PASCOLI (1855-1912)
La vita di Pascoli fu segnata da una serie di eventi luttuosi iniziati con l’assassinio nel
padre il 10 agosto del 1867, seguito da una serie di morti all’interno della sua numerosa
famiglia. Fin da giovane Pascoli perde il proprio “nido”, i propri punti di riferimento
trascorrendo tutta la sua vita rifugiandosi nell’illusione di possederli ancora, tuttavia non
presentò mai un atteggiamento vendicativo o di odio nei confronti degli assassini del
padre e nei confronti della vita stessa. E infatti, la sua ideologia politica era quella di
raggiungere un socialismo umanitario secondo cui i rapporti sociali devono fondarsi
sulla solidarietà spontanea e sull'amore fra gli uomini.
Il dolore del distacco dal suo nido verrà represso dalla poesia la quale viene considerata
come una forma di consolazione a questo tormento, ma tale so erenza comincerà a
riemergere in età matura e lo porterà a rifugiarsi nell’alcol per morire nel 1912 di cirrosi
epatica.
Inoltre, si mostra lontano dal Positivismo nutrendo una s ducia nel progresso a causa
delle negative conseguenze del capitalismo e dell’ impoverimento della classe piccolo-
borghese, che Pascoli ha conosciuto dopo la morte del padre; così in gioventù partecipa
a dei movimenti anarchici contro un potere ingiusto e oppressivo, perseguendo l’ideale di
solidarietà umana e di lantropia. Tuttavia, i metodi violenti e militari di questi movimenti
lo indurranno a separarsene non spegnendo mai però i suoi ideali e speranze.
Pascoli così come Carducci, suo maestro, fu un poeta vate ossia portavoce di valori
assoluti e universali; così Pascoli rivendica la funzione sociale e morale del poeta non
condividendo la visione elitaria della poesia dei simbolisti francesi. Tuttavia:
• Per Carducci, la poesia aveva un valore civico ed era nalizzata alla formazione delle
coscienze
• Per Pascoli, il poeta non ha verità assolute da di ondere agli uomini, o insegnamenti
morali e civici, ma con la sua poetica cerca di trasmettere ideali, quale quelli del
fanciullino: “la poesia, senz’essere poesia morale, civile, patriottica, sociale, giova alla
moralità, al civiltà, alla patria e alla società” (Il fanciullino).
Inoltre, per Pascoli la poesia ha un valore assoluto che prescinda il poeta e quest’ultimo è
colui che ha la capacità di trovarla in quanto “la vera poesia si trova, non si fa, si scopre
non s’inventa” (Il fanciullino).
Pascoli assorbe i tratti tipici del linguaggio simbolista e la consecutiva s ducia verso la
conoscenza scienti co-razionale, a cui si sostituiscono l’intuizione e il simbolo quali
strumenti per penetrare il mistero delle cose e coglierne le corrispondenze segrete. La
poesia, dunque, viene intesa come una forma di conoscenza prerazionale, alogica
e immaginosa, fonte di bontà e fratellanza.
IL FANCIULLINO
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L’età della fanciullezza è un paradiso nel quale il poeta vorrebbe tornare attraverso uno
sguardo innocente sulle cose.
Il fanciullino rappresenta una summa teorica della poetica pascoliana dove viene appunto
messo in evidenza l’ideale del fanciullino secondo cui tutti dentro di noi abbiamo un
fanciullino “eterno” “che vede tutto con maraviglia, tutto come per la prima volta”; tuttavia
non tutti, e non sempre, sono in grado di ascoltarlo o di vederlo, in quanto esso non
appare a noi con mirabili dimostrazioni ma attraverso semplici e umili aspetti. Questa
capacità di udito e di vita è propria del poeta che accoglie il suo sguardo candido sul
mondo. Il fanciullino ha l’abilità di scoprire il poetico nelle cose.
Tuttavia, non sempre si avverte questi fanciullino, durante la giovinezza si cerca di
reprimerlo ma poi, nella maturità, dopo i tumulti dell’età adulta, si riacquista l’interesse per
il “chiacchiericcio” infantile.
Lo sguardo del fanciullino è pieno di stupore, egli sa “perdere tempo” a guardare,
ascoltare e toccare le cose minime e semplici, che senza di lui “non vedremmo” e alle
quali “non badiamo per solito”; attraverso il suo stupore e la sua fantasia egli è in grado di
andare oltre gli oggetti cogliendo i misteriosi simboli che nascondono le verità, scorgendo
ke armonie segrete della natura.
Il fanciullino si pone in aperto contrasto con il superuomo di D’Annunzio.
Anche la psicoanalisi sottolinea la centralità dell’infanzia per comprendere le
caratteristiche comportamentali dell’adulto, riconoscendo come Pasco la componente a
logica e spontanea dell’istinto fanciullesco.
MYRICAE
La raccolta poetica Myricae condensa in se i caratteri più originali di tutta la poesia
pascoliana. Myricae è il nome latino delle “tamerici”, piccoli arbusti comuni nel paesaggio
mediterraneo. L’ispirazione proviene da un verso delle Bucoliche “non omnes arbusta
iuvant humilesque myricae”, di cui Pascoli elimina il “non” costruendo una dichiarazione
poetica a favore delle cose umili, quotidiane e di un tono comune e discorsivo
a ermando “a noi giovano gli arbusti e le umili tamerici”. Dunque, Pascoli cerca di
conferire dignità poetica alle realtà umili e dismesse come farà Verga.
L’opera è molto simile ai Canti di Castelvecchio, entrambi costituiti da liriche di forma
poetica breve. In esse Pascoli mostra la propria disponibilità di ascolto della voce
interiore del fanciullino. Essa gli svela la poeticità delle piccole cose e i loro legami
segreti. Inoltre le raccolte sono caratterizzate da una sensibilità per tutti i suoni,
utilizzando il fonosimbolismo il quale consiste nel far precedere il suono al signi cato,
evocando gli oggetti con le onomatopee o allitterazioni.
Nella raccolta dedicata al padre, è centrale il tema della morte, legato al mito della
tragedia familiare. Il lutto privato attraverso una serie di simboli, supera la dimensione
privata e soggettiva diventando espressione di un dolore universale.
Inoltre, secondo Pascoli, causa del dolore umano non è la Natura (come aveva ritenuto
Leopardi) ma l’uomo stesso; la Natura invece è de nita “madre dolcissima” perché o re
un argine alla so erenza personale in contrapposizione con la “matrigna Natura” di
Leopardi del tutto indi erente alle sciagure umane. La natura e i suoi paesaggi
costituiscono immagini evocative, paesaggi introspettivi che esprimono concetti astratti.
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Il paesaggio naturale è ritratto da Pascoli con precisione e cura del dettaglio, utilizzando
anche frequenti tecnicismi e una nomenclatura ornitologica e botanica; per quanto
possano sembrare idilliache le sue descrizione della natura, da esse permea un’oscura e
minacciosa inquietudine, in cui l’io poetico proietta le sue sensazioni e angosce.
IL LAMPO E IL TUONO
Il lampo e il tuono costituiscono un dittico che va letto nel suo insieme; la solidarietà tra i
due testo è di tipo tematico, e leggendoli insieme si riesce a evincere ciò a cui si
riferiscono: l’inizio di un temporale. A rinsaldare il legame tra le due ballatine è la
congiunzione incipataria “E” la quale conferisce un senso di naturale continuità, e il
rapporto coblas cap nditas con la ripetizione ad apertura della seconda di parole poste in
chiusura nella prima: “nella notte nera”.
Il lampo pone il lettore di fronte allo spettacolo di un silenzio sospeso che preannuncia lo
scatenarsi della bufera (quasi come una quiete prima della tempesta), questo silenzio si
scioglie nello strepitare del tuono. In ne, il boato cede il passo a un dolce canto materno,
simbolo dell’amore.
Così all’amore si contrappone la condizione di dolore e so erenza dell’uomo,
rappresentata dalla luce improvvisa del lampo e dal rintrono del tuono.
Secondo alcuni critici, il lampo sarebbe metafora della morte agonizzante del padre a cui
rinvia “l’occhio” della similitudine. Quindi il “Soave canto” della madre irrompe nel
frastuono del temporale richiamando il valore consolante dell’amore che placa il
dolore dell’esistenza.
Le parole “nulla” e “culla” aprono e chiudono la poesia, in un nesso che frequentemente
si ritrova nelle poesie di Pascoli (“ombra che nasce, ombra che muore”//“ed in un lento
tremolio di culla/ l’uomo sentì che rinascea nel nulla”). Tramite ciò, Pascoli sottolinea la
fragilità del nido, che protegge, ma che è anche esposto a sciagure devastatrici.
Nel lampo prevale il fotosimbolismo, tipico di D’annunzio, nel tuono il fonosimbolismo
ossia un prevalere del dato acustico.
LAVANDARE
Negli elementi della vita dei campi il poeta riconosce le tracce della mancanza e
dell’abbandono; tutti gli elementi (il campo, l’aratro lasciato in mezzo al terreno incolto, la
nebbia) sono accumunati d a un senso di mancanza. Il canto delle lavandaie invece
trasmette una sensazione di malinconia e di struggente solitudine. Noi non vediamo le
lavandaie ma ne usiamo le “lunghe cantilene” e lo “sciabordare” dei panni, così la poesia
si carica di fonosimbolismo, sposta l’attenzione sugli e etti sonori, facendo precedere il
suono all’oggetto sico.
X AGOSTO
Pascoli rievoca la notte in cui il padre venne ucciso mentre rincasava. L’episodio è
costituito su vari parallelismi:
• La rondine uccisa e il padre assassinato
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• Il padre e Gesù croci sso (sottolineato dalla rondine che cade in croce sul terreno, con
le ali spianate)
• I rondinotti e i fratelli Pascoli, che invano aspettano a casa il ritorno del capofamiglia
La rondine e il padre diventa così gli emblemi del sacri cio innocente.
Il nido è l’immagine centrale in Pascoli, al tema del nido distrutto si collega quello della
privazione, della solitudine nonché quello dell’esclusione: quella del padre e della
rondine dal mondo dei vivi e quella dei gli dal nucleo familiare.
Le ultime parole del padre sono di perdono e invita lo stesso Pascoli a perdonare:
“perdona se non ha gli, egli non sa…e se ha glioli, in nome loro perdona”. Dette questa
parola carica di bontà egli muore “immobile, attonito” come se fosse sbigottito per la
malvagità umana. Negli occhi resta solo un “grido”, quel grido strozzato dalla morte che
si trasforma nell’espressione atterrita degli occhi spalancati.
Così il pianto delle stelle della notte di San Lorenzo inonda “l’atomo opaco del Male” (la
Terra); il pianto degli elementi naturali è l’unica forma di consolazione possibile di fronte
all’ingiustizia e alla violenza insiste nell’ordine storico.
NOVEMBRE
L’illusione di una stagione di vita (rappresentata dalla primavera) si dissipa rilevando
l’ineluttabile incombere della morte (la stagione invernale). La struttura oppositiva della
lirica emerge nel contrasto tra l’incipit della prima e della seconda strofa: il “pruno secco”
dissolve l’iniziale illusione primaverile e lo “gemmeare” dell’aria e mostra una realtà silente
e vuota. La natura è silenziosa in quanto gelata e il solo rumore è quello delle foglie
secche che cadono senza più vita.
La descrizione paesaggistica si carica di parole appartenenti al campo semantico del
silenzio e dell’assenza: “vuoto”, “cavo”, “silenzio”, che alludono all’ incombere
inquietante della morte: essa, inoltre, si manifesta come mancanza, ovvero come
privazione di ciò che risulta caro, il nido.
La poesia termine con un ossimoro: “È l’estate, fredda”, in cui è condensata la dialettica
su cui si basa l’intera lirica; poi la parola “dei morti” che conclude il componimento
esplicita la sensazione funerea che pervade la seconda e terza strofa. Si parla dunque di
Novembre il quale mese contiene e il giorno dei morti (2 novembre) e l’estate di San
Martino (11 novembre).
IL GELSOMINO NOTTURNO
La lirica descrive la fecondazione dei ori allude alla prima notte di nozze della coppia di
sposi a cui è dedicato il componimento.
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