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Lessico e Semantica

Il documento tratta del lessico, definendolo come l'insieme delle parole di una lingua, e distingue tra lessicologia e lessicografia. Esplora le unità del lessico, come lessema e lemma, e le loro analisi semasiologiche e onomasiologiche. Inoltre, analizza la semantica, le relazioni di significato tra lessemi e le varie categorie di dizionari, evidenziando concetti chiave come sinonimia, antonimia e polisemia.

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Lessico e Semantica

Il documento tratta del lessico, definendolo come l'insieme delle parole di una lingua, e distingue tra lessicologia e lessicografia. Esplora le unità del lessico, come lessema e lemma, e le loro analisi semasiologiche e onomasiologiche. Inoltre, analizza la semantica, le relazioni di significato tra lessemi e le varie categorie di dizionari, evidenziando concetti chiave come sinonimia, antonimia e polisemia.

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Appunti di Linguistica Generale_Lessico e Semantica

Corso di laurea in Lingue per l’Interpretariato e la traduzione – UNINT, a.a. 2021-2022 – Francesca Di Salvo

Che cos’è il lessico?


«Il Lessico è l’insieme delle parole di una lingua; tale insieme è esteso e mutevole, perché le lingue,
cambiano nel tempo, acquistano nuove parole (i neologismi) e ne perdono di preesistenti, mentre i
significati cambiano in continuazione, espandendosi, riducendosi, alterandosi» (Simone, 2013: 247)

Lo studio del lessico si divide in:


a. Lessicologia: Studio del patrimonio lessicale delle lingue (struttura, formazione e evoluzione
storica);
b. Lessicografia: descrizione del lessico di una lingua.

LESSICOLOGIA
La lessicologia ha come oggetto di studio la struttura del lessico, indaga sulle relazioni tra le singole
parti del sistema, ossia morfemi, parole, sintagmi…
Unità di analisi è il lessema
N.B.: nello studio del lessico si intrecciano criteri formali e semantici

LESSICOGRAFIA
La lessicografia ha per obiettivo la raccolta del lessico di una lingua allo scopo di compilare
Vocabolari.
 Monolingui, bilingui, plurilingui
 Enciclopedici
 Settoriali
 Tematici…

Unità del lessico


 Lessema = parola nella forma di citazione
Nel lessico mentale
 Lemma = parola nella forma di citazione
Nei dizionari

Il lessico e le sue unità minime, cioè i lessemi, si possono esplorare da un duplice punto di vista:
1. Semasiologico
2. Onomasiologico

1. La Semasiologia studia i significati a partire dalle parole (variazioni semantiche di una


forma).
2. L’Onomasiologia, invece, è lo studio del campo semantico che viene designato dalle parole
> studia il significato a partire dai referenti (cioè le diverse attuazioni lessicali di una stessa
idea o immagine all’interno di una o più lingue).

Un atlante linguistico è costituito di carte onomasiologiche (diverse designazioni della stessa


cosa nella dimensione diatopica). Ad esempio, è onomasiologico l'ALE (Atlas Linguarum
Europae), red. Mario Alinei et alii.

Si fonda su base psicologica: parte dai concetti per giungere alle loro denominazioni.
concetto
  
lessema1 lessema2 lessema3

Anche la progettazione dei dizionari può essere organizzata da due punti di vista: semasiologico e
onomasiologico.

I dizionari dell’uso sono di tipo semasiologico: «la descrizione prende l’avvio dalla voce e conduce
alla definizione e descrizione dei sensi» (Gobber&Morani, 2010: 88):

 Dizionari ortografici
 Inversi (in ordine alfabetico ma dalla Z alla A)
 Etimologici
 Dizionari della sillabazione
 Della pronuncia
 Delle rime…

Esistono, poi, dizionari che sono di tipo onomasiologico: «si prende l’avvio da un significato,
rappresentato tipicamente da una parola, e si cercano altre parole che siano ad esso in qualche modo
collegate» (Gobber&Morani, 2010: 88)

 Atlanti linguistici
 Dizionari per immagini
 Dizionari di sinonimi e contrari

ES. di Atlante linguistico: AIS Atlante Italo-Svizzero

«In una terza categoria di dizionari si considerano le combinazioni possibili di un lessema: si tratta di
dizionari sintagmatici» (Gobber&Morani, 2010: 89):

 Dizionari valenziali
 Dizionari delle costruzioni
 Dizionari delle collocazioni
 Dizionari idiomatici
Es. di Dizionario di collocazioni (Zanichelli)

SEMANTICA
La semantica è quella branca della linguistica che si occupa di indagine il piano del significato (<gr.
σημαίνω [semáino] ‘significare’)
La riflessione su questa nozione ha attraversato tutta la storia del pensiero occidentale a partire dalla
filosofia greca e ancora oggi interessa moltissime discipline, dalla semiotica alla logica, alla filosofia
del linguaggio, alle scienze cognitive, fino allo studio dell’intelligenza artificiale.

Possiamo distinguere una Semantica lessicale e una Semantica frasale (logico/semantica)


 Semantica lessicale = studia il significato dei singoli lessemi, che costituiscono il lessico.
 Semantica frasale = studia il significato di intere frasi

Concezione di significato
Quando parliamo di ‘significato’ non possiamo non occuparci della questione, da sempre molto
dibattuta, che riguarda il legame che unisce realtà, pensiero e linguaggio.
Esistono due modi fondamentali di concepire il significato, all’interno dei quali possiamo trovare
diverse definizioni e diversi approcci teorici.
Vi è innanzitutto una concezione referenziale (o concettuale) del significato:
Il significato è visto come un concetto, un’immagine mentale che corrisponde a qualcosa che esiste
al di fuori della lingua.

In un’altra prospettiva vi è una concezione operazionale, contestuale del significato, secondo la quale
quest’ultimo è funzione dell’uso che si fa dei segni: ciò che accomuna i contesti d’impiego di un
segno ne permette l’uso appropriato>la totalità dei contesti in cui il segno può comparire.
Tendenzialmente si preferisce la prima prospettiva in cui il significato è visto come concetto,
evocazione di un’immagine codificata o codificabile nel sistema linguistico.

Concezione referenziale: identifica significato e concetto, o immagine mentale (triangolo semiotico)


Molto diffusa in linguistica è la distinzione tra:
 Significato denotativo (o concettuale, o referenziale)
 Significato connotativo (o associativo, o stilistico, o espressivo...)

 Significato denotativo (o concettuale, o referenziale)


È quello inteso in senso oggettivo di ciò che il segno descrive e rappresenta > al valore identificativo
di un elemento della realtà eterna: un referente.

 Significato connotativo (o associativo, o stilistico, o espressivo...)


È il significato indotto, soggettivo connesso alle sensazioni suscitate da un segno e alle associazioni
a cui esso dà luogo e da queste inferibile: non identifica referenti.

Es.: gatto
Significato denotativo: ‘felino domestico di piccole dimensioni…’
Significato connotativo: ‘animale grazioso, pigro, furbo, indipendente…’

Quindi, in generale, gatto indica una sottoclasse di felini, così come micio, felino domestico (ecc..),
da un punto di vista denotativo, ma hanno connotazioni differenti:
- Micio è connotato positivamente in senso affettivo
- Felino domestico ha, invece, una connotazione, possiamo dire, neutra.

Un’altra distinzione che viene fatta, e che riguarda il significato denotativo, è quella tra:
 Significato lessicale
 Significato grammaticale

Significato lessicale (o referenziale)


Hanno significato lessicale i termini che rappresentano ‘oggetti’ concreti o astratti > entità o concetti
che riguardano la realtà esterna:

Es.: gatto, buono, mangiare, bere, bicchiere, bene…

Sono definiti parole piene

Significato grammaticale (o funzionale, o strutturale)


«Hanno un significato grammaticale i termini che rappresentano concetti o rapporti interni al sistema
linguistico, alle categorie che questo prevede o alle strutture a cui esso dà luogo». Es:

• di ‘relativo a’
• Il ‘introduce un nome definito’
• Benché ‘congiunzione concessiva’
• Io ‘pronome: prima persona singolare’

Sono definiti parole vuote

Un’altra distinzione che viene fatta in riferimento ai nomi è tra:


 Significato estensionale: ‘insieme delle proprietà che costituiscono il concetto designato da
un termine’;
 Significato intensionale: ‘insieme degli individui (o oggetti) a cui il termine si può applicare’

ES.: cane
• Intensione: insieme di proprietà che costituiscono la «caninità»
• Estensione: tutti i membri della classe dei cani, cioè tutti gli esseri a cui si può riferire il
termine cane.

L’unità minima di significato è detta sema.


Un lessema è una combinazione di semi.

RAPPORTI DI SIGNIFICATO TRA LESSEMI


Il lessico è un insieme aperto, molto eterogeneo, composto da numerosi lessemi.
Tra i lessemi esistono relazioni di significato > rapporti semantici:
 Omonimìa
 Polisemìa
 Sinonimìa
 Iponimìa/iperonimìa
 Antonimìa
 Complementarità
 Inversione

OMONIMIA
lessemi con identico significante (grafico o fonico) e significati diversi e non connessi > non derivabili
l’uno dall’altro.

Es.:
riso > ‘l’atto di ridere’
riso > ‘cereale’

A seconda che l’omonimia riguardi solo la grafia o solo la pronuncia possiamo distinguere
ulteriormente:

 Parole omografe (es.: pesca ‘atto di pescare’ e pesca ‘frutto’)

 Parole omofone ma non omografe (a ‘preposizione semplice’ ha ‘voce del verbo avere’) dette
anche omonimi eterografi.

lat. ‘quantità di lana che la schiava doveva filare in un giorno fr. ‘peso’
pensum (< pendere ‘pesare’) poids
lat. pisum ‘pisello’ (< gr. πίσον) fr. pois [pwa] ‘pisello’

lat. picem ‘pece’ fr. poix ‘pece’

POLISEMIA
Significati diversi e connessi tra loro associati ad un solo significante > imparentati tra loro e derivati
(o derivabili) l’uno dall’altro. Es.:

 Corno: ‘protuberanza del capo di molti animali’/ ‘strumento musicale a fiato’/ ‘cima aguzza
di una montagna’
 Testa: ‘parte superiore del corpo umano’ / ‘estremità iniziale’….
N.B.: da non confondere con gli omonimi! Questi spesso non appartengono alla stessa categoria
lessicale e di solito hanno una diversa origine etimologica.

ENANTIOSEMIA
È un caso particolare di polisemia: significati diversi dello stesso termine sono in opposizione tra
loro. Es.:

 Tirare può avere due significati: tirare ‘lanciare’ > tirare la palla; oppure ‘trarre, attrarre
verso di sé > tirare la barca a riva
 Ospite può significare: ‘chi ospita’ oppure ‘chi viene ospitato’
 Spuntare: ‘mettere la punta’ > il germoglio è spuntato oppure ‘togliere la punta’ > un carciofo
spuntanto

RAPPORTI DI SIMILARITÀ
SINONIMIA
Lessemi diversi con stesso significato. Es.:

 Tra/fra
 Devo /debbo
 uccidere/ ammazzare
 avaro, spilorcio, tirchio, taccagno, pidocchioso’
 Urlare/ gridare
 Pietra/sasso
 Cortese / gentile
 Mettere / porre /collocare
 …

In realtà, avere propriamente lo stesso significato, implicherebbe l’essere intercambiabile in tutti i


contesti, ma questo è un requisito difficile da soddisfare pienamente poiché i sinonimi presentano
sfumature semantiche che li differenziano tra loro. Possono aggiungere:

 Valori connotativi > gatto/micio, padre/papà


 Diversa varietà di lingua > papà/babbo, raffreddore / rinite

!! In questi casi sarebbe più giusto parlare di quasi-sinonimia

IPONIMIA/IPERONIMIA
Si tratta di una relazione di inclusione semantica: «il significato di un lessema rientra in un significato
più ampio e generico rappresentato da un altro lessema». Es.:

 Armadio è iponimo di mobile che a sua volta è iperonimo di armadio


 gatto è iponimo di felino che a sua volta è iperonimo di gatto
 Mela è iponimo di frutto che a sua volta è iperonimo di mela
 Liceale/studente
 Rosa/fiore

L’iperonimo è detto anche sovraordinato o arcilessema


In termini di intensione/estensione l’iponimo ha un’intensione più ampia, cioè racchiude in sé
maggiori proprietà e per questo ha una minore estensione poiché è applicabile ad una minore quantità
di referenti rispetto al suo iperonimo.

RAPPORTI DI OPPOSIZIONE
ANTONIMIA
Sono antonimi due lessemi di significato contrario > designano i poli opposti di una scala, i due
estremi di una dimensione graduale.

 Alto/basso
 Buono/cattivo
 Giovane/vecchio
 Lungo /corto
 Bello/brutto

Esistono anche gradini intermedi lessicalizzabili:


Abbastanza alto, abbastanza basso, poco alto, né alto né basso…

Il criterio per verificare se si tratta di antonimi può essere così formulato:


x è antonimo di y se x implica non-y, ma non-y non implica x .
Es.: alto/basso
Essere alto implica non essere basso, ma non essere alto non implica essere basso

COMPLEMENTARITÀ
Sono complementari due lessemi di cui uno è la negazione dell’altro, in quanto condividono uno
stesso spazio semantico in due sezioni tra loro opposte. In questo caso il criterio è:
x implica non-y e non-y implica x.
Es.:
 Vivo/morto
 Maschio/femmina
 Parlare/tacere

INVERSIONE
«Sono inversi, o simmetrici, due lessemi di significato referenziale che esprimono la stessa relazione
semantica vista da due direzioni opposte, secondo la prospettiva dell’una o dell’altra parte»
Es.:
 Dare/ricevere
 Comprare/vendere
 Marito/moglie
 Sotto/sopra

CAMPO SEMANTICO
Un campo semantico è l’insieme di lessemi co-ipònimi diretti di uno stesso iperònimo > coprono le
diverse sezioni di un determinato spazio semantico. Es:

 Aggettivi di età: giovane, vecchio, anziano, nuovo, antico, recente…


 Termini di colore
 Nomi di parentela
 Nomi dei felini
 Aggettivi di bellezza
 Verbi di movimento
 …

INSIEMI LESSICALI
FAMIGLIA SEMANTICA
Una famiglia semantica (o lessicale) è un insieme di lessemi imparentati nel significato e (o perché)
imparentati nel significante.
In altre parole, si tratta dell’insieme delle parole derivate da una stessa radice lessicale (< dalla stessa
base etimologica)
Es.: socio > sociale > socializzare > socializzabile > socializzabilità….

SEMANTICA COMPONENZIALE
Uno dei metodi più utilizzati nell’analisi del significato dei lessemi è l’analisi componenziale (o
semantica componenziale)
È molto simile all’analisi in tratti distintivi utilizzata per l’analisi dei fonemi.
Il significato dei lessemi viene scomposto cercando di cogliere in cosa differiscono gli uni dagli altri.

L’analisi componenziale si basa sull’ipotesi che il significato dei lessemi non sia "atomistico", ma
sia, piuttosto, scomponibile in elementi più piccoli di significato: i "componenti semantici".
L’approccio componenziale nasce nell’ambito dello strutturalismo, con la proposta di Hjelmslev di
applicare al lessico la stessa metodica di analisi sviluppata in ambito fonologico, cioè mediante
l’utilizzo di tratti distintivi. Per questo i componenti semantici possono anche essere definiti "tratti".

Es: uomo, donna, bambino, bambina


Componenti
/UMANO/ /ADULTO/ /MASCHIO/ semantici
“uomo” + + +
“donna” + + -
“bambino” + - +
“bambina” + - -
I componenti semantici (o ‘tratti semantici’, o ‘semi’) costituiscono i pezzi di significato minimi,
ossia le proprietà semantiche elementari, che combinandosi simultaneamente danno luogo al
significato dei lessemi.
Ogni lessema è analizzabile e, quindi, rappresentabile, come un fascio di componenti semantici
realizzati nello stesso momento:
Uomo = /+UMANO +ADULTO + MASCHIO/
Bambina = /+ UMANOO – ADULTO – MASCHIO/

N.B.: è convenzione scrivere in maiuscoletto i tratti e tra virgolette alte i significati

RAPPORTI DI IMPLICAZIONE
I componenti semantici o tratti risultano almeno in parte organizzati secondo gerarchie che
dovrebbero essere rispettate nella matrice di un lessema.

La semantica componenziale concepisce il significato di un lessema come un insieme di tratti tutti


necessari e sufficienti a descriverlo.
Ciò presuppone che una data categoria ("albero", "uccello" "frutta", "rosso"…) sia da intendersi come
un’entità:

a. definita da proprietà tutte allo stesso modo necessarie e sufficienti;


b. Delimitata da confini rigidamente netti;
c. Costituita da membri tutti ugualmente rappresentativi di quella categoria.

SEMANTICA PROTOTIPICA
Secondo la Teoria dei Prototipi visuale una categoria andrebbe intesa come un’entità:

A. definita da un nucleo di proprietà di carattere categorico, necessarie e sufficienti, sia da


proprietà di carattere graduale, non essenziali;
B. delimitata da confini sfumati, in sovrapposizione con quelli di altre categorie;
C. Costituita da membri più tipici e altri meno rappresentativi.

A questa teoria fa riferimento il metodo di descrizione e analisi del significato denominato Semantica
prototipica

All’interno di questa teoria il significato è inteso come prototipo. Rappresenta, cioè, l’immagine
mentale e immediata che per i parlanti di una certa cultura corrisponde più tipicamente a un
determinato concetto.
Di un concetto il prototipo rappresenta il punto focale. i membri non prototipici si allontanano tanto
più dal punto focale quante meno caratteristiche condividono con il prototipo, avvicinandosi così alla
periferia del concetto.
‘Uccello’
/+ANIMATO/
/+ANIMALE/
/+ALATO/
/+CON PIUME/
/+VOLATILE/ passero, piccione
/+CINGUETTANTE/
/+OVIPARO/
/+PICCOLO/
ecc.
pollo, struzzo, pipistrello…?
Alcuni tratti rappresentano criteri necessari a definire l’appartenenza ad una data categoria > devono
essere condivisi da tutti i suoi membri.
Altri tratti, non essenziali a definire la categoria, sono posseduti in numero diverso dai vari membri
non prototipici.

grado di esemplarità o di rappresentatività di un termine a una categoria

Frutto Verdura

fragola
ana

oliva
mela

susina
fico

La teoria dei prototipi (elaborata da E. Rosch) ha avuto molto successo nella linguistica e, in
particolare, nella linguistica cognitiva.
Il prototipo (in una delle interpretazioni più diffuse) corrisponde all’esemplare più rappresentativo
della categoria, o meglio, un’entità astratta costituita da proprietà tipiche di una determinata
categoria.

SEMANTICA FRASALE
La semantica frasale riguarda il significato delle combinazioni di lessemi utilizzate come messaggi
nella comunicazione verbale > il significato globale delle frasi.

Ma qual è il significato globale della frase, come si ottiene?


A. È dato dalla somma dei significati dei singoli lessemi che la compongono. (significato
letterale)
N.B.: questa definizione è sufficiente poiché non esaurisce il senso globale della frase,
l’informazione che essa veicola, e il valore comunicativo con cui viene utilizzata.

Distinzione terminologica:
- Frase: Un’importante unità di analisi massimale nella sintassi;
- Enunciato: È sempre una frase, ma vista dal suo concreto impiego in una situazione
comunicativa, come segmento di discorso in atto.

Si dice letterale, dunque, il significato di un enunciato che si ricava soltanto dalla somma dei valori
semantici dei singoli elementi che lo compongono.
Il significato letterale è studiato dalla semantica.
Il significato è individuato in forza della composizionalità, ossia in base al principio di
composizionalità:
«il significato dell’intero è funzione del significato delle parti»

Spesso, però, gli enunciati esprimono anche altre valori semantici che non sono dati semplicemente
dalla somma dei significati dei singoli elementi, ma che sono legati all’uso che si fa di un determinato
enunciato. Per questo possiamo dire che non tutte le componenti del significato globale di un
enunciato sono da rintracciare nel significato letterale, ma alcune di esse sono legate all’uso. Tali
compenti sono oggetto di studio della pragmatica.

Elementi fondamentali per valutare il valore degli enunciati sono, innanzitutto, i connettivi (o
connettori). Molte congiunzioni coordinanti (come, ma, o..) e subordinanti (benché, poiché...)

Spesso hanno valore di operatori LOGICI, ossia di elementi grammaticali di collegamento.


Es.:
o e è operatore di congiunzione
o o di disgiunzione
o se di condizione ipotetica
o …

Funzionano da operatori logici anche:


A. i quantificatori (tutti, nessuno, ogni, qualche…)
B. e la negazione (non)

Es:
Cristina ha aperto la porta e Guido è entrato nella stanza
I 2 enunciati sono legati da una congiunzione, il cui significato (in semantica), si determina in base
al significato dei due enunciati che lo compongono.
La relazione tra i due enunciati sarà vera solo se i due enunciati sono veri. Nel caso contrario sarà una
relazione di falsità.

Un aspetto importante del significato degli enunciati è quello pragmatico (< gr. prâgma ‘fatto, azione
concreta’)
Riguarda ciò che si fa, con la produzione di un enunciato, in un determinato contesto situazionale >
è direttamente connesso con l’intenzionalità del parlante.
In quest’ottica, la lingua viene studiata in quanto modo di agire.

Criterio di analisi: «che cosa si fa con la lingua? che azione si compie quando si dice qualcosa?»

Austin, How To Do Things With Words, 1962


Con quest’opera Austin getta le basi della riflessione pragmatica sul linguaggio a partire dalla
distinzione tra constatativi e performativi fino alla formulazione di una teoria generale dei possibili
modi l’uso del linguaggio,

Gli enunciati vengono suddivisi in:


A. Enunciati constatativi (o dichiarativi, o descrittivi): descrivono stati di cose, eventi,
processi, ecc.., e come tali sono suscettibili di essere valutati come veri o falsi (es: Paolo è
biondo, la mia casa è grande, c’è vita si Marte…)
B. Enunciati performativi: mediante i quali compiamo delle azioni, eseguiamo degli atti. Nella
maggior parte dei casi gli enunciati performativi vengono realizzati grazie ad una particolare
categoria di verbi detti performativi.

Sono definiti verbi performativi (< ingl. to perform ‘eseguire, compiere, fare’) quei verbi come,
promettere, battezzare, autorizzare, condannare, proibire, che se utilizzati alla prima persona del
presente indicativo realizzano l’atto che descrivono, coincidono con l’azione stessa.
Es:
garantire > attua l’atto linguistico del garantire
Confessare > attua l’atto linguistico del confessare

Mentre normalmente i verbi hanno un valore constatativo o descrittivo di un’azione, dunque, i verbi
performativi costituiscono essi stessi l’azione.

es:
io ti battezzo nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo
condanno severamente questa sua azione
ti proibisco di uscire
vi prometto che ci andremo

N.B.: i verbi performativi quando non vengono utilizzati alla prima persona hanno anch’essi un valore
descrittivo o constatativo dell’azione. Ess.:

Luisa proibì a Carlo di uscire


la madre condannò severamente il suo comportamento
il prete ha battezzato Mario nel nome del Padre, del Figlio…
la mamma ci ha promesso che stasera ci porterà al cinema

Possono avere valore performativo anche espressioni non con un verbo alla prima persona: vietato
fumare, divieto di accesso, divieto di sosta…

«Nel caso di un enunciato performativo come mi scuso, vi dichiaro marito e moglie non è corretto
parlare di verità o di falsità (condizioni di verità o di falsità), come nel caso degli enunciati
constatativi, ma soltanto di atto più o meno riuscito, o secondo la terminologia di Austin, di felicità
o infelicità dell’enunciazione» (Basile et al., 2010).
Austin, infatti, parla di condizioni di felicità > condizioni che devono verificarsi affinché
l’enunciazione sia efficace.

Un primo tipo di condizione di felicità è legato al rispetto di alcune convenzioni:


Ad esempio se a dire vi dichiaro marito e moglie non è un prete o un ufficiale di stato civile, non ci
sono le condizioni di felicità per la riuscita dell’atto > il matrimonio non è valido.
Inoltre esistono delle restrizioni sintattiche che entrano a far parte di enunciati performativi:

 Un performativo sarà sempre in forma affermativa: ti nomino, vi dichiaro, e non ti nomino,


non vi dichiaro
 prima persona del presente indicativo (ti perdono, ci scusiamo) o, in qualche caso,
all’imperativo (scusami)

Austin, inoltre, afferma che ogni tipo di enunciato linguistico ha una componente di «azione»:
Anche i ‘constatativi’ descrivono un’azione: l’azione di asserire, di dichiarare.
Ogni manifestazione linguistica rappresenta un atto, e più propriamente, un atto linguistico.
Da questa riflessione di Austin si sviluppa la teoria degli atti linguistici (o speech acts), rielaborata
poi da Searle in Atti linguistici (1969)
Teoria degli atti linguistici
Sono state enucleate e descritte le condizioni, di carattere linguistico e semantico, ma soprattutto
pragmatico e sociale, che devono essere soddisfatte perché un determinato atto illocutivo possa
definirsi tale.
Es.:

l’ordine > atto direttivo ‘chiudi la finestra!’

una delle condizioni è che chi enuncia sappia già che il destinatario è in grado di compiere l’azione
richiesta.
Condizioni di questo tipo vengono chiamate ‘condizioni di felicità’ dell’atto linguistico.
Gli enunciati prodotti dalla normale interazione verbale costituiscono, dunque, degli atti linguistici.

Un atto linguistico è l’unità di analisi di base della pragmatica e consta di 3 livelli.


Secondo Austin, ogni volta che produciamo un enunciato compiamo contemporaneamente e
necessariamente tre atti parziali:

A. atto locutivo o, anche, locutorio (locutionary act)


B. atto illocutivo o, anche, illocutorio (illocutionary act)
C. atto perlocutivo o, anche, perlocutorio (perlocutionary act)

A. Atto Locutivo:
consiste nel saper formare una frase in una determinata lingua, una proposizione con la sua
struttura fonetica, morfosintattica, lessicale:
es:
Gianni scappa
Andrea sta bevendo un bicchiere di latte

B. Atto illocutivo:
consiste nell’intenzione con la quale e per la quale si produce la frase, nell’azione che si
intende compiere preferendo quell’enunciato.
es:
Gianni scappa
Valore: ‘dare un’informazione, descrivere, affermare’…

Ogni enunciato possiede una sua forza illocutiva.

> Cioè non solo il semplice ‘dire qualcosa’, ma il compiere, al momento dell’enunciazione,
una vera e propria azione:
es:
• Fare una domanda: Che ore sono?
• Fare una constatazione: sono le quindici
• Dare un ordine: chiudi la porta!
• …

C. Atto perlocutivo:
consiste nell’effetto che si vuol provocare nel destinatario del messaggio, nel risultato
concreto effettivamente ottenibile (e ottenuto se l’atto linguistico ha esito ‘felice’) da un
enunciato prodotto in una determinata situazione.
es:
Gianni scappa

Effetto: ‘allarme alla polizia, chiamare i soccorsi, annuncio di sollievo’ per gli amici di
Gianni…

L’atto illocutivo > definisce la natura e il tipo di atto messo in opera.


Sono atti illocutivi, e quindi atti linguistici specifici:
l’affermazione (o asserzione), la richiesta, la promessa, la minaccia, l’ordine, l’invito, il rifiuto, la
constatazione, la felicitazione, il divieto…

Dopo Austin, gli atti linguistici sono stati ulteriormente classificati, nel 1969 da Searle, nella sua
opera Atti linguistici.

Searle, in base allo scopo illocutorio di un enunciato, suddivide gli atti in 5 classi:
 Gli atti rappresentativi: rappresentano qualcosa che riteniamo vero o crediamo relativamente
al mondo (asserire, formulare l’ipotesi che piova, dedurre, concludere che pioverà…);

 Gli atti direttivi: con i quali cerchiamo di indurre, con maggiore o minore intensità,
l’interlocutore a fare o meno qualcosa (ordinare, comandare, supplicare, implorare, invitare,
chiedere, richiedere…);

 Gli atti commissivi: atti linguistici con cui il parlante si impegna, in qualche misura ad
assumere una certa condotta per il futuro (promettere, impegnarsi, incaricarsi, acconsentire,
avere l’intenzione di, rifiutare…);

 Gli atti espressivi: atti linguistici con cui il parlante esprime i propri sentimenti e il proprio
stato psicologico (ringraziare, congratularsi, rallegrarsi, scusarsi…). Sono atti espressivi
anche espressioni senza verbo, del tipo grazie! congratulazioni! benvenuto!...

 Gli atti dichiarativi o dichiarazioni: atti in cui c’è una corrispondenza tra il contenuto
proposizionale e la realtà, cioè quegli atti con cui di fatto modifichiamo il mondo (battezzare,
nominare, condannare, licenziare, dare le dimissioni, …). La felice realizzazione di tali atti
garantisce che il contenuto proposizionale corrisponda alla realtà.

N.B.: ciascun atto è caratterizzato da una certa serie di condizioni necessarie perché l’atto valga
come tale.

Atti linguistici indiretti


Quando un certo atto illocutivo è realizzato mediante atti locutivi che solitamente sono la forma tipica
di realizzazione di un altro atto illocutivo, o mediante indicatori propri di atti illocutivi di altro tipo,
si parla di atti linguistici indiretti. Ess.:

Chiuderesti la finestra? → forma parzialmente indiretta e cortese per attuare il valore illocutivo di
ordine/richiesta (frase interrogativa + condizionale)

Potresti (per favore) chiudere la finestra? → forma cortese, ancora più indiretta (verbo modale +
condizionale e formula di cortesia)

La finestra!! → un modo particolarmente brusco è rappresentato dalla frase nominale.


In ogni tipo di interazione però non tutto si traduce in espressione verbale, poiché ci sono altri fattori,
non verbali, che intervengono nella comunicazione.
Sullo sfondo della teoria degli atti linguistici, uno dei modelli che tiene conto di questi aspetti è quello
proposto da Paul Grice.
Secondo Grice bisogna distinguere tra:

 Il significato dell’espressione (cioè significato letterale o convenzionale)


 Il significato del parlante (ciò che il parlante vuole realmente comunicare al suo interlocutore)

Questa teoria si basa sul riconoscimento delle intenzioni dei parlanti che stanno alla base dello
scambio comunicativo e che regolano la cosiddetta logica della conversazione, secondo la quale «la
comunicazione si dice riuscita quando le intenzioni dell’emittente vengono pienamente riconosciute
e comprese dal ricevente» (Basile et al., 2010: 379)

Ciò emerge chiaramente nel caso delle cosiddette implicature conversazionali > informazioni che
non vengono formulate esplicitamente tramite le espressioni linguistiche, ma che si possono inferire
a partire dai contesti d’uso e dalle conoscenze condivise dai parlanti.
Es.:
Luca: Sara hai idea di dove sia Giovanni?
Sara: Ho visto la sua macchina davanti al negozio di giocattoli.

Secondo Grice i nostri scambi verbali (ad eccezioni di litigi o situazioni di conflitto) costituiscono
degli sforzi di collaborazione e sono di norma retti da un principio di cooperazione:
«conforma il tuo contributo conversazionale a quanto è richiesto, nel momento in cui avviene,
dall’intento comune accettato e dalla direzione dello scambio verbale in cui sei impegnato»

Questo principio si articola a sua volta in 4 massime:


1. Massima della Quantità: «dà un contributo tanto informativo quanto richiesto, che non rechi
troppa informazione, ma nemmeno troppo poca»;
2. Massima della Qualità: «cerca di dare un contributo che sia vero, ossia non dire ciò che
ritieni falso e non dire ciò per cui non hai prove adeguate»;
3. Massima della Relazione: «Sii pertinente»;
4. Massima della Modalità: «esprimiti chiaramente, ossia evita oscurità di espressione,
ambiguità, sii conciso (evita di essere prolisso), sii ordinato nell’esposizione».

Queste massime non sono norme che i partecipanti a uno scambio comunicativo sono tenuti a
rispettare, ma sono ciò che normalmente un parlante si aspetta dal suo interlocutore.
Altri due casi di non-detto sono rappresentati dalle presupposizioni e dalle inferenze.

Le presupposizioni e le inferenze, a differenza delle implicature conversazionali che hanno a che fare
con un tipo di nesso semantico tra enunciato che deve essere ricavato da ciò che viene detto e da come
viene detto, sono categorie al confine tra semantica e pragmatica e che non sono ben delineabili in
maniera precisa e univoca.

La presupposizione è il tipo più rilevante di significato non detto, non esplicitato verbalmente, ma
fatto assumere o inferire da quanto viene detto». Rappresenta cioè un significato implicito, che non
fa parte del significato letterale ma che è ricavato (o ricavabile) da ciò che viene detto e da come lo
si dice. Es:
A: Andiamo al cinema? – B: ho un po’ di raffreddore…
La presupposizione è un tipo particolare di significato implicito che sta nell’organizzazione stessa del
sistema linguistico.
È una caratteristica del linguaggio per cui non si asserisce esplicitamente qualcosa, ma lo si pone
come qualcosa di implicitamente condiviso.
È «la parte del significato di una frase che rimane vera, o valida, negando la frase», che quindi resiste
alla priva di negazione. Es:
Gianni legge → ‘Gianni esiste’ ed esiste anche se non legge

Un altro tipo di implicito è rappresentato dalle inferenze.


A differenza delle presupposizioni che sono ancorate alla forma linguistica, le inferenze sono fondate
sulla nostra conoscenza del mondo.
Piero ha finito di leggere l’Ariosto
Questa frase ha come presupposizioni:
a. che esiste un Piero noto al parlante e all’ascoltatore
b. Piero leggeva in un momento precedente all’enunciazione
c. esiste un libro/autore che si chiama Ariosto.
L’inferenza che ricaviamo è che Piero sa leggere

Quando interpretiamo un atto linguistico colleghiamo una struttura linguistica a un’illocuzione.


Questa interpretazione – diretta, indiretta, convenzionale o non convenzionale – richiede
l’elaborazione di informazioni ricavate dal contesto, linguistico e non.
Vengono, dunque, applicati meccanismi inferenziali, i quali forniscono informazioni pertinenti.
Es:
Ho fame! > (‘andiamo a pranzo’)

Nel processo di interpretazione il destinatario deve tener conto del contesto e deve scegliere
l’interpretazione pertinente con i fattori non linguistici della comunicazione.

Deittici
Un elemento deittico fa riferimento a ciò che è esterno all’enunciato, ossia al parlante e all’ascoltatore,
così come al tempo e al luogo in cui l’enunciato è prodotto.
Con la deissi stabiliamo un legame, un ancoraggio, con la realtà esterna cui ci riferiamo.
Le espressioni deittiche per essere intese e interpretate correttamente hanno bisogno che si faccia
necessariamente riferimento alla situazione in cui vengono prodotte.
I pronomi personali e quelli dimostrativi sono caratteristiche strutture deittiche.

Riferimenti bibliografici
Basile G., Casadei F., Lorenzetti L., Schirru G., Thornton A.M. (2010), Linguistica generale, Roma:
Carocci.
Berruto G. (2006), Corso elementare di linguistica generale. Torino: UTET.
Berruto G. & M. Cerruti, (2017[2011]), La linguistica. Un corso introduttivo, seconda edizione.
Torino: UTET.
Gobber G. & M. Morani, (2014[2010]), Linguistica generale, seconda edizione, Milano:
McGrawHill.

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