Tesi D2006
Tesi D2006
1. Introduzione ......................................................................................................... 5
2. Il Verismo ............................................................................................................ 7
5. Conclusione ....................................................................................................... 36
6. Appendice ......................................................................................................... 37
7. Bibliografia ........................................................................................................ 39
4
1. Introduzione
5
Il terzo capitolo tratta della biografia di Giovanni Verga, della sua vita privata e
quella letteraria. Infine si accenna il paragrafo sul Verga fotografo perché questo
fatto non è molto noto.
Il quarto capitolo è la parte principale della nostra tesi in cui andiamo ad analizzare
il canone del verismo ed anche la poetica di Giovanni Verga. Nei sottocapitoli di
questo capitolo presentiamo il ruolo del narratore, il tipo della lingua, il tipico
personaggio verghiano, l’importanza dello spazio e l’ultimo sottocapitolo sarà
dedicato alla poetica dell’autore in cui andiamo ad analizzare l’importanza e il
messaggio di questo libro.
6
2. Il Verismo1
Dalla seconda metà dell’Ottocento tutt’Europa vive la grande diffusione delle
scienze naturali e tecniche. Lo sviluppo di queste scienze è così grande che anche le
scienze sociali adottano i metodi della ricerca naturale. Il filosofo francese Auguste
Comte (1798-1857) presenta la sua filosofia positivista sostenendo che la realtà è
solo quello che si può provare con i sensi e l’esperienza. Con la sua filosofia cerca di
creare un nuovo sistema con cui sostiuisca la religione.
Una grande influenza sullo sviluppo scientifico ha la teoria dell’evoluzione di
Charles Darwin secondo la quale esiste tra gli individui una lotta continua che
conduce alla selezione naturale. Accanto a questa teoria anche il filosofo Herbert
Spencer diffonde i pensieri dell’evoluzionismo.
Lo scienziato letterario francese e il filosofo Ippolito Taine sottolinea l’influsso
decisivo di eredità, di ambiente allo sviluppo dell’individuo. Con il suo metodo
influenza più tardi Èmile Zola e il naturalismo francese.
Secondo i principi delle scienze esatte gli scrittori cominciano a studiare anche la
psichica umana. I realisti credono che la vita spirituale è risultato di eredità,
educazione, dell’ambiente sociale e nazionale. Tale determinismo (la condizionalità
dell’esistenza umana) aumenta nel cosidetto naturalismo.
Il naturalismo è il movimento letterario che nasce in Francia e che direttamente
applica i pensieri positivisti e che si propone di descrivere la realtà psicologica e
sociale secondo i metodi delle scienze sociali. Come dice lo scrittore francese e
precursore del naturalismo Honoré de Balzac (1799-1850) il naturalismo dovrebbe
studiare in modo oggettivo e scientifico la società e la psicologia dell’uomo
orientandosi sui ceti più umili. Tale sforzo di presentare la realtà dovrebbe espressa
con un linguaggio diretto privo di particolari artificiosi e stilistici. Il teorico del
naturalismo, lo scrittore Èmile Zola (1840-1902) si focalizza nella sua opera sugli
aspetti più crudi della realtà, studia il proletariato urbano e il determinismo di tutta la
società con cui mostra come la letteratura favorisce allo sviluppo sociale e culturale.
Da tutti questi stimoli filosofi e scientifici si ispira la corrente letterario di realismo.
1
Cfr. il contenuto con B. Balajka a kol., Přehledné dějiny 1, SPN, Praha, 1970, pp. 337-340, la
traduzione è nostra; e G. Ferroni, Storia della letteratura italiana: Dall’Ottocento al Novecento,
Einaudi scuola, Milano, 1991, pp. 403-408
7
Il termine viene dal titolo dell’ esposizione La Rèalisme del pittore francese
Gustav Courbet (1819-1877) nel 1835. Il titolo per una nuova corrente figurativa si
diffonde anche nella letteratura. Il realismo rifiuta allegoria e sogetti storici,
sottolinea il collegamento dell’uomo con l’ambiente.
I difensori del realismo artistico pretendono lo studio rigoroso e universale della
vita sociale in tutti i suoi aspetti. Il realismo vuole rappresentare un uomo mediocre o
un gruppo più grande, vuole rappresentare l’ambiente. A caratterizzare l’eroe è il
periodo e le circostanze che lo modificano, lo scrittore segue l’eroe nello sviluppo.
I realisti procedono al loro soggetto in modo oggettivo. L’autore non è presente
nell’opera, sta sopra di essa. Il realismo si interessa soprattutto della
contemporaneità. Invece della diversità individuale gli scrittori si accorgono di quello
che è comune per il gruppo degli uomini.
Il principio dei realisti è esattamente esprimere la realtà. Lo scrittore realista
sceglie solo alcuni aspetti che vuole tipizzare, sui quali vuole rappresentare i
connotati tipici di pensieri e del comportamento umano.
Dallo sforzo dell’accessibilità e dalla naturalezza dell’opera artisitica risulta lo
sforzo degli scrittori realisti del tema chiaro e del linguaggio concreto. Perciò loro
cominciano ad usare la lingua parlata e il dialetto nella narrazione.
Il realismo si diffonde in tutte le letterature europee tra le quali anche nella
letteratura italiana.
Per il realismo in Italia si usa dagli anni Sessanta dell’Ottocento il termine verismo
con cui si esprime una corrente letteraria il cui scopo è esprimere «il vero». I centri
del verismo diventano prima Firenze e poi Milano, città più aperta alle nuove idee sia
quelle letterarie sia quelle industriali. Il propagatore del verismo in quel periodo è
soprattutto il letterato Salvatore Farina (1846-1918).
Il decennio seguente, gli anni Settanta, significano per il verismo un grande
sviluppo. Le idee del naturalismo francese trovano posto nella narrativa italiana e il
verismo se ne ispira. Lo sviluppo del verismo culmina intorno al 1880 grazie alle
opere di Giovanni Verga e Luigi Capuana e il loro canone dell’impersonalità.
Tutto il periodo degli anni Novanta è pieno dello sforzo di trovare nuovi modi
8
come esprimere la realtà. Gli scrittori inclinano alle nuove tendenze sentimentali
o psicologiche o alle tendenze moralistiche. Queste nuove tendenze si culminano con
l’arrivo della generazione degli scrittori come De Roberto e poi con le opere di
Pirandello e di Svevo.
Dopo l’unificazione dello Stato italiano gli scrittori si accorgono di un grande
divario tra il livello di vita al Nord e quello al Sud, soprattutto in Sicilia. Il
Mezzoggiorno è percepito come il mondo separato dalla situazione culturale e
contemporanea. Perciò gli scrittori decidono di orientarsi sulla campagna per
avvicinarla alla cultura sviluppata al Nord. Ma trovano il mondo povero, arretrato,
superstizioso con forte morale e con forte senso della tradizione. Tale visione della
vita conduce gli scrittori al pessimismo e alla rassegnazione. Perciò decidono di
percepire l’ambiente dal punto di vista degli abitanti. Tramite le opere offrono la
realtà siciliana, il mondo lontano dalla realtà con la forte tradizione religiosa, la vita
faticosa piena di sofferenza, la passione e la violenza.
Le vicende sono narrate con alcuni tratti regionali, con la lingua parlata con cui gli
scrittori cercano di avvicinare i lettori nell’ambiente. Oltre al nuovo modo linguistico
presentano il canone dell’impersonalità usato già dallo scrittore francese Gustave
Flaubert tramite cui i personaggi sono fatti vivere e parlano direttamente, il narratore
non li commenta o giudica.
Con questa espressione realistica viene fatto vedere un nuovo paesaggio letterario,
la Sicilia ardente, bruciata, piena di passioni e di sole con i personaggi da tutti gli
strati della società.
9
3. Biografia di Giovanni Verga2
2
Cfr. il contenuto noc G. Ferroni, Storia della letteratura italiana: Dall’Ottocento al Novecento,
Einaudi scuola, Milano, 1991, pp. 413-421 e G. Petronio, L’attività letteraria in Italia: Storia della
letteratura, Palumbo, Milano, 1975, pp. 733-736
10
del giornalismo, dove rimane quasi vent’anni incontrando alcuni letterati della
Scapigliatura ed altri scrittori della letteratura italiana tra i quali Capuana, Boito, De
Roberto, Giacosa, e altri. In quel periodo Milano diventa un centro vero della vita
mondana della società borghese. Da questo periodo vengono i romanzi Tigre reale ed
Eros entrambi publicati nel 1875. Il romanzo Tigre reale tratta del rapporto d’amore
tra un giovane siciliano sposato e una nobildonna russa. La relazione però distrugge
il giovane e lui si salva tornando dalla sua famiglia. Il romanzo Eros tratta della
storia di un marchese che dopo aver vissuto una relazione passionale con una donna
fatale, si suicida.
Nel 1874 viene pubblicata la novella Nedda, un bozzetto siciliano con cui Verga
apre un nuovo periodo letterario verista. Radicalmente si cambiano l’ambiente, in cui
Verga presenta il mondo contadino siciliano, ed anche i personaggi, perché per la
prima volta Verga narra la storia tragica e concreta di una povera raccoglitrice di
olive. Durante questo periodo letterario compone le raccolte di novelle Vita dei
campi (1880) e Novelle rusticane (1882). Le vicende delle novelle sono situate in
Sicilia intorno a Catania. I protagonisti sono di tutti i ceti della società – contadini,
pescatori, artigiani arricchiti, nobili di paese messi in contrapposizioni ai contadini. Il
tema principale è la vita quotidiana della gente contadinesca in tutti i suoi aspetti.
Nelle novelle Verga mostra il suo atteggiamento al luogo di nascita e si distacca dal
moderno mondo borghese. Dimostra l’indagine di tutta la società italiana, dalle classi
più basse alle più alte. Oltre alle due raccolte di novelle Verga inizia a scrivere un
ciclo de I Vinti articolato in cinque romanzi ispirati dai Rougon-Marquart da Èmile
Zola (si tratta di un ciclo di venti romanzi pubblicati negli anni 1871-93 dove lo
scrittore dipinge la società francese del periodo del secondo Impero tramite le
vicende di una famiglia). Verga ne raggiunge a scrivere solo due romanzi I
Malavoglia (1881) e Mastro don Gesualdo (1888). Il terzo romanzo La duchessa di
Leyra non è finito e gli altri due romanzi L’onorevole Scipioni e L’uomo di lusso non
li inizia più. Nel romanzo I Malavoglia Verga descrive la storia di una famiglia di
pescatori della città di Aci-Trezza. Una serie di disastri porta la famiglia alla rovina
economica dopo la lotta per il progresso alle condizioni di vita migliori.
11
Il romanzo Mastro don Gesualdo tratta di un muratore che diventa ricco e sposa
una nobildonna rifiutata dal suo fidanzato. Poco dopo Gesualdo comincia ad avere
una relazione d’amore con una contadina povera. Alla fine rimane solo, abbandonato
dalla sua famiglia e così il suo desiderio di esser stimato crolla.
Per alcuni anni Verga torna a Milano pubblicando le due ultime raccolte I
ricordi del capitano d’Arce (1891) e Don Candeloro & C. (1894). Nel 1891 fa un
viaggio in Germania per essere presente alla rappresentazione della Cavalleria
rusticana, opera lirica di Pietro Mascagni su testo di Verga, presentata per la prima
volta il 17 maggio 1890. Anche La Lupa è messa in musica, questa volta da Giacomo
Puccini.
Nel 1893 si torna definitivamente a Catania dedicandosi alle sue proprietà e
riducendo sempre più l’attività letteraria. Lavora solo al romanzo La duchessa di
Leyra, ma non riesce a finirlo.
Nel 1920 è nominato senatore a vita a Roma e il 27 gennaio 1922 muore da
trombosi cerebrale a Catania.
Oltre alle opere opere Verga si dedica anche al fotografare. Nel 1966 nella sua casa
natale in Catania si trova una vasta raccolta di fotografie. Tra esse si possono trovare
soprattutto le fotografie della famiglia, le fotografie degli amici di Verga, tra i quali
scrittori De Roberto, Boito, Capuana, i fratelli Treves e gli altri, poi le fotografie dei
contadini che ispirano Verga per i personaggi delle novelle, le fotografie della gente
del Nord e infine le fotografie dei viaggi all’estero.3
3
Cfr. [Link]/[Link]?CodLib=19907, 2006-04-11
12
4. Vita dei campi
4.1 Introduzione
Vita dei campi è una raccolta di novelle pubblicata da Verga presso l’editore
Treves nel 1880 e composta da otto novelle seguenti: Cavalleria rusticana, La Lupa,
Fantasticheria, Jeli il pastore, Rosso Malpelo, L’Amante di Gramigna, Guerra dei
santi e Pentolaccia. In alcuni edizioni si trova anche la novella Nedda cui brani
usiamo anche nella nostra analisi. L’azione delle novelle si svolge nell’isola di
Sicilia, nella provincia di Catania, paese natale di Verga.4 I protagonisti delle novelle
è il popolo meridionale e la loro vita quotidiana, semplice ma piena di lavoro
faticoso, di sfruttamento, ma nello stesso tempo di sentimenti e passioni profonde
che a volte sfociano in momenti drammatici e tragici. La vita contadinesca, anche se
semplice e infestata dalla malaria è piena di valori, tradizioni e dignità umana. La
vita è naturale, autentica.5
Verga con la raccolta di novelle rappresenta la vita del Mezzoggiorno in cui si
trovano i valori veri e autentici dei contadini. Verga preferisce la società rurale alla
società borghese in cui vede i sentimenti artificiosi, superflui e falsi. Tale tema della
contrapposizione tra il mondo siciliano e quello della città troviamo nella novella
Fantasticheria. 6
I temi principali della maggior parte delle novelle sono l’amore, la difesa del
focolare domestico e la passione nella forma d’infedeltà coniugale che finisce
tragicamente (Cavalleria rusticana, La Lupa, Jeli il pastore, Pentolaccia). I motivi
delle altre novelle sono la tradizione e il costume di Sicilia (Guerra dei santi) o la
ricerca d’identità dell’uomo e lo sforzo d’inserirsi nella società (Rosso Malpelo,
Nedda).7
La raccolta di novelle Vita dei campi è la prima opera veristica di Verga che apre il
suo nuovo periodo letterario. Verga per la prima volta presenta un nuovo stile
4
Si vedano le azioni delle novelle singoli nell’Appendice
5
Cfr. G. Ferroni, Storia della letteratura italiana: Dall’Ottocento al Novecento, Einaudi scuola,
Milano, 1991, p.422
6
G. Petronio, L’attività letteraria in Italia: Storia della letteratura, Palumbo, Milano, 1975, p. 738
7
Cfr. R. Luperini, Verga, Laterza, Bari, 1990, p. 18
13
letterario ispirandosi al naturalismo francese. Nelle pagine seguenti analizziamo la
poetica di Verga, innovativa e distaccata dalla tradizione e dalle esperienze
dell’Ottocento. Qui l’analisi riguarda i principali mezzi letterari, gli elementi
innovatori dell’autore ai lettori.
Prima analizziamo le tecniche narrative, in cui tratteremo della problematica del
tipo del narratore e del suo cambiamento; poi analizziamo i mezzi linguistici usati
per esprimere l’atmosfera adatta dell’ambiente ed anche dei personaggi.
L’altro sottocapitolo è dedicato al tipico eroe verghiano, al tipico protagonista delle
novelle.
Nel penultimo capitolo analizziamo il significato dello spazio nelle novelle, la
sua importanza nel rapporto ai personaggi.
L’ultimo capitolo tratta della poetica dell’autore, delle sue idee e del retroterra
culturale e sociale che spinge Verga a scrivere Vita dei campi. Con questo
sottocapitolo chiudiamo l’analisi del libro.
Per spiegare l’analisi dei mezzi tecnici usiamo anche i brani della raccolta Vita dei
campi, nel libro Tutte le novelle, stampato da A. Mondadori a Milano nel 1940.
14
4.2 Le tecniche narrative
Vita dei campi è la prima opera in cui Verga applica i principi della sua poetica
influenzata dall’oggettività del naturalismo francese. Lo scopo di Verga nelle sue
novelle è presentare le vicende in modo reale, oggettivo senza che fossero
interpretate dai diversi punti di vista dei personaggi. Per realizzare la sua intenzione
Verga presenta un nuovo tipo di narratore.
Il tipo di narratore più usato che si trova nella letteratura dell’Ottocento è il
cosiddetto «narratore onnisciente». Il primo connotato di questo tipo di narratore è
che narra la vicenda da vari punti di vista giudicandola e commentandola. Il narratore
narra la vicenda di una storia ai lettori come la percepisce lui stesso o le altre
persone.8
Tale tipo di narratore troviamo anche in Verga, principalmente durante il primo
periodo letterario9 parzialmente anche in Vita dei campi visto che le novelle furono
scritte nell’arco di alcuni anni. Il connotato del narratore onnisciente si trova anche
nella novella Nedda:
- Povera bambina! Che incominci a soffrire almeno il più tardi che sia possibile! - disse. Le
comari la chiamavano sfacciata, perché non era stata ipocrita, e perché non era snaturata.10
Il narratore penetra nella mente della protagonista e presenta al lettore che cosa
vede. Anche nella novella Jeli il pastore troviamo la possibilità di esprimere i
sentimenti con questo modo:
Ogni idea nuova che gli picchiasse nella testa per entrare, lo metteva in sospetto, e pareva la
fiutasse colla diffidenza selvaggia della sua vajata. Però non mostrava meraviglia di nulla al
8
Cfr. G. Zaccaria, C. Benussi, Per studiare la letteratura italiana, Bruno Mondadori, Milano, 2002,
pp. 148, 149-150
9
Si vedano i romanzi Amore e patria (1857) e I carbonari della montagna (1863)
10
Nedda, da Tutte le novelle, [Link]., p. 37
11
Ibidem, pp. 23-24
15
mondo: gli avessero detto che in città i cavalli andavano in carrozza, egli sarebbe rimasto
impassibile, con quella maschera d’indifferenza orientale che è la dignità del contadino siciliano.12
L’uso di Verga dello stile tradizionale è ovvio anche dall’ultima frase «quella
maschera d’indifferenza orientale che è la dignità del contadino siciliano», in cui si
vede l’influsso del cosiddetto «autore implicito» che mantiene una distanza dalla
situazione, possiamo dire che non è totalmente legato al luogo, viene d’altrove.13
Le altre novelle hanno già un carattere diverso dal bozzetto Nedda e dalla novella
Jeli il pastore. Verga decide di cambiare lo stile della narrazione e la sua intenzione
descrive nella lettera al suo amico Salvatore Farina la quale è nello stesso tempo la
prefazione alla novella L’Amante di Gramigna:
Caro Farina, eccoti non un racconto, ma l’abbozzo di un racconto. Esso almeno avrà il merito di
esser brevissimo, e di esser storico — un documento umano, come dicono oggi — interessante
forse per te, e per tutti coloro che studiano nel gran libro del cuore. Io te lo ripeterò così come l’ho
raccolto pei viottoli dei campi, press’a poco colle medesime parole semplici e pittoresche della
narrazione popolare, e tu veramente preferirai di trovarti faccia a faccia col fatto nudo e schietto,
senza stare a cercarlo fra le linee del libro, attraverso la lente dello scrittore. […] la mano
dell’artista rimarrà assolutamente invisibile, allora avrà l’impronta dell’avvenimento reale, l’opera
d’arte sembrerà essersi fatta da sé, aver maturato ed esser sòrta spontanea, come un fatto naturale,
senza serbare alcun punto di contatto col suo autore,14
L’intenzione di Verga è dipingere una storia che rifletta la realtà, con le persone in
un luogo; una storia che dipinga una vita reale dell’uomo, «un documento umano»
come l’autore stesso dice. Verga vuole presentare una storia così come potrebbe
esser vista dai protagonisti senza dover cambiarla in una forma più alta. Verga vuole
presentare la storia così come era accaduta, come se fosse fatta da sé.
Per realizzare tale intenzione Verga cambia la concezione del narratore. Comincia
a usare un nuovo tipo del narratore, il narratore popolare grazie a cui la storia è
presentata solo da un punto di vista, quello della comunità. Per la prima volta Verga
usa tale narratore nella novella Rosso Malpelo:
Malpelo si chiamava così perché aveva i capelli rossi; ed aveva i capelli rossi perché era un
ragazzo malizioso e cattivo, che prometteva di riescire un fior di birbone.15
Non c’è più Verga come autore implicito che tramite il narratore giudichi la
situazione ma il narratore che viene dallo stesso ambiente del protagonista, lo
12
Jeli il pastore, in Vita dei campi, da Tutte le novelle, [Link]., p. 158
13
Cfr. A. Marchese, L’officina del racconto: semiotica della narrativa, Mondadori, Milano, 1990, p.
82
14
L’amante di Gramigna, in Vita dei campi, da Tutte le novelle, [Link]., pp. 203-204
15
Rosso Malpelo, in Vita dei campi, da Tutte le novelle, [Link]., p. 187
16
conosce. Il narratore rappresenta la società che circonda il protagonista, sostiene
l’opinione e la mentalità della società di cui fa parte. E per questo il protagonista è
descritto così come lo percepisce la gente: «Egli era davvero un brutto ceffo, torvo,
ringhioso, e selvatico». 16 Il protagonista è percepito dalle altre persone in modo
negativo perché è diverso da loro per la fisionomia, che diventa, secondo loro, il
motivo del suo comportamento cattivo.17 Il sospetto della società nella differenza
della fisionomia e il comportamento dell’eroe si trova anche nella novella La Lupa:
Era alta, magra, aveva soltanto un seno fermo e vigoroso da bruna — e pure non era più giovane
— era pallida come se avesse sempre addosso la malaria, e su quel pallore due occhi grandi così, e
delle labbra fresche e rosse, che vi mangiavano.
Al villaggio la chiamavano la Lupa perché non era sazia giammai — di nulla. Le donne si
facevano la croce quando la vedevano passare, sola come una cagnaccia, con quell’andare
randagio e sospettoso della lupa affamata; ella si spolpava i loro figliuoli e i loro mariti in un
batter d’occhio, con le sue labbra rosse, e se li tirava dietro alla gonnella solamente a guardarli con
quegli occhi da satanasso, fossero stati davanti all’altare di Santa Agrippina.18
16
Rosso Malpelo, in Vita dei campi, da Tutte le novelle, [Link]., p. 187
17
Cfr. A. Marchese, L’officina del racconto: semiotica della narrativa, Mondadori, Milano, 1990, p.
81
18
La Lupa, in Vita dei campi, da Tutte le novelle, ed. cit., p. 139
19
Cfr. A. Marchese, L’officina del racconto: semiotica della narrativa, Mondadori, Milano, 1990, pp.
189-190
17
Il valore delle novelle veriste di Verga sta nella cosidetta tecnica dell’impersonalità.
Secondo l’autore, la storia si costruisce da sola grazie al narratore corale ovvero
popolare come chi documenta la vicenda. Resta invisibile, anonimo e nascosto, non
interviene nel “documento” e diventa parte integrante dell’ambiente come gli altri
personaggi. Li studia senza passione e ragiona secondo gli stessi criteri come loro.
Tale vicende narrate sono percepite dal lettore come se ci fosse presente lui stesso.
18
4.2.2 Il linguaggio
Così come il ruolo del narratore anche il linguaggio prova grandi cambiamenti
visto che le vicende si svolgonevano per la prima volta in un ambiente
completamente diverso di quello in cui si svolgevano i romanzi del periodo
precedente.
Ma prima di adottare i mezzi tecnici dello stile verista Verga in alcune novelle usa
ancora degli elementi tradizionali della letteratura dell’Ottocento dato che le novelle
erano nate nell’arco di alcuni anni. Si incontrano due piani linguistici: il piano
popolare e il piano borghese con fiorentinismi,20 che possiamo trovare nelle novelle
Nedda e Jeli il pastore:
Ah! si fa presto a dire! — aggiunse Nedda scrollando la testa, e lasciando trapelare per la prima
volta un'intonazione più dolente nella voce rude e quasi selvaggia: — ma a veder tramontare il
sole dall'uscio, pensando che non c‘è pane nell'armadio, né olio nella lucerna, né lavoro per
l'indomani, la è una cosa assai amara, quando si ha una povera vecchia inferma, là su quel
lettuccio!21
La lingua è quella dell’autore colto le cui parole, descrivendo i pensieri nella mente
dell’eroina, sono estranee all’ambiente rurale e allo stato della protagonista visto che
l’autore colto parla della protagonista come una «figliuola raggomitolata sull’ultimo
gradino della scala umana».22
Anche nella novella Jeli il pastore, all’inizio, troviamo l’uso del linguaggio poetico,
lirico nella descrizione del paesaggio:
Ah! le belle scappate pei campi mietuti, colle criniere al vento! i bei giorni d’aprile, quando il
vento accavallava ad onde l’erba verde, e le cavalle nitrivano nei pascoli! i bei meriggi d’estate, in
cui la campagna, bianchiccia, taceva, sotto il cielo fosco, e i grilli scoppiettavano fra le zolle, come
se le stoppie si incendiassero! il bel cielo d’inverno attraverso i rami nudi del mandorlo, che
rabbrividivano al rovajo23
Verga con questa descrizione presta attenzione alla regione, dove torna dopo lungo
tempo. Questo passaggio forse rappresenta i ricordi nostalgici dell’autore relativi
all’infanzia e all’adolescienza passate a Catania.
Come sostiene Angelo Marchese, «il parlare, nella narrazione, è strettamente
20
Cfr. R. Luperini, Verga, Laterza, Bari, 1990, pp. 18-19
21
Nedda, da Tutte le novelle, [Link]., p. 16
22
Ibidem, p. 16
23
Jeli il pastore, in Vita dei campi, da Tutte le novelle, [Link]., p. 153
19
connesso al vedere.» 24 Le novelle, per esprimere la realtà vera, devono essere
narratecon un linguaggio che rifletta la verità vista.
Le azioni delle novelle si svolgono in Sicilia e perciò i protagonisti dovrebbero
parlare in dialetto. Se Verga riflettesse la realtà anche sul campo linguistico, la
raccolta di novelle non sarebbe comprensibile per i lettori italiani delle altre regioni.
Perciò Verga sceglie un’altra via d’uscita. Sceglie una lingua intessuta di espressioni
e vocaboli dialettali, così che le persone parlano direttamente e il narratore è nascosto.
Quindi Verga mantiene la chiarezza per il pubblico ampio e nello stesso tempo
troviamo il carattere popolare dell’ambiente rurale.25
Il carattere rurale, familiare e locale è espresso nelle novelle in vari modi. Le forme
dialettali e colloquiali sono usate con il corsivo:26
Ora addio, gnà Lola, facemu cuntu ca chioppi e scampau, e la nostra amicizia finiu .27
Malpelo si chiamava così perché aveva i capelli rossi; ed aveva i capelli rossi perché era un
ragazzo malizioso e cattivo, che prometteva di riescire un fior di birbone. Sicché tutti alla cava
24
A. Marchese, L’officina del racconto: semiotica della narrativa, Mondadori, Milano, 1990, p. 92
25
Cfr. G. Petronio, L’attività letteraria in Italia: Storia della letteratura, Palumbo, Milano, 1975, pp.
743-744
26
Già Georgie Sand usava le espressioni dialettali in corsivo, p. es. ne Il secondo Ottocento, e come
sostiene l’autore del libro R. Luperini lo fa anche Verga, cfr. R. Luperini, Verga, Laterza, Bari, 1990,
p. 18
27
Cavalleria rusticana, in Vita dei campi, da Tutte lenovelle, [Link]., p. 132
28
la parola gnà deriva dalla parola spagnola doña, cfr. R. Luperini, Verga, Laterza, Bari, 1990, p. 21
20
della rena rossa lo chiamavano Malpelo; e persino sua madre, col sentirgli dir sempre a quel modo,
aveva quasi dimenticato il suo nome di battesimo.29
spaventato», trema «come una capretta sbrancata», sta con Janu «come una cerbiatta
innamorata», per finire sola «come un uccelletto». 31 Questi paragoni e diminutivi
testimoniano, il forte rapporto dell’uomo con l’ambiente rurale.
Anche le esclamazioni sono considerate il mezzo tecnico tipico per il linguaggio
regionale o locale:
Guardò don Alfonso, colla bella barba ricciuta, e la giacchetta di velluto e la catenella d’oro sul
panciotto, che prendeva Mara per la mano e l’invitava a ballare; lo vide che allungava il braccio,
quasi per stringersela al petto, e lei che lo lasciava fare — allora, Signore perdonategli, non ci vide
più, e gli tagliò la gola di un sol colpo, proprio come un capretto.32
29
Rosso Malpelo, in Vita dei campi, da Tutte le novelle, [Link], p. 187
30
Cfr. R. Luperini, Verga, Laterza, Bari, 1990, p. 41
31
Cfr. A. Marchese, L’officina del racconto: semiotica della narrativa, Mondadori, Milano, 1990, p.
80
32
Jeli il pastore, in Vita dei campi, da Tutte le novelle, [Link]., p. 71
21
Il discorso indiretto libero è un altro connotato usato nella raccolta. Questo
strumento corrisponde bene alla tecnica dell’impersonalità dell’narratore. Di più
Verga usa il classico tipo del discorso indiretto libero:
Il delegato disse infatti ch’egli era venuto per la conciliazione, col ramoscello d’ulivo in bocca,
come la colomba di Noè, e facendo il fervorino andava distribuendo sorrisi e strette di mano, e
andava a dicendo: — Loro signori favoriranno in sagrestia, a prendere la cioccolata, il dì della
festa.33
Oltre a questo classico esempio del discorso indiretto libero esiste, secondo Leo
Spitzer, un altro tratto tipico del linguaggio usato di Verga. Uno di essi è costituito
dai proverbi.
I proverbi si possono considerare una specie del discorso indiretto libero collettivo
o corale, perché essi rispecchiano le vicende della vita quotidiana della gente
nell’ambiente rurale.34
A Tebidi tutti lo conoscevano da piccolo, che non si vedeva fra le code dei cavalli, quando
pascolavano nel piano del lettighiere, ed era cresciuto, si può dire, sotto i loro occhi, sebbene
nessuno lo vedesse mai, e ramingasse sempre di qua e di là col suo armento! «Era piovuto dal
cielo, e la terra l’aveva raccolto» come dice il proverbio; proprio di quelli che non hanno né casa
né parenti. 35
Per quel che riguarda la tecnica linguistica in Verga è da notare l’uso del discorso
indiretto libero. L’originalità consiste secondo Leo Spitzer «nella filtrazione
sistematica della sua narrazione […] attraverso un coro di parlanti popolari». 36 Il
discorso indiretto del narratore è alternato con quello diretto del personaggio così che
il lettore salta il narratore e penetra in modo diretto nel mondo narrato.
La soluzione linguistica inventata da Verga consiste nell’applicazione di
espressioni e vocaboli dialettali modificati nella lingua letteraria così che la
narrazione ha un carattere locale e tipico dell’ambiente. È una lingua nuova ed
energica con le espressioni uguali dei personaggi.37
33
Guerra di santi, in Vita dei campi, da Tutte le novelle, [Link]., p. 214
34
Cfr. L. Spitzer, Studi italiani, Vita e pensiero, Milano, 1976, p. 302
35
Jeli il pastore, in Vita dei campi, da Tutte le novelle, p. 155
36
L. Spitzer, Studi italiani, Vita e pensiero, Milano, 1976, pp. 305-306
37
Cfr. G. Petronio, L’attività letteraria in Italia: Storia della letteratura, Palumbo, Milano, 1975, p.
744
22
4.3 Il personaggio tra la natura e la società
Da una parte la Sicilia è dipinta dall’autore come una regione mitica, incantevole,
calma, dove il tempo quasi si è fermato. Dall’altra parte Verga, già influenzato dalle
tendenze all’oggettività del naturalismo francese, vuole far vedere la realtà
dell’ambiente, della campagna piena del sole meridionale:
la gnà Pina era la sola anima viva che si vedesse errare per la campagna, sui sassi infuocati delle
viottole, fra le stoppie riarse dei campi immensi, che si perdevano nell’afa, lontan lontano, verso
l’Etna nebbioso, dove il cielo si aggravava sull’orizzonte.39
I salotti chiusi della borghesia milanese sono sostituiti dagli ampi campi sui quali
arde il sole bruciante. Le strade grigie vanno davanti ai prati d’erba verde dove
pascolano i greggi. Lo spazio chiuso della città è sostituito dallo spazio aperto del
Mezzogiorno. Catania diventa per Verga una nuova fonte di motivi. Non ci sono più
le dame, le ballerine e i cavalieri dei romanzi precedenti, ma i contadini comuni, i
possidenti, i sensali di cavalli, i raccoglitori di olive, i pastori, i minatori. I capricci
della società della città sono sostituiti dalla lotta quotidiana per la sopravvivenza.
38
Jeli il pastore, in Vita dei campi, da Tutte le novelle, [Link]., pp. 153-154
39
La Lupa, in Vita dei campi, da Tutte le novelle, [Link]., p. 141
23
Perciò troviamo il mondo della gente per cui la terra significa l’unica sorgente del
pane, la terra è per loro il senso di tutta la sua vita. La vita vuota e sostanzialmente
noiosa della borghesia è alternata con il dramma quotidiano dell’individuo. Così
come la vita della gente è reale, anche i suoi sentimenti sono reali. I personaggi nelle
novelle agiscono istintivamente, subito, senza esitare. Le loro passioni e sentimenti li
conducono ai comportamenti estremi. E qualche volta causano la morte (si vedano le
novelle Jeli il pastore, Cavalleria rusticana, Pentolaccia). La loro vita è legata con il
luogo di nascita, con la natura che le rende possibile vivere. La natura diventa, per la
gente, il fonte per la vita. Così come nella natura reggono l’ordine e le leggi
intransingenti che non si possono disturbare, anche nella società sono in vigore
l’ordine, le tradizioni e le leggi che tutti devono rispettare. Chi è diverso non può
diventare parte di tale società.
Gli eroi delle novelle sono scelti dal Verga tra quelli che sono estranei all’ordine e
alla tradizione della società. Gli eroi delle novelle sono i personaggi che hanno il
problema di entrare a far parte della comunità umana, perché sono diversi degli altri,
spesso a causa della fisionomia o del comportamento, con cui disturbano l’andatura
della società. Tali personaggi si trovano nelle novelle La Lupa e L’Amante di
Gramigna:
Era alta e magra; aveva soltanto un seno fermo e vigoroso da bruna e pure non era più giovane;
era pallida come se avesse sempre addosso la malaria, su quel pallore due occhi grandi così, e
delle labbra fresche e rosse, che vi mangiavano.
Al villaggio la chiamavano la Lupa, perché non era sazia giammai di nulla. Le donne si
facevano la croce quando la vedevano passare, sola come una cagnaccia, con quell’andare
randagio e sospettoso della lupa affamata ella si spolpava i loro figli e i loro mariti in un batter
d’occhio, con le sue labbra rosse, e se li tirava dietro alla gonnella solamente a guardarli con
quegli occhi da satanasso, fossero stati davanti all’altare di santa Agrippina.40
Parecchi giorni or sono, laggiù lungo il Simeto, davano la caccia a un brigante, certo Gramigna,
se non erro, un nome maledetto come l’erba che lo porta, il quale da un capo all’altro della
provincia s’era lasciato dietro il terrore della sua fama. Carabinieri, soldati, e militi a cavallo, lo
inseguivano da due mesi, senza esser riesciti a mettergli le unghie adosso; era solo, ma valeva per
dieci, e la mala pianta minacciava di moltiplicarsi. […]Per duecento miglia all’intorno, correva la
leggenda delle sue gesta, del suo coraggio, della sua forza, di quella lotta disperata, lui solo contro
mille, stanco, affamato, arso dalla sete, nella pianura immensa, arsa, sotto il sole di giugno. 41
Nella società rurale in cui si mescolano le tradizioni pagane e cristiane, alle persone
estranee alla società sono attribuite le forze sovrumane. La Lupa e Gramigna sono
percepiti come la personificazione del diavolo, la Lupa soprattutto per gli suoi occhi,
40
La Lupa, in Vita dei campi, da Tutte le novelle, [Link]., p. 139
41
L’Amante di gramigna, in Vita dei campi, da Tutte le novelle, [Link]., pp. 204-205
24
Gramigna per la sua abilità di evitare la polizia. Negli occhi della gente essi
diventano persone mitiche ed enigmatiche, che con la loro esistenza eccezionale
attraggono le altre persone e le inducono in tentazione. Così Nanni cede alla Lupa e
Peppa lascia la casa natale, la madre e il fidanzato, perché «s’era scaldata la testa per
Gramigna, senza conoscerlo neppure.»42 La società li esclude, perché sono pericolosi
per essa, Gramigna è incarcerato e Nanni uccide la Lupa per evitare la tentazione.
Emarginati sono anche quelli che dopo la morte di uno dei genitori cercano di
ritrovare una nuova famiglia. Tali eroi sono Jeli, Rosso Malpelo e Nedda. Sono
ragazzi che si guadagnano il pane perché i propri genitori lavorano in un posto
lontano (si veda la novella Jeli il pastore) o sono gravamente ammalati (la madre di
Nedda). A Jeli ed a Rosso Malpelo muore il padre, a Nedda la madre. Abbandonati
dal resto della famiglia, cercano di trovare un nuovo posto nella vita. Jeli nel lavoro
come guardiano di vacche, Rosso Malpelo nell’amicizia con il ragazzo Ranocchio.
Ma anche questa speranza crolla. Jeli è costretto ad assistere all’uccisione dello
stellato, un bue del suo gregge, Rosso Malpelo alla morte dell’asino e alla morte
dell’amico Ranocchio cui cercava di essere il padre. Ma la società invece di aiutarli è
indifferente:
I viandanti che andavano alla festa, e sentivano piangere a quel modo in mezzo al buio,
domandavano cosa avessero perso, e poi, come sapevano di che si trattava, andavano per la loro
43
strada.
Anche Nedda soffre delle ingiustizie invece di ricevere aiuto dalla parte delle sue
compagne dopo la morte della madre:
Le ragazze del villaggio sparlarono di lei perché andò a lavorare subito il giorno dopo la morte
della sua vecchia, e perché non aveva messo il bruno; […] le fanciulle, vestite dei loro begli abiti
da festa, si tiravano in là sul banco, o ridevano di lei, e i giovanotti, all’uscire di chiesa, le
dicevano facezie grossolane,44
Gli eroi vivono l’ esclusione e il fato crudele di essere orfani. «Si è esclusi perché,
essendo orfani, si è privi dell’unica protezione e dell’unica solidarietà che
naturalmente può esistere perché fondata sul vincolo di sangue; e si è esclusi perché
si è più poveri degli altri, collocati ad un gradino sociale inferiore.»45 Perciò gli
orfani cercano di uscire dalla loro posizione inferiore. Una soluzione come superare
42
L’Amante di gramigna, in Vita dei campi, da Tutte le novelle, [Link]., p. 206
43
Jeli il pastore, in Vita dei campi, da Tutte le novelle, [Link]., p. 169
44
Nedda, da Tutte le novelle, [Link]., p. 28
45
R. Luperini, Verga, Laterza, Bari, 1990, p. 29
25
questa posizione umile è attraverso il matrimonio e così diventare parte integrante
dello strato superiore della società. Così Jeli, il pastore, si sposa con Mara, figlia di
massaro Agrippino. Ma tale matrimonio disuguale è corrotto dall’infedeltà di Mara
consumata con don Alfonso, l’amico di Jeli dall’infanzia.
Verga attribuisce un ruolo speciale alle donne. Esse sono la roba che è facilmente
attratta agli uomini più ricchi e più interessanti degli loro mariti. Così in Cavalleria
rusticana Lola tradisce il marito Alfio con il soldato Turiddu, Venera tradisce
Pentolaccia nella novella omonima con il medico familiare don Liborio.46
I mariti perciò difendono le mogli come il loro possesso ed anche l‘onore e la
tradizione famigliare, il fuoco domestico vendicandosi dei rivali. Nella società alta
questo problema si risolverebbe con il duello ma in questo ambiente rurale i rivali
sono uccisi istintivamente. Perciò Jeli all’improvviso e brutalmente uccide don
Alfonso come l’animale difende i suoi figli. 47
Fino al 5 agosto 1981 nel codice penale italiano esiste la legge che sanziona con
pene di reclusione di tré o sette anni colui che perpetra il cosiddetto delitto d’onore,
quindi chi uccide la moglie adultera o l’amante o entrambi, per salvare l’onore della
famiglia.48
Anche in Rosso Malpelo e Nedda i tentativi di integrazione nella società crollano.
Ambedue i protagonisti sono abbandonati dalla loro famiglia. A Nedda muore il
marito, Janu ed anche la figlia, ed a Rosso Malpelo vengono a mancare il padre e
l’amico Ranocchio. La cava dove lavora rappresenta per Rosso Malpelo il posto che
gli ha tolto tutti quelli che amava. La cava gli ha liberati dal lavoro duro. Rosso
Malpelo non vuole restare solo. Perciò decide di accettare un lavoro pericoloso per
seguire il padre a cui voleva bene e l’amico che considerava quasi il figlio. Compie
la tradizione: «chi è nato in quel mestiere ci deve morire.»49
Il mondo in Vita dei campi è pieno di sentimenti, passioni e amore che la gente
vive istintivamente così come la natura è basata sugli istinti. Ma sopra di tutto c’è
l’ordine sociale e famigliare. Verga pone un grande accento sulla percezione del
valore naturale della famiglia e il legame matrimoniale. Le leggi che si basano sulle
46
Cfr. R. Luperini, Verga, Laterza, Bari, 1990, p. 31
47
Cfr. R. Barilli, Dal Boccaccio al Verga: La narrativa italiana in età moderna, Bompiani, Milano,
2003, p. 373
48
Cfr. http.//[Link]/wiki/Delitto _d’onore, 2006-04-09
49
R. Luperini, op. cit., p. 43
26
leggi della natura sono immutabili per secoli perché si conservano di generazione in
generazione. Nella natura sopravvive solo il più forte. E perciò nella società umana
l’individuo non può non rimanere solo e fonda una famiglia che sta sopra di tutto.
Per questo motivo l’individuo cerca di essere la parte di tale società. Nella società gli
uomini fondano la famiglia che proteggono contro il pericolo così come l’animale
protegge i suoi figli. Vogliono mantenere i legami tenaci così come esistono nella
natura. «La vita degli uomini è sostanzialmente ripetizione e tautologia come la vita
animale.»50
Verga nelle novelle diffonde il darwinismo sociale, una teoria nata tra gli anni
1870-80 basata alle leggi naturali di Charles Darwin. La teoria spiega che ogni
comunità è fondata sulla lotta per la sopravvivenza in cui vince quello che è il più
forte, cioè i più capaci superano i meno capaci.51
Verga pone i suoi personagggi in questo mondo, dove vivono da una parte la vita
piena di dolore e di sconfitta, ma da un’altra parte piena di dignità, onore e tradizione
nata dalla legge forte della natura. L’uomo è legato con la natura perché l’ambiente
crea il carattere completo dell’uomo.
50
R. Luperini, op. cit., p. 45
51
Cfr. Dizionario enciclopedico italiano, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, il terzo volume, Roma,
1970, p. 756
27
4.4 Lo spazio e i simboli
52
F. Brioschi e C. Di Girolamo, Manuale di letteratura italiana, Bollati Boringhieri, Torino, 1996, p.
520
53
Rosso Malpelo, in Vita dei campi, da Tutte le novelle, [Link]., p. 195
28
Il mito di Rosso Malpelo è compiuto quando resta solo al mondo. La cava diventa
fatale prima per suo padre mastro Misciu, poi anche per l’amico Ranocchio e anche
per l’asino grigio. Così la cava rappresenta un posto dove si è scomparsa la famiglia
del protagonista. Perciò assume un compito pericoloso e in cui anche lui perde la
sua vita:
Allora, nel partire, si risovvenne del minatore, il quale si era smarrito, da anni ed anni, e
cammina e cammina ancora al buio, gridando aiuto, senza che nessuno possa udirlo. Ma non disse
nulla. Del resto a che sarebbe giovato? Prese gli arnesi di suo padre, il piccone, la zappa, la
lanterna, il sacco col pane, il fiasco del vino, e se ne andò: né più si seppe nulla di lui.
Così si persero persin le ossa di Malpelo, e i ragazzi della cava abbassano la voce quando
parlano di lui nel sotterraneo, ché hanno paura di vederselo comparire dinanzi, coi capelli rossi e
gli occhiacci grigi.54
Troviamo alcuni simboli dello spazio. Per il protagonista, come già abbiamo detto,
ci sono due mondi: il mondo esteriore, dove vivono gli altri minatori, la madre e la
sorella; e quello interiore, la cava, il buio, in cui Rosso Malpelo trova calma,
tranquillità e anche gioia proprio dopo esser abbandonato da tutti quelli che
facevano parte nella sua vita. Questi due mondi si mettono in contrapposizione tra
dentro e fuori, dove il dentro significa la famiglia e il fuori la solitudine. Poiché
Rosso Malpelo non riesce a vivere solo, elegge il suicidio per poter incontrare la
famiglia. Con questo fatto diventa tale leggenda che la cava prende il suo nome: «la
cava di Malpelo»55 e per sempre il ragazzo resta nella mente degli altri ragazzi.56
Il motivo della contrapposizione tra dentro e fuori lo troviamo anche nella novella
La Lupa. L’individualità forte, appassionata e piena di fervore corrisponde con la
descrizione dello spazio:
la gnà Pina era la sola anima viva che si vedesse errare per la campagna, sui sassi infuocati delle
viottole, fra le stoppie riarse dei campi immensi, che si perdevano nell’afa, lontan lontano, verso
l’Etna nebbioso, dove il cielo si aggravava sull’orizzonte. 57
Così come sono immense la campagna, anche l’amore della gnà Pina è immenso
per Nanni, ha sete di lui, come la sete ardente in giugno. Così come si cammina
liberamente fra i campi, vuole l’amore libero e fra le stoppie riarse avviene la
seduzione di Nanni:
— Svègliati! — disse la Lupa a Nanni che dormiva nel fosso, accanto alla siepe polverosa, col
capo fra le braccia. — Svegliati, ché ti ho portato il vino per rinfrescarti la gola.
54
Rosso Malpelo, in Vita dei campi, da Tutte le novelle, [Link]., p. 202
55
Rosso Malpelo, in Vita dei campi, da Tutte le novelle, [Link]., p. 187
56
Cfr. A. Marchese, L’officina del racconto: semiotica della narrativa, Mondadori, Milano, 1990, p.
98
57
La Lupa, in Vita dei campi, da Tutte le novelle, [Link]., pp. 141-142
29
Nanni spalancò gli occhi imbambolati, tra veglia e sonno, trovandosela dinanzi ritta, pallida, col
petto prepotente, e gli occhi neri come il carbone, e stese brancolando le mani.
— No! non ne va in volta femmina buona nell’ora fra vespero e nona! — singhiozzava Nanni,
ricacciando la faccia contro l’erba secca del fossato, in fondo in fondo, colle unghie nei capelli. —
Andatevene! andatevene! non ci venite più nell’aia!
Ella se ne andava infatti, la Lupa, riannodando le trecce superbe, guardando fisso dinanzi ai suoi
passi nelle stoppie calde, cogli occhi neri come il carbone.
Ma nell’aia ci tornò delle altre volte, e Nanni non le disse nulla. Quando tardava a venire anzi,
nell’ora fra vespero e nona, egli andava ad aspettarla in cima alla viottola bianca e deserta, col
sudore sulla fronte: e dopo si cacciava le mani nei capelli, e le ripeteva ogni volta: — Andatevene!
andatevene! Non ci tornate più nell’aia!58
Verga pone nella descrizione dello spazio e del personaggio anche i dettagli che
esprimono simboli. Così troviamo nell’ultimo brano i manipoli di papaveri rossi che
durano il breve tempo così come brevemente è durato il rapporto tra la Lupa e
Nanni.
Nella contrapposizione dello spazio troviamo alcuni simboli. Nella novella La
Lupa troviamo il contrasto tra la tradizione e la libertà. Il simbolo della tradizione è
rappresentata dalla casa, dove la Lupa vive insieme a Nanni e la figlia Maricchia. La
casa simboleggia lo spazio della sicurezza famigliare. In opposizione c’è la
campagna, la natura significa la libertà, non valgono più le leggi umane che
limiterebbero la protagonista.
Importante è il rapporto della Lupa con la religione. Anche se non va mai in chiesa,
rispetta la casa come il simbolo della sacralità e non seduce mai Nanni in casa. Ma
chi profana la casa è condannato con la pena più alta. Così i mariti traditi uccidono
gli amanti, ma non a casa, ma fuori perché non valgono più le leggi umane. Così nei
campi Jeli uccide don Alfonso, Nanni la Lupa o don Alfio uccide Turiddu nella
novella Cavalleria rusticana. Nella novella Jeli il pastore troviamo anche i motivi
ripetitivi. C’è un motivo della gelosia che si trova nelle sequenze delle feste. Per la
prima volta Jeli la prova quando vede Mara alla festa con il figlio di massaro Neri:
In quel momento Mara era sempre al fianco del figlio di massaro Neri, gli si appoggiava colle due
mani intrecciate sulla spalla, e al lume dei fuochi colorati sembrava ora tutta bianca ed ora tutta
rossa. Quando scapparono pel cielo gli ultimi razzi in mucchio, il figlio di massaro Neri, si voltò
verso di lei, bianca in viso, e le diede un bacio.
Jeli non disse nulla, ma in quel punto gli si cambiò in veleno tutta la festa che aveva goduto sin
allora, e tornò a pensare a tutte le sue disgrazie, che gli erano uscite di mente —59
Per la seconda volta Jeli prova questo sentimento quando vede Mara, adesso sua
moglie, quasi nell’abbraccio di don Alfonso:
58
La Lupa, in Vita dei campi, da Tutte le novelle, [Link]., pp. 141-142
59
Jeli il pastore, da Vita dei campi, da Tutte le novelle, [Link]., p. 174
30
Guardò don Alfonso, colla bella barba ricciuta, e la giacchetta di velluto e la catenella d’oro sul
panciotto, che prendeva Mara per la mano e l’invitava a ballare; lo vide che allungava il braccio,
quasi per stringersela al petto, e lei che lo lasciava fare — allora, Signore perdonategli, non ci vide
più, e gli tagliò la gola di un sol colpo, proprio come un capretto.60
Verga menziona nella sua prima raccolta veristica anche il connotato della città. La
città è dipinta in modo negativo nella novella L’amante di Gramigna. La città è,
secondo Verga, uno spazio che separa gli uomini, lo spazio come il carcere che
separa gli uomini:
Allora, di notte, se ne andò via dal paese, lasciando il figliuolo ai trovatelli, senza voltarsi
indietro neppure, e se ne venne alla città dove le avevano detto ch’era in carcere Gramigna.
Gironzava intorno a quel gran fabbricato tetro, guardando le inferriate, cercando dove potesse
esser lui, cogli sbirri alle calcagna, insultata e scacciata ad ogni passo.
Finalmente seppe che il suo amante non era più lì, l’avevano condotto via, di là del mare,
ammanettato e colla sporta al collo. Che poteva fare? Rimase dov’era, a buscarsi il pane rendendo
qualche servizio ai soldati, ai carcerieri, come facesse parte ella stessa di quel gran fabbricato tetro
e silenzioso.61
Verga così mette in opposizione la città e la campagna. La città è uno spazio freddo
dove l’uomo perde l’identità, sé stesso e la libertà in contrasto con la campagna che è
dipinta come uno spazio aperto, pieno di sole e di campi immensi, non limitati, dove
tutto è reale, come la natura stessa, la gente è libera. Verga mette in opposizione gli
edifici freddi costruiti dall’uomo e il paesaggio vivace della natura. Verga pone in
contrasto la città come il simbolo del carcere e la campagna come simbolo della
libertà.
Il personaggio è strettamente collegato con l’ambiente, con lo spazio geografico
perché è completamente caratterizzato. Con la descrizione dello spazio Verga
definisce la personalità dei personaggi.
60
Jeli il pastore, in Vita dei campi, da Tutte le novelle, [Link]., pp. 185-186
61
L’Amante di Gramigna, in Vita dei campi, da Tutte le novelle, pp. 208-209
31
4.5 La poetica di Verga
Per completare l’analisi dello stile verghiano e dei mezzi veristi nella raccolta di
novelle bisogna presentare anche il retroterra culturale-sociale dell’Ottocento – i
ragionamenti, la visione della vita dell’autore, i suoi pensieri, l’orientamento politico
di quel periodo perché tutto questo si riflette nelle novelle.
Il carattere dell’Italia meridionale, del popolo ed anche dell’ambiente è dipinto da
Verga nella novella Fantasticheria. Ci sono accostati due mondi che giocano un
ruolo importante nella vita dell’autore: il mondo borghese e il mondo rurale. Il primo
è rappresentato dalla protagonista della novella, una dama borghese, mentre il
secondo è rapresentato dal narratore come guida della dama. Nella novella l’ideale
del mondo rurale è chiamato da Verga «l’ideale dell’ostrica»:
— Insomma l’ideale dell’ostrica! — direte voi. — Proprio l’ideale dell’ostrica! e noi non abbiamo
altro motivo di trovarlo ridicolo, che quello di non esser nati ostriche anche noi —.
Per altro il tenace attaccamento di quella povera gente allo scoglio sul quale la fortuna li ha lasciati
cadere, mentre seminava principi di qua e duchesse di là, questa rassegnazione coraggiosa ad una
vita di stenti, questa religione della famiglia, che si riverbera sul mestiere, sulla casa, e sui sassi
che la circondano, mi sembrano — forse pel quarto d’ora — cose serissime e rispettabilissime
anch’esse. […]Un dramma che qualche volta forse vi racconterò, e di cui parmi tutto il nodo debba
consistere in ciò: — che allorquando uno di quei piccoli, o più debole, o più incauto, o più egoista
degli altri, volle staccarsi dai suoi per vaghezza dell’ignoto, o per brama di meglio, o per curiosità
di conoscere il mondo; il mondo, da pesce vorace ch’egli è, se lo ingoiò, e i suoi più prossimi con
lui. — E sotto questo aspetto vedrete che il dramma non manca d’interesse. Per le ostriche
l’argomento più interessante deve esser quello che tratta delle insidie del gambero, o del coltello
del palombaro che le stacca dallo scoglio.62
Verga con questa idea rappresenta la mentalità del popolo rurale. Come già
abbiamo detto nel capitolo 4.3 Il personaggio tra la natura e la società, la vita
umana è strettamente collegata con la terra. Sulla base del luogo di nascita l’uomo ha
inventato le leggi che gli uomini rispettano per secoli. Queste leggi ed anche i valori
morali sono conservate immutabili ed in questa forma passate di generazione in
generazione e stanno sopra di tutto. L’uomo che rispetta i valori del genere – il
mestiere, la famiglia, le tradizioni e le leggi, è protetto. L’uomo è protetto
dall’ambiente e dalla morale, così come l’ostrica è protetta dal suo guscio, ma fino al
momento quando l’equilibrio della sua vita è violato dalla voglia di cambiare la vita.
L’uomo è destinato a vivere la sua vita predestinata dalla tradizione degli antenati.
Se uno vuole cambiare questa predestinazione e salire dalla tradizione fatta già da
62
Fantasticheria, in Vita dei campi, da Tutte le novelle, [Link]., pp. 151-152
32
suo nonno e suo padre, «il mondo, da pesce vorace ch'egli è, se lo ingoiò, e i suoi
più prossimi con lui.»63
Verga rappresenta l’idea del pessimismo, una visione tragica dell’uomo
condannato al destino pieno di sofferenza e al destino inevitabile, perché, come già
abbiamo detto sopra, il retroterra culturale del popolo è basato sulle tradizioni e sui
valori immutabili. Il fato già predestinato agli antenati è dato anche ai discendenti. Il
fato e lo stile della vita dell’uomo sono immutabili per generazioni, come si vede
nelle novelle Nedda e Rosso Malpelo:
Nessuno avrebbe potuto dire quanti anni avesse cotesta creatura umana; la miseria l'aveva
schiacciata da bambina con tutti gli stenti che deformano e induriscono il corpo, l'anima e
l'intelligenza. - Così era stato di sua madre, così di sua nonna, così sarebbe stato di sua figlia.64
Certamente egli avrebbe preferito di fare il manovale, come Ranocchio, e lavorare cantando sui
ponti, in alto, in mezzo all’azzurro del cielo, col sole sulla schiena, — o il carrettiere, come
compare Gaspare, che veniva a prendersi la rena della cava, dondolandosi sonnacchioso sulle
stanghe, colla pipa in bocca, e andava tutto il giorno per le belle strade di campagna; — o meglio
ancora, avrebbe voluto fare il contadino, che passa la vita fra i campi, in mezzo ai verde, sotto i
folti carrubbi, e il mare turchino là in fondo, e il canto degli uccelli sulla testa. Ma quello era stato
il mestiere di suo padre, e in quel mestiere era nato lui.65
Gli eroi stessi non vogliono mutare il loro fato perché non ne sono capaci. Sono
rassegnati con quello che gli accade. Verga, influenzato dall’onda del Positivismo,
non crede a Dio e alla Provvidenza e neanche all’uomo stesso che muti il suo fato. E
se l’uomo vuole mutare la vita, è umiliato.66
Nel mondo, in cui non c’è la fede in Dio, reggono le leggi intransigenti della natura
e le leggi umani basate su quelle della natura, dove sono le lotte di un più forte e di
un più debole ovvero la teoria basata nell’evoluzione naturale67, così come è dipinto
nella novella Rosso Malpelo:
— Se ti accade di dar delle busse, procura di darle più forte che puoi; così gli altri ti terranno da
conto, e ne avrai tanti di meno addosso —[…] — La rena è traditora, — diceva a Ranocchio
sottovoce; — somiglia a tutti gli altri, che se sei più debole ti pestano la faccia, e se sei più forte, o
siete in molti, come fa lo Sciancato, allora si lascia vincere.68
Torniamo ancora una volta al positivismo di Verga. A ogni uomo è dato un certo
fato che non è possibile mutare. Se uno vuole mutarlo è umiliato. La violenza della
63
Cfr. R. Luperini, Verga, Laterza, Bari, 1990, p. 45
64
Nedda, da Tutte le novelle, [Link]., p. 17
65
Rosso Malpelo, in Vita dei campi, da Tutte le novelle, p. 194
66
Cfr. G. Petronio, L’attività letteraria in Italia: Storia della letteratura, Palumbo, Milano, 1975, p.
739
67
Cfr. nota 50 del sottocapitolo 4.3 Il personaggio tra la natura e la società
68
Rosso Malpelo, in Vita dei campi, da Tutte le novelle, p. 192
33
Tradizione della vita è dipinta nella novella Jeli il pastore, dove possiamo vedere
il matrimonio disuguale del pastore Jeli e Mara, la figlia di massaro Agrippino:
— Sì, — disse Jeli, e posò la cazza sull’orlo della zangola. — Ma io sono un povero pecoraio,
e non posso pretendere alla figlia di un massaro come sei tu […]
— Tu dovresti venirtene alla Salonia anche te! — disse alla moglie che stava a guardarlo dalla
soglia. — Tu dovresti venirtene con me —.
Ma la donna si mise a ridere, e gli rispose che ella non era nata a far la pecoraia, e non aveva
nulla da andare a farci alla Salonia. Infatti Mara non era nata a far la pecoraia, e non ci era avvezza
alla tramontana di gennaio, quando le mani si irrigidiscono sul bastone,69
In questo mondo non c‘è spazio per i sentimenti o gli ideali elevati. Il mondo è
dominato dall’onore e principalmente dall’interesse economico, come nei matrimoni,
dove sono principali i possessi dal marito e la dote dalla moglie. Così il popolo è
diviso in vari strati, dai poveri ai ricchi. Gli strati sono chiusi e perciò è difficile o
quasi impossibile per l’uomo muoversi da uno strato all’altro, visto che in ogni strato
vale diverso stile di vita.
La rappresentazione di Verga della gente umile, dei contadini poveri e della Sicilia
arretrata comincia a essere interessante anche per i politici. Loro vedono nelle
novelle e nello stile verghiano la possibilità di accentuare il divario tra i ricchi e i
poveri e di superarlo. Ma Verga non decide di essere membro di un gruppo e
accusare uno strato del popolo, non vuole essere strumento della politica ed
annunciare una riparazione. Verga prende un’altra via d’uscita. Rinuncia al
socialismo e decide di dipingere tale verità quale è. Con la raccolta di novelle, con
un’indagine sociale sulla situazione del Mezzogiorno, Verga mostra il motivo dei
problemi in Italia – la povertà del Meridione, l’egoismo e la superficialità dei ricchi,
la cecità dei politici e l’estraneità del popolo allo Stato.70
Verga disgustato dall’esigenza di participare alla politica con le sue novelle e
disgustato anche dal disinteresse del ceto borghese eleva il tradizionalismo e i valori
del popolo rurale. A parte del naturalismo francese che dietro lo squilibrio sociale
vede gli strati ricchi e li accusa e chiama le riparazioni, Verga eleva la campagna,
l’anima umana, la vita umana e le sue sostanze e i valori tradizionali che rendono la
vita umana più stabile e felice.
Il retroterra culturale-sociale dello stile verista di Verga è basato su tre cose. Prima
sulla teoria dell’evoluzione naturale, in cui stanno in contrapposizione la lotta di chi
69
Jeli il pastore, in Vita dei campi, da Tutte le novelle, p. 179
70
Cfr. G. Petronio, L’attività letteraria in Italia: Storia della letteratura, Palumbo, Milano, 1975, p.
739
34
è più forte con chi è più debole. Così si manifesta il rapporto dell’uomo con la natura,
perché secondo le leggi della natura l’uomo modifica il suo comportamento. Un altro
componente dell’ideologia si basa sulle indagini contemporanee dell’arretratezza del
Mezzogiorno che spinge Verga ad orientarsi verso il popolo rurale e la scoperta degli
umili come l’anima umana. E infine il naturalismo francese è l’ultimo connotato che
crea la visione della vita di Verga. Ispirandosi da questo stile letterario Verga in
modo obbiettivo presenta un quadro della vita non solo dei campi ma di tutta la
società italiana.
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5. Conclusione
Il verismo italiano ha un ruolo importante nella storia della letteratura perché
rispecchia l’atmosfera di quel periodo. Come si diffondono le discipline scientifiche,
anche la letteratura cerca di studiare il soggetto in modo scientifico e oggettivo. Il
verismo italiano, grazie al movimento della Scapigliatura, ricollega agli ideali degli
scapigliati e li sviluppa sotto l’influsso del naturalismo francese. Per il verismo il
tema principale diventa la situazione del Sud arretrato trattata nelle opere di alcuni
scrittori.
Uno di essi è Giovanni Verga che indica questo problema in modo originale.
Durante il suo periodo letterario verista assume il canone e lo stile del verismo:
l’impersonalità del narratore e quindi il narratore popolare, introduce le espressioni
dialettali nella lingua con cui sono presentate le vicende dei personaggi. I personaggi
vengono dall’ambiente descritto, loro sono contadini.
Ma tutto questo non è quello per cui Verga è stimato. Verga è stimato per lo più per
il suo atteggiamento agli abitanti. Verga, anche se indica le condizioni umili, come
per esempio il naturalismo francese, simpatizza con loro, eleva la vita umana, l’uomo
stesso.
Verga con la sue opere veriste contribuisce allo sviluppo della letteratura che
avviene nel Novecento: allo sviluppo del neorealismo con le personalità di Pirandello
e Pasolini.
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6. Appendice
Breve contenuto delle novelle
Cavalleria rusticana
Turiddu tornando dal servizio militare, incontra con la sua vecchia amica Lola, con
la quale entra in relazione amorosa ma la quale sposa un altro uomo, compare Alfio.
Turridu ha una storia d’amore con Santa per rendere gelosia Lola. Il rapporto
amoroso tra Turridu e Lola continua e Santa decide di dirlo al marito di Lola. Alfio
invita Turridu al duello e lo uccide.
La Lupa
Durante una raccolta di olive la gnà Pina, chiamata da tutti La Lupa, si innamora
appassionamente di Nanni. Lui prima le resiste e infine sposa sua figlia, Maricchia,
ma poi la Lupa lo seduce alcune volte. Nanni, infelice dalla situazione in cui si trova,
dedice di uccidere sua suocera con un colpo dell’asse di legno.
Nedda
Una povera raccoglitrice di olive, Nedda, lavora per guadagnare i soldi con cui può
comprare le medicine per la madre gravamente ammalata. Dopo la morte di madre
conosce Janu e si innamora di lui. Insieme preparano le nozze, ma un giorno Janu
cade da un albero, si ferisce gravamente e presto muore. Nedda rimase incinta e da
alla luce una bambina rachitica che anche lei muore presto. Così Nedda rimane sola
fino alla fine della sua vita.
Fantasticheria
Il narratore si rivolge ad una dama dell’alta società, della società borghese ed
aristocratica, che decide di passare un po’ di tempo in campagna. Ma lei non rimane
lungo tempo, perché è stanca ed annoiata dall’ambiente e anche dallo stile di vita dei
popolani. Il narratore diffende la campagna, la vita semplice ed anche gli abitanti.
Jeli il pastore
Jeli, un guardiano di cavalli e pecoraio, cresce tra la campagna in compagnia di
Mara, figlia di massaro Agrippino e il signorotto don Alfonso. Quando sono adulti,
Mara deve sposare il figlio di massaro Neri, ma a causa di problemi economici le
nozze sono cancellate. Jeli, innamorato di Mara, propone di sposarla e dopo un po’
celebrano le nozze. Ma presto Mara tradisce suo marito con il loro vecchio amico
don Alfonso. Jeli, dapprima, non vuole crederci, ma poi, pieno di gelosia, uccide il
suo rivale alla festa.
Rosso Malpelo
Un giovane minatore, chiamato da tutti Rosso Malpelo, lavora con suo padre nella
cava di rena rossa. Un giorno il padre, mastro Misciu, muore schiacciato da un
pilastro della galleria. Rosso Malpelo soffre della sua mancanza e comincia ad essere
cattivo. Prima nei confronti dell’asino grigio e poi anche del ragazzo Ranocchio con
cui vive il rapporto. Da un lato lo picchia e maledice, dall’altro cerca di essere quasi
suo padre. Dopo la morte dell’asino e anche di Ranocchio, Rosso Malpelo, privo da
tutti quelli che amava decide di accettare un compito pericoloso e se ne va in galleria
dove ha perso la sua famiglia.
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L’Amante di Gramigna
Nella lettera scritta da Verga all’amico Salvatore Farina l’autore narra la storia di
una ragazza di nome Peppa che si innamora all’improvviso del bandito Gramigna
senza averlo visto prima. Insieme si nascondono tra i campi davanti ai soldati, ma un
giorno loro arrestano Gramigna. Peppa, disperata, segue il suo amante in città, lo
trova nel carcere e fedele resta in città in attesa di lui.
Pentolaccia
Un marito, chiamato da tutti Pentolaccia ama sua moglie Venera, ma
all’improvviso è colpito da un senso di gelosia. Crede che sua moglie lo tradisca con
il dottore famigliare don Liborio. Un giorno lo aspetta e lo uccide e finisce in gallera.
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7. Bibliografia
I. Titoli
Balajka, Bohuslav a kol., Přehledné dějiny 1, SPN, Praha, 1970
Barilli, Renato, Dal Boccaccio al Verga: La narrativa italiana in età moderna,
Bompiani, Milano, 2003
Brioschi, Franco e Di Girolamo, Costanzo, Manuale di letteratura italiana, Bollati
Boringhieri, Torino, 1996
Ferroni, Guido, Storia della letteratura italiana: Dall’Ottocento al Novecento,
Einaudi scuola, Milano, 1991
Luperini, Romano, Verga, Laterza, Bari, 1990
Marchese, Angelo, L’officina del racconto: semiotica della narrativa, Mondadori,
Milano, 1990
Petronio, Giuseppe, L’attività letteraria in Italia: Storia della letteratura, Palumbo,
Milano, 1975
Spitzer, Leo, Studi italiani, Vita e pensiero, Milano, 1976
Verga, Giovanni, Tutte le novelle, A. Mondadori, Milano, 1940
Zaccaria Giuseppe e Benussi, Cristina, Per studiare la letteratura italiana, Bruno
Mondadori, Milano, 2002
II. Dizionari
Dizionario enciclopedico italiano, il terzo volume, Istituto dell’Enciclopedia Italiana,
Roma, 1970
Zingarelli, Nicola, Lo Zingarelli, 2001: vocabolario della Lingea italiana,
Zanichelli, Bologna, 2001
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