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La Scapigliatura è un gruppo di scrittori milanesi del XIX secolo che rifiutano le convenzioni letterarie, esprimendo un conflitto tra artista e società. Il Naturalismo francese, influenzato dal positivismo, si sviluppa in Italia attraverso il Verismo, con Giovanni Verga come figura centrale, che adotta una tecnica narrativa impersonale per rappresentare la vita delle classi popolari. Le opere di Verga, come 'I Malavoglia' e 'La Roba', esplorano temi di lotta e sofferenza, evidenziando il pessimismo e la realtà sociale dell'epoca.

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La Scapigliatura è un gruppo di scrittori milanesi del XIX secolo che rifiutano le convenzioni letterarie, esprimendo un conflitto tra artista e società. Il Naturalismo francese, influenzato dal positivismo, si sviluppa in Italia attraverso il Verismo, con Giovanni Verga come figura centrale, che adotta una tecnica narrativa impersonale per rappresentare la vita delle classi popolari. Le opere di Verga, come 'I Malavoglia' e 'La Roba', esplorano temi di lotta e sofferenza, evidenziando il pessimismo e la realtà sociale dell'epoca.

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LA SCAPIGLIATURA

È un gruppo di scrittori che operano nello stesso periodo (1860/70) e negli stessi ambienti (centro Milano) e
sono accomunati da un’insofferenza per le convenzioni della letteratura contemporanea.
Il termine, che indicava un gruppo di ribelli alla loro classe di provenienza e che vivevano nel disordine,
proveniente del francese Bohème, che significava vita zingaresca.
Attraverso gli scapigliati nasce il conflitto tra artista e società, e davanti alle convenzioni della modernità
hanno un atteggiamento ambivalente:
- Repulsione e orrore (artista che sacra al passato)
- Si rassegnarono, delusi, e accettando la scienza positiva (il passato non tornerà più)
Dualismo scaturito da un rapido trapasso, divisi tra ideale e vero, bene e male…, loro operano in questa
incertezza.
Questa situazione accomuna gli scapigliati agli scrittori romantici europei, infatti i primi recuperano alcuni
temi dei secondi, come esotismo (interesse per civiltà diverse), satanismo…
In Italia questi processi si avviano con la costituzione dello Stato unitario.
La loro ammirazione va soprattutto per Baudelaire, è un poeta che vive la sua vita disordinata e maledetta.
Afferma un modello di artista maledetto, di compiaciuto rifiuto delle novità tecnologiche, un atteggiamento
di disincanto unito ad un senso di superiorità intellettuale e morale espressa attraverso forme di
eccentricità, stravaganza e auto conformismo nel linguaggio e nella morale.

NATURALISMO FRANCESE
Si afferma in Francia nel 1870, il suo retroscena culturale è il positivismo: fiducia nelle scienze positive,
osservazione dei fatti e verifica sperimentale. C’era l’idea illuminista per cui con la razionalità tutto sarebbe
andato sempre per il meglio.
Per i positivisti la realtà è basata su fare leggi meccaniche regolate da forze scientifiche.

LA POETICA DI ZOLA
Zola riprese la trasformazione del romanzo in uno strumento scientifico, le sue concezioni stanno nel
“romanzo sperimentale del 1880”, dove sostiene che il metodo sperimentale applicato ai corpi animati
(chimica, fisica, e fisiologia), deve essere applicato anche alla sfera spirituale.
Il romanzo sperimentale diventa il resoconto di un’esperienza scientifica, che viene esposta al pubblico.
Zola sostiene che anche se la scienza non ho ancora trovato le leggi che regolano la vita passionale
dell’uomo, si può già affermare l’influsso esercitato dall’ambiente sociale.
Zola aggiunge che il fine del romanzo sperimentale è impadronirsi dei meccanismi psicologici per poi poterli
dirigere, siamo difronte a una concezione classista della società e della funzione dello scrittore a cui viene
assegnato un preciso impegno sociale e politico.

IL CICLO DEI ROUGON-MACQUART


È un’opera di Zola, composta di 20 romanzi pubblicati tra il 1871 e il 1893, dove riprende Balzac e traccia un
quadro della società francese, attraverso le vicende dei membri di una famiglia.
Zola vuole dare un quadro completo della società francese in tutte le sfaccettature, e per farlo si
documenta in maniera scrupolosa raccogliendo molti documenti e testimonianze dirette. Questa
scrupolosità lo porta a mostrare anche gli aspetti più ripugnanti, come l’alcolismo, suscitando la reazione
violenta dei benpensanti e dei moralisti.

TENDENZE ROMANTICO-DECADENTI NEL NATURALISMO ZOLIANO


Zola ha comunque un temperamento romantico decadente. Infatti in altre opere tratta di argomenti
perversi, come amori incestuosi, ed ama costruire scene di grandiosità apocalittica, con termini ridondanti.

L’EBREZZA DELLA SPECULAZIONE


Zola ammira la figura del capitalista perché non ha limiti ed è capace di vincere ogni ostacolo sfidando il
caso e i rischi che comporta. Zola, però fa capire anche gli aspetti negativi della comunità speculativa,
perché trasforma la lotta per la vita in una guerra da combattere senza pietà per gli sconfitti.\
GIOVANNI VERGA
Biografia
Nasce a Catania nel 1840 da una famiglia di agiati proprietari terrieri. Compie i primi studi presso maestri
privati, tra cui Antonino Abate, da cui assorbì un grande patriottismo e un gusto letterario romantico.
I testi su cui si forma sono i classici italiani e latini, ma soprattutto scrittori francesi moderni.
Nel 1865 si reca a Firenze, dove capisce che per diventare uno scrittore autentico deve staccarsi dalla sua
cultura provinciale ed entrare in contatto con la vera società letteraria italiana.
L’amicizia con Capuana lo porterà a trasferirsi a Milano, in cui conosce gli ambienti della Scapigliatura
appoggiandosi anche alla loro polemica, quindi protestando per la condizione dell’intellettuale, emarginato
e declassato nella società borghese.
Nel 1875 si ha la svolta verso il Verismo, segnata dalla pubblicazione di “Rosso Malpelo”, dimostrando di
avere acquisito elementi letterari più maturi.

La poetica e la tecnica narrativa


Alla base della sua poetica vi è la teoria dell’impersonalità, secondo cui l’opera deve sembrare essersi
scritta da sola, e conferire l’idea di un qualcosa realmente accaduto, in modo da introdurre il lettore negli
avvenimenti. Verga ammette che questo può creare confusione, però man mano che i personaggi si fanno
conoscere, viene fuori il loro carattere. Per fare questo, lo scrittore si eclissa, mettendosi nei panni dei suoi
personaggi, ed il suo punto di vista non appare mai. L’autore anonimo, di conseguenza, non offre
dettagliate informazioni né sui personaggi, né sui luoghi in cui si svolge la scena, come se il pubblico a cui si
rivolge conoscesse già tutto, ma in realtà non è così.
Nelle sue opere, l’autore rappresenta ambienti popolari e rurali, introducendo personaggi incolti e
primitivi, per esempio Rosso Malpelo, che inaugura la nuova tecnica verista. Anche il linguaggio è povero e
spoglio, punteggiato di modi di dire, e riflette la classe sociale dei personaggi, dunque la tecnica narrativa
applica i suoi ideali.
Alla base di ciò vi è una concezione pessimistica, fondata sul fatto che la società umana è dominata da un
meccanismo di lotta per la vita, in cui il forte schiaccia il più debole. È una legge universale e naturale, che
vale per tutti, e non è modificabile, perché neanche la letteratura può modificare la realtà.
Grazie alla sua visione pessimista, Verga può cogliere gli aspetti negativi della realtà, rappresentandoli nelle
sue opere con grande oggettività.

VERISMO
Col termine Verismo si intende una corrente artistica e culturale che rappresenta il versante italiano del
Naturalismo francese; attivo nell'ultimo trentennio del secolo XIX, essa acquista un ruolo di indiscussa
egemonia dal 1875 al 1890. La parola Verismo è coniata negli anni '70 per le arti figurative, ma viene riferita
col tempo in modo sempre più esclusivo al campo della letteratura.
L'influsso del Naturalismo francese sul Verismo italiano è evidente. Accomuna i due movimenti l'intenzione
di omologare la letteratura alla scienza, sia sul piano del metodo (l'impersonalità dell'opera d'arte), sia sul
piano dei contenuti (uso di conoscenze scientifiche per rappresentare, secondo precisi nessi di causalità, i
fenomeni).

VERISMO CARATTERISTICHE
La matrice filosofica del Positivismo, che ripudia la metafisica e celebra il "fatto", sta alla base di questa
concezione.
Inoltre, Verga e Naturalismo scelgono per lo più come oggetto di rappresentazione letteraria ambienti e
personaggi delle classi più povere e si dedicano a generi letterari in prosa (romanzo, novella, dramma)
adatti alla ricerca di esiti realistici.
Fra Verga e Naturalismo esistono però anche alcune differenze: mentre la narrativa del Naturalismo
descrive spesso gli ambienti del proletariato urbano, quella verista si rivolge prevalentemente agli ambienti
rurali; inoltre gli scrittori veristi non attribuiscono, generalmente, alla loro attività letteraria quel valore
politico che è invece un dato fondamentale in molti autori d'oltralpe vicini ai movimenti popolari e
socialisti.

VERISMO AUTORI Uno dei tratti salienti del Verismo è il suo carattere regionale e va sottolineato il fatto
che gli scrittori importanti del Verismo appartengono al sud della penisola, ribaltando i rapporti abituali di
egemonia. Il teorico più noto del Verismo è il siciliano Luigi Capuana, che approfondisce il concetto di
impersonalità, ma al progetto di un'opera d'arte totalmente impersonale si dedica anche il più grande
scrittore italiano del periodo, Giovanni Verga, amico di Capuana e autore dei massimi capolavori del
Verismo italiano.

Novelle rusticane
Le opere ripropongono personaggi e ambienti della Sicilia, in una prospettiva pessimistica, che mette in
risalto il dominio dell’economia e gli interessi nell’uomo.

La Roba “Novelle rusticane”


La roba di Giovanni Verga è una delle novelle più famose dello scrittore siciliano. Contenuta all'interno delle
Novelle rusticane, racconta la storia del protagonista Mazzarò un contadino che da povero diventa ricco
grazie alla sua intelligenza e ad un lavoro massacrante. Da giovane Mazzarò era vissuto in povertà, senza
vestiti e aveva lavorato per il barone al quale poi avrebbe tolto tutto. Arricchitosi non era diventato
superbo ma sviluppa una singolare forma di avarizia: non ama il denaro, perché dice che non è roba: per
questa ragione, appena mette insieme una certa somma, compra subito un pezzo di terra. Non beve vino,
non fuma, non usa tabacco, non ha il vizio del gioco né quello delle donne. Per tutta la vita è divorato da
un’unica passione: l’attaccamento alla sua roba, alla sua proprietà.
Di fronte alla morte, però, la sua ricchezza non serve a niente, non si trasmette a nessuno. Questo è il suo
rimpianto più grande infatti la storia finisce con lui che ammazza il suo bestiame e dice “roba mia vientene
con me”.
Libertà “Novelle rusticane”
Pubblicata dapprima sulla «Domenica letteraria» del 12 marzo 1882 e poi confluita nelle Novelle rusticane,
Libertà è, al tempo stesso, novella che nasce da un fatto realmente avvenuto. Punto d’ispirazione e d’avvio
sono i tragici fatti di Bronte, avvenuti tra il 2 e il 5 agosto del 1860, durante la Spedizione dei Mille, quando
l’arrivo di Garibaldi e la promessa di un’equa spartizione delle terre demaniali per risolvere l’annoso
problema del latifondo in mano ai “galantuomini” del paese avevano suscitato da subito illusioni di libertà e
progresso
I contadini di Bronte rimasero delusi per la mancata spartizione delle terre e iniziarono la rivolta violenta e
sanguinosa il 1 agosto 1860
Per ben tre giorni commisero saccheggi atti violenti contro gli amministratori, i possidenti e i professionisti.
Garibaldi invia Bronte Nino Bixio per calmare la situazione la rivolta fu dunque duramente repressa e
cinque persone furono subito giustiziati.
Alla fine, tutto torna come prima, della sanguinosa rivolta rimane così solo la sofferenza degli accusati,
mentre la vita torna a scorrere come prima. Tutto resta uguale, tutto è stato inutile.
Il messaggio che Verga vuole dare nella novella è questo: i contadini, i quali vivono in estrema indigenza,
identificano nella terra il simbolo della loro libertà e sono disposti a tutto per poter difendere la terra che
viene vista come simbolo Identitario.
Gli eventi nella novella vengono narrati con crudezza, come in tutte le opere veristi vengono descritti eventi
di vita reale e quindi eventi storici realmente accaduti. Al centro dell’attenzione vi sono sempre classi umili
nelle storie raccontate da Verga, descritte le vicende dei contadini che lottano per la libertà, una libertà che
si identifica con un pezzo di terra per loro fondamentale, le scene descritte sono molto crude dure.

I Malavoglia
L’opera appartiene al “Ciclo dei Vinti”, un volume in cui Verga vuole tracciare un quadro sociale
analizzando tutte le classi sociali, unite dal principio di lotta per la vita, che domina la società,
soffermandosi sui vinti, ossia coloro che perdono questa lotta, e affrontando quindi gli ambienti delle classi
sociali inferiori, come nei Malavoglia, fino alle classi più alte, come in Mastro don Gesualdo. Anche il
linguaggio si adegua alle categorie sociali di cui l’autore tratta.

Malavoglia è il soprannome dei Toscano, una famiglia di pescatori di Aci Trezza. Capofamiglia è il vecchio
padron 'Ntoni. Con lui nella casa del "nespolo" vivono il figlio Bastianazzo con la moglie Marezza detta la
"Longa" e i loro cinque figli 'Ntoni, Luca, Mena, Alessi e Lia.
Il giovane 'Ntoni parte per il servizio militare e la famiglia perde uno dei maggiori sostegni. Per questo il
vecchio 'Ntoni decide di prendere a credito una partita di lupini che conta di rivendere al mercato di
Riposto. Durante il viaggio per mare la "Provvidenza", la barca dei Malavoglia, naufraga: il carico si perde,
Bastianazzo muore. Padron 'Ntoni pressato dai debiti è costretto a vendere la casa del "nespolo".
Una serie di sventure si abbatte sui Malavoglia troncando ogni speranza di riscatto.
Luca arruolatosi muore nella battaglia di Lissa durante la , seguito poco dopo da Maruzza vittima di
un'epidemia di colera. L'inquieto 'Ntoni si dà al contrabbando e viene arrestato. Lia, compromessa per una
presunta relazione col brigadiere don Michele, lascia il paese e diventa una prostituta. Mena per le
difficoltà familiari non può sposare compare Alfio e triste e sfiorita invecchia precocemente.
Alla morte del vecchio 'Ntoni, che si spegne solo e disperato in un letto d'ospedale, il suo posto viene preso
da Alessi, che dopo aver sposato la Nunziata, riscatta la casa del "nespolo" e riprende l'attività del nonno.
Una notte, scontata la pena, torna 'Ntoni, ma solo per dare l'addio definitivo a una vita che non gli
appartiene più.
DECADENTISMO
Originariamente, il termine indicava un determinato movimento letterario, ma dato che comprendeva
manifestazioni artistiche e letterarie diverse, la critica l’ha assunto come etichetta di una grande corrente
culturale, che si colloca negli ultimi due decenni dell’800.
Visione del mondo
Alla base vi è un irrazionalismo misticheggiante, che riprende ideali della cultura romantica. Viene rifiutata
la visione positivistica, poiché il decadente ritiene che la ragione e la scienza non possano dare la vera
conoscenza del reale, perché esso va al di là delle cose, e solo rinunciando alla razionalità si può arrivare
all’ignoto. Infatti, il decadente è proteso verso il mistero e l’inconscio che si trova dietro la realtà visibile.
Secondo questa visione, gli aspetti dell’essere non possiedono una loro individualità, ma sono legati da
arcane analogie e corrispondenze, che possono essere colte solo se ci si abbandona all’irrazionalità.

Strumenti e poetica
Gli strumenti del conoscere sono tutti gli stati irrazionali dell’esistere: la malattia, la follia, il delirio, che
possono essere provocati artificialmente e ci portano verso l’ignoto e lontano dalla ragione.
Tra gli strumenti privilegiati vi è soprattutto l’arte. Gli artisti sono come dei veggenti capaci di spingere lo
sguardo laddove l’uomo comune non vede nulla. Per questo l’arte appare come il valore più alto e il suo
culto ha dato origine al fenomeno dell’estetismo. L’esteta è colui che assume come principio regolatore
della vita soltanto il “bello”, e per lui arte e vita si confondono: la seconda è completamente assorbita dalla
prima. L’esteta va alla ricerca di sensazioni rare e squisite, si circonda degli oggetti più raffinati e prova
orrore per tutto ciò che è banale.

Linguaggio
Si parla di una rivoluzione del linguaggio e della parola, che assume un valore suggestivo ed evocativo,
rivelatore dell’ignoto, perdendo la sua funzione comunicativa.
Il poeta utilizza forme enigmatiche, rivolgendosi ai pochi in grado di accedere al mistero, e questo porterà
ad una frattura tra artistica e pubblico, ossia tra intellettuale e società.

Temi
La “nevrosi” è una costante della letteratura decadente e spesso è una caratteristica dei protagonisti.
La “malattia” è un altro grande e diffuso tema decadente, che da un lato si pone come metafora di una
condizione storica, e dall’altro diviene una condizione privilegiata, segno di separazione rispetto alla
massa.
Alla malattia umana si associa la malattia delle cose: il gusto decadente ama infatti tutto ciò che è corrotto.
Queste tematiche affascinano i decadenti perché sono immagini della morte, che è un tema dominante.
Al fascino della malattia e della morte si contrappongono tendenze opposte, come il vitalismo e la ricerca
del godimento.
CREPUSCOLARI
Sono una sottocategoria del Decadentismo, e tra gli autori principali abbiamo Sergio Corazzini e Guido
Gozzano, che nelle opere inseriscono le caratteristiche principali della corrente letteraria, ossia le piccole
cose, come oggetti quotidiani, e le atmosfere grigie, che sono spiegate attraverso un linguaggio quotidiano
ricercato. Il tono delle opere è sottomesso, e questo perché gli autori tendono al pessimismo e alla
nostalgia, dando molta importanza alle parole e ai simboli, infatti ci sono riferimenti al Simbolismo.
CHARLES BAUDELAIRE
Baudelaire è stato un grande critico e saggista, che incarna la figura dell’autore che si oppone alla società.
La sua poesia segna il passaggio da Romanticismo a Decadentismo. Egli condusse la sua vita come un
dandy, in modo diverso e non omologato, suscitando l’ammirazione di chi lo guardava. Per vivere, si
dedicava alla critica d’arte, ma partecipò anche alla vita politica, subendo il fascino della rivoluzione.
Egli esplora il negativo della modernità, cogliendo la malattia che corrode il mondo moderno, e questo si
nota nelle sue poesie, in cui compaiono il vizio, la corruzione e il male di vivere.
Sul piano formale, Baudelaire rispecchia tendenze del Simbolismo: la poesia simbolista, che rivoluziona il
linguaggio poetico, è una poesia suggestiva ed evocativa, che vuole attingere alla parte più profonda e
sconosciuta del reale.

L’Albatro
E la seconda della prima sezione della raccolta “I FIORI DEL MALE” quella che reca come titolo “ NOIA E
IDEALE”.
La lirica è composta in due parti: la prima con carattere narrativo-descrittivo, presenta l’albatro catturato
dai marinai incapace di ribellarsi solo per divertirsi a stuzzicarlo e prenderlo in giro; la seconda contiene il
messaggio che l’autore vuole comunicare al lettore, cioè il paragone tra poeta e albatro. Baudelaire dice
che come l’albatro con le sue ali vola e lo fa in maniera unica (signoreggia l’aria) quando si posa sul suolo
proprio a cause delle grandi ali non riesce a camminare ed appare goffo e ridicolo. Allo stesso modo il poeta
al posto delle ali ha la capacità intellettuale/spirituale, la fantasia che gli permettono di spaziare nei cieli
della poesia ma quando è tra la gente comune questa sua capacità spirituale, intellettuale lo rende inadatto
alla vita pratica si ha una concezione di poeta solitario e indifeso quando sta nel suo ambiente. Queste
qualità creano conflitto tra l’intellettuale e il mondo borghese in cui è immerso contrasto tra il poeta e la
società che si comporta nei confronti del poeta come i marinai verso l’albatro. Il poeta però rifiuta quel
mondo che non lo comprende e si isola in se stesso disprezzando la mediocrità borghese facendo della sua
diversità segno di superiorità.

Poeti simbolisti
A partire dagli anni 70, i poeti francesi fanno riferimento a Baudelaire, ritenendo che la poesia possa mirare
solo ad una realtà profonda, incomprensibile attraverso la logica comune.
Il Simbolismo nasce in Francia, e gli esponenti principali sono: Verlaine, Rimbaud e Mallarmé.
GABRIELE D’ANNUNZIO
Biografia
Nasce a Pescara nel 1863 da famiglia borghese, e a 18 anni si trasferì a Roma per frequentare l’università,
ma abbandonò gli studi per vivere tra salotti mondani e redazioni di giornali.
L’esteta e il superuomo
Acquistò subito fama in campo letterario, sia attraverso opere narrative che attraverso scandali, sia
attraverso una vita scandalosa, fatta di continue avventure galanti, lusso e duelli.
Sono gli anni in cui lui si avvicina all’estetismo, rifugiandosi in un mondo di pura arte, ma la fase
estetizzante attraversò però una crisi. Lo scrittore cercò nuove soluzioni e le trovò in un nuovo mito: il
superuomo, con il quale puntava ad avere una vita eccezionale da principe rinascimentale, ed anche le sue
relazioni amorose contribuirono a questo, specialmente quella lunga e tormentata con Eleonora Duse.

D’Annunzio voleva mettersi in primo piano nell’attenzione pubblica, per vendere meglio la sua immagine e
le sue opere. Gli editori gli pagavano alte somme, ma per lui non bastavano mai, quindi il culto della
bellezza e il “vivere inimitabile” risultavano essere finalizzate a ciò che lui diceva di disprezzare, ossia il
denaro e le esigenze del mercato. Possiamo dire dunque che lo scrittore più ostile al mondo borghese era in
realtà il più legato alle sue leggi. È una contraddizione che D’Annunzio non riuscirà mai a superare.

L’estetismo e la sua crisi


Negli anni 80 egli fu influenzato dai poeti decadenti, e queste opere sono il frutto della fase dell’estetismo,
in cui ciò che conta è che l’arte è il valore supremo e tutti gli altri valori dipendono da essa, dando vita ad
un vero e proprio culto religioso dell’arte e della bellezza.
L’esteta si isola in questo mondo di arte e bellezza, contrapponendosi alla società, che tendeva ad
emarginarlo. D’Annunzio si rende conto della grande debolezza dell’esteta, che non ha la forza di opporsi
alla società, così l’estetismo entra in crisi.

Il piacere (Il conte Andrea Sperelli)


È il suo primo romanzo, ed è la testimonianza della crisi dell’estetismo.
Il protagonista è l’esteta Andrea Sperelli, un secondo D’Annunzio, un giovane aristocratico proveniente da
una famiglia di artisti, che mira a rendere la sua vita un’opera d’arte, ma verrà distrutto da questo a causa
della sua debolezza. La crisi aumenta nel rapporto con la donna: egli è diviso fra due immagini femminili,
Elena Muti, la donna fatale, e Maria Ferres, la donna pura che rappresenta l’occasione di un’elevazione
spirituale.
In realtà l’esteta mente a sé stesso, perché la figura della donna angelo è solo un oggetto per sostituire
Elena, che invece lo rifiuta. Quando Maria si accorge di questo, lo abbandona, e lui resta solo.

Con questo romanzo, l’autore dimostra di avere un atteggiamento ambiguo, perché da un lato vuole
staccarsi dall’estetismo, dimostrando la sua debolezza; ma dall’altro resta affascinato dal protagonista, non
distaccandosi del tutto da questa fase.

Dopo questa crisi, D’Annunzio trova il nuovo mito del superuomo, ma esso non rifiuta l’immagine
dell’esteta, bensì la ingloba, facendolo diventare uno strumento per arrivare al superuomo che domina
sulla realtà borghese.
Il mito del superuomo e quello dell’esteta sono entrambi tentativi di reagire alle tendenze che vogliono
emarginare l’intellettuale, ma si oppongono, perché mentre l’estetismo si allontanava dalla realtà, in
quanto debole, il superuomo partecipa attivamente, assumendo una funzione di “vate” e guida.
Alcyone
È il terzo libro delle Laudi, ossia vaste costruzioni letterarie che hanno lo scopo di diffondere il messaggio
del poeta-vate. Il tema principale è la fusione totale con la natura.
Sul piano formale, troviamo una musicalità, dove la parola assume la forma di melodia, utilizzando un
linguaggio basato su analogie e continui giochi di immagini.
Alcyone è la raccolta poetica che è stata più celebrata dalla critica perché è stata vista come poesia pura,
libera dall’ideologia superomistica.

La pioggia nel pineto da “Alcyone”


La pioggia nel pineto è una celebre poesia scritta dal poeta abruzzese Gabriele D'Annunzio nel 1902 presso
la sua celebre abitazione in Versilia è dedicata ad una donna amata dal poeta, che viene identificata con lo
pseudonimo “Ermione”. Nella realtà si tratta dell’attrice Eleonora Duse, che ha portato in scena alcuni dei
più famosi drammi scritti da Gabriele D’Annunzio. La lirica fa parte della raccolta di poesie nota come
Alcyone: questa raccolta contiene le liriche composte dal poeta nel periodo di tempo compreso tra il 1902 e
il 1912.
Questa composizione poetica, che è una delle più note di D’Annunzio, si caratterizza per la spiccata
sonorità, poiché sembra tradurre in parole il suono della pioggia che scroscia, il canto delle cicale, il verso di
una rana che fa capolino dopo l’acquazzone, può essere paragonata ad una vera e propria composizione
sinfonica. . D’Annunzio mira a trasformare la parola in musica in linea col pensiero decadente. Inoltre,
l’autore è molto abile nel descrivere la vegetazione (ad esempio lo fa riportando spesso l’uso della parola
“colore verde” all’interno dei versi).
La lirica presenta la scena del poeta intento a passeggiare in compagnia della sua donna, Ermione appunto,
in un bosco sul litorale toscano.
Lui la invita a mettersi in ascolto del meraviglioso suono della pioggia estiva che batte sul fogliame degli
alberi. La coppia si lascia andare alle sensazioni che gli suscita il suono della pioggia e di quelli della natura
circostante, e finiscono con l’identificarsi a tal punto con essa da sentirsi simili a creature vegetali, è come
se avvenisse una metamorfosi fiabesca di cui i due sono i protagonisti.
Da un punto di vista stilistico la metrica è libera non è soggetta a nessuno schema tradizionale
(endecasillabi), si susseguono versi brevi, anche una sola parola, con versi più lunghi (senari, settenari….). le
rime ricorrono molto liberamente anch’esse senza nessuno schema fisso. Ricorre a molte figure retoriche
prime tra tutte l’anafora (la serie insistita di “piove” all’inizio), allitterazioni, epifore.
GIOVANNI PASCOLI
Biografia
Giovanni Pascoli nasce a San Mauro di Romagna nel 1855, da una famiglia della piccola borghesia rurale.
La vita serena del nucleo familiare fu interrotta dalla morte del padre il 10 agosto 1867, che segnò
profondamente l’esistenza del poeta, e creando anche difficoltà economiche in famiglia.
Negli anni universitari Pascoli subì il fascino dell’ideologia socialista e partecipò a manifestazioni contro il
governo, ma venne arrestato, e decise di staccarsi dalla politica militante.
Si laureò ed iniziò subito dopo la carriera di insegnante liceale, prima a Matera e poi a Massa, dove chiamò
a vivere con sé le due sorelle, Ida e Mariù, ricostituendo così il nido familiare che si era distrutto con i lutti.

Il nido familiare
La chiusura gelosa del nido familiare e l’attaccamento alle sorelle rivelano la fragilità psicologica del poeta,
che cerca nel nido la protezione da un mondo che gli appare minaccioso. A questo si unisce il ricordo
ossessivo dei suoi morti, le cui presenze aleggiano nel nido, riproponendo un passato di dolori.
Ciò influenza il suo rapporto con la realtà esterna: non vi sono infatti relazioni amorose nella vita di Pascoli,
perché per lui le relazioni amorose sono qualcosa di proibito e misterioso, da cui staccarsi, tanto che gli
unici rapporti affettivi che lui ha sono quelli con le sorelle.

La visione del mondo


La sua formazione fu soprattutto positivistica, ma con la crisi del Positivismo assume una nuova visione
verso l’ignoto e il mistero, legata al fatto che il mondo gli appare frantumato e disgregato. Ciò si riflette
nella sua produzione letteraria e sulle parole che lui inserisce nelle opere, che contengono molto
simbolismo e rimandano sempre a qualcosa di misterioso e affascinante.
Dunque, la sua visione del mondo si avvicina al Decadentismo e a quella dannunziana.

La poetica
Da questa visione scaturisce la sua poetica, che trova la sua migliore formulazione nel saggio “Il fanciullino”.
L’idea centrale è che il poeta coincide con il fanciullo, il quale vede le cose come per la prima volta, con
molto stupore e meraviglia.
La poesia viene concepita come conoscenza prerazionale e immaginosa, e questo atteggiamento permette
di cogliere direttamente l’essenza segreta delle cose, ma è riservato essenzialmente al poeta, che infatti
viene definito come un “veggente”, perché può vedere oltre ciò che vedono gli uomini comuni.
In questo quadro culturale si colloca la concezione della poesia “pura” e spontanea, poiché secondo Pascoli
essa non deve avere fini pratici. Essendo la poesia pura e semplice, nelle sue opere egli idealizza la classe
dei piccoli proprietari terrieri, come un mondo sereno e saggio che difende i veri valori della vita.

Temi
La sua poesia rivela una sensibilità decadente, ma egli è l’esatto contrario del “poeta maledetto”, perché
incarna l’immagine dell’uomo comune, che si presenta come il cantore della realtà in cui vive, attraverso
intenti pedagogici, morali e sociali. Pascoli crede molto nel valore pedagogico della poesia, e per questo
vuole invitare la società ad accontentarsi del poco e a basarsi sui valori della fratellanza e della solidarietà.
Egli proietta nella sua poesia le sue ossessioni più profonde, e sente ovunque la presenza della morte.
Un’altra tematica che accomuna le sue opere è la celebrazione delle piccole cose.
Myricae
Fu la prima raccolta uscita nel 1891, contenente 22 poesie dedicate alle nozze di due suoi amici. Il volume si
ampliò successivamente con la quarta edizione, contenente 116 testi.
Si tratta di componimenti brevi, dove racconta della vita campestre. Il poeta si concentra su particolari che
alludono ad una realtà ignota, che evoca l’idea della morte. Infatti uno dei temi principali è il ritorno dei
familiari morti.
Pascoli vuole portare al centro delle sue poesie la celebrazione delle piccole ed umili cose.
Il lessico mescola termini semplici con altri più complessi, andando contro le norme dominanti nella poesia
italiana, ed utilizza molte onomatopee, cioè suoni dal forte valore simbolico, oltre a metafore, sinestesie,
assonanza e allitterazioni.
La sintassi è l’aspetto che colpisce maggiormente, perché la struttura si frantuma in brevi frasi, rifiutando
una sistemazione logica.

X Agosto
Il X Agosto di Pascoli è una poesia dedicata al padre del poeta, morto nel 1867, il 10 agosto. Giorno questo
in cui si festeggia San Lorenzo ed è quello in cui si verifica il fenomeno delle stelle cadenti. In questa poesia
Giovanni Pascoli descrive il fenomeno delle stelle cadenti , dell’uccisione di una rondine, che stava per
portare il cibo al nido e l’uccisione del padre, che stava portando due bambole a casa. (parallelismo tra la
rondine e il padre)
Nella prima strofa parla della notte di San Lorenzo e del fenomeno delle stelle cadenti che per Pascoli sono
lacrime che rappresentano il pianto del cielo sulla malvagità degli uomini. Poi parla di una rodine che torna
nel suo nido con il cibo e nel mentre viene uccisa e cade tra i rovi con le ali aperte come fosse in
croce(riferimento a Cristo).
Poi descrive la morte del padre che mentre tornava a casa (nel suo nido) con in mano due bambole in dono
viene ucciso e come la rondine ha abbandonato i suoi cuccioli/la sua famiglia. Per questo motivo piange il
cielo, piange sul male che rende buia la terra, e piange con lacrime di luce perché si uccidono gli innocenti.
Conclude prendendosela con il cielo che non dà alcun aiuto all’uomo ma si limita a uno sterile pianto e
descrive la Terra come “atomo opaco del Male”(dove si concentra il male dell’universo). Tra la dimensione
terrene e quella trascendente non vi è comunicazione.

Questa raccolta continua la linea di Myricae, infatti ritornano immagini della vita di campagna. In queste
opere ricorre con frequenza il motivo della tragedia familiare e dei cari morti, e continuamente Pascoli fa
riferimento al paesaggio di Castelvecchio. Non mancano i temi più inquietanti e tenebrosi, che danno vita
alle due ossessioni del poeta: l’eros e la morte, che però a volte appare come un dolce rifugio.

Gelsomino notturno da “I canti di Castelvecchio”


La poesia Gelsomino notturno è uno dei capolavori cardine del simbolismo italiano. I versi furono scritti in
occasione del matrimonio dell’amico del poeta Raffaele Briganti; con tutta una serie di simboli ci presenta il
tema dell’unione fra un uomo e la donna con la conseguente nascita di una nuova vita.
Il gelsomino notturno si presenta come una metafora erotica dedicata all’amico che si appresta a
consumare la prima notte di nozze introduce la tematica sessuale. Pascoli si serve così di una serie di
immagini provenienti dal mondo naturale per sviluppare questo tema. I “fiori notturni” (v. 1), ovvero quei
gelsomini che hanno appunto la caratteristica di aprirsi con il calare del sole per richiudersi poi con
l'avvento del mattino, e in seguito le “farfalle crepuscolari” (v. 4), che anticipano il momento della giornata
in cui è ambientata la poesia, la sera. Quando il poeta ripensa ai suoi cari che sono morti.
Seconda e terza strofa descrivono la tranquillità del momento quando la giornata volge al termine e la sera
sta arrivando, spezzata però dall’arrivo di qualcosa di misterioso che si sente nell’aria, come l’odore di
fragole rosse. Questa è la sinestesia che Pascoli utilizza per alludere all’atto sessuale che il suo amico sta
per compiere e che a lui, invece, è precluso e sconosciuto.
In questo frangente Pascoli si sente come l’ape tardiva che, quando arriva, trova tutto l’alveare occupato;
immediato arriva il parallelismo col cielo e con la costellazione delle Pleiadi (Chiocchetta costellazione delle
Pleaidi). A questo punto lo sguardo del poeta osserva tristemente le luci nella casa che si accendono e si
spengono nelle varie stanze, fino ad arrivare in camera da letto, dove la luce del lume che lascia
definitivamente spazio al buio della notte: la prima notte di nozze sta per essere consumata dagli sposi.
Nell’ultima strofa la notte è passata, e la felicità nuova data dal matrimonio consumato - così come lo sono i
petali del gelsomino - è giunta. Gli ultimi versi, legati a qualcosa da covare in un “urna molle e segreta”
fanno riferimento anche a una futura gravidanza da cui il poeta è totalmente escluso.

LUIGI PIRANDELLO
Biografia
Nacque il 28 giugno 1867 a Girgenti, paese al quale sarà sempre molto legato, da una famiglia di agiata
condizione borghese. Dopo il liceo si iscrisse a varie Università, tra cui quella di Bonn, dove conobbe la
letteratura tedesca e gli autori romantici.
Anche lui fu segnato dall’esperienza della declassazione, perché nel 1903, a causa di un allagamento della
miniera del padre, la famiglia ebbe molti problemi economici, e la moglie di Pirandello sprofondò nella
follia. La convivenza con la donna fu un tormento che trasmise nell’autore la visione della famiglia come
una trappola che soffoca l’uomo, e che fu estesa alla società intera, in cui l’uomo si dibatte invano.
Dal 1910 comincia la sua esperienza con il teatro, che si intensificò con “Sei personaggi in cerca d’autore”.
La sua condizione di scrittore cambiò e lui si dedicò solo al teatro, assumendo anche la direzione del Teatro
d’Arte a Roma. Ciò fu reso possibile anche dal finanziamento dello stato, in quanto si era iscritto al partito
fascista, ammirandone la forza, l’ordine ed il vitalismo, ma ben presto si rese conto della vuota esteriorità
del regime, e se ne distaccò.

La visione del mondo


Ognuno di noi può costruirsi un’immagine, ma essa può apparire diversa in base agli occhi di chi guarda, e
l’individuo ha paura di non riconoscersi nelle forme in cui gli altri lo vedono. Ogni forma è una maschera,
sotto alla quale non c’è nessuno di vero.
Pirandello era convinto che in un solo essere esistessero più persone, criticando il concetto di identità.
Questa frantumazione dell’Io è molto significativa, e la crisi dell’identità di persona risente molto della
realtà contemporanea, segnata dalla rivoluzione industriale, dove l’individuo perde la sua identità.
Tutto ciò suscita nei personaggi di Pirandello grande smarrimento, dolore e solitudine.
L’idea di trappola si riferisce a tre aspetti: la trappola della società intera; la trappola familiare, ambiente
fatto di bugie, odio ed oppressione; e la trappola economica, costituita da lavori monotoni e frustranti.
Egli non riesce a trovare una via d’uscita, e per questo si parla di pessimismo, che è totale perché si tratta
di una condizione universale, dove l’unica via per evadere è il rifugio nell’irrazionalità o nella follia.
Il fu Mattia Pascal (romanzo 1904)
Mattia Pascal vive a Miragno un immaginario paese della Liguria, insieme alla sua famiglia. Quando con il
fratello Roberto entra in possesso dell’eredità del padre, che in vita era riuscito ad accumulare denaro
grazie al gioco d’azzardo, decide, insieme al resto della famiglia, di fare amministrare la somma a Batta
Malagna che, però, si rivela ben presto un disonesto. Mattia e Roberto, dal canto loro, sono entrambi poco
attenti alle sorti economiche della famiglia e non si preoccupano di Malagna che li sta derubandoli dei loro
soldi, sono troppo impegnati a divertirsi per occuparsi della loro eredità.
La situazione peggiora quando Mattia mette incinta la nipote dello stesso Malagna, Romilda. Costretto a
sposarla con un matrimonio riparatore e senza soldi a causa della cattiva gestione dell’eredità paterna, è
costretto, a lavorare presso una biblioteca e a vivere con la moglie a casa dei suoceri. La vita in quella casa è
terribile, soprattutto a causa della presenza di sua suocera, che non ha per niente stima di Mattia. La vita
matrimoniale è un inferno causa anche della la perdita delle due loro due figlie gemelle.
Mattia decide quindi di partire. Sceglie come meta Montecarlo per tentare di arricchirsi col gioco, cosa che
gli riesce quando vince un’ingente somma di denaro alla roulette. È l’occasione per riscattarsi. Pascal decide
quindi di ritornare a casa, più ricco e più consapevole, per cambiare in meglio la sua vita.
Sulla strada del ritorno verso il paese, però, accade l’impensabile: legge su un giornale che è stato ritrovato
un corpo, in evidente stato di decomposizione e quindi davvero irriconoscibile, di un suicida che avevano
identificato con Mattia Pascal. In un primo momento lo stupore lo assale ma un’idea gli fa immediatamente
cambiare prospettiva: questa è l’occasione giusta per fuggire da quella vita piena di frustrazione e miseria.
Mattia è deciso a dare una svolta alla propria vita, che considera inconcludente e poco felice e perciò,
cogliendo questa occasione caduta dal cielo, sceglie per sé il nuovo nome di Adriano Meis, convinto di
poter sfuggire ad ogni miseria e a tutte le insoddisfazioni che lo affliggono.
Trascorre il primo periodo viaggiando tra Italia e Germania, e alla fine si trasferisce a Roma, prendendo una
casa in affitto dal signor Paleari. Ben presto si accorge che la sua nuova vita ha dei limiti pesantissimi,
causati dal fatto di non esistere veramente. Tutte le convenzioni sociali gli sono precluse: non ha documenti
d’identità, subisce un furto e non lo può denunciare e soprattutto non può sposare la figlia del proprietario
di casa, di cui si è innamorato Adriana. Adriano non esiste e Mattia si ritrova più frustrato di prima. Decide
così di abbandonare la nuova identità e inscena un suicidio. Con questo trucco in grado di mistificare la
realtà, Adriano riprende la sua vecchia, e unica, identità reale quella di Mattia Pascal.
Pascal torna nel suo paese natio ma trova una situazione completamente diversa da quella che aveva
lasciato: sua moglie, si è risposata e ha avuto una figlia con Pomino, un suo vecchio amico. Tutto è
cambiato, la gente del paese è andata avanti mentre lui era intento a crearsi una nuova vita e questo che
determina il suo isolamento: ormai Mattia Pascal non può più riprendersi ciò che era suo perché intorno a
lui l’assetto sociale che regolamenta l’esistenza lo ha depennato da tempo. Il nome e il cognome, la
famiglia, il matrimonio, che sono cardini della vita di ognuno, per lui non sono punti fissi. Di solido a
Miragno c’è solo la sua tomba, o meglio, la lapide di quell’uomo morto di cui aveva approfittato per
cambiare vita, con inciso il suo nome sopra. Non ha più niente ed è per questo che è condannato a
riprendere il suo impiego di bibliotecario, vivendo ritirato in una vita solitaria con un’unica distrazione: fare
visita, di tanto in tanto, alla sua tomba!
Il giuoco delle parti (commedia tragica del 1918)
Personaggi: Leone Gala, Silia (sua moglie), Guido Venanzi, i, il marchesino Miglioriti, tre signori ubriachi.
Silia e Leone sono separati ma non legalmente per evitare lo scandalo e Silia ha come amante Guido. Una
sera, mentre si trovava sola con Guido, viene disturbata da degli uomini ubriachi: tre signori e il marchesino
Miglioriti. Essi la scambiano per una prostituta di nome Pepita che abita al piano sopra e la trattano quindi
da tale; Silia, però, sta al gioco e rinchiude Guido (contro la sua volontà) nel salotto.
Ad un certo punto Clara avvisa dell'accaduto i vicini che accorrono e difendono Silia, che nel frattempo ha
voltato faccia ai quattro. Silia organizza (per essere ripagata del torto subito) un duello mortale del
marchesino Miglioriti con il marito perché non presente e non avendola, quindi, difesa. Il marito, che nel
frattempo era a casa con Filippo, viene informato della cosa ma rimane totalmente indifferente. Il mattino
del duello arrivano tutti e anche Silia, giunta per dare l'estremo saluto al marito (di cui però desiderava la
morte), e lo trovano ancora a letto. Leone li informa che il vero sfidante al suo posto è Guido che è colui
che, come amante possiede veramente Silia e vive con lei e nonostante presente in quella serata a casa di
Silia, non aveva fatto nulla per salvarla da qui il titolo giuco delle parti, il marito aveva sfidato perché
appunto marito è questo era la sua parte a battersi deve andare Guido colui che possiede Sillia.
Quindi Miglioriti combatté contro Guido e come previsto, essendo Miglioriti una delle lame più taglienti
della città, uccide Guido e Silia è disperata e pensa a quanto sia stata sciocca imbrogliare in tal modo il
marito per poi perdere il dolce amante. Leone esulta e, giustamente, prende in giro la moglie.

Novelle per un anno


In queste opere, l’autore si focalizza sulle maschere fittizie che la società impone all’uomo. Nel trattare
questo tema, Pirandello si serve dell’arte umoristica, portando all’estremo dell’assurdo i casi comuni della
vita, dimostrando che la legge che li governa è una pura casualità.
Il treno ha fischiato (novella pubblicata sul Corriere della sera nel 1914)
La novella racconta la storia di un contabile, Belluca. Egli ha un impiegato modello sempre puntuale, dedito
al lavoro ma anche sottomesso da tutti. Pirandello lo chiama somaro (metafora) perché tante volte egli
veniva rimproverato e fatto sgobbare dai colleghi di lavoro, con lo scopo di vedere la sua reazione; mai egli
non si era mai ribellato ed aveva sempre accettato le ingiustizie, anche le più crudeli, senza dire una parola.
Un giorno inizia a comportarsi in in maniera strana in quanto arriva in ritardo in ufficio e non svolge
regolarmente il suo lavoro. Quando il capo ufficio entra nella stanza di Belluca e vede che non aveva
lavorato sorpreso gli chiede il motivo. Il contabile reagisce ribellandosi con violenza contro il suo capo,
ripetendo più volte, che un treno ha fischiato nella notte, portandolo in luoghi lontani esotici, o in città
conosciute in gioventù. A questo punto viene creduto pazzo e ricoverato in un ospedale psichiatrico.
Giunto in ospedale, continua a parlare a tutti del treno che fischiava e pronunciava frasi senza senso e
questo suo comportamento crea incredulità e stupore perché aveva mai detto quelle cose. Chi lo
conosceva bene sapeva che non era impazzito tutto ad un tratto e che prima di giudicarlo bisognasse
conoscere la vita familiare impossibile che era costretto a condurre.
La sua numerosa famiglia si compone di dodici persone: la moglie, la suocera e la sorella della suocera,
tutte e tre cieche che hanno bisogno continuamente di essere servite poi in casa vivono due figlie, vedove
con sette figli in totale. Con lo scarso guadagno da impiegato, Belluca si è dovuto procurare un secondo
lavoro per mantenere la famiglia che svolge la sera, fino a tardi che o sfinisce e lo porta all’esaurimento.
Proprio una di queste sera Belluca non riesce a dormire e sente il fischio di un treno che lo fa evadere dalla
realtà in cui viveva e la sua mente lo riporta indietro nel tempo quando conduceva una vita “normale” a cui
da tempo non pensava più. Dimesso dall’ospedale, ritorna alla solita vita da contabile, si scusa con il
capoufficio il quale, però, gli concede, ogni tanto di pensare al treno che ha fischiato e di evadere, con
l’immaginazione, verso paesi lontani.
ITALO SVEVO
Biografia
Italo Svevo (pseudonimo) nacque a Trieste nel 1861, da un’agiata famiglia borghese di origine ebraica.
I suoi studi furono indirizzati verso la carriera commerciale dal padre, ma contemporaneamente si dedicò
alla lettura, e cominciò a venir fuori la sua passione per la letteratura.
Dopo il fallimento del padre, la famiglia passò ad una condizione di ristrettezza. Svevo fu costretto a cercare
lavoro e, per evadere da questa oppressione del lavoro, si rifugiò nella letteratura, componendo le prime
opere narrative e progettando il suo primo romanzo, “Una vita”.
Dopo la morte della madre, cominciò una relazione con la cugina Livia Veneziani, da cui ebbe anche una
figlia, Letizia. Il matrimonio segnò una svolta fondamentale nella sua vita, a livello psicologico ma anche
lavorativo, trovandosi proiettato nel mondo dell’alta borghesia. Diventò un uomo d’affari e un dirigente
industriale, abbandonando la letteratura, forse anche per l’insuccesso del secondo romanzo “Senilità”.
Il bisogno di scrivere riaffiorava, e a questo contribuì anche l’incontro con James Joyce, da cui Svevo
apprese l’inglese. Tra i due si instaurò una forte amicizia: Joyce rafforzò in Svevo la fiducia nelle proprie
capacità letterarie. Tuttavia, nelle sue opere non si riscontrano precise influenze joyciane.
Un altro incontro importante fu quello con la psicoanalisi, tramite una terapia del cognato con Freud.

La ripresa della scrittura


Con la guerra, Svevo si ritrovò libero da ogni impegno lavorativo, e cominciò a comporre il terzo romanzo,
“La coscienza di Zeno”, pubblicato nel 1923. Inizialmente l’opera non ottenne successo, e per questo
motivo lo scrittore decise di inviare il romanzo a Parigi, all’amico James Joyce, che si impegnò a diffonderlo.
Svevo conquistò così fama in Francia, mentre in Italia rimase una certa indifferenza nei suoi confronti.
Il riconoscimento intellettuale subito in Francia fu per lui uno stimolo alla scrittura.

La cultura
L’ambiente di Trieste influì profondamente nella sua persona, tanto che, per sottolineare il simbolo di una
città di confine in cui apparivano 3 civiltà diverse, decise di utilizzare lo pseudonimo Italo Svevo. Anche le
sue radici ebraiche lo influenzarono profondamente.
In generale, l’ambiente in cui si forma gli permette di assumere una prospettiva più ampia rispetto a molti
scrittori italiani del suo tempo.
Altro aspetto importante: rapporto con la psicoanalisi, che egli non apprezzò come terapia, bensì come
strumento conoscitivo e narrativo.

La coscienza di Zeno
In questo romanzo Svevo affronta tematiche molto soggettive e ricorrenti nella vita dell’uomo, a ciascuna
delle quali dedica uno specifico capitolo. La prefazione, il primo, che consiste in poche righe scritte dal
dottor S., che spiega come è nato il romanzo. Egli narra che, dopo l’abbandono della terapia da parte di
Zeno, lo psicoanalista aveva deciso di vendicarsi, pubblicando ciò che il paziente aveva scritto.
Il narratore è il protagonista Zeno Cosini, un personaggio ambiguo e problematico: per questo il testo
appare aperto a diverse interpretazioni, poiché ciò che Zeno narra può essere una verità come una bugia.
Gran parte del romanzo è costituita da un “memoriale” che il protagonista scrive su invito del dottor S., il
suo psicoanalista, a scopo terapeutico. Zeno decide di intraprendere la cura psicoanalitica ormai già
anziano, dopo aver condotto una vita giovanile molto complicata, a causa del rapporto con il padre, la cui
figura è una delle più importanti nel romanzo. Egli non ha nessuna stima per il figlio, il quale, invece, lo ama
molto anche se gli procura amarezze e delusioni. Zeno collega l’ostilità contro la figura paterna al suo vizio
del fumo, un altro tema importante dell’opera. Inizialmente, infatti, il fumo era per lui una reazione al
rapporto con il padre, e vedeva il fumare come l’azione che dà dignità all’uomo. Nel terzo capitolo il
protagonista affronta questo suo vizio, raccontando di aver tentato di smettere di fumare dopo che, per
questo, si era ammalato. Nonostante la malattia egli aveva deciso di fumare un’ultima sigaretta, che lui
annota con “u.s.”. Si accorse però che l’idea di fumarne un’ultima gli piaceva molto e perciò rimandò
sempre questo momento, senza smettere mai.
La morte del padre causa una vera e propria crisi nell’animo di Zeno. In punto di morte, l’uomo colpisce il
figlio con la mano, schiaffeggiandolo. Il protagonista non si spiega il motivo di quel gesto e resterà nel
dubbio per sempre, cercando disperatamente giustificazioni valide per calmare la sua coscienza.
Alla fine del romanzo, il dottor S. diagnostica al suo paziente il complesso di Edipo. Il protagonista non lo
accetta, e questa fu una delle ragioni per le quali, nell’ultimo capitolo intitolato “Psicoanalisi”, egli si
dichiara guarito e abbandona la terapia.
Svevo affronta il tema dell’inettitudine, poiché tutti i protagonisti delle sue storie sono degli inetti, ossia
figure incapaci di vivere e relazionarsi. La differenza di questo romanzo consiste nel fatto che Zeno è a
conoscenza della sua inettitudine, che lui identifica con la malattia. Per questo motivo, la condizione
dell’inetto è considerata aperta e non determina un’inferiorità, poiché può essere attribuita a ciascun
essere umano.

La medicina, vera scienza


Questo episodio conferma la centralità del tema della malattia, tanto che Zeno proclamerà che la vita
stessa è malattia.
Inoltre, in questo passo compare la contrapposizione tra psicoanalisi e medicina, che Zeno apprezza
poiché è per lui una vera analisi. È molto importante infatti il personaggio del Dottor Paoli, che fa sul
protagonista un’analisi delle urine, lavorando dunque su fatti materiali, a differenza della psicoanalisi.
Questa fiducia nella scienza si avvicina alla visione positivistica, ma non bisogna confondere Zeno con
Svevo; infatti, il disprezzo per la psicoanalisi è solo del personaggio, poiché resiste alla terapia.

La profezia di un’apocalisse cosmica


È l’ultima pagina del diario, che contiene una riflessione di Zeno, ma anche di Svevo, sulla condizione
dell’uomo. Oltre al pessimismo, alla base di ciò c’è il tema della malattia, che fa parte della vita dell’uomo.
Con l’espansione delle città, per esempio, l’umanità ha occupato gli spazi della natura, inquinando.
Tutto questo discorso di Zeno si fonda sulla visione darwiniana dell’evoluzione, sostenendo che essa
riguarda solo gli animali, perché l’uomo si indebolisce, invece di progredire. Ciò porterà ad una
degenerazione, che arriverà all’apice con un’apocalisse cosmica, che però purificherà il mondo.
Infatti, se la vita umana è malata, solo la scomparsa dell’uomo potrà risolvere tale problema.
GIUSEPPE UNGARETTI
Biografia
Ungaretti nasce ad Alessandria d’Egitto nel 1888. La sua formazione letteraria avviene in quella città, in cui
ha modo di leggere le più grandi opere degli scrittori moderni. Nel 1912 si reca a Parigi, dove approfondisce
la conoscenza della poesia decadente e simbolista. Frequenta inoltre gli ambienti delle avanguardie,
avvicinandosi ai principali esponenti del Futurismo. Nel frattempo, era venuto in Italia per arruolarsi come
volontario, e da qui prendono forma le liriche che lui pubblica ad Udine con il titolo “Porto sepolto”,
ispirate all’esperienza di combattimento sul fronte del Carso. Le opere appaiono poi in “Allegria di
naufragi”, fino a comparire nella raccolta “L’allegria”. Dopo aver combattuto anche in Francia, torna a
Parigi dove sposa Jeanne Dupoix.
In seguito si trasferisce a Roma, dove appoggerà il fascismo, visto come unico modo per ristabilire una
solidarietà nazionale. Divenuto uno dei più noti intellettuali italiani, la sua figura costituisce un punto di
riferimento essenziale per la nuova poesia, che verrà definita come “ermetica”.
Le vicende della Seconda Guerra Mondiale lo segnano profondamente, poiché egli dovrà sopportare la
morte del fratello e del figlio. Da queste esperienze è caratterizzata la prima raccolta poetica del
dopoguerra, “Il dolore”. Ungaretti muore a Milano nel 1970.

L’Allegria e la poetica
Ungaretti riordinò le sue poesie e diede loro il titolo “Vita d’un uomo”, per sottolineare il forte carattere
autobiografico e proponendo tutta la sua opera poetica come una sorta di “ricerca del tempo perduto”. La
componente autobiografica non significa che le opere ripercorrono la sua vita, ma si lega alla sua
concezione d’arte che sarà poi ripresa dagli ermetici, basata sul fatto che la letteratura e la vita sono
strettamente connesse fra di loro: la letteratura ha un ruolo privilegiato, ed ha il compito di illuminare
l’essenza stessa della vita.
Per comprendere meglio questo, bisogna sottolineare le novità formali che Ungaretti introduce. Nelle sue
opere vi è un’estrema riduzione della frase alle funzioni essenziali della sintassi e della parola. Questa
capacità di sintesi della poesia è conseguita attraverso l’utilizzo dell’analogia.
 Questo procedimento va oltre la simbologia e le metafore presenti nella letteratura precedente.
Egli sostiene infatti che la conoscenza della realtà mediante la letteratura dell’800 fosse lenta e
faticosa.
 Il suo fare poesia è invece rapido e sintetico, attraverso l’unione di immagini apparentemente
lontane. La strada che lui percorre è quella dei simbolisti, di Mallarmé, che colgono il valore
evocativo della parola.

Gli aspetti formali


La visione di Ungaretti influisce negli aspetti formali. Nelle opere troviamo infatti una distruzione del verso
tradizionale e l’uso di versi liberi. Non ci sono costruzioni complesse: la strofa è spesso costituita dalla sola
frase principale e la punteggiatura è quasi del tutto assente.
3 fasi editoriali:
1. Il porto sepolto: il titolo allude a ciò che di segreto esiste dentro di noi, ma il vero segreto è quello
della poesia, che il poeta deve riscoprire.
2. Allegria di naufragi: è un’espressione ossimorica. Per il primo termine Ungaretti si rifà all’esultanza
di un attimo; il secondo fa riferimento all’effetto distruttivo della morte.
3. Egli in seguito eliminò il termine “naufragi”, poiché voleva sottolineare maggiormente l’elemento
positivo.
L’Allegria
L’opera è divisa in 5 sezioni. La prima è intitolata “Ultime”, perché raccoglie testi legati alla raccolta
precedente. La seconda e la terza, “Il porto sepolto” e “Naufragi”, fanno riferimento a due poesie in esse
contenute. La quarta è la sezione “Girovago”, e la quinta è “Prime”, che allude alla stagione poetica
successiva.
I temi richiamano la componente autobiografica, ma si tratta di un’autobiografia “trasfigurata”, in quanto i
singoli eventi rappresentano un’esperienza paradigmatica in cui l’uomo incontra la verità della sua
esistenza. Un gruppo di temi si lega all’infanzia e all’adolescenza del poeta. Un’influenza importante è data
anche dall’esperienza sul fronte.
La guerra gli consente di stabilire contatti con la sua terra, ed è come se egli ritrovasse una sua identità. Ma
la guerra lo costringe anche a vivere nel confine tra la vita e la morte, dove ogni cosa può improvvisamente
rovesciarsi. Questo si traduce nel concetto di “poetica dell’attimo”, che sta alla base delle sue opere.
Particolare è anche la tematica del naufragio, che si collega al motivo del viaggio.

Il porto sepolto, da “L’Allegria”


Si tratta della poesia che aveva dato il titolo alla prima raccolta di poesie del 1916 poi raccolta insieme
all’Allegria dei naufragi nell’Allegria nel 1931.
La poesia in esame, Il porto sepolto, è composta da 7 versi liberi, disposti in due strofe. Ungaretti descrive
l’opera del poeta come una sorta di avventura, come una discesa in questo porto sepolto per riportare alla
luce soltanto dei frammenti che non possono essere decifrati. Il porto sepolto diventa quindi il simbolo di
ciò che è nascosto nell’animo di ogni uomo.
Prima strofa
La prima strofa si apre con l’avverbio di luogo “vi” che si riferisce al titolo della poesia. Il poeta infatti arriva
proprio nel porto sepolto perché esso diventa il luogo da cui nasce la poesia, è la fonte di ispirazione per
chi scrive. Il poeta ci arriva, torna in superficie con le sue poesie e le disperde tra gli uomini, un po’ come il
palombaro che trova dei reperti antichi e li riporta alla luce.
La funzione del poeta è quindi quella di scoprire cosa è rimasto sepolto nell’animo degli uomini e riportarlo
in vita, per provare a dare un po’ di sollievo.
Seconda strofa
La seconda strofa è una riflessione fatta sulla base della prima e quindi sull’opera del poeta stesso. Cosa ha
trovato in fondo all’animo umano? Nulla, perché il cuore degli uomini è un segreto inesauribile,
indefinibile. Solo il poeta, che ha un animo sensibile, riesce a percepire ciò che è nascosto nel cuore di
ognuno e riesce a tradurlo in poesia.

Fratelli, da “l’Allegria”
Fratelli fa parte delle poesie composte da Ungaretti durante la prima guerra mondiale, mentre il poeta si
trovava volontario al fronte. Il tema principale è quindi quello della precarietà della vita del soldato,
costantemente posta di fronte a una sensazione opprimente di morte. Anche in questi versi, come in
Soldati, la fragilità umana è espressa dall'autore attraverso il confronto tra individuo e natura: i fratelli
commilitoni diventano così “foglie appena nate” (v. 5). Con la definizione di “fratelli” (v. 10) i soldati
riacquistano la propria umanità ed intima dignità. Attraverso l'immagine de l'“involontaria rivolta
dell'uomo” (vv. 7-8), Ungaretti celebra l'istinto di quest'ultimo alla vita e il desiderio insito nell'animo di
ognuno di sfuggire la morte e la guerra. Lo stile poetico che usa qui Ungaretti è quello nominale ossia la
mancanza di verbi reggenti che lascia in sospeso la situazione.
Veglia, da “L’Allegria”
È una poesia scritta al fronte, composta da due strofe, in cui il poeta parla di come la guerra viene vissuta
nelle trincee. Il discorso è fluido, ed insiste sulla crudezza della situazione, anche attraverso l’uso delle
parole angosciose e dolorose. Il poeta ci racconta di una notte passata al fronte (sul Carso) accanto al
compagno che ormai ha perso la vita, e descrive la veglia che lui gli sta facendo. I participi passati fermano il
tempo, sono sinonimi di mancanza di vita. Nonostante tutto l’orrore, in quel momento emergono
sentimenti positivi nel poeta, in contrasto con la morte che vede; scrive lettere d’amore, dichiarando un
sentimento di attaccamento alla vita. In mezzo a tanta morte e distruzione, il poeta si aggrappa
disperatamente alla vita. Lo scrivere è una facoltà che lo riporta a vivere, la scrittura è un gesto, come
l’amore. Si nota la volontà di vivere nonostante la sofferenza.

San Martino del Carso, da “L’Allegria”


Il titolo è parte integrante del testo, ed è uno di quei luoghi che Ungaretti visita dopo i bombardamenti
della guerra. Come “Veglia”, l’opera si carica di immagini dolorose e di desolazione, date dagli effetti della
guerra che si manifestano nel paesaggio squallido e pieno di macerie e rovine. Il suo sguardo è sofferente,
e questa tristezza è conferita anche dall’uso di sostantivi che richiamano le atrocità della guerra (es.
brandello di muro).
Nella seconda strofa il suo pensiero va ai compagni persi, di cui non è rimasto più nulla. Ma grazie alla
memoria, Ungaretti può impedire che essi vengano dimenticati, come se il cuore si trasformasse in un
cimitero. Da qui deriva infatti l’analogia fra “paese” e “cuore”, che il poeta esprime nell’ultima strofa: “è il
mio cuore il paese più straziato”. Attraverso le parole che lui utilizza, emerge la lacerazione del suo animo,
e da qui nasce la “poesia di rottura”, che caratterizzerà molto le sue raccolte.

Soldati, da “L’Allegria”
L’opera inizialmente si chiamava “militari” ed era più lunga. Egli la scrive nel luglio 1918, durante la
campagna di Francia. Il titolo è parte integrante del testo, che è legato in un tutt’uno dall’uso di due
enjambements. Il verbo “si sta” trasmette un senso di anonimato, che accentua la solitudine che
accomuna l’animo dei soldati, la cui vita è paragonata a quella delle foglie, che sono estremamente fragili.
Il paragone rende una sensazione di angoscia dovuta a qualcosa che potrebbe accadere in ogni momento,
e che fa sì che l’esistenza sia sempre sospesa tra la vita e la morte.

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