La sera del dì di festa
La sera del dì di festa, composta probabilmente nella primavera del 1820 e che fa parte degli Idilli di
Giacomo Leopardi, nel corso della storia è stato additata di essere un’opera meno riuscita rispetto agli altri
Idilli soprattutto dalla critica idealistica. L’opera infatti era vista come eterogenea e non unitaria sino
addirittura all’affermazione che non fosse altro che un «Infinito contraffatto da un commento inopportuno»
come riporta Mengaldo1.
Il testo è sicuramente eccezionale ed è ben costruito. L’opera è scritta in endecasillabi sciolti come tutti gli
altri Idilli e spesso l’inizio verso non coincide con il principio di frase. L’endecasillabo sciolto diventa dal
settecento la rappresentazione libera del pensiero dell’autore rispetto alle forme rimate grazie all’ordine
plasmabile dei costituenti. Nell’ottocento è associato a precedenti sintattici e lessicali classici oltre che a
quello alfieriano, come affermato nella Storia dell’italiano scritto2.
Si riscontrano alcuni elementi come rime o ripetizioni che mostrano la sapiente creazione di Leopardi e che
spesso aumentano l’importanza delle pause come ad esempio la rima pianto : canto ai vv. 16 e 25 (punto
fermo al v.16), o le rime interne come luna : nessuna, 3-9 e piacesti : resti, 19-22 che dividono il verso. Vi
sono anche le assonanze al mezzo come «affaccio-affanno», 12-14 che mette in risalto il punto fermo al v.
14, mentre quasi - rima esterna è «suono-ragiona», 33-39 con il fine verso e la pausa forte al v. 39. A
compattare il canto operano anche i distici in assonanza «alto-pianto» vv.15-16, «passa -lascia», vv. 29-30,
«posa-ragiona» vv. 38-393.
Le rime e pause permettono anche la focalizzazione su alcuni punti e la suddivisione della lirica in sequenze
su base tematica. Mengaldo4 ci propone una distinzione in due parti: la prima dal v.1 al v. 24, in cui vi è la
solitudine notturna, la donna indifferente all’amore del poeta e il tema del sonno e che si chiude con il
termine della frase e il punto fisso a metà verso, la seconda dal v. 24 aperta da un’esclamazione, con un
cambio di prospettiva che diventa più sofferente e incentrata sull’io narrante che mostra il proprio dolore in
un’ottica universalistica e che si chiude al v. 46. Questa seconda sequenza è ulteriormente scomponibile in
due, la prima parte composta dai vv. 24-39 e la seconda dai vv. 40-46, finale che racchiude tutti i temi, ed è
aperta a metà del v. 24 esattamente nel mezzo dei 46 endecasillabi sciolti.
Per Mengaldo5 molte tematiche si ripetono nel corso dell’opera ma ciò non rende il componimento meno
organizzato o disomogeneo. Queste sono la notte, che si trova ai vv. 1-4, 5-6, al v. 26 e 43, la donna evocata,
che è argomento del v. 4, dei vv. 7-8 e poi del v. 11, il tema del riposo ai vv. 7-8 e 11, l’indifferenza, vv. 8-
10 che si declina nel distacco della donna nei vv. 18-21 e del tempo o della natura nel v. 32. Inoltre il dolore
dell’io è trattato nei vv. 23-24 per poi tornare, il canto in lontananza nei vv. 24-27 e poi vv. 44-45, la
caducità riferito alla brevità del giorno di festa nei vv. 30-32, o alla lontananza temporale delle grandezze del
passato nei vv. 42-43. Vi sono spesso riprese verbali come ad esempio in «chete stanze» al v. 8 riferito a «E
queta posa la luna» ai vv. 2-3 o in «Già similmente mi stringeva il core» al verso finale che riecheggia «e
fieramente mi si stringe il core» al v. 28. Si tratta dunque della tipica opposizione tra vitalità e dolore
universale o personale che però in questo testo non è tipicamente suddivisa in blocchi definiti. Inoltre nel
corso del componimento si susseguono tre notturni, il primo che si trova nei vv. 1-4 e mostra il poeta alla
1
Pier Vincenzo Mengaldo (MN), Antologia leopardiana: la poesia, Roma, Carocci, 2019, p. 78.
2
Storia dell’italiano scritto, a cura di Giuseppe Antonelli, Matteo Motolese, Lorenzo Tomasin, Roma, Carocci, 2014,
pp. 134-5-7.
3
Giancarlo Alfano, Paola Italia, Emilio Russo, Franco Tomasi, Letteratura italiana. Da Tasso a fine Ottocento,
Mondadori Università, Milano, 2018, p. 541.
4
MN, Antologia leopardiana: la poesia, p. 81.
5
MN, Antologia leopardiana: la poesia, p. 81.
finestra che osserva la natura di notte, il secondo ai vv. 24-27 in cui è descritto il ritorno dell’artigiano, il
terzo ai vv. 40-46 che narra un ricordo d’infanzia.6
Mengaldo7 afferma poi come La sera del dì di festa sia un componimento intermedio e quindi per data tra i
cinque Idilli (non considerando Spavento notturno isolato dagli altri) ovvero Infinito (1819), Alla luna
(1819), La sera del dì di festa (1820), Il sogno (1820-21), La vita solitaria (1821) e eccezionale perché in
esso vi sono elementi appartenenti ai primi due testi (come ad esempio da Alla luna i vv. 7-8 ripresi nei vv.
15-16) e altri che poi torneranno nei due successivi. Abbiamo quindi una transizione da stile elegiaco a
narrativo passando, secondo Blasucci8, da un io metafisico dell’Infinito a uno contemplante di Alla Luna sino
a quello sofferente e particolare de La sera del dì di festa che si fa maggiormente evidente nella seconda
parte della lirica, rimarcato nel testo dalle numerose interiezioni, ad esempio Ahi (v. 24) e dalla serie di frasi
interrogative consecutive come ai vv. 34-37:
ogni umano accidente. Or dov’è il suono
di que’ popoli antichi? Or dov’è il grido
de’ nostri avi famosi, e il grande impero
di quella Roma, e l’armi, e il fragorio
che n’andò per la terra e l’oceano?
Per di più lo scritto è libero dalla costruzione del verso, molto mosso e composto di periodi brevissimi. È
importante considerare La sera del dì di festa come un testo distinto e non compararlo con la maggiore
brevità dei primi due idilli. Altro carattere di straordinarietà rispetto alle liriche simili, secondo Mengaldo 9 è
che l’opera è un racconto degli stati emotivi ed esistenziali di Leopardi solitamente descritti preferibilmente
in scritti “privati” contemporanei come Ricordi di infanzia e di adolescenza, l’Idillio II di Mosco (29-31),
Appressamento della morte (13-15), Discorso di un italiano sopra la poesia romantica con la sua citazione
dell’Iliade, lo Zibaldone (1, 50-1) o le Epistole (Epistola n.287).
Quest’opera si distingue inoltre dall’Infinito e da Alla luna per i ripetuti contrasti di tono, ad esempio
nell’uso della tecnica dell’“improvviso” ancora più efficace per la posizione a metà verso come in: «O donna
mia» al v.4 o in «Ahi per la via» al v. 24 (Mengaldo10).
Particolare è anche la prima versione dell’incipit dell’opera ovvero «Oimè, chiara è la notte e senza vento»
che sarebbe stato l’unico inizio per interiezione nei Canti da paragonare solamente a quello del Passero
solitario: «Oimè, quanto somiglia…». L’incipit sarà poi corretto in «Dolce e» che porterà al passaggio dal
soggettivo all’oggettivo, dall’esplicito all’implicito e dall’immediato al ritardato rendendo la descrizione
della notte distributiva, come la lirica intera, (Mengaldo 11).
Un argomento a favore dell’eccezionalità de La sera del dì di festa è anche la sua continua oscillazione tra
l’infinitezza, con l’utilizzo dei tipici polisillabi terminanti in –ente, –mente con il loro apporto di vaghezza12
come in «onnipossente» (v. 13), «accidente» (v. 33), «bramosamente» (v. 41) e «similmente» (v. 46) o con
termini che suggeriscono vaghezza come «lontan» (v. 3), «antica» (v.13), «lunge» (v. 25), «solitario» (v. 25),
«antichi» (v. 34), «silenzio» (v. 38), «tarda» (v. 43), «lontanando» (v. 45), «a poco a poco» (v. 45)13 e la
6
Giancarlo Alfano, Paola Italia, Emilio Russo, Franco Tomasi, Letteratura italiana. Da Tasso a fine Ottocento,
Mondadori Università, Milano, 2018, p. 541.
7
MN, Antologia leopardiana: la poesia, p. 78.
8
Luigi Blasucci, Leopardi e i segnali dell’infinito, il Mulino, Bologna, 1985, pp. 153-63.
9
MN, Antologia leopardiana: la poesia, p. 79.
10
MN, Antologia leopardiana: la poesia, p. 79.
11
MN, Antologia leopardiana: la poesia, p. 80.
12
Il riferimento è alle note pagine 1744-5 dello Zibaldone (composto tra il 1817 e il 1832) che elencano gli elementi o le
esperienze sensoriali che inducono a pensare all’infinitezza e all’assoluto.
13
Giancarlo Alfano, Paola Italia, Emilio Russo, Franco Tomasi, Letteratura italiana. Da Tasso a fine Ottocento,
Mondadori Università, Milano, 2018, p. 541.
dimensione concreta e aneddotica, più inerente alla dimensione singolare con un lessico specifico come
«traluce» e «lampa» (v. 6), «agevol» (v. 7), «solenne» e «trastulli» (v. 17), «lontanando» (v. 45) ricorrente in
pochi casi nelle altre opere di Leopardi e che anticipa i Grandi Idilli (1828-30).
La sera del dì di festa dunque è varia ma compattata da alcuni moduli espressivi già sperimentati nelle
Canzoni e dall’utilizzo del lessico vago e indefinito14. È quindi uno dei canti costruiti in modo più ricco e
complesso dall’autore, ed è un’opera distinta e alternativa agli altri Idilli per cui la diffusività dei temi trattati
non costituisce un elemento di disomogeneità.
14
Giancarlo Alfano, Paola Italia, Emilio Russo, Franco Tomasi, Letteratura italiana. Da Tasso a fine Ottocento,
Mondadori Università, Milano, 2018, p. 541.