai sensi dello ius civile e all'a/ore
spe/ava l'intera sua quota ab intestato à agli eredi test conveniva dunque raggiungere un accordo.
VIII.1. Successione ipso iure e adi9o heredita9s
L'acquisizione del patrimonio ereditario può:
1) coincidere con il momento della dela9o, là dove non vi sia necessità di a/endere il volere del chiamato.
↳ acquisizione ipso iure; subentrano x forza al de cuius nella 9tolarit dei beni ereditari = eredi necessari:
- heredes sui ac necessari: discenden9 liberi che erano in potestà e vedova in manus;
↳ il pretore previde il beneficium abs9nendi per il caso in cui l’eredità fosse dannosa: se il suus non
avesse compiuto alcun a/o di intromissione nell'eredità, avrebbe potuto essere considerato erede solo
nominalmente = risp dei debi9 solo nei riguardi del patrimonio del defunto.
- heredes necessari tantum: schiavi manomessi e contemp is9tui9 eredi.
↳ beneficium separa9onis: i beni acquista9 dopo la libertà erano so/ra@ alla procedura fallimentare.
2) o dopo, per a/endere un'acce/az da parte dell'erede (di solito termine 100gg, sennò fino morte)
↳ adi9o = parole solenni o comportamento che esprimesse la volontà di impossessarsi dell'eredità.
VIII.2. I rimedi processuali a tutela dell’erede
l’erede accedeva ai mezzi giurisdizionali vol9 a difendere i singoli diri@ acquisi9 con la successione +
Heredita9s pe99o à ac9o in rem volta a difendere la qualifica di erede; poteva o/enere la condanna di
colui che si fosse impossess dell'eredità o che non avesse adempiuto a un'obbligaz valutata dal defunto.

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Cap se_mo: la proprietà e le altre forme di appartenenza.
I. le cose
I.1. Nozione giuridica
La nozione di ‘bene’ o quella di ‘cosa’ tende a mutare a seconda dei diversi ordinamen9 giuridici e,
nell'ambito dello stesso ordinamento, nel corso del tempo.
II. le principali classificazioni delle res
II.1. Res in patrimonio ed extra patrimonium
Res in patrimonio à cose che rientrano nel patrimonio di un sogge/o, e dunque sogge/e a circolazione
economica -> res in conmmercio.
Res extra patrimonium à cose insusce@bili di appartenere a priva9, quindi senza possibilità di essere
ogge/o di rappor9 di scmbio -> rex extra commercium. In questa categoria rientrano le res nullius
abbandonate o che non sono mai appartenute ad alcuno.
II.2. Res divini iuris e humani iuris
Tra le res extra patrimonium troviamo le res divini iuris, a loro volta suddivise in tre so/o9pi: beni sacri,
beni religiosi e beni san9.
II.3. Res communes omnium e res publicae
Res communes omnium à ‘beni comuni’, cose la cui disponibilità sia illimitata ES aria, mare. Non
appartenendo tali beni ad alcun ordinamento ne deve assicurare la libera fruizione per questo il pretore
romano accordava mezzi di tutela a qualsiasi ci/adino invocasse un intervento di urgenza contro abusi di
beni des9na9 ad uso colle@vo.
Res publicae à beni considera9 di proprietà del popolo romano, des9na9 all'uso di tu@ i ci/adini.
II.4. Res corporales e incorporales
Res corporales à ogge@ di diri/o che è possibile toccare; Gaio si occupa del diri/o di proprietà come
inerente alle res corporales.
Res incorporales à beni che non si possono materialmente toccare, il cui statuto è definito in base all’ord
giurico; Gaio si occupa dei restan9 diri@ patrimoniali diversi dalla proprietà ES usufru/o qualificandoli
invece come res incorporales, e comprendendo ES anche il diri/o alla successione, i rappor9 obbligatori.
II.5. Res mancipi e nec manci.
Res mancipi à terreni edifici situa9 sul suolo italico, schiavi, animali da 9ro e da soma, le servitù che
comportano l'a/raversamento del fondo vicino o di derivazione di acqua dal fondo altrui.
Erano quindi di un numero chiuso, un elenco ben definito e non susce@bile di ampliamento.
Res nec mancipi à tu/e le altre res.
II.5.1 Mancipa9o
La proprietà sulle res mancipi poteva trasferirsi a/raverso il ricorso a due negozi formali dello ius civile: la
mancipa9o o la in iure cessio. Per le res nec mancipi bastava di regola il ricorso alla tradi9o.
Mancipa9o à il mancipio accipiens dichiarava solennemente dinanzi al mancipio dans, a 5 tes9moni, e ad
un libripens, che la res in ques9one gli apparteneva. L'alienante con il proprio silenzio assen9va
all'affermazione di appartenenza operata dal mancipio accipiens.
Le XII Tavolo prevedevano che le dichiarazioni ufficiali (nuncupa9ones) che affiancassero la mancipa9o
fossero giuridicamente vincolan9 per il dichiarante: ES l'alienante poteva riservarsi un qualche diri/o sulla
cosa venduta.
Originariamente faceva parte della mancipa9o la pesatura del bronzo, il quale rappr il corrispe@vo della res
mancipi venduta; con l'avvento delle monete la pesatura del bronzo perse valore reale per divenire un
elemento simbolico tanto che le par9 iniziarono a portare con loro solo un piccolo frammento di metallo.
Gaio afferma che la mancipa9o, all'epoca sua, è da considerarsi immaginaria vendi9o.
Gesta per aes et libram à negozi modella9 sulla originaria mancipa9o: mancipa9o nummo uno;
mancipa9o familae; coemp9o; emancipa9o ecc…

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II.5.2. In iure cessio
In iure cessio à ‘riada/amento’ della legis ac9o sacramento in rem in funzione del trasferimento di
proprietà o altro diri/o su una cosa.
L'alienante e l'acquirente svolgevano il rito in presenza di un magistrato: l'acquirente affermava che il bene
che intendeva acquistare gli apparteneva, l'alienante restava in silenzio, il magistrato allora accertava
solennemente che la cosa apparteneva all'acquirente.
Anch’essa subì degli ada/amen9 ES per la cost della dote, per la donazione ecc…
II.5.3. Res mancipi e res nec mancipi: origini e percorsi evolu9vi
La 9pologia delle res mancipi si a/esta in una fase molto dell'esperienza romana connotata dal passaggio
da un'economia di raccolta a un'impostazione di 9po agropastorale.
Ciò condusse a fornire rilevanza a una serie di beni che fossero assolutamente funzionali alla sopravvivenza
dei rela9vi nuclei familiari.
Gli schiavi avevano uno status intermedio tra quello di persona e quello di res, ma la stessa sorte inves‚ in
origine anche i so/opos9 liberi di un pater, che costui poteva cedere ad altri senza il loro consenso.
III. Altre classificazioni delle cose
III.1. Cose mobili e immobili
Diversamente nell'esperienza moderna la bipar9zione tra cose mobili e immobili, pur conosciyta
nell’an9chità, non ebbe lo stesso rilievo di quella tra res mancipi e res nec mancipi.
Infa@, sui beni immobili incombevano specifiche formalità non in quanto tali ma in quanto res mancipi.
Nelle XII Tavole i terreni e gli edifici erano ogge/o di dis9nzione rispe/o a quelli che con un criterio
residuale venivano qualificate ceterae res. Quest'ul9ma categoria non si iden9fica con quella moderna dei
beni mobili; infa@, con9ene tu/e quelle cose che non sono terreni o edifici secondo la disposizione dei
centrale: anche compendi ereditari, servitù rus9che e forse anche mogli.
III.2. Cose divisibili e indivisibili
Divisibili à è possibile dividere fisicamente in par9 con funzione e u9lità economica proporzionalmente
corrispondente a quella dell'intero.
Indivisibili à non possono essere suddivise in par9 senza perdere la propria funzione o il valore originario.
III.3. Cose consumabili e inconsumabili
Consumabili à usa9 solo una volta xke il loro consumo ne provoca la distruzione o ne determina la perdita;
Inconsumabili à l’uso può essere ripetuto nel tempo senza che ne mu9 la des9nazione economica.
Deteriorabili -> idonei ad uso prolungato nel tempo ma non indistru@bili.
III.4. Cose fungibili e infungibili
Fungibili à non sono ogge/o di transazione per i singoli elemen9 che le compongono ma si negoziano
secondo il peso la quan9tà o una certa misurazione, ES Grano; inoltre non rilevando le loro cara/eris9che
individuali quan9tà uguali di quel genere si considerano come la stessa cosa e dunque sos9tuibili fra loro.
Infungibili à ‘cose di specie’, in quanto il valore di esse era legato ai cara/eri 9pici di ogni singola res:
edifici, schiavi; avendo un valore non facilmente quan9ficabile non potevano essere sos9tuite da altre cose
dello stesso genere.
III.5. Cose semplici, composte e universalità di cose mobili
Tale dis9nzione derivava alla riflessione dei giuris9 romani dal pensiero filosofico greco: alcune cose
cos9tuiscono per loro natura un corpo semplice, animato da un unico spirito; altri scaturiscono dall'unione
materiale di più cose tra loro congiunte, rese aderen9; accade poi che alcune cose, semplici o composte,
senza essere aggregate materialmente tra loro, conservando pertanto la loro individualità, vengano
collegate idealmente per adempiere a una funzione unitaria ES eredità.
So/o il profilo giuridico le cose composte e le universalità di mobili sono tra/ate come singole cose e in
quanto tali sogge/e nel loro complesso ai traffici economici.

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III.6 Par9 di cosa. Cose fru@fere e infru@fere
I giuris9 di età repubblicana concepirono anche la nozione di ‘parte di cosa’: porzioni specifiche di un bene
o i suoi elemen9 stru/urali che in quanto tali fossero non autonome ES vele di una nave.
Labeone aveva individuato il criterio per definire parte di cosa: essa doveva essere durevolmente a servizio
dell'edificio o della cosa principale, altrimen9 non poteva definirsi parte di cosa.
Parte del fondo erano considera9 i fru@ ancora penden9 dagli alberi col9va9 sul fondo stesso; essi
sarebbero diventa9 en9tà autonome solo con il distacco dalla pianta.
Col tempo furono considera9 fru@ anche i proven9 dalle a@vità degli schiavi e i canoni di locazione.
IV. I diri@ reali e la loro affermazione processuale
IV.1. le ‘ac9ones in rem’
A tutela della proprietà fu introdo/o uno strumento processuale che prese il nome di rei vindica9o.
Gaio ha poi chiarito che “l'azione reale in rem è quella in cui affermiamo o che una cosa corporale è nostra
o che ci compete determinato diri/o del 9po di quello di uso o di usufru/o o di a/raversamento di un
fondo o di rilevazione di acqua; le azioni reali in rem sono de/e vindica9ones, mentre le azioni volte a far
valere un diri/o di credito in personam sono de/e condic9ones.
IV.2. Alle origini della rei vindica9o
L'azione di rivendica assume nel corso dell'esperienza giuridica romana diverse forme.
La più an9ca è cos9tuita dalla ac9o sacramen9 in rem, nella quale non risulta una dis9nzione fra i ruoli
dell'a/ore e del convenuto, tanto che potrebbe quasi asserirsi che entrambe le par9 siano a/rici.
IV.3. La legis ac9o per sponsionem
La legis ac9o sacramen9 in rem era complessa e dispendiosa, per questo, ancor prima dell'emersione della
procedura per formulas, i priva9 presero a ricorrere ad un espediente: colui che affermava la proprietà su
un bene posseduto da un altro, si faceva prome/ere, a/raverso una sponsio praeiudicialis, dal possessore
del bene una somma simbolica: questo per l'ipotesi che il futuro convenuto subisse la condanna nel
processo che si andava a instaurare.
Forte di tale promessa pregiudiziale il preteso dominus avrebbe poi provveduto ad agire nei riguardi del
possessore con una legis ac9o per iudicis (arbitar9ve) postula9onem: ogge/o dell'accertamento sarebbe
stato non solo la richiesta di res9tuzione della somma promessa ma sopra/u/o il 9tolo di proprietà sul
bene controverso. Si arrivava in ogni caso all'obie@vo di instaurare un giudizio sulla proprietà di una cosa.
↑ ↑ Legis ac9o per sponsionem -> tale escamotage condusse al delinearsi della dis9nzione tra a/ore e
convenuto; inoltre la sentenza, da rela9va solo alle par9 in controversia, finì per decretare con efficacia erga
omnes la 9tolarità sul bene ogge/o di rei vindica9o.
IV.4 La rei vindica9o nel sistema formulare: la formula pe9toria
Formula pe9toria à non vi era più la necessità di uno sponsio pregiudiziale; l'a/ore promuoveva l'azione
affermando in iure la sua posizione di proprietario nei riguardi del bene controverso chiedendo la res9tuz o
la condanna al controvalore in denaro.
IV.4.1. L’arbitrium de res9tuendo
Nel corso del processo il giudice avendo accertato i fa@ descri@ nell'intenso prima di emanare la sentenza
di condanna poteva evitare il convenuto a res9tuire.
Se il convenuto non avesse res9tuito la cosa controversa, il giudice poteva condannarlo al pagamento di
una somma di denaro basata sulla li9s aes9ma9o. Tale valutazione era svolta dall'a/ore che avrebbe potuto
me/erlo in difficoltà individuando una somma che non fosse stato in grado di pagare: gli conveniva res9tui.
Laddove il reus avesse preferito tra/enere il bene e non res9tuirlo, pagando il valore della cosa, ne diveniva
proprietario -> summa condemna9onis era un modo d’acquisto della proprietà.
IV.4.2. La legi@mazione a@va e passiva nella rivendica
Legi@mato ad agire con la rei vindica9o era il proprietario non possessore, che era inoltre tenuto a provare
il fondamento del suo assunto; Legi@mato passivamente era il possessore del bene controverso che si
limitava ad a/endere che il pe9tor provasse il proprio diri/o.

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IV.4.3. L’indefensio del convenuto
Se il convenuto si fosse rifiutato di difendersi e cooperare alla instaurazione del giudizio:
- immobile -> il pretore emanava un ordine di imperio di effe/uare il trasf del posses del bene all'a/ore.
- mobile -> ac9o ad exhibendum, laddove la cosa fosse nascosta: l'a/ore chiedeva la consegna della cosa
o la condanna del convenuto al controvalore del bene; se il convenuto la esibiva ma persisteva nel non
cooperare, il pretore avrebbe assegnato la res all'a/ore. Se invece non la esibiva, sarebbe stato
so/oposto all'esecuzione personale o alla missio in bona.
IV.4.4. Mutamen9 del regime della rivendica.
Col dissolversi dell'impianto edi/ale classico, vindicare fini per descrivere ogni ac9o in rem dire/a da
o/enere dal convenuto un qualsiasi bene/comportamento diverso dalla prestazione pecuniaria; inoltre la
dis9nzione fra azioni in rem o in personam si offuscò notevolmente.
Costan9no poi dispose che il convenuto avrebbe dovuto fornire la prova della provenienza del bene e del
9tolo che lo legi@masse al possesso.
Gius9niano ripris9nò la stru/ura classica della rei vendica9o ma con alcune modifiche:
- possibilità di convenire in giudizio non solo il possessore ma anche del detentore del bene;
- la creazione, per i legi@ma9 passivi, della categoria generale dei fic9 possessores, che includeva chi si
fosse offerto come legit passivo per coprire il reale possessore, e chi, si fosse dolosamente liberato del
possesso del bene per evitare di essere convenuto in giudizio.
IV.5.1. Vindica9o servitus e usufructus. ac9o negatoria.
Vindica9o servitus à per far valere in giudizio la spe/anza, al 9tolare di un fondo dominante, di un diri/o
di servizio su esso.
Vindica9o usufructus à l'azione a tutela del diri/o reale di usufru/o.
Ac9o negatoria à aspe/ava il proprietario di un fondo che intendeva farne accertare in giudizio la libertà
da vincoli scaturen9 da diri@ reali su esso.
V. La proprietà
V.1. Alle origini della ‘proprietà quiritaria’ LEGGERE DAL LIBRO
V.2. L’evoluzione repubblicana e classica del dominium ex iure Quiri9um LEGGERE DAL LIBRO
V.3. la proprietà provinciale e la proprietà pretoria.
Il Dominium ex iure Quiri9um era un diri/o 9pico degli appartenen9 al popolo romano; gli stranieri, quindi,
non potevano esserne 9tolari. Inoltre, si riferiva solamente ai beni che si trovassero in territorio romano.
Nelle province, la terra era considerata di proprietà del popolo romano; così, si parla di possessio vel
usufructus in rif alla possibilità di sfru/amento che venivano riservate ai provinciali che disponessero
materialmente di tali terre: essi sostanzialmente erano considera9 o concessionari dei terreni o possessori
con l'obbligo di versare al popolo romano un qualche corrispe@vo.
Non era possibile per loro ricorrere ai negozi trasla9vi/mezzi giudiziari u9lizzabili per il dominium.
↳ la do/rina moderna la classifica come ‘proprietà provinciale’.
Duplex dominium à caso in cui su una res mancipi insistesse formalmente la 9tolarità di un sog, mentre
sostanzialmente un altro avesse presso di sé il bene e si trovasse in a/esa di usucapirlo.
↳ i moderni parlano di ‘proprietà pretoria’, mentre i romani di ‘in bonis habere’.
Verosimilmente il caso originario fu quello in cui una res mancipi venisse alienata senza ricorrere a
mancipa9o o in iure cessio, ma bensì u9lizzando la tradi9o, con la quale si acquistava un possesso
qualificato, che avrebbe condo/o l'usucapione.
Il pretore, a tutela di questa situazione, concedeva:
Ac9o Publiciana à riconosciuta al possessore in a/esa di usucapione che avesse perso il possesso della
cosa; il pretore invitava il giudice a giudicare sulla 9tolarità del bene come se fosse già decorso il termine
per l'usucapione, e dunque l'a/ore fosse già divenuto dominus ex iure quiri9um.
Excep9o rei vendicatae et traditae à concessa qualora il dominus tentasse di riprendersi la res mancipi,
pur da lui trasferita mediante tradi9o, a/raverso rei vendica9o; essa consen9va di respingere le
pretestuose asserzioni del dominus-a/ore.

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V.4. Gli sviluppi gius9nianei del diri/o di proprietà
Gius9niano abolì la qualifica ex iure Quiri9um, unificando le diverse forme di proprietà nel ‘dominium’.
Abolì inoltre la dis9nzione fra il res mancipi e nec mancipi configurando così un dominium ‘unitario’.
V.5. La comunione
L'esperienza giuridica (anche quella an9ca) conosce diverse situazioni in cui la 9tolarità di un bene è
garan9ta a più persone ES comunione incidentale, fra più eredi o comunione volontaria, in cui più sogge@
acquis9no insieme una cosa composta.
V.5.1. La ‘comunione gen9lizia’
Originariamente l'organizzazione gen9lizia comportava, fra le famiglie che appartenessero a una data gens,
una sorta di comunanza domes9ca: i componen9 liberi della famiglia fruivano dei terreni boschi e altre res
del patrimonio colle@vo.
Con l'affermarsi delle ci/à-stato tali modelli comunitari furono des9na9 all'obsolescenza ma una qualche
forma di sopravvivenza appare rappresentata dall’ager publicus populi Romani, e dal l’ager compascuus,
terreno posseduto in comune da determinate persone des9nate al pascolo del loro bes9ame.
V.5.2. Il 'consor9um ercto non cito’.
Consor9um ercto non cito à alle origini era una comunione ereditaria che si instaurava tra i figli alla morte
del proprio pater in cui bene primario era l'interesse del gruppo.
Infa@ alla morte del padre, al fine di conservare lo stesso potere poli9co, era opportuno che i fratelli
mantenessero unito il patrimonio familiare per ripar9rlo solo nel momento in cui ciascuno di loro avesse
raggiunto autonomamente un patrimonio tale da consen9rgli l’iscrizione individuale nella stessa classe di
censo cui era appartenuto il padre.
Ciascun coerede poteva compiere individualmente anchea@ di ges9one del tu/o e disporre in modo
autonomo della res communis, fa/o salvo un diri/o di veto da parte degli altri con9tolari.
Il bene cmq era reputato appartenente a ciascun consorte nella sua totalità.
↳ consor9um fratrum suorum
Consor9um ad exemplum -> comunione volontaria, cos9tuita da estranei, mediante una certa legis ac9o.
V.5.3. La communio di età evolu9va
Nel Principato iniziò una riflessione sul principio che una cosa non poteva appartenere per intero da una
pluralità di persone, ma poteva concepirsi che più sogge@ fossero con 9tolari dello stesso diri/o di
proprietà su un bene.
Tale idea condusse alla elaborazione del diri/o del condominio come frazione del dominium sulla cosa, e la
comunione da ‘proprietà plurima integrale’ divenne ‘proprietà plurima parziaria’ fondata su una
ripar9zione in quote astra/e del tu/o.
Si affermarono i seguen9 principi: ciascun condomino poteva disporre liberamente della sua quota; la
partecipazione di ciascun con9tolare del bene agli oneri e gli e agli u9li implica9 dallo sfru/amento della
res communis era prop alla quota di ciascuno, così come il potere decisionale di ciascun condomino.
Era ancora possibile per un comproprietario opponesse il veto ad a@vità individuali di altri condomini che
incidessero sulle sor9 della cosa comune -> ius prohibendi.
Inoltre, laddove uno dei con9tolari avesse abbandonato la res o avesse rinunciato alla sua quota, essa
andava ad accrescere in proporzione le quote degli altri condomini -> ius adcrescendi.
V.5.4. La divisione della comunione
L'esperienza romana conosce diversi rimedi rivol9 ad o/enere in sede giudiziale la divisione della
comunione. Le azioni divisorie avevano ad effe/o l'es9nzione della comunione.
Ac9o familiae erciscundae -> volta a sciogliere il consor9um fratrum suorum.
Azione di regolamento dei confini -> chiedeva l'intervento di un giudice per ristabilire con precisione
l'a/ribuzione delle quote di 9tolarità del confine fra i fondi.
Ac9o communi dividundo -> poteva essere esperita da una qualsiasi dei con9 9tolari e conduceva alla
ripar9zione dei fru@ e delle spese origina9 dalla cosa al comune e alla soluzione di eventuali problemi di
responsabilità e risarcimento reciproco.

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VI. acquisto e perdita del dominium sulle cose
VI.1. Modi di acquisto della proprietà a 9tolo originario
Gaio illustrava una serie di modi di acquisto della proprietà che affermava realizzarsi per ‘9tolo naturale’:
VI.1.1 Occupazione/ Occupa9o à impossessamento di cose che non fossero mai appartenute ad altri o che
pur essendo appartenute ad alcuno fossero state abbandonate da chi ne era proprietario.
Ritrovamento del tesoro -> il tesoro rinvenuto nel proprio fondo dal rela9vo dominus sarebbe ricaduto
integralmente nella di lui proprietà; se rinvenuto in fondo di proprietà altrui veniva a/ribuito per intero a
colui che l'aveva ritrovato; se rinvenuto per caso in fondo di proprietà altrui è stata toccata a metà.
VI.1.2. Accessione à incorporazione di un bene economicamente di minor valore in uno di valore
maggiore; il proprietario del bene di maggior valore acquista il dominium anche sul bene accessorio in virtù
della incorporazione. Questa regola opera anche contro la volontà dei proprietari.
Analoga regola vale per la accessione di cose mobili a cose mobili, salvo eventuali obblighi di risarcimento
verso il precedente 9tolare che avesse perso la proprietà del bene accessorio.
VI.1.3. Incremen9 fluviali
Adluvio à il proprietario di un fondo prospiciente a un fiume acquistava per Alluvione la proprietà su
detri9 e zolle di terreno che la corrente del fiume avesse so/ra/o a uno o più fondi fron9s9.
Avulsio à la corrente del fiume provocava il distacco di una consistente porzione di terreno che si fosse
andata a incorporare poi in un fondo per avulsione (il prop del fondo ne diveniva prop).
Crusta lapsa à analoga soluzione prospe/ano le fon9 per il caso di un evento franoso.
Nel caso in cui si venissero a creare ‘isole’ all'interno del fiume, o deviasse del proprio corso lasciando in
secca il le/o, venivano spar99 tra i proprietari dei terreni confinan9 prop alla lung della prop di ciascuno.
VI.1.4. Specificazione/specifica9o à un sogge/o dalla materia altrui ricava una cosa nuova.
Se la cosa nuova avesse potuto recuperare la forma primi9va, il dominium andava a/ribuito al proprietario
della materia; altrimen9 il dominium si a/ribuiva all'artefice della cosa nuova, risarcendo la controparte.
VI.1.5. Unione o commis9one à due sostanze appartenen9 a diversi proprietari si mescolano formando
una sostanza unica in modo tale da non consen9re l'individuazione delle singole componen9; i proprietari
acquistavano la proprietà pro quota sul tu/o.
VI.2. Modi di acquisto della proprietà a 9tolo derivato:
VI.2.1. Mancipa9o e in iure cessio.
VI.2.2. Tradi9o -> meccanismo rivolto al trasferimento della proprietà per le res nec mancipi; aperto anche
ai non romani. L'a/o in cui si stru/ura è il passaggio della res da mano a mano: quindi solo res corporales.
I giuris9 del principato resero chiaro che la tradi9o poteva essere supportata da causa diverse.
Se essa veniva effe/uata dal dominus del bene con la precisa volontà di alienarlo a terzi, essa era efficace a
realizzare il trasferimento della proprietà (immediato res nec mancipi, usucapione res mancipi).
Lo stesso Gaio chiariva la necessità che vi fosse una causa idonea a realizzare un trasferimento della
proprietà, una insta causa tradi9onis.
Nella realtà si amme/eva che la da9o potesse intervenire anche sine causa, esistendo solo nell'intenzione
delle par9, e producendo comunque effe@ giuridici.
Col tempo il requisito della materialità della tradi9o venne a/enuandosi, fino a scomparire:
- tradi9o longa manu -> l'acquirente indicava i confini che delimitavano il terreno ogge/o di trasf;
- tradi9o instrumentorum -> consegna dei documen9 rela9vi alla cosa ogge/o di relazione;
- tradi9o clavium -> consegnare le chiavi del magazzino che custodiva le merci ogg della compravendita.
Ipotesi fondate sulla interversione del possesso:
- tradi9o brevi manu -> se un sog aveva un bene in sua disp, in virtù di un accordo col proprietario,
poteva accordarsi con quest’ul9mo per comprarla (non si necessitava altro xke già lo possedeva).
- cons9tutum possessorium -> il prop di un bene poteva decidere di alienarlo a un terzo riservandosi
tu/avia di con9nuare ad avere la disp materiale del bene, a 9t di comodato, locazione, ecc…

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VI.3. L’usucapione e il legame tradi9o -usucapio
L’usucapione non era considerato un modo di acquisto a 9tolo originario, anzi lo si rinviene e tra/ato in
abbinamento con la tradi9o.
Le XII Tavole regolavano l’is9tuto dell’usus à una res mancipi poteva essere posta a disp dal proprietario ad
un non proprietario; costui, due anni terreni o edifici, uno cetera res, ne avrebbe acquistato il dominium.
Si cominciò poi a usare la tradi9o anche per alienare una res mancipi, creandosi in capo all'acquirente, una
situa di in bonis habere, nel quale avrebbe acquisito la proprietà della res solo decorso il term dell'usucap.
Perché si acquistasse il dominium su un bene con usucapio devono essere presen9 dei requisi9:
à il bene doveva essere una res habilis ad usucapionem; NO res extra patrimonium,cose rubate ecc…
à L'usucapiente doveva esercitare sulla res un possesso valido per il ius civile: il bene non doveva trovarsi
presso di lui, a 9tolo di detenzione; doveva avere cioè un animus rem sibi habendi.
à Il possesso doveva essere supportato da una giusta causa', da un 9tulus che l'ordinamento considerasse
efficace a produrre in capo al possessore l’usucapione ES eredità, donazione.
à Il possesso doveva essere fondato sulla bona fides dell'usucapiente al momento della presa di possesso.
à Il possesso ininterro/o doveva durare per un certo periodo di tempo.
VII. Le situazioni possessorie nell’esperienza romana
VII.1. Ques9oni di origine
VII.1.1. Il possesso delle res nec mancipi
Una diffusa teoria ravvisa la presenza di più situazioni possessorie diversificate sin da alta an9chità.
Per quanto riguarda il possesso delle res nec mancipi si parla di possesso extra Quiri9um; per un discreto
periodo di tempo le res nec mancipi furono considerate ogge/o di un mero rapporto materiale per il quale
l'unica possibilità di difesa era in via di autotutela.
VII.1.2. Il possesso dell’ager publicus e le orgini del precarium
Un'altra ipotesi in cui rilevò la disponibilità fa/uale di una res riguarda i territori so/ra@ ai nemici, e
divenu9 quindi di per9nenza del populus Romanus.
Un'ampia porzione di essi era lasciata alla possibilità di libera occupazione di quei ci/adini che fossero in
grado di sfru/are economicamente i terreni in esame -> ager publibus populi romani.
Probabilmente tale regime deriva dall'ager gen9li = un pater/gens che disponesse di un surplus di terra
poteva concedere ad un altro la possibilità di col9vare l’ager à precarium.
Il sogge/o poteva disporre della terra sinché il proprietario non sen9sse l'esigenza di riaverla.
È possibile quindi che Roma inizialmente provvedessero nella stessa logica; quindi, a/ribuendo a 9tolo di
precarium determinate estensioni di ager publicus.
Si poteva godere e difendere gli ogge@ di possesso fin si esercitasse nei fa@ un potere sugli stessi.
VII.1.3. La 'giuridicizzazione' delle situazioni possessorie arcaiche
VII.1.4. Il precarium e l’usus di età predecemvirale e decemvirale
Un'ulteriore ipotesi si diede, poi, per il caso in cui un pater concedesse in l’usus un suo so/oposto o una
sua res mancipi ad altro pater; poteva concedergliela a 9tolo provvisorio à precarium.
In alcuni casi poteva però mancare l'autorizzazione all'uso della res a 9tolo precario così a livello giuridico si
escogitò la possibilità per chi avesse presso di sé la res di uso capirla col decorso del tempo.
VII.2. Il progressivo affermarsi del possesso quale situazione giuridicamente rilevante
VII.2.1. Il possesso quale situazione corrispondente all'esercizio di un diri/o reale
In connessione con l'acquisto di rilevanza giuridica delle res nec mancipi da un lato, delle possessiones di
ager publicus dall'altro, l'ord sarebbe andato apprestando rimedi processuali ad hoc ES rei vindica9o.
Nel corso del tempo osserviamo il delinearsi all'interno dell'ordinamento giuridico di nuove
concezioni del possedere.
Una di esse era quella che vedeva il possessore come l'altra faccia del diri/o di proprietà.
Connessa con questa era la configurazione del possesso rela9vo a res mancipi che le fon9 connotano come
in bonis habere = un sogg pur non essendo dominus della res mancipi la possedeva come sua.

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VII.2.2. Il possesso tutelato mediante interde@
I giuris9 romani elaborarono in ogni caso le loro do/rine in tema di possesso parallelamente al formarsi di
una tutela giurisdizionale, ad opera del pretore, in ordine alle varie situazioni possessorie.
Per quanto riguarda la conservaz del possesso il pretore previde dei provv ingiun9vi di urgenza = interdicta.
Ordinava al convenuto, su richiesta dell'a/ore, di compiere l'azione richiesta da quest'ul9mo: ripris9nare
uno status quo ante, esibire un ogg che tenesse presso di sé, astenersi da un certo comportamento.
Se il des9natario dell'ordinanza non obbediva, l’a/ore poteva esibire nei suoi riguardi un ac9o ex
interdic9o, ossia un regolare processo di accertamento rivolto a confermare il fondamento dell'interde/o e
a o/enere una condanna del convenuto inadempiente.
Gli interde@ rivol9 alla conservazione del possesso sono di due 9pi:
1) Interdictum u9 posside9s à relat al possesso dei beni immobili; il pretore vietava ogni 9po di turba9va
a violenta (anche nel caso in cui non sme/esse dopo l’in9mazione) quanto al possesso di un immobile.
Tale interde/o non veniva concesso laddove il possesso del bene per il quale è stato chiesto fosse stato
o/enuto ingiustamente.
2) Interdictum utrubi à laddove la turba9va del possesso riguardasse un bene mobile. Il magistrato
vietava ogni 9po di turba9va subordinando tu/avia il divieto al fa/o che il richiedente non avesse
o/enuto il possesso ingiustamente.
Un secondo gruppo di interde@ era quello recuperandae possessionis, vol9 a recuperare, a colui che
avesse posseduto fino a poco tempo prima un bene, la res di cui era stato spossessato.
§ Interdicum unde vi à si faceva valere l'espulsione violenta del bene; l'ingiunzione era dire/a alla
reintegrazione dello spogliatoio nel possesso (subordinata sempre al possesso giusto).
§ Interdictum de vi armata à il magistrato ordinava con esso a chi avesse effe/uato una deiec9o da un
immobile non solo in modo violento, ma anche con l'uso delle armi o con ricorso a una banda di
persone, di res9tuire l'immobile. Tale rimedio fu usato durante le guerre civili della tarda Rep, e fu
concesso indipendentemente dalla presenza di eventuali vizi possesso.
Entrambi tu@ avevano situazioni in cui si fosse verificato uno spoglio violento gius9niano colmo a tali
lacuna disponendo che chi avesse usurpato un immobile vacante per l'assenza del 9tolare fosse tenuto ad
operare la res9tuzione (anche quindi senza violenza).
VII.3. Riflessioni teoriche sul possesso in età evoluta
VII.3.1. Corpore possiedere e animus rem sibi habendi
Paolo si soffermò su quelli che la successiva do/rina ha costruito come elemen9 essenziali del possesso:
egli chiariva che il possesso si acquista infa@ corpore et animo. Vale a dire che per ritenersi tale, doveva
constare due aspe@: quello materiale, la disponibilità fa/uale della cosa, mobile o immobile (corpore
possidere), e uno psicologico, la ferma intenzione di tenere per sé il bene (animus rem sibi habendi).
Nel corso del tempo si ammise che si potesse acquisire il possesso per via di intermediari = corpore alieno.
Successivamente la giurisprudenza pervenne ad amme/ere anche ipotesi in cui si potesse possedere senza
disporre materialmente del corpus.
Giusto si giunse poi ad affermare per le res immobiles se ne conservava il possesso anche se si era
temporaneamente lontani dal bene.
VII.3.2 Altre ‘conce/ualizzazioni’: quasi possesso, possesso iuris, possesso naturalis.

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Capitolo O6avo: Diri_ reali parziari
I. Qualificazioni generali
I diri@ reali parziali si esercitano sempre su un bene che è di proprietà di un altro sogge/o, per questo la
terminologia an9ca parla di ‘iura in re aliena’. Essi conferiscono al loro 9tolare un potere delimitato su un
bene che resta tu/avia nella proprietà di un altro.
II. Diri@ reali di godimento
Nell'ambito dei diri@ reali parziali si dis9nguono i diri@ di godimento dai diri@ di garanzia.
Diri@ reali di godimento à assicurano al 9tolare un godimento su una res di altri o derivan9 da uno
specifico esercizio in posi9vo di un potere o dal divieto per i proprietari di esercitare sul bene qualcuno dei
suoi poteri. Ne fanno parte le servitù l'usufru/o e le altre figure affini la superficie e l'enfiteusi.
Diri@ reali di garanzia à vincolano invece il bene ogge/o del diri/o reale al soddisfacimento di un credito.
III. Servitù prediali
III.1. Alle origini delle servitù prediali
I più an9chi diri@ reali di godimento sono senz'altro le servitù prediali.
La stru/ura delle servitù prevede che il proprietario di un fondo (de/o servente) sia tenuto nei riguardi del
proprietario di un altro fondo (de/o dominante) a non esercitare un'a@vità sul proprio fondo che (in
assenza di servitù) gli sarebbe consen9ta = servitù nega9ve; o a perme/ere al proprietario del fondo
dominante che costui svolga un'a@vità sul fondo servente che altrimen9 gli sarebbe proibita = posi9ve.
Si reputa tu/avia che in origine al proprietario del fondo dominante sarebbe stata concessa una sorta di
9tolarità su quella parte di fondo su cui il 9tolare del ius esercitava il suo potere; col corso del tempo tale
concezione materialis9ca entrò in crisi per lasciare il posto alla configurazione della servitù come iura in re
aliena (parte del diri/o di proprietà sulla res, e non parte dell'ogge/o stesso della servitù).
III.2. Requisi9 per la cos9tuzione di una servitù prediale
La giurisprudenza della tarda repubblica elaborò una serie di requisi9 al fine di reputare validamente
cos9tuita una servitù:
- Regola è che nessuno può essere 9tolare di una servitù prediale su un bene di cui sia proprietario.
- U9lità ogge@va del fondo dominante (u9lità commisurata alla funzione eco-sociale del fondo).
- Materialmente possibile, i due fondi non devono trovarsi a notevole distanza l'uno dall'altro.
- Il proprietario del fondo servente è tenuto solo a un comportamento nega9vo: se la servitù è nega9va
deve astenersi dall'esercitare una delle facoltà che rientrano nel diri/o proprietà; se è posi9va deve
sopportare che il proprietario del fondo dominante eserci9 sul suo fondo una data a@vità.
- Perpetua causa -> doveva instaurarsi tra fondi che consen9ssero l'esercizio in modo duraturo,
indeterminato, del ius in re aliena.
- Indivisibilità -> essa insiste sull'intero fondo servente e in favore dell'intero fondo dominante; essa sorge
e si es9ngue per intero.
III.3. Servitù rus9che e urbane
I giuris9 dis9nguono nelle loro opere fra servitù rus9che e urbane. Tale dis9nzione è rela9va al contesto in
cui prevalentemente si realizzava la specifica funzione economica della servitù:
Servitù rus9che = servitù di passaggio o di presa d'acqua instaura9 fra i fondi, per via del fa/o che
prevalentemente fra fondi rus9ci si instauravano quelle 9pologie di servitù;
Servitù urbane = servitù di non edificare oltre ad una det altezza; di appoggio; di far scolare l'acqua piovana
sull'edificio del vicino; di far passare le proprie acque di scarico a/raverso il fondo altrui.
III.4. Tipicità
Le servitù erano 9piche? Pur sussistendo un certo numero di figure 9piche di servitù, risulta che la prassi
abbia ammesso la possibilità di cos9tuirne di nuove, purché nel rispe/o dei requisi9 sopra enumera9.

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III.5. Cos9tuzione ed es9nzione delle servitù
III.5.1. Cos9tuzione delle servitù prediali
Sui fondi italici le servitù mancipi (iter, actus, via, aquaeductus) potevano essere cos9tuite a/raverso il
ricorso alla mancipa9o o alla in iure cessio; tu/e le altre servitù venivano cos9tuite, inter vivos, mediante in
iure cessio: consisteva in un processo fi@zio di vindica9o servitu9s esercitata dal futuro 9tolare del fondo
dominante, cui avrebbe fa/o seguito la quiescenza del futuro 9tolare del fondo servente.
Altro modo di cost delle servitù sia mancipi che nec mancipi era la ‘riserva di servitù’ à il momento in cui il
proprietario allenava il proprio fondo riservava per sé il diri/o di servitù sul fondo ogge/o di alienazione
Mor9s causa una servitù poteva cos9tuirsi mediante il ricorso a un legatum per vindica9onem.
Sui fondi provinciali le servitù si cos9tuivano con accordi privi di formalità, rafforza9 a/raverso la sponsio
del cos9tuente la servitù, che si impegnava a non ostacolarne l'esercizio.
Era proibito che potesse acquistarsi una servitù prediale a/raverso usucapione, e non risulta neanche la
possibilità di una Cos9tuzione e tacita di servitù prediale.
III.5.2. Es9nzione delle servitù prediali
Le servitù si es9nguono per lo più nel momento in cui vengono a mancare alcuni dei requisi9 enuclea9
dalla giurisprudenza ai fini della loro cos9tuzione.
‘Per confusione’ à i due fondi vengono a ricadere nel dominium di un unico sogge/o.
‘Rinuncia alla servitù da parte del prop del fondo dominante’ à il proprietario del fondo servente deve
esercitare nei suoi riguardi un ac9o negatoria sostenendo che il fondo sia libero da pesi, e il 9tolare del
fondo dominante dovrà operare verso il proprio a/ore una in iure cessio.
È inoltre possibile ‘usucapire' la libertà da servitù da parte del proprietario del fondo servente:
- servitù rus9che posi9ve -> il 9tolare del fondo dominante per due anni consecu9vi non faccia uso del
proprio diri/o (non usus);
- servitù urbane nega9ve -> il 9tolare del fondo servente deve compiere l'a@vità che gli sarebbe
impedita dalla servitù, e a/endere che per due anni la controparte non faccia valere giudizialmente il
proprio diri/o a che il vicino si astenga da quell'a@vità (usucapio liberta9s).
III.6. Tutela delle servitù
Vindica9o servitu9s à strumento a tutela delle servitù prediali, sui fondi italici; spe/a al 9tolare del fondo
dominante là dove il 9tolare del servente ponga ostacoli all'esercizio della servitù.
Obie@vo è l'accertamento dell'esistenza della servitù e il ripris9no dell'es della stessa sul fondo servente.
Ac9o u9lis -> ac9o in rem modellata sulla vindica9o servitu9s, per tutelare le servitù sui fondi provinciali.
Ac9o negatoria à concessa al proprietario di un fondo che lo reputasse ingiustamente gravato da servitù;
era intesa a o/enere l'accertamento che il fondo fosse op9mus maximus e che il vicino si astenesse
dall'esercizio della servitù sullo stesso.
L'esercizio di fa/o di un'a@vità corrispondente al contenuto di una servitù era tutelato nel Principato da
una serie di interdicta proibitoria.

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IV. Usufru/o e figure affini
Giulio Paolo III sec: “diri/o di usare beni altrui e di percepirne i fru@ facendo salva la des9nazione
economica o sociale del bene ogge/o di usufru/o”.
Il diri/o di usufru/o è un diri/o reale di godimento rigorosamente legato alla persona del 9tolare: compete
al solo usufru/uario, e non è quindi trasmissibile a terzi.
IV.1. Origini dell’usufru/o
Esso assolveva una funzione socioeconomica peculiare, in ambito successorio: il testatore imponeva
all'erede di lasciar godere un bene ereditario e lasciarne percepire i fru@ ad un terzo usufru/uario.
Alla posizione dell'usufru/uario come 9t di un diri/o reale parziario si contrappone quella del proprietario,
i cui poteri vengono temp compressi (=nudo proprietario). Egli non ha poteri di ammi della cosa e laddove
la alieni questo non rimuove l’usufru/o. Rientrare nella piena disp della cosa solo una volta cessato l’usufr.
IV.2. Requisi9
Non si può essere allo stesso tempo proprietario e usufru/uario di uno stesso bene.
L'usufru/uario non può poi mutare la stru/ura o la des9nazione a/uale del bene ogge/o di usufru/o (nel
tardo an9co si perme/eva gli interven9 che obie@vamente miglioravano la cosa).
Per essere ammesso all'esercizio del diri/o, l'usufru/uario era tenuto a garan9re che avrebbe fa/o uso del
bene secondo corre/ezza e buona fede, garantendo al proprietario che avrebbe res9tuito il bene allo
scadere dell'usufru/o conservandone la des9nazione socio-eco: ciò avveniva mediante il ricorso a una
s9pulazione de/a cau9o fructuaria.
Esso era cos9tuito a termine e non poteva durare oltre la vita dell'usufru/uario.
IV.3. Cos9tuzione ed es9nzione dell’usufru/o
IV.3.1. Cos9tuzione dell’usufru/o
- In iure cessio usufructus -> processo fi@zio di vindica9o usufru/o esercitato dall'usufru/uario con cui il
nudo proprietario faceva quiescenza;
- NO mancipa9o xke no res mancipi;
- Deduc9on usufructus -> il proprietario aliena il proprio fondo riservando per sé il diri/o di usufru/o;
- Adiudica9o -> nel contest di un’azione divisoria
- Legatum per vindica9onem
- Sui fondi provinciali l'usufru/o si cos9tuiva analogamente alle servitù.
IV.3.2. Es9nzione dell’usufru/o
Ø Consolidazione = concentrazione nelle mani dello stesso sog della proprietà e del diri/o di usufru/o.
Ø Rinuncia = a/raverso in iure cessio contraria a quella usata per la cost; e Non Usus.
Ø Capi9s deminu9o dell’usufru/uario e morte
IV.4. Tutela dell’usufru/o
Vindica9o ususfructus à strum fondamentale di tutela del diri/o dell'usufru/uario; può esperirsi nei
riguardi del nudo proprietario che non rispe@ i propri obblighi e nei riguardi di qualsiasi possessore che
impedisca l'esercizio dei poteri collega9 con l'ususfructus.
Ac9o negatoria ususfructus à concessa al nudo proprietario per far cessare un illegi@mo u9 frui sul
proprio fondo e riamme/ere l'a/ore all'esercizio della piena proprietà.
Anche l'esercizio di fa/o del diri/o di usufru/o è tutelato in via interdi/ale.
IV.5. Quasi usufru/o LIBRO
IV.6. Usus e habitato
La giurisprudenza consen9va che si potesse cost un diri/o avente a ogge/o il solo usus di una cosa altrui
senza che i 9tolari si a/ribuisse contemporaneamente il diri/o di percepire la proprietà dei fru@ del bene.
Con l’habita9o non era consen9to al 9tolare dare in locazione l'immobile, ma poteva abitarvi con i propri
familiari, ospi9 e clien9. Solo con Gius9niano esso venne qualificato come un diri/o a sé stante dis9nto sia
dall'uso che da all'usufru/o.
V. Superficies

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Stante la vigenza del principio superficies solo cedit, era pensabile solo una proprietà per piani ver9cali.
Tu/avia, già dalla fine della repubblica si fece strada l'esigenza di a/ribuire il godimento delle costruzioni
edificate su di un suolo a persona diversa dal proprietario del suolo.
Le prime soluzioni in materia furono recepite sul piano delle concessioni pubbliche: le comunità
concedevano ai priva9 la possibilità di costruire e mantenere sul suolo pubblico edifici e o di usarne già
esisten9; essi venivano da9 in affi/o ai priva9 stessi dietro corrispe@vo di un canone.
Nel corso del Principato l'uso delle concessioni superficie si estese anche ai rappor9 fra priva9.
Nei rappor9 fra concedente e concessionario era u9lizzabile un ac9o conduc9, per far sì che il 9tolare del
fondo rispe/asse i suoi obblighi; progressivamente il pretore iniziò a concedere la tutela anche in caso di
turba9ve da parte di terzi, a/raverso la concessione di un interdic9um de superficiebus.
VI. Enfiteusi
L'is9tuto dell'enfiteusi trova un precedente nel ius in agro vec9gali.
vec9gali = canone che in età repubblicana era dovuto a Roma dai possessori di ager publicus, divenne nel
principato un canone applicato, in provincia, ai 9tolari di fundi provinciales.
Al concessionario erano a/ribuite analoghe facoltà di sfru/amento del terreno di un proprietario.
Nel corso del IV sec d.C. il sistema della concessione di fondi pubblici a priva9 si estese per essere ado/ato
su ampia scala dallo stato; le concessioni a lungo termine in esame furono essenzialmente di due 9pologie:
Ius perpetuum -> consistente in una forma di affi/o a tempo indeterminato, non revocabile;
Emphyteusis -> consistente in una forma di affi/o a lungo termine.
Gius9niano regolò in modo più esaus9vo l'enfiteusi: l'enfiteuta aveva l’obbligo di pagare il canone annuo e
di col9vare il fondo per tu/a la durata del contra/o. L'inosserv degli obblighi det l'es9nzione del diri/o.
L'enfiteuta diveniva 9tolare di un diri/o reale di godimento, tutelabile con apposita azione reale e
trasmissibile per successione ereditaria e altresì inter vivos.
VII. I diri@ reali di garanzia
I diri@ reali di garanzia danno luogo a una posizione di controllo o di privilegio del creditore su uno o più
beni del debitore o di un terzo, assicurando in tu/o o in parte la soddisfazione per equivalente
dell'interesse economico so/eso all'obbligazione garan9ta.
Inizialmente la principale forma di garanzia del credito veniva offerta dalla stessa persona del debitore
disposto ad assogge/are se stesso o altri, quasi in ostaggio del creditore, fino alla completa soddisfazione
dell'interesse di quest'ul9mo.
Nel corso poi della repubb il fenomeno in esame avrebbe ceduto il passo a forme di garanzia patrimoniale.
VII.1. Fiducia
Fiducia cum amico à trasf della proprietà di un bene in favore di un terzo fiduciario con l'accordo (pactum
fiduciae) di ritrasf al fiduciante al verificarsi di alcune condizioni. Usato in funzione di deposito/comodato
Fiducia cum creditore à il trasf della proprietà di un bene avviene in funzione della garanzia di un'obbligaz.
Cadde in disuso per via del pignus datum (dove si perdeva il possesso ma non la proprietà).
VII.2. Pignus datum
Pegno à consegna di un bene al creditore senza che gliene venga trasferita la proprietà ma soltanto un
possesso qualificato. Il creditore è autorizzato in caso di inademp a tra/enere il bene ogge/o di pegno e
diventarne proprietario o venderlo conservando il ricavato fino a concorrenza del credito e res9tuendo
l'eccedenza al debitore pignora9zio.
A tutela del pegno fu is9tuita l’ac9o pignera9cia in rem (per farsi res9tuire la cosa).
Il creditore pignora9zio non era legi@mato a fare uso della res pignori data, e neanche di u9lizzarla.
Essendo accessorio ad un rapporto di credito, si es9ngue al cessare del rapporto obbligatorio garan9to.
VII.3. Hypotheca
Hypotheca à il debitore offriva a garanzia un bene senza trasferire la disponibilità né la detenzione al
creditore. Consen9va di offrire in tempi diversi lo stesso bene a una pluralità di creditori

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Capitolo Nono: Le obbligazioni
I. Definizioni e stru/ura dell’obbligazione
I diri@ di credito (= obbligazioni) sono diri@ patrim rela9vi: esistono solo in relaz a determina9 sogge@.
Essi sono cost fin dall'inizio dal rapporto tra una persona 9t del diri/o e un sogg passivo det, il quale è
tenuto a un obbligo posi9vo di dare, fare o non fare qualcosa susce@bile di valutazione eco (prestazione).
In mancanza di un ademp spontaneo del debito, non è possibile la sua dire/a estorsione, perché la
prestazione è un fa/o umano, di per sé incoercibile; tu/avia, sarà chiamato a risp di tale inademp, egli ne
sarà resp, perché il diri/o procura al creditore insoddisfa/o un adeguato vantaggio sul patrim del debitore.
Is9tuzioni di Gius9niano: “L'obbligazione è un vincolo giuridico in base al quale siamo tenu9
necessariamente a svolgere una certa prestazione secondo le regole del nostro ordinamento giuridico”.
Digesto: “La sostanza delle obbligazioni non consiste nel rendere nostro un ogge/o o una servitù, bensì nel
costringere un'altra persona a dare o fare qualcosa o essere garante a nostro favore”.
II. Le obbligazioni naturali
Obliga9ones naturales à esisteva un debito che però non era azionabile, erano infa@ tutelate più dal dirit
naturale che da quello civile/pretorio; dife/ano quindi di azione e di conseguenza dell’elemento della resp.
All’origine, queste situazioni erano riconducibili all'”incapacità processuale” delle persone alieni iuris, che
potevano concludere contra@ validi ed efficaci, ma il creditore non avrebbe potuto agire in giudizio contro
il sogge/o a potestà che non avesse adempiuto tale debito (perché non possono stare in giudizio).
Se la prestazione viene spontaneamente adempiuta, il debito si es9ngue e non si può chiederne la res9tuz.
Anche eventuali garanzie prestate a favore del creditore naturale sono valide.
Il deb naturale poteva essere opposto in compensazione o sost con un'obblig vincolante tramite novazione.
III. L’origine storica
Nell'età più an9ca, la società romana era basata su di un'econ agricola in cui i gruppi familiari erano in linea
di massima autosufficien9; non si sen9va la necessità di ricorrere al credito.
È probabile, dunque, che si sia sviluppato per primo lo schema della responsabilità, innanzitu/o nel campo
degli illeci9, cioè di quegli a@ che offendevano un gruppo familiare estraneo rispe/o a quello dell'agente:
- illeci9 molto gravi, ES omicidio persona libera -> crimina, la cui persecuz rientra nel sist del diri/o pubb.
- Illeci9 meno gravi, ES furto -> delicta, colpevole esposto alla vende/a del gruppo familiare offeso.
Poteva esserci un pa/o, in cui l’offeso acce/ava che la pena corporale venisse sos9tuita dal pag di una
somma di denaro; non era concepita come prestaz dovuta, ma come onere che evita la vende/a.
Successivamente rese sempre obbligatoria la composizione legale: l'offeso doveva sempre acce/are il pag
della pena pecuniaria; i delicta possono quindi ora essere configura9 come a@ produ@vi di obbligazioni.
Le XII Tavole conoscono la sponsio; esistono, però, ancora alcune stru/ di soggez con cara/ere primi9vo:
Nexum à an9ca forma di mutuo, eseguito tramite un gestum per aes et libram; il creditore pronunciava
parole rituali e compiva a/o di apprensione sul debitore, il quale rimaneva assogg finché non si compisse
una solu9o per aes er libram (a/o simmetrico e contrario al nexum), conseguente al pag del debito.
↳ il pagamento aveva funzione di risca/o e non propriamente di adempimento del debito.
Praedes e Vades à a garanzia della res9tuz di una cosa controversa assegnata in possesso interinale, o del
pag della somma scommessa in una legis ac9o per sacramentum o per la ricompariz in giud del convenuto.
Nasceva per il creditore l'aspe/a9va a un certo risultato, ma la prestazione doveva essere compiuta da
persona diversa rispe/o a quella che poteva essere chiamata a rispondere dell'inadempimento.
Sponsio à Si compiva con una domanda orale con la quale lo s9pulante chiedeva al promi/ente di
impegnarsi a una certa cosa, e il promi/ente rispondeva afferma9vamente.
Per far accertare un credito nascente da sponsio si poteva agire con la legis ac9o per iudicis arbitrive
postula9onem -> si svolgeva però ancora nella forma della manus iniec9o.
Con l'introd della bonorum vendito pretoria, che soppiantò la manus iniec9o personale, la responsabilità
del debitore comportò un assogge/amento non più della persona del debitore, ma del suo patrimonio.

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IV. Le fon9 delle obbligazioni
Fon9 delle obbligazioni sono gli a@ e i fa@ che generano obbligazioni, quelle circostanze di fa/o alle quali
l'ord giuridico riconosce l'efficacia di cos9tuire rappor9 obbligatori. Nel diri/o romano, le causa
obliga9onum sono tu/e 9piche.
Gaio afferma che le possibili fon9 delle obb sono il contra/o e il deli/o.
o Delictum à a/o illecito di natura penale, lesivo di un interesse privato, che l'ord sanziona con il
pagamento di una somma di denaro a favore della persona offesa e a 9tolo di pena privata.
Pena privata ≠ multa in caso di crimini ≠ risarcimento per l'inademp di un'obbligazione da contra/o.
o Contractus à Art 1321 c.c. “Il contra/o è l'accordo di due o più par9 per cos9tuire, regolare o
es9nguere tra loro un rapporto giuridico patrimoniale”.
↳ ≠ Per il diri/o romano, il contra/o è un a/o che può cos9tuire soltanto rappor9 obbligatori.
Non poteva cos9tuire, modificare o es9nguere rappor9 giuridici di natura reale; ma neppure modificare
o es9nguere rappor9 di natura obbligatoria.
Alla base di ogni contractus c’è un accordo? si, anche Gaio ri9ene l’accordo come elemento necessario.
Successivamente Gaio propone una nuova classificazione delle fon9 delle obbligazioni, a cui aggiunge le
‘varie figure di cause’ -> questa categoria con9ene tu/e le fa@specie che producevano obbligazioni, pur
non essendo né contra@ (no accordo), né deli@ (no comportamento riprovevole del debitore).
Segue questo schema tripar9to anche il nostro c.c., art. 1173: contra/o, fa/o illecito e ogni altro a/o o
fa/o idoneo a produrre obbligazioni in conformità dell'ordinamento giuridico.
Un'ul9ma classificazione si legge nelle Is9tuzioni di Gius9niano, ove si dà un nome apposito alle due
categorie implicate all'interno delle ‘varie figure di fon9’, creando così una quadripar9zione:
à Quasi contra@ à a@ leci9 produ@vi di obbligaz, privi di un accordo tra le par9 dire/o a cost l'obbligaz.
à Quasi deli@ à a@ illeci9 in cui si risponde anche per colpa o per fa/o altrui, comprendendo casi in cui
la resp del sog passivo si fonda sul suo legame con la cosa o con le persone da cui proviene il danno.
V. Obbligazioni con pluralità di sogge@
Nel rapporto obb si può avere una pluralità di sogge@, sia dal lato a@vo che passivo, o da entrambi; essa
può essere originaria o successiva.
• Obbligazioni parziarie à la prestazione si ripar9sce tra i più creditori o tra i più debitori in par9 (uguali,
salvo che sia diversamente stabilito nel 9tolo cos9tu9vo dell'obbligazione).
Ciascun creditore ha diri/o di pretendere una parte soltanto dell'obbligazione e ciascun debitore ha il
dovere di prestare una parte soltanto.
• Obbligazioni solidali à la prestazione è dovuta in solidum: ognuno dei debitori è tenuto a pagare tu/a
la prestazione (obb solidale passiva); ognuno dei creditori può pretendere l'intera prestazione (a@va).
Ø Obb solidali cumula9ve passive -> ognuno dei debitori deve pagare l’intera prestazione (il pag di uno
NON es9ngue l’obbligaz per gli altri); ES deli/o compiuto da più persone.
Ø Obb solidali cumula9ve a@ve -> il debitore deve a ciascuno dei creditori l’intera prestazione: ES quando
una stessa cosa venisse lasciata con un legato per damna9onem disgiuntamente a più persone.
§ Obb solidali ele@ve passive -> ognuno dei più debitori è tenuto per l'intero, ma l'ademp di uno es9ngue
l'obblig per tu@; in caso di ademp, il creditore individua il debitore al quale chiedere l'intera prestaz.
§ Obb solidali ele@ve a@va -> ognuno dei più creditori può pretendere l'intero, ma l'ademp nei confron9
di uno, es9ngue l'obblig per tu@; il debitore scegliere il creditore a cui effe/uare il pagamento.
Nel diri/o romano classico non esiste un'azione generale u9lizzabile a scopo di diri/o di regresso o di
rivalsa: per o/enere tale risultato occorreva farsi prestare apposita s9pulazione o ricorrere alle azioni
regolan9 gli eventuali rappor9 interni tra condebitori o concreditori.
Beneficium cedendarum ac9onum -> il condebitore che pagava l'intero debito si faceva vendere dal
creditore le azioni che quest'ul9mo avrebbe potuto esercitare nei confron9 degli altri debitori.

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VI. Espedien9 per trasme/ere l’obbligazione
Un rapporto obbligatorio poteva trasferirsi solo a seguito di successione a 9tolo universale; non era
possibile che credi9 e debi9 mutassero 9tolare.
Dall’età preclassica per soddisfare questa esigenza si usarono degli espedien9.
Novazione sogge@va à l'obbligazione precedente si es9ngue e ne nasce una nuova: non si opera quidni
una vera e propria cessione del credito. Può a@va o passiva.
Cessione delle azioni à il creditore nominava una persona come suo rappresentante processuale;
quest'ul9mo agiva contro il debitore con una formula modificata con trasposizione di sogge@ e, una volta
o/enuto il pagamento, poteva tra/enere per sé il ricavato.
Denun9a9o = no9fica effe/uata dal cessionario al debitore ceduto e al creditore cedente, dopo la quale il
debitore non si sarebbe liberato pag al cedente e il cedente non avrebbe potutp esigere diret il debito.
Si poteva trasferire anche il debito: il debitore nominava come suo rappres processuale un terzo il quale
avrebbe sostenuto il ruolo di convenuto in proprio nella lite col creditore: sia la condanna che l'esecuzione
avrebbero avuto luogo nei confron9 di quest'ul9mo.
VII. La prestazione
Prestazione à comportamento che il debitore deve tenere nei conf del creditore per adempiere l'obbligaz.
↳ nullità della promessa del fa/o del terzo.
Il contenuto della prestazione poteva essere il più vario; al riguardo nelle fon9 si parla:
è Dare = trasferire la proprietà o cos9tuire un diri/o reale limitato; l'obbligazione non è adempiuta se il
passaggio della proprietà o la cost del diri/o reale non si realizza per mancata legi@mazione del dante.
è Facere = comportamento diverso dal dare. Vi sono ricompresi anche compor omissivi, di non facere.
è Prestare = sta a indicare un'assunzione di responsabilità, da parte dello stesso debitore, per l'esistenza o
l'assenza di cer9 fa@ o per il risultato di certe azioni.
ES venditore deve consegnare la cosa (facere), garantendo l'esist in essa di certe qualità (praestare).
Più in generale, possiamo dire che il prestare serve a precisare le modalità secondo le quali devono
essere eseguite le prestazioni di dare e facere.
Obbligazioni divisibili à il valore economico complessivo della prestazione non cambia anche se essa viene
adempiuta parzialmente con a@ dis9n9. Il creditore poteva sempre rifiutare un adempimento incompleto.
Obbligazioni indivisibili à la prestazione non è susce@bile di essere divisa in più prestazioni omogenee, ES
diri@ reali di servitù e di uso, tu/e le prestazioni di facere.
VIII. I requisi9 della prestazione
Requisi9 generali che la prestazione deve rispe/are, pena la nullità dell'obbligazione che la contempla:
1) Determinata o determinabile. Per la futura determinazione della prestazione il contra/o può far rinvio a
elemen9 ogge@vi esterni = det per rela9onem.
2) Possibile: in caso di un'impossibilità ogge@va ad adempiere, l’obbligazione è nulla. L'impossibilità
poteva essere materiale (dare una cosa che non esiste) o giuridica (dare una cosa già del creditore).
Il debitore che fosse consapevole dell'impossibilità della prestazione, avrebbe dovuto risarcire alla
controparte i danni che questa avesse risen9to per il mancato sorgere del rapporto obbligatorio.
↳ Responsabilità in contraendo = responsabilità precontra/uale.
3) Lecita, non contraria a norme impera9ve o alla morale sociale.
4) L'interesse del creditore alla prestazione deve essere susce@bile di valutazione in denaro, perché nel
processo formulare la condanna può avere per ogge/o solo una somma di denaro.
Questo requisito poteva essere aggirato ricorrendo a una pena convenzionale = s9pula9o poenae:
giuridicamente la prestazione era data solo dalla somma di denaro e il risultato desiderato si
configurava come una condizione sospensiva potesta9va.
ES Prome@ di darmi 100 se suoni dalle 14 alle 16? voglio che tu sme/a, ma non è susct di valut eco.
Nell’ord romano è vietato il contra/o a favore di terzo -> si può aggirare con la s9pula9o poenae = il
debitore prome/e una somma di denaro allo s9pulante se non avesse tenuto il comp a favore del terzo.

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IX. Obbligazioni generiche e alterna9ve
Obbligazioni generiche à la prestazione ha come ogge/o cose determinate con riferimento solo alla
categoria di appartenenza; all'interno del genere esse sono interscambiabili e possono essere individuate
solo per il loro numero, peso o misura, ad esempio denaro, grano, olio.
Le cose fungibili possono essere ogge/o di obbligazioni specifiche solo quando vengano in qualche modo
precisamente individuate.
Nelle obbligazioni generiche che hanno per ogge/o beni fungibili perché la prestazione sia determinata
occorre che siano precisa9 il genere di appartenenza, la quan9tà e possibilmente anche la qualità.
Obblig alterna9ve à prevede due o più prestazioni; il debitore si libererà adempiendo una soltanto di esse.
La scelta tra le varie prestaz è lasciata al debitore, ma può anche essere riservata al creditore o a un terzo.
Quando la scelta è effe/uata, si ha il fenomeno della concentrazione = l'obbligazione viene ad avere come
ogge/o una sola prestazione.
Se divengono impossibili tu/e le prestazioni dovute meno una, l'obbligazione si concentra su essa; se però
la scelta spe/a al creditore e l'impossibilità della prestaz è a/ribuita al debitore, il creditore potrà scegliere
tra la prestazione possibile e la s9ma di quella diventata impossibile.
X. L’inadempimento
Il debitore che non adempia la prestazione viola un obbligo e può essere chiamato a risponderne quando
l'inadempimento gli sia imputabile.
In tal caso egli incorre in responsabilità ed è assogge/abile all'azione esecu9va, dopo che vi sia stata una
sentenza di condanna nel processo di cognizione che abbia accertato l'esistenza dell'obbligo,
l'inadempimento dello stesso e l'imputabilità dell’inadempimento al debitore.
Inadempimento defini9vo à la prestazione diventa impossibile, ES scadenza termine essenziale.
Mora debendi, ritardo nell'adempimento à il debitore ome/e di eseguirla o la esegua scorre/amente.
X.1. L’impossibilità sopravvenuta della prestazione e la perpetua9o obliga9onis
L'impossibilità della prestazione sopravvenuta, che interviene cioè dopo il sorgere del debito e prima del
suo adempimento, comporta come conseguenza naturale che il rapporto di debito scompaia.
La prestaz delle obbliga di genere non può mai diventare impos -> l'inad assume solo la forma del ritardo.
Qualora l'impossibilità sopravvenuta non sia imputabile al debitore, l'obbligazione è defini9vamente
es9nta; in caso di impossibilità parziale, il debitore resta obbligato a prestare ciò che residua.
Qualora invece l'impossibilità sopravvenuta sia imputabile al debitore, sorge una sua responsabilità, nel
senso che egli dovrà risarcire il danno derivato dal suo inadempimento.
Nel diri/o romano non esisteva una specifica azione per l'inadempimento imputabile. Perciò, anche
quando la prestazione originaria non era più possibile, egli poteva esperire soltanto l'azione che sorgeva dal
rapporto originario, con la quale con9nuava a chiedere la prestazione ora non più esistente.
Per perme/ere al creditore di o/enere comunque soddisfazione, malgrado la sopravvenuta impossibilità, i
giuris9 escogitano la ‘perpetua9o obliga9onis‘ à se è dipeso dal debitore che la cosa non è stata data,
l'obbligazione permane.
↳ l'obblig si perpetua, con9nua a esistere finché non venga esperita l'azione.

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X.2. I criteri di imputazione dell’inadempimento
Quando l'impossibilità sopravvenuta è imputabile al debitore?
Nelle obbligazioni più an9che era imputabile al debitore se dipendeva da un suo comportamento posi9vo
(factum debitoris), indipendentemente dal fa/o che l'evento fosse stato voluto o meno.
Per dolo à volontarietà del comport e dell'evento dannoso da esso provocato; tu@ i debit ne rispondono.
Per colpa à la condo/a del debitore ha comportato l'inadempimento perché non ha rispe/ato le normali
regole di diligenza e prudenza:
Alcuni debitori sono chiama9 a rispondere anche di custodia à fa@ che non dipendono né dalla loro
volontà né da un loro comportamento colposo, ma che sarebbero sta9 ogge@vamente nella loro sfera di
controllo; si applica ES nel comodato.
Non si è mai resp per la forza maggiore -> even9 naturali o a@vità umane violente che provocano l'inadem.
Principio dell'u9litas contrahen9um à la parte che non ricavava alcun vantaggio patrim dall'esecuzione del
contra/o viene tra/ata con minor rigore, mentre la parte che traeva tu/o il profi/o dal contra/o
rispondeva in modo aggravato; qualora i vantaggi fossero equivalen9, i debitori rispond per dolo e colpa.
Con apposi9 pa@ le par9 potevano aggravare o alleggerire la resp; tu/avia, un pa/o che esonerasse ancher
dal dolo era considerato contrario ai buoni costumi e alla buona fede e quindi era nullo perché illecito.
X.3. La mora
Mora solvendi o debitoris à il debitore è in ritardo o ha tenuto un compo contrario a un corre/o ademp.
Mora ex persona à non è fissato il temine, così il creditore lo invita a adempiere con una formale richiesta
(interpella9o); il ritardo comincia dopo che il creditore ha richiesto l'adempimento.
Mora ex re à il debitore è in ritardo automa9camente al verificarsi di da9 even9 (no interpella9o).
Mora accipiendi à il creditore che non acce/a l'adempimento, tempes9vo o tardivo, o non collabora
affinché il debitore possa adempiere: si alleggeriva la posizione del debitore, che avrebbe risposto di una
eventuale sopravvenuta impossibilità solo in base al criterio del dolo.
X.4. Il risarcimento del danno
Il debitore cui sia imputabile l'inademp deve risarcire al creditore il danno derivatogli dal mancato ademp.
Qualora l'obbligo avesse un contenuto diverso dal denaro, il debitore poteva prome/ere con s9pula9o una
somma di denaro per il caso in cui restasse inadempiuta la prestazione primaria; altrimen9 la det del
risarcimento variava a seconda dell’obbligazione e della stru/ura formulare dell'originaria azione:
1) quan9 ea res fuit/est/erit: il risarcimento veniva calcolato in base al valore di mercato della cosa al
momento della li9s contesta9o (est) o in un mom precedente (fuit) o al mom della sentenza (erit).
2) id quod interest: si valutava l'interesse che il creditore aveva a quella prestazione, facendo la differenza
tra l'ipote9ca situazione patrimoniale in cui si sarebbe trovato in seguito all'adempimento e quella
effe@va = interesse posi9vo, che ricomprende il danno emergente e il lucro cessante.
↳ ≠ interesse nega9vo = interesse che la parte aveva a concludere un contra/o valido.
XI. I modi di es9nzione delle obbligazioni
XI.1. L’adempimento
Modo normale di es9nzione dell'obb: adempimento = corre/a esecuz della prestazione dovuta = solu9o.
Nell'epoca più an9ca non era sufficiente l'adempimento, per es9nguere l'obbligazione occorreva usare un
negozio corrispondente a quello con cui l'obbligazione stessa era stata posta in essere.
↳ princ del contrarius actus, ES per un mutuo contra/o per aes et libram serviva la solu9o per aes et libram.
Solo in età più recente si amme/e che l’ademp sia considerato causa generale di es9nzione dell'obblig a
prescindere dal compimento dell'a/o contrario.
L'ademp di solito può essere fa/o anche da persona ≠ dal debitore, anche contro la volontà del debitore.
Legi@ma9 a ricevere l'ademp sono il creditore, un suo rappr o un terzo espressamente autorizzato.
Il creditore non può essere costre/o ad acce/are un ademp parziale o una cosa diversa da quella pa/uita.
Da9o in solutum -> il creditore acce/a come corre/o ademp una prestazione diversa da quella dovuta.

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XI.2. La novazione
Novazione à le par9 sos9tuiscono un'obbligaz esistente tra loro con un'altra nuova, in modo tale che la
prima si es9ngua e al suo posto sorga la nuova.
↳ Si effe/ua tramite una s9pula9o che indichi il rapporto obbligatorio che si voleva es9nguere; la
prestazione deve sostanzialmente restare la stessa, ma si può introdurre qualche elemento di novità.
La novazione venne infa@ usata per soddisfare varie esigenze non altrimen9 raggiungibili a causa delle
cara/eris9che del loro sistema obbligatorio, ES modificare un rapporto obbligatorio già sorto (novazione
ogge@va) o trasme/ere l'obbligazione a un debitore o a un creditore diverso (sogge@va).
Novazione sogge@va a@va -> il creditore invita il proprio debitore a prome/ere a un terzo quanto già
dovuto; si es9ngue l'obbligazione tra delegante e delegato e se ne cos9tuisce una nuova a favore del terzo.
Passiva -> il debitore incarica un terzo affinché prome/a al creditore ciò che allo stesso era già dovuto.
Un effe/o analogo a quello della novazione era prodo/o dalla li9s contesta9o nel processo formulare, la
quale faceva venir meno l'obbligo dedo/o in giudizio, sos9tuendolo con l'obbligo di conformarsi alla futura
sentenza del giudice, la quale, se fosse stato di condanna, avrebbe fa/o poi nascere l'obliga9o iudica9.
XI.3. la remissione del debito, il contrario consenso e il recesso unilaterale
Il contrarius actus con9nuò a essere u9lizzato come causa liberatoria non sa9sfa@va del creditore,
diventando così un a/o di remissione gratuita del debito, con la quale il creditore rinuncia all'ademp:
Solu9o per aes et libram -> sopravvive come a/o di remissione per es9nguere l'obbligazione che sorgeva
dalla sentenza di condanna e l'obbligazione pecuniaria che aveva fonte in un legato per damna9onem.
Accep9la9o verbis -> «Hai ricevuto quello che 9 avevo promesso?» «Si».
S9pula9o Aquiliana -> es9ngueva tu@ i debi9 esisten9 tra due persone;
Pactum de non petendo -> convenzione priva di forme con la quale si poteva es9nguere qualunque 9po di
obbligazione. Tale modalità operava automa9camente solo per le obbligazioni scaturen9 da furto o da
iniuria; per tu/e le altre esso funzionava in via di eccezione, nel senso che per ius civile il debito non si
es9ngueva e quindi il creditore avrebbe potuto cambiare idea e agire validamente per riscuoterlo, ma in tal
caso il debitore si sarebbe difeso opponendo l'excep9o pac9.
Nel caso di contra@ consensuali, quando non vi sia stato un inizio di ademp, le par9 possono di comune
accordo far venir meno le obbligazioni col semplice dissenso.
In alcuni casi, ES obbligazioni scaturen9 da mandato, si può porre fine al rap obb per recesso unilaterale.
XI.4. La compensazione
Compensazione à un debitore ha un credito nei confron9 del suo creditore e lo possa opporre fino
all'es9nzione totale o parziale del debito.
L'ord romano classico non conosceva una compensazione legale e amme/eva la compensazione giudiziale
solo in casi par9colari.
La formula delle azioni di buona fede perme/eva al giudice di tenere in considerazione un eventuale
controcredito vantato dal convenuto nei confron9 dell'a/ore e di condannare il convenuto alla differenza;
credito e controcredito dovevano però scaturire dal medesimo rapporto obbligatorio, quello indicato nella
demonstra9o.
In altre due situazioni la compensazione si realizzava come un'operazione contabile:
- Banchiere à disponendo di sicuri strumen9 di riscontro era tenuto ad agere cum compensa9one,
chiedendo al proprio cliente solo quanto residuava dopo aver scontato i controcredi9 che vantasse.
Credito e controcredito dovevano essere omogenei ES entrambi denaro o cose stesso genere e qualità.
- Bonorum emptor à acquistava in blocco il patrimonio di un debitore insolvente e poteva pretenderne i
credi9, ma se il debitore aveva a disposizione un controcredito esso si scomputava.
Il giudice, quindi, era tenuto ad agere cum deduc9one, deducendo credi9 derivan9 da qualunque 9po
di rapporto obbligatorio, anche non omogenei e perfino non ancora esigibili.

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XII. Le obbligazioni da contra/o: classificazioni dei contra@
Contractus à i negozi giuridici almeno bilaterali dire@ nell'intenzione delle par9 a produrre obbligazioni.
I contra@ erano tu@ 9pici, ciascuno con un proprio regime e tutelato da un'apposita azione; tale 9picità
era temperata dalla du@lità della s9pula9o, la quale poteva avere qualunque contenuto ed era valida
anche se non esprimeva la causa per cui veniva assunta l'obbligazione.
à Contra@ unilaterali -> dal contra/o sorge obbligazione a carico di una soltanto delle par9;
à Contra@ bilaterali/ sinallagma9ci -> entrambe le par9 rimangono reciprocamente obbligate.
In tali casi sorgono due obbligazioni interdipenden9: ognuna delle par9 è al contempo creditrice e
debitrice sulla base dello stesso contra/o
La bilateralità è gene9ca, cioè all'inizio devono sorgere entrambe le obbligazioni perché la fa@specie sia
validamente integrata.
Una parte non può chiedere la prestazione all'altra, se prima non ha eseguito la propria o non dimostra
di essere pronto ad eseguirla.
à Contra@ bilaterali imperfe@ -> dal contra/o sorge obbligazione a carico di una soltanto delle par9, ma
dall'esecuzione di quel contra/o sorge un'obbligazione anche a carico dell'altra parte.
L'obbligazione secondaria sorge da a@ esecu9vi del contra/o, non dal contra/o stesso; inoltre, essa
non è in posizione di controprestazione rispe/o all'altra, le due obbligazioni non sono dipenden9 una
dall'altra.
Gaio nelle sue Is9tuzioni, dopo aver affermato che le obbligazioni hanno fonte o nel contra/o o nel deli/o,
con9nua dicendo che i contra@ sono di qua/ro generi:
> Obliga9o re contracta (contra@ reali) -> obbligazione che sorge solo con la consegna di una cosa
effe/uata con l'accordo che essa sarà res9tuita, ES contra/o di mutuo;
> Obliga9o verbis contracta -> obbligazione che nasce dalla pronuncia di parole solenni, ES s9pula9o
> Obliga9o li/eris contracta -> obbligazione sorge grazie alla registrazione di operazioni contabili.
> Obliga9o consensu contracta -> per la cost dell’obbligazione basta l'accordo; tale accordo doveva però
riguardare un asse/o d'interessi riconosciuto dall'ord, una causa 9pica integrante uno scambio.
XIII. La fiducia
Fiducia à a/o solenne di alienazione di un bene, una mancipa9o o una in iure cessio, dal fiduciante al
fiduciario, con l'aggiunta di un pactum fiduciae, col quale il fiduciario si impegna a tenere il bene per uno
scopo determinato e a res9tuirlo quando tale scopo sia stato soddisfa/o.
↳ Is9tuto molto an9co, u9lizzabile solo dai ci/adini romani; scomparve verso la fine del III secolo d.C., al
decadere delle forme rituali con le quali necessariamente si effe/uava; perciò, se ne trova traccia solo nelle
Is9tuzioni di Gaio. Gaio dis9ngue tra due 9pi di fiducia:
• cum amico -> molteplici funzioni, principalmente quella di custodia del bene ad opera dell'amico
fiduciario, che diverrà poi il deposito, e quella di pres9to d'uso a favore dell'amico fiduciario, comodato.
• cum creditore -> più an9ca forma di garanzia reale de credito: il debitore-fiduciante trasferiva al
creditore-fiduciario la proprietà di un bene col pa/o che il fiduciario lo avrebbe res9tuito all'ademp; in
caso di mancato ademp, il fiduciario tra/eneva la proprietà del bene; si diffuse poi la prassi di a/ribuire
al creditore il ius vendendi, che poteva soddisfarsi col ricavato, dovendo però res9tuire al debit l’ecced.
Nell'epoca più an9ca è il dovere di res9tuzione del fiduciario non era sanzionato con un'azione.
Nel processo formulare venne introdo/a un'ac9o fiducia directa che serviva al fiduciante per o/enere
la res9tuzione della cosa, ma venne presto estesa a sanzionare ogni uso illecito della cosa data in
fiducia. Con quest'azione il debitore-fiduciante poteva anche pretendere la res9tuzione dell’eccedenza.
Al fiduciario era concessa un'ac9o fiducia contraria per far valere eventuali contro pretese aven9 ad
ogge/o rimborso spese e risarcimento danni.

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XIV. I contra@ reali
XIV.1. Il mutuo
Mutuo à forma più an9ca di pres9to di consumo; un gestum per aes et libram che comportava
l’assogge/amento materiale della persona che riceveva il pres9to.
Si sviluppò poi un pres9to di consumo concesso senza le formalità del gestum per aes et libram, con il
semplice trasf di una cosa dal mutante al mutuatario, con l’accordo che l’esa/o equivalente verrà ritrasf al
mutuante a una data scadenza -> contra/o unilaterale = obb per una parte sola.
Tale obbligazione trovò tutela con la condic9o formulare, con la quale il convenuto doveva res9tuire “esa/
ciò che aveva ricevuto”, il mutuante non può quindi chiedere il pag di interessi -> contra/o essenz gratuito.
Gli interessi non erano di per sé vieta9, occorreva però prevederli con un apposito negozio, una s9pula9o,
tutelata con l’ac9o ex s9pulato. Se le par9 si fossero accorda9 per il pag degli interessi in modo informale,
questo non sarebbe stato azionabile.
Il mutuatario è sempre responsabile per un eventuale inadempimento perché la sua è un'obbligazione
generica, per la quale non si può avere un'imp sopravvenuta della prestazione che liberi il debitore.
XIV.2. Il deposito
Il contra/o di deposito si conclude con la consegna di una cosa dal deponente al depositario, affinché
quest'ul9mo la conservi gratuitamente e la res9tuisca inta/a a semplice richiesta.
In an9co questa funzione poteva o/enere tutela giuridica tramite la fiducia cum amico.
In seguito, il pretore introdusse un'azione in factum.
In epoca classica nell'edi/o del pretore venne introdo/a anche un'azione in ius di buona fede: da questo
momento il deposito divenne un contra/o riconosciuto dal diri/o civile.
Il contra/o di deposito è essenzialmente gratuito; se venisse pa/uito un compenso per il depositario si
rientrerebbe nella locazione operis o un contra/o innominato.
Il deposito è contra/o bilaterale imperfe/o: l'obbligazione principale che nasce dal deposito è quella del
depositario, il quale deve res9tuire la cosa depositata; se è previsto un termine il depositario non può
res9tuire prima della scadenza, ma il deponente può chiedere an9cipatamente la res9tuzione.
Il depositario acquista la detenzione sulla cosa, senza poterla usare, pena comme/ere il furtum usus.
Il depositario può chiedere il rimborso di spese necessarie e il risarcimento di danni cagiona9 dalla cosa.
Sequestro -> 9po par9colare di deposito, effe/uato nell'a/esa del verificarsi di un dato evento, di regola in
vista della risoluzione di una controversia giudiziaria circa la spe/anza della cosa: i due contenden9 lasciano
la cosa a un terzo, il sequestratario, al quale è riconosciuto il possesso interdi/ale della cosa.
XIV.3. Il comodato
Contra/o di comodato à si conclude con la consegna di una cosa corporale dal comodante al comodatario,
il quale può usare gratuitamente per lo scopo pa/uito e la deve res9tuire a richiesta o alla scadenza
concordata; il comodante non può pret la res9tuz prima -> contra/o bilaterale imperfe/o
In an9co aveva tutela giuridica solo grazie alla fiducia cum amico, poi il pretore ritenne di doverlo tutelare
con un'azione in factum, che in epoca classica venne affiancata da un'azione in ius di buona fede.
Il comodatario può usare la cosa solo secondo la sua des9naz e i pa@ convenu9; altrimen9 comme/erebbe
furtum usus. Il comodatario deve inoltre provvedere alla buona conservaz e ordinaria manutenz del bene.
Il comodatario è chiamato a rispondere, con l'ac9o commoda9 directa, per la mancata res9tuzione del
bene con il criterio più rigoroso di responsabilità, cioè la custodia (=rubata o distru/a per un caso fortuito).
Qualora invece fosse concluso nell'esclusivo interesse del comodante, il criterio di imputazione per la
mancata res9tuzione sarebbe stato quello del dolo.
Sorge un obbligo per il comodante, sanzionato con l'ac9o commoda9 contraria, qualora la cosa produca dei
danni al comodatario a causa di dife@ della cosa stessa di cui il comodante era a conoscenza o quando il
comodatario debba sostenere delle spese necessarie straordinarie per la conservazione della cosa.

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XIV.4. Il pegno
Pignus datum à il debitore-pignorante trasferiva al creditore-pignora9zio il possesso interdi/ale di una
cosa con l'intesa che il creditore poteva tenerla presso di sé, senza usarla, ma potendo difenderla con gli
interde@ possessori, fino a che il debitore non adempisse il credito garan9to.
↳ non si cos9tuiva un diri/o reale limitato su cosa altrui, ma si a/ribuiva una situazione possessoria.
Il debitore che avesse pagato il credito garan9to aveva diri/o di pretendere la res9tuzione del bene
pignorato con l'ac9o pignera9cia in factum dire/a.
Il creditore rispondeva fino alla custodia, perché il contra/o era concluso principalmente nel suo interesse.
Qualora il debitore fosse inadempiente, il creditore non diventava proprietario della cosa pignorata.
Elemento naturale del rapporto pignora9zio era il pa/o di vendita, in base al quale il creditore insoddisfa/o
poteva vendere il bene tra/enersi il ricavato fino all'ammontare del credito. Il debitore poteva pretendere
la res9tuzione dell’eccedenza con la stessa azione pignera9cia in personam dire/a.
Pignus conventum à modalità di cos9tuzione del pegno, sorta in epoca classica, per la quale non era
necessaria la. consegna del bene, ma bastava l’accordo tra le par9 di cos9tuire quel dato bene in pegno.
Sorge un'obbligaz a carico del debitore, qualora il creditore avesse dovuto sostenere delle spese necessarie
per la conservaz della cosa o la cosa gli avesse provocato dei danni -> contra/o bilaterale imperfe/o.
XV. I contra@ le/erali
Il rif a contra@ le/erali non ha nulla a che vedere con l'idea di contra@ conclusi per iscri/o.
Come esempio di obliga9o li/eris contracta, Gaio ricorda il ‘credito trascri/o’ (solo ci/adini romani); tale
is9tuto era collegato al sistema di contabilità 9pico del pater familias romano, che era solito annotare ogni
movimento patrimoniale nel libro delle entrate o delle uscite. Gaio dis9ngueva tra:
- Transcrip9o a re in personam -> il pater registrava nelle entrate una somma di denaro che gli era dovuta
da un debitore, e nelle uscite indicava la stessa somma alla stessa persona; nei regis9 del debitore vi
erano le corrisponden9 annotazioni contrarie, il che provava il consenso della controparte.
- Transcrip9o a persona in personam -> il parer registrava come incassata una somma da un debitore
(Caio) e nelle uscite indicava come data a pres9to la stessa somma a un terzo (Sempronio). Nei registri
del precedente (Caio) e del nuovo debitore (Sempronio) vi erano le corrisponden9 annotazioni
contrarie, il che provava l'accordo delle altre par9.
Il creditore da contra/o le/erale poteva usare l'ac9o certa creditae pecuniae.
Chirografo --> dich unilat scri/a con cui l'autore riconosc un proprio debito; 1 esemplare rilasciato al credit.
Singrafe --> doc scri/o da due persone, ciascuna ne conservava una copia; si prome/eva una prestazione.
XVI. I contra@ verbali: la s9pula9o
Sponsio à più an9co a/o giurid in cui si individua la stru/ura completa dell'obblig. Negozio formale
dell'an9co ius civile (solo ci/adini romani): il futuro creditore domanda oralmente al futuro debitore di
impegnarsi a dare una certa cosa, e quest’ul9mo da una congrua e contestuale risp usando lo stesso verso
S9pula9o à contra/o di ius gen9um, unilaterale, tutelato con l’ac9o ex s9pulata; nacque quando si
ammise la liceità di altri verbi i quali indicassero l’assunzione di un impegno.
La contestualità di domanda e risposta imponeva la presenza di entrambe le par9, inoltre se la domanda
avesse dato adito a più inter, le si a/ribuiva il significato più favorevole al debitore.
La s9pula9o è il più importante corre@vo alla rigida 9picità negoziale del diri/o romano; era molto
u9lizzata e fungeva da paradigma per l'elaboraz del regime degli altri contra@: ES rafforzare o sos9tuire
un’obbligazione, ES dare tutela a rappor9 che ne sarebbero sta9 sforni9.
Negozio astra/o -> la stru/ura del negozio manifestava solo l'effe/o obbligatorio prodo/o dall'a/o e non la
sua ragione d'essere ogge@va; quindi, poteva essere conclusa per varie cause diverse.
Tu/avia, l'assenza o l'invalidità della causa era sanzionata con l'excep9o de dolo generalis.
Nel 472 d.C. si ammise che la s9pula9o potesse essere contra/a quibuscumque verbis e senza lo schema
domanda-risposta; diventò sufficiente il consenso, cmq manifestato, e di regola registrato in un doc scri/o.

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XVI.1. Le s9pulazioni di garanzia
La s9pula9o venne molto usata per le s9pulazioni di garanzia:
S9pulazione di garanzia à cos9tuita da una adpromissio, cioè da una seconda promessa di prestare quanto
già dovuto dal debitore principale; il creditore chiedeva al garante ‘prome@ di dare lo stesso?’.
↳ il creditore poteva chiedere il pag indif al debitore principale o al garante, i quali erano obbliga9 in modo
solidale ele@vo, ma l'azione esperia par confron9 dell'uno es9ngueva anche quella nei confron9 dell'altro.
Il beneficio di escussione (= il creditore deve chiedere il pagamento prima al debitore principale e l'azione
nei suoi confron9 non es9ngue l'obbligazione) sarà introdo/o solo da Gius9niano.
Le s9pulazioni di garanzia sono accessorie rispe/o al debito principale, infa@: se il debito principale è
invalido, lo è anche la garanzia; se il debito principale si es9ngue, si es9ngue anche la garanzia; il garante
non può obbligarsi a più di quanto dovuto dal debitore principale; il garante può far valere contro il
creditore tu/e le eccezioni rela9ve al rapporto principale.
L'importanza delle s9pulazioni di garanzia è tes9moniata dal fa/o che ne sono esis9te tre dis9nte forme:
o Sponsio à solo romani
o Fidepromissio à s9pula9o quindi anche peregrini.
Se i garan9 sono più di uno, il garante che ha pagato al creditore una quota maggiore di quella derivante
dalla divisione del debito tra i vari cogaran9, poteva agire contro gli altri fino al recupero delle loro quote.
o Fideiussio à s9pula9o con la quale potevano essere garan9te anche obbligazioni non contra/e verbis e
perfino obbligazioni naturali.
Fideiussio indemnita9s -> il garante si impegna a pagare solo quanto il creditore non riesca a recuperare
dal debitore principale.
XVII. I contra@ consensuali
XVII.1. La compravendita (emp9o vendi9o)
Emp9o vendi9o à contra/o in forza del quale il venditore si impegna a far avere al compratore la pacifica e
defini9va disponibilità di una cosa e il compratore si obbliga a dare al venditore una somma di denaro a
9tolo di prezzo -> contra/o di ius gen9um.
Nel periodo arcaico la funzione eco-sociale della compravendita era soddisfa/a con un trasf contestuale di
un bene contro un altro bene/bronzo. Per formalizzare tale scambio si creò, per le res mancipi, la
mancipa9o, per le res nec mancipi, una doppia tradi9o.
Qualora non si potesse eseguire immediatamente lo scambio della cosa contro il prezzo, ma si intendesse
rendere vincolante l'accordo, l'operazione veniva effe/uata con due s9pula9o reciproche.
La vera e propria empio vendi9o sorse quando il pretore peregrino cominciò a concedere tutela giudiziaria
all'accordo liberamente espresso col quale due par9 si impegnavano allo scambio di cosa contro prezzo e
introdusse nel suo edi/o le azioni empri (a tutela del compratore) e vendi9 (venditore).
↳ veniva u9lizzato nei rappor9 comme tra Romani e stranieri e si fondava su bona fides.
L'emp9o vendi9o è conclusa quando è determinata la cosa da consegnare e il prezzo da pagare e su ques9
elemen9 si è formato il consenso delle par9, manifestato in qualunque forma.
L'effe/o giuridico che deriva dalla conclusione del contra/o è il sorgere di due obbligazioni corrispe@ve,
mentre il pagamento del prezzo e la consegna della cosa cos9tuiscono solo a@ esecu9vi delle obbligazioni.
Il contra/o consensuale di emp9o vendi9o è dunque un accordo meramente obbligatorio, che di per sé
non trasferisce la proprietà della cosa venduta e non obbliga neppure a trasferire la proprietà.
Merx, Ogge/o di vendita à ogni cosa in commercio (invalido extea commercium), corporale o incorporale.
Nella vendita di un credito, il venditore risp solo per l’esistenza dello stesso, non per la solvibilità del debit.
Il contra/o è valido anche se la cosa venduta non è in proprietà del venditore; si ammise anche la validità di
compravendita che avesse ad ogge/o cose future.
Prezzo à doveva consistere in denaro, certo o determinabile. Non era necessario che fosse iustum.

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Dal contra/o di emp9o vendi9o sorge per il compratore l'obbligazione di pagare il prezzo; qualora sia in
ritardo, deve degli interessi moratori.
Dal contra/o di emp9o vendi9o sorge per il venditore l'obbligazione a far avere il pacifico godimento della
cosa al compratore -> !! non è obbligato a trasferire la proprietà!!
↳ Perché? Nasce nei commerci con gli stranieri, i quali erano impossibilita9 ad acquistare la proprietà civile.
Il venditore è dunque obbligato a eseguire l'a/o necessario al trasferimento della proprietà, facendo però
astrazione dal suo risultato.
Il venditore, in virtù della buona fede, era tenuto a fare del suo meglio per conservare la cosa fino alla
consegna; perciò, rispondeva di un eventuale perimento o deterioramento della cosa per custodia.
Il compratore sopportava, invece, il rischio di una distruzione o di un deterioramento del bene dovu9 a
forza maggiore: doveva cmq pagare l’intero prezzo -> principio periculum est emptoris.
A carico del venditore sorgono altresì delle obbligazioni secondarie:
ES Garanzia contro l'evizione à contro lo spossessamento della cosa avvenuto in seguito all'esercizio
vi/orioso dell'azione di rivendica.
Questa garanzia non derivava automa9camente dalla conclusione del contra/o.
Nella vendita a contan9, la garanzia contro l'evizione discendeva dire/amente dalla mancipa9o; quando
essa divenne un'imaginaria vendi9o, l'obbligo della garanzia nasceva solo se all'a/o della mancipa9o era
espressamente menzionato il pagamento del prezzo.
Per le compravendite non eseguite con mancipa9o si sviluppò l'uso di chiedere al venditore l'assunzione di
un autonoma obbligazione di garanzia tramite una s9pula9o condizionata.
L’uso di prestare queste s9pulazioni di garanzia divenne presto così diffuso che si considerò un effe/o
naturale del contra/o.
ES Garanzia contro i vizi occul9 à dife@ non palesi, di cui il compratore non poteva avvedersi agevolmente.
Fin da an9co il mancipio dans rispondeva dei dicta et promissa pronuncia9 in sede di mancipa9o.
In assenza di una mancipa9o, le par9 di una compravendita potevano concludere un'apposita s9pula9o con
la quale il venditore prome/eva det qualità o escludeva la presenza di vizi.
Dal momento che il criterio della bona fides imponeva un comportamento corre/o delle par9 anche nella
fase precontra/uale delle tra/a9ve, il venditore avrebbe risposto ex empto in caso di dolo.
Se il compratore è cmq interessato all’ogge/o malgrado il vizio, poteva tra/enerlo presso di sé chiedendo
però una diminuzione del prezzo proporzionale alla diminuzione di valore della cosa provocata dal vizio: in
questo caso poteva chiedere l'azione di riduzione.
Se invece non vuole tenerla, poteva, esperire l'azione redibitoria, dire/a alla risoluzione del contra/o e alla
res9tuzione delle reciproche prestazioni.
Pa@ à apposite clausole contra/uali che servivano ad ada/are il contenuto 9pico del contra/o di
compravendita alle esigenze concrete delle par9.
Il cara/ere di buona fede delle azioni a tutela del compratore e del venditore perme/eva al giudice di
tenere conto di tu/e le pa/uizioni che fossero state previste in con9nen9, cioè al momento della
conclusione del contra/o. Si poteva in tal modo riconoscere anche a clausole favorevoli all’a/ore, ES:
Pa/o di in diem addic9o -> si a/ribuiva al venditore la facoltà di considerare come non avvenuta la
compravendita qualora, entro un certo termine, avesse o/enuto un offerta migliore;
Lex commissoria -> autorizzava il venditore a far venire meno il contra/o se il compratore, al quale fosse
stata già consegnata la cosa, non pagava il prezzo al termine pa/uito.
Pactum displicen9ae -> riservava al compratore la possibilità di recedere dal contra/o entro una data
fissata, se la cosa non era di suo gradimento.

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XVII.2. La locazione (loca9o conduc9o)
Loca9o conduc9o à contra/o in forza del quale una parte si impegna a me/ere a disposizione il
godimento di una cosa o di un’a@vità lavora9va e l’altra si obbliga a dare una somma di denaro a 9tolo di
compenso = mercede. Si tra/a di contra/o consensuale, bilaterale, tutelato con azioni di buona fede (ac9o
loca9 e ac9o conduc9) e accessibili ai peregrini, quindi contra/o di ius gen9um.
o Loca9o conduc9o rei -> il locatore si obbliga a me/ere a disposizione del condu/ore una cosa
inconsumabile e assicurargliene il pacifico godimento; il condu/ore ne acquista la detenzione, può
usare la cosa ed eventualmente trarne i fru@, è obbligato a res9tuirla al termine e a pagare la mercede.
I condu/ori erano de@ ‘coloni’ se ogge/o della locazione era un fondo rus9co, ‘inquilini’ se si tra/ava
di immobili urbani.
La durata della locazione era pa/uita tra le par9 e poteva essere anche perpetua.
Al condu/ore non è riconosciuta alcuna tutela, può solo agire vs il locatore con l'ac9o conduc9.
Inoltre, vigeva la regola ‘compera scioglie la locazione’, quindi nel caso in cui il locatore vendesse a un
terzo la cosa locata, il condu/ore non poteva opporsi.
o Loca9o conduc9o operarum -> il locatore si obbliga a me/ere la propria a@vità lavora9va manuale a
disposizione del condu/ore, il quale è obbligato a pagare un corrispe@vo in denaro.
Tale figura di locazione svolgeva una funzione analoga all'odierno contra/o di lavoro subordinato.
In diri/o romano non potevano rientrare in questo 9po di contra/o le a@vità di natura intelle/uale,
perché l'idea era che un uomo libero di elevata condizione sociale non poteva essere obbligato a
prestare la propria a@vità, che era offerta a 9tolo gratuito e chi ne usufruiva era solito remunerarla con
dei dona9vi.
o Loca9o cundic9o operis -> il locatore si impegna a consegnare una cosa in ordine alla quale deve essere
eseguito un servizio e il condu/ore si obbliga a compiere autonomamente, ma nell’interesse del
locatore, una certa a@vità su di essa, in modo da raggiungere il risultato convenuto, e poi res9tuirla.
La mercede deve essere pagata dal locatore, nel cui interesse viene svolta l’a@vità.
Tale figura di locazione svolgeva una funzione analoga all'odierno contra/o di opera.
Il locatore è obbligato a pagare la mercede solo quando il condu/ore abbia fornito il risultato promesso.
XVII.3. La società (societas)
Societas à contra/o di ius gen9um, tutelato con azioni di buona fede, col quale due o più sogge@ si
obbligano a me/ere in comune beni/a@vità lavora9ve allo scopo di raggiungere risulta9 vantaggiosi x tu@.
1) Società generali -> i soci si impegnano a me/ere in comune tu@ i loro beni, presen9 e futuri / gli
acquis9 effe/ua9 in futuro; dividono fra di loro profi@/perdite derivan9 dall'ammi dei loro patrimoni.
2) Società speciali -> i soci si impegnano a me/ere in comune singoli beni o det a@vità con uno scopo di
lucro. Questo è il 9po di società è quello cui si riferisce all'inizio la tutela nata nella iurisdic9o del
pretore peregrino tramite azioni di buona fede.
Nella società è fondamentale è l’intuitus personae, la relazione con quelle persone specifiche con cui si è
contra/a la società; il rapporto societario può con9nuare solo tra tu@ i soci origina9 e cessa automa9c
quando anche uno solo dei soci dedcida di recedere / muoia / subisca una capi9s deminu9o / fallisca.
Il consenso deve sussistere per tu/a la durata del rapporto che ne derivava: affec9o societa9s.
Dal contra/o di società sorgono obbligazioni reciproche tra i soci, ES confe beni, svolgimento a@vità
nell'interesse comune, divisione dei profi@ e delle perdite.
Dal momento che le reciproche obbligazioni dei soci erano omogenee, esse sono tu/e tutelate con
un'unica azione, ac9o pro socio. Il socio che veniva condannato subiva l’infamia, ma lo spirito di fratellanza
e solidarietà che legava i soci portava a una limitazione della condanna pecuniaria nei limi9 delle possibilità
economiche del convenuto.
Il patrimonio conferito alla società non cos9tuiva in alcun modo un limite alla responsabilità dei soci che si
fossero indebita9 nella ges9one comune; uno stratagemma per limitare la responsabilità verso i terzi era
quello di far svolgere le a@vità sociali da schiavi comuni forni9 di peculio.

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XVII.4. Il mandato (mandatum)
Mandatum à contra/o consensuale, bilaterale imperfe/o, di ius gen9um, in base al quale il mandante
incarica il mandatario di svolgere un'a@vità giuridica o materiale e il mandatario si impegna a eseguire
gratuitamente l'incarico ricevuto.
La prestazione di un'a@vità intelle/uale può ben rientrare nell'ogge/o di un mandato.
Il mandatario operava secondo lo schema della rappresentanza indire/a.
Considerata l'essenziale gratuità del contra/o, il mandatario risponde per inadempimento in base al solo
criterio del dolo, nel quale talvolta si fa rientrare anche la mancata applicazione della diligen9a quam in
suis; la condanna del mandatario convenuto con l’ac9o manda9 directa ne comportato l'infamia.
Il mandatario ha a disposizione l'ac9o manda9 contraria per esigere che il mandante assuma su di sé le
conseguenze dell’a@vità compiuta e rifonda ogni spesa o danno incontra9 nell'esecuzione del mandato;
Il contra/o si es9ngue ogni volta che il rapporto con quella precisa persona venga meno; sono dunque
cause di cessazione del contra/o: morte; revoca del mandante o rinuncia del mandatario.
Il mandato viene di solito conferito nell'interesse del mandante, ma può essere conferito anche
nell'interesse di un terzo; non è valido un mandato in cui l'unico interesse sia del mandatario.
XVIII. I contra@ innomina9
Qualora i priva9 si accordassero informalmente per obbligarsi a uno scambio di prestazioni, il cui contenuto
non ricadesse in alcuna causa 9pica, non si era concluso alcun contra/o riconosciuto dall'ordinamento;
perciò, nel caso in cui le par9 non rispe/assero l'impegno preso, non vi era alcuna tutela, se non quella per
la res9tuzione di ciò che una delle due par9 avesse dato o fa/o in esecuzione dell'accordo.
Dalla prima epoca classica gli accordi informali che apparivano meritevoli di tutela, cominciarono a essere
tutela9 anche per o/enere l'interesse posi9vo al mancato adempimento: Labeone propose di tutelare con
un modo di agire generale, l'agere praescrip9s verbis, qualunque accordo che avesse come contenuto uno
scambio di prestazioni.
I giuris9 successivi specificarono che tale tutela poteva essere riconosciuta soltanto agli accordi che
prevedessero prestazioni corrispe@ve di cui una fosse già stata eseguita: soltanto allora avrebbe potuto
agire praescrip9s verbis per pretendere la prestazione della controparte.
Ques9 accordi a9pici vennero così considera9 veri e propri contra@, de@ innomina9, perché nell'edi/o
non compariva alcun nome di azione a loro riferibile.
XIX. I pa@
Pactum à qualunque accordo di volontà privo di forma.
La tutela pretoria consisteva soltanto nella concessione dell'excep9o pac9 e non in un'azione con cui
pretendere l'es di quanto promesso; dovevano essere pa@ conclusi senza dolo e non contrari a disp norma.
Talvolta il pa/o può avere degli effe@ reali: ES pa@ cos9tu9vi di servitù e usufru/o in provincia.
I pa@ che siano convenu9 al momento della conclusione del contra/o, possono essere fa@ valere anche
dall'a/ore con la stessa azione contra/uale.
Nel caso di pa@ conclusi dopo, torna ad applicarsi la regola generale.
Pa@ pretori -> convenzioni obbligatorie tutelate da apposita azione pretoria:
o Cons9tutum debi9 = promessa informale di adempiere entro un termine perentorio un debito già
esistente. Il creditore poteva agire con un'ac9o in factum de/a de pecunia cons9tuta.
o Recepta = un'assunzione non formale di responsabilità per lo svolgimento di un certo compito.
Receptum arbitrii -> impegno assunto di giudicare una lite in veste di arbitro privato. Qualora l'arbitro
rifiutasse senza validi mo9vi di giudicare, erano previs9 dei mezzi coerci9vi pretori.
Receptum argentari -> impegno assunto da un banchiere di effe/uare un pagamento per conto di un
suo cliente; a sanzione di tale impegno è prevista l'ac9o recep9cia.
In epoca postclassico-gius9nianea, caduto del tu/o l'an9co formalismo, la dis9nzione tra pa/o e contra/o
sembra superata, tanto che nella Parafrasi di Teofilo per definire il contra/o si usa un testo di Ulpiano che in
origine era riferito al pa/o (= accordo consensuale di due o più persone sullo stesso ogge/o).

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XX. Le obbligazioni da quasi contra/o
Quasi contra@ à a@ leci9 che producono obbligazione anche in assenza di un accordo dire/o a cos9tuire
l'obbligazione. Gaio vi comprende:
Ø Pagamento dell'indebito à si adempie a un'obbligazione inesistente o valida per diri/o civile, ma
paralizzabile con un'eccezione; se il pagamento è compiuto nell'erronea convinzione dell'esistenza del
debito, sia da parte di chi riceve, sia da parte di chi dà, si può chiedere la rest di quanto dato.
↳ situazione che manda in crisi la bipar9zione Gaiana delle fon9 delle obbligazioni; vi è stata una da9o
priva di una causa sufficiente a gius9ficare la conservaz di quell'a/ribuzione patrimoniale.
L'ord romano corregge tale situa con la condic9o, azione astra/a che perme/e all'a/ore di non indicare
nell'inten9o il fondamento del proprio diri/o e quindi di u9lizzarla anche per casi non espressamente
previs9, cominciando proprio dal pagamento dell'indebito = condic9o indebi9.
Ø Ges9one di affari altrui à qualcuno spontaneamente compie un'a@vità per conto di un altro,
impossibilitato a occuparsene. Il gestore non è stato in alcun modo incaricato e non è obbligato a
compiere l’a@vità; tu/avia, non deve neppure essere stato diffidato dall'intraprendere la ges9one.
La ges9one di affari altrui cominciò a produrre obbligazioni da quando furono introdo/e:
Ac9o nego9orum gestorum dire/a = il gerito obbliga il gestore a portare termine l’a@vità e di far avere
al dominus quanto ricavato dalla stessa
Ac9o nego9orum gestorum contraria = il gestore costringere il gerito ad assumere su di sé gli effe@
dell'a@vità e per pretendere eventuali spese e danni sopporta9 durante lo svolgimento della ges9one.
Ø Tutela degli impuberi à il tutore può essere chiamato a risponderne con l'ac9o tutelae, azione di
buona fede, infamante; a sua volta può agire contro l'ex-pupillo con l'azione di tutela contraria, per
chiedere il rimborso di eventuali spese o il risarcimento di danni conseguen9 alla ges9one.
Ø Lega9 con effe@ obbligatori à Le obbligazioni che sorgono dal legato ‘per imposizione di obbligo’ o
‘per imposizione di perme/ere’ sono tutelate con l'ac9o ex testamento.
Altre obbligazioni che non derivano da una conven9o:
> Pollicita9o à promessa unilaterale esplicita non solenne, con cui una persona che assume una carica
pubblica si impegna al compimento di un'opera di comune.
> Votum à promessa unilaterale di costruire un tempio o effe/uare una donazione ad una divinità.
> Obbligazioni alimentari à tutelate con azione limitata da taxa9o a favore di alcune categorie di persone
stre/amente legate all'obbligato che si trovassero in situazione di bisogno.
XXI. Le obbligazioni da deli/o e le azioni penali in generale
Deli/o à a/o illecito di natura penale, lesivo di un interesse privato, che l'ord sanziona con il pag di una
somma di denaro a favore della persona offesa e a 9tolo di pena privata, perseguita col processo civile.
L'azione penale è intrasmissibile passivamente e cumula9va: si potevano esperire separatamente nei
confron9 di più rei, e concorrevano con un'eventuale azione reipersecutoria scaturente dallo stesso fa/o.
Quando più persone avevano commesso insieme il deli/o, l'azione esperita contro uno non impediva
all'offeso di agire nuovamente contro gli altri.
Qualora da un deli/o scaturisse la possibilità di es sia un'azione reipersecutoria che una penale, l'a/ore
poteva esperirle entrambe e percepire le somme dovute dal convenuto condannato in entrambe le azioni.

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XXI.1. Il furto
Furto à dolosa so/razione di cosa mobile altrui; deli/o più an9co, nato insieme al riconosc della proprietà.
La nozione di furto è di difficile delimitazione, in quanto ogni comportamento volontario che provochi ad
altri una perdita tende a integrare tale deli/o.
Viene poi definito da Paolo come “apprensione fraudolenta di una cosa allo scopo di trarre guadagno o
dalla cosa stessa o dal suo uso o possesso.
Le XII Tavole sanzionavano vari 9pi di furto, dis9nguendo in base al momento in cui veniva ca/urato il ladro:
• furtum manifestum -> flagrante, il ladro viene colto sul fa/o e ca/urato; il ladro veniva so/oposto a
fus9gazione e assegnato al derubato con addic9o del magistrato o, se schiavo, precipitato da una rupe.
Tali sanzioni vengono poi sos9tuite con il pag di una pena pecuniaria nel quadruplo della cosa rubata
che il derubato poteva richiedere con l'ac9o fur9 manifes9.
• Furtum nec manifestum -> non flagrante, per il quale è prevista una pena pecuniaria nel doppio del
valore della refur9va.
Con l'ac9o fur9 nec manifes9 possono essere convenu9 anche il complice e l'is9gatore.
Le XII Tavole conoscono, inoltre, due altre azioni esperibili in relazione al furto:
1) Ac9o fur9 concep9 = la cosa rubata viene trovata presso qualcuno senza procedere alla formale
perquisizione: pena del triplo.
2) Ac9o fur9 obla9 = la persona presso la quale viene ritrovata la refur9va la esperiva per o/enere il pag
della pena del triplo contro il ladro che gliela avesse consegnata o l'avesse nascosta presso di lui.
L'azione penale poteva cumularsi con un'azione reipersecutoria scaturente dallo stesso fa/o illecito: nel
caso del furto si poteva, dunque, agire sia con l'azione di furto contro il ladro sia con l'azione di rivendica
contro chiunque avesse il possesso del bene rubato.
XXI.2. La rapina
Rapina à furto commesso con l'uso della violenza; il pretore Lucullo inserisce nell'edi/o una formula
dire/a a sanzionare con la pena del quadruplo i danneggiamen9 perpetra9 mediante l'impiego di una
banda armata, e le so/razioni violente di beni altrui.
XXI.3. L’ingiuria
Il termine iniuria in senso generale indica tu/o ciò che si fa contro il diri/o, ma assume presto il significato
più specifico di lesione della personalità altrui.
Le XII Tavole prevedevano due a@ 9pici di lesioni personali:
Ø Membrum ruptum -> lesione che alterasse graveme la funzionalità di una parte del corpo; sanzionata
con la pena del taglione, ma la vi@ma poteva anche acce/are solo una composizione pecuniaria.
Ø Os fractum -> ro/ura di un osso; la comp pecuniaria è obbligatoria e predet: 300 assi, 150 se schiavo.
Ø Generica iniuria -> ogni altro a/o lesivo della personalità fisica; pena pecuniaria fissa di 25 assi.
Tali sanzioni caddero in desuetudine - il taglione perché ritenuto troppo rozzo e la composizione pecuniaria
fissa a causa dell’inflazione - e vennero sos9tuite, nel II sec a.C., da un'azione pretoria che raccolse tu@ i
casi di lesione personale in un'unica formula: ac9o iniuriarum aes9matoria à la pena pecuniaria era decisa
caso per caso da un collegio di tre giudici, di solito con una taxa9o indicato dall'offeso; la condanna
comportava anche la sanzione aggiun9va dell'infamia.
Nella successiva riflessione giurisprudenziale il conce/o di iniuriae si ampliò, venendo a comprendere ogni
deliberata lesione della personalità umana, anche di quella morale o sociale.
L'azione è stre/amente personale, intrasmissibile agli eredi sia dal lato passivo che a@vo.

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XXI.4. Il danno aquiliano
Le XII Tavole sanzionavano soltanto alcune fa@specie 9piche di danneggiamento arrecato a cose altrui:
taglio abusivo di alberi, incendio non doloso, distruzione no/urna delle messi.
Lex Aquilia de damno à plebiscito del III sec a.C., che introdusse il deli/o generico di damnum iniuria
datum. Il provvedimento era ar9colato in tre capitoli:
1) chi avesse ucciso ingiustamente uno schiavo o un animala da gregge e da armento, dovesse pagare al
proprietario il maggior valore raggiunto dal bene nell'anno anteriore alla sua uccisione.
2) si puniva l'accep9la9o verbis posta in essere dall'ads9pulator senza l'autorizzazione del creditore
principale, facendogli perdere in tal modo il valore del credito.
3) sanzionava altri a@ dannosi, ES ferimento, distruzione, deterioramento altrui, obbligando il
danneggiante a pagare il maggior valore raggiunto dalla cosa negli ul9mi 30 giorni prima dell'evento.
La sanzione prevista dalla lex Aquilia era indicata con l'espressione ‘sia condannato’, che autorizzava
l'esecuzione immediata nella forma della manus iniec9o.
Per rispondere di danno aquiliano non era necessario aver arrecato il danno dolosamente, ma era
sufficiente la colpa = non ha previsto l’accaduto, ma una persona diligente lo avrebbe potuto prevedere
Il danno doveva essere prodo/o al 'corpo' del bene con il 'corpo' del colpevole. L'evento doveva dunque
derivare da un'a@vità commissiva e sarebbe stata esclusa la responsabilità in caso di mera omissione.
Non avrebbe risposto di danno aquiliano neppure chi arrecasse al bene un danno non corporale.
Il pretore, a par9re dall'ul9mo sec della Rep, concesse delle azioni con le quali era possibile perseguire
anche danni non causa9 dire/amente con il 'corpo'; per le ipotesi in cui il danno fosse stato arrecato senza
influire sulla consistenza fisica della cosa; fu estesa la legi@mazione a@va alle azioni di legge Aquilia, anche
al proprietario bonitario, ai 9tolari di diri@ reali limita9 e al possessore di buona fede.
Opera dell'interpretazione giurisprudenziale fu invece una più adeguata valutazione del danno, che viene
ora computato in base all'interesse sogge@vo che l'a/ore aveva all'integrità fisica della cosa,
comprendendo anche eventuali lucri cessan9 conseguenza del danno.
Il cara/ere penale della sanzione col tempo si stempera sempre più e porterà all'a/uale idea dell'illecito
civile extracontra/uale che obbliga non più a una pena, ma ad un risarcimento del danno.
↳ Art. 2043 «Qualunque fa/o doloso o colposo, che cagiona ad altri un danno ingiusto, obbliga colui che ha
commesso il fa/o a risarcire il danno» -> si parla ancora oggi di danno e responsabilità aquiliana.
XXI.5. Il metus e il dolus
I sec a.C. -> nell'edi/o pretorio vengono introdo@ strumen9 processuali che sanzionano come deli@ due
fa@specie ‘nuove’: metus e dolus malus.
Metus à 9more generato dal'in9midazione a/uale e seria di un male grave alla persona o ai suoi familiari,
che induce a compiere un negozio, che altrimen9 non si sarebbe concluso.
Dolus malus à raggiro, inganno, macchinazione volta a trarre in inganno una persona; può bastare anche
a/eggiamento scorre/o.
↳ modernamente vengono considera9 vizi della volontà negoziale, ma il diri/o romano reagisce a queste
ipotesi considerandole a@ illeci9 puni9 con strumen9 di creazione pretoria.
Se il rapporto in ordine al quale si era verificata la scorre/ezza era tutelato con azione di buona fede, la
vi@ma poteva tutelarsi con la stessa azione contra/uale, dal momento che non sorgeva alcun oportere ex
fide bona qualora vi fosse un comportamento scorre/o.
Il contraente minacciato avrebbe potuto far valere la presenza del dolo o della minaccia davan9 al giudice.
Qualora la minaccia fosse stata tenuta in una situazione per la quale non era esperibile alcuna azione di
buona fede, la vi@ma non avrebbe avuto alcuna tutela fino al I sec a.C.

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I rimedi processuali introdo@ dal pretore contro il metus sono tre:
1) Excep9o quod metus causa à chi ha concluso un negozio in una situa di 9more generato da altri e
fosse poi chiamato in giudizio per l'adempimento, avrebbe potuto difendersi ed essere assolto.
La formula di tale eccezione era espressa impersonalmente, perciò era opponibile anche quando
l'a/ore non coincidesse con l'autore della violenza -> excep9o in rem scripta.
2) Ac9o quod metus causa à (già dato es al negozio) azione penale, in conseguenza della quale il
convenuto sarebbe stato condannato a pagare una sanzione pecuniaria s9mata nel quadruplo del
danno arrecato con il negozio; l'azione era però anche arbitraria (se rime/ere come prima, assolto).
3) Res9tu9o in integrum propter metum à il pretore considerava come non avvenuto il negozio ed
esercitava la sua iurisdic9o concedendo alla vi@ma della minaccia tu/e le azioni che le sarebbero
spe/ate prima dell'esecuzione del negozio.
Contro il dolo sembra siano sta9 introdo@ dal pretore soltanto due strumen9 processuali:
1) Ac9o de dolo malo à comportava la pena del simplum e la conseguenza accessoria dell'infamia.
Questa azione era però arbitraria e sussidiraria (solo se non c’è altro rimedio).
Era un'azione generale, dire/a a sanzionare qualunque comportamento disonesto.
2) Excep9o doli mali à(non ha ancora subito alcun danno e viene convenuta in giudizio) la formula
avevauna doppia indicazione temporale: se, nella ques9one, nulla sia avvenuto o avvenga per dolo
malo di Aulo Agerio -> si dis9ngueva quindi un eccezione:
Ø Di dolo passato/speciale -> la vi@ma di un raggiro negoziale chiamata in giudizio per l'adempimento,
opponeva che l'a/ore aveva tenuto, in un momento precedente al giudizio, un comportamento doloso;
se fosse riuscito a darne la prova, sarebbe stata assolta.
Ø Di dolo presente -> il convenuto contesta all'a/ore un comportamento scorre/o tenuto al momento
stesso del processo; ‘generale’ perché trovava applicazione in qualunque ambito dell'ord giuridico, in
ogni caso in cui non si avesse a disposizione un'eccezione 9pica adeguata alla situazione.
XXII. Le obbligazioni da quadi deli/o
Quasi deli@ à a@ illeci9 sanziona9 dal pretore dei quali si risponde anche per colpa o per fa/o altrui: casi
in cui la resp si fonda sul legame del sog passivo con la cosa/persone, da cui proviene il danno. Is9 Giust:
a. Il giudice fa propria la lite quando manca di corre/ezza e imparzialità nel condurre il giudizio, favorendo
in tal modo una delle par9; ES condanna a una somma diversa o non emana la sentenza entro il
termine. La parte danneggiata può agire contro il giudice con un'azione in factum per o/enere il
pagamento di una somma di denaro determinata secondo equità.
b. Chi ha la disponibilità di un appartam, dal quale è caduto qualcosa arrecando danno a cose/persone. La
responsabilità è sempre dell’habitator. Con l’apposita azione si viene condanna9 al pag di una pena.
c. è punito l'habitator di un appartamento nel quale sia stato sistemato un ogge/o che minacci di cadere
su di un luogo di pubblico passaggio: è punito indipendentemente dal fa/o che si verifichi un danno.
Quest'azione è sempre popolare e la sanzione è in una pena pecuniaria fissa.
d. Si sanziona la responsabilità dei gestori di navi, locande o stalle per il furto o il danneggiamento di beni
imbarca9 o introdo@ nella locanda o nella stalla.

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Capitolo Decimo: Le donazioni
I. Gratuità e liberalità: due categorie a confronto
Salvio Giuliano: “Le donazioni sono molteplici. Se qualcuno dà con l'intenzione che la cosa divenga subito di
chi la riceve e in nessun caso gli venga res9tuita e lo fa per nessun altro scopo se non per esprimere
liberalità e munificenza, ebbene questa è propriamente donazione”.
La donazione nel diri/o romano, in quanto causa a/ribu9va, si poteva realizzare con qualsiasi negozio in
grado di produrre, a vantaggio di altri, un conferimento patrim gratuito e sostenuto da spirito di liberalità.
Gratuità e liberalità non si sovrap; L'a/o di liberalità è sicuram gratuito, ma non è sempre vero il contrario.
A/o di liberalità à procura un vantaggio al beneficiario per un interesse non patrimoniale del disponente;
A/o a 9tolo gratuito à la mancanza del corrispe@vo non esclude la presenza di un interesse economico in
chi si a@va per il vantaggio della controparte.
è in questo senso che l'elaborazione sviluppatasi nell'ambito dell'esperienza romana giunse a dis9nguere la
categoria nego9um dalla categoria dona9o.
II. La lex Cincia de donis et muneribus
II.1. Il contesto storico
204 a.C. -> emanata un’apposita legge in materia di donazioni: Lex Cincia de donis et muneribus.
Tecnicamente il prov consiste per un plebiscito, ma nel 204 si era già compiuto il processo di equiparazione
dei plebisci9 alle leggi ed è per questo che il provvedimento viene corre/amente denominato lex.
II.2. Il disposi9vo norma9vo
Dalle informazioni disponibili emergono due indicazioni sufficientemente certe:
1) la legge contemplava sia le donazioni in senso proprio (=spontanee manif dello spirito di liberalità), sia i
dona9vi d’occasione (=munera, impos9 dalle convenzioni sociali in occasioni par9colari ES matrimonio);
2) la legge stabiliva che dona e munera potessero essere effe/ua9 soltanto se il loro valore non superava
un certo ammontare, probabilmente mille assi.
La stessa legge stabiliva tu/avia che alcune 9pologie di sogge@ potevano reciprocamente dare e
acce/are dona9vi leci9, senza l’osservanza del limite di valore di mille assi. Si tra/ava di categorie di
sogge@ individuate in ragione del par9colare vincolo sussistente tra di loro: i cogna9 entro il quinto
grado; alcuni affini; i fidanza9 e i coniugi; il tutore nei confron9 del pupillo; il patrono e il liberto.
II.3. Una legge imperfe/a
Nell'ambito delle leggi proibi9ve si dis9nguevano tre 9pi di Leges:
• Perfectae = vietavano un certo a/o prevedendo la nullità dell'a/o compiuto in violazione del divieto;
• Minus quam perfectae = alla proibizione di un certo a/o facevano seguire la sanzione per il
contravventore ma non l'invalidità dell'a/o;
• Imperfectae = pur vietando un a/o, non disponevano conseguenze invalidan9 o sanzionatorie.
La lex Cincia era una lex imperfectae.
II.4. La ra9o del divieto
Tenendo conto del contesto storico nel quale si colloca l'approvazione del plebiscito, cara/erizzato dal
protrarsi della guerra contro Cartagine e dalla emanazione di una legge che vietava alle donne di sfoggiare
la loro ricchezza in modo eccessivo, si è ritenuto che la legge Cincia, nel vietare le liberalità ecceden9 un
importo massimo, si ispirasse alla ra9o delle leggi suntuarie à disp norma9ve volte a indurre
comportamen9 morigera9, impedendo l'ostentazione di eccessive disp patrimoniali al fine di garan9re la
coesione sociale minacciata dalla disparità eco troppo accentuata.
Inoltre, si è supposto che la disciplina rispondesse ad un generale a/eggiamento di cautela del legislatore
nei confron9 degli a@ di liberalità in favore di estranei, di fronte al rischio che la donazione potesse det
spostamen9 pat eccessivi a favore di gruppi familiari diversi, indebolendo quello di appart del donante.
Inoltre, è stata avanzata l'ipotesi che la legge, de/ando un generico divieto per ogni manif di liberalità ultra
modum, volesse introdurre una misura di protezione per le classi più deboli, liberandole dal malcostume
delle élites di pretendere cospicui dona9vi in cambio della prestazione di pubblici uffici.

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III. La causa dona9onis nella elaborazione della giurisprudenza classica
III.1. Il regime a/ua9vo
Al fine di garan9re l'effe@vità della previsione, si rivelò decisivo l'intervento del pretore con
l’excep9o legis Cinciae à come ogni eccezione il convenuto, non negando la veridicità della pretesa vantata
dall'a/ore, opponeva tu/avia elemen9 ulteriori che, se prova9, avrebbero determinato la sua assoluzione.
Avendo egli promesso ma non ancora eseguito una donazione ultra modum in favore di un donatario
persona non excepta, il donatario agisse in giudizio chiedendone l'adempimento, il donante avrebbe potuto
difendersi opponendo che tale donazione violava il disposto della lex Cincia.
Tale divieto non avrebbe quindi a/uazione se il donante avesse immed eseguito l’a/ribuzione gratuita.
III.2. Gli elemen9 di stru/ura della causa dona9onis
Acquistano evidenza due componen9 stru/urali della donazione per individuare la causa dona9onis:
1) elem ogge@vo = incremento patrimoniale gratuito per il donatario e la correlata diminuzione del
patrimonio del donante, accompagnato dalla concorde volontà del donatario stesso nell'acce/arlo.
2) elem sogge@vo = volontà del donante di procurare il gratuito arricchimento del donatario in modo del
tu/o disinteressato, ‘animo donandi’, + la spontaneità di questa pulsione liberale del donante.
III.3. La casis9ca della causa dona9onis
Ø Donazioni reali -> trasf la proprietà di una res in capo al donatario; avveniva a/raverso il compimento
dei 9pici a@ trasla9vi del dominio cer9 di volta in volta in base alle cara/eris9che del bene donato.
Ø Donazioni obbligatorie -> cos9tuzione gratuita di un diri/o di credito in favore del donatario, da parte
del donante che assumeva il rela9vo obbligo. per realizzare tale donazione si usava la s9pula9o.
Ø Donazione ‘liberatorie’ -> liberazione del donatario da un debito preced contra/o nei confron9 del
donante. Si u9lizzava quindi l’accep9la9o e il pactum de non petendo.
III.4. Dona9o perfecta- dona9o imperfecta
In ragione delle diverse modalità negoziali impiegate dalle par9 per dare corpo alla causa dona9onis,
diverse sarebbero state, di volta in volta, le cond nelle quali avrebbe potuto essere opposta l'excep9o:
§ Donazione reali -> la resipiscenza del donante avrebbe potuto essere tutelata soltanto nel caso in cui
alla mancipa9o o alla in iure cessio non avesse fa/o seguito la tradi9o: cosicché al donatario divenuto
proprietario ma non possessore il donante resipiscente avrebbe opposto l'excep9o legis Cincia.
§ Donazione obbligatoria -> il donante promi/ente avrebbe potuto eccepire la causa dona9onis solo
nell'eventualità in cui il donante non avesse già effe/uato la prestazione alla quale si era obbligato.
§ Donazione liberatoria -> se con pactum de non petendo, il creditore che pretendeva l'adempimento,
avrebbe potuto paralizzare l'excep9o pac9 opposta dal debitore con la replica9o legis Cinciae;
se con accep9la9o, avrebbe precluso ogni possibile resipiscenza del creditore donante.
Dona9o imperfecta -> se il donante avesse avuto la possibilità di ritornare sulla decisione presa,
paralizzando l'a/ribuzione liberale con lo strumento dell'excep9o.
Dona9o perfecta -> l'iter negoziale sostenuto dall'animus donandi si fosse avvalso di schemi a/ribu9vi
irrevocabili in quanto preclusi ad una tutela processuale ope excep9onis dell'eventuale resipiscenza.
Nel corso dell'età classica, il progressivo venir meno delle condizioni che avevano portato all'emanazione
della lex Cincia, incoraggiarono soluzioni giurisprudenziali favorevoli alla stabilità delle donazioni disposte:
si giunse a ritenere che la morte del donante, deceduto senza retrocedere dall'intento liberale, avrebbe
reso irrevocabile la donazione. I suoi eredi non avrebbero potuto giovarsi della tutela processuale offerta
dall'excep9o legis Cinciae.

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IV. Il divieto di donazione tra coniugi
IV.1. L’origine del divieto
La lex Cincia aveva contemplato i coniugi nel novero delle persone exceptae, coloro cioè che erano
esonera9 dalla prescrizione limita9va imposta dalla legge stessa. A distanza di due secoli, la donazione tra
marito e moglio risulta vietata a pena di nullità.
Si è ritenuto che la formulazione del divieto appartenesse al complesso programma legisla9vo di disciplina
delle relazioni coniugali varato, per volontà di Augusto, negli anni 18-17 a.C., e poi ripreso nel 9 d.C.
IV.2. La ra9o del divieto
Sono gli stessi giuris9 romani a fornirci indicazioni tra loro discordan9 sulla funzione assolta dal divieto:
impedire sconsiderate elargizioni per amore, ci dice Ulpiano; Per Sesto Cecilio Afficano, mirava a garan9re
tra i coniugi la disinteressata spontaneità dell'affe/o nuziale; per il giurista Paolo, il divieto voleva evitare
che i genitori risultassero distol9 dal fondamentale dovere di cura nei confron9 dei loro figli.
IV.3. La portata del divieto
Nel giudicare la legi@mità di un a/o a rilevanza patrimoniale intercorso tra coniugi, i giuris9 si focalizzano
non tanto sulla gratuità dell'a/o sostenuta dall'intento liberale, quanto piu/osto sul crite
dell’arricchimento-impoverimento. Esso si pone come metro di valutaz, pure in assenza di animus donandi.
Il criterio arricchimento impoverimento esponeva alla nullità il caso in cui coniugi avessero pa/uito un
corrispe@vo inferiore alle condizioni corren9 del mercato -> vendi9o minoris.
Sfuggivano pertanto all'app del divieto alcune fa@specie inequivocabilmente qualificate dona9ones;
Ulpiano: “la donazione è valida ogni qualvolta chi ha donato non ha diminuito i suoi beni, reciprocamente
la donazione è valida anche se li abbia diminui9 ma chi li ha ricevu9 non si è arricchito”.
ES donazione manomissionis causa, in cui un coniuge donava all'altro un proprio schiavo a condizione che il
coniuge donatario lo mano me/esse.
IV.4. Divieto di donazioni tra coniugi e accordo simulatorio
Simulazione = divergenza consapevole e condivisa dalle par9 tra volontà interna e volontà manifestata:
• Assoluta -> le par9 mostrano di concludere un negozio simulato, che in realtà non vogliono, senza
volere alcun altro negozio. Privo dell'elemento essenziale volontà, il negozio simulato è totalmente
improdu@vo di effe@ perché ritenuto nullo.
• Rela9va -> le par9 concludono un negozio non voluto (simulato), con l'intenzione che esso nasconda un
altro negozio (negozio dissimulato), che le par9 effe@vamente vogliono ma non manifestano.
Il negozio simulato è nullo perché privo di volontà; negozio dissimulato? è valido se, oltre al rispe/o
degli eventuali requisi9 di forma, la causa è lecita.
Quindi nel caso di una compravendita simulata volta a coprire una donazione tra coniugi dissimulata, la
prima, è nulla per mancanza di volontà, la seconda, per illiceità della causa.
IV.5. Il regime della convalescen9a
Nel corso del tempo venne imponendosi la prassi di trasporre validamente in una disposizione mor9s causa
la donazione che fosse stata prevista in vita a favore di uno dei coniugi: si riteneva infa@ lecita quella
a/ribuzione in cui l'effe/o acquisi9vo per il donatario fosse subordinato allo scioglimento del matrimonio
per premorienza del coniuge donante.
206 d.C. à un senatoconsulto is9tuì la convalescen9a ex senatuconsulto = convalida della donazione
disposta in vita per il caso in cui il coniuge donante fosse premorto al donatario persistendo sino ad
extremun vitae nella stessa volontà.
Il senatoconsulto negava ogni pretesa revocatoria agli eredi del donante il quale, nel corso della sua vita,
non avesse fa/o valere l'invalidità dell'a/o a/ribu9vo.

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IV.6. Il lungo respiro della storia
C.c. alber9no 1837: “i coniugi non potranno (Codice Pisanelli 1865 “possono”) durante il matrimonio farsi
l'uno all'altro alcuna liberalità, salvo negli a@ di ul9ma volontà nelle forme e regole stabilite per tali a@”.
C.c. 1942 Art.781: “I coniugi non possono, durante il matrimonio, farsi l'uno all'altro alcuna liberalità, salve
quelle conformi all'uso”.
Relazione C.c.: “il trapasso dei beni da un coniuge all'altro mediante donazione può prof turbare il regime
delle loro relazioni, che deve essere basato sul reciproco affe/o, e non su egois9ci calcoli u9litaris9ci”.
La Corte cost, inves9ta dal tribunale di Genova della ques9one di legi@mità cos9tuzionale dell'art. 781 c.c.,
con la sentenza 91/1973, dichiarava 'illegi@mità cos9tuzionale della norma, in riferimento all'art. 3 della
Cos9tuzione, «in quanto il principio cos9tuzionale di uguaglianza appare violato».
V. Gli sviluppi nel regime della donazione in età post-classica
V.1. La riforma costan9niana
Problemi: le forme negoziali spesso troppo complesse in cui poteva estrinsecarsi la causa dona9onis
risultavano di difficile ges9one per i pra9ci del diri/o.
Per altro verso, l'ampia casis9ca sviluppata a/orno al conce/o di dona9o perfecta rendeva spesso incerta
l'iden9ficazione del momento a par9re dal quale la liberalità doveva ritenersi irrevocabile.
Una cos9tuzione dell'imperatore Costan9no de/ò una disciplina che accantonava il regime che aveva
contrassegnato per secoli le liberalità. Considerando la donazione reale come la figura 9pica di
estrinsecazione dell'animus donandi, Costan9no le impose precisi requisi9 formali:
o la redazione di un a/o scri/o in presenza di tes9moni;
o la consegna materiale del bene (per le cose immobili doveva avvenire davan9 ai proprietari confinan9);
o la allega9o apud acta = deposito di una copia del documento scri/o presso una conservatoria pubblica.
In presenza di ques9 presuppos9, la dona9o era perfecta e come tale fonte di una a/rib patrim defini9va.
Non più causa a/ribu9va estrinsecabile a/raverso molteplici schemi negoziali, la dona9o divenne un
contractus ad efficacia reale, quale l'esp classica non aveva contemplat: negozio 9pico, bilat, traslat di prop.
V.2. Le soluzioni gius9nianee
Scelte di Gius9niano:
- la 9picità negoziale della dona9o venne accompagnata da un alleggerimento delle rigide prescrizioni
formali: per le donazioni al di 500 soldi, si rime/eva all'inizia9va privata l'adozione del documento
scri/o ad substan9am. Per donazioni che superassero i 500 solidi si prescrisse la insinua9o ad acta, la
registrazione cioè del documento incorporante l'a/o presso il protocollo dell'ufficio competente.
- si era già cancellata la ‘consegna materiale del bene’ dall'elenco dei requisi9 necessari, in tal modo
dilatando i confini della donazione reale costan9niana per ricomprendere, entro lo schema 9pico
configurato dal legislatore, sia l'a/ribuzione di res incorporales sia le forme obbligatorie di
estrinsecazione della liberalità, recuperate dall'esperienza del passato.
Si ha anche una disciplina unitaria per la revoca della donazione (= recedere cioè da una dona9o ormai
perfecta e quindi formalmente irrevocabile). Tale facoltà venne riconosciuta al donante in due sole ipotesi:
1) la sopravvenienza di figli per il donante che, in quanto patrono, fosse stato autore della liberalità nei
confron9 del proprio liberto;
2) la ingra9tudine del donatario, previsione estesa ad ogni ipotesi di donazione, previa una 9pizzata
ricognizione dei comportamen9 del donatario a lui imputabili come espressione di ingra9tudine.

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