“L’infinito” di Giacomo Leopardi
ll fascino e l’immensità dell’universo catturò l’attenzione di Giacomo Leopardi fin dalla sua prima
giovinezza, fino a diventare una nota fondamentale della sua poetica e della sua idea di infinito. Ed è proprio
di questa poesia che parlerò: “Sempre caro mi fu quest’ermo colle”... sono questi i primi versi del suo più
celebre idillio, Giacomo Leopardi, nato il 29 giugno del 1798 a Recanati e morto a Napoli nel 1837, in
seguito a una crisi d'asma, a soli trentanove anni. La poesia, scritta in età giovanile, fu composta a Recanati
nel 1819 ed è dedicata alla contemplazione del paesaggio e all’espressione dei sentimenti intimi del poeta.
Leopardi era solito recarsi sul monte Tabor a Recanati, suo rifugio ideale, oggi “ribattezzato” colle Infinito, e
da lì cominciare a immaginare perché l’osservazione è interrotta da una siepe che non gli permette di vedere
l’orizzonte, questo ostacolo lo porta a spaziare con la fantasia nell’infinito. Egli immagina che oltre quella
siepe vi siano spazi illimitati, silenzi profondi e un’assoluta sensazione di pace che lo consola e allo stesso
tempo lo spaventa perché sembra un mare in cui ci si può anche perdere come succede ad un naufrago, ma
tuttavia la sensazione è dolce e consolante. L'immagine della siepe che limita la veduta non è un elemento
negativo ma permette al poeta di pensare a cosa possa esserci al di là di ciò che non si vede fantasticando; la
siepe però rappresenta anche il limite della conoscenza umana. All’improvviso lo stormire del vento tra
le gli alberi riporta il poeta alla realtà ed egli, paragonando il fruscio a “quell’infinito silenzio” ,
avverte un altro infinito: quello del tempo, e dell’eternità. La lirica è incentrata sul contrasto tra
limitato e illimitato, tra vicino e lontano, tra realtà e immaginazione. Scritta in endecasillabi sciolti,
può essere divisa in due parti: nella prima parte sono descritte le sensazioni visive, nella seconda
quelle uditive. I pensieri dell’autore sono stimolati da elementi esterni, concreti che diventano
occasione di riflessioni al di là della concretezza . L'infinito non fa riferimento a nessuna realtà
sovrannaturale, e a nessuna realtà oggettiva. Si tratta di un infinito soggettivo cioè creato
dall'immaginazione umana a partire da sensazioni fisiche del poeta.
IL PENSIERO LEOPARDIANO
Nel pensiero leopardiano, predomina il pessimismo dovuto all’infelicità dell’uomo causato dalla
natura matrigna. Il poeta riconosce che la felicità dell'uomo dipende dal raggiungimento del piacere
infinito, ma non esiste piacere che possa soddisfare questa esigenza, perciò nasce nel genere umano
un senso di insoddisfazione continua, un vuoto incolmabile e di nullità di tutte le cose: questo non
va visto in senso religioso e metafisico ma in senso materiale. L’uomo è dunque infelice per
sua costituzione ma la natura benigna ha consolato le sue creature attraverso l’immaginazione e
l’illusione, per questo motivo, gli uomini primitivi, molto legati alla natura, erano felici e
ignoravano la loro reale infelicità. Con il progredire della civiltà e utilizzando la ragione, l’uomo
però si è allontanato da quella condizione vedendo la realtà più lucidamente. È su questa
contrapposizione, tra natura e ragione, antichi e moderni, che si fonda il pensiero leopardiano. Gli
antichi, ricchi di illusioni, erano in grado di compiere azioni eroiche e magnanime, la loro vita era
più attiva e intensa e questo faceva dimenticare loro la nullità dell’esistenza; al contrario, il mondo
moderno ha ignorato l’illusione, e l’uomo è incapace di compiere azioni eroiche. Da questo
possiamo dedurre che è colpa dell’uomo stesso la sua infelicità perchè si è allontanato dalla natura
benigna; anche se Leopardi, col passare del tempo, si rende conto che è sbagliato considerare
la natura benigna perché essa inganna l’uomo promettendogli delle gioie che poi non arriveranno. Il
poeta si ritrova così a considerare la natura in due modi: prima come madre amorosa che provvede
all’uomo, poi come un meccanismo cieco che non si cura della sorte delle sue creature, per questo è
definita dall’autore matrigna, quindi malvagia, crudele e persecutoria. L’infelicità è dunque causata
dai mali esterni a cui nessuno può sfuggire: malattia, elementi atmosferici, cataclismi, vecchiaia e
morte tutti fattori naturali.
RIPETERE IL ROMANTICISMO ( domanda possibile).
Il Romanticismo è una corrente culturale che si afferma in Europa tra la fine del Settecento e l’inizio
dell’Ottocento. Il termine “romantico”, nel Seicento, era usato in modo spregiativo; solo nei primi anni
dell’Ottocento assunse un significato positivo. L’età del Romanticismo coincide con gli anni in cui la
borghesia si afferma come classe dirigente e toglie il potere ai nobili. Durante la Rivoluzione Francese, i
borghesi acquistano sempre maggiori diritti.
L’Italia partecipa al grande movimento di trasformazione in ritardo perché la sua unità nazionale avviene
solo nella seconda metà del secolo (1861). Il romanticismo anche se presenta molte differenze tra un Paese
europeo e l’altro è caratterizzato da alcuni aspetti comuni.
Il Romanticismo si oppone all’Illuminismo perché, mentre gli illuministi sostenevano che il buio
dell’ignoranza poteva essere vinto dalla luce della ragione, i romantici rivalutano il sentimento, la passione
ed esaltano le differenze individuali.
I romantici aspirano ad evadere dalla realtà perché la sentono come una prigione che li spinge a cercare i
valori assoluti: Dio, l’amore perfetto, gli ideali più alti della patria e dell’umanità. Per raggiungere ciò in cui
credono, loro assumono atteggiamenti da eroi che lottano contro tutti, pronti a violare ogni norma.
L’artista doveva cercare la propria fonte di ispirazione nelle tradizioni del popolo a cui apparteneva e
attribuiva alla storia un grande valore. Infatti gli uomini devono studiare la storia per capire se stessi e le
proprie origini. Un altro elemento è il senso della natura, oggetto di rappresentazioni pittoriche e letterarie.
I due centri italiani in cui si diffonde maggiormente il Romanticismo sono Milano e Napoli. Vicino
agli ambienti romantici milanesi è Alessandro Manzoni nacque a Milano il 7 Marzo 1785 dal conte
Pietro Manzoni e da Giulia Beccaria, figlia di Cesare Beccaria, un illustre illuminista che scrisse il
trattato Dei Delitti e delle pene.
Studiò fino ai 16 anni presso i padri Somaschi e Bernabiti e questo periodo fu da lui ricordato come
il più duro della sua vita, il quale mostra interesse verso il nuovo movimento, di cui condivide la
critica verso la letteratura classica e le sue tematiche ormai inattuali, e di cui sostiene la concezione
utilitaristica della letteratura (Manzoni è autore della "Lettera sul Romanticismo", di cui famoso il
passo in cui l'autore afferma che la letteratura romantica debba avere "l'utile come scopo,
l'interessante per soggetto, il vero per mezzo") . Anche la scelta del romanzo storico consente allo
scrittore di mettere in pratica l'idea di uno svecchiamento nella letteratura (il romanzo è un genere
del tutto nuovo). Manzoni è rappresentante del Romanticismo italiano, un Romanticismo
illuminato".
L'altro grande esponente del Romanticismo italiano è Giacomo Leopardi. Leopardi formalmente è
un fautore del classicismo (da giovane scrive due lettere contro le argomentazioni della De Stael,
che però non vengono pubblicate), tuttavia rappresenta appieno il Romanticismo europeo (il senso
di inappagamento, la tensione verso un "tutto", il disagio del genio nel rapporto con gli altri, il
titanismo...). In Leopardi vi è una sintesi tutta personale tra Classicismo (esalta gli uomini
dell'antichità per la loro capacità "immaginosa" e nel loro rapporto con la natura) e Romanticismo
(di cui, tuttavia, rigetta gli eccessi, come il macabro, lo stravagante).
Le opere di Manzoni scrisse moltissime opere, come gli Inni, che inizialmente dovevano essere
dodici, ma finirono per essere cinque. Essi sono: Il Natale, La Passione, Il nome di Maria, La
Resurrezione e LaPentecoste. Importanti le due poesie Maggio 1821, in onore dei moti scoppiati
quell'anno, e Il Cinque Maggio, composto cinque giorni dopo la morte di Napoleone.
Scrisse poi altre raccolte poetiche, poemetti e tragedie.
La sua opera più famosa è però il romanzo storico I Promessi Sposi, che fu scritto in una
precedente forma sotto il nome di Fermo e Lucia.
La trama de I Promessi Sposi
La storia si svolge in Lombardia tra il 1628 e il 1630, durante la dominazione spagnola. I bravi,
ovvero gli scagnozzi di Don Rodrigo, un nobile signorotto, impongono a Don Abbondio di non
celebrare il matrimonio tra Renzo e Lucia, perché il loro capo si è invaghito della ragazza.
Così Lucia e sua madre Agnese lasciano il paese per andare al convento di Monza,
mentre Renzo vaa Milano. Don Rodrigo, però, chiede all'Innominato di rapire Lucia, ma
quest'ultimo dopo aver parlato col cardinale, si sente e colpa e lascia scappare la ragazza.
Renzo va a Milano per cercare la sua futura moglie e si incontrano al Lazzaretto, dove c'è Don
Rodrigo in fin di vita. Dopo tante peripezie, finalmente, i due ragazzi possono sposarsi.