Alfieri
Alfieri
Vittorio Alfieri nacque il 16 gennaio 1749 ad Asti, in Piemonte, da una famiglia aristocratica agiata.
Rimasto orfano di padre nello stesso anno, crebbe con la madre Monica Maillard di Tournon, che però
mantenne con lui un rapporto freddo e distaccato. Questa mancanza di affetto contribuì a sviluppare
in Alfieri un carattere chiuso e malinconico. Sin da bambino, fu affidato a un precettore che lui stesso
definì «buon prete» ma «ignorantuccio». A nove anni, sotto la tutela dello zio paterno, fu inviato
all’Accademia militare di Torino, dove trascorse otto anni in un ambiente rigido e opprimente.
L’educazione impartita in questo contesto gli risultò insoddisfacente, rafforzando il suo spirito ribelle e
il desiderio di indipendenza.
Terminati gli studi nel 1758, a diciassette anni Alfieri entrò nell’esercito, ma presto lo abbandonò per
dedicarsi a un lungo periodo di viaggi, finanziati con le rendite della sua eredità. Visitò diverse nazioni
europee, tra cui Francia, Olanda, Inghilterra, Austria, Germania, Danimarca, Prussia, Russia, Spagna
e Portogallo.
Queste esperienze rafforzarono il suo spirito critico nei confronti dei regimi assolutistici, in particolare
quello di Caterina II di Russia e la Prussia, da lui definita una «universal caserma». Al contrario,
ammirò il modello politico inglese, che considerava espressione della vera libertà. Tuttavia, il suo
viaggio non gli fornì ancora un chiaro scopo di vita: Alfieri si sentiva inquieto, insoddisfatto e alla
continua ricerca di un ideale superiore.
Nel 1772 fece ritorno a Torino, dove si avvicinò agli ambienti intellettuali locali e fondò una piccola
accademia letteraria. I suoi primi scritti furono in francese, ma la sua vera svolta avvenne nel 1775
con la tragedia Cleopatra, rappresentata con successo a Torino. Questa esperienza segnò la sua
«conversione» alla letteratura, da lui stesso considerata la missione della sua vita.
Resosi conto della sua scarsa preparazione linguistica in italiano, decise di studiare con metodo i
classici della letteratura, tra cui i tragici greci, Seneca, Shakespeare e i grandi autori italiani. Per
perfezionare la sua padronanza della lingua, nel 1776 si trasferì in Toscana, dove soggiornò a lungo
tra Pisa e Firenze.
Parallelamente, nel 1777 scrisse il trattato politico Della tirannide, in cui analizzava il conflitto tra
libertà e dispotismo. Un tema simile fu sviluppato anche nell’opera Del principe e delle lettere
(1778-1786), dove sosteneva la necessità di un’intellettualità libera da condizionamenti politici.
Il periodo che segna il passaggio di Vittorio Alfieri da poeta a drammaturgo è ricco di eventi cruciali
nella sua vita personale e artistica. Nel 1778, una volta deciso di abbandonare le sue legami con la
corte sabauda e di dedicarsi completamente alla poesia, Alfieri prende la significativa decisione di
donare tutti i suoi beni alla sorella Giulia, mantenendo per sé solo una rendita annua. Questo
cambiamento avviene in concomitanza con un’importante svolta nella sua vita sentimentale, che si
intreccia con la sua produzione poetica e tragica.
Nel contesto di una passione travolgente, Alfieri si lega a Luisa Stolberg d’Albany, una donna sposata
con Carlo Edoardo Stuart, che, pur essendo formalmente illegittima, diventerà il grande amore della
sua vita. La loro relazione è ostacolata dalla gelosia del marito, un uomo violento e alcolista. Nel
tentativo di sottrarre Luisa dalla sua oppressione, Alfieri organizza una fuga che la porta prima in un
convento e poi a Roma, dove lo raggiunge nel 1781.
Questo periodo segna una fase serena per Alfieri, sia sul piano personale che artistico. La sua
relazione con Luisa sembra essere un rifugio di felicità, ma anche di ispirazione, tanto che il poeta
riesce a produrre una serie di tragedie di successo.
Nel 1783, Alfieri si consacra completamente al genere tragico e, complice un crescente successo,
pubblica quattordici tragedie: Filippo, Polinice, Antigone, Agamennone, Oreste, Virginia, La congiura
de’ Pazzi, Don Garzia, Maria Stuarda, Rosmunda, Ottavia, Timoleone, Merope, Saul. Questo periodo
rappresenta una delle fasi più prolifiche della sua carriera.
Nel frattempo, Alfieri compie un pellegrinaggio letterario attraverso l’Italia, visitando le tombe e i luoghi
natii di alcuni dei più grandi poeti italiani, un atto simbolico che sottolinea il suo rispetto per la
tradizione letteraria del suo paese.
Nel 1784, Alfieri si trasferisce a Colmar, in Alsazia, dove vivrà con Luisa, che nel frattempo è riuscita
ad ottenere la separazione dal marito. Questo periodo è segnato da un intenso lavoro artistico e dalla
scrittura delle sue ultime tragedie, tra il 1784 e il 1789: Agide, Mirra, Sofonisba, Bruto primo e Bruto
secondo.
Accanto alle tragedie, Alfieri si dedica anche ad altri lavori di riflessione politica e morale. Nel
Panegirico di Plinio a Traiano (1785), l’autore riscrive l’opera di Plinio il Giovane, mettendo in
discussione la corruzione cortigiana e immaginando come un vero scrittore libero avrebbe dovuto
consigliare al principe di abdicare al potere in favore della libertà del popolo. Nel Dialogo La virtù
sconosciuta (1786), Alfieri esplora invece il tema della virtù che disdegna la ricerca della gloria,
proponendo un ideale di nobiltà morale.
Parallelamente, Alfieri continua a lavorare sulle Rime, una raccolta di oltre quattrocento liriche scritte
in epoche diverse. La prima raccolta venne pubblicata nel 1789, mentre la seconda, preparata per la
stampa nel 1799, venne pubblicata solo nel 1808.
In questa fase della sua vita, Alfieri non è solo un drammaturgo, ma anche un pensatore e poeta,
impegnato nella ricerca di un ideale di virtù e giustizia che pervade tutta la sua produzione. La sua
vita personale, dominata dalla relazione con Luisa e dai suoi viaggi, si riflette in un’opera sempre più
matura e raffinata, che segna un punto di non ritorno nella sua evoluzione poetica.
Il periodo parigino e gli ultimi anni di Alfieri rappresentano un’ulteriore fase evolutiva del poeta,
segnata da un progressivo distacco dalle posizioni politiche che inizialmente lo avevano visto
favorevole alla Rivoluzione francese, ma anche dalla maturazione di un’acuta disillusione nei confronti
delle ideologie politiche radicali del suo tempo.
Nel 1787, Alfieri e la contessa d’Albany si trasferiscono a Parigi, dove l’autore pubblica l’edizione
definitiva delle sue diciannove tragedie, approvate e rielaborate personalmente. Durante il 1789, con
l’esplosione della Rivoluzione francese, Alfieri scrive un’ode pro-rivoluzionaria, Parigi sbastigliata, che
celebra l’entusiasmo per la rivoluzione. Tuttavia, la nuova tirannide che si instaura sotto i “re plebei” lo
delude profondamente, e ben presto l’autore si rende conto che la violenza e l’instabilità della
rivoluzione sono persino più odiose della monarchia che aveva condannato.
Nel 1792, disgustato dalla piega autoritaria degli eventi rivoluzionari, Alfieri lascia definitivamente
Parigi e si rifugia a Firenze, dove risiede stabilmente, segnando una rottura con il fervore
rivoluzionario che l’aveva inizialmente attratto.
Nel suo distacco dalla Francia e dal fervore rivoluzionario, Alfieri scrive le sue diciassette Satire, testi
che riflettono la sua crescente disillusione verso la società del suo tempo, criticando con toni
sarcastici e indignati l’ipocrisia e il paternalismo che permeano la vita sociale. Questi componimenti
colpiscono particolarmente l’opportunismo e la falsità delle classi dirigenti. Nello stesso periodo,
scrive il Misogallo, un testo di prosa e versi, in cui l’autore critica la Francia e prevede l’ingerenza
politica della nazione nelle vicende italiane, descrivendo la Francia come una minaccia per
l’indipendenza e la stabilità della penisola.
Tra il 1801 e il 1803, Alfieri scrive anche sei Commedie in versi, tra cui La finestrina e Il divorzio, che
offrono una satira sociale, e le altre opere L’uno, i pochi, i troppi e L’antidoto, in cui Alfieri esprime il
suo rifiuto del dispotismo della monarchia, dell’oligarchia e della democrazia, proponendo il modello
politico parlamentare inglese come l’unica forma di governo praticabile.
Alfieri continua a lavorare alla sua autobiografia, La Vita, iniziata nel 1790 e aggiornata fino al 14
maggio 1803, un’opera che rappresenta un’importante riflessione sul suo percorso personale e
intellettuale. Il 8 ottobre 1803, Vittorio Alfieri muore a Firenze. La sua memoria viene custodita dalla
contessa d’Albany, che gli fa erigere un monumento marmoreo nella basilica di Santa Croce, scolpito
dal grande scultore Antonio Canova, simbolo di un’ammirazione che trascende il tempo e il contesto
politico della sua epoca.
Questo periodo finale della sua vita segna il compimento di un percorso intellettuale e poetico
segnato da un rifiuto di ogni forma di tirannia, dalla rivoluzione come ideale di libertà assoluta e dalla
falsa morale della politica e della società del suo tempo.
Il pensiero e la poetica
si caratterizzano per la sua originalità e il suo spirito di rottura rispetto alle tendenze letterarie
dominanti nel Settecento italiano. Sebbene inserito in un contesto storico e culturale ben preciso,
Alfieri sviluppa una visione personale che lo rende distante tanto dal modello disimpegnato
dell’Arcadia quanto dall’ideale illuminista di intellettuale impegnato. La sua singolarità è emblematica
di un autore che rielabora diverse influenze del suo tempo, ma lo fa con una persuasiva e decisiva
personalità.
Alfieri si distacca dai modelli letterari più convenzionali del Settecento, caratterizzandosi per una
passione tormentata e per una critica costante verso la società e le sue convenzioni. La sua
opposizione al potere, specialmente quello aristocratico e monarchico, lo rende una figura in aperto
contrasto con il panorama intellettuale del tempo. Tuttavia, Alfieri non si avvicina al popolo o alle voci
rivoluzionarie in senso plebeo, ma si rifugia in una solitudine sprezzante, lontano dalle mode
mondane e dal materialismo della società borghese.
Alfieri è stato definito con vari termini: «postilluminista», «preromantico», «romantico», ma è chiaro
che la sua posizione non può essere ridotta a una singola corrente letteraria. La sua originalità sta nel
fatto di aver reinterpretato e sintetizzato diverse influenze, facendo proprie diverse tendenze ma
sempre in modo personale. La sua visione del mondo è lontana dalle scelte filosofiche e politiche più
comuni, rendendo le sue opere distinte da quelle di altri intellettuali contemporanei.
Pur condividendo la passione per i viaggi, tipica della cultura settecentesca, Alfieri non è attratto dal
desiderio di relazioni mondane o dalla cultura cosmopolita. Il suo viaggio in Europa è più una fuga dal
provincialismo piemontese e dalla società che lo aveva forgiato, cercando invece il contatto con la
natura selvaggia e solitaria e con pochi intellettuali riservati. Questo aspetto lo distingue da molti altri
autori del suo tempo, che invece si spingevano verso il mondo delle corti e delle grandi città.
Alfieri esprime un’insofferenza marcata per ogni autorità gerarchica, un atteggiamento che ha
certamente influenze libertarie e rivoluzionarie. Tuttavia, la sua critica non è univoca: da un lato è
ostile agli intellettuali cortigiani, che si piegano al potere, e dall’altro è scettico anche nei confronti
dell’eccesso di violenza e del populismo che segnerà alcuni momenti della Rivoluzione francese.
Nonostante l’influenza del contesto, Alfieri rifiuta tanto il conformismo degli intellettuali al potere
quanto la violenza anarchica delle folle.
La sua influenza sulla cultura italiana del primo 800 è fondamentale. Alfieri e Giuseppe Parini sono
considerati i padri spirituali di una nuova generazione poetica che abbraccia temi come
l’indipendenza, la ricerca della verità, e l’odio per ogni forma di tirannide. Molti dei temi che
compaiono nelle sue opere, come il suo antitiranismo e l’ammirazione per il modello politico inglese,
vengono ripresi e sviluppati da scrittori come Mazzini e Foscolo, segnando una continuità culturale
che influenza profondamente la letteratura e la politica italiane del secolo successivo.
Alfieri non è un autore che segue ciecamente una scuola di pensiero, ma piuttosto un pensatore che
plasma le idee del suo tempo in un’opera unica, segnata da una profonda ricerca interiore e da una
critica costante alla sua società. La sua poetica e il suo pensiero hanno lasciato un’impronta
indelebile nella letteratura italiana, facendo di lui una figura fondamentale per la transizione dal
Settecento al primo Ottocento.
L’autoritratto letterario
è un elemento centrale nella sua produzione letteraria, poiché egli ha saputo costruire le sue opere in
modo tale che ciascuna di esse rifletta aspetti della sua personalità complessa e tormentata.
Attraverso la sua scrittura, Alfieri si è svelato non solo come autore, ma anche come uomo,
esprimendo in modo diretto le sue passioni, i suoi contrasti interiori, e la sua visionarietà eroica.
L’opera più significativa in questo senso è la Vita, un’autobiografia che va oltre la semplice memoria
storica per diventare un’analisi psicologica e filosofica. Nella Vita, Alfieri non si limita a raccontare fatti
e vicende della sua vita, ma si concentra sull’effetto emotivo che quegli avvenimenti hanno avuto su
di lui. La sua rappresentazione di sé stesso non è mai un tentativo di verità oggettiva, ma
un’interpretazione delle sue esperienze e dei suoi sentimenti. Questo approccio rende l’opera un vero
e proprio autoritratto letterario, in cui il lettore non trova una narrazione cronologica degli eventi, ma
una riflessione intensa e personale sulla coscienza dell’autore.
Nella Vita emerge anche il lato più passionale di Alfieri, un animo tormentato che non può fare a
meno di vivere le sue emozioni con intensità assoluta. La sua passione per Penelope Pitt, una donna
sposata, è descritta con toni drammatici, mostrando quanto la sua vita sentimentale fosse dominata
da un amore travolgente e irrazionale. Questi elementi sono alla base di una personalità che non si
accontenta mai della mediocrità, ma si sforza sempre di esprimere la propria intensità emotiva.
Le Rime, la raccolta di poesie di Alfieri, sono un altro specchio della sua psiche. In esse, l’autore dà
libero sfogo ai suoi stati d’animo e alle sue passioni, e il lettore può percepire un rapporto profondo e
personale con la natura e il mondo che lo circonda. Il celebre sonetto che descrive il suo umore come
“pallido in volto più che un re sul trono”, e come una “continuazione di contrasti” (ad esempio, ora
duro e acerbo, ora mite e pieghevole), è una testimonianza di una personalità cangiante, capace di
passare da un estremo all’altro.
Nelle sue tragedie, Alfieri crea personaggi di grande statura morale ed eroica, che spesso sembrano
riflettere aspetti della sua stessa personalità. I suoi protagonisti sono individui straordinari, ma la loro
forza è spesso accompagnata da una fragilità che li rende vulnerabili. La figura del re Saul, per
esempio, che descrive se stesso come “fero, impaziente, torbido, adirato sempre”, è un ritratto che
non solo si adatta perfettamente alla tragedia, ma che sembra rispecchiare anche la personalità di
Alfieri, con il suo carattere impetuoso e la sua lotta interiore. In queste figure tragiche, l’autore sembra
proiettare non solo la propria intensità emotiva, ma anche l’idea di eroismo che per lui è sempre stato
un ideale da perseguire, anche se doloroso e contradittorio.
è uno degli aspetti più rilevanti della personalità di Alfieri e della sua visiona politica. L’autore ha
sempre avuto una posizione di netta opposizione alla tirannide, in particolare a quella monarchica, e
questo atteggiamento è riflesso in molte delle sue opere, tra cui il trattato Della tirannide (1777), dove
esprime il suo disprezzo per la monarchia come forma di governo che reprime la dignità umana e che
crea una società di servilismo e adulazione.
Per Alfieri, il tiranno è colui che soffoca la libertà individuale, ed è proprio contro questo tipo di potere
che egli indirizza la sua critica. La tirannide per lui è incarnata dalla monarchia assoluta, che
rappresenta l’oppressione di ogni forma di dignità e di autonomia. La figura del sovrano non è vista
come un difensore del popolo, ma come un oppressore che incita alla sottomissione e alimenta un
circolo vizioso di adorazione servile.
Alfieri rifiuta profondamente l’idea che un intellettuale debba essere sostenuto dal potere o farsi
protettore da sovrani per poter scrivere. Questo disprezzo per il sistema delle corti e dei letterati al
servizio dei potenti emerge anche nel suo consiglio agli scrittori nel trattato Del principe e delle lettere
(1786), dove afferma che chi non ha i mezzi per sostentarsi deve evitare di ricorrere all’aiuto dei
sovrani, poiché questo implicherebbe umiliarsi e negare la propria indipendenza intellettuale. Un
esempio del suo disprezzo per i letterati al servizio del potere lo si trova nel contrasto con Metastasio,
il grande poeta della corte viennese, che accetta il potere imperiale e compie la “genuflessione” alla
corte di Maria Teresa. Questa complicità con il potere è per Alfieri una forma di tradimento
dell’intellettualità.
Il suo disprezzo per la monarchia è evidente anche nelle sue osservazioni sui sovrani europei del suo
tempo. Alfieri non vede in Federico II di Prussia, il celebre sovrano illuminato, un modello da seguire,
ma lo giudica con indignazione per il suo autoritarismo e per il trattamento dei suoi sudditi. La visione
di San Pietroburgo sotto il dominio di Caterina II di Russia lo lascia sconvolto, tanto da rifiutare di
incontrarla, vedendo la città come una “asiatica accampamento di allineate baracche”, segno di un
potere assoluto e disumanizzante.
In tutte queste posizioni, Alfieri si distingue per un pensiero radicalmente contrario alla tirannide, che
vede come una violazione della libertà e della dignità umana. Questo disprezzo per la monarchia si
accompagna al suo desiderio di libertà personale, una libertà che è incompatibile con qualsiasi forma
di sottomissione al potere, sia esso temporale o spirituale. È in questo contesto che si inserisce la sua
“spiemontizzazione”, ovvero il desiderio di allontanarsi dalle leggi e dalle strutture del potere del suo
tempo, cercando di emanciparsi da ogni forma di sottomissione.
Il pensiero di Alfieri si caratterizza per una forte tensione verso la libertà e l’individualismo, ma anche
per un pessimismo che permea profondamente la sua visione del mondo. Questi due aspetti sono
strettamente legati e si riflettono nel modo in cui egli affronta le questioni dell’identità personale e
della lotta contro le forze esterne.
Libertà e Individualismo: esalta la libertà come una virtù assoluta, ma la sua concezione di libertà non
è legata a un progetto politico o sociale concreto; piuttosto, essa è intesa come un principio
individualista. Per Alfieri, la libertà è il diritto fondamentale attraverso cui l’individuo può esprimere e
realizzare le proprie aspirazioni e le proprie qualità interiori. La libertà è dunque la chiave per
l’affermazione piena di sé contro le difficoltà della vita.
Il Titanismo: questo desiderio di realizzazione piena dell’individuo viene rappresentato dal cosiddetto
titanismo, termine che definisce la creazione da parte di Alfieri di personaggi eccezionali,
caratterizzati da straordinarietà e grandezza. Nelle sue opere non esistono personaggi comuni o
realistici, ma sempre eroi, giganti, che affrontano le proprie passioni più forti, talvolta distruttive, in un
contesto che li ostacola.
Il titanismo alfieriano non è solo una caratteristica dei suoi protagonisti, ma anche un modo di vivere,
come dimostra la stessa esperienza autobiografica di Alfieri. Ad esempio, quando descrive la sua
decisione di imparare l’italiano, lo fa attraverso una visione eroica del proprio impegno, come se si
trattasse di una vera e propria lotta per la realizzazione del proprio obiettivo.
Il Pessimismo: nonostante la forza e la volontà di Alfieri, il suo pensiero è costantemente segnato dal
pessimismo. La sua idea di una vita eroica e di un mondo ideale, dove le passioni e gli ideali possano
realizzarsi pienamente, è ostacolata dalla realtà delle istituzioni politiche e sociali, che sembrano
soffocare la libertà individuale. Alfieri percepisce la realtà come un ostacolo insormontabile che
reprime la possibilità di una vita piena e autentica.
Il pessimismo si riflette nelle tragedie, che sono costruite attorno a un protagonista eccezionale, che si
trova a combattere contro un fato avverso che lo condanna inevitabilmente. Nonostante il suo
coraggio e la sua forza di volontà, l’eroe alfieriano è destinato alla sconfitta per mano di un mondo
che non riesce a comprenderlo, né ad accettarlo.
Rappresentano un aspetto fondamentale della sua produzione letteraria, costituendo una sorta di
diario intimo in versi che riflette la sua psicologia tormentata e il suo continuo dialogo con se stesso.
Questi componimenti lirici, che Alfieri scrisse dal 1770 fino agli ultimi anni della sua vita, offrono uno
spaccato della sua solitudine, delle sue inquietudini e delle sue passioni.
Le Rime non sono organizzate come un tradizionale canzoniere (dove le poesie seguono un itinerario
ideale ben definito), ma piuttosto come una raccolta di testi cronologici, ciascuno con data e luogo di
composizione, che offrono uno spaccato in tempo reale dei moti interiori di Alfieri. Questo approccio
consente di tracciare l’evoluzione del suo pensiero e delle sue emozioni, senza forzature, dando
l’impressione di un flusso continuo di coscienza che non segue una logica prefissata, ma si svela
progressivamente.
Al centro delle Rime si trova la soggettività di Alfieri, la sua continua riflessione sull’amore, ma anche
sul pessimismo esistenziale e sulle difficoltà politiche e sociali del suo tempo. La sua visione del
mondo è segnata da un profondo scetticismo nei confronti della società, dell’ipocrisia sociale, e delle
frivolezze mondane. Alfieri si dedica anche a una riflessione sulle sue frustrazioni politiche e sul suo
rifiuto delle tirannie, nonché su un paesaggio naturale che diventa una sorta di specchio dell’animo
dell’autore, con immagini cupe e inquietanti che riflettono il suo stato d’animo tormentato.
Sul piano stilistico, Alfieri riprende il Canzoniere petrarchesco, ma lo rielabora in modo decisamente
originale. Mentre il Canzoniere di Petrarca cercava armonia ed equilibrio, le Rime di Alfieri sono
caratterizzate da una forma aspramente dissonante, volutamente antimusicale, che crea un contrasto
netto con la tradizione lirica del tempo. Alfieri utilizza frequenti enjambement, pause metriche e una
sintassi irregolare che rende le sue poesie più spigolose e fortemente emotive, rispecchiando il suo
carattere e la sua lotta interiore.
La Vita: autobiografia
è una delle opere principali della sua produzione in prosa e si inserisce nel contesto della
memorialistica settecentesca, una tradizione che include anche opere celebri come i Mémoires di
Goldoni e le Confessioni di Rousseau. La struttura dell’opera è suddivisa in quattro epoche (Puerizia,
Adolescenza, Giovinezza, Virilità), con un seguito che comincia nel 1797 e si conclude con gli
aggiornamenti effettuati fino al maggio del 1803, poco prima della morte dell’autore.
Alfieri non scrive una semplice cronaca della propria vita, ma un’autobiografia ideale, in cui sceglie
accuratamente gli eventi che meglio rappresentano l’immagine che desidera dare di sé. La narrazione
include riflessioni intime e descrizioni delle tappe più significative della sua vita, come i suoi viaggi, i
primi amori, e la scoperta della vocazione poetica. Tuttavia, Alfieri non si preoccupa di una
ricostruzione rigorosamente storica, ma mira piuttosto a presentarsi come un eroe, il cui percorso
esistenziale è esemplare per la sua grandezza interiore.
L’elemento centrale dell’opera è la “conversione” alla poesia, che Alfieri descrive come un momento di
rivelazione in cui trova la sua vera vocazione, quella di un io superiore che si oppone alla meschinità
del suo tempo. In questo modo, la sua autobiografia non è solo un racconto delle sue esperienze, ma
una rappresentazione ideale di se stesso, in cui Alfieri evidenzia la sua indole aristocratica, la sua
passionalità, e il suo amore per la libertà — sia morale che politica.
La Vita si presenta così come il ritratto di un uomo che è, da un lato, l’ultimo avventuriero del
Settecento, ma anche il primo personaggio romantico, il quale anticipa molte delle caratteristiche della
sensibilità romantica, come il soggettivismo esasperato, l’eroismo, la ricerca di autenticità e libertà. La
fortuna dell’opera non dipende solo dal suo valore autobiografico, ma anche dalla capacità di Alfieri di
trasmettere un’immagine complessa e viva della propria personalità, fatta di contraddizioni e di una
continua tensione verso la realizzazione di sé.
Le tragedie di Alfieri sono caratterizzate da un forte dramma interiore che si sviluppa principalmente
attraverso la contrapposizione tra il tiranno e l’uomo libero. Tuttavia, nelle opere della sua piena
maturità, come Saul e Mirra, questo conflitto non riguarda più solo l’opposizione tra individui esterni,
ma si proietta nel conflitto interiore dei protagonisti, che si trovano a combattere contro se stessi e le
proprie contraddizioni emotive.
In Saul, il re biblico si trova intrappolato nel suo stesso potere e nella sua paura della perdita del
dominio, che lo porta a un progressivo disfacimento psicologico. Il suo conflitto non è più con un
nemico esterno, ma con la sua stessa mente, i suoi dubbi e le sue angosce, che lo conducono alla
follia. La tensione drammatica in Saul nasce proprio dalla distruzione dell’uomo per mano di se
stesso, in un contesto di solitudine e disperazione, dove non vi è salvezza.
Allo stesso modo, Mirra rappresenta una tragedia ancora più intima e tormentata, dove la
protagonista è una giovane donna che si consuma in un amore incestuoso per suo padre. In questo
caso, non è solo il conflitto tra il bene e il male, ma una lotta contro la propria natura e i desideri
impossibili, che la conducono a un finale tragico. La sua sofferenza è psicologica e morale, e non c’è
redenzione per lei se non nella morte.
In queste tragedie, Alfieri esplora la complessità dell’animo umano, anticipando temi che saranno
tipici del romanticismo: la sofferenza interiore, il conflitto tra istinti e coscienza, la frustrazione della
libertà individuale. I protagonisti non sono più eroi che combattono contro forze esterne, ma individui
che si consumano all’interno di sé stessi, intrappolati in contraddizioni insanabili.
Saul
è una delle sue tragedie più significative e rappresenta un capolavoro del dramma psicologico,
incentrato sull’introspezione dei conflitti interiori del protagonista.
L’ideazione del Saul risale al 1782, e il dramma fu scritto in tempi rapidi tra marzo e settembre dello
stesso anno. Fu pubblicato nell’edizione parigina del 1787-88 e rappresentato per la prima volta a
Firenze nel 1793, con Alfieri stesso nel ruolo del protagonista. La trama si ispira a un episodio biblico
narrato nel I Libro dei Re (I Samuele), ma Alfieri lo rielabora per concentrarsi sul conflitto interiore di
Saul, più che sugli aspetti esterni della guerra e della politica.
Saul, dopo essere stato scelto come re di Israele da Dio, entra in contrasto con i sacerdoti a causa
della sua smania di potere assoluto, e soprattutto sviluppa un’ostilità crescente verso David,
inizialmente suo alleato e genero. Saul vede David come una minaccia per il suo regno e lo caccia
via, temendo che David cerchi di usurpargli il trono. Il dramma si svolge in un’unica giornata,
precedendo uno scontro decisivo con i Filistei.
David ritorna segretamente nel campo israelita per aiutare Saul, ma il re, travolto dai sospetti, lo
accoglie inizialmente con gratitudine per poi cercare di convincere il proprio figlio Gionata a uccidere
David. In un atto di disperazione, Saul ordina l’uccisione di tutti i sacerdoti che hanno unto David
come re, accusandoli di tradimento. Mentre il conflitto con i Filistei esplode, Saul perde il controllo e
alla fine si suicida dopo la morte del figlio Gionata, riaffermando simbolicamente la propria volontà di
potenza, anche se ciò segna la sua rovina.
Al centro della tragedia c’è la figura di Saul, un uomo la cui forza di volontà e desiderio di potenza
sono ostacolati dalla consapevolezza dei limiti della propria natura. Sebbene il re voglia riaffermarsi
come figura eroica e regale, si trova costantemente diviso tra il desiderio di essere un sovrano forte e
la consapevolezza della sua debolezza e della perdita del favore divino. La sua lotta interiore è
rappresentata da contraddizioni laceranti: i sentimenti di odio e amore nei confronti di David, l’amicizia
con Gionata che si trasforma in un senso di tradimento, e il conflitto tra la sua volontà di potenza e la
sua rassegnazione al limite umano. Questo contrasto culmina nel suicidio, un gesto che, sebbene
tragico, riflette il desiderio di affermare la propria libertà e dignità di fronte a un destino che non può
essere controllato.
Il Saul è un’opera che rispetta in modo rigoroso le unità aristoteliche di tempo, luogo e azione. L’intera
vicenda si svolge in un’unica giornata e in un unico luogo: l’accampamento militare di Gelboè. Questo
concentrato di azione e riflessione permette ad Alfieri di focalizzarsi sull’introspezione psicologica del
protagonista, evitando digressioni o episodi secondari che avrebbero potuto diluire l’intensità del
dramma.
Anche lo stile di Alfieri rispecchia questa ricerca di concentrazione e intensità. Il linguaggio aspro e
dissonante, con l’uso dell’endecasillabo sciolto, crea una tensione che accompagna il pubblico nelle
profondità del conflitto interiore di Saul. Questo stile non è solo un mezzo per rappresentare i tormenti
psicologici del personaggio, ma anche un modo per sottolineare la dimensione simbolica e universale
della tragedia.
La tragedia Mirra di Alfieri rappresenta un punto culminante nella riflessione del drammaturgo sui
conflitti interiori dell'individuo. Composta tra il 1784 e il 1786, essa esplora i drama psicologici più
estremi, portando all'estremo l'analisi dell'inconfessabile e del tormento interiore della protagonista.
Il soggetto della tragedia è tratto dal mito di Mirra (o Smyrna), ripreso dal decimo libro delle
Metamorfosi di Ovidio, ma Alfieri lo rielabora spostando il dramma psicologico al centro della scena.
La vicenda ruota attorno alla passione incestuosa che Mirra nutre per il padre Ciniro, re di Cipro. A
differenza del mito ovidiano, dove l'incesto viene consumato tramite un inganno, nella versione
alfieriana la tensione non si manifesta solo negli atti esterni, ma si riflette profondamente nella psiche
della protagonista.
Mirra è una giovane donna che, pur circondata dall'affetto dei suoi genitori e promessa sposa al
nobile Pereo, si trova a fronteggiare il proprio desiderio per il padre, che si trasforma in una passione
distruttiva e inconfessabile. Il conflitto interiore è devastante: Mirra cerca di reprimere il suo amore per
il padre, ma la tensione cresce progressivamente, portandola a un crescendo di tormento psicologico
che culmina nel suo svenimento durante le nozze.
Nel corso della tragedia, Mirra si sforza di mantenere il segreto del suo amore proibito, rimanendo in
silenzio, come se il non dirlo potesse fermare la potenza distruttiva del desiderio.
Ma, alla fine, dopo aver rivelato la verità al padre, si rende conto che la sua sofferenza non ha via di
scampo. L'unico modo per mettere fine alla sua disperazione è il suicidio, che compie gettandosi sulla
sua spada, dopo aver scosso i presenti con la sua morte.
Al centro della tragedia vi è il dramma psicologico e morale di Mirra, che rappresenta la lotta interiore
di un essere umano contro le proprie pulsioni più oscure. Alfieri, con una grande modernità, mette in
scena il conflitto tra l'inconscio della protagonista e la sua razionalità: pur consapevole della
perversità del suo desiderio, Mirra tenta invano di soffocarlo, ma la sua natura la costringe a
fronteggiarlo, senza mai riuscire a domarlo. Questo conflitto interiore si conclude tragicamente, con la
morte di Mirra, che rappresenta l'unica via di liberazione dalla sua passione.
A differenza delle altre tragedie alfieriane, come Saul e Mirra non presenta il protagonista come un
personaggio eroico o titanico, ma come una figura più delicata e insicura, che riflette una sensibilità
fragile. Mirra è il simbolo di una soggettività tormentata e contraddittoria, in contrasto con la volontà
eroica che caratterizza altre tragedie di Alfieri. Questo dramma segna la crisi dell'individualismo
alfieriano, dove l'esaltazione della volontà di potenza lascia il posto a una crisi dell'io, disgregato dalla
conflittualità interna.
Inoltre, la dimensione tragica perde la forza sovrannaturale e mitologica, tipica delle altre opere,
sostituendola con una scenografia borghese. La vicenda si svolge in un ambiente che ricorda più un
interno familiare e quotidiano che una reggia, e i personaggi che ruotano attorno a Mirra sono per lo
più figure ordinarie, legate a affetti e preoccupazioni quotidiane.
Il linguaggio di Mirra è meno solenne rispetto ad altre opere di Alfieri: la scelta stilistica è più vicina al
parlato quotidiano, rendendo il dramma più immediato e accessibile. Questo cambiamento stilistico
contribuisce a intensificare la dimensione psicologica della tragedia, mettendo in evidenza la fragilità
e l'intensità dei sentimenti di Mirra.