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FICHTE

Johann Gottlieb Fichte, filosofo tedesco del XVIII secolo, sviluppa un pensiero che supera Kant, sostenendo che l'Io è sia soggetto che oggetto della conoscenza e che crea la propria realtà. Fichte introduce tre principi fondamentali: l'Io pone se stesso, l'Io infinito pone il Non-Io e, infine, l'Io finito emerge in contrapposizione al Non-Io. La sua filosofia enfatizza l'importanza dell'azione e della moralità, affermando che la conoscenza deve tradursi in azione per avere significato.

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Johann Gottlieb Fichte, filosofo tedesco del XVIII secolo, sviluppa un pensiero che supera Kant, sostenendo che l'Io è sia soggetto che oggetto della conoscenza e che crea la propria realtà. Fichte introduce tre principi fondamentali: l'Io pone se stesso, l'Io infinito pone il Non-Io e, infine, l'Io finito emerge in contrapposizione al Non-Io. La sua filosofia enfatizza l'importanza dell'azione e della moralità, affermando che la conoscenza deve tradursi in azione per avere significato.

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FICHTE

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Johann Gottlieb Fichte nasce nel 1762, muore nel 1814.
Dopo la laurea inizia a lavorare come precettore per qualche tempo, ma soprattutto
inizia a sviluppare una vera e propria passione per Kant e in particolare tra le varie
opere di Kant per la Critica della ragion pratica. È talmente legato a quest'opera che
riuscirà anche recarsi a Königsberg e a incontrare il suo maestro ideale, per proporgli
le sue idee a riguardo. Idee che, certo partono da Kant, ma lo superano nettamente.

Nei primi anni dell'Ottocento in realtà acquisisce anche una certa notorietà,
soprattutto quando si trasferisce a Berlino. Ed è proprio quando è a Berlino, tra il
1807 e il 1808, che compone una serie di scritti, i Discorsi alla nazione tedesca, che
hanno grandissimo successo. Sono scritti di carattere politico che nascono dal
particolare momento storico vissuto in quegli anni dalla Prussia e in generale da tutta
l'area tedesca assoggettata ai francesi. Sono gli anni in cui Napoleone conquista
facilmente mezza Europa.

Tra tutte le opere segnaliamo in particolare tre scritti, tutti realizzati a Jena: Dottrina
della Scienza, Dottrina Morale e Dottrina del Diritto.

Come già anticipato, Fichte parte da Kant, in particolare, dalla distinzione tra
fenomeno e noumeno.

Il noumeno è la cosa in sé, la realtà vera ma inconoscibile del mondo. Il fenomeno è


“questa” realtà come appare, come viene filtrata dai miei sensi e dalle mie forme a
priori, e poi come viene pensata, inquadrata tramite le categorie e dall’Io penso.
Questo era, grossomodo, il pensiero di Kant, però Fichte si pone alcune domande su
questa riflessione, la prima delle quali è la seguente.

Prendiamo per vero quello che dice Kant, cioè che noi conosciamo solo il fenomeno,
la realtà esteriore ma filtrata attraverso le forme a priori, le categorie etc. Da dove
dovrebbero provenire i dati sensibili, i fenomeni. Si potrebbe rispondere: dalle cose
esterne, cioè dal noumeno.

Allora, com'è possibile che i dati della mia esperienza, su cui io poi costruisco il mio
mondo, provengano da qualcosa che è inconoscibile? C'è una contraddizione secondo
Fichte, perché se il fenomeno derivasse dal noumeno, allora vorrebbe dire che il
noumeno in qualche modo è conoscibile. I dati sensibili, quindi, non possono derivare
dal noumeno. È assolutamente da escludere questo. Se il noumeno è inconoscibile
non può fornirci alcuni dati.

I dati sensibili su cui noi lavoriamo non vengono da fuori, ma devono per forza
venire da dentro, cioè devono essere creazioni dell'Io. L'Io non è solo un legislatore,
un ordinatore, ma è un creatore.

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Quindi, prima conseguenza, il fenomeno in realtà è una rappresentazione, cioè è
qualcosa che l'Io crea, una sua rappresentazione del mondo, non è il mondo.
Però l'Io, e qua siamo alla seconda conseguenza, non è solo conoscitore, ordinatore, è
anche ciò che viene conosciuto. Perché l'Io contiene la rappresentazione. Se il
fenomeno è interno all'Io, perché il fenomeno è una creazione dell'Io e quindi si trova
dentro di noi, allora dentro di noi c'è sia chi conosce, sia chi è conosciuto, sia cioè la
mente che conosce, sia il mondo da conoscere. È tutto dentro di noi.

Di conseguenza, questo Io che conosce, che è sia soggetto conoscente che oggetto
conosciuto, non può che essere infinito, perché l'Io contiene l'universo. L'universo
per me è un fenomeno, per come lo conosco, per come lo concepisco, per come lo
immagino. Allora, se tutto ciò che io conosco, tutto ciò che io posso potenzialmente
conoscere, è una mia rappresentazione, deve essere contenuta dentro di me e dentro
di me c'è l'Io. Un Io che abbiamo detto essere, per via della sua natura, infinito.

Siamo già in un'ottica prettamente romantica. L'Io di cui parla Fichte non è l'Io
illuminista kantiano, un Io limitato, finito,

Quindi l'Io è contemporaneamente, per Fichte, soggetto e oggetto della conoscenza, è


mente che conosce e mondo conosciuto. Ma cos’è questo Io? È un'anima infinita?
Uno spirito assoluto? Questo non è del tutto chiaro in Fichte.

Nei vari tentativi di chiarificazione Fichte parla dell’Io assoluto, infinito,


distinguendolo dall’io individuale. Non è l'anima, la coscienza di ogni singolo
individuo.

Fichte per spiegare il rapporto che c'è tra l'io individuale e l'Io infinito, ci dice che è
simile a quello che c'è tra l'uomo e l'umanità. Allora, cos'è il concetto di umanità?
L'umanità è la somma di tutti gli uomini, gli uomini presenti, ma anche gli uomini del
passato, gli uomini del futuro, gli uomini di ogni epoca. L'umanità è qualcosa che può
sembrare, potenzialmente, infinita.

L'uomo singolo che fa parte di questa umanità invece è finito, è qualcosa di limitato
nel tempo e nello spazio che ha una sua vita.

L'umanità ha plasmato il mondo, lo ha cambiato, lo ha fatto, lo ha creato a propria


immagine, ha posto la sua razionalità nel mondo. Io posso fare una mia piccola parte
e ci riuscirò solo in piccola parte, ma è l'umanità a fare le cose in grande.

L’Io assoluto è quindi alla base dei vari io individuali, di tutto ciò che c'è, perché se
questo autocoscienza collettiva, questo io assoluto contiene l'universo, contiene il
mondo fenomenico, allora è la base di tutto.

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D'altronde, dice Fichte, una cosa per esistere deve essere posta dalla coscienza, cioè
bisogna averne coscienza, perché è la coscienza che crea il mondo, ma a sua volta la
coscienza stessa per esistere deve essere posta da se stessa, cioè deve essere
autocoscienza. Detto in altri termini, la coscienza è il fondamento delle cose,
dell'essere, e l'autocoscienza è il fondamento della coscienza. Quindi questo Io è alla
base di tutto e per renderlo ancora più evidente Fichte fa un rilievo molto
interessante. Si pone in contrasto con la logica aristotelica, in particolar modo con il
principio d'identità.

Noi infatti siamo abituati a pensare che il punto zero, il punto di partenza di ogni
conoscenza, sia appunto il principio d'identità, A uguale A. In realtà, secondo Fichte,
non è così. C'è qualcosa che precede il principio di identità, che sta alla base anche
del principio di identità. Infatti, per dire che A uguale A bisogna prima di tutto porre
A, cioè bisogna che qualcuno prenda coscienza di A.

Per dire che una cosa è uguale a se stessa è necessario che qualcuno conosca una
cosa, sappia cos'è una cosa, ponga una cosa. E questo qualcuno non può che essere
l'Io. Quindi la vera base di ogni forma di conoscenza e consapevolezza non è A
uguale A, è l'Io pone A, l'Io conosce A. Se non c'è qualcuno che pone A, A uguale A
non ha senso.

E come dicevamo, non solo l'Io pone le cose, ma l'Io pone anche se stesso. Questo
Io infinito si autocrea, si autogenera, non è posto da altri. Questa autocreazione
dell'Io, poi, è molto particolare secondo Fichte, perché riguarda in un certo senso la
morale.

L’Io si autogenera in base alla sua libertà. Non è un'autocreazione che potremmo dire
teoretica, è un'autocreazione pratica, cioè fattuale, in cui l'Io lavora. Non è vero
quanto si dice di solito, che da ciò che siamo deriva il modo in cui agiamo, ma è vero
il contrario, prima c'è come agiamo e da questo deriva ciò che siamo, noi siamo il
prodotto di quello che facciamo, non è vero che operari sequitur esse, ma è vero,
invece, che esse sequitur operari.
Tale prerogativa dell’Io viene denominata Tathandlung, vioè l’io è, nello stesso
tempo, attività agente (Tat) e prodotto dell’azione stessa (Handlug).

Dopo tutta questa premessa, possiamo enunciare quelli che sono i tre veri principi di
tutto il pensiero fictiano e in buona parte anche del primo idealismo tedesco.

Tre principi di cui il primo in realtà è stato già annunciato.


- Il primo principio della Dottrina della scienza è infatti che l'Io pone se stesso.
Perché? Perché è il principio di ogni realtà. Quindi l'Io genera se stesso.

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- Secondo principio, l'Io infinito pone il Non-Io. Il Non-Io è tutto ciò che non è
Io, cioè è il mondo. È il mondo inteso come rappresentazione, come fenomeno.
Ora, è chiaramente l'Io a porre il Non-Io, perché è l'Io che crea, genera ciò che
è altro. È l'io che genera la rappresentazione, il mondo per come lo
conosciamo. Ovviamente il mondo è comunque compreso nell'Io. Perché è
comunque parte di questa grande autocoscienza, come dicevamo all'inizio.

- Terzo e ultimo principio, nel momento in cui l'Io pone il Non-Io, ne viene in
qualche misura limitato e quindi è costretto, in un certo senso, a porre un io
finito in contrapposizione al Non-Io. L'Io è l'Io infinito, l'Io assoluto, l'Io che
comprende tutto. Ma nel momento in cui crea il mondo deve creare anche un io
finito da contrapporre a questo mondo. Cioè, questo terzo punto è il momento
in cui si crea la coscienza individuale, in cui l'Io pone le varie coscienze
individuali, le varie individualità, come se l'umanità facesse derivare l'uomo. In
questo caso l'Io infinito fa derivare l'io finito, in contrapposizione al fenomeno
mondo che ci circonda.

Usando un linguaggio fichtiano, l’Io oppone nell'Io all’io divisibile un non-io


divisibile. Divisibile dobbiamo prenderlo nel significato di finito.

Si passa dall'Io infinito, dall'Io coscienza collettiva, superiore, assoluta, all'io


individuale, al mio io, ad ogni singolo io concreto che è presente nella coscienza di
ognuno di noi. Quindi ovviamente l'io individuale, la coscienza dell'individuo, è
estremamente legata all'Io infinito, è un suo derivato.

C'è questo legame molto forte che è molto simile al legame che c'è tra uomo e
umanità, come detto precedentemente. L'umanità è la somma degli uomini, così l'Io
infinito è la somma delle tante individualità. Non è però solo una somma statica, non
è solo qualcosa da cui deriviamo e basta. L'Io infinito, infatti, è qualcosa verso cui
dobbiamo continuamente tendere. Cioè, l'io individuale non può accontentarsi di
essere finito come di fatto è, deve cercare continuamente di tendere verso il luogo da
cui ha avuto origine.

Quell’Io infinito è un dover essere, cioè è un obbligo morale, un imperativo


categorico. Noi dobbiamo andare verso quella direzione, dobbiamo superare i nostri
limiti. Dobbiamo tendere verso l'assoluto.

Non dobbiamo accontentarci di ciò che siamo. È un obiettivo, un ciò che dovremmo
essere, anche se non riusciremo mai ad essere completamente. D'altronde, noi ci
sforziamo di andare verso l'Io infinito, ma a sua volta l'Io infinito non è fermo, non è
immobile, non è statico. Anche lui si muove. Anche lui vive una sorta di sforzo, che
in tedesco Fichte definisce Streben. Anche lui spinge verso un costante
miglioramento, e noi lo inseguiamo, in un certo senso.

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Quindi, tutta la vita umana, anche in campo morale, è contrassegnata da uno sforzo di
costante perfezionamento, nostro come singoli, ma anche dell'umanità tutta, di tutta la
coscienza collettiva. Tutta l'umanità si sforza di migliorare, di camminare verso il
perfezionamento.

Questo percorso, questi tre principi, sono tra loro strettamente legati, cioè è un
percorso, non sono tre principi indipendenti l'uno dall'altro, ma c'è un legame, una
struttura che potremmo definire triadica. C'è un cammino: si parte dall'Io e per
opposizioni dall'Io infinito si arriva all'io finito.

Ora, questo cammino avrà una profondissima influenza sull'idealismo tedesco e lo


ritroveremo esaltato, in Hegel sicuramente. Le tre tappe sono: la prima una tesi, la
seconda un'antitesi, la terza una sintesi. Cioè si parte da una proposizione iniziale, l'Io
pone se stesso, si passa al suo opposto, l’Io pone il Non-io, la sua contraddizione,
dopodiché, tesi-antitesi, si arriva però a una sintesi che, in un certo senso, chiude il
cerchio. Difatti, nel caso di Fichte, dopo aver posto l'Io e il Non-Io, si arriva a un io
finito all'interno dell'Io infinito, in contrapposizione sempre con il Non-Io, ma che
concretizza, rende più individuale e concreto l'Io infinito.

Vediamo la morale, perché questa è tutta una premessa che Fichte fa per arrivare a
parlare della morale. La domanda cardine è questa: perché mai l'Io infinito pone il
Non- Io e poi l'io finito? Perché fa questo percorso? La risposta è perché vuole agire,
perché deve agire.

D'altronde, nota Fichte, tutta la conoscenza di per sé non serve a nulla. La conoscenza
serve per agire. Noi esistiamo per agire. Da questo punto di vista, secondo Fichte,
riprendendo una tesi che in realtà aveva già anticipato Kant, la ragion pratica ha il
primato rispetto alla ragion pura. La conoscenza che poi è applicabile, ci porta a
muoverci, ad agire, ad essere Esseri morali, è superiore alla conoscenza astratta e
pura in sé.

Tutto spinge in quella direzione, tutto spinge ad agire. E cosa significa agire? In
primo luogo, agire significa imporre sul Non-Io le regole dell'Io. L'Io è il creatore, è
ciò che plasma la materia, il mondo, e gli dà un senso, una forma, un significato,
quindi impone le sue regole.

In questo senso, anche qui, si vede profondamente il romanticismo di Fichte che avrà
un grandissimo successo nell'Ottocento, perché lo spirito si impone sulla materia, la
coscienza plasma il mondo, non c'è un materialismo, c'è l'esatto opposto, perché la
materia di per sé non ha significato, è l'Io che le dà significato, è lo spirito che crea la
materia e si impone su di essa. Certo, la materia, come sempre nella filosofia, fa
resistenza, potremmo dire. La materia è un ostacolo, è un qualcosa contro cui l'Io

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deve in qualche modo lottare. Per questo si parlava di Streben. Perché l'Io infinito,
per realizzarsi compiutamente, deve imporre questi suoi significati, deve imporre la
sua natura, il suo volere, sulla materia, e deve sforzarsi di farlo, deve lottare per farlo.

L'umanità ha lottato per rimporre se stessa nella storia, per rimporre la propria
ragione sul mondo, per disegnare il mondo, per fare strade, città, sistemi, costruire,
per mettere da parte ciò che il mondo era e farlo diventare propria immagine e
somiglianza. Così deve fare l'Io. L'Io non deve, e non ha il mondo già creato, non ha
la realtà già fatta, la deve costruire lottando. Ovviamente questo cammino non si fa
da soli.
Non è uno sforzo individuale, è uno sforzo di tutti. Quindi, l'obiettivo alla fine della
filosofia fichtiana è quello di collaborare insieme. L'uomo singolo, da solo, nel suo
sforzo individuale è un tassello di uno sforzo più grande.

Bisogna che tutta l'umanità, tutte le coscienze, tutti gli io individuali si riconoscano
nell'Io collettivo, nell'Io assoluto, viaggino verso quella direzione. Lì è il nostro
obiettivo, il nostro punto d'arrivo e dobbiamo tutti camminare verso quella direzione.
Ovviamente come? Mettendo alla base del nostro agire la libertà.

Perché l'Io crea liberamente e allora la libertà è effettivamente ciò che


contraddistingue ogni coscienza, ogni individualità. Questo l'aveva detto anche Kant.
Quindi anche il fine della società è quello di favorire lo sviluppo della libertà.

Ma non una libertà anarchica dove ognuno fa ciò che vuole, una libertà che è diretta
al bene collettivo, che è diretta al lavoro collettivo, che è diretta all'unità, potremmo
dire. Non c'è l'individuo nella sua individualità che fa le cose come gli pare, come
pensava Kant. È vero sì, l'uomo seguiva la legge morale, ma sceglieva da solo come
seguirla.

Il discorso fatto da Fichte fa un passo in più, perché, l'uomo ha dentro di sé il mondo,


ha dentro di sé la libertà, deve sentire e farsi guidare dalla sua coscienza, ma la sua
coscienza lo porta ad agire non di per sé, per sé stesso, lo porta ad agire
collettivamente, insieme agli altri. C'è uno sforzo verso un Io assoluto, un
avvicinamento progressivo all'Io assoluto, e la società deve favorire tutto questo.

C'è una persona che ha un ruolo fondamentale nella società e questa persona è il
dotto, l'istruito, il sapiente, che deve assumersi l'incarico di guidare gli altri verso la
libertà e verso l'Io collettivo, l'Io assoluto, perché gli uomini nella loro coscienza
hanno spesso una conoscenza parziale di cos'è l'Io, sentono qualcosa ma non sanno
ben delineare questo cammino verso l'Io infinito. Il dotto ha il compito di guidare gli
uomini, di fargli capire e comprendere la natura delle cose, la natura soprattutto della
coscienza, e quindi portarli, incanalarli, verso questo dover essere dell’Io assoluto
della libertà.

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Il dotto, quindi, deve essere un vero e proprio educatore del genere umano, deve
essere una guida, ha un ruolo sociale importantissimo. Forse anche per questo,
proprio per mettere in pratica quello che era il suo pensiero di base, Fichte, nei primi
anni dell'Ottocento scrive i celeberrimi Discorsi alla nazione tedesca. L’obiettivo era
quello di criticare il dominio napoleonico che si stava imponendo sempre più
pesantemente sul popolo tedesco, ma per sfuggire alla censura, Fichte li presenta
formalmente come uno scritto sull’educazione; quindi, il discorso antifrancese
emerge tra le righe.

Bisogna plasmare una nuova forma di educazione che si rivolga a tutti, perché tutte le
coscienze hanno dentro di loro l’anelito verso l'Io assoluto, quindi una educazione
aperta, non limitata ai ricchi, ai nobili, ai pochi, ma aperta ai molti.

È un'educazione che deve arrivare a toccare nell'intimo le persone, le coscienze. Ora,


se questa educazione ha la pretesa di parlare a tutti, dovrà usare, nota Fichte, una
lingua comune, una lingua che tutti possono comprendere. E analizzando le varie
lingue trova proprio nella lingua tedesca la lingua più adatta a questo scopo, perché la
lingua tedesca è quella che meno si è evoluta nei secoli, è quella che più di tutte è
rimasta una lingua utilizzata al contempo dai dotti e dagli umili, una lingua sia del
popolo che delle élites.

Quindi il popolo tedesco ha, prima di tutto, il vantaggio della lingua, ma non solo,
possiede un sangue puro, non si è mescolato con altre popolazioni.

Questo popolo non è solo unito, ma ha anche un compito, e questo compito, come si
diceva, è quello di guidare l'Europa verso la cultura. Questo popolo è il sale della
terra, dice Fichte, è il popolo civilizzatore. Un po' come gli antichi romani fecero e i
greci ancora prima, oggi questo compito spetta al popolo tedesco.

LA SCELTRA TRA IDEALISMO E DOGMATISMO

Nella Prima introduzione alla dottrina della scienza (1797), Fichte affronta il tema
della scelta tra idealismo e dogmatismo, identificandoli come i due unici sistemi
filosofici possibili. Egli sostiene che la filosofia non sia una costruzione astratta, ma
un'indagine sull'esperienza volta a individuare il fondamento di quest'ultima. Dato
che nell'esperienza coesistono "la cosa" (l'oggetto) e "l'intelligenza" (l'io o il
soggetto), si delineano due approcci fondamentali:

1. Idealismo: privilegia il soggetto, partendo dall'Io per spiegare l'oggetto.


2. Dogmatismo: privilegia l'oggetto, partendo dalla cosa in sé per spiegare il soggetto.

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Fichte evidenzia che nessuno dei due sistemi può confutare direttamente l'altro,
poiché entrambi assumono come valido il proprio principio di base. La scelta tra
idealismo e dogmatismo non è quindi strettamente teoretica, ma deriva da una
differenza di inclinazioni e interessi etici.

- Dogmatismo: è associato al realismo gnoseologico e al materialismo metafisico.


Rende problematica o annulla la libertà, riducendo l’Io a un prodotto delle cose e a un
accidente del mondo. Il dogmatico, coerentemente, è fatalista e materialista.
- Idealismo: fonda l’autonomia dell’Io, considerandolo un’attività autocreatrice che
dà senso agli oggetti. Di conseguenza, l’idealismo diventa una rigorosa dottrina della
libertà.

A livello esistenziale, queste filosofie corrispondono a due tipologie di individui:


- Coloro che si riconoscono solo nelle cose e accettano passivamente il determinismo
del dogmatismo.
- Coloro che percepiscono la propria libertà e indipendenza, simpatizzando con
l’idealismo, che vede l’essere umano come protagonista attivo della realtà.

Fichte sottolinea che la scelta di un sistema filosofico riflette il carattere dell’uomo


che lo adotta. Un carattere forte e libero è incline all’idealismo, mentre uno fiacco o
piegato da frivolezze e schiavitù spirituale tende al dogmatismo.

Nonostante il ruolo della scelta morale, Fichte ritiene che l’opzione per l’idealismo
non sia priva di motivazioni teoretiche. Egli dimostra nella Dottrina della scienza che
solo partendo dall’Io è possibile spiegare sia il soggetto sia l’oggetto, oltre al loro
rapporto. L’Io è quindi la realtà originaria e assoluta, capace di fondare la scienza.
Questa doppia superiorità, etica e teoretica, rende l’idealismo la via privilegiata e
originale del pensiero fichtiano.

LA DOTTRINA DELLA CONOSCENZA

La dottrina della conoscenza di Fichte analizza la relazione tra l'Io e il non-io come
base per la rappresentazione (conoscenza) e l'azione morale. Fichte propone una
sintesi tra realismo e idealismo, superando il realismo dogmatico che considera la
rappresentazione come un prodotto diretto dell'azione di una cosa esterna sull'Io
empirico, indipendente e anteriore ad esso. Secondo Fichte, la rappresentazione
deriva da un'azione del non-io sull'Io, ma con la fondamentale precisazione che il
non-io è, a sua volta, prodotto dall'Io. Pertanto, l'attività del non-io è in realtà
un'attività riflessa dell'Io stesso.

Questa concezione solleva due problemi principali:

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1. Il carattere indipendente del non-io: Perché il non-io appare come autonomo e
preesistente all'Io nella coscienza comune?
2. La natura del non-io: Esiste il rischio che, eliminata la sua autonomia, il non-io si
riduca a mera parvenza?

Fichte risolve il primo problema tramite la teoria dell'immaginazione produttiva,


derivata da Kant, ma con un ruolo ampliato. In Kant, questa immaginazione
schematizza il tempo secondo le categorie, fornendo condizioni formali
dell'esperienza. Per Fichte, invece, essa è l'atto inconscio con cui l'Io infinito crea il
non-io, generando i materiali stessi della conoscenza. L'inconsapevolezza
dell'immaginazione produttiva deriva dal fatto che la coscienza emerge solo dopo che
il soggetto ha creato l'oggetto, trovandoselo di fronte come realtà esterna.

Per il secondo problema: Il non-io, pur essendo prodotto dall'Io, non è un'apparenza
ingannevole, ma una realtà oggettiva che si manifesta a ogni Io empirico. La
riappropriazione del non-io avviene attraverso un percorso di conoscenza articolato in
gradi, che Fichte chiama storia prammatica dello spirito umano. Questo processo
consiste in una progressiva interiorizzazione dell'oggetto, che si rivela alla fine come
opera del soggetto.

I Gradi della Conoscenza


1. Sensazione: L'Io empirico percepisce l'oggetto come un dato esterno opposto a
sé.
2. Intuizione: Si distingue tra soggetto e oggetto, e il materiale sensibile viene
organizzato secondo spazio e tempo.
3. Intelletto: Stabilizza le percezioni spazio-temporali attraverso rapporti
categoriali fissi.
4. Giudizio: Articola le sintesi dell'intelletto, dando coerenza al pensiero e alla
conoscenza.
5. Ragione: È il massimo livello conoscitivo, capace di astrarre da ogni oggetto
particolare e di comprendere l'unità fondamentale tra soggetto e oggetto.

In sintesi, la dottrina fichtiana della conoscenza propone un sistema in cui l'Io,


attraverso un processo creativo inconscio, pone il non-io come oggetto del conoscere,
ricostruendone progressivamente la natura tramite i diversi stadi del sapere.

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