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Lucius Annaeus Seneca è un filosofo romano eclettico, influenzato dallo stoicismo, che promuove la razionalità divina e la virtù come fondamenti della vita. Il suo pensiero si concentra sull'importanza dell'interiorità, della libertà interiore e della saggezza, affrontando temi come la morte, l'inquietudine e il tempo. Nelle sue opere, Seneca utilizza la forma dialogica per esplorare concetti di amicizia, beneficio e schiavitù, enfatizzando l'uguaglianza tra gli uomini e la necessità di vivere in armonia con gli altri.

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Lucius Annaeus Seneca è un filosofo romano eclettico, influenzato dallo stoicismo, che promuove la razionalità divina e la virtù come fondamenti della vita. Il suo pensiero si concentra sull'importanza dell'interiorità, della libertà interiore e della saggezza, affrontando temi come la morte, l'inquietudine e il tempo. Nelle sue opere, Seneca utilizza la forma dialogica per esplorare concetti di amicizia, beneficio e schiavitù, enfatizzando l'uguaglianza tra gli uomini e la necessità di vivere in armonia con gli altri.

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LUCIUS ANNAEUS SENECA

Formazione culturale
Appartiene alla ristretta cerchia dei grandi filosofi dell’antichità romana, condivisa con Cicerone ed
Agostino. Ebbe molti maestri ed altrettante influenze culturali: ricordiamo il neo-pitagorico Sozione
di Alessandria, lo stoico Attico, il cinico Papirio Fabiano. Possiamo dunque definirlo come un
eclettico tendente verso lo stoicismo, corrente del quale accoglie i due principali assiomi: ratio e
logos, la ragione alla quale l’uomo deve ubbidire e la natura alla quale si deve conformare.
Lo stoicismo ebbe tre fasi:
-antica Stoà (III aC), Zenone di Cizio
-media Stoà (II I aC), Panezio di Rodi
-nuova Stoà (I aC), Catone Uticense, Epittèto, Seneca, Marco Aurelio

Quattro sono i punti fondamentali dello stoicismo accolti da Seneca:


-una razionalità divina (logos) gestisce l’universo in modo ordinato
-avvalendosi della ragione, l’uomo può dedurre regole inflessibili ed indiscutibili di condotta
-il bene consiste nell’assenza di passioni e desideri che turbino l’esistenza
-la virtù consiste nel secondum naturam, conformemente all’ordine divino

Pensiero
INVITO ALL’INTERIORITA: “ita fac, mi lucili, vindica te tibi” (Epistulae morales ad Lucilium).
Seneca invita al raccoglimento in se stessi al fine di ottenere il pieno dominio della propria volontà,
indipendente dalla realtà esterna. Tale concetto si collega a:

L’OTIUM: quello di Seneca è un otium attivo: non esorta alla contemplazione infruttuosa tipica
dell’asceta, bensì ad una disamina operativa per quanto statica. La vita è una militanza, ed il
filosofo colui che contempla ed agisce; il suo stesso ritiro a vita privata non è una rinuncia
all’influenza sociale, bensì un tentativo di adottare le coscienze degli individui come proprio
obiettivo piuttosto che il sovrano o la classe dirigente.
Seneca si ritira inoltre per conseguire la saggezza, che non è una condizione innata ma un fine: tutti
possono ambire a diventare saggi, ma per farlo bisogna essere disposti a raccogliersi in se stessi e
cercare la retta via. È su tale concetto che si basa la sua ritica alla folla, alla moltitudine, che distrae
ed allontana dalla consapevolezza.

VERA LIBERTA: la libertà in Seneca perde qualsiasi accezione politica ed assume anche qui una
dimensione tutta interiore. Libertà vuol dire sbarazzarsi di quegli impulsi irrazionali che turbano e
condizionano l’uomo; il più pericoloso è quello dell’ira, che nel De ira Seneca desrcive come una
brevis insania, una pazzia di breve durata. Altri condizionamenti coinvolgenti sono la brama di
potere e ricchezze e i legami affettivi: l’autosufficienza del saggio sta nel distaccarsi da tali pulsioni
in favore di un equilibrio razionale.

MORTE: tema sentito sia nella filosofia epicurea sia in quella stoica, e caro a Seneca poiché
appartentente ad un’epoca condizionata dalle tirannie.
Per Seneca la morte è un evento naturale, verità che si può accettare serenamente se dotati di una
bona mens; si può anzi affermare che la realtà della morte sposta il problema sulla vita, nonchè
sull’essere in grado di apprezzarla e goderla a pieno sapendo che il nostro tempo è limitato e che
cotidie morimur, cotidie enim demitur aliqua pars vitae.

SUICIDIO: in quanto filosofo il cui compito è quello di giovare agli altri, Seneca non può certo
permettersi di incoraggiare al suicidio. Lo considera tuttavia un estremo gesto di libertà, un titanico
sforzo di miglioramento nei confronti di una vita opprimente ed insostenibile. Non bisogna temere
l’aldilà, poiché dopo la morte l’anima torna alle origini, in quanto libera dalle sofferenze.

INQUIETUDINE: Seneca riconosce nell’inquietudine un male comune a tutta l’umanità: ognuno di


noi, in quanto umano, percepisce noia e scontentezza nei confronti di una vita vista come un’eterna
ed insopportabile routine. Tale spiacevole sensazione viene riassunta nell’idea di una concursatio,
un’affannosa ed inconcludente corsa in circolo alimentata dal taedium et displicenta sui, noia e
disgusto di sé.
Tale inguaribile scontentezza e disgusto porta alcuni uomini a distaccarsi dal mondo, altri al
desiderio di autodistruzione ed altri ancora, la categoria degli “occupati” all’iperattività ed alla cura
maniacale di ogni aspetto della vita quotidiana.

TEMPO: valutato in termini non quantitativi bensì qualitativi: Non exiguum temporis habemus, sed
multum pudidimus: non abbiamo poco tempo, ma ne perdiamo molto. Il tempo disponibile va speso
in attività degne dell’essere umano.

RAPPORTO CON GLI ALTRI: alteri vivas oportet, si vis vivere tibi, “occorre che tu viva per un
altro se vuoi vivere per te”. In linea con il pensiero stoico che professava l’uguaglianza tra tutti gli
uomini, Seneca ritiene che egoismo ed isolamento non facciano parte della antura umana. Il
rapporto con gli altri è naturale, il che non contraddice la critica alla massa in quanto ente
disordinato. In questo, Seneca fa proprio il concetto di Humanitas di Terenzio, caro alla tradizione
romana.

AMICIZIA: può essere vissuta con sincerità e profondità solo da chi è disponibile ed aperto: omnia
cum amico commumia habebit, qui multa cum homine, “avrà tutto in comune con l’amico chi ha
molto in comune con l’uomo”. Senza la volontà di instaurare un rapporto reciproco, l’amicizia
diventa un mezzo per soddisfare l’egoismo. Seneca supera dunque la concezione romana di amicia,
intesa come relazione politica e sociale, nonché quella stoica di prerogativa di una ristretta cerchia
di filosofi.

BENEFICIO: Seneca lo interpreta come un aiutare chi ne ha bisogno, superando la concezione


romana di beneficio come rapporto tra dominus e cliens al quale si sottoponevano anche dei poeti,
tra cui Marziale. Per Seneca, elementi fondamentali del beneficio sono la generosità di chi dona e la
gratitudine di chi riceve, tuttavia, poiché il senso del beneficio sta nell’atto di generosità in sé, si
può essere altruisti anche nei confronti di chi non è riconoscente.

SCHIAVITU: poiché ritiene che tutti gli uomini siano uguali, Seneca non disprezza gli schiavi; al
contrario, sostiene che il padrone debba trattare lo schiavo clementier et comiter, umanamente e con
clemenza.

Produzione
Dialoghi

Dei 10 trattati di argomento filosofico, 9 sono formati da un solo libro ed il De Ira da tre. In forma
dialogica, Seneca parla con il destinatario come se fosse presente. Tra i trattati troviamo tre
consolatio, genere di origine greca che si avvaleva dell’abilità retorica per consolare una persona
colpita da un grande dispiacere e bisognosa di conforto; limiti di tale genere erano l’enfasi e
l’ovvietà.

Consolatio ad Marciam: Seneca si rivolge a Marcia, figlia dello storico Cremuzio Cordo che,
avendo parteggiato per i cesaricidi, fu vittima degli intrighi di Seiano al punto che fu accusato di
lesa maestà ed imprigionato, per poi togliersi la vita. Marcia perse anche suo figlio: Seneca
immagina che nonno e nipote si ritrovino insieme nei Campi Elisi, dove Cremuzio possa indicare al
piccolo le orbite dei pianeti, insegnargli i nomi delle costellazioni, indicare la Terra, così piccola e
meschina. L’opera si chiude con un topos caro agli stoici, quello dell’ecpirosi, la conflagrazione
finale dell’universo.

Consolatio ad Helviam matrem: composto durante l’esilio in Corsica per consolare la madre Elvia
riguardo la sua condizione: afferma che l’esilio non è che un cambio di luogo e che il saggio avrà
sempre e comunque la compagnia della virtù.

Consolatio a Polypium: più che in una consolatio, l’opera consiste in una supplica a Polibio,
potente liberto di Claudio che aveva appena perduto il fratello, farcita di complimenti e adulazioni
per assicurarsi il rientro a Roma.

De constatia sapientis: Seneca spiega come il rigore morale del saggio gli permetta di affrontare le
avversità della vita.

De otio: affronta la dicotomia tra otium e negotium e difende il primo, intendendolo non come
statica contemplazione ma come otium attiva che volga al bene della società e degli individui.

De tranquillitate animi: Seneca sostiene che si possa raggiungere mediante l’equilibrio tra vita
attiva e vita contemplativa.

De ira: nei primi due libri Seneca delinea genesi e caratteristiche dell’ira, ritenuta male dell’uomo.
Nel terzo libro spiega come una possibile terapia curativa consista nell’affrontare l’ira
quotidianamente, contrastandola giorno per giorno.

De providentia: chiedendosi perché le disgrazie accadano sempre agli individui più probi e
lodevoli e le fortune ai piu deprecabili, Seneca giunge alla conclusione che questo sia un disegno
del destino forgiato per mettere alla prova la virtù dei migliori.

De vita beata: poiché la felicità si basa sulla virtù, prerogativa del saggio, è possibile raggiungerla
imparando a tenere a freno le passioni, diffidando delle gioie apparenti ed apprendendo l’equilibrio.

De brevitate vitae: contesta il luogo comune secondo il quale la vita sia troppo breve ed oppone
alla massa, sostenitrice di tale convieniente menzogna, il saggio che si rende conto del potenziale
della vita e sfrutta al meglio il proprio tempo. Della ripartizione aristotelica tra passato, presente e
futuro Seneca afferma che si debba vivere il presente, poiché il passato è certo e il futuro non è
dato.

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