Ungaretti, Saba e Montale
Ungaretti, Saba e Montale
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Biografia
Nasce l’8 febbraio 1888 ad Alessandria d’Egitto da genitori lucchesi, i quali
gestivano un forno di pane. In Egitto frequenta scuole francofone, inizia ad occuparsi
intensamente di letteratura, leggendo i maggiori scrittori moderni e contemporanei,
da Leopardi a Nietzsche.
Nel 1912 si trasferì a Parigi, dove frequentò l’Università della Sorbona e incontrò
alcuni tra gli esponenti più importanti della cultura europea del tempo. Qui
approfondì la conoscenza dei poeti simbolisti come [Link] e [Link]é, che
esercitarono su di lui un’influenza fondamentale.
Frequenta gli ambienti dell'avanguardia, scrivendo anche versi in francese e
conoscendo alcuni fra i maggiori artisti e scrittori: come Picasso e Braque.
Nel 1914 prende contatto con i principali esponenti del gruppo futurista fiorentino,
grazie ai quali pubblica nel 1915 le sue prime poesie su “Lacerba”.
Sempre nel 1914 si trasferì in Italia, dove, arruolatosi volontario come soldato
semplice di fanteria, partecipò alla Prima guerra mondiale combattendo sul fronte del
Carso.
Dall’esperienza diretta delle atrocità della guerra, prese forma il primo nucleo della
sua produzione poetica. Nacquero così le raccolte Il porto sepolto (1916) e Allegria di
naufragi (1919); le 2 raccolte di poesie furono poi riunite nel volume L’Allegria
(1931).
Al termine del conflitto, Giuseppe Ungaretti visse a Parigi per un anno, come
corrispondente del giornale fondato da Benito Mussolini, «Il popolo d’Italia».
L‘adesione al fascismo nasceva dall’ingenua fiducia nel rinnovamento economico e
spirituale del popolo italiano che il regime prometteva attraverso la massiccia
propaganda.
Sempre a Parigi nel 1920 si sposa con Jeanne Dupoix.
Dal 1919 datano le poesie comprese poi nella raccolta sentimento del tempo, del
1933.
Divenuto uno dei più noti e prestigiosi intellettuali italiani, la sua figura costituisce un
punto di riferimento essenziale per la nuova poesia, che darà vita, in questo stesso
decennio, al definirsi di una poetica ermetica.
Nel 1936 Giuseppe Ungaretti accettò la cattedra di Lingua e letteratura italiana presso
l’Università di San Paolo, in Brasile, dove andò a vivere con la moglie e i due figli.
Qui lo colpirono due gravi lutti familiari: la morte del fratello Costantino e quella del
figlio Antonietto.
Il ritorno in Italia nel 1942 coincise con la Seconda guerra mondiale. Alla tragedia
privata si sovrappose così quella pubblica e questo duplice dramma ispirò la raccolta
emblematicamente intitolata Il Dolore (1947).
Fu nominato Accademico d’Italia e ottenne «per chiara fama» la cattedra di
Letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università di Roma.
Nel 1970 fu colto da malore durante un viaggio negli Stati Uniti e, rientrato in Italia,
morì a Milano per broncopolmonite all’età di ottantadue anni.
Poetica
Ungaretti è il maestro riconosciuto dell'Ermetismo. Esprime il bisogno di recuperare
la purezza originaria degli individui, la loro primitiva semplicità e forza d'animo. Si
oppone soprattutto al Decadentismo di D'Annunzio, cioè agli atteggiamenti
estetizzanti e superomistici; ma anche a quello del Pascoli, giudicato troppo
bozzettistico e malinconico, troppo soggettivo e poco universale. L'Ermetismo si
oppone anche ai crepuscolari, ai futuristi, ai "vociani", perché non si accontenta di
una riforma stilistica e non sopporta la retorica.
Opere
L’allegria
→Nasce dall'esperienza vissuta in trincea, temi di matrice essenziale, autobiografica.
FUNZIONE DELLA POESIA
L’Allegria, pubblicata nel 1931 e poi più volte rimaneggiata dall’autore fino
all’edizione del 1942, comprende le liriche concepite durante l’esperienza della Prima
guerra mondiale, che Ungaretti visse in prima persona, combattendo nelle trincee del
Carso.
Le liriche sono fortemente autobiografiche, quasi come fogli di diario, tanto che
ognuna reca l’indicazione del luogo e del giorno in cui è stata concepita. Nonostante
l’immediatezza dell’ispirazione, esse costituiscono il risultato di un lungo lavoro di
riflessione e di revisione, tanto che Ungaretti stesso ha scritto che ogni parola è
«scavata nella mia vita come un abisso».
Ungaretti propone la sua opera poetica come una sorta di nuova e versificata “ricerca
del tempo perduto”.
Il carattere autobiografico dell'opera, va spiegata attraverso la concezione dell'arte
elaborata da Ungaretti e che sarà propria anche degli ermetici, infatti, per loro,
letteratura e vita sono strettamente connesse tra loro e la letteratura ha un ruolo
privilegiato, in quanto, assumendo un valore quasi religioso, svolge la funzione di
svelare il senso nascosto delle cose.
La poesia, dunque, ha il compito di illuminare e illustrare l'essenza stessa della vita.
Analogia
Se le poesie pubblicate da Ungaretti su lacerba, nel 1915, hanno ancora carenze
discorsive e cronachistiche, le liriche successive assumono un andamento
completamente diverso, che tende a escludere le componenti più propriamente
realistiche, attraverso un'estrema riduzione della frase alle funzioni essenziali della
sintassi e della parola.
Si tratta, quindi, di una conoscenza “lenta” e “faticosa”, capace di rilevare solo gli
aspetti immediati e superficiali della realtà, non la sua essenza profonda.
Ungaretti contrappone, quindi, il suo nuovo modo di fare poesia, “rapido”, cioè
sintetico, che sa mettere in contatto immagini lontane, le quali non hanno alcun
rapporto tra loro e non esprimono un senso immediato ed evidente.
In questo modo, il poeta supera la distanza che separa il mondo della realtà e della
storia (la memoria) da un mondo superiore e divino che gli rivela il senso delle cose
(l’innocenza).
Umberto Saba
Biografia
Nasce a Trieste nel 1883. Trieste e` un luogo piuttosto isolato rispetto ad altre citta`
del Paese. La figura di Saba e` una figura rimasta un po` isolata, rassegnata pero`
moralmente molto intensa e solida.
La madre era ebrea, il padre non lo riconosce e abbandona la madre quando era
in attesa. La donna lo affida ad una balia slovena, questa figura e` stata importante
quanto la madre, molto presente nei suoi versi.
Il canzoniere e la poetica
L'edizione definitiva dell'opera risulta divisa in sezioni, che sono a loro volta
raggruppate in tre volumi, che corrispondono ai più ampi archi di sviluppo temporale
della giovinezza, della maturità e della vecchiaia di Saba. Saba pone in primo piano
l'elemento autobiografico della sua poesia, ricondotta a particolari situazioni e
momenti esistenziali. Per il Canzoniere si può quindi parlare di un'opera unitaria
(romanzo) in quanto narra la storia di una vita. Il titolo richiama il Canzoniere di
Petrarca, il quale fece da modello poetico fino a Leopardi.
Facendo riferimento alle proprie esperienze, Saba vuole parlare della condizione più
generale dell'uomo e della vita; non si presenta come il poeta-vate dispensatore di
verità, non si propone di fare della “bella poesia”, ma della poesia onesta, animata da
una sincerità che permetta di fare chiarezza dentro di sé e nei rapporti con gli altri.
Caratteristiche formali
Saba ha iniziato a scrivere le sue poesie basandosi prevalentemente sui libri della
tradizione scolastica e ignorando pressoché completamente il laboratorio delle
sperimentazioni contemporanee. Negli anni delle avanguardie, Saba non esita ad
adottare gli schemi poetici del passato, come la metrica regolare e l'uso delle rime.
Ciò sta a significare il rifiuto di un'espressione deliberatamente difficile e
dell'analogia come tramite di un rapporto misteriosamente allusivo con la realtà
(tipico del decadentismo).
Nel 16 parte per il fronte, l’anno seguente frequenta un corso per ufficiali dove
diventa amico del critico Solmi. Combatte presso Vicenza e in Trentino, e una volta
firmato l’armistizio dirige un campo di prigionieri a Lanzo Torinese dino al 1919.
Tornato a Genova frequenta il Caffè Diana, dove conosce Sbarbaro e Roberto Bazlen
(detto Bobi Bazlen).
Montale aveva iniziato a comporre poesie già dal 16, ma la prima raccolta “Ossi di
seppia” use nel 1925. Nel frattempo collabora ad altre riviste come la milanese
“L’esame”, dove compare il suo orticolo ‘Omaggio a Italo Svevo’.
Nel 27 si trasferisce a Firenze dove frequenta il Caffè delle Giubbe Rosse, in cui si
riunivano gli intellettuali antifascisti. (Già nel 25 Montale aveva firmato il
“Manifesto degli intellettuali antifascisti”, redatto da Benedetto Croce).
Nel 29 diventa direttore del Gabinetto Vieusseux, nota istituzione letteraria fiorentina.
A Firenze conosce Drusilla Tanzi (da lui chiamata Mosca), che sposerà più tardi. La
vita del poeta in questi anni è legata alla rivista “Solaria”, impegnata a divulgare le
nuove esperienze culturali e a porre un limite alle direttive del regime fascista.
Nel 34 la rivista viene soppressa e Montale, non iscritto al Partito fascista, perde la
direzione del Vieusseux.
Nel 39 pubblica “Le occasioni”, in cui risuona l’annuncio della ww2: per questo
motivo il nome di Montale diventa simbolo di opposizione.
Nel 40 viene richiamo nell’esercito, ma dopo 2 anni viene congedato a casa della sua
salute. Comincia a tradurre scrittori come Shakespeare per guadagnarsi da vivere.
Grazie a Contini pubblica la raccolta “Finisterre” nel 43, che poi verrà inserita come
sezione nella terza raccolta “Bufera e altro” 1956. Alla fine della ww2, aderisce al
Partito d’azione.
Pensiero e poetica
Montale è un autodidatta e si forma in un contesto appartato: compie letture
autonome e definisce un proprio personale modello poetico che ha come modelli di
riferimento Leopardi, Dante e D’Annunzio.
Montale traccia un percorso culturale libero, in cui si interessa anche alla filosofia di
Schopenhauer e Bergson. L’influenza del pessimismo schopenhaueriano è evidente
nella raccolta “Ossi di seppia” in cui la realtà è rappresentata come fittizia (= velo di
Maja).
La poesia, pur aspirando a farci ricerca metafisica, deve continuamente fare i conti
con i limiti della condizione umana, su questa base poggia la sua riflessione critica
sulla funzione della poesia nella società contemporanea. Montale infatti rifiuta ogni
forma di vatismo (la poesia svela verità certe = D’Annunzio), e il poeta non può
presentarsi come guida dell’umanità.
In questa coscienza del limite della parola poetica, risiede il valore etico della poesia,
la funzione e il senso della letteratura: essa invita a diffidare del pensiero unico e
verità assolute dei regimi. Da questo orientamento emerge la prospettiva liberale,
laica e antifascista.
L’essenziale della condizione umana è oggetto di poesia e, anche se la poesia non è in
grado di svelare, il poeta può dire ciò che la poesia non è: il poeta può esprimere
messaggi ‘in negativo’. La parola si spoglia quindi di qualsiasi potere magico o
evocatore e rimane solo l’ironia.
Tecniche poetiche:
Tra i caratteri della sua poesia spicca l’abbassamento di tono e di linguaggio. A
questa scelta segue una predilezione per una realtà fatta di paesaggi e oggetti dimessi,
ordinari e quotidiani (limoni, ossi di seppia, anguilla, pozzanghera...) che si lega alla
polemica contro il vatismo.
Gli oggetti di Montale, nella loro dimensione umile, possono assumere un valore
emblematico: è come se in loro fosse condensata una particolare condizione
esistenziale che il poeta vuole trasmettere al lettore. Un semplice oggetto può
diventare l’equivalente del male di vivere, diventando cioè il ‘correlativo oggettivo’.
Questa tecnica è un procedimento diverso dalla metafora o dall’analogia, le quali si
servono di immagini per evocare significati tramite legami di tipo associativo. Gli
oggetti montanini si caricano di significati emblematici che prescindono da legami
logici di somiglianza.
Il correlativo oggettivo può essere accostato all’allegoria (tipica di Dante. Mentre in
Dante l’oggetto richiama idee condivise da una comunità che vi associa verità certe,
in Montale l’allegoria appare ‘svuotata’, perchè chiamata a fare i conti con l’assenza
di valori assoluti. L’oggetto emblematico e l’allegoria rappresentano quindi la ricerca
di verità.
Montale rifiuta le avanguardie storiche, il futurismo, e Ungaretti. La sua poesia non è
rivoluzionaria: la metrica presenta elementi tradizionali e anche la ricerca di
musicalità (ottenuta attraverso catene di iterazioni foniche) ricorda quella di
Leopardi, Pascoli e D’Annunzio. La forma primaria è a quartina, i versi prediletti
sono gli endecasillabi incrociati con i settenari (in Ossi di seppia usa molto il
novenario - tipico di Pascoli). Inoltre Montale torna a utilizzare la rima.
Montale afferma che il poeta non può vivere solo di poesia, perchè non guadagna
abbastanza. Quindi si cerca un altro mestiere come il giornalista o il traduttore. Infatti
questi due mestieri accompagnarono Montale per tutta la vita.
Secondo lui, la traduzione finisce per essere un esercizio formale, ma anche un’opera
critica, un’opera creativa che nasce dall’interferenza tra il poeta e il traduttore.
Ossi di seppia
È la prima raccolta poetica pubblicata da Piero Gobetti nel 25, am esce con l’edizione
definitiva nel 42. Risente molto del contesto storico in cui fu concepita: il fascismo,
dopo il delitto Matteotti (24), si consolida e avvia lo smantellamento delle istituzioni
liberali — il mondo della cultura si divide in 2 Manifesti, quello degli intellettuali
fascisti e quelli antifascisti.
Sulla scelta del titolo della raccolta ha giocato il rapporto stretto tra il poeta e la sua
Liguria e, in particolare, le Cinque Terre. Gli ossi di seppia oggettivano l’idea di
un'esistenza ridotta a inutile resto, frammento scisso del tutto e riconsegnato sulla
terra. Inizialmente la raccolta doveva intitolarsi “Rottami”, ma poi il poeta decide di
identificare questo ‘rottame’ buttato a riva con l’osso di seppia. L’osso di seppia è
assunto come correlativo oggettivo dell’esilio del poeta dalla vita: il poeta non si
sente in armonia col cosmo, si sente estraneo dalla sua esistenza.
La raccolta è costruita in una forma compatta di libro e contrassegnata da una
dimensione narrativa. Ciascuna delle sezioni presenta specifiche formali e aree
tematiche:
1. “In limine” (poesia d’apertura) — contiene i temi principale del raccolta
2. “Movimenti” (1° sezione) — definisce lo stile e le intenzioni poetiche (lirica ‘I
limoni’)
3. “Ossi di seppia” (2° sezione) — liriche brevi
4. Sezioni finali — testi più lunghi e complessi
5. Lirica “Riviere” — chiude il libro con una nota di speranza
Temi e stile:
La lirica “I limoni” confine una dichiarazione poetica: Montale prende le distanze dai
poeti-vate (D’annunzio), in quanto rifiuta il sublime e rappresenta un ambiente
quotidiano (come quello dei giardini die limoni).
La poesia degli “Ossi di seppia” è la poesia della negatività senza scampo, infatti la
condizione umana è simile a quella di un prigioniero circondato da ‘una muraglia che
ha in cima cocci aguzzi di bottiglia’, quindi invalicabile.
La vita viene vista come prigione, in cui raramente ci sono sprazzi di vitalità positivi.
Persino l’elemento simbolico del sole assume connotati negativi: il suo calore
prosciuga, inaridisce e secca, e a questo inaridimento va incontro anche il cuore del
poeta, segnati dall’assenza di sentimento. Il meriggio è lontano dall’essere il
momento della rivelazione della verità, ma è piuttosto sinonimo di immobilità.
Nasce quindi la poesia oggettuale di Montale, composta da oggetti il cui valore
allegorico mette il poeta in secondo piano poiché da più importanza alle cose che a se
stesso.
Per aderire alla sua visione del mondo, Montale afferma di aver cercato delle scelte
poetiche ce tradussero il male di vivere:
- Un verso difficile, aspro e conciso.
- Musicalità secca dei versi
- Lessico che accosta termini non consueti a parole più concrete - Scelte lessicali
dantesche
- Allitterazioni dai suoni bruschi
- Verso endecasillabo, settenario e novenario
- Quartine rimate (rime baciate interne).
Le occasioni
La seconda raccolta raccoglie 50 testi pubblicati nel 1939. Simao nel pieno del
regime fascista e negli anni che precedono la ww2. Nel 27 il poeta si era trasferito a
Firenze per dirigere il Gabinetto Vieusseux, dove frequenta gli intellettuali antifascisti
presso il Caffè delle Giubbe Rosse e lavora per la rivista “Solari”, dove c’è una
concezione elitaria della cultura (la cultura deve essere per pochi e permette di
difendersi dal fascismo).
Temi e stile
La distanza tra la 1° e 2° raccolta è netta per temi e stile. Mentre in “Ossi..” Domina
una dimensione naturale, qui ci si immerge in un’ambientazione urbana. Ora il poeta
vede riflessa la sua condizione di disarmonia nella città che rivela una duplice
valenza: da un lato, appare come uno scenario infernale popolato da uomini automi
privi di identità, dall’altro sembra alludere alla città umanistica (come FI) che può
ancora celare tracce di quei miti culturali che vanno tutelati.
Il suo nome allude sia al sole che al ghiaccio: BRAND in tedesco dignifica ‘incendio/
fiamma’ EIS in tedesco vuol dire ‘ghiaccio’.
A lei è connesso anche un movimento discendente dal cielo alla terra che fanno di
Clizia una ‘donna-angelo’ (come se fosse una nuova Beatrice, ma di religione laica).
La partenza della donna minaccia la salvezza del poeta, dato che la donna rappresenta
la salvezza attraverso cultura (fascismo = ignoranza).
In questa raccolta Montale approda a un intreccio tra la dimensione dell’allegoria
dantesca e il correlativo oggettivo. La moderna allegoria montaliana, pur
condividendo con quella dantesca il concetto filosofico, non può più riferirsi a verità
assolute. Piuttosto ci restituisce una domanda di significato, la cui risposta sfugge o
appare solo per bagliori fulminei. Qui il correlativo oggettivo non viene spiegato ma
viene lasciato alla libera interpretazione del lettore.
Montale riflette anche sulla funzione della memoria sia in chiave privata, come
garante del vissuto individuale, sia in chiave pubblica, come deposito di valori
tradizionali.
La memoria non poggia su alcuna certezza, perchè non può più assicurare un legame
saldo tra il passato e il presente È una memoria che non può sottoporsi a un controllo
volontario (= Proust - Madeleine). L’attenzione del poeta si sofferma quindi sulle
intermittenze dei ricordi.
Si rivela cosi la natura discontinua della memoria, che appare associata ad aree
tematiche dominate dall’infelicità: solitudine dell’io, precarietà del ricordo e assenza
di comunicazione.
Sul piano delle scelte formali si torna a un recupero della tradizione: linguaggio
petrarchesco, metrica regolare, endecasillabo. Si è parlato di un plurilinguismo mono-
stilistico in quanto c’è l’alternanza di vocaboli alti e quotidiani ma ci si riallaccia alla
tradizione con l’uso della rima.
Il quarto Montale. Raccolta esce nel 71, in pieno boom economico e questo ha una
ricaduta sul tono della raccolta (società meccanizzata, televisiva, pubblicitaria). Dopo
10 anni di silenzio, Montale ricomincia a scrivere poesie tra il 61-70 pubblicate nel
71.
Montale, ora che è anziano, si sente ancora di più estraneo dal mondo e non nutre più
nessuna speranza (non cerca nemmeno più quel varco o anello della catena che non
tiene). La mancanza completa di ottimismo e di fiducia è stata associata all’ultimo
Leopardi (Ginestra), ma Leo formula un’idea utopica (la social catena degli uomini -
fronte comune/fratellanza per sconfiggere natura matrigna): in Montale manca anche
questo spiraglio di speranza, e sostiene che è stupido chi si sente integrato nella
società e chi nutre fiducia nel futuro.
Stile
Stile prosastico, discorsivo. Torna allo stile di Gozzano dei Colloqui. Il
plurilinguismo si amplia — vocaboli colloquiali (clacson, motorino, okay) alternati a
vocaboli alti.
L’abbondanza di ossimori per esprimere una realtà caratterizzata dall’abbinamento di
contrasti da cui non si trova una sintesi, non portano ad alcun risultato.
Giochi di parole - modo per ironizzare e dissacrare luoghi comuni dell’epoca, e nello
stesso tempo per sottolineare l’assurdo dell’esistenza.