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INFERNO Canto1

Il primo canto dell'Inferno di Dante Alighieri descrive il viaggio allegorico del protagonista, che si ritrova smarrito in una selva oscura simbolo del peccato. Dopo aver affrontato varie bestie rappresentanti i peccati, incontra il poeta Virgilio, che si offre di guidarlo verso la salvezza. Il canto stabilisce il tono dell'opera e introduce il tema della redenzione attraverso il superamento delle difficoltà.

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INFERNO Canto1

Il primo canto dell'Inferno di Dante Alighieri descrive il viaggio allegorico del protagonista, che si ritrova smarrito in una selva oscura simbolo del peccato. Dopo aver affrontato varie bestie rappresentanti i peccati, incontra il poeta Virgilio, che si offre di guidarlo verso la salvezza. Il canto stabilisce il tono dell'opera e introduce il tema della redenzione attraverso il superamento delle difficoltà.

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INFERNO-CANTO 1

PARAFRASI
Nel mezzo del cammino della nostra vita
mi ritrovai in un bosco cupo,
poiché avevo perduto la strada giusta.

Ahi com’è doloroso dire com’era


Quella selva così selvaggia, intricata e impraticabile
perché il pensiero rinnova la paura!

E’poco meno amara che la morte;


ma per narrare del bene che io vi trovai,
dirò delle cose che io vidi là dentro.

Non so dire bene come ci entrai,


ero così sopraffatto dal sonno in quel momento
che ho perso la strada giusta.

Ma quando giunsi ai piedi di un colle,


là dove terminava quella valle
che mi aveva afflitto il cuore di paura,

guardai in alto e ne vidi le spalle


illuminate di già dai raggi del sole
che indica a chiunque qualsiasi via.

Allora mi calmai un po’ dalla paura,


che era rimasta nel profondo del cuore
per tutta quella notte che passai con tanta angoscia.

E come il naufrago che con respiro affannoso,


appena uscito dai flutti sulla spiaggia,
si volta verso l’acqua pericolosa e ingannevole,

così il mio animo, che fuggiva ancora,


si volse indietro a riguardare il percorso compiuto
che non aveva mai lasciato nessun uomo vivo.

Dopo che ebbi riposato un po’ il corpo stremato


ripresi il percorso verso la piana deserta,
così che il piede sicuro era sempre quello più basso.

Ma ecco quasi all’inizio della salita,


una lince leggera e rapida,
che era ricoperta di un manto maculato;
e non mi si toglieva da davanti,
anzi mi impediva tanto il cammino,
che stavo per ritornare indietro più volte.

Era passato molto tempo dalla mattina,


e il sole sorgeva con quelle stelle
che erano presenti quando l’amore divino

mise in moto per la prima volta i corpi celesti.


cosicché erano motivo per me di sperare bene
riguardo a quel felino dal manto screziato;

sia il mattino che la primavera;


ma non così forte che non ebbi paura
alla vista di un leone.

Sembrava che venisse verso di me


con la testa alta e una fame profonda,
tanto che l’aria sembrava tremare di paura.

Poi una lupa, la cui magrezza


sembrava carica di desiderio,
e aveva già fatto vivere molti popoli nel dolore,

e questa mi diede tanta pesantezza


con la paura che ebbi alla sua vista,
che persi la speranza di uscirne.

E come l’avaro,
quando giunge il tempo che gli fa perdere ciò che ha acquistato
piange e si rattrista;

così fu la mia reazione davanti alla bestia senza pace,


che, venendomi vicino a poco a poco,
mi ricacciava indietro dove era buio.

Mentre ritornavo in quell’oscuro luogo,


mi apparve davanti agli occhi
uno che, per aver taciuto per così tanti anni, sembrava afono.

Quando lo vidi nella piana,


gli gridai, «Abbi pietà di me»,
«chiunque tu sia, o illusione o uomo vero!».

Mi rispose: «Ora sono un’ombra, fui un uomo nel passato,


ed ebbi genitori lombardi,
entrambi di Mantova.
Nacqui sotto Cesare, sebbene fosse tardi,
e vissi a Roma sotto il buon Augusto
nel tempo degli dei falsi e bugiardi.

Fui poeta e cantai di quel giusto


figlio di Anchise che veniva da Troia,
dopo che la suprema città venne bruciata.

Ma tu, perché sei così angoscioso?


perché non sali il colle della felicità
che è il principio e la causa di tutta la gioia? ».

«Allora sei tu quel Virgilio le cui parole


la cui profondità sono come un fiume?»,
risposi io a testa bassa.

«O, onore e ispirazione di tutti gli altri poeti,


metti alla prova la passione e il grande amore
con cui ho letto il tuo libro.

Tu sei il mio maestro e colui che mi ha fatto crescere,


tu sei il solo da cui ho imparato
il modo di scrivere che mi ha fatto onore.

Vedi la bestia per cui mi ritirai;


proteggimi da lei, famoso saggio,
perché mi fa tremare le vene e i polsi ».

«Ti conviene percorrere un’altra strada»,


rispose, poiché mi vide piangere,
«se vuoi scampare da questo luogo selvaggio;

poiché questa bestia per la quale soffri,


non lascia passare vivo nessuno per la sua via
e lo impedisce uccidendolo;

e ha una natura così malvagia e cattiva,


che non soddisfa mai la sua bramosia
e dopo il pasto ha più fame che prima.

Molti sono gli uomini a cui questo vizio si unisce,


e saranno sempre di più finché non verrà il cane da caccia
che lo farà morire con dolore.

Questo non si ciberà né di dominio di terre né di possesso di denaro,


ma di sapienza, di amore e di virtù,
e la sua provenienza sarà da ogni luogo.
Egli sarà salvezza di quella misera Italia
per cui morirono di ferite
la vergine Camilla, Eurialo e Turno e Niso.

La caccerà da ogni città,


finché l’avrà rimandata all’inferno
da dove prima l’invidia del diavolo l’aveva spedita.

Quindi io penso e giudico che, per il tuo meglio,


tu mi debba seguire e che io ti sia da guida,
e ti porterò via da qui per un luogo eterno;

dove ascolterai le grida disperate,


vedrai gli antichi spiriti che soffrono,
che si lamentano gridando la morte della loro anima;

poi vedrai coloro che sono contenti


nel fuoco, perché sperano di giungere
quando, sarà opportuno, tra i beati.

Alle quali, se poi tu vorrai salire,


ci sarà un’anima più pura di me:
con lei ti lascerò quando me ne andrò;

poiché Dio che regna lassù,


visto che non aderii alla sua legge,
non vuole che venga nella sua città.

In ogni luogo è imperatore e qui regna;


qui c’è la sua città e il suo alto trono:
oh felice colui che viene scelto!».

E io a lui: «O poeta, io ti imploro,


per quel Dio che tu non conoscesti,
affinché io sfugga da questo male e da uno peggiore,

che tu mi conduca là dove mi hai raccontato,


affinché io possa vedere la porta di San Pietro
e coloro che tu descrivi così tristi».

Allora si incamminò, e io gli stetti dietro.


ANALISI DEL TESTO
Questo testo è il primo canto della prima cantica della
Commedia ossia l’opera più importante di Dante Alighieri, il
Sommo Poeta. Ed esso, inoltre, ha una funzione proemiale,
dunque è il proemio della Commedia.
Questo componimento è composto da terzine di
endecasillabi con uno schema rimico ABA BCB CDC DED…
dunque da rime incatenate invertite. Il primo canto dà
principio al viaggio allegorico di Dante però non inteso
come Dante autore, bensì inteso come Dante il
personaggio dell’opera. Inoltre in molti pensano che il
viaggio della Commedia sia iniziato il 25 marzo.
Il canto inizia con uno dei versi più celebri della letteratura
italiana ovvero “nel mezzo del cammin di nostra vita”, qui
Dante dà un senso di collettività dunque non intende
semplicemente che lui nel mezzo della sua vita, ossia a 35
anni, ma si riferisce ad uno stato di peccato dell’umanità
intera come indica la “selva oscura” del verso seguente.
Anche se, bisogna dire che Dante nel secondo verso smette
di parlare di un’esperienza collettiva ed inizia a parlare
della sua esperienza personale come possiamo ben vedere
grazie al verbo che dà inizio al verso n2, ovvero, “mi
ritrovai”.
La prima terzina infine si chiude con una causale introdotta
da un “ché” il quale possiede un valore causale, dunque ci
spiega il motivo per il quale lui e l’umanità intera si trova lì
ovvero poiché la “diritta via era smarrita” dunque si ha una
perdita della via giusta.
La seconda terzina inizia con una frase che fa comprendere
quanto sia orrendo questa selva oscura ovvero il peccato. Il
verso seguente poi descrive ancora meglio quanto sia
“dura” (verso4) questa selva descrivendola come “e aspra e
forte” e per quanto sia spaventosa, orrenda, angosciosa
ecc. al semplice pensarci la paura si “rinova” dunque torna.
In queste terzine, ma in realtà in tutto il testo, le parole che
rimano danno una descrizione di come sarà l’Inferno.
La terza terzina abbiamo una descrizione che dona un
senso enorme di angoscia dicendo che sola la morte è
POCO più angosciosa rispetto alla selva però dice che
ciononostante narrerà delle altre cose che vi vide per poter
arrivare al punto di trattare del bene che vi trovò. Qui, il
senso d’angoscia viene dato anche attraverso un uso
accurato di alcune figure retoriche quali gli asindeti e
soprattutto con gli iperbati.
Nella strofa successiva viene raccontato il fatto che Dante
non sa bene come vi si trovò poiché “tant’era pien di
sonno” dove il sonno simboleggia lo stato di peccato in cui
vi si trovava. Dunque a quel punto “la verace via”
abbandonò, quindi perse la retta via, la via giusta.
La strofa seguente ci dice che Dante arrivò ai “piè d’un
colle”, utilizzando anche un altro iperbato. Il colle
simboleggia il bene che inoltre viene personificato grazie
alla parola “piè” ovvero i piedi, e visto che si tratta di un
colle si tratta di una personificazione. Simbolicamente la
parola colle fa antitesi con un’altra parola che ritroviamo in
questa terzina, ovvero “valle”, che va ad indicare la selva
dunque il peccato. Inoltre questa valle gli aveva trafitto il
cuore (cuor compunto), dunque prosegue la descrizione
angosciosa della selva.
La terzina seguente, ossia la sesta strofa del
componimento, inizia con il continuo di una frase iniziata
nell’ultimo verso della terzina precedente, dunque
abbiamo uno dei molti enjambement. In questo primo
verso si trova un'altra personificazione del “colle” dicendo
“vidi le sue spalle” riferendosi, appunto, al monte. Con
queste parole fa anche capire che lui si trova dietro questo
colle.
Nel verso seguente ci dice anche come sono queste spalle
del colle, ovvero “vestite già dei raggi del pianeta”, dove i
raggi del pianeta stanno ad indicare i raggi del sole che al
tempo del poeta era considerato un pianeta. E tutto ciò
simboleggia la guida verso la salvezza e la chiarezza, in
contrasto con l’oscurità che Dante aveva attraversato.
Ed infine, la terzina si chiude con una spiegazione
abbastanza esplicita del verso precedente poiché dice che
questo “pianeta”, il Sole “mena per ogni calle” dunque che
conduce l’uomo verso ogni via. Dunque questi versi
rappresentano un momento di speranza per lui che dopo
aver attraversato la selva (peccato), finalmente vede un
raggio di speranza rappresentata dai raggi del sole sul colle,
che gli offre una prospettiva di redenzione.
La terzina successiva parla di come in Dante si sia calmata
un poco quella paura, nella cavità del cuore, che gli fece
passare quella notte con tanta angoscia. In questa terzina
ritroviamo anche un chiasmo tra i versi 19 e 20 e allo
stesso verso 20 ritroviamo un iperbato, dunque
un’alterazione dell’ordine logico della frase.
Le due terzine seguenti formano la prima similitudine
dell’opera dantesca. Infatti vi è una similitudine tra un
naufrago, finalmente giunto a riva che guarda indietro
verso l’acqua in cui stava per affogare con affanno, e così
l’animo di Dante Alighieri, che continuava a fuggire dalla
selva, si volse dietro a riguardare quel passaggio che non
fece mai sopravvivere nessuna persona.
Tra queste due terzine inoltre si possono ritrovare altre
figure retoriche come l’anafora ai versi 24 e 26 anche se in
realtà è la stessa espressione scritta solo in due tempi
verbali differenti. (si volge//si volse)
Al verso 26, inoltre, ritroviamo un altro modo di definire il
peccato, ovvero attraverso la parola “passo”. Ed infine in
questo stesso verso ritroviamo un iperbato, dunque
un’alterazione dell’ordine della frase.
A partire dal verso 28 fino al verso 30 abbiamo l’immagine
di Dante che dopo essersi riposato poiché aveva il corpo
“lasso”, ovvero, stanco; riprese il cammino per il pendio
solitario (tra la selva ed il colle) da lui chiamato “piagga
deserta” in modo che “ ‘l piè fermo” era sempre quello in
basso.
Su questo “piè fermo” ci sono varie interpretazioni, quella
tradizionale lo identifica come il piede di appoggio:
essendo sempre più basso, il poeta indicherebbe a chi
legge come ogni suo passo fosse in continua ascesa. E ciò si
può dedurre anche grazie al modo in cui Dante lo definisce,
ovvero che “era ‘l più basso”.
La terzina seguente inizia descrivendo come quasi all’inizio
della salita vera e propria (quasi al cominciar de l’erta), vi
sia una lonza, ovvero la prima delle tre fiere. Questa lonza
era agile(leggiera), veloce (presta molto) ed aveva il pelo
“macolato” e questa parte della descrizione del pelo inoltre
è resa grazie all’uso di un iperbato. E come vediamo poi
alla terzina seguente, questa lonza ostacolava il suo
cammino che, addirittura, era sul punto di voltarsi per
tornare indietro. Questa prima fiera simbolicamente
rappresenta uno dei tre peccati che affliggono
maggiormente l’umanità, ovvero, la lussuria.
Successivamente a partire dal verso 37, abbiamo l’indizio
che fece pensare a vari studiosi che il viaggio allegorico di
Dante fosse iniziato il 25 di marzo.
Infatti, il poeta afferma in questa terzina e continuando in
quella seguente “ ‘l sol montava con quelle stelle// ch’eran
con lui quando l’amor divino// mosse di prima quelle cose
belle.
Dante con quelle stelle indica la costellazione dell’Ariete,
che avviene all’inizio della primavera, ovvero il periodo
dell’anno in cui, secondo la tradizione, Dio iniziò la
creazione.
E poi continua dicendo che vedendo ciò gli venne un senso
di speranza nei confronti di questa prima belva.
Però appena sembrava arrivare questa speranza fu così che
arrivò la seconda fiera, ovvero il “leone” (ingresso donato
grazie ad un chiasmo vv.44-45), ed esso, come viene
riportato dalla terzina a partire dal verso 46, “parea che
contra me venisse// con test’alta e rabbiosa fame”, dunque
sembrava che volesse mangiarsi Dante a testa alta e con
una fame rabbiosa. Questa seconda fiera, invece,
rappresenta la superbia, un altro peccato che affligge
l’umanità in generale.
E poi, a partire dal verso 49 al verso 60, abbiamo la terza
fiera, ovvero la “lupa”. Questa lupa sembrava, in tutta la
sua “magrezza”, carica di tutte le bramiose, e fece già
vivere dolenti, “grame”, molte persone ed in Dante provocò
molta angoscia anche per il suo aspetto ed in questo modo
perse la speranza “de l’altezza”, ovvero di ascendere al colle
e quindi lo “ripingeva là dove il sol tace”, la selva oscura,
dunque il peccato.
Ciò viene reso attraverso la seconda similitudine
paragonandosi ad un avaro che accumula beni e si rattrista
quando li perde, così la lupa avanzando lo riportava a poco
a poco nella selva. Dante fa questa similitudine dell’avaro,
in quanto questa terza ed ultima fiera rappresenta
l’avarizia, o meglio la cupidigia (sfrenata avidità e
bramosia).
Queste tre fiere inoltre hanno un significato religioso
ancora più profondo del semplice significato dei 3 peccati
di per sé, poiché sono le stesse tentazioni che fece il
diavolo a Gesù.
In questi versi che parlano di questa terza fiera abbiamo
diverse figure retoriche come:
Al verso 50 l’assonanza della vocale “a” ed al verso 51
l’assonanza della lettera “e”. Inoltre, ritroviamo
un’allitterazione della lettera “z” al verso 54. E poi, si trova
una sinestesia al verso 60 con “ ‘l sol tace”.
Ed infine ritroviamo un’anafora del relativo “che” ai versi
54,57 e 59.
In seguito a questo incontro con la lupa abbiamo che
mentre Dante scendeva “in basso loco”, quindi tornava
nella selva oscura e “dinanzi li occhi” gli si mostrò uno che
“parea fioco”, dunque muto (anche se c’è un’altra
interpretazione meno diffusa che dice che probabilmente
l’aggettivo “fioco” significhi pallido).
Dante quando vide questa persona gli gridò “Miserere di
me” (ciò reso con un iperbato al verso 65), ovvero abbi
pietà di me. Questa forma utilizzata da Dante è la prima
voce umana che risuona nel poema ed è introdotta da una
formula liturgica latina.
Al verso seguente poi Dante dice di aver dunque pietà di lui
che questo essere visto dal poeta sia uno spirito (ombra)
“od omo certo”, dunque un uomo in carne ed ossa.
La terzina che inizia al verso 67 inizia con la risposta di
questo essere che dice che non è “omo, omo già” fu,
dunque ci fa comprendere che questo essere è una
persona già morta ed egli continua dicendo che i “parenti
(suoi) furon lombardi”, dunque del nord Italia,
precisamente “mantoani per patrïa ambedui”, dunque
entrambi erano di patria mantovana. Su queste parole
inoltre si può sottolineare l’uso della dieresi sulla lettera i in
“patrïa”.
E successivamente questa persona inizia a raccontare
quando visse (v 70), ovvero “sub Iulio”, quindi prima di
Giulio Cesare, e visse “a Roma, sotto ‘l buon Augusto, nel
tempo dèi falsi e bugiardi”, dunque ci dice che visse ai
tempi di Augusto a Roma quando c’erano ancora “dèi falsi e
bugiardi”, dunque nel periodo politeistico di Roma.
Con un iperbato al verso 73 dice che fu un poeta e che
cantò del “figlio di Anchise”, dunque Enea, che venne da
Troia perché “Ilïón” (iato obbligato); un altro modo per
indicare la città di Troia; fu incendiata.
Nella terzina seguente, questa persona, domanda a Dante
come mai si ritrovasse lì, in “tanta noia” ovvero nella selva.
E gli chiede il motivo per il quale non sale il colle che è
“principio e cagion di tutta gioia”
E quindi, nella strofa seguente inizia la risposta di Dante
che ha compreso chi fosse questa persona, ossia, Virgilio, il
quale porterà Dante fino al Purgatorio, dunque è la prima
guida in questo viaggio allegorico.
E Dante usa la metafora “spandi di parlar di sì largo fiume”,
per indicare l’eloquenza di Virgilio.
Ed egli gli rispose con “vergognosa fronte”, e qui inizia a
complimentarsi con quello che lui definisce il suo maestro
al verso 85 dicendo “tu se’ lo mio maestro, e ‘l mio autore”
e continua nei 2 versi seguenti dicendo “tu se’ colui da cu’
io tolsi//lo bello stilo che m’ha fatto onore”. Dunque il
poeta dice esplicitamente che Virgilio è suo maestro e che
da lui ha imparato lo stile che ha fatto onore anche a Dante
stesso. Inoltre tra i versi 85 ed 86, ritroviamo un’anafora
della formula “tu se’”.
Poi il poeta prosegue dicendo a Virgilio di guardare la lupa
e salvarlo da essa, chiedendoglielo usando un’antonomasia
infatti dice “famoso saggio” invece di dire Virgilio. E gli
chiede ciò poiché la lupa fa tremare a Dante “le vene e i
polsi”, dunque indica in questo modo la sua angoscia ed il
suo terrore per questa fiera.
Al verso 91 abbiamo la risposta di Virgilio che dice che a lui
“convien tenere altro vïaggio (dieresi)” e questa fu la
risposta dopo che vide Dante lagrimar come possiamo
vedere al verso 92 con “poi che lagrimar mi vide”.
Dal verso 93 ricomincia la risposta del maestro di Dante
che fino al verso 99 spiega il motivo per il quale dovrebbe
fare quest’altro viaggio, ovvero poiché (o come scrive
Dante ché), questa fiera “non lascia altrui passar per la sua
via”(iperbato), e lo impedisce uccidendo come vediamo al
verso 96 con “lo ‘mpedisce che l’uccide”. E poi termina
dicendo “dopo ‘l pasto ha più fame che pria”, quindi la lupa
pure se ha appena mangiato una vittima continua ad avere
sempre più fame.
Poi, nella terzina che va dal verso 100 fino al 102, si ha la
prima profezia del poema, ovvero la profezia del veltro.
Questo “veltro”, secondo vari studiosi è uno tra questi 5
personaggi.
La prima ipotesi è che il veltro sia Dante stesso che si fa
carico di essere colui che salverà l’umanità anche se non
regge molto.
Come altra ipotesi abbiamo che il veltro sia un cane da
caccia che è in grado di scacciare via la lupa.
Oppure come terza interpretazione abbiamo che il veltro
possa essere l’imperatore Arrigo VII, che potrebbe
riportare la serenità, come sperava Dante.
E come quarta ipotesi abbiamo che il veltro potrebbe
essere una qualsiasi persona che rispetta il Cristianesimo e
che abbia delle umili origini.
L’ultima ipotesi invece vede Cangrande della Scala come
veltro poiché il suo dominio si estendeva da Feltre e
Montefeltro come troviamo per paronomasia al verso 105
con “tra feltro e feltro”.
E nella terzina successiva questo veltro non viene
identificato come qualcuno che “ciberà terra né peltro”
(peltro metonimia di moneta poiché indica una lega
metallica), bensì è descritto come qualcuno che porterà
“sapïenza(dieresi), amore e virtute”.
Successivamente nella terzina che va dal v106 al v108,
abbiamo un calco virgiliano in quanto si dice che in quella
“umile Italia” morirono “Camilla, Euralio, e Turno e Niso”
(enumerazione). Questi ultimi erano degli eroi virgiliani dei
due schieramenti in lotta per la vittoria del Lazio, i quali
appartengono al disegno provvidenziale da cui scaturirà
l’Impero romano.
La terzina che segue inizia con “questi la caccerà per ogni
villa”, dunque si riprende il tema del veltro che caccia la
lupa “fin che l’avrà rimessa ne lo ‘nferno”, dunque il veltro
non smetterà di fare ciò fino al momento in cui la lupa non
sarà tornata all’inferno, luogo da cui per la prima volta, con
Satana, uscì fuori (“là onde ‘nvidia prima dipartilla).
La strofa che va dal verso 112 al 114 presenta un consiglio
da parte di Virgilio, attraverso un polisindeto, affermando
che per il “me’ ” di Dante, ossia il meglio, pensa e giudica
(“discerno”) che il poeta debba seguirlo e per la prima
volta Virgilio afferma di essere la guida di Dante come
possiamo vedere al verso 113 quando Virgilio afferma
“sarò la tua guida”. E nell’ultimo verso troviamo che Virgilio
che dice che attraverso un “loco etterno” (l’Inferno) trarrà
fuori dalla selva al poeta.
La terzina che segue ci dà degli indizi su come sarà questo
“loco etterno”, infatti ci dice che lì si sentiranno “disperate
strida” (v115) e che si vedranno “antichi spiriti dolenti”
(v116) e questi spiriti gridano alla “seconda morte” (grazie
ad un iperbato), dunque richiedono l’annientamento
dell’anima.
La strofa seguente, invece, racconta come sarà il
Purgatorio, dicendo che le anime che vi si trovano sono
felici perché stanno subendo punizioni che portano alla
purificazione dell’anima. Ciò lo si può notare grazie al “son
contenti” (v118) e tutto ciò poiché “sperano di
venire//quando che sia a le beate genti” (v119-120).
E poi, nella terzina seguente, Virgilio dice a Dante che se
vuole salire tra le “beate genti” (v120), vi sarà un’ “anima
fia a ciò più di me degna” (iperbato) e che con “lei” (v123),
riferendosi alla seconda guida che sarà Beatrice, Virgilio lo
lascerà.
Tutto ciò viene poi spiegata nella terzina seguente dicendo
che non può accompagnare Dante in Paradiso “ché quello
imperador”, ovvero poiché Dio che “là sù regna” (in
Paradiso) “non vuol che ‘n sua città” cioè non vuole che
Virgilio giunga in Paradiso poiché egli “fu’ ribellante alla sua
legge” dunque alla sua volontà. Infatti Virgilio, come
sappiamo, è nato prima della nascita di Cristo, dunque era
pagano e quindi non battezzato, di conseguenza si trova nel
limbo insieme ad altre persone non battezzate.
Virgilio continua a parlare per un’altra ed ultima terzina che
termina al verso 129 dove dice che Dio “impera e quivi
regge”, dunque ci dice che Dio è imperatore e governa
“quivi”, ossia in Paradiso, dove ha trono e città (quivi è la
sua città e l’alto seggio”.
Poi Virgilio continua dicendo che è beato “colui cu’ ivi
elegge” (v129), dunque è beato, felice, colui che Dio sceglie
di far prender parte.
A partire dal verso 130 riprende la parola Dante e usa
l’antonomasia di “poeta” per chiamare Virgilio e Dante gli
chiede, in nome di Dio che mai conobbe (visto che visse
prima della nascita di Cristo) affinché il suo maestro lo aiuti
ad evitare questa situazione di peccato, e anche la sua
possibile dannazione, e che egli lo aiuti a vedere la porta di
San Pietro (la porta del Purgatorio).
In queste parole si può comprendere quanto Dante abbia
necessità di una guida e di un sostegno provvidenziale
affinché possa tornare sulla “diritta via”
Nell’ultimo verso di questo canto proemiale termina il
discorso di Dante e si ha una descrizione di Virgilio che “si
mosse” e che Dante gli tenne “dietro”, dunque Virgilio
iniziò il cammino e Dante lo seguì.

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