Il 100% ha trovato utile questo documento (1 voto)
384 visualizzazioni14 pagine

Ungaretti, Saba e Montale

Giuseppe Ungaretti, nato ad Alessandria d'Egitto nel 1888, è un importante poeta italiano, noto per la sua adesione all'Ermetismo e per le sue opere influenzate dalla Prima guerra mondiale, come 'L'Allegria'. La sua poesia si caratterizza per l'uso di versi brevi e scabri, privi di punteggiatura, che esprimono la solitudine e la fragilità dell'esistenza umana. Umberto Saba, nato a Trieste nel 1883, si distingue per la sua poesia autobiografica e onesta, influenzata dalla psicoanalisi e dai temi dell'amore e della condizione umana.

Caricato da

zullosara31
Copyright
© © All Rights Reserved
Per noi i diritti sui contenuti sono una cosa seria. Se sospetti che questo contenuto sia tuo, rivendicalo qui.
Formati disponibili
Scarica in formato PDF, TXT o leggi online su Scribd
Il 100% ha trovato utile questo documento (1 voto)
384 visualizzazioni14 pagine

Ungaretti, Saba e Montale

Giuseppe Ungaretti, nato ad Alessandria d'Egitto nel 1888, è un importante poeta italiano, noto per la sua adesione all'Ermetismo e per le sue opere influenzate dalla Prima guerra mondiale, come 'L'Allegria'. La sua poesia si caratterizza per l'uso di versi brevi e scabri, privi di punteggiatura, che esprimono la solitudine e la fragilità dell'esistenza umana. Umberto Saba, nato a Trieste nel 1883, si distingue per la sua poesia autobiografica e onesta, influenzata dalla psicoanalisi e dai temi dell'amore e della condizione umana.

Caricato da

zullosara31
Copyright
© © All Rights Reserved
Per noi i diritti sui contenuti sono una cosa seria. Se sospetti che questo contenuto sia tuo, rivendicalo qui.
Formati disponibili
Scarica in formato PDF, TXT o leggi online su Scribd

Giuseppe Ung!

etti
Biografia
Nasce l’8 febbraio 1888 ad Alessandria d’Egitto da genitori lucchesi, i quali
gestivano un forno di pane. In Egitto frequenta scuole francofone, inizia ad occuparsi
intensamente di letteratura, leggendo i maggiori scrittori moderni e contemporanei,
da Leopardi a Nietzsche.

Nel 1912 si trasferì a Parigi, dove frequentò l’Università della Sorbona e incontrò
alcuni tra gli esponenti più importanti della cultura europea del tempo. Qui
approfondì la conoscenza dei poeti simbolisti come [Link] e [Link]é, che
esercitarono su di lui un’influenza fondamentale.
Frequenta gli ambienti dell'avanguardia, scrivendo anche versi in francese e
conoscendo alcuni fra i maggiori artisti e scrittori: come Picasso e Braque.

Nel 1914 prende contatto con i principali esponenti del gruppo futurista fiorentino,
grazie ai quali pubblica nel 1915 le sue prime poesie su “Lacerba”.
Sempre nel 1914 si trasferì in Italia, dove, arruolatosi volontario come soldato
semplice di fanteria, partecipò alla Prima guerra mondiale combattendo sul fronte del
Carso.
Dall’esperienza diretta delle atrocità della guerra, prese forma il primo nucleo della
sua produzione poetica. Nacquero così le raccolte Il porto sepolto (1916) e Allegria di
naufragi (1919); le 2 raccolte di poesie furono poi riunite nel volume L’Allegria
(1931).
Al termine del conflitto, Giuseppe Ungaretti visse a Parigi per un anno, come
corrispondente del giornale fondato da Benito Mussolini, «Il popolo d’Italia».
L‘adesione al fascismo nasceva dall’ingenua fiducia nel rinnovamento economico e
spirituale del popolo italiano che il regime prometteva attraverso la massiccia
propaganda.
Sempre a Parigi nel 1920 si sposa con Jeanne Dupoix.
Dal 1919 datano le poesie comprese poi nella raccolta sentimento del tempo, del
1933.
Divenuto uno dei più noti e prestigiosi intellettuali italiani, la sua figura costituisce un
punto di riferimento essenziale per la nuova poesia, che darà vita, in questo stesso
decennio, al definirsi di una poetica ermetica.

Nel 1936 Giuseppe Ungaretti accettò la cattedra di Lingua e letteratura italiana presso
l’Università di San Paolo, in Brasile, dove andò a vivere con la moglie e i due figli.
Qui lo colpirono due gravi lutti familiari: la morte del fratello Costantino e quella del
figlio Antonietto.
Il ritorno in Italia nel 1942 coincise con la Seconda guerra mondiale. Alla tragedia
privata si sovrappose così quella pubblica e questo duplice dramma ispirò la raccolta
emblematicamente intitolata Il Dolore (1947).
Fu nominato Accademico d’Italia e ottenne «per chiara fama» la cattedra di
Letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università di Roma.
Nel 1970 fu colto da malore durante un viaggio negli Stati Uniti e, rientrato in Italia,
morì a Milano per broncopolmonite all’età di ottantadue anni.

Poetica
Ungaretti è il maestro riconosciuto dell'Ermetismo. Esprime il bisogno di recuperare
la purezza originaria degli individui, la loro primitiva semplicità e forza d'animo. Si
oppone soprattutto al Decadentismo di D'Annunzio, cioè agli atteggiamenti
estetizzanti e superomistici; ma anche a quello del Pascoli, giudicato troppo
bozzettistico e malinconico, troppo soggettivo e poco universale. L'Ermetismo si
oppone anche ai crepuscolari, ai futuristi, ai "vociani", perché non si accontenta di
una riforma stilistica e non sopporta la retorica.

Giuseppe Ungaretti consegna ai pochi versi, scabri ed essenziali, la voce disperata di


un uomo che scopre di essere solo, con la sua carica segreta di ideali, di fronte a una
realtà spesso crudele, su cui sempre domina l’immagine della morte.
Giuseppe Ungaretti ricerca una poesia pura, essenziale, priva di enfasi e di
insegnamenti, liberata da ogni schema metrico, che esprime soltanto ciò che il poeta,
con la sua fantasia e la sua sensibilità, intuisce; poesie brevi e lapidarie, veri e propri
frammenti, in cui ogni termine si carica di una grande ricchezza di significati.

Giuseppe Ungaretti riduce al minimo la sintassi: elimina del tutto la punteggiatura e


limita la costruzione del periodo alle sue componenti essenziali.
Il poeta rifiuta anche i vincoli della metrica e della rima: non più strofe tradizionali,
ma versi liberi, talvolta costituiti da una sola parola dotata di grande pregnanza di
significato.

Opere

L’allegria
→Nasce dall'esperienza vissuta in trincea, temi di matrice essenziale, autobiografica.
FUNZIONE DELLA POESIA
L’Allegria, pubblicata nel 1931 e poi più volte rimaneggiata dall’autore fino
all’edizione del 1942, comprende le liriche concepite durante l’esperienza della Prima
guerra mondiale, che Ungaretti visse in prima persona, combattendo nelle trincee del
Carso.
Le liriche sono fortemente autobiografiche, quasi come fogli di diario, tanto che
ognuna reca l’indicazione del luogo e del giorno in cui è stata concepita. Nonostante
l’immediatezza dell’ispirazione, esse costituiscono il risultato di un lungo lavoro di
riflessione e di revisione, tanto che Ungaretti stesso ha scritto che ogni parola è
«scavata nella mia vita come un abisso».
Ungaretti propone la sua opera poetica come una sorta di nuova e versificata “ricerca
del tempo perduto”.
Il carattere autobiografico dell'opera, va spiegata attraverso la concezione dell'arte
elaborata da Ungaretti e che sarà propria anche degli ermetici, infatti, per loro,
letteratura e vita sono strettamente connesse tra loro e la letteratura ha un ruolo
privilegiato, in quanto, assumendo un valore quasi religioso, svolge la funzione di
svelare il senso nascosto delle cose.
La poesia, dunque, ha il compito di illuminare e illustrare l'essenza stessa della vita.

Analogia
Se le poesie pubblicate da Ungaretti su lacerba, nel 1915, hanno ancora carenze
discorsive e cronachistiche, le liriche successive assumono un andamento
completamente diverso, che tende a escludere le componenti più propriamente
realistiche, attraverso un'estrema riduzione della frase alle funzioni essenziali della
sintassi e della parola.

→Questa capacità di sintesi della parola è conseguita da Ungaretti attraverso il


mezzo espressivo dell'analogia. Tale procedimento va oltre la simbologia e le
metafore utilizzate dalla letteratura precedente e vuole distinguersi dal carattere
“meccanico” dell'analogia futurista.
Ungaretti sostiene che la letteratura dell'Ottocento, in particolare la poesia, aveva
cercato di conoscere il reale in modo analitico, istituendo collegamenti chiari e
comprensibili tra gli oggetti o tre concetti.

Si tratta, quindi, di una conoscenza “lenta” e “faticosa”, capace di rilevare solo gli
aspetti immediati e superficiali della realtà, non la sua essenza profonda.
Ungaretti contrappone, quindi, il suo nuovo modo di fare poesia, “rapido”, cioè
sintetico, che sa mettere in contatto immagini lontane, le quali non hanno alcun
rapporto tra loro e non esprimono un senso immediato ed evidente.
In questo modo, il poeta supera la distanza che separa il mondo della realtà e della
storia (la memoria) da un mondo superiore e divino che gli rivela il senso delle cose
(l’innocenza).

→L'innovazione ungarettiana venne favorita dalla rivoluzione futurista delle parole in


libertà, di cui fu rifiutato il movimento caotico.
La strada da percorrere era, invece, quella dei simbolisti, soprattutto da Mallarmé, in
cui l'analogia si proponeva di cogliere il valore evocativo della parola, isolandola
dalla sua purezza assoluta.
→Per Ungaretti il poeta è una sorta di “sacerdote” della parola, che sa cogliere i nessi
segreti delle cose. È la direzione che attribuisce alla poesia un significato magico ed
esoterico, spingendola fino al limite estremo dell'inconoscibile dell’inesprimibile.

Gli aspetti formali


Le similitudini e le metafore rappresentano con efficacia la desolazione del poeta,
coinvolto in una realtà di orrore e massacro che lo induce a riflettere sulla fragilità
dell’uomo, la precarietà e il dolore dell’esistenza.
La raccolta è suddivisa in varie sezioni: Prime, Il Porto Sepolto, Naufragi, Girovago,
Ultime.
In questa raccolta troviamo tutte le sue innovazioni poetiche, sia sul piano strutturale
e lessicale, sia su quello sintattico e metrico:
-Abolisce la punteggiatura, sostituendola con spazi bianchi che hanno funzione di
pausa semantica e di pausa espressiva;
-Alle parole della tradizione classica sostituisce quelle comuni della lingua parlata, le
sole adatte ad esprimere l'intimo del pensiero perché scavate nella vita;
-Sconvolge la sintassi tradizionale e rompe i sintagmi o gruppi di parole legate
logicamente tra loro, in questo modo, le parole, acquistano una vita propria
accentrando su di sé l'attenzione del lettore;
-rifiuta le forme metriche tradizionali, sostituendole con versi liberi;
-reagisce allo stile di D'Annunzio, dei crepuscolari e dei futuristi usando frammenti di
immagini ed espressioni scarne, ridotte all'essenziale;
I temi:
- le sofferenze patite in guerra: la solitudine
- la caducità della vita: il dolore
- l'angoscia della morte che incombe: il desiderio di pace, di serenità
- la fratellanza umana: di sentirsi in armonia con la natura.

Umberto Saba
Biografia
Nasce a Trieste nel 1883. Trieste e` un luogo piuttosto isolato rispetto ad altre citta`
del Paese. La figura di Saba e` una figura rimasta un po` isolata, rassegnata pero`
moralmente molto intensa e solida.

La madre era ebrea, il padre non lo riconosce e abbandona la madre quando era
in attesa. La donna lo affida ad una balia slovena, questa figura e` stata importante
quanto la madre, molto presente nei suoi versi.

Il padre lo conoscerà soltanto a 20 anni, ma aveva gia interiorizzato un immagine


negativa di lui che gli aveva trasmesso la madre; un padre mai visto, interiorizzato
come “fedifrago” e incosciente. Quando lo conoscerà rivaluta la figura paterna e
riconoscerà alcuni tratti di se stesso in suo padre: la leggerezza (che magari dalla
madre era vista come superficialità), e il cavarsela nelle situazioni. Tratti che metterà
nelle sue poesie in antitesi alla rigidità materna. Quando parla dei suoi genitori dirà:
<<Erano due razze in antica tenzone>>.

Questa contrapposizione la troverà anche in se stesso e non riuscirà mai a ricomporla,


aveva questi due aspetti di se stesso che da grande ha riconosciuto provenire da
entrambi i genitori: rigidità della madre e del padre. I suoi studi sono irregolari a
causa dei dissidi interiori. Fino a 20 anni lavora come mozzo sulle navi, come
apprendista in una ditta di Trieste fino a quando deciderà` di trasferirsi a Firenze.
Qui inizia ad appassionarsi alla letteratura, incontra vari letterari, collabora alla rivista
“La voce” e decide di tornare a Trieste dove si sposa con Carolina Wolfler, con
cerimonia ebrea, la chiama Lina.
Avrà una figlia e inizia` a pubblicare le sue poesie. Partecipa alla prima guerra
mondiale nelle retrovie, ma avendo forti attacchi di depressione viene congedato.
Torna a Firenze ed apre una libreria antiquaria, rimanendo legato a questa attività per
tutta la vita.
Nel 1938, in seguito alla promulgazione delle leggi razziali, Saba abbandona Trieste
per rifugiarsi a Parigi. Le persecuzioni contro gli ebrei, la seconda guerra mondiale la
crisi triestina dell’immediato dopo guerra aggiungo la ragione sociale politica
l’infelicità esistenziale del poeta.
Saba trascorre gli ultimi anni della sua vita Trieste, con prolungati ricovero in clinica
dovuti alla nevrosi di origine depressiva; scoprira` tratti di omosessualita`, la
psicoanalisi, vive con grande angoscia la mancanza di serenità`. Muore a Gorizia nel
1957.

Il canzoniere e la poetica
L'edizione definitiva dell'opera risulta divisa in sezioni, che sono a loro volta
raggruppate in tre volumi, che corrispondono ai più ampi archi di sviluppo temporale
della giovinezza, della maturità e della vecchiaia di Saba. Saba pone in primo piano
l'elemento autobiografico della sua poesia, ricondotta a particolari situazioni e
momenti esistenziali. Per il Canzoniere si può quindi parlare di un'opera unitaria
(romanzo) in quanto narra la storia di una vita. Il titolo richiama il Canzoniere di
Petrarca, il quale fece da modello poetico fino a Leopardi.

Facendo riferimento alle proprie esperienze, Saba vuole parlare della condizione più
generale dell'uomo e della vita; non si presenta come il poeta-vate dispensatore di
verità, non si propone di fare della “bella poesia”, ma della poesia onesta, animata da
una sincerità che permetta di fare chiarezza dentro di sé e nei rapporti con gli altri.

Da una parte questo atteggiamento porta il poeta ad affrontare i temi della


quotidianità, dall'altra parte il desiderio di sincerità lo spingere ad andare al di là delle
apparenze, al fine di svelare la verità che giace al fondo. La verità va ricercata nelle
motivazioni profonde dell’agire dell’uomo, motivazioni che sono, nelle loro ragioni
ultime, identiche per tutti gli uomini.

Lo strumento privilegiato per comprendere la realtà umana è per Saba la psicologia e


in particolare, a partire dal 1928, anno in cui inizia la terapia con Weiss, la
psicoanalisi. Questa disciplina mostra le pulsioni inconsce che stanno alla base delle
azioni e dei pensieri umani. La scoperta della verità che giace al fondo infatti può
assumere anche una funzione terapeutica, proprio come nella pratica psicoanalitica, il
rinvenimento delle pulsioni inconsce che causano l'insorgere della nevrosi, può allo
stesso tempo liberare il paziente dalla nevrosi stessa.

Saba è influenzato fortemente dal pensiero di Freud e Nietzsche, che aveva


smascherato l'ipocrisia della morale corrente per mostrare gli aspetti più nascosti e
inquietanti dei comportamenti umani.
I temi principali
I temi principali della poetica di Saba sono l'amore per la vita (che avverte
costantemente o di cui cerca di riappropriarsi), lo sforzo di superare un isolamento
che nasconde in sé tracce profonde di angoscia e di dolore, la riscoperta di un senso
di partecipazione e quindi il desiderio improvviso di uscire e di vivere la vita con tutti
gli uomini. Ricorre la presenza femminile: alcune poesie sono dedicate alla moglie
Lina, altre all'amante Chiaretta, e le altre alla figlia Linuccia.

Il rapporto con la donna riguarda il problema della maternità, in generale della


famiglia: l'abbandono da parte del padre e la durezza della madre inducono il
bambino a riservare il suo bisogno di affetto sulla balia, mentre più tardi cercherà
piuttosto la comprensione e l'aiuto della zia. Nella moglie, Saba cerca anche un
sostituto dell'immagine materna, mentre altrove la figura femminile sembra proporsi
come quella della donna-amante e della donna-fanciulla.

E’ ovviamente presente la componente autobiografica, il cui tema principale è


l'infanzia, seguono l'eros, la nevrosi, e la scissione dell'io.
L'ultimo tema è il legame inscindibile che si stabilisce fra la gioia e il dolore,
considerati entrambi come elementi costitutivi e presenti nell’esistenza individuale e
collettiva. L'umanità di Saba nasce dal dolore, da una lacerazione interiore, quella
della malattia psicologica, che affonda le sue radici nell'infanzia del poeta. Da qui il
motivo della sincerità, il bisogno di fare chiarezza, in un rapporto con la vita tutt'altro
che facile.

Caratteristiche formali
Saba ha iniziato a scrivere le sue poesie basandosi prevalentemente sui libri della
tradizione scolastica e ignorando pressoché completamente il laboratorio delle
sperimentazioni contemporanee. Negli anni delle avanguardie, Saba non esita ad
adottare gli schemi poetici del passato, come la metrica regolare e l'uso delle rime.
Ciò sta a significare il rifiuto di un'espressione deliberatamente difficile e
dell'analogia come tramite di un rapporto misteriosamente allusivo con la realtà
(tipico del decadentismo).

Le cose nominate da Saba vivono in un'atmosfera naturale, e si propone di cogliere


direttamente stati d'animo e impressioni senza tuttavia rinunciare alla ricerca di
significati più profondi. La sua poetica è anche definita “antinovecentista”, in quanto
rifiuta le più vistose e spericolate innovazioni della ricerca poetica del proprio tempo.
La poesia di Saba è sostenuta da una chiarezza espressiva che usa modi semplici e
immediati, con un lessico volutamente povero e comune. L'obiettivo è anche quello
di interrogarsi sui significati essenziali e universali della vita: quelli relativi al destino
dell'uomo, con le sue ambiguità e contraddizioni.
Eugenio Montale
Nasce a Genova nel 1896 da una famiglia medio-borghese. La salute malferma non
gli consente un percorso regolare di studi, ma grazie a sua sorelle Marianna riesce a
leggere la poesia romantica inglese, i poeti decadenti e simbolisti, Leopardi, poeti
contemporanei (D’Annunzio, Pascoli, Gozzano, Saba). La sua adolescenza la passa
tra Genova e Monte-rosso (Cinque Terre).

Nel 16 parte per il fronte, l’anno seguente frequenta un corso per ufficiali dove
diventa amico del critico Solmi. Combatte presso Vicenza e in Trentino, e una volta
firmato l’armistizio dirige un campo di prigionieri a Lanzo Torinese dino al 1919.
Tornato a Genova frequenta il Caffè Diana, dove conosce Sbarbaro e Roberto Bazlen
(detto Bobi Bazlen).

Montale aveva iniziato a comporre poesie già dal 16, ma la prima raccolta “Ossi di
seppia” use nel 1925. Nel frattempo collabora ad altre riviste come la milanese
“L’esame”, dove compare il suo orticolo ‘Omaggio a Italo Svevo’.
Nel 27 si trasferisce a Firenze dove frequenta il Caffè delle Giubbe Rosse, in cui si
riunivano gli intellettuali antifascisti. (Già nel 25 Montale aveva firmato il
“Manifesto degli intellettuali antifascisti”, redatto da Benedetto Croce).

Nel 29 diventa direttore del Gabinetto Vieusseux, nota istituzione letteraria fiorentina.
A Firenze conosce Drusilla Tanzi (da lui chiamata Mosca), che sposerà più tardi. La
vita del poeta in questi anni è legata alla rivista “Solaria”, impegnata a divulgare le
nuove esperienze culturali e a porre un limite alle direttive del regime fascista.
Nel 34 la rivista viene soppressa e Montale, non iscritto al Partito fascista, perde la
direzione del Vieusseux.

Nel 39 pubblica “Le occasioni”, in cui risuona l’annuncio della ww2: per questo
motivo il nome di Montale diventa simbolo di opposizione.
Nel 40 viene richiamo nell’esercito, ma dopo 2 anni viene congedato a casa della sua
salute. Comincia a tradurre scrittori come Shakespeare per guadagnarsi da vivere.
Grazie a Contini pubblica la raccolta “Finisterre” nel 43, che poi verrà inserita come
sezione nella terza raccolta “Bufera e altro” 1956. Alla fine della ww2, aderisce al
Partito d’azione.

Nel 47 esce il “Quaderno di traduzioni” (traduzioni di Blake, Joyce, Eliot). Montale


intraprende una collaborazione con il “Corrieire della Sera”, una volta trasferitosi a
Milano. Comincia a viaggiare moltissimo: NY, Parigi, Barcellona, Londra (dove
conosce Eliot nel 48).
La raccolta “Bufera e altro” viene accolta con entusiasmo e la fama di montale
diventa nazionale: le sue opere vengono tradotte in diverse lingue, riceve premi
internazionali e viene nominato senatore a vita per i ‘meriti nel campo letterario e
artistico’.
Nel 75, a Stoccolma, riceve il Premio Nobel per la letteratura. Negli ultimi anni della
sua vita si interessa a discipline inedite per lui: fisica, astronomia e scienze naturali.
Muore a Milano nel 1981.

Pensiero e poetica
Montale è un autodidatta e si forma in un contesto appartato: compie letture
autonome e definisce un proprio personale modello poetico che ha come modelli di
riferimento Leopardi, Dante e D’Annunzio.
Montale traccia un percorso culturale libero, in cui si interessa anche alla filosofia di
Schopenhauer e Bergson. L’influenza del pessimismo schopenhaueriano è evidente
nella raccolta “Ossi di seppia” in cui la realtà è rappresentata come fittizia (= velo di
Maja).

Montale è debitore deve idee antipositivistiche di Boutroux, dal quale accoglie


particolarmente la teoria del ‘contingentismo’, ovvero che il rigido determinismo
scientifico viene meno quando si entra nel mondo psicologico. Nel mondo
psicologico i fenomeno sono governati dalla libertà degli individui, e questo può
scaturire la speranza di un’illuminazione improvvisa che, consentendo di
comprendere la vera realtà, sottrae l’uomo dai vincoli rigidi della storia.

L’uomo è prigioniero di una rigida catena di cause e effetti che lo vincola e lo


schiaccia. Il poeta indica questa dolorosa condizione con l’espressione ‘male di
vivere’. L’uomo montaliano aspira a una piena consapevolezza, ma ciò non gli è dato
se non come speranza di cogliere nella realtà l’oggetto rivelatore che lo conduca al
significato della vita.

La coscienza razionale della condizione dell’uomo sfugge perennemente all’uomo,


l’unica verità è quella della constatazione della sofferenza come condizione
esistenziale. Questa coscienza del male di vivere non può essere acquisita con il
ragionamento, ma solo facendone esperienza. Questa prospettiva coincide con il
pensiero dell’Esistenzialismo di Sartre.

La poesia, pur aspirando a farci ricerca metafisica, deve continuamente fare i conti
con i limiti della condizione umana, su questa base poggia la sua riflessione critica
sulla funzione della poesia nella società contemporanea. Montale infatti rifiuta ogni
forma di vatismo (la poesia svela verità certe = D’Annunzio), e il poeta non può
presentarsi come guida dell’umanità.

In questa coscienza del limite della parola poetica, risiede il valore etico della poesia,
la funzione e il senso della letteratura: essa invita a diffidare del pensiero unico e
verità assolute dei regimi. Da questo orientamento emerge la prospettiva liberale,
laica e antifascista.
L’essenziale della condizione umana è oggetto di poesia e, anche se la poesia non è in
grado di svelare, il poeta può dire ciò che la poesia non è: il poeta può esprimere
messaggi ‘in negativo’. La parola si spoglia quindi di qualsiasi potere magico o
evocatore e rimane solo l’ironia.
Tecniche poetiche:
Tra i caratteri della sua poesia spicca l’abbassamento di tono e di linguaggio. A
questa scelta segue una predilezione per una realtà fatta di paesaggi e oggetti dimessi,
ordinari e quotidiani (limoni, ossi di seppia, anguilla, pozzanghera...) che si lega alla
polemica contro il vatismo.

Gli oggetti di Montale, nella loro dimensione umile, possono assumere un valore
emblematico: è come se in loro fosse condensata una particolare condizione
esistenziale che il poeta vuole trasmettere al lettore. Un semplice oggetto può
diventare l’equivalente del male di vivere, diventando cioè il ‘correlativo oggettivo’.
Questa tecnica è un procedimento diverso dalla metafora o dall’analogia, le quali si
servono di immagini per evocare significati tramite legami di tipo associativo. Gli
oggetti montanini si caricano di significati emblematici che prescindono da legami
logici di somiglianza.
Il correlativo oggettivo può essere accostato all’allegoria (tipica di Dante. Mentre in
Dante l’oggetto richiama idee condivise da una comunità che vi associa verità certe,
in Montale l’allegoria appare ‘svuotata’, perchè chiamata a fare i conti con l’assenza
di valori assoluti. L’oggetto emblematico e l’allegoria rappresentano quindi la ricerca
di verità.
Montale rifiuta le avanguardie storiche, il futurismo, e Ungaretti. La sua poesia non è
rivoluzionaria: la metrica presenta elementi tradizionali e anche la ricerca di
musicalità (ottenuta attraverso catene di iterazioni foniche) ricorda quella di
Leopardi, Pascoli e D’Annunzio. La forma primaria è a quartina, i versi prediletti
sono gli endecasillabi incrociati con i settenari (in Ossi di seppia usa molto il
novenario - tipico di Pascoli). Inoltre Montale torna a utilizzare la rima.

Montale afferma che il poeta non può vivere solo di poesia, perchè non guadagna
abbastanza. Quindi si cerca un altro mestiere come il giornalista o il traduttore. Infatti
questi due mestieri accompagnarono Montale per tutta la vita.
Secondo lui, la traduzione finisce per essere un esercizio formale, ma anche un’opera
critica, un’opera creativa che nasce dall’interferenza tra il poeta e il traduttore.

Ossi di seppia
È la prima raccolta poetica pubblicata da Piero Gobetti nel 25, am esce con l’edizione
definitiva nel 42. Risente molto del contesto storico in cui fu concepita: il fascismo,
dopo il delitto Matteotti (24), si consolida e avvia lo smantellamento delle istituzioni
liberali — il mondo della cultura si divide in 2 Manifesti, quello degli intellettuali
fascisti e quelli antifascisti.

Sulla scelta del titolo della raccolta ha giocato il rapporto stretto tra il poeta e la sua
Liguria e, in particolare, le Cinque Terre. Gli ossi di seppia oggettivano l’idea di
un'esistenza ridotta a inutile resto, frammento scisso del tutto e riconsegnato sulla
terra. Inizialmente la raccolta doveva intitolarsi “Rottami”, ma poi il poeta decide di
identificare questo ‘rottame’ buttato a riva con l’osso di seppia. L’osso di seppia è
assunto come correlativo oggettivo dell’esilio del poeta dalla vita: il poeta non si
sente in armonia col cosmo, si sente estraneo dalla sua esistenza.
La raccolta è costruita in una forma compatta di libro e contrassegnata da una
dimensione narrativa. Ciascuna delle sezioni presenta specifiche formali e aree
tematiche:
1. “In limine” (poesia d’apertura) — contiene i temi principale del raccolta
2. “Movimenti” (1° sezione) — definisce lo stile e le intenzioni poetiche (lirica ‘I
limoni’)
3. “Ossi di seppia” (2° sezione) — liriche brevi
4. Sezioni finali — testi più lunghi e complessi
5. Lirica “Riviere” — chiude il libro con una nota di speranza
Temi e stile:
La lirica “I limoni” confine una dichiarazione poetica: Montale prende le distanze dai
poeti-vate (D’annunzio), in quanto rifiuta il sublime e rappresenta un ambiente
quotidiano (come quello dei giardini die limoni).

La vocazione anti-dannunziana si nota su un duplice piano:


1. Nello stile - rinuncia al vatismo, ai toni aulici e alle verità assolute
2. Nei temi - distanza dal panismo
Questa raccolta testimonia un legame di disarmonia tra uomo e natura. In Montale
l’identificazione con elementi naturali rappresenta una condizione alienata e
sofferente. Ciò comporta un sentimento di fallimento esistenziale che grava
sull’individuo. Quando l’io riesce a identificarsi con un elemento vitale (tipo pianta),
questa metamorfosi non è segno di fusione ma esprime una condizione di immobilita
sofferente. Montale spiega questo con l’immagine dell’agave, pianta che si aggrappa
allo scoglio per resistere all’azione violenta del vento.

La poesia degli “Ossi di seppia” è la poesia della negatività senza scampo, infatti la
condizione umana è simile a quella di un prigioniero circondato da ‘una muraglia che
ha in cima cocci aguzzi di bottiglia’, quindi invalicabile.
La vita viene vista come prigione, in cui raramente ci sono sprazzi di vitalità positivi.
Persino l’elemento simbolico del sole assume connotati negativi: il suo calore
prosciuga, inaridisce e secca, e a questo inaridimento va incontro anche il cuore del
poeta, segnati dall’assenza di sentimento. Il meriggio è lontano dall’essere il
momento della rivelazione della verità, ma è piuttosto sinonimo di immobilità.
Nasce quindi la poesia oggettuale di Montale, composta da oggetti il cui valore
allegorico mette il poeta in secondo piano poiché da più importanza alle cose che a se
stesso.

Per aderire alla sua visione del mondo, Montale afferma di aver cercato delle scelte
poetiche ce tradussero il male di vivere:
- Un verso difficile, aspro e conciso.
- Musicalità secca dei versi
- Lessico che accosta termini non consueti a parole più concrete - Scelte lessicali
dantesche
- Allitterazioni dai suoni bruschi
- Verso endecasillabo, settenario e novenario
- Quartine rimate (rime baciate interne).

Le occasioni
La seconda raccolta raccoglie 50 testi pubblicati nel 1939. Simao nel pieno del
regime fascista e negli anni che precedono la ww2. Nel 27 il poeta si era trasferito a
Firenze per dirigere il Gabinetto Vieusseux, dove frequenta gli intellettuali antifascisti
presso il Caffè delle Giubbe Rosse e lavora per la rivista “Solari”, dove c’è una
concezione elitaria della cultura (la cultura deve essere per pochi e permette di
difendersi dal fascismo).

Il regime fascista non consentiva una soluzione diversa dall’isolamento e


dall’incomunicabilità: anche Montale dovrà prenderne atto ma non rinuncia a
mostrare l’aspetto tragico della condizione dell’intellettuale e del poeta di fronte alla
violenza fascista.
La parola monataliana esprime un assoluto disincanto di fronte alle illusioni, infatti la
raccolta dà voce al silenzioso rifiuto di tutte le false certezze.

Temi e stile
La distanza tra la 1° e 2° raccolta è netta per temi e stile. Mentre in “Ossi..” Domina
una dimensione naturale, qui ci si immerge in un’ambientazione urbana. Ora il poeta
vede riflessa la sua condizione di disarmonia nella città che rivela una duplice
valenza: da un lato, appare come uno scenario infernale popolato da uomini automi
privi di identità, dall’altro sembra alludere alla città umanistica (come FI) che può
ancora celare tracce di quei miti culturali che vanno tutelati.

L’io è sostenuto da alcune figure femminili che assumono un’assoluta centralità.


Dominano i modi di un dialogo in cui il poeta si rivolge a un ‘tu’ (presenza
femminile). Questo dialogo pero è vissuto in assenza della donna, che è stata costretta
ad esiliarsi, in quanto ebrea - sono tutte donne in fuga. Arletta, Gerti, Liuba, Dora
Markus.
La figura femminile più emblematica è sicuramente Irma Brandeis, un’ebrea
americana di origine austriaca con la quale Montale ebbe un rapporto sentimentale
fino al suo esilio negli USA.
Questa donna, indicata con I.B., sarà chiamata Clizia a partire dalla 3° raccolta che
allude al mito della ninfa innamorata di Apollo, ma non corrisposta, che viene
trasformata in un girasole. Si capì chi fosse questa I.B. solo dopo la morte di Montale,
in quanto lei pubblico le loro lettere.

Il suo nome allude sia al sole che al ghiaccio: BRAND in tedesco dignifica ‘incendio/
fiamma’ EIS in tedesco vuol dire ‘ghiaccio’.
A lei è connesso anche un movimento discendente dal cielo alla terra che fanno di
Clizia una ‘donna-angelo’ (come se fosse una nuova Beatrice, ma di religione laica).
La partenza della donna minaccia la salvezza del poeta, dato che la donna rappresenta
la salvezza attraverso cultura (fascismo = ignoranza).
In questa raccolta Montale approda a un intreccio tra la dimensione dell’allegoria
dantesca e il correlativo oggettivo. La moderna allegoria montaliana, pur
condividendo con quella dantesca il concetto filosofico, non può più riferirsi a verità
assolute. Piuttosto ci restituisce una domanda di significato, la cui risposta sfugge o
appare solo per bagliori fulminei. Qui il correlativo oggettivo non viene spiegato ma
viene lasciato alla libera interpretazione del lettore.
Montale riflette anche sulla funzione della memoria sia in chiave privata, come
garante del vissuto individuale, sia in chiave pubblica, come deposito di valori
tradizionali.
La memoria non poggia su alcuna certezza, perchè non può più assicurare un legame
saldo tra il passato e il presente È una memoria che non può sottoporsi a un controllo
volontario (= Proust - Madeleine). L’attenzione del poeta si sofferma quindi sulle
intermittenze dei ricordi.
Si rivela cosi la natura discontinua della memoria, che appare associata ad aree
tematiche dominate dall’infelicità: solitudine dell’io, precarietà del ricordo e assenza
di comunicazione.

Sul piano delle scelte formali si torna a un recupero della tradizione: linguaggio
petrarchesco, metrica regolare, endecasillabo. Si è parlato di un plurilinguismo mono-
stilistico in quanto c’è l’alternanza di vocaboli alti e quotidiani ma ci si riallaccia alla
tradizione con l’uso della rima.

Il quarto Montale. Raccolta esce nel 71, in pieno boom economico e questo ha una
ricaduta sul tono della raccolta (società meccanizzata, televisiva, pubblicitaria). Dopo
10 anni di silenzio, Montale ricomincia a scrivere poesie tra il 61-70 pubblicate nel
71.

Il titolo è sinonimo di saturazione, ma è anche il titolo di un genere letterario latino di


cui i latini andavano fieri in quanto non lo avevano copiato dai greci. Allude anche
alla Satura lanx (piatto misto offerto agli Dei).
Montale sceglie il titolo per 3 motivi:
1. Una raccolta dove c’è un mix di linguaggio, tematiche e stili
2. Lo stile è più sarcastico e ironico (quindi ricorda la satira o parodia)
3. Saturare significa ‘non ne posso più’ — il critico Macchia ha detto che Montale ha
scelto
questo titolo perchè non ne poteva più di questa società di massa priva di valori.

L’opera è caratterizzata da diversi livelli stilistici e temi differenti, che rispecchiano


la complessità del mondo contemporaneo. È divisa in 4 sezione ma l’organizzazione
non è narrativa dato che il tempo lineare è messo in discussione e la storia diventa
una sequenza di fatti insensati.
1. “Xenia I”
2. “Xenia II”
3. “Satura I”
4. “Satura II”
Le due sezioni degli Xenia sono dedicate alla moglie Drusilla Tanzi, detta Mosca, che
morì nel 63. Xenia, in greco, si riferisce ai componimenti poetici greci che
accompagnavano doni per gli ospiti (gli ospiti erano sacri per i greci). Quelli di
Montale sono dei doni emotivi, infatti tratteggiano un colloquio enigmatico con la
moglie definita che guida il poeta verso il particolare quotidiano. Mentre gli Xenia
manifestano una compattezza unitaria e un ordine compositivo, i componimenti di
Satura sono privi di un principio ordinatore. Il poeta sembra scegliere un caos
programmatico, volontario, che sia l’emblema del caos della vita moderna
(consumismo, pubblicità - i valori alti della cultura sono diventati elitari e non
trovano più posto nella società).

Montale, ora che è anziano, si sente ancora di più estraneo dal mondo e non nutre più
nessuna speranza (non cerca nemmeno più quel varco o anello della catena che non
tiene). La mancanza completa di ottimismo e di fiducia è stata associata all’ultimo
Leopardi (Ginestra), ma Leo formula un’idea utopica (la social catena degli uomini -
fronte comune/fratellanza per sconfiggere natura matrigna): in Montale manca anche
questo spiraglio di speranza, e sostiene che è stupido chi si sente integrato nella
società e chi nutre fiducia nel futuro.

In questa 4° raccolta si moltiplicano le affermazioni dell’inesistenza del mondo


sensibile. Quindi l’idea dell’inganno, l’ipotesi del nulla (‘forse un mattino’) qui
diventa una certezza. Lui sostiene che l’apparenza sensibile sia un’inganno e non
esista, dato che l’uomo ha perso ogni centralità (antiantropocentrismo - riferimento a
Leopardi). Anche l’esistenza stessa non è accertabile. Il poeta afferma di non essere
mai stato certo di esistere e formula l’ipotesi che forse siamo tutti già morti senza
saperlo (‘avevamo studiato per l’aldilà’) — quindi il confine tra vita e morte si
confonde.

La poetica appare impostata in senso comico: prevalgono stile e argomenti bassi,


legati al quotidiano. I toni sonno spesso ironici e sarcastici. È ricorrente la presenza di
interni domestici, oggetti umili e quotidiani.
L’abbassamento è evidente anche sul piano formale: inserti prosastici, parodia di altri
testi e autostazione.
Il discorso poetico assume così un tono di sovrabbondanza, quasi a rappresentare la
saturazione del mondo assediato dalle informazioni dei mass media.

Differenze fra Clizia e Mosca:


- Clizia è la donna-angelo che poi diventa Cristofora in “Bufera" - rappresenta i valori
alti della
cultura che resistono al regime.
- Mosca è una donna ordinaria - rappresenta la vita quotidiana - Clizia ha un ruolo
salvifico che Mosca non ha.
Questo avviene perchè i tempi sono cambiati ed è cambiato anche il poeta: la donna
non può più avere un ruolo slavifico, non può più annunciare un senso, perchè il
senso della realtà è ormai perduto.
Mosca viene ricercata negli oggetti umili e il poeta individua le sue tracce con
tenerezza: questa donna è sempre stato accanto a lui nella sua inettitudine. Era una
donna programmatica che non aveva ambizioni letterarie e per questo era degna di
ammirazione secondo Montale.
Per affrontare il tema della morte, il poeta non sceglie mai una dimensione poetica/
drammatica, ma piuttosto abbassa il tono, conferendo alla sua poesia caratteri ironici/
umoristici.

Stile
Stile prosastico, discorsivo. Torna allo stile di Gozzano dei Colloqui. Il
plurilinguismo si amplia — vocaboli colloquiali (clacson, motorino, okay) alternati a
vocaboli alti.
L’abbondanza di ossimori per esprimere una realtà caratterizzata dall’abbinamento di
contrasti da cui non si trova una sintesi, non portano ad alcun risultato.
Giochi di parole - modo per ironizzare e dissacrare luoghi comuni dell’epoca, e nello
stesso tempo per sottolineare l’assurdo dell’esistenza.

Potrebbero piacerti anche