324/3 • Concorso 1858 Consulenti protezione sociale INPS
Manuale per le due prove scritte
IXElementi di diritto penale
Sommario Parte IX
1 | Il diritto penale 11 | I delitti contro l’amministrazione della
giustizia (artt. 361-393bis c.p.)
2 | Il reato e la sua struttura
12 | I delitti contro la fede pubblica
3 | Le cause di esclusione della pena (artt. 453-498 c.p.)
4 | Le circostanze del reato 13 | I delitti contro l’ordine pubblico,
l’incolumità pubblica e l’ambiente (artt.
414-452quaterdecies c.p.)
5 | Le altre forme di manifestazione del
reato
14 | I delitti contro la persona
(artt. 575-623ter c.p.)
6 | Qualità inerenti al reo
7 | Il sistema sanzionatorio 15 | I delitti contro il patrimonio
(artt. 624-649bis c.p.)
8 | I delitti dei pubblici ufficiali contro la
16 | I delitti contro la personalità dello Stato
pubblica amministrazione (artt. 314-
(artt. 241-313 c.p.)
335bis c.p.)
9 | I delitti dei privati contro la pubblica 17 | Altre categori e di delitti
amministrazione (artt. 336-356 c.p.)
10 | Le contravvenzioni concernenti l’attività
sociale della P.A. (artt. 731-734 c.p.)
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Manuale per le due prove scritte
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Il diritto penale
1 Le norme penali
Ogni ordinamento deve garantire la pacifica convivenza tra i consociati, ossia le persone che
compongono la società. Pertanto, i comportamenti degli individui non sono del tutto liberi: alcuni
di essi, infatti, potrebbero incidere negativamente sui diritti di altri soggetti.
Il diritto penale è, appunto, quel settore del diritto che ha la precisa funzione di garantire la
pacifica convivenza tra gli individui, tutelando, attraverso la norma penale, quei beni giuridici
cui la collettività riconosce valore. Si tratta dei cosiddetti beni di rilevanza costituzionale (come
la vita, la salute, la libertà personale, l’ambiente ecc.), che si distinguono in:
— beni espressamente menzionati e tutelati nella Costituzione;
— beni che, pur non essendo espressamente menzionati nella Costituzione, sono funzionali
alla tutela di un bene in essa contemplato o che sono comunque riconducibili al sistema di
valori costituzionale.
Nello specifico, il diritto penale è quella parte del diritto pubblico che racchiude l’in-
sieme delle norme che disciplinano i fatti costituenti reato, ossia quei fatti, derivanti dai
comportamenti degli individui che devono essere prevenuti e repressi per il danno che creano
alla collettività. Ad esempio, sono considerati reati l’attentato contro la Costituzione dello Stato,
il peculato, la falsa testimonianza, i delitti colposi contro la salute pubblica, l’incesto, le percosse,
la rapina, l’omicidio ecc. Da tale parziale elencazione emerge con chiarezza che i beni giuridici
tutelati dal legislatore sono diversi (la personalità dello Stato, la pubblica amministrazione,
l’amministrazione della giustizia, l’incolumità pubblica, la famiglia, il patrimonio, la persona).
La sanzione penale, quindi, ha lo scopo di tutelare la società dalla realizzazione del reato e,
nel caso in cui questo venga comunque commesso, mira alla rieducazione e alla risocializzazione
del suo autore.
Perché vi sia reato è necessario, dunque, che una norma penale preveda una sanzione per
uno specifico comportamento.
La norma penale in senso stretto, anche detta norma incriminatrice, si compone normal-
mente di due elementi:
— il precetto, che vieta o comanda il compimento di una certa azione;
— la sanzione, cioè la conseguenza prevista dall’ordinamento giuridico per l’inosservanza del
precetto (pena o misura di sicurezza).
Ad esempio, nell’art. 336 c.p. che disciplina il reato di violenza o minaccia a pubblico ufficiale,
il precetto è costituito dal divieto di minacciare o usare violenza verso un pubblico ufficiale per
indurlo a commettere un atto contrario ai propri doveri, mentre la sanzione è rappresentata
dalla punizione prevista.
A questa regola fanno eccezione:
— le norme penali in bianco, che contengono una sanzione ben determinata, ma un precetto con carattere
generico, destinato ad essere specificato da atti normativi di grado inferiore, come un provvedimento
emesso da una pubblica amministrazione. Tipica norma penale in bianco è l’art. 650 c.p., che punisce, se
il fatto non costituisce più grave reato, con l’arresto fino a 3 mesi o con l’ammenda fino a € 206 (sanzione
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ben determinata), chiunque non osservi un provvedimento emanato dall’autorità per ragioni di giustizia,
di sicurezza pubblica, di ordine pubblico o di igiene (precetto generico, che troverà specificazione in un
singolo atto dell’Autorità, ad esempio un provvedimento di quarantena per ragioni sanitarie);
— le norme penali imperfette, le quali contengono solo il precetto o la sanzione;
— le norme integratrici, che precisano o limitano la portata di altre norme.
Proprio in base alla sanzione prevista dall’ordinamento, i reati si distinguono in:
— delitti, cioè i reati puniti con le pene della reclusione e della multa (es. violenza sessuale,
omicidio).
— contravvenzioni, ossia i reati puniti con le pene dell’arresto e dell’ammenda (es. ubriachezza,
esercizio del gioco d’azzardo).
Il diritto penale può essere classificato come diritto:
— pubblico, giacché costituisce un ramo del diritto pubblico, ossia quella branca del diritto che
disciplina i rapporti tra lo Stato e gli altri soggetti dell’ordinamento;
— positivo, in quanto dettato e disciplinato da norme di legge;
— statuale, perché solo lo Stato ha il potere di emanare norme penali;
— imperativo, poiché la norma penale, una volta entrata a far parte dell’ordinamento, è obbli-
gatoria per coloro i quali si trovano nel territorio dello Stato.
2 Le fonti del diritto penale
Per fonte del diritto s’intende ogni atto o fatto cui l’ordinamento riconosce la capacità di
creare norme giuridiche.
Costituiscono fonti del diritto penale:
— le leggi formali, ossia la Costituzione, le leggi costituzionali e le leggi ordinarie emanate dal
Parlamento;
— le leggi materiali, cioè gli atti emanati da organi diversi dal potere legislativo, ma aventi forza
di legge (si tratta dei decreti-legge, dei decreti legislativi e dei decreti governativi emanati in
tempo di guerra).
La maggior parte delle norme penali è contenuta nel Codice penale, noto come «codice
Rocco». Esso si compone di due parti: la Parte generale (Libro I), contenente gli istituti e i prin-
cipi generali del diritto penale, e la Parte speciale (Libri II e III), dedicata ai singoli delitti e alle
contravvenzioni. Da qui la distinzione, tradizionalmente applicata nello studio del diritto penale,
tra Parte generale e Parte speciale.
Ulteriori disposizioni penali sono contenute in alcune leggi penali speciali (ad es. le disposi-
zioni in materia di armi) e nel Codice civile (reati in materia societaria).
3 Il principio di legalità e i suoi corollari
Il principio di legalità è uno dei cardini dello Stato di diritto: esso esprime la necessità che
l’azione dei pubblici poteri (es. agenti di pubblica sicurezza, giudici) trovi sempre fondamento
nella legge. Pertanto, esso rappresenta una garanzia per l’individuo nei confronti dello Stato,
poiché impedisce che i suoi organi o ufficiali possano esercitare in maniera arbitraria il potere
conferitogli e pone un limite alla discrezionalità di chi si trova nella posizione di dover applicare
la legge penale.
Tale funzione di garanzia è particolarmente evidente proprio nella materia penale, dove il
principio di legalità vieta di punire i singoli per comportamenti che non sono espressamente
previsti come reato da una legge preesistente.
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3.1 Il principio di legalità in senso formale
In base al principio di legalità in senso formale, un fatto non può considerarsi «reato», né il suo
autore può essere sottoposto a pena o a misura di sicurezza, se una legge non lo prevede come tale.
Le misure di sicurezza, che verranno approfondite in seguito, sono sanzioni applicate al
soggetto che, oltre ad aver commesso un reato, è ritenuto socialmente pericoloso, al fine di neu-
tralizzarne o attenuarne la pericolosità (ad esempio, libertà vigilata, espulsione dello straniero
dallo Stato, divieto di soggiorno in un determinato Comune, confisca dei beni).
Fonte di tale principio è l’art. 25 Cost., il quale stabilisce che:
— «nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del
fatto commesso» (comma 2);
— «nessuno può essere sottoposto a una misura di sicurezza se non nei casi previsti dalla legge»
(comma 3).
Il principio di legalità, inoltre, è espressamente disciplinato anche in due disposizioni del
Codice penale:
— l’art. 1, secondo cui «nessuno può essere punito per un fatto che non è espressamente pre-
veduto come reato dalla legge, né con pene che non siano da essa stabilite»;
— l’art. 199, secondo cui «nessuno può essere sottoposto a misure di sicurezza che non siano
espressamente stabilite dalla legge e fuori dei casi dalla legge stessa preveduti».
3.2 Il principio di legalità in senso sostanziale
Affinché un fatto possa essere considerato reato, non è sufficiente che sia qualificato come
tale dalla legge; esso deve ledere, in concreto, un bene giuridico costituzionalmente rilevante (es.
la vita o la libertà personale). Si parla in proposito di principio di legalità in senso sostanziale,
che, nel nostro ordinamento giuridico, trova il suo fondamento nell’art. 27, comma 2, Cost. e
nell’art. 49 c.p. In base a quest’ultima disposizione, infatti, non è punibile il cosiddetto reato
impossibile, che ricorre quando la condotta tenuta dal soggetto, pur essendo prevista come
reato da una norma penale, non risulta idonea a realizzare l’evento dannoso o pericoloso.
Si pensi, ad esempio, a Tizio che spara con una pistola giocattolo a Caio con l’intento di uc-
ciderlo: il reato è impossibile per inidoneità dell’azione e, di conseguenza, Tizio non è punibile.
3.3 I corollari del principio di legalità
Dagli articoli prima esaminati, cui si aggiungono l’art. 2 c.p. (successione di leggi penali) e l’art.
3bis c.p. (principio della riserva di codice), si possono desumere alcuni corollari del principio di
legalità, che rappresentano principi fondamentali del diritto penale. Essi sono:
— il principio della riserva legge, il quale stabilisce che fonti del diritto penale possono essere
soltanto la legge o gli atti ad essa equiparati (es. i decreti legge convertiti). Appare evidente
che, in virtù di tale principio, solo il Parlamento può sanzionare un comportamento come
reato e prevedere la sanzione applicabile. Infatti, attraverso il potere legislativo si esprime
la sovranità popolare, si tutelano le minoranze e viene garantita l’esistenza di un rapporto
dialettico tra maggioranza e opposizione, evitando possibili abusi e arbitrii del potere giu-
diziario e del potere esecutivo.
Tra le conseguenze di questo principio vi è la limitata rilevanza riconosciuta alla consuetudine nell’am-
bito del diritto penale. La consuetudine è una fonte generale del diritto non scritta, generata dalla ripe-
tizione di un certo comportamento da parte di una collettività (usus o diuturnitas) e dalla convinzione
che quel comportamento sia giuridicamente obbligatorio (opinio iuris ac necessitatis).
Può essere fonte del diritto penale soltanto la consuetudine integratrice, che ricorre quando è la stessa legge
penale a rinviare esplicitamente alla consuetudine, a condizione che operi in senso favorevole all’imputato;
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— il principio di tassatività o di determinatezza, per cui la norma penale (tanto nella parte
del precetto, quanto in quella della sanzione) deve essere formulata in maniera precisa e
determinata, in modo da permettere al cittadino di conoscere i comportamenti vietati e da
evitare interpretazioni giurisprudenziali eccessivamente distanti dal significato letterale della
stessa. Infatti, il principio di legalità sarebbe rispettato solo in apparenza se la legge associasse
ad un determinato comportamento una fattispecie di reato in modo del tutto generico. La
violazione di tale principio si rinviene, in particolare, quando il legislatore associa la realiz-
zazione del reato a concetti non espressamente tipizzati, ma esterni. Si pensi, ad esempio, al
concetto di atti osceni: l’oscenità è connotata da un ampio margine di discrezionalità, poiché
la definizione di cosa sia osceno può variare da persona a persona, e muta nel tempo (l’art.
527 c.p., che puniva gli atti osceni come reato, è stato depenalizzato nel 2016);
— il divieto di analogia, strettamente connesso ai principi di riserva di legge e di tassatività.
Infatti, una volta compreso che i reati devono essere espressamente previsti dal legislatore,
che li deve anche delineare in modo chiaro e preciso, è facile concludere che essi costituiscono
un numero chiuso che non può essere ampliato a piacimento dal giudice o dall’esecutivo.
Ricordiamo che l’analogia consiste nell’applicazione, ad un caso concreto non espressamente disci-
plinato da una norma, di una disposizione prevista per un caso analogo o, in mancanza di questa, di
un principio generale dell’ordinamento.
Mentre nel diritto civile si ricorre frequentemente all’analogia per colmare le lacune lasciate dal legi-
slatore, nel diritto penale essa ha un ambito di applicazione limitato. Infatti, l’art. 14 delle disposizioni
preliminari al Codice civile sancisce l’inapplicabilità per analogia delle norme penali, affermando che
esse non si applicano oltre i casi e i tempi in essa considerati (così da evitare l’arbitrio da parte del
potere giudiziario e salvaguardare la libertà personale degli individui).
Tale disposizione, tuttavia, viene interpretata in senso garantista alla luce del principio generale del
favor rei. Questo principio prevede che, in caso di dubbi interpretativi, venga applicata la norma più
favorevole all’imputato. Perciò, si ritiene che il divieto di applicazione analogica delle norme penali
valga soltanto per le norme penali incriminatrici o comunque sfavorevoli al reo (analogia in malam
partem); restano, invece, suscettibili di interpretazione analogica le norme penali che abbiano un con-
tenuto favorevole, come quelle contenenti circostanze attenuanti (analogia in bonam partem);
— il principio di irretroattività della norma incriminatrice, in base al quale nessuno può
essere punito per un fatto che, secondo la legge del tempo in cui fu commesso, non costituiva
reato (art. 2, comma 1, c.p. e art. 25, comma 2, Cost.).
Ciò significa, ad esempio, che Tizio, pur avendo posto in essere condotte idonee a configurare
il reato di «attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti» (art. 452quaterdecies c.p., intro-
dotto dal D.Lgs. 21/2018), non può essere punito per tale reato qualora abbia realizzato le
condotte stesse prima dell’introduzione nel Codice penale della nuova norma incriminatrice.
Una deroga al principio di irretroattività è data dal principio di retroattività della modificazione più
favorevole al reo, per cui se la legge del tempo in cui fu commesso il reato e le posteriori sono diverse,
si applica quella le cui disposizioni siano più favorevoli al reo, salvo che sia stata pronunciata sentenza
irrevocabile (art. 2, comma 4, c.p.).
Questo principio è ispirato al più generale principio del favor rei e comporta che, ogniqualvolta una
norma venga modificata in maniera più favorevole al reo, ossia venga stabilito un trattamento sanzio-
natorio diverso e più mite, questa si applica in maniera retroattiva.
Esso non si applica, però, alle sentenze passate in giudicato, ossia quelle che non possono più essere
impugnate a causa della scadenza del termine: in questo caso, chi è stato condannato per un reato poi
abrogato continuerà a scontare la sua pena;
— il principio della riserva di Codice (art. 3bis c.p.), introdotto nel nostro ordinamento con il
D.Lgs. 21/2018. In base ad esso, nuove disposizioni che prevedono reati possono essere intro-
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dotte solo modificando il Codice penale ovvero inserendole in leggi che disciplinano in modo
organico la materia.
Tale principio, dunque, stabilisce una regola di portata generale vincolante per il legislatore,
il quale può creare nuove norme penali soltanto intervenendo sul Codice penale o su leggi
settoriali organiche e complete.
L’obiettivo del principio della riserva di Codice è, infatti, rendere più facilmente conoscibile e
comprensibile la normativa penale concentrandola quasi tutta nel Codice penale, evitare la
proliferazione di disposizioni penali caotiche e disomogenee e, in questo modo, rafforzare
la funzione rieducativa della pena.
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Il reato e la sua struttura
1 Che cos’è il reato?
Il reato è quel fatto umano (azione o omissione) cui la legge connette una sanzione penale. Il
reato può essere considerato sotto un duplice profilo: in senso formale, come il comportamento
umano che si pone in contrasto con il divieto o il comando posto dalla norma penale e che, dunque,
viola la norma incriminatrice; in senso sostanziale, come il comportamento umano, attribuibile al
suo autore, che si concretizza nell’aggressione ad un bene giuridico tutelato dalla Costituzione.
Pertanto, la dottrina maggioritaria propone una nozione formale-sostanziale di reato, secondo
la quale esso consiste nel comportamento umano:
— previsto dalla legge (principio di legalità), in modo tassativo (principio di tassatività) e
irretroattivamente (principio di irretroattività);
— che si concretizza in un fatto esterno (principio di materialità), idoneo a ledere o porre in
pericolo un bene giuridico costituzionalmente tutelato (principio di offensività):
— del quale l’autore possa essere chiamato a rispondere penalmente, in quanto gli si possa
muovere un rimprovero per averlo commesso (principio di colpevolezza).
Il soggetto che commette il reato è detto «soggetto attivo», mentre il soggetto leso dal fatto
costituente reato è detto «soggetto passivo».
Il bene giuridico o interesse protetto dalla norma penale violata è definito «oggetto» giuridico
del reato.
All’interno del reato, è possibile individuare, inoltre:
— un elemento oggettivo o materiale, formato dalla condotta del soggetto, dall’evento da
essa scaturito e dal nesso di causalità tra i due elementi;
— un elemento soggettivo o psicologico, ossia il grado di previsione e volontarietà dell’even-
to da parte del soggetto attivo che può articolarsi nelle forme del dolo, della colpa e della
preterintenzione.
Come si vedrà in seguito, ci sono dei casi previsti dalla legge in cui l’evento è posto a carico del soggetto
attivo come conseguenza della sua azione o omissione. Si tratta delle ipotesi di cosiddetta responsabilità
oggettiva, cioè quella forma di responsabilità attribuita in base soltanto al rapporto di causalità e
non in base ad un avvenimento psicologico (art. 42, comma 3, c.p.).
Elemento oggettivo e elemento soggettivo costituiscono gli elementi essenziali del reato,
ossia elementi la cui presenza è necessaria affinché possa ritenersi integrato il reato; da questi,
si distinguono gli elementi accidentali del reato, non indispensabili per la realizzazione del reato,
ma rilevanti per individuarne la gravità e quindi per determinare l’entità della pena (sono tali,
ad esempio, le circostanze aggravanti e attenuanti ai sensi degli artt. 61 e 62 c.p.).
La teoria in base alla quale il reato si compone di due elementi (elemento oggettivo o materiale ed
elemento soggettivo o psicologico) è detta bipartita e, per la maggiore semplicità di trattazione, è adot-
tata come parametro di riferimento in questo manuale; ad essa, si contrappone la teoria tripartita, che
individua nel reato tre elementi:
— il fatto tipico, descritto dalla norma incriminatrice, a sua volta scomponibile in condotta (attiva o
omissiva), evento e rapporto di causalità;
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— la colpevolezza, che permette di attribuire il fatto al suo autore attraverso l’elemento psichico;
— l’antigiuridicità, cioè il contrasto tra il fatto realizzato e quello vietato dall’ordinamento.
La principale differenza tra le due teorie è che, nella teoria tripartita, l’antigiuridicità è un elemento
essenziale del reato; è quel giudizio di disvalore sociale su un fatto, necessario affinché il fatto stesso possa
essere considerato reato dall’ordinamento giuridico (ANTOLISEI).
2 I soggetti del reato
2.1 Il soggetto attivo
Il soggetto attivo del reato è colui che pone in essere il comportamento vietato dalla norma
incriminatrice.
Ai sensi dell’art. 27 Cost. la responsabilità penale è personale. Pertanto, un individuo può
essere punito per un reato soltanto se l’evento dannoso o pericoloso che ne deriva è frutto della
sua azione o omissione (art. 40 c.p.). Ciò vuol dire che non potranno rispondere del reato, ad
esempio, gli eredi del soggetto che ha commesso il fatto.
In relazione al soggetto attivo si distinguono:
— reati comuni, che possono essere realizzati da qualunque soggetto (ad es. l’omicidio).
— reati propri, che possono essere realizzati soltanto da soggetti che rivestono una determinata
qualità ovvero si trovano in una certa situazione.
Ad esempio, il delitto di peculato ai sensi dell’art. 314 c.p. può essere commesso solo dal pubblico ufficiale
e dall’incaricato di pubblico servizio, così come il delitto di falsa testimonianza ai sensi dell’art. 372 c.p. può
essere commesso solo dal testimone.
2.2 Il soggetto passivo
Il soggetto passivo del reato è il titolare del bene o dell’interesse che la norma giuridica tutela
e che è, pertanto, leso dal fatto costituente reato. Esso può essere sia una persona fisica che una
persona giuridica, compreso lo Stato. Ad esempio, nel reato di corruzione, che è un reato contro
la pubblica amministrazione, il soggetto passivo del reato è appunto lo Stato.
Il soggetto passivo del reato non va confuso con il soggetto passivo della condotta, ossia il
soggetto sul quale questa si è materialmente manifestata.
In alcuni reati, come l’omicidio, le due figure coincidono, mentre in altri non coincidono. Ad
esempio, non coincidono nella concussione, che è il reato commesso dal pubblico ufficiale il
quale, abusando della sua posizione, costringe o induce qualcuno alla consegna indebita di una
somma di denaro. In tal caso, soggetto passivo del reato è la pubblica amministrazione, mentre
soggetto passivo della condotta è il privato concusso.
Figura ancora diversa dalle precedenti è quella del soggetto danneggiato dal reato, cioè
colui che dal reato ha subito un danno civilmente risarcibile, pur senza essere titolare del bene
giuridico protetto.
Si pensi all’omicidio: il soggetto passivo del reato è la vittima, mentre danneggiati sono i suoi
congiunti (genitori, figli ecc.).
3 L’oggetto giuridico del reato
L’oggetto giuridico del reato è il bene giuridico o l’interesse protetto dalla norma penale. Può
trattarsi di un bene materiale (ad es. il patrimonio) o immateriale (ad es. il buon andamento
della pubblica amministrazione).
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In relazione all’oggetto giuridico si può distinguere tra:
— reati monooffensivi, quando l’offesa investe un solo bene giuridico o interesse protetto (ad
es. l’omicidio);
— reati plurioffensivi, quando la condotta lede più interessi o beni giuridici congiuntamente (ad
es. la rapina, che offende il bene giuridico del patrimonio e quello della libertà personale).
3.1 Reati di danno e di pericolo
Sempre in base al bene giuridico tutelato, è possibile operare un’ulteriore distinzione: in-
fatti, la condotta può comportare sia una lesione effettiva sia la sola messa in pericolo o lesione
potenziale del bene.
È, dunque, possibile distinguere tra:
— reati di danno, quando il bene giuridico tutelato è stato effettivamente violato (es. l’omicidio
consumato, in cui si è verificata la morte della vittima);
— reati di pericolo, se il bene tutelato è stato soltanto minacciato (es. l’omicidio tentato, in cui
non si è verificata la morte). In tale categoria è poi opportuno distinguere tra reati di pericolo
presunto e reati di pericolo concreto. Nei primi si presume, in base a regole di esperienza, che il
compimento di determinate azioni accompagni l’insorgere di un pericolo. Nei secondi, invece,
il pericolo è un elemento essenziale per la realizzazione del reato poiché il comportamento
corrisponde alle ipotesi in cui vi sia una rilevante possibilità di verificazione dell’evento.
4 L’elemento oggettivo del reato
Come abbiamo anticipato, l’elemento oggettivo o materiale del reato è formato dalla condotta
corrispondente alla fattispecie incriminatrice prevista dalla norma, dall’evento da esso risultante
e dal rapporto di causalità che deve intercorrere tra l’uno e l’altro (art. 40 c.p.).
4.1 La condotta
La condotta è qualsiasi comportamento umano che costituisce reato, cioè l’azione o omissione
che dà vita al reato. La condotta tipica prevista dalla norma penale può essere:
— positiva o commissiva, quando si concretizza in un’azione del soggetto, tesa cioè a modi-
ficare la realtà esterna, che il diritto vieta (ad esempio, l’esplosione di un colpo di pistola,
in presenza del divieto di sparare; l’impossessarsi di un bene altrui in violazione del divieto
posto dall’art. 624 c.p.).
— negativa o omissiva, quando si concretizza in un atteggiamento di inerzia del soggetto nei
confronti di un’azione che egli per legge aveva l’obbligo di compiere. In questo caso, dunque,
il legislatore avrebbe voluto un’azione da parte del soggetto che, però, l’ha omessa, produ-
cendo così un reato (reati omissivi propri).
Le azioni richieste possono essere le più svariate, si pensi al generico obbligo di quarantena per i positivi
al Covid 19 e per i loro congiunti, o al più specifico obbligo di soccorrere il pedone dopo averlo investito,
la cui omissione genera il reato di omissione di soccorso (art. 593 c.p.).
Possono, poi, essere posti in essere anche reati omissivi impropri (o commissivi mediante omissione),
i quali derivano dall’omissione di un’azione doverosa e ricorrono quando dell’omissione deriva anche
in quanto sfavorevole (es. il macchinista che non attua lo scambio e provoca un incidente).
In sintesi, quando la condotta del soggetto è positiva, si ha un reato commissivo, quando la
condotta del soggetto è negativa o omissiva, si ha un reato omissivo. Il tipo di reato realizzato
(commissivo o omissivo) dipende, quindi, dalla formulazione della norma.
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4.2 L’evento
L’evento è l’effetto o il risultato che la condotta del soggetto produce sulla realtà esterna (ad
es. il ferimento del soggetto a seguito dell’aggressione realizzata a suo danno). Un reato può
includere anche una pluralità di eventi (es. la rapina, nella quale si sommano la perdita del bene
e la violenza nei confronti del soggetto passivo) e possono aversi reati aggravati dall’evento, per
i quali la legge prevede un aumento di pena al verificarsi di un evento ulteriore rispetto a quello
necessario per la realizzazione del reato (ad es. la rissa è aggravata se taluno dei partecipanti
riporta lesioni personali).
In dottrina si contrappongono due concezioni dell’evento:
— la concezione naturalistica, per cui l’evento è il prodotto naturale della condotta, ossia la modificazione
del mondo esteriore che essa produce. In base a questa concezione possono distinguersi reati di pura
condotta, che si realizzano anche in mancanza di un evento in senso naturalistico, e cioè con il semplice
compimento dell’azione vietata o con l’omissione dell’azione doverosa (es. l’omissione di soccorso) e
reati di evento, che si realizzano soltanto al verificarsi dell’evento naturalistico conseguente all’azione
(es. l’omicidio si realizza soltanto se l’aggressione cagiona la morte);
— la concezione giuridica, per cui l’evento consiste nell’offesa all’interesse (bene giuridico) protetto dalla
norma. In questo senso un’offesa è riscontrabile in tutti i reati.
4.3 Il rapporto di causalità
Nei reati di evento, cioè in quei reati in cui il legislatore prevede un evento esteriore come
risultato di un’azione (ad esempio, la morte di un uomo nel reato di omicidio), deve essere ac-
certato il cd. nesso di causalità.
Il nesso di causalità (o rapporto di causalità) è quel rapporto che deve esistere tra la condotta e
l’evento ed è necessario per l’imputabilità del soggetto che ha eseguito l’azione da cui è derivato
l’evento dannoso.
La causalità trova il proprio fondamento giuridico nell’art. 40 c.p., in base al quale nes-
suno può essere punito per un fatto previsto dalla legge come reato, se l’evento dannoso o
pericoloso da cui dipende l’esistenza del reato stesso, non è conseguenza della sua azione o
omissione.
Il rapporto di causalità è, dunque, il rapporto di consequenzialità logico-materiale tra la
condotta e l’evento. Esso permette di ricondurre una determinata condotta ad un determinato
evento (es. alla condotta di esplodere un colpo di pistola contro un individuo, segue l’evento
del ferimento dello stesso).
La problematica della causalità è fondamentale per comprendere la punibilità del soggetto.
Al fine di accertare la sussistenza del rapporto di causalità nel tempo sono state sviluppate
varie teorie. Quella oggi più utilizzata è la teoria della sussunzione alle leggi scientifiche, in base
alla quale l’esame della causalità deve essere effettuato in due fasi: nella prima, si accerta se la
condotta, sulla base di una legge scientifica di copertura, può essere causa di un evento; nella
seconda, si accerta se, in forza della legge di copertura, nel caso concreto il rapporto causale può
assumere rilevanza penale. Dunque, è causa di un evento penalmente rilevante il fatto umano
che, valutato alla stregua di leggi scientifiche di copertura, risulti capace di produrre l’evento
stesso il quale, senza di esso, non si sarebbe verificato.
Relativamente alle concause, ossia alle ulteriori cause che possono aver concorso alla
realizzazione dell’evento, preesistenti, concomitanti o successive allo stesso e indipendenti dal
comportamento del soggetto agente, l’art. 41 c.p. stabilisce che esse non escludono il nesso di
causalità tra la condotta e l’evento: ad esempio, se Tizio guidando la propria vettura investe e
uccide Caio, sarà comunque ritenuto responsabile della sua morte, anche se quest’ultimo era
di salute malferma.
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L’unica eccezione a questo principio si verifica qualora le concause siano prodotte da fattori
eccezionali idonei a determinare l’evento anche da soli, cioè in assenza di una condotta del
soggetto agente (art. 41, comma 2, c.p.). Ciò avviene quando le concause siano dovute a:
— forza maggiore, ad esempio un evento naturale, come nel caso del soggetto che incendia
un’abitazione che poco dopo sarebbe stata comunque distrutta a causa di un terremoto;
— caso fortuito, come nel caso del soggetto passivo che viene ferito dal soggetto agente, ma
muore in un incidente stradale mentre si dirige all’ospedale, o del soggetto ferito gravemente
che muore in ospedale a causa di un incendio mentre era in via di guarigione.
5 L’elemento soggettivo del reato (colpevolezza). La responsabi-
lità oggettiva
Perché vi sia reato è anche necessario che il fatto possa attribuirsi alla volontà del soggetto.
Si tratta del cd. principio di colpevolezza, che viene rinvenuto nell’art. 27 Cost., secondo cui la
responsabilità penale è personale.
Infatti, l’art. 42 c.p. stabilisce che nessuno può essere punito per un fatto previsto dalla legge
come reato se non lo ha commesso con coscienza e volontà.
Ricorrono coscienza e volontà quando il soggetto si attiva (nei reati commissivi) o resta inerte
(nei reati omissivi), in presenza di un impulso volontario cosciente.
L’elemento soggettivo o psicologico del reato consiste, dunque, nel nesso psichico tra l’azione
del soggetto e l’evento lesivo.
Presupposto per l’esistenza di una volontà colpevole è l’imputabilità data dalla maturità e
dalla sanità mentale del soggetto. Non è possibile, infatti, considerare colpevole di un compor-
tamento chi sia incapace di intendere e volere.
Non è invece necessario, per procedere alla valutazione del grado di colpevolezza del sog-
getto agente, che questo sia consapevole della contrarietà del proprio comportamento ad una
norma penale (ossia della sua antigiuridicità). Infatti, come sarà approfondito in seguito, nes-
suno può invocare l’ignoranza della legge penale (cd. errore di diritto) per giustificare il proprio
comportamento.
Il normale criterio di imputazione soggettiva è il dolo; tuttavia, nei casi espressamente previsti
dalla legge, operano anche altri due criteri di imputazione soggettiva, cioè la colpa e la prete-
rintenzione (art. 42, comma 2, c.p.).
Ciò premesso, l’elemento soggettivo del reato può articolarsi in tre forme diverse: dolo, colpa,
preterintenzione. A tali forme si aggiunge la responsabilità oggettiva, caratterizzata dall’assenza
di volontà del soggetto di realizzare l’evento.
Dalla diversa forma di colpevolezza del soggetto agente dipende non solo l’esistenza del reato
ma anche l’entità della sanzione da irrogare (es. l’omicidio colposo è punito con la reclusione
da 6 mesi a 5 anni, mentre l’omicidio doloso con la reclusione non inferiore a 21 anni).
5.1 Il dolo
Il dolo è la forma di colpevolezza generale prevista per i delitti. Infatti, l’art. 42 c.p. stabilisce
che nessuno può essere punito per un delitto se non l’ha commesso con dolo. In generale, quin-
di, se la legge non dispone diversamente, il reato si presume doloso; i casi di delitto colposo o
preterintenzionale devono, invece, essere esplicitamente previsti dalla legge.
Il delitto è doloso (o secondo l’intenzione) quando l’agente ha previsto l’evento come conse-
guenza della sua azione o omissione (art. 43, comma 1, c.p.); l’autore del reato ha cioè previsto
e voluto l’evento dannoso o pericoloso.
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Il dolo, pertanto, è caratterizzato da due elementi:
— la previsione, nel senso che l’autore del delitto deve prefigurarsi il fatto che intende realizzare;
— la volontà, nel senso che l’autore del delitto deve volontariamente indirizzare la propria
azione alla realizzazione del fatto che si è prefigurato.
Ad esempio, si ha dolo quando il soggetto, consapevole del fatto che una cosa non gli appartiene, pur
di impossessarsene, la ruba al proprietario.
Il dolo non va confuso con il movente o motivo (es. ira, vendetta), cioè la causa psichica che ha
spinto il soggetto ad agire, che non rientra nell’elemento soggettivo del reato, ma può rilevare
per l’applicazione di alcune circostanze del reato o per la valutazione della sua gravità.
Il dolo può distinguersi in:
— generico, quando il soggetto si rappresenta e vuole realizzare il fatto previsto da una norma incriminatrice
(es. Tizio uccidendo Caio, rivale in amore, realizza il reato di omicidio) e specifico, quando il soggetto
persegue una finalità ulteriore, ma non necessaria alla realizzazione del reato (es. Tizio imprigiona
Caio nella propria cantina, realizzando il reato di sequestro di persona, ma allo scopo di estorcergli del
denaro);
— intenzionale, quando il soggetto vuole realizzare il fatto tipico previsto dalla norma penale (es. il sog-
getto che spara con l’obiettivo di uccidere la vittima) e eventuale, quando il soggetto, pur non volendo
realizzare direttamente il fatto previsto dalla norma penale, lo accetta come possibile conseguenza
della sua condotta.
Ad esempio, il soggetto che, per far cessare gli schiamazzi notturni di alcuni ragazzi sotto la sua finestra,
lancia delle pietre, ferendone gravemente alcuni ha l’intento esclusivo di far cessare il rumore e, pur
prevedendo la possibilità di ferire qualcuno con il lancio delle pietre, agisce comunque;
— di danno, se il soggetto vuole cagionare un danno al bene giuridico protetto dalla norma e
di pericolo, se il soggetto mira soltanto ad esporre a pericolo il bene giuridico tutelato (ad es.
delitto di omissione di soccorso, nel quale, si punisce la semplice messa in pericolo del bene
giuridico della vita);
— di impeto, quando il soggetto commette il delitto d’impulso e di proposito, quando intercorre
un certo lasso di tempo tra lo sviluppo del proposito criminoso e la sua attuazione (come nel
caso della premeditazione, che nell’omicidio è una circostanza aggravante).
5.2 La colpa
Il delitto è colposo (o contro l’intenzione) quando l’evento, anche se previsto, non è voluto
dal soggetto agente e si realizza per negligenza, imprudenza, imperizia ovvero per inosservanza
di leggi, regolamenti, ordini e discipline (art. 43, comma 3, c.p.). In sostanza, la colpa ricorre
ogniqualvolta l’evento sia conseguenza di un atteggiamento superficiale del soggetto il quale,
se avesse adottato adeguate cautele, avrebbe potuto evitare la sua realizzazione (es. l’autista
che distraendosi investe un pedone).
I tre elementi necessari per il configurarsi della colpa, dunque, sono:
1. la non volontà dell’evento (ricorre altrimenti il dolo). A tal proposito, si distingue tra colpa
comune, quando l’evento non è né previsto né voluto dall’agente e si realizza come con-
seguenza automatica della violazione della regola di condotta e colpa cosciente, quando
l’evento non è voluto ma è previsto come possibile dal soggetto agente. Ad esempio, ricorre
colpa cosciente quando, nel corso di una battuta di caccia, taluno, confidando nelle proprie
abilità balistiche, spara verso la preda nonostante la presenza sulla traiettoria di tiro di uno
degli altri partecipanti, colpendolo;
2. la violazione di una regola cautelare di condotta scritta o non scritta. Se il soggetto agente
viola una regola espressamente codificata, si ha colpa specifica (es. l’autista che causa un
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incidente violando una norma del Codice della strada); se, invece, il soggetto agente viola
una regola non scritta, si ha colpa generica.
In particolare, la colpa generica sussiste quando il soggetto agisce con:
— negligenza, cioè con trascuratezza o con mancanza di attenzione, cioè violando le regole cautelari
(es. guidare su una discesa sul bagnato con gomme lisce);
— imprudenza, ossia in modo tale da superare la propria capacità di controllare il decorso dell’evento
(es. il datore di lavoro che non adotta adeguate misure tecniche di protezione a tutela dei dipendenti);
— imperizia, costituisce una forma qualificata di negligenza che ricorre quando i fatti di trascuratezza
o distrazione sono realizzati nello svolgimento di un’attività professionale (es. il medico che esegue
un’operazione per la quale sono necessarie specifiche competenze tecniche che egli non possiede);
3. l’appartenenza psichica del fatto al suo autore. Questa deve essere intesa come possibilità
del soggetto attivo di controllare la propria azione e il conseguente decorso causale. Il giudice
dovrà quindi effettuare una valutazione circa la possibilità, da parte del soggetto agente, di
prevedere ed evitare l’evento. A tale scopo, il giudice adotta un «modello ideale di soggetto
agente» (avveduto e accorto), corrispondente per caratteristiche con il soggetto che ha agito
nel caso concreto (es. in relazione all’attività lavorativa svolta).
5.3 La preterintenzione
Il delitto è preterintenzionale (o oltre l’intenzione) quando, dall’azione o dall’omissione,
deriva un evento dannoso o pericoloso più grave di quello voluto dall’agente.
Il delitto preterintenzionale, dunque, determina il verificarsi di due eventi dei quali:
— l’uno è voluto dall’autore e pertanto è ad esso imputato a titolo di dolo;
— l’altro non è voluto e, secondo la dottrina, è attribuito al soggetto agente a titolo di responsa-
bilità oggettiva, cioè come mera conseguenza della sua azione o omissione, oppure a titolo
di colpa, come derivante dalla violazione di una regola di prudenza e diligenza.
Il nostro ordinamento prevede solo due casi di delitto preterintenzionale:
— l’omicidio preterintenzionale, cioè quello realizzato come effetto non voluto, tramite condotte
dirette a commettere i delitti di percosse e lesioni personali (art. 584 c.p.);
— l’aborto preterintenzionale, ossia quello causato come effetto non voluto, tramite azioni dirette
a provocare lesioni alla donna (art. 593ter c.p.).
In entrambe le ipotesi menzionate il soggetto agente vuole percuotere o ferire la vittima (non
ucciderla o uccidere il feto), ma questa, per effetto dei colpi ricevuti, muore o abortisce.
5.4 La responsabilità oggettiva
La responsabilità oggettiva ricorre in quei casi in cui il soggetto agente è ritenuto responsabile
del fatto realizzato, in quanto «conseguenza della sua azione o omissione» (art. 42, comma 3,
c.p.), indipendentemente dall’esistenza di un elemento psicologico (dolo o colpa).
L’evento, quindi, è addebitato all’autore soltanto perché esiste un nesso di causalità tra la
sua condotta e l’evento stesso.
Ad esempio, in tema di reati commessi a mezzo stampa, sussiste responsabilità oggettiva del diretto-
re del periodico in relazione ai delitti realizzati da parte dei suoi giornalisti, qualora egli abbia omesso il
necessario controllo sugli articoli stessi.
Quindi, ciò che caratterizza la responsabilità oggettiva è:
— l’esistenza di un nesso di causalità tra condotta e evento;
— l’assenza dell’elemento soggettivo;
— l’attribuzione del fatto all’autore in virtù del solo nesso di causalità tra condotta ed evento.
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Le cause di esclusione della pena
Affinché il soggetto agente possa essere chiamato a rispondere di un reato, non soltanto
devono sussistere gli elementi essenziali (oggettivo e soggettivo) del reato stesso, ma è altresì
necessario che non ricorrano cause di esclusione della pena, ossia fatti, espressamente previsti
dalla legge, che escludono l’esistenza di uno degli elementi essenziali del reato o che, comunque,
escludono la punibilità del soggetto agente.
Tali fatti sono le cause di giustificazione in senso stretto (o scriminanti), le cause di esclusione
della colpevolezza (o scusanti) e le cause di esclusione della punibilità (o esimenti).
1 Le cause di giustificazione (o scriminanti)
Le cause di giustificazione sono circostanze in presenza delle quali un fatto, che normalmen-
te costituirebbe reato, è considerato lecito dall’inizio, in quanto viene meno il contrasto tra la
condotta e l’ordinamento giuridico (ossia l’antigiuridicità): rappresentano, cioè, situazioni al
verificarsi delle quali la condotta può essere giustificata. Non esistendo un reato, dunque, non
può procedersi all’applicazione della pena.
L’ordinamento distingue tra scriminanti comuni (ad es. il consenso dell’avente diritto o la
legittima difesa) previste dalla parte generale del Codice penale, e scriminanti speciali, pre-
viste dalla parte speciale del Codice penale e da leggi speciali (ad esempio, l’art. 649 c.p., che
esclude la punibilità del tentativo nei reati di rapina, estorsione e sequestro di persona a scopo
di estorsione).
Le cause di giustificazione manifestano il proprio effetto anche:
— se non sono conosciute dal soggetto agente o se esso per errore le reputa inesistenti;
— quando il soggetto agente le ritiene erroneamente esistenti e, in base a tale erronea convin-
zione, commette il fatto (cd. scriminante putativa);
— nel concorso di reati (che sarà esaminato successivamente), applicandosi a tutti coloro che
hanno concorso nel reato.
Nel caso in cui il soggetto oltrepassa per colpa, cioè per negligenza, imprudenza o imperizia
i limiti della causa di giustificazione, deve comunque rispondere del fatto commesso a titolo di
colpa, se il fatto stesso è previsto dalla legge come reato colposo (cd. eccesso colposo).
La legge disciplina sei cause di giustificazione: il consenso dell’avente diritto, l’esercizio del di-
ritto, l’adempimento del dovere, l’uso legittimo delle armi, la legittima difesa e lo stato di necessità.
1.1 Il consenso dell’avente diritto (art. 50 c.p.)
Il consenso del titolare del bene o del diritto protetto dalla norma fa venire meno l’illiceità del
fatto. In assenza del consenso, la stessa condotta costituirebbe un’offesa al bene giuridico tutelato
(ad es. il consenso a fare entrare un estraneo in casa esclude il reato di violazione di domicilio).
Affinché il consenso dell’avente diritto risulti efficace, è necessario che:
— sia valido, cioè prestato da persona capace di intendere e volere;
— sia libero, cioè frutto di una scelta autonoma e non conseguenza di coartazione fisica o psi-
chica;
— abbia ad oggetto un diritto disponibile, a cui cioè il titolare può rinunciare (ad es. diritti pa-
trimoniali).
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1.2 L’esercizio del diritto e adempimento del dovere (art. 51 c.p.)
Non è punibile chi commette un fatto nell’esercizio di un proprio diritto. Infatti, se l’or-
dinamento giuridico attribuisce al soggetto un diritto, gli attribuisce anche la facoltà di agire per
il suo esercizio. La condotta che si associa all’esercizio del diritto non può, quindi, integrare un
reato (ad es. il giornalista che riferisce obiettivamente fatti che ledono l’onore di una persona
non commette reato di diffamazione, perché esercita un diritto riconosciutogli dalla legge).
Perché si manifesti l’efficacia scriminante, è necessario che il diritto esercitato sia sancito in
norme di rango primario o secondario ovvero in un provvedimento giurisdizionale.
Quando il soggetto agisce per adempiere un dovere imposto da una norma giuridica o
da un ordine legittimo della pubblica autorità, non sussiste reato. In questi casi, infatti, il
soggetto agente non ha facoltà di scelta circa il comportamento da tenere, poiché è obbligato
ad adempiere un dovere (come nel caso dell’agente di polizia che esegue l’ordine proveniente
da un proprio superiore gerarchico).
Il comportamento doveroso al quale il soggetto agente è tenuto a uniformare la propria condotta deve
essere dettato:
— da una norma giuridica (ad es. il soldato che uccide in guerra non commette il delitto di omicidio);
— da un ordine della pubblica autorità, purché l’ordine provenga da un pubblico ufficiale nell’esercizio
delle sue funzioni e sia legittimo formalmente e sostanzialmente.
La dottrina e la giurisprudenza prevalenti non considerano legittimo, invece, il comportamento esecutivo
di un ordine che, pur provenendo da un superiore gerarchico, sia manifestamente criminoso (si pensi al caso
del superiore che ordina all’agente di polizia di uccidere un uomo). In questo caso, il soggetto gerarchica-
mente sottoposto è tenuto a sindacare l’ordine e ad astenersi dall’esecuzione dello stesso.
1.3 L’uso legittimo delle armi (art. 53 c.p.)
Non è punibile il pubblico ufficiale che, nell’adempimento di un proprio dovere, fa uso, o
ordina ad altri di fare uso, di armi o altri mezzi di costringimento fisico, se vi è costretto dalla
necessità di:
— respingere una violenza o vincere una resistenza all’Autorità;
— impedire la realizzazione di alcuni reati di particolare gravità (ad es. delitti di strage, omicidio
volontario, rapina a mano armata).
Pertanto, questa scriminante può essere invocata soltanto quando:
— il soggetto agente sia un pubblico ufficiale o una persona che, in seguito a legale richiesta, a
lui presti assistenza;
— il pubblico ufficiale agisca per l’adempimento di un dovere del proprio ufficio;
— l’uso delle armi avvenga per necessità e, dunque, come extrema ratio, per respingere una
violenza attuale (ad es. la scriminante non può essere invocata se l’arma è utilizzata contro un
malvivente già in fuga) o vincere una resistenza attiva (ad es. la scriminante non si applica se
l’arma è usata per vincere una resistenza passiva, come quella posta in essere da dimostranti
che blocchino una via).
1.4 La legittima difesa (art. 52 c.p.)
Non è punibile il soggetto che agisce per difendere un diritto proprio o di altri da un’ag-
gressione ingiusta e attuale, purché la sua reazione sia proporzionata all’offesa. Gli elementi
costitutivi di questa scriminante, quindi, sono due: l’aggressione e la reazione.
Per quanto riguarda l’aggressione, essa deve:
— provenire da una persona, che può utilizzare tanto una cosa animata (ad es. un cane addo-
mesticato) quanto inanimata (ad es. un’arma da fuoco);
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— recare offesa a un diritto altrui;
— essere ingiusta, cioè realizzare un illecito; il pericolo deve essere attuale.
Per quanto riguarda la reazione:
— può provenire dal soggetto aggredito o, quando questo sia rimasto inerte, da un’altra persona
che intervenga in sua difesa (cd. soccorso difensivo);
— deve essere proporzionata, cioè deve esserci proporzione tra male minacciato (dall’aggres-
sione) e male inflitto (dalla reazione). L’elemento della proporzionalità tra la difesa e l’offesa
si presume sempre esistente nel caso di violazione di domicilio;
— deve essere inevitabile, nel senso che l’aggredito non avrebbe potuto agire se non con le
modalità attuate;
— deve essere attuale, cioè avvenire senza soluzione di continuità con l’aggressione, poiché in
caso contrario non rappresenterebbe più una reazione ma un’aggressione autonoma.
1.5 Lo stato di necessità (art. 54 c.p.)
Non è punibile il soggetto che commette il fatto per salvare sé stesso o altri dal pericolo di un danno
grave alla persona (ad esempio, agisce in stato di necessità il naufrago che, per salvarsi, spinge giù dalla
zattera un altro naufrago o anche l’automobilista che per evitare un’altra auto sterza e uccide un passante).
Gli elementi costitutivi di questa scriminante, pertanto, sono due: il pericolo e l’azione lesiva necessitata.
Per quanto riguarda il pericolo, è necessario che:
— sia attuale, cioè il suo verificarsi appaia imminente;
— abbia ad oggetto la realizzazione di un danno grave alla persona, che può essere sia materiale che morale;
— non sia stato causato dal soggetto agente con un’azione dolosa o anche solo imprudente e che non
sussista un particolare dovere di esporvisi.
Ad esempio, non potrà invocare lo stato di necessità il soggetto che causi un incidente violando le
norme del codice della strada né il comandante della nave che, salendo sull’ultima scialuppa rimasta,
sacrifichi la vita di un passeggero.
Per quanto riguarda l’azione lesiva necessitata, essa deve essere:
— costretta, nel senso che il soggetto deve trovarsi nell’alternativa tra agire o subire un danno grave alla persona;
— proporzionata al pericolo.
2 Le cause di esclusione della colpevolezza (o scusanti)
Le cause di esclusione della colpevolezza fanno venire meno l’elemento soggettivo del reato.
Esse, infatti, escludono l’esistenza di un nesso psichico tra il soggetto e l’azione realizzata.
L’ordinamento prevede tre cause di esclusione della colpevolezza: l’incoscienza indipendente
dalla volontà, il costringimento fisico e l’errore sul fatto costituente reato (si tenga presente che
parte della dottrina fa rientrare in questa categoria anche il caso fortuito e la forza maggiore).
2.1 L’incoscienza indipendente dalla volontà
L’incoscienza indipendente dalla volontà è la condizione mentale nella quale agisce il soggetto
che commette un reato in stato di totale incoscienza: il fatto realizzato non è in alcun modo riconduci-
bile alla sua volontà (es. azioni che il soggetto compie agitandosi in preda al delirio di una malattia).
2.2 Il costringimento fisico (art. 46 c.p.)
Il costringimento fisico è la condizione in cui si trova colui che realizza un fatto a causa della
violenza fisica altrui, alla quale non può resistere o sottrarsi (ad esempio chi, minacciato con
un’arma da fuoco, è costretto a partecipare ad un reato).
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Il soggetto agente, in questo caso, funge da strumento per il compimento di fatti voluti dal
responsabile della violenza, che si configura come autore del reato.
2.3 L’errore sul fatto costituente reato (art. 47 c.p.)
L’errore sul fatto costituente reato ricorre quando il soggetto agisce convinto di realizzare
un fatto diverso da quello previsto da una norma penale. Anche se, in concreto, egli realizza il
fatto previsto dalla norma, questo non gli si può imputare poiché mancano coscienza e volontà
della sua realizzazione.
Per essere rilevante, l’errore sul fatto deve essere:
— essenziale, cioè cadere su uno degli elementi essenziali per l’esistenza del reato (ad es. il
viaggiatore che in aeroporto ritira erroneamente un bagaglio identico al suo);
— scusabile, cioè tale che al soggetto non possa essere mosso alcun rimprovero (ad es. colui il
quale apre una lettera indirizzata al proprio omonimo).
Gli studiosi di diritto penale hanno classificato in vari modi le ipotesi di errore rilevanti.
Pertanto, oltre all’errore sul fatto, tratteremo anche delle altre due principali categorie che,
però, non rappresentano cause di giustificazione della condotta, ossia l’errore di diritto e l’errore
inabilità (o reato aberrante).
L’errore di diritto (ossia l’ignoranza della legge penale), non esclude l’elemento soggettivo
del reato: il soggetto agente, infatti, vuole e realizza il fatto, ma ignora l’esistenza della norma
penale o commette un errore di interpretazione della stessa. Si pensi a chi costruisce una casa
abusivamente ignorando di commettere un reato. L’errore di diritto è quindi irrilevante: nessuno
può, infatti, invocare a propria scusa l’ignoranza della legge penale, come emerge dal principio
riassunto nella massima latina «ignorantia legis non excusat» e confluito nell’art. 5 c.p.
Se però l’ignoranza della legge penale è inevitabile, secondo la Corte costituzionale (sent.
364/1988), l’autore dell’illecito, soprattutto se cittadino comune, può in alcuni casi essere scusato
e quindi ritenuto incolpevole.
L’errore inabilità interviene nella fase di esecuzione del reato dando luogo alla cosiddetta
aberratio. Essa consiste nella realizzazione di un fatto diverso da quello che il soggetto agente
aveva preventivato e che, comunque, sarebbe stato contrario ad una norma penale.
Mentre l’errore sul fatto è causato da una falsa rappresentazione della realtà, l’errore inabilità
consiste in un errore esecutivo, che può riguardare tre diversi elementi della condotta:
1. la modalità causale del comportamento realizzato (cd. aberratio causae).
In questo caso cambia la successione causale con cui il fatto viene realizzato, ma non il soggetto passivo
e l’evento finale (ad es. Tizio tenta di uccidere un proprio creditore gettandolo da un ponte affinché
anneghi, ma questo muore a causa delle lesioni causate dallo scontro con le rocce).
La variazione qui descritta rileva soltanto in quei reati nei quali la norma penale descrive minuziosa-
mente la dinamica della condotta e, pertanto, una modalità del fatto lievemente diversa da quella
prevista dalla norma potrebbe escludere l’esistenza del reato (ad es. per la realizzazione del reato di
truffa, l’art. 640 c.p. richiede che il truffatore realizzi artifizi o raggiri finalizzati ad un ingiusto profitto e
che induca in errore il truffato. Se le modalità concrete di realizzazione del fatto escludono anche uno
soltanto di questi elementi, il reato non si considera realizzato);
2. il soggetto passivo sul quale il comportamento si manifesta (aberratio ictus, art. 82 c.p.).
In particolare, il comportamento realizzato dall’agente può essere:
— monolesivo (ad es. il killer uccide un passante invece che il proprio obiettivo), determinando una
responsabilità a titolo di dolo per il soggetto agente;
— plurilesivo (ad es. il killer ferisce il proprio obiettivo e inoltre uccide un passante), comportando la
punibilità del soggetto agente con la pena prevista per il reato più grave (voluto);
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3. l’evento causato (aberratio delicti, art. 83 c.p.).
Il soggetto agente realizza un reato diverso da quello voluto: egli risponde comunque a titolo di colpa
dell’evento non voluto, se questo è previsto dalla legge come reato colposo (ad es. il soggetto agente
vuole percuotere una persona con un bastone ma, agitandolo, rompe la vetrina di un negozio).
3 Le cause di esclusione della punibilità (o esimenti)
Nelle cause di esclusione del reato rientrano anche le cd. esimenti. Queste, analogamente alle
scriminanti e alle scusanti, impediscono che al reo possa essere applicata una pena. Tuttavia,
si differenziano dalle precedenti in quanto la mancata applicabilità della pena non si giustifica
per l’assenza di uno degli elementi essenziali del reato, ma dipende dalla valutazione di interessi
superiori che si impongono sulle esigenze di giustizia.
Costituiscono esimente, ad esempio, le immunità, cioè quelle ipotesi di esenzione da conse-
guenze penali che riguardano soggetti che svolgono funzioni di particolare rilevanza in ambito
internazionale o costituzionale.
Altra esimente, espressamente riconosciuta dal Codice penale, è la particolare tenuità del
fatto (art. 131bis c.p.), la quale stabilisce che, nei reati sanzionati con la detenzione non supe-
riore a 5 anni, la punibilità è esclusa quando per le modalità della condotta e per l’esiguità del
danno o del pericolo, l’offesa è di particolare tenuità e il comportamento risulta non abituale.
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Le circostanze del reato
1 Cosa sono le circostanze del reato?
Le circostanze sono elementi accidentali del reato (in quanto possono essere presenti o
meno) che producono due effetti:
1. influiscono sul disvalore del fatto, cioè sulla sua gravità;
2. comportano, di conseguenza, un aumento o una diminuzione della pena prevista per il reato
semplice.
Le circostanze si distinguono in aggravanti, se comportano un aumento della pena, e atte-
nuanti, se determinano una riduzione della pena.
Questa distinzione rileva anche in relazione ai criteri con cui le circostanze vengono valutate:
le circostanze aggravanti sono valutate a carico del soggetto agente soltanto se egli le conosce;
al contrario, le circostanze attenuanti sono valutate a favore del soggetto agente anche se da lui
non conosciute o ritenute inesistenti.
Ulteriori distinzioni possono essere effettuate tra circostanze:
— obbligatorie, se il giudice è obbligato ad applicare gli aumenti o le riduzioni della pena previsti dalla
norma penale, e facoltative, se il giudice ne ha solo la facoltà;
— comuni, se sono applicabili a tutti i reati, e speciali, se sono applicabili solo a singole figure di reato;
— ad effetto comune, se prevedono una variazione sino a 1/3 della pena prevista per il reato base, e ad
effetto speciale, se prevedono una variazione della pena superiore a 1/3 della pena prevista per il reato
base o l’applicazione di una pena diversa;
— antecedenti, concomitanti o susseguenti, a seconda che precedono, accompagnano o seguono la con-
dotta criminosa.
1.1 Le circostanze aggravanti e attenuanti comuni
L’art. 61 c.p. elenca le circostanze aggravanti comuni, tra le quali rientrano, ad esempio,
l’aver agito per motivi abietti o futili e l’aver commesso il reato per eseguirne o occultarne un
altro, ovvero per conseguire o assicurare a sé o ad altri il prodotto, il profitto o il prezzo ovvero
l’impunità di un altro reato.
L’art. 62 c.p. prevede, invece, le circostanze attenuanti comuni come, ad esempio, l’aver
agito per motivi di particolare valore morale e sociale e l’aver reagito in stato d’ira determinato
da un fatto ingiusto altrui.
1.2 Le circostanze attenuanti generiche
L’art. 62bis c.p. attribuisce, invece, al giudice la facoltà di valutare, al fine di ridurre la pena,
ulteriori elementi non espressamente tipizzati dall’art. 62 c.p. all’interno delle circostanze atte-
nuanti comuni. Essi consentono di modulare la pena in base al caso concreto.
Tali elementi, inerenti alle modalità di svolgimento del fatto e alla personalità del suo autore,
sono definiti circostanze attenuanti generiche (si pensi agli elementi riguardanti la gravità del
reato e la capacità a delinquere del reo previsti dall’art. 133 c.p.). Il giudice, ad esempio, potrà
valutare positivamente il fatto che il reo abbia fornito una confessione spontanea.
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Le circostanze attenuanti generiche possono essere applicate da sole o in concorso con una
o più circostanze attenuanti comuni. In ogni caso, se il giudice ritiene esistenti più circostanze
attenuanti generiche, queste vengono considerate come un’unica circostanza.
L’assenza di precedenti condanne per altri reati a carico del condannato non giustifica, di
per sé, la concessione delle attenuanti generiche.
2 Il concorso di circostanze
Il concorso di circostanze si verifica quando, con riguardo ad un unico reato, ricorrono più
circostanze.
In caso di concorso omogeneo, cioè quando le circostanze che concorrono tra loro sono tutte attenuanti
o tutte aggravanti, si applicano tanti aumenti o diminuzioni di pena quante sono le circostanze concorrenti,
entro i limiti minimi e massimi di pena stabiliti dal Codice penale. Più nello specifico:
— se concorrono solo circostanze a effetto comune (quelle che determinano un aumento o una diminuzione
della pena base non superiore ad 1/3), bisogna determinare la pena sulla quale applicare l’aumento o
la diminuzione derivante dalla prima circostanza considerata. Sulla pena così aumentata o diminuita,
vanno effettuati gli ulteriori aumenti o diminuzioni derivanti dalla presenza di altre circostanze;
— se concorrono solo circostanze a effetto speciale, se si tratta di circostanze aggravanti, si applica la pena
stabilita per la circostanza più grave, mentre se si tratta di circostanze attenuanti si applica la pena
prevista per la circostanza meno grave.
In caso di concorso eterogeneo, cioè quando le circostanze che concorrono tra loro sono di specie
diversa, il giudice deve effettuare un bilanciamento tra attenuanti e aggravanti, che si può concludere con la
prevalenza delle une sulle altre o con un giudizio di equivalenza che comporta l’annullamento di entrambe
e l’applicazione della pena base.
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Manuale per le due prove scritte
5
Le altre forme di manifestazione del reato
1 Reato consumato e tentativo
L’effettivo verificarsi dell’evento dannoso genera importanti conseguenze. Il delitto, infatti,
si definisce consumato solo quando il comportamento del soggetto agente corrisponde inte-
gralmente a quello descritto dalla norma incriminatrice. Dunque, affinchè si possa parlare di
consumazione, è necessario che il fatto rispecchi il modello delineato dal legislatore. Proprio per
la stretta connessione con le previsioni incriminatrici, la consumazione va indagata caso per caso.
Ad esempio, un borseggiatore consuma il reato di furto nel momento in cui sottrae il portafoglio della
vittima sull’autobus; nel reato di omicidio, invece, il reato non si consuma con lo sparo, bensì con la morte
della vittima.
Al contrario, risponde di tentativo chi compie atti idonei diretti in modo non equivoco a
commettere un delitto, se l’azione non si compie o l’evento non si verifica (art. 56 c.p.).
In sostanza, si parla di tentativo quando, il soggetto compie una serie di atti idonei alla rea-
lizzazione di un’azione che, però, per circostanze indipendenti dalla sua volontà, non si compie
o non si compie del tutto.
Ad esempio, risponde di tentato omicidio chi, sparando con l’intento di uccidere, provoca solo il feri-
mento della vittima, o anche chi, volendo commettere un furto in un supermercato, viene bloccato da un
addetto alla vigilanza.
I requisiti del tentativo sono:
— l’intenzione di realizzare un determinato delitto.
Da ciò si desume che il tentativo è per definizione un delitto doloso e perciò non è ammesso nei delitti
colposi o preterintenzionali;
— il compimento di atti idonei diretti in modo non equivoco alla commissione del delitto.
Sono idonei gli atti capaci di raggiungere il risultato programmato (ad esempio, puntare un’arma carica
contro qualcuno è sicuramente un atto idoneo a causarne la morte o il ferimento).
Ogni azione umana, presa singolarmente, può prestarsi a più interpretazioni (si pensi all’irruzione in
un’abitazione che può essere diretta a commettere una violenza carnale, un furto, un omicidio ecc.).
Per restringere l’ambito applicativo del tentativo, dunque, gli atti devono essere univoci e cioè devono
lasciare prevedere come verosimile la consumazione del delitto voluto. Ad esempio, l’appostarsi fuori una
banca con pistole cariche, passamontagna, guanti per non lasciare impronte e sacchi per la refurtiva
sono sicuramente elementi che fanno desumere in modo non equivoco la volontà di rapinare la banca.
Nell’ambito del tentativo, particolare rilevanza hanno:
— la desistenza volontaria, che ricorre quando il soggetto agente, attivatosi per compiere il
delitto, cambia proposito e perciò interrompe l’azione criminosa (ad es. il ladro che dopo
aver forzato la portiera dell’automobile si allontana). Essa determina l’impunità del soggetto,
salvo che i fatti compiuti costituiscano un diverso reato;
— il recesso attivo, che si verifica quando il colpevole, pur avendo portato a termine la condotta
criminosa agisce per evitare che l’evento si verifichi. Esso, quindi, implica la realizzazione di
una nuova azione e la volontarietà della stessa. Esso opera come circostanza attenuante,
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poiché non comporta totale impunità, ma soltanto una riduzione della pena (da 1/3 alla metà
di quella stabilita per il delitto tentato).
Il recesso attivo non va confuso con il ravvedimento post-delictum (art. 62, comma 6, c.p.).
Quest’ultimo, infatti, avviene dopo la realizzazione dell’evento e, quindi, non impedisce il
compimento del reato, ma sussiste quando il reo si attiva volontariamente per eliminarne o
attenuarne le conseguenze.
2 Il concorso di persone nel reato
Si ha concorso di persone nel reato quando più soggetti concorrono o partecipano alla rea-
lizzazione di uno stesso reato. Ciò avviene, ad esempio, nell’associazione a delinquere in cui più
soggetti concorrono per la realizzazione di uno stesso fine criminoso.
Il concorso può essere di due tipi:
1. necessario, quando la presenza di più persone è requisito necessario affinché un certo reato
possa essere realizzato (ad es. nel reato di rissa);
2. eventuale, quando la presenza di più persone nel reato è eventuale, nel senso che esso può
essere realizzato tanto da un unico soggetto quanto da più soggetti insieme (ad es. l’omi-
cidio può essere realizzato da un unico soggetto che sparando provoca la morte di un’altra
persona, ma può anche essere causato da un gruppo che, con ripetute percosse, uccide la
vittima).
Quando più persone concorrono nel medesimo reato, ciascuna di esse soggiace alla pena per
questo stabilita (art. 110 c.p.), in quanto il reato commesso viene considerato unico.
Nonostante il criterio generale dell’eguale responsabilità dei soggetti coinvolti, è possibile
per il giudice individualizzare e graduare la pena per ciascun concorrente, in base al contributo
fornito da ognuno alla realizzazione del fatto.
Infatti, nell’esempio di una rapina commessa da due soggetti a danno di un altro sarà sicu-
ramente valutato diversamente il comportamento del rapinatore che usa violenza ingiustificata
verso il rapinato rispetto all’altro che agisce solo per impossessarsi del bene.
Affinché sussista concorso eventuale, dunque, è necessario che:
— più persone concorrano alla realizzazione del reato;
— ciascun concorrente abbia dato un contributo causale alla realizzazione del fatto, attraverso
un’azione o un’omissione finalizzata alla commissione del reato;
— almeno uno dei concorrenti sia consapevole della cooperazione altrui (volontà di partecipare
alla realizzazione del reato).
3 Il concorso di reati
Si ha concorso di reati quando il soggetto agente, violando più volte la legge penale, com-
mette una pluralità di reati.
In particolare, il concorso si distingue in:
1. materiale, se i reati realizzati scaturiscono da più azioni o omissioni. In questo caso, si ap-
plica la disciplina del cd. cumulo materiale delle pene, la quale prevede l’irrogazione di tante
pene quanti sono i reati realizzati, entro una soglia massima stabilita dalla legge. Si pensi ai
plurimi omicidi commessi da un serial killer o alle violenze sessuali ripetute commesse da
uno stupratore seriale (concorso materiale omogeneo), oppure, ancora, si pensi al soggetto
che prima ruba un’arma da fuoco, in seguito la usa per commettere una rapina e, successi-
vamente, un omicidio (cumulo materiale eterogeneo);
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Manuale per le due prove scritte
2. formale, se i reati realizzati scaturiscono da una sola azione o omissione. In questo caso, si
applica la disciplina del cd. cumulo giuridico delle pene, la quale prevede l’irrogazione della
pena prevista per il reato più grave realizzato aumentata fino al triplo. Si pensi all’automo-
bilista che investe e uccide più persone (cumulo formale omogeneo) o investe più persone,
uccidendone alcune e provocando solo ferite in altre (cumulo formale eterogeneo).
Il concorso può essere:
— eterogeneo, quando con un’azione o omissione si violano diverse norme di legge (ad es. Tizio
sparando un colpo di pistola uccide una persona e rompe una vetrina);
— omogeneo, quando con un’azione o omissione si realizzano più violazioni della stessa norma
di legge (ad es. Tizio con una parola ingiuria contemporaneamente più persone).
4 Il reato continuato
Non si può invece parlare di concorso di reati con riguardo al reato continuato poiché, in tal
caso, apparentemente viene realizzata una pluralità di fatti di reato, ma il reato resta unico e
in quanto tale viene punito.
Il reato continuato si realizza quando con più azioni o omissioni, esecutive di un medesimo dise-
gno criminoso, si commettono, anche in tempi diversi, più violazioni di legge (art. 81, comma 2, c.p.).
Si pensi, ad esempio, alla differenza che intercorre tra le seguenti ipotesi: Tizio si reca armato
in banca per commettere una rapina e ferisce gravemente la guardia giurata che gli ha opposto
resistenza (ipotesi di reato continuato); Caio spara e uccide un suo nemico e, successivamente,
rapina uno sconosciuto per strada (ipotesi di concorso di reati).
Requisiti del reato continuato, pertanto, sono:
— la pluralità di azioni o omissioni, anche intervallate da un lungo lasso di tempo. Tali azioni
sono, dal punto di vista della pena, equiparate a quelle commesse in regime di concorso
formale di reati, dato che ad esse si applica la disciplina del cumulo giuridico delle pene.
— la riconducibilità dei vari reati al medesimo disegno criminoso, nel senso che i reati commessi
devono essere programmati e deliberati per il conseguimento di uno stesso fine specifico;
— la pluralità di violazioni di una stessa norma o di più norme.
Elemento fondamentale per comprendere il reato continuato è la riconducibilità al mede-
simo disegno criminoso. Il legislatore, infatti, ritiene che chi, per il raggiungimento di un fine,
commette più reati dimostra comunque una minore inclinazione criminale di chi, al contrario,
commette più reati, ma con scopi diversi. È per questa ragione che al reato continuato si applica
la disciplina del cumulo giuridico delle pene, che prevede l’irrogazione di una pena unica (e
non la disciplina del cumulo materiale delle pene che, invece, comporterebbe l’irrogazione di
una pena per ciascuna delle azioni o omissioni realizzate).
5 Il concorso o conflitto apparente di norme
Cosa avviene se un soggetto, con violenza o minacce, s’impossessa di un bene di un altro
soggetto? L’impossessamento di un bene altrui rappresenta l’elemento essenziale sia del reato
di furto che del reato di rapina. Quest’ultima, però, aggiunge ai suoi elementi essenziali anche
la minaccia e la violenza. Dunque, nel caso esaminato, il soggetto realizza una rapina.
Quello appena esposto è uno dei molteplici esempi che si possono fare di concorso appa-
rente di norme.
Il concorso apparente di norme sussiste quando alla condotta sembrano applicabili più
norme incriminatrici, ma il reato resta unico e, quindi, l’applicazione di una norma esclude
l’altra o le altre.
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I presupposti del concorso di norme, quindi sono:
— la realizzazione di un reato;
— la sussistenza di una pluralità di norme che sembrano ricollegarsi ad esso.
Pertanto, si pone il problema di individuare, tra le norme concorrenti, quella da applicare al
caso concreto. A tale scopo, la dottrina propone tre diversi criteri concorrenti:
1. specialità, per cui laddove più disposizioni regolano la stessa materia, prevale la disposizione
speciale su quella avente carattere generale (art. 15 c.p.). La norma è speciale quando con-
tiene, oltre agli elementi previsti dalla normale generale, degli elementi ulteriori particolari
o specifici.
Ad esempio, la norma che disciplina il reato di oltraggio a pubblico ufficiale (che punisce chi offende
l’onore e il prestigio di un pubblico ufficiale nell’esercizio delle sue funzioni), è norma speciale rispetto
a quella che prevede il reato di ingiuria (che punisce chi offende l’onore e il decoro di un individuo, a
prescindere dalla qualifica da esso rivestita); ancora, la disposizione che prevede il reato di rapina è
norma speciale rispetto alla disposizione che prevede il reato di furto, poiché ha in più gli elementi
della minaccia e della violenza utilizzate per impossessarsi del bene;
2. consunzione o assorbimento, quando la commissione di un reato implica la realizzazione
di un reato ulteriore, che rimane assorbito nel primo. Pertanto, la norma più ampia assorbe
quella di portata minore.
Si pensi a una lite nata per futili motivi in cui uno dei soggetti coinvolti inizia a percuotere l’altro e, infine,
gli spara, uccidendolo. Per il criterio dell’assorbimento l’aggressore risponderà di omicidio ossia del
reato più grave per la collettività. È evidente che per tale criterio si dovrà prima effettuare un giudizio
di valore, basato sul comune sentire, relativo a quale sia il reato più grave e, solo successivamente, si
potrà procedere al calcolo della pena. Un’ipotesi di concorso apparente di norme risolto attraverso il
criterio della consunzione è il reato complesso. Esso ricorre quando una norma penale prevede come
elementi costitutivi di un reato o come sue circostanze aggravanti fatti che, di per sé, costituirebbero
un autonomo reato (art. 84 c.p.). Si realizza quindi un’ipotesi di continenza tra reati sul piano della
materialità. Ad esempio, nel delitto di rapina (art. 628 c.p.) sono compresi come elementi strutturali il
reato di furto (art. 624 c.p.) e quello di violenza privata (art. 610 c.p.). Dunque, per il reato complesso il
giudizio relativo a quale sia il reato più grave è operato dal legislatore, che «unisce» in un unico reato
più condotte criminose;
3. sussidiarietà, per cui una norma penale assume valore solo in via incidentale, cioè se la ma-
teria non è già disciplinata da una norma primaria. Nel Codice penale, infatti, vi sono diverse
norme che prevedono la propria applicabilità solo «se il fatto non è previsto come reato da
altra norma» ovvero «salvo che il fatto costituisca più grave reato».
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Qualità inerenti al reo
1 L’imputabilità
Affinché il soggetto agente possa essere chiamato a rispondere di un reato devono sussistere
gli elementi essenziali del reato stesso (elemento oggettivo e elemento soggettivo) e, contempo-
raneamente, non devono ricorrere le cause di esclusione della pena esaminate in precedenza,
ossia scriminanti, scusanti ed esimenti.
Inoltre, è necessario che il soggetto agente sia imputabile, cioè capace di intendere e volere
al momento in cui commette il fatto (art. 85 c.p.).
La capacità di intendere è la capacità del soggetto di rendersi conto dell’atto che sta compiendo
e delle conseguenze che esso produce sulla realtà in cui egli agisce.
La capacità di volere è l’idoneità della persona a determinarsi in modo autonomo, resistendo
agli impulsi derivanti dal mondo esterno e dai moti del suo animo.
Se mancano la capacità di intendere o la capacità di volere, viene meno l’imputabilità e, per-
tanto, il reo non può essere sottoposto a pena (ad es. il bambino o il soggetto affetto da malattia
mentale che uccidono una persona non possono essere condannati alla reclusione, perché
la legge li ritiene incapaci di intendere e volere il proprio comportamento). Al reo incapace di
intendere e volere, dunque, non può applicarsi una pena ma soltanto, qualora ne ricorrano i
presupposti, una misura di sicurezza, come si vedrà in seguito.
L’incapacità di intendere e volere, però, non esclude l’applicabilità di una pena quando
è stata causata dal soggetto agente: ciò accade quando egli si pone volontariamente in stato
di incapacità di intendere e volere (ad es. assumendo sostanze stupefacenti), allo scopo di
commettere un reato o di prepararsi una scusa (cd. incapacità preordinata o actio libera in
causa, art. 87 c.p.).
2 Le cause di esclusione dell’imputabilità
La legge prevede una serie di cause che escludono o diminuiscono l’imputabilità: la minore età,
il vizio di mente, il sordomutismo, l’ubriachezza e l’intossicazione cronica da alcool o stupefacenti.
2.1 La minore età (artt. 97 e 98 c.p.)
Al riguardo bisogna distinguere tra:
— minori di 14 anni, per i quali esiste una presunzione assoluta (quindi senza possibilità di pro-
va contraria) di non imputabilità per assenza di capacità di intendere e volere. Un bambino,
infatti, non può mai essere considerato penalmente imputabile;
— minori tra i 14 e i 18 anni, per i quali non vige alcuna presunzione e il giudice è tenuto ad
accertare l’esistenza dell’imputabilità caso per caso. Se il giudice ne accerta in concreto la
capacità di intendere e volere, il minore può essere assoggettato alla pena, ma questa è
diminuita; al contrario, il minore che risulta essere stato incapace di intendere e volere al
momento del compimento dell’azione non può essere sottoposto a pena (art. 225 c.p.).
Alla luce del principio della personalità della responsabilità penale, per i reati dei minori non
potranno essere puniti i genitori. Ciò vale sia per i minori di 14 anni che, come abbiamo visto, non
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possono mai essere imputati, sia per i minori tra i 14 ed i 18 anni perché, laddove fosse accertata
in concreto la capacità d’intendere e di volere, del reato risponderebbe direttamente il minore.
I genitori del minore di 18 anni sono comunque titolari di una forma di responsabilità civile
oggettiva, che scatta sempre e a prescindere dalla volontà del colpevole del reato. Il Codice
civile, infatti, prevede esplicitamente tale forma di responsabilità che deriva dalla violazione
del dovere di fornire al minore una corretta educazione (art. 2048 c.c.).
2.2 Il vizio di mente (art. 88 e 89 c.p.)
È lo stato di mente derivante da infermità che esclude o diminuisce la capacità di intendere
e volere. A seconda del suo grado, il vizio può essere:
— totale, se esclude la capacità, determinando la non imputabilità del soggetto.
— parziale, se comporta soltanto una riduzione della capacità e una conseguente riduzione
della pena.
Non escludono né diminuiscono l’imputabilità gli stati emotivi o passionali (art. 90 c.p.).
2.3 Il sordomutismo (art. 96 c.p.)
È causa di esclusione dell’imputabilità solo quando si accerta che esso ha determinato in
concreto l’incapacità di intendere e volere del soggetto. Pertanto:
— se si riconosce piena capacità di intendere e volere, il sordomuto è imputabile;
— se si accerta che la capacità non sussiste, esso è parificato all’individuo affetto da vizio totale
di mente;
— se si accerta che la capacità è grandemente ridotta, esso è parificato all’individuo affetto da
vizio parziale di mente.
2.4 L’ubriachezza (artt. 91-94 c.p.)
L’ubriachezza esclude l’imputabilità soltanto quando è accidentale, cioè non dipendente da
colpa del soggetto (ad es. è considerato non imputabile colui che, lavorando in una distilleria, si
ubriaca per i fumi dell’alcool che respira).
Al contrario, non escludono né diminuiscono l’imputabilità:
— l’ubriachezza volontaria, che ricorre quando il soggetto si ubriaca volontariamente o per
imprudenza;
— l’ubriachezza preordinata, che è propria di colui che si ubriaca proprio al fine di commettere
un reato.
La stessa disciplina si applica per il fatto commesso sotto l’azione di sostanze stupefacenti.
2.5 L’intossicazione cronica da alcool o da sostanze stupefacenti (artt. 94 e 95 c.p.)
L’intossicazione cronica si verifica quando, per effetto dell’abuso prolungato di alcool o
sostanze stupefacenti, si produce un’alterazione fisica del soggetto tipica del vizio di mente.
Tali ipotesi sono disciplinate con rinvio alle norme previste per il vizio totale e parziale di mente
(artt. 88 e 89 c.p.).
3 La capacità a delinquere
La capacità a delinquere consiste nella tendenza o inclinazione dell’individuo a commettere
fatti in contrasto con la legge penale. Tale elemento rientra tra quelli che il giudice deve valutare
quando determina la pena da infliggere all’autore di un reato (art. 133, comma 2, c.p.). Pertanto,
essa consente al giudice di scegliere e quantificare la pena in maniera più accurata.
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La capacità a delinquere si desume:
— dai motivi a delinquere e dal carattere del reo;
— dai precedenti penali e giudiziari e dalla condotta e dalla vita del reo antecedenti al reato;
— dalla condotta contemporanea o susseguente al reato;
— dalle condizioni di vita individuale, familiare e sociale del reo.
Il giudice potrà, dunque, valutare elementi quali le condanne già inferte al soggetto, la mo-
dalità con la quale egli ha realizzato il reato e anche il contesto in cui egli abitualmente vive.
3.1 La pericolosità criminale
Un grado particolarmente intenso di capacità a delinquere è dato dalla pericolosità criminale
o sociale dell’individuo.
È socialmente pericolosa la persona, anche se non imputabile o non punibile, quando è pro-
babile che commetta nuovi fatti previsti dalla legge come reato (art. 203 c.p.). La dichiarazione di
pericolosità criminale comporta un aumento della pena o, in caso di soggetto non imputabile,
l’applicazione di una misura di sicurezza.
Il Codice penale prevede quattro forme specifiche di pericolosità criminale, che individuano
diverse figure di autori di reato:
— il delinquente abituale, cioè colui che, con la sua ripetuta attività criminosa, dimostra di
aver acquistato una notevole attitudine a commettere reati (artt. 102 – 104 c.p.);
— il delinquente professionale, ossia il soggetto che vive abitualmente, anche solo in parte,
con il frutto dei proventi dei reati da lui commessi (art. 105 c.p.). Per la dichiarazione di profes-
sionalità, non è necessario che il reo sia già stato dichiarato delinquente abituale. Si richiede,
invece, che i vari reati commessi forniscano al reo una fonte stabile di mantenimento;
— il delinquente per tendenza, ossia colui che, per l’indole particolarmente malvagia (ad es.
dovuta all’ambiente nel quale è cresciuto e vive), dimostra una speciale inclinazione alla
commissione di delitti (art. 108 c.p.);
— il recidivo, cioè chi dopo essere stato condannato per un delitto non colposo (ad es. il reato
di violenza sessuale) ne commette un altro (art. 99 c.p.).
Esistono tre tipi di recidiva: semplice, aggravata e reiterata.
1. La recidiva semplice riguarda colui che, dopo aver commesso un delitto non colposo, ne realizza
un altro. La pena può essere aumentata sino a 1/3 della pena prevista per il nuovo delitto non
colposo.
2. La recidiva aggravata sussiste se il nuovo delitto non colposo:
— è della stessa indole di quello commesso in precedenza (cd. recidiva specifica). Ciò accade quan-
do i due delitti violano la stessa disposizione di legge o disposizioni diverse che presentano,
nei casi concreti, caratteri fondamentali comuni (art. 101 c.p.);
— è stato commesso entro cinque anni dalla realizzazione del precedente (cd. recidiva infraquin-
quennale);
— è stato commesso durante o dopo l’esecuzione della pena comminata per il reato già realizzato.
In questi casi la pena può essere aumentata fino alla metà della pena prevista per il nuovo
delitto non colposo.
3. La recidiva reiterata ricorre quando il nuovo reato è stato commesso da chi era già stato dichiarato
recidivo. L’aumento di pena è della metà di quella prevista per il nuovo delitto non colposo, se chi
lo commette è un recidivo semplice, mentre è fino a 2/3 della pena prevista per il nuovo delitto non
colposo, se chi lo commette è un recidivo aggravato.
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Il sistema sanzionatorio
1 La pena
La pena è la sanzione che consegue alla commissione di un reato; essa viene irrogata dallo
Stato (in particolare, dall’autorità giudiziaria) a carico di colui che ha violato una norma penale,
attraverso il processo.
La pena è:
— personale, poiché, ai sensi dell’art. 27 Cost., la responsabilità penale è personale;
— disciplinata dalla legge (cd. principio di legalità della pena);
— inderogabile, nel senso che deve essere sempre applicata se viene commesso un reato;
— proporzionata al reato (cd. proporzionalità della pena).
Nel nostro ordinamento giuridico, vi sono tre teorie prevalenti sulla funzione della pena:
— di intimidazione, attraverso la minaccia dell’applicazione della sanzione. Tale minaccia scoraggia i
membri della società dal compimento di un reato (cd. funzione di prevenzione generale) e al tempo
stesso inibisce il reo dalla commissione di reati ulteriori (cd. funzione di prevenzione speciale);
— di retribuzione, poiché l’applicazione della sanzione rappresenta la reazione dell’ordinamento di fronte
alla violazione di una delle norme da esso stabilite e, pertanto, la riaffermazione della sua autorità.
— di rieducazione, poiché le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e
devono tendere alla rieducazione del condannato (art. 27, co. 3, Cost.).
La pena per i singoli reati è solitamente indicata tra un minimo e un massimo e spetta al
giudice, caso per caso, determinarla.
Ad esempio, per la rapina l’art. 628 del c.p. prevede la reclusione da 5 a 10 anni e una multa da 927 a
2.500 euro. Il giudice, dunque, è dotato di un ampio potere discrezionale, ma è sempre obbligato a indicare
le motivazioni della sua scelta. Inoltre, nel determinare la pena, il giudice deve considerare due elementi
indicati dall’art. 133 c.p.:
— la gravità del reato, che si desume dalle modalità con cui si svolge l’azione (ad es. tempo, luogo, mezzi),
dalla gravità del danno o del pericolo causato alla persona offesa dal reato e dalla intensità del dolo o
dal grado della colpa;
— la capacità a delinquere del colpevole, già esaminata.
2 Tipologie di pena
Le pene si distinguono in tre categorie: pene principali, pene sostitutive e pene accessorie.
2.1 Le pene principali
Le pene principali sono quelle che vengono inflitte dal giudice con la sentenza di condanna.
Per la commissione di un delitto, l’ordinamento giuridico prevede:
— l’ergastolo, che consiste nella privazione della libertà personale per l’intera durata della vita
del condannato;
— la reclusione, ossia la privazione della libertà personale per un periodo che va da 15 giorni
a 24 anni;
— la multa, cioè il pagamento allo Stato di una somma compresa tra i 50 e i 50.000 euro.
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Nel caso di contravvenzione, sono previsti:
— l’arresto, pena detentiva che va da 5 giorni a 3 anni;
— l’ammenda, cioè il pagamento allo Stato di una somma tra i 20 e i 10.000 euro.
La multa e l’ammenda possono essere diminuite e aumentate fino al triplo quando il giudice, per le
condizioni economiche del reo, ritenga che la misura massima sia inefficace ovvero che la misura minima
sia eccessivamente gravosa (art. 133bis, co. 2, c.p.).
2.2 Le pene sostitutive
Le pene sostitutive sono quelle che, in presenza di determinate circostanze, sostituiscono
quelle principali.
Tra le principali pene sostitutive, si segnalano (artt. 55 e 56, L. 689/1981):
— la semidetenzione, cioè l’obbligo di trascorrere almeno 10 ore al giorno presso l’istituto
penitenziario e il resto della giornata in strutture apposite che favoriscano il reinserimento
sociale del reo. La semidetenzione comporta anche alcuni obblighi accessori, come il divieto
di detenere armi, la sospensione della patente di guida ecc.;
— la libertà controllata, che comporta l’obbligo di non allontanarsi dal Comune di residenza
e quello di presentarsi una volta al giorno presso il locale ufficio di Polizia o dei Carabinieri,
oltre alle conseguenze accessorie previste per la semilibertà.
2.3 Le pene accessorie
Il nostro ordinamento prevede anche alcune pene accessorie, ossia sanzioni che determinano
per il condannato una limitazione di capacità, attività o di funzioni ovvero aggravano gli effetti
della pena principale.
Le pene accessorie conseguono di diritto alla condanna penale come suo ulteriore effetto.
Pertanto, esse vengono ordinate dal giudice soltanto quando la legge rimette alla sua discre-
zionalità la loro applicazione o durata.
Sono pene accessorie per i delitti:
— l’interdizione dai pubblici uffici, perpetua o temporanea (da un minimo di 1 anno a un
massimo di 5 anni).
Il soggetto sottoposto a tale pena accessoria sarà privato, ad esempio, del diritto di elettorato attivo
e passivo; di ogni pubblico ufficio o pubblico incarico, non obbligatorio, di pubblico servizio; di gradi e
dignità accademiche, titoli, decorazioni e di ogni diritto onorifico (ad esempio, il soggetto sottoposto a
tale pena non potrà presentare la sua candidatura alle elezioni);
— l’interdizione legale, conseguente ad una condanna a pena detentiva superiore ai 5 anni o
all’ergastolo.
È una delle pene accessorie più gravi perché priva il soggetto della capacità di agire;
— l’interdizione dagli uffici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese, conseguente
ad una condanna alla reclusione non inferiore a 6 mesi per delitti commessi con abuso dei
poteri o violazione dei doveri inerenti all’ufficio. È temporanea, con durata uguale alla pena
principale;
— l’interdizione da una professione o da un’arte, per un periodo compreso tra 1 mese e 5
anni (ad es. nel delitto di concussione);
— l’incapacità a contrattare con la P.A., conseguente alla condanna per alcuni delitti ai sensi
dell’art. 32quater c.p., salvi i casi espressamente stabiliti dalla legge, se commessi in danno
o a vantaggio di un’attività imprenditoriale o comunque in relazione ad essa. Può essere
disposta per un periodo compreso tra 1 anno e 5 anni);
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324/3 • Concorso 1858 Consulenti protezione sociale INPS
Manuale per le due prove scritte
— l’estinzione del rapporto di lavoro o di impiego, comminata nei confronti del dipendente di
amministrazioni o enti pubblici ovvero di enti a prevalente partecipazione pubblica, quando
tali soggetti vengano condannati alla reclusione non inferiore a due anni, per alcuni delitti
contro la P.A. (ad es. i delitti di peculato, concussione e corruzione);
— la decadenza dalla responsabilità genitoriale e la sospensione dal suo esercizio, conse-
guenti rispettivamente alla condanna per alcuni specifici delitti (ad es. i delitti di violenza
sessuale e incesto) e alla condanna per delitti commessi con abuso della responsabilità
genitoriale.
Sono pene accessorie per le contravvenzioni:
— la sospensione dall’esercizio di una professione o un’arte, in seguito a condanna per
contravvenzione commessa con abuso della professione o arte per cui sia prevista la pena
dell’arresto non superiore a 1 anno (disposta per un periodo compreso tra 3 mesi e 3 anni);
— la sospensione dagli uffici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese, conseguente
alla condanna per contravvenzioni commesse con abuso dei poteri o violazione dei doveri
inerenti all’ufficio (disposta per un periodo compreso tra 15 giorni e 2 anni);
Una pena accessoria comune, poi, sia a delitti sia a contravvenzioni è la pubblicazione della
sentenza di condanna (art. 36 c.p.).
L’elenco appena riportato non è, però, tassativo ed è arricchito con altre pene previste da
altri settori dell’ordinamento.
3 Cause di estinzione della punibilità
La punibilità consiste nella possibilità in concreto di punire l’autore di un reato. Pertanto, le
cause di estinzione della punibilità indicano ipotesi, previste dalla legge, in cui viene meno sul
piano materiale la possibilità di irrogare la pena, nonostante un reato sia stato realizzato e la
sua commissione accertata giudizialmente.
In particolare, si può distinguere tra:
— cause di estinzione della punibilità in astratto, anche dette «cause di estinzione del reato», in
quanto escludono l’applicabilità della pena al soggetto agente a prescindere dall’emanazione
di una sentenza di condanna.
Ad esempio, morte del reo precedente alla condanna, amnistia, prescrizione, oblazione, condotte ripara-
torie, sospensione condizionale della pena, sospensione del procedimento con messa alla prova, perdono
giudiziale;
— cause di estinzione della punibilità in concreto, anche dette «cause di estinzione della pena»,
in quanto escludono l’applicabilità della pena al soggetto agente a seguito dell’emanazione
di una sentenza di condanna.
Ad esempio, morte del reo dopo la condanna, amnistia impropria, prescrizione della pena, indulto, grazia,
liberazione condizionale, riabilitazione, non menzione della condanna.
3.1 La morte del reo (art. 150 c.p.)
La morte del reo può verificarsi sia prima che dopo la condanna: se si verifica prima, determina
l’estinzione del reato; se si verifica dopo, determina l’estinzione della pena.
In ogni caso, non comporta il venire meno delle obbligazioni civili che nascono dal procedi-
mento penale (ad es. l’obbligo al risarcimento del danno e al pagamento delle spese processuali).
Inoltre, se essa si verifica dopo l’emanazione di una sentenza di condanna, fa cessare l’esecuzione
della condanna e le pene accessorie.
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Manuale per le due prove scritte
3.2 L’amnistia, l’indulto e la grazia (artt. 151 e 174 c.p.)
L’amnistia è un provvedimento di clemenza generale con il quale lo Stato rinuncia a punire un
determinato numero di reati. Anch’essa può intervenire prima dell’emanazione di una sentenza
di condanna (amnistia propria) o in seguito alla pronuncia della stessa (amnistia impropria). In
tal caso, fa cessare l’esecuzione della condanna e le pene accessorie (art. 151 c.p.).
Ad esempio, con il D.P.R. 22-5-1970 fu concessa l’amnistia per i reati commessi in ambito di manifesta-
zioni con pena fino a 5 anni, mentre con il D.P.R. 12-4-1990 fu concessa l’amnistia per i reati non finanziari
con pena reclusiva fino a 4 anni.
L’indulto è un provvedimento di clemenza generale, deliberato con le stesse modalità dell’am-
nistia. A differenza di quest’ultima, non estingue il reato né le pene accessorie, ma condona la
pena principale in tutto o in parte.
Ad esempio, è stato concesso l’indulto con L. 241/2006 per tutti i reati commessi fino al 2 maggio 2006,
nella misura non superiore a tre anni per le pene detentive e non superiore a 10.000 euro per quelle pecu-
niarie sole o congiunte a pene detentive.
La grazia, a differenza dell’amnistia e dell’indulto, è un provvedimento a carattere particolare
(a beneficio cioè di una sola persona), adottato discrezionalmente dal Presidente della Repub-
blica, con il quale la pena principale viene condonata in tutto o in parte oppure commutata in
una pena diversa.
Sono, ad esempio, provvedimenti di grazia, quelli concessi da Mattarella nei confronti di Franco Dri,
condannato per l’omicidio del figlio, e Gianfranco Vergelli, condannato per aver ucciso la moglie.
3.3 La prescrizione (artt. 157-161 c.p.)
La prescrizione può avere ad oggetto sia il reato che la pena e trova il suo fondamento nel
decorso del tempo, che determina il venire meno dell’interesse della collettività a condannare
l’autore di un reato o a far scontare al condannato la pena inflittagli.
Infatti, la prescrizione del reato si verifica quando, decorso un certo lasso di tempo dalla
commissione del reato, non è ancora stata emessa una sentenza di condanna. Tale lasso di tem-
po corrisponde al limite massimo di pena che il Codice penale prevede per lo specifico reato e
comunque non può essere inferiore a sei anni per i delitti e a quattro anni per le contravvenzioni.
Il decorso della prescrizione è:
— sospeso, per il verificarsi di determinate cause (ad es. una disposizione di legge che impone
la sospensione dell’intero procedimento penale) e riprende il suo corso dal giorno in cui è
cessata la causa sospensiva;
— interrotto, se vengono compiuti atti processuali che esprimono l’interesse dell’ordinamento
a perseguire il reato, con la conseguenza che il termine ricomincia a decorrere dall’inizio.
La prescrizione della pena si verifica quando, decorso un certo lasso di tempo dall’ema-
nazione della sentenza di condanna, questa non risulta essere stata eseguita. La pena della
reclusione si estingue con il decorso di un termine pari al doppio della pena inflitta, la pena della
multa si estingue nel termine di dieci anni, mentre le pene di arresto e ammenda si estinguono
nel termine di cinque anni.
3.4 La sospensione condizionale della pena (artt. 163-168 c.p.)
La sospensione condizionale della pena consiste nella sospensione dell’applicazione della
pena principale per la durata di 5 anni (in caso di condanna per delitto) o di 2 anni (in caso di
condanna per contravvenzione) e si estende alle pene accessorie. Decorsi i termini indicati, se
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324/3 • Concorso 1858 Consulenti protezione sociale INPS
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il reo non ha commesso altri reati della stessa indole e purché abbia adempiuto agli obblighi
impostigli, il reato si estingue. In caso contrario, la misura viene revocata ed il colpevole dovrà
procedere all’espiazione della pena.
Essa si applica in presenza di tre requisiti:
— l’emanazione di una sentenza di condanna a pena detentiva, ovvero a pena pecuniaria, che
sola o congiunta a pena detentiva non superi il limite di 2 anni, aumentato a 2 anni e 6 mesi
se il reato è stato commesso da persona tra i diciotto e i ventuno anni o da persone ultraset-
tantenne e a tre anni se il reato è stato commesso da un minore;
— l’assenza di alcune condizioni ostative, poiché la misura non può essere riconosciuta se il col-
pevole è stato destinatario, con la pena detentiva, anche di una misura di sicurezza personale
e se ha già riportato una condanna a pena detentiva dovuta alla commissione di un delitto;
— una prognosi favorevole sulla personalità del condannato, dalla quale il giudice possa presu-
mere che il colpevole non commetterà altri reati.
3.5 La sospensione del procedimento con messa alla prova (artt. 168bis-
168quater c.p.)
La sospensione del procedimento con messa alla prova ha lo scopo di verificare la personalità
del minore, contribuendo alla maturazione e alla responsabilizzazione dello stesso, attraverso
l’affidamento al servizio sociale. Inoltre, il soggetto sottoposto alla messa alla prova sarà im-
pegnato in attività volte all’eliminazione delle conseguenze dannose derivanti dal reato e, se
possibile, del danno cagionato. La messa alla prova può essere disposta, per una sola volta,
quando il colpevole:
— è stato condannato a pena detentiva non superiore nel massimo a quattro anni;
— non sia delinquente abituale, professionale o per tendenza.
Durante il periodo di messa alla prova, il decorso della prescrizione è sospeso e, se la prova
ha esito positivo, il reato si estingue. La misura è invece revocata se il beneficiario trasgredisce in
maniera grave o reiterata le prescrizioni imposte oppure commette un nuovo delitto non colposo
o un reato della stessa indole rispetto a quello per cui si procede.
3.6 Il perdono giudiziale per i minori (art. 169 c.p.)
Il perdono giudiziale consiste nella rinuncia dello Stato a condannare il colpevole in ragione
della sua giovane età, al fine di consentirgli un più rapido recupero sociale, in presenza dei
seguenti requisiti:
— il colpevole deve essere minore di età al momento della commissione del reato;
— il giudice deve presumere che il colpevole si asterrà dal compimento di ulteriori reati;
— la pena applicabile non deve oltrepassare i due anni di reclusione o i 1.549 € di ammenda.
3.7 L’oblazione (artt. 162 e 162bis c.p.)
L’oblazione consiste nel pagamento di una somma di denaro ai fini dell’estinzione del reato.
Il Codice penale distingue due diverse forme di questo istituto, in relazione alla gravità del reato
da estinguere.
L’oblazione comune mira a definire rapidamente i procedimenti relativi a reati di modesta
entità. Pertanto, si applica alle contravvenzioni punite con la sola pena dell’ammenda, se l’in-
teressato:
— presenta tempestivamente la domanda di ammissione all’oblazione;
— adempie tempestivamente all’obbligo di pagamento assunto, che non può superare 1/3 del
massimo dell’ammenda prevista dalla legge.
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L’oblazione giudiziale, invece, si applica alle contravvenzioni punite alternativamente con
la pena dell’ammenda o dell’arresto ed è soggetta a applicazione discrezionale da parte del
giudice. Quest’ultimo, infatti, è tenuto a verificare che non ricorrano alcune ipotesi di esclusione
(ad es. recidiva reiterata, professionalità del reato, permanenza delle conseguenze dannose del
reato, gravità del fatto).
Se la misura viene accordata, il beneficiario è ammesso a pagare una somma pari alla metà
del massimo dell’ammenda prevista.
3.8 La riabilitazione (artt. 178-181 c.p.)
La riabilitazione ha lo scopo di agevolare il reinserimento sociale del condannato ed è applicata
automaticamente dal giudice in presenza di quattro condizioni:
— che siano decorsi almeno 3 anni dal giorno in cui la pena principale è stata eseguita;
— che il condannato abbia dato prove effettive e costanti di buona condotta;
— che non sia stato sottoposto a misure di sicurezza (salvo eccezioni);
— che abbia adempiuto le obbligazioni civili derivanti dal reato.
La riabilitazione estingue le pene accessorie e ogni altro effetto penale della condanna, salvo
che la legge disponga altrimenti.
Se il riabilitato commette entro sette anni un delitto non colposo punito con la reclusione non
inferiore o tre anni, oppure un reato più grave, la sentenza di riabilitazione è revocata e, pertanto,
acquistano nuovamente efficacia anche le pene accessorie e gli altri effetti penali della condanna.
3.9 La non menzione della condanna nel casellario giudiziale (art. 175 c.p.)
Normalmente qualsiasi condanna è annotata nel casellario giudiziale, ossia nell’apposito
schedario istituito per raccogliere i provvedimenti e per rendere conoscibile l’esistenza di con-
danne o procedimenti pendenti a carico del soggetto.
La non menzione della condanna ha finalità identiche alla riabilitazione ma, a differenza di
essa, più che estinguere il reato, comporta una limitazione degli effetti della condanna.
Il beneficio viene concesso soltanto se, in caso di prima condanna, la pena detentiva inflitta
non sia superiore a 2 anni o, in caso di pena pecuniaria, questa non sia superiore a 516 €; il giu-
dice deve, poi, considerare il condannato meritevole del beneficio, in relazione alla sua capacità
a delinquere e alla gravità del reato commesso.
L’ordine di non menzione della condanna è revocato se il condannato commette successi-
vamente un altro delitto.
3.10 Le condotte riparatorie (art. 162ter c.p.)
Nel nostro ordinamento, la maggior parte dei reati è perseguibile d’ufficio. Tuttavia, esistono
alcuni reati, posti principalmente a tutela di interessi privati, per la cui perseguibilità è necessaria
l’iniziativa della persona offesa (ad es. il reato di minaccia, che consiste nell’intimidazione di un
individuo attraverso la prospettazione di un danno ingiusto). Tale iniziativa si manifesta attra-
verso la querela, la quale però può essere soggetta a remissione (art. 152 c.p.), cioè a rinuncia
da parte di colui il quale l’aveva posta in essere.
Nei delitti perseguibili a querela, a condizione che la stessa sia soggetta a remissione, il
giudice può dichiarare estinto il reato se l’imputato realizza alcune condotte riparatorie, ossia:
— ripara interamente il danno causato dal reato (ad es. tramite risarcimento);
— elimina, ove possibile, le conseguenze dannose del reato.
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Manuale per le due prove scritte
4 Le misure alternative alla detenzione
La funzione di rieducazione che contraddistingue la pena (art. 27 Cost.) ha ispirato la previ-
sione nel nostro ordinamento di alcune misure alternative alla detenzione, che hanno lo scopo
di abituare il condannato alla vita di relazione e rendono più efficace la sua risocializzazione.
Tali misure sono:
1. l’affidamento in prova al servizio sociale.
Il condannato a pena non superiore a 3 anni viene affidato in prova ad un Centro di servizio sociale
fuori dall’istituto penitenziario, per un periodo uguale a quello della pena da scontare. Tale misura
può essere concessa solo in seguito all’osservazione della personalità del reo e ad un giudizio positivo
circa l’idoneità delle modalità di svolgimento della misura alla rieducazione del reo e alla dissuasione
di questo dalla commissione di ulteriori reati;
2. la semilibertà.
Consiste nella possibilità per il condannato di trascorrere parte della giornata fuori dall’istituto di
reclusione per partecipare ad attività lavorative, istruttive o comunque utili al reinserimento sociale;
3. la liberazione anticipata.
Consiste in una riduzione della pena detentiva residua, nella misura di 45 giorni per ogni semestre di
pena espiata, concessa al condannato che abbia dato prova di partecipazione all’opera di rieducazione;
4. la detenzione domiciliare.
Permette al condannato alla reclusione non superiore a 3 anni (anche se costituente parte residua di
una pena maggiore) nonché al condannato all’arresto, di espiare la pena presso la propria abitazione.
5. la detenzione domiciliare speciale.
Permette alle condannate madri di bambini di età non superiore a dieci anni, al fine di provvedere alla
cura e all’assistenza dei figli, di espiare la pena presso la propria abitazione se ricorrono tre condizioni:
— non sussistono i presupposti per l’applicazione della detenzione domiciliare esaminata in prece-
denza;
— non si ravvisa un concreto pericolo che la condannata commetta ulteriori delitti;
— la condannata ha espiato almeno un terzo della pena o, in caso di condanna all’ergastolo, almeno
quindici anni di reclusione.
5 Le misure di sicurezza
Le misure di sicurezza sono provvedimenti di carattere educativo, curativo o cautelativo,
volte alla risocializzazione, alla cura o alla neutralizzazione dell’autore di un reato.
Presupposti per la loro applicazione sono:
— la commissione di un fatto previsto dalla legge come reato;
— la pericolosità sociale del reo.
Le misure di sicurezza si differenziano dalla pena per due caratteristiche:
— l’applicabilità anche a soggetti non imputabili (ad es. l’infermo di mente o il minore, come
descritto in precedenza), giacché l’Autorità giudiziaria le può disporre indipendentemente
dalla comminazione di una pena;
— la durata, che è determinata nel minimo, ma indeterminata nel massimo.
Esse, perciò, cessano solo quando viene meno la pericolosità sociale del soggetto (la pena,
al contrario, ha sempre una durata determinata).
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Le misure di sicurezza di distinguono in:
— personali, quando limitano la libertà personale del soggetto (a loro volta classificate in de-
tentive e non detentive);
— patrimoniali, quando incidono solo sul suo patrimonio.
5.1 Le misure di sicurezza personali
Le misure di sicurezza personali detentive, originariamente previste con finalità di «cura», hanno
sin da subito mostrato un carattere afflittivo al pari delle pene detentive in senso stretto. Esse sono:
— l’assegnazione a colonia agricola o casa di lavoro, disposta per i delinquenti abituali, pro-
fessionali e per tendenza, al fine di risocializzarli attraverso l’esercizio dell’attività lavorativa;
per coloro i quali, essendo stati dichiarati delinquenti abituali, professionali o per tendenza e
non essendo più sottoposti a misura di sicurezza, commettono un nuovo delitto non colposo
che sia manifestazione di abitualità, professionalità o tendenza a delinquere; infine, per le
persone condannate o prosciolte, negli altri casi indicati espressamente dalla legge;
— l’assegnazione a casa di cura e custodia, prevista sia per i condannati la cui pena è diminuita
per infermità psichica o per cronica intossicazione derivata da alcool o da sostanze stupefacenti,
ovvero per sordomutismo, sia per i condannati alla reclusione per delitti commessi in stato
di ubriachezza o sotto l’azione di sostanze stupefacenti, qualora l’utilizzo di tali sostanze sia
abituale. Tale misura può essere utilizzata solo nel caso in cui ogni altra misura non risulti
idonea allo scopo di cura, da un lato, e di controllo della pericolosità sociale, dall’altro;
— il ricovero in ospedale psichiatrico giudiziario, disposto per gli imputati prosciolti per
infermità psichica o per intossicazione cronica da alcool o da sostanze stupefacenti o per
sordomutismo, salvo che si tratti di contravvenzioni, delitti colposi o altri delitti per i quali
è stabilita la pena pecuniaria ovvero la reclusione non superiore nel massimo a due anni.
Nel 2011 è iniziato il processo di dismissione di tali strutture, conclusosi nel 2014 (con D.L.
51/2014, conv. in L. 81/2014);
— il ricovero in riformatorio giudiziario, previsto per i minori di anni 14 e di anni 18 condannati
per delitto durante l’esecuzione di una misura di sicurezza precedentemente applicata per difetto
di imputabilità, nonché per i minori di anni 18 riconosciuti imputabili e, come tali, condannati
alla pena diminuita, oppure dichiarati delinquenti abituali, professionali o per tendenza.
L’applicazione del riformatorio giudiziario è subordinata all’accertamento della pericolosità
del minore.
Sono, invece, misure di sicurezza personali non detentive:
— la libertà vigilata, che consiste in una limitazione della libertà personale destinata a evitare
che il soggetto possa trovarsi in situazioni che favoriscano la commissione di nuovi reati. A tale
scopo, il vigilato è obbligato a svolgere un lavoro stabile, a non ritirarsi la sera dopo una certa
ora e a non uscire la mattina prima di una determinata ora, a non accompagnarsi a pregiudicati
ecc. L’inosservanza degli obblighi menzionati comporta l’imposizione di una cauzione ovvero
la sostituzione della libertà vigilata con una misura di sicurezza detentiva. La sorveglianza
della persona in stato di libertà vigilata è affidata all’Autorità di pubblica sicurezza;
— il divieto di soggiorno, che consiste nell’obbligo di non soggiornare in uno o più Comuni ov-
vero in una o più Province ed è applicabile facoltativamente per i delitti contro la personalità
dello Stato o contro l’ordine pubblico, come pure per i delitti commessi per motivi politici
ovvero causati da particolari condizioni sociali o morali esistenti in un determinato luogo;
— il divieto di frequentare osterie e pubblici spacci di bevande alcooliche, che è sempre
aggiunto alla pena comminata a coloro i quali vengono condannati per ubriachezza abituale
o per reati commessi in stato di ubriachezza, purché questa sia abituale;
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— l’espulsione o l’allontanamento dello straniero dallo Stato, ordinato dal giudice quando lo
straniero o il cittadino appartenente ad uno Stato membro dell’Unione europea sia condannato
alla reclusione per un tempo superiore ai due anni o negli altri casi stabiliti dalla legge.
5.2 Misure di sicurezza patrimoniali
L’ordinamento italiano prevede, come misure di sicurezza patrimoniali, la cauzione di buona
condotta e la confisca.
La cauzione di buona condotta consiste nel deposito presso la cassa delle ammende di una
somma compresa tra i 103 e i 2.065 euro, oppure nella prestazione di una garanzia mediante
ipoteca o fideiussione solidale, per la durata massima di 5 anni.
Si applica:
— a coloro che hanno terminato il periodo di ricovero in casa di lavoro o in colonia agricola, se il
giudice non ordina la libertà vigilata;
— ai trasgressori degli obblighi della libertà vigilata;
— ai trasgressori del divieto di frequentare osterie e spacci di bevande alcoliche.
Decorso il termine fissato dal giudice senza che il soggetto abbia commesso un’ulteriore
contravvenzione o delitto punibile con l’arresto, la cauzione viene restituita.
La confisca consiste nell’espropriazione a favore dello Stato di cose che servirono a commet-
tere il reato (es. arnesi da scasso) o che ne sono il prodotto o il profitto.
La confisca, di regola facoltativa, è, invece, obbligatoria:
— per le cose che costituiscono il prezzo del reato (l’utilità economica ricavata per commetterlo);
— per le cose la cui fabbricazione, uso, detenzione o alienazione costituisce reato, anche se non
è stata pronunciata condanna (ad es. monete false, armi insidiose).
Si sottolinea, poi, che l’ordinamento disciplina anche la cosiddetta confisca allargata,
prevista nei casi di condanna (anche se patteggiata) per i delitti elencati dall’art. 240bis c.p.
(ad es. peculato, corruzione, concussione, associazione per delinquere, estorsione, usura,
riciclaggio).
Se viene commesso uno di tali reati, è sempre disposta la confisca del denaro, dei beni o
delle altre utilità di cui il condannato non può giustificare la provenienza e di cui, anche per
interposta persona fisica o giuridica, risulta essere titolare o avere la disponibilità a qualsiasi
titolo in valore sproporzionato al proprio reddito, dichiarato ai fini delle imposte sul reddito, o
alla propria attività economica.
Quando non è possibile procedere alla confisca del denaro, dei beni o delle altre utilità indi-
cate dal Codice penale, il giudice ordina la confisca di altre somme di denaro, di altri beni e altre
utilità per un valore equivalente, delle quali il reo ha disponibilità, anche per interposta persona
(cd. confisca per equivalente).
6 Le misure di prevenzione
Dalle misure di sicurezza occorre tener distinte le misure di prevenzione (anche det-
te misure ante delictum), che vengono disposte a carico di categorie di soggetti ritenuti
socialmente pericolosi, indipendentemente dalla commissione di un delitto. Pertanto, la
loro adozione presuppone un giudizio in ordine alla probabilità che il soggetto commetta
in futuro dei reati, basato su elementi di fatto (ad es. il soggetto è abitualmente dedito ad
attività delittuose o vive con i proventi delle stesse). Le misure di prevenzione possono
essere personali o patrimoniali.
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Le misure di prevenzione personali si distinguono a loro volta in:
— misure di prevenzione applicate dal Questore, come l’avviso orale, attraverso il quale si invita
la persona destinataria della misura, avvisata della sussistenza di indizi a suo carico, a tenere
una condotta conforme alla legge;
— misure di prevenzione applicate dall’autorità giudiziaria, come la sorveglianza speciale di
pubblica sicurezza, attraverso la quale il Tribunale può imporre al soggetto delle misure
restrittive (ad es. il divieto di allontanarsi dalla dimora senza avvisare l’autorità di pubblica
sicurezza, di rincasare più tardi di una certa ora).
Le misure di prevenzione patrimoniali incidono sul patrimonio del destinatario. Si pensi
al sequestro dei beni disposto nei confronti del soggetto sottoposto a procedimento penale,
quando il valore di tali beni risulta sproporzionato al reddito dichiarato o all’attività economica
svolta ovvero quando, sulla base di sufficienti indizi, si ha motivo di ritenere che gli stessi siano
il frutto di attività illecite o ne costituiscano il reimpiego.
7 Le conseguenze civili del reato
Oltre che la commissione di un reato, un determinato fatto può integrare anche un illecito
di diversa natura (civile, amministrativo, disciplinare ecc.) e, quindi, da esso possono derivare
conseguenze giuridiche diverse e ulteriori rispetto a quelle penali.
Infatti, la maggior parte dei reati integra anche un illecito civile ai sensi dell’articolo 2043 c.c.,
per cui da essi deriva anche una sanzione civile.
In alcuni casi, è la stessa norma civile che prevede una sanzione (civile) a seguito della com-
missione di un reato (ad es. in tema di successioni ereditarie, l’omicidio e il tentato omicidio del
testatore importano indegnità a succedere).
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I delitti dei pubblici ufficiali contro
la pubblica amministrazione (artt. 314-335bis c.p.)
Il legislatore ha disciplinato all’interno del Codice penale anche i singoli delitti e contrav-
venzioni (Libro II). Il Libro II si suddivide in titoli, ognuno dei quali si occupa dei delitti contro un
determinato bene giuridico tutelato dall’ordinamento.
Tra questi vi sono i delitti contro la P.A.
1 Cosa sono i delitti contro la pubblica amministrazione?
Costituiscono delitti contro la P.A. i fatti che impediscono, ostacolano o turbano il regolare
svolgimento dell’attività amministrativa, legislativa e giudiziaria dello Stato, nonché dell’attività
amministrativa degli enti pubblici.
Tali delitti, infatti, pregiudicano «buon andamento» e «imparzialità» della P.A, che rappresen-
tano i criteri fondamentali cui l’amministrazione deve uniformare la propria condotta.
Le norme relative ai delitti contro la pubblica amministrazione mirano appunto a tutelare il
buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione.
I delitti contro la P.A. sono disciplinati nel Titolo II, Libro II, del Codice penale, in tre capi ri-
guardanti rispettivamente: i delitti commessi dai pubblici ufficiali contro la P.A. (Capo I), i delitti
commessi dai soggetti privati contro la P.A. (Capo II) e alcune disposizioni comuni ad entrambe
le categorie (Capo III).
2 I delitti commessi dai pubblici ufficiali contro la P.A.
I delitti commessi dai pubblici ufficiali contro la P.A. appartengono alla categoria dei reati
propri, poiché per la loro realizzazione è necessario il possesso di una determinata qualità o
posizione giuridica da parte del soggetto attivo (ad es. il reato di peculato, che sarà trattato in
seguito, può essere commesso soltanto da chi riveste la qualifica di pubblico ufficiale o incaricato
di pubblico servizio; quando, invece, il soggetto attivo è privo di tale qualifica, realizza il diverso
reato di appropriazione indebita).
Prima di esaminare nel dettaglio i singoli reati commessi dai pubblici ufficiali contro la P.A., è
necessario distinguere i tre diversi tipi di soggetto attivo che, in virtù della loro qualifica, possono
commettere i reati appartenenti a questa categoria: il pubblico ufficiale (art. 357 c.p.), l’incaricato
di pubblico servizio (art. 358 c.p.) e l’esercente un servizio di pubblica necessità (art. 359 c.p.).
Il pubblico ufficiale è colui il quale esercita una pubblica funzione legislativa, giudiziaria o ammini-
strativa, nonché chi svolge una funzione amministrativa disciplinata dalla legge, in particolare da norme
di diritto pubblico, e che può manifestare la volontà dell’amministrazione. Pertanto, è da considerarsi
pubblico ufficiale chi svolge una funzione nella quale concorre a formare e a manifestare la volontà
della P.A ovvero nella quale esercita poteri autoritativi o certificativi (sono, ad esempio, pubblici ufficiali
i Dirigenti Scolastici e i docenti, i vigili del fuoco, i magistrati ed i giudici popolari nell’esercizio delle
loro funzioni).
L’elemento che caratterizza il pubblico ufficiale, dunque, è lo svolgimento di una funzione pubblica. Infatti,
la dottrina e la giurisprudenza prevalenti, nell’identificazione della figura del pubblico ufficiale, adottano
un criterio funzionale-oggettivo, in base al quale il pubblico ufficiale viene individuato non dall’esistenza
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di un rapporto di dipendenza dalla P.A., ma in relazione ai caratteri dell’attività concretamente esercitata
e, in particolare, al fatto che essa sia finalizzata al perseguimento di un interesse pubblico.
L’incaricato di un pubblico servizio è chi, a qualunque titolo, presti un pubblico servizio. Tale quali-
fica, pertanto, ha carattere residuale, in quanto comprende tutte le attività pertinenti lo Stato o altro ente
pubblico, svolte in mancanza dei poteri autoritativi e certificativi tipici della pubblica funzione e, dunque,
non riconducibili alla qualifica del pubblico ufficiale (ad es. gli impiegati tecnici degli istituti di credito di
diritto pubblico, i dipendenti della RAI, i dipendenti delle aziende di trasporti pubblici).
L’esercente un servizio di pubblica necessità è il privato che:
— esercita professioni forensi, sanitarie o altre professioni il cui esercizio richiede una speciale abilitazione
dello Stato, quando della sua opera il pubblico è per legge obbligato a valersi. Vi è obbligo a valersi
dell’opera di tale soggetto da parte del pubblico, quando la legge impone, espressamente o implicita-
mente, la sua assistenza nel compimento di un atto (ad es. salvo casi specifici stabiliti dalla legge, per
stare in giudizio è necessario farsi rappresentare da un legale, così come per progettare un palazzo è
necessario un architetto);
— adempie un servizio dichiarato di pubblica necessità tramite un atto della P.A., pur senza esercitare una
pubblica funzione o prestare un pubblico servizio. Secondo la dottrina e la giurisprudenza prevalenti,
costituisce servizio di pubblica necessità quello svolto in seguito ad una mera autorizzazione amministra-
tiva. Diversamente, quando l’attività viene svolta in virtù del rilascio di una vera e propria concessione
amministrativa, essa costituisce pubblico servizio (si pensi, ad esempio, all’attività assicurativa contro
i danni dovuti alla circolazione dei veicoli che è un’attività autorizzata in virtù del fatto che fornisce un
servizio per la collettività).
Ciò perché, attraverso l’atto di concessione, la P.A. attribuisce al soggetto privato un nuovo diritto, normal-
mente riservato ai pubblici poteri. Con l’atto di autorizzazione, invece, la P.A. non attribuisce al soggetto
privato nuovi diritti ma semplicemente autorizza l’esercizio di un diritto già esistente in capo ad esso.
Affinché sia configurabile il reato è necessario che il fatto realizzato dal soggetto agente si
riferisca alle funzioni o al servizio, e cioè sia in qualche modo connesso con le funzioni già eser-
citate dal soggetto.
Analizziamo di seguito i più importanti delitti commessi dai pubblici ufficiali contro la P.A.
3 Il peculato (art. 314 c.p.)
Commette il delitto di peculato il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio che si
appropria del denaro o di altra cosa mobile altrui di cui ha il possesso o la disponibilità per
motivi attinenti al suo ufficio o servizio.
Elementi del reato sono pertanto:
1. il possesso o la disponibilità del bene da parte del pubblico ufficiale o dell’incaricato di
pubblico servizio.
L’oggetto materiale del delitto di peculato può essere costituito da denaro o da ogni altra
cosa mobile. In tale nozione devono farsi rientrare i titoli di credito e le azioni di società, oltre
che i diritti della pubblica amministrazione, quando essi ricadano su una cosa mobile che,
di fatto, costituisce ciò di cui il soggetto attivo del reato si appropria.
Non costituiscono beni mobili i cd. «beni immateriali», sia personali (vita, onore, prestigio
ecc.) che patrimoniali (opere dell’ingegno, invenzioni industriali, ditta, insegna, marchio
ecc.), che non sono cose.
Perché possa essere oggetto di peculato, poi, la cosa deve avere un valore economico intrinse-
co, ovvero deve poterlo acquistare o riacquistare in conseguenza della condotta dell’agente
o di altri, giacché ciò che è privo di tale requisito non può acquisire rilevanza per il diritto.
Si è, ad esempio, ritenuto che i bollini destinati alla distruzione e rimessi in circolazione, i
biglietti ferroviari già usati, le tessere usate presso l’INPS, possono costituire oggetto di pe-
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culato, potendo detti beni riacquistare valore ad opera del pubblico ufficiale. Al contrario, si
esclude che costituisca un autonomo fatto di peculato l’appropriazione degli interessi matu-
rati sulle somme di cui il pubblico ufficiale si sia appropriato, posto che il reato si perfeziona
con l’appropriazione del bene e non rilevando, se non ai fini della valutazione del disvalore
del fatto e della quantificazione del danno, i frutti prodotti «medio tempore» dallo stesso (in
tal senso, Cass. 13-1-2011, n. 670);
2. la ragione d’ufficio o di servizio. È necessario che il possesso o la disponibilità dell’oggetto
materiale del reato sia stato causato dall’esercizio della funzione pubblica o del pubblico
servizio. Se il possesso del bene è stato originato da una frode, sarà invece ravvisabile il
delitto di truffa;
3. l’appropriazione. Si verifica quando il soggetto compie, in relazione alla cosa oggetto del
reato, un atto che sia manifestazione della volontà di considerarla come propria, e cioè si
comporti, nei confronti della stessa, non più come soggetto che ne ha il possesso (o la di-
sponibilità) ma come proprietario.
Con la L. 26-4-1990, n. 86 è stata eliminata dalla previsione di cui all’art. 314 c.p. l’ipotesi della distrazione
del bene, vale a dire della sua utilizzazione per un fine diverso da quello istituzionale.
Sulla residua punibilità del peculato per distrazione sono state formulate varie teorie. Quella preva-
lente è che esso rimane sanzionabile ai sensi dell’art. 323 c.p., ovviamente in quanto sussistano tutte le
condizioni per l’applicabilità di tale norma.
Il peculato è un reato proprio, in quanto può essere commesso soltanto da chi possiede la
qualifica di pubblico ufficiale o di incaricato di pubblico servizio.
Tale qualifica deve sussistere nel momento in cui il soggetto entra nel possesso o nella dispo-
nibilità del bene, a causa del suo ufficio, mentre è irrilevante che permanga al momento in cui
egli se ne appropri effettivamente.
La nozione di pubblico servizio deve essere intesa in senso oggettivo, cioè valutata non
in relazione alla natura pubblica o privata dell’ente o dell’imprenditore dal quale questo viene
esercitato, ma con riguardo al tipo di attività concretamente svolta.
Nel caso in cui un soggetto presti il proprio servizio alle dipendenze di un ente o di un im-
prenditore che svolga molteplici attività, pertanto, per verificare se al soggetto attivo del reato
spetti o meno la qualifica prevista dalla legge occorrerà analizzare la natura pubblica o privata
dei compiti ai quali era addetto allorquando pose in essere la condotta criminosa ascrittagli.
Ai pubblici dipendenti che operino nell’ambito delle attività istituzionali di un ente pubblico,
poi, la qualifica spetta anche nel momento in cui compiono atti economici.
L’interesse protetto dalla norma incriminatrice prevista dall’art. 314 c.p. viene generalmente
individuato non solo nel patrimonio della pubblica amministrazione e dei terzi (anche privati),
ma anche nella legalità, efficienza, imparzialità di questa.
Si tratta, pertanto, di un delitto plurioffensivo.
Diverso dal peculato è il cd. peculato d’uso, che non ne costituisce un’ipotesi attenuata ma
una fattispecie autonoma di reato, in cui il fine perseguito dall’agente costituisce elemento spe-
cializzante, ed è ravvisabile quando il colpevole «ha agito al solo scopo di fare uso momentaneo
della cosa» (art. 314, comma 2 c.p.).
L’uso dev’essere:
— immediato, nel senso che deve avvenire subito dopo l’appropriazione. Si ha, infatti, peculato
comune, e non d’uso, nel caso in cui l’appropriazione avvenga in vista di una futura utilizza-
zione del bene;
— di breve durata, tale cioè che la sottrazione della cosa alla sua destinazione istituzionale
non comprometta seriamente la funzionalità della pubblica amministrazione.
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Casi tipici di peculato d’uso sono quelli del pubblico ufficiale che utilizzi il telefono dell’ufficio
affidato alla sua disponibilità per finalità personali, ovvero quello del pubblico funzionario che
adoperi per propri scopi l’autovettura di Stato.
Si ritiene, da parte di taluni, che l’uso debba compromettere apprezzabilmente l’utiliz-
zazione della cosa da parte del suo proprietario, giacché, in caso diverso, il fatto non sarebbe
offensivo. Non si ravvisa il peculato d’uso, secondo questo orientamento, nel caso in cui l’uso
personale del bene abbia modalità tali da consentire la contemporaneità con quello pubblico,
come avviene, ad esempio, nel caso del personal computer adoperato negli intervalli di tempo
in cui detto uso pubblico non avvenga.
Il peculato d’uso è ipotizzabile solo nei confronti di cose specificamente identificabili, in quanto in
caso contrario non sarebbe possibile ipotizzare la restituzione della stessa cosa adoperata, ma solo
di una cosa del medesimo genere. Esso, per esempio, non può avere a oggetto somme di denaro.
Secondo l’opinione prevalente, la condotta dell’agente pubblico che si appropri di cose fungi-
bili, restituendo al momento del rendiconto cose di ugual tipo, caratteristiche e valore, integra il
delitto di peculato per appropriazione (comma 1), in quanto la restituzione non fa venir meno
né l’interesse, già compromesso, all’integrità patrimoniale della pubblica amministrazione, né
la lesione dell’interesse al buon funzionamento della stessa.
4 Peculato mediante profitto dell’errore altrui (art. 316 c.p.)
Commette il reato previsto dall’art. 316 c.p. il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio
il quale consapevolmente riceva denaro o altre utilità che gli siano state consegnate per errore
ovvero che, accortosi di averle erroneamente ricevute, sia pure in buona fede, non le restituisca.
Al delitto in esame è applicabile la circostanza della speciale tenuità del fatto (art. 323bis c.p.).
Nonostante la norma incriminatrice faccia riferimento, in alternativa al denaro, alla ricezio-
ne o alla ritenzione di «altre utilità», si ritiene in prevalenza che queste debbano identificarsi
necessariamente in cose mobili, con esclusione dei vantaggi di carattere meramente morale,
data la natura patrimoniale del reato.
Elementi della condotta illecita sono, pertanto:
1. la ricezione o ritenzione indebita, laddove per «ricevere» s’intende accettare una cosa o
un’utilità offerta da un terzo, pur senza far nulla per ottenere o respingere la dazione e per
«ritenere» semplicemente il mantenere la disponibilità, non necessariamente in senso fisico,
di quanto ricevuto per errore.
È peraltro necessario che il denaro o la cosa mobile sia ricevuta o trattenuta per sè o per
altri, ma non per la stessa pubblica amministrazione, nemmeno se diversa da quella a cui
appartiene il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio.
La ricezione e la ritenzione devono essere inoltre «indebite», con la conseguenza che il reato non
sussiste quando il denaro o le altre utilità, pur se consegnate per errore, erano comunque dovute;
2. l’esercizio delle funzioni o del servizio. Il requisito in esame deve giustificare tanto l’indebita
ricezione, nel senso che questa sia avvenuta previa consapevolezza da parte del soggetto
passivo di pagare in ragione dell’esercizio di una pubblica funzione o di un pubblico servizio,
quanto l’illecita ritenzione;
3. l’errore altrui. L’espressione adoperata dalla norma incriminatrice, (giovandosi dell’errore
altrui), implica che questo debba essere preesistente e spontaneo, nel senso che non deve
essere determinato dal comportamento del pubblico ufficiale il quale deve limitarsi a trarne
profitto.
Nell’ipotesi in cui l’errore sia determinato dalla condotta del soggetto attivo, l’appropriazione
ricade nella più ampia previsione dell’art. 314 c.p.
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Il peculato mediante profitto dell’errore altrui è un reato proprio, giacchè può essere com-
messo solo dal pubblico ufficiale o dall’incaricato di pubblico servizio nell’ esercizio delle loro
funzioni.
Il reato è da considerarsi plurioffensivo, poiché tutela non solo il regolare funzionamento
della pubblica amministrazione, ma anche gli interessi patrimoniali del soggetto al quale il pub-
blico uffiale, sfruttandone l’errore, sottrae denaro o altra utilità.
Il peculato mediante profitto dell’errore altrui potrebbe sembrare, in relazione alla sua
denominazione, una figura attenuata di peculato, tuttavia, occorre precisare che da questo si
distingue in quanto non presuppone il previo possesso della cosa.
Il delitto è punito a titolo di dolo generico, che consiste nella volontà di ricevere o ritenere
il denaro o la cosa mobile di cui il soggetto attivo è venuto in possesso nell’esercizio delle sue
funzioni, con la consapevolezza dell’altrui errore.
5 Malversazione a danno dello Stato (art. 316bis c.p.)
Commette il delitto di malversazione a danno dello Stato chi, avendo ricevuto dallo Stato, da
enti pubblici minori, o dalle Comunità europee (ora Unione europea), contributi, sovvenzioni o
finanziamenti destinati a favorire iniziative dirette alla realizzazione di opere o allo svolgimento
di attività di pubblico interesse, destini quanto ottenuto a finalità diverse.
L’interesse tutelato dalla disposizione incriminatrice è quello alla corretta gestione delle
risorse pubbliche destinate a fini di incentivazione economica; essa dunque, mira a reprimere
le frodi successive al conseguimento di prestazioni pubbliche che si concretizzano nell’elusione
del vincolo di destinazione delle somme erogate.
La norma di cui all’art. 316bis c.p. presuppone che autore del reato non sia un appartenente
a quegli specifici settori della P.A. che sono preposti alle procedure di erogazione o di control-
lo delle sovvenzioni (ed è in questo senso limitato che va intesa la locuzione «estraneo alla
pubblica amministrazione»). Si ritiene, tuttavia, che la fattispecie incriminatrice integri una
ipotesi di reato proprio, in quanto può essere commesso solo da un soggetto beneficiario di
un finanziamento pubblico.
L’elemento materiale del delitto in esame consiste nell’avere l’agente ottenuto dallo Stato
o da altro ente pubblico un contributo, una sovvenzione o un finanziamento destinato a una
determinata finalità pubblica.
Tale sovvenzione (o finanziamento) deve possedere i seguenti requisiti:
— deve essere stata concessa a condizioni più favorevoli rispetto a quelle derivanti dalla
applicazione delle ordinarie regole di mercato.
Rientrano in tale categoria le sovvenzioni e i contributi (che sono le attribuzioni pecuniarie
a fondo perduto, e pertanto gratuite) e i finanziamenti (che sono prestiti caratterizzati da
una minore onerosità rispetto all’ordinario, come, ad esempio, i «mutui agevolati»);
— deve essere destinata ad un’attività di pubblico interesse, vale a dire al perseguimento di
uno scopo di interesse generale.
Tale caratteristica, peraltro, coincide con il carattere agevolato del finanziamento, giacché è
proprio il fatto che la concessione avvenga a condizioni particolarmente favorevoli che dimostra
che il legislatore ritiene sussistente un pubblico interesse.
Integra il delitto in esame la condotta consistente nell’ottenimento di un contributo da un
ente pubblico a favore di una associazione che svolge attività connesse al progresso della ricerca
medica, all’applicazione delle novità scientifiche, all’aggiornamento professionale dei medici e
della promozione culturale, trattandosi di attività potenzialmente destinate a vantaggio di tutta
la collettività e quindi di interesse generale.
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La condotta si concretizza nel distrarre la somma ottenuta dalla predetta finalità.
Si ritiene, in prevalenza, che la condotta del reato in esame sia omissiva e che integri la fattispecie
criminosa anche il semplice astenersi dall’impiegare le somme per soddisfare le finalità di interesse
pubblico, senza necessità che queste vengano adoperate per il conseguimento di obiettivi diversi.
Anche la parziale distrazione dalle predette finalità della somma ottenuta integra il reato.
6 Indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato (art.
316ter c.p.)
L’articolo 316ter c.p. punisce chiunque consegue indebitamente, per sé o per altri, contributi,
finanziamenti, mutui agevolati e altre erogazioni dallo Stato, da enti pubblici o dalle Comunità
europee (ora Unione europea), se tali erogazioni sono ottenute con la presentazione o l’utilizzo
di dichiarazioni o documenti falsi o attestanti cose non vere.
Il reato è residuale, essendo applicabile solo se il fatto non costituisce l’ipotesi di malversa-
zione a danno dello Stato.
Il bene tutelato è la regolarità dei procedimenti finalizzati a ottenere i contributi e le eroga-
zioni indicati nella norma, sanzionando tutte le condotte che intaccano la libera formazione
della volontà della pubblica amministrazione, nonché dell’Unione europea. Infatti, tali erogazioni
hanno scopi di interesse generale.
L’articolo, dunque, crea una tutela diretta del sistema finanziario nazionale e comunitario e
una tutela indiretta del sistema economico nazionale ed europeo contro forme di distrazione
di importanti risorse economiche dalle loro peculiari finalità.
A differenza del delitto di cui all’art. 316bis, qualificato dalla prevalente dottrina come reato
proprio, in quanto realizzabile (come esposto in precedenza) solo da chi, estraneo alla pubblica
amministrazione, sia beneficiario di un provvedimento di assegnazione di contributi, sovvenzioni
o finanziamenti, la fattispecie di cui qui si tratta sanziona penalmente il prodursi di un evento
(l’indebito conseguimento di erogazioni) prodotto con ben tipizzate condotte realizzabili da
chiunque, configurando un’ipotesi di reato comune.
Quanto alla struttura oggettiva della fattispecie, le condotte penalmente sanzionate sono
poste in essere nell’ambito di procedimenti amministrativi strumentali al conseguimento, da parte
del reo o di altri, di contributi, finanziamenti, mutui agevolati o altre erogazioni dello stesso tipo,
comunque denominati, concessi o erogati dallo Stato, da altri enti pubblici o dalle Comunità
europee (ora Unione europea).
Dalla lettera dell’art. 316ter si evincono due possibili configurazioni del delitto, una commis-
siva e l’altra omissiva.
La condotta commissiva può consistere nell’utilizzare o nel presentare dichiarazioni o docu-
menti falsi o attestanti cose non vere. È evidente, dunque, che può trattarsi tanto di documenti
materialmente falsi (cioè non genuini), tanto di documenti ideologicamente falsi (ossia contenenti
attestazioni non corrispondenti al vero).
In tal caso, la Cassazione ha precisato che il reato in esame assorbe l’eventuale falsità ideologica com-
messa dal privato in atto pubblico, ex art. 483 c.p., in tutti i casi in cui l’uso o la presentazione di dichiara-
zioni o documenti falsi costituiscano elementi essenziali del primo, pur quando la somma indebitamente
percepita o non pagata dal privato, non superando la soglia minima di erogazione — euro 3.999,96 — dia
luogo a una mera violazione amministrativa (come sancito dal secondo comma dell’art. 316ter).
La condotta omissiva si traduce, invece, nell’omissione di informazioni dovute, per tali inten-
dendosi quelle che, ai sensi delle norme procedimentali riguardanti il provvedimento erogativo,
il soggetto è tenuto a fornire all’autorità procedente.
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La fattispecie è punibile a titolo di dolo generico, richiedendosi la cosciente e volontaria rea-
lizzazione della condotta, accompagnata dalla consapevolezza della falsità delle dichiarazioni o
dei documenti prodotti, ovvero dell’omissione informativa, nonché del carattere indebito della
erogazione, per l’assenza dei presupposti normativi richiesti.
Infine, per effetto dei correttivi dovuti alla L. 3/2019, si è introdotta un’ipotesi aggravata
della fattispecie in esame, per il caso in cui il fatto sia commesso da un pubblico ufficiale o da un
incaricato di un pubblico servizio con abuso della sua qualità o dei suoi poteri. Pertanto, si avrà:
— abuso della qualità, quando il pubblico ufficiale, pur senza essere competente in relazione
ad un atto, fa pesare la sua qualità per ottenere l’indebita prestazione;
— abuso dei poteri, quando il pubblico ufficiale esercita poteri dei quali è investito in maniera
illegittima o per conseguire un fine illecito.
7 Concussione (art. 317 c.p.)
La concussione è il reato realizzato dal pubblico ufficiale, o dall’incaricato di un pubblico
servizio, che abusa della sua qualità o dei suoi poteri e, in tal modo, costringe taluno a dare o a
promettere indebitamente, a lui o a un terzo, denaro o altra utilità.
Gli elementi strutturali del reato in esame sono tre:
1. il costringimento della vittima all’indebita prestazione. Si ha costringimento quando il
pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio usa minaccia o violenza nei confronti
del privato per ottenere da lui l’indebita prestazione (es., l’agente di polizia che ottiene la
prestazione da parte del privato minacciando di denunciarlo). La minaccia e la violenza
devono essere usate per alterare il procedimento formativo della volontà del soggetto e per
indirizzarlo a un’azione o omissione diversa da quella che altrimenti avrebbe compiuto.
La costrizione psichica alla quale fa riferimento la norma è relativa, nel senso che lascia alla
vittima un’effettiva possibilità di scelta tra il male minacciato dall’aggressore e quello che
deriva dall’accondiscendere alle sue richieste.
La minaccia deve essere seria e oggettivamente capace di esercitare un’ingiustificata pressione
sulla psiche del soggetto. Peraltro, essa non deve essere espressa, essendo sufficiente che
sia idonea a determinare la volontà del soggetto passivo;
2. l’abuso della qualità o dei poteri del pubblico ufficiale. Con tale espressione s’identificano
due profili differenti della condotta:
— l’abuso della qualità, che si verifica quando l’agente fa valere la sua posizione, connes-
sa allo svolgimento di una pubblica funzione, al fine di costringere gli altri all’indebita
promessa o dazione. Tale abuso implica, quindi, la strumentalizzazione della posizione di
preminenza ricoperta dal soggetto attivo rispetto al privato. Non è necessario che l’atto
intimidatorio rifletta la specifica competenza dell’agente, ma è sufficiente che la qualità
soggettiva del pubblico ufficiale lo agevoli alla costrizione o all’induzione della vittima;
— l’abuso dei poteri, che si realizza quando questi vengono esercitati secondo criteri voluta-
mente diversi da quelli imposti dalla loro natura. I poteri devono rientrare nella competen-
za tipica dell’agente, quali manifestazione delle sue potestà funzionali. Si sottolinea che,
per la sussistenza del reato di concussione, non è importante che l’atto sia formalmente
legittimo o illegittimo, infatti la fattispecie criminosa può realizzarsi anche in presenza di
un atto formalmente legittimo. L’abuso delle funzioni di pubblico ufficiale può realizzarsi
anche mediante omissione o ritardo di un atto dovuto (ad es., il finanziere che sequestra
un carico di sigarette di contrabbando al solo scopo di costringere il contrabbandiere a
consegnargli una somma di denaro per ottenerne l’immediato dissequestro);
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3. la dazione o la promessa indebita per sé o altri. La promessa è la manifestazione di un
impegno, apparentemente valido, a eseguire una futura prestazione, mentre la dazione si
concretizza nell’effettiva consegna della cosa e può assumere le forme più svariate.
Dazione e promessa sono indebite quando non sono dovute, per legge o consuetudine, né
al pubblico ufficiale, né all’incaricato di pubblico servizio o alla P.A.
Nel caso in cui una prestazione effettivamente spettante venga ottenuta dal pubblico ufficiale
mediante condotta abusiva, deve distinguersi a seconda che il titolare della relativa pretesa
sia la P.A. (nel qual caso dovrà escludersi la sussistenza del reato), ovvero il pubblico ufficiale
che agisca in qualità di privato (ipotesi nella quale il delitto di concussione dovrà invece rite-
nersi sussistente, giacché egli per soddisfare il suo diritto dovrà avvalersi dei mezzi ordinari
concessi dalla legge, senza sfruttare la posizione).
La promessa e la dazione possono avere ad oggetto denaro e ogni altra utilità (es. favori sessuali).
L’eventuale pattuizione di un pagamento a fronte della prestazione ottenuta dal pubblico
ufficiale, in qualità di privato, abusando delle proprie funzioni, non elimina la sussistenza
dell’illecito, poiché proprio l’essere ricorso all’abuso dimostra che quanto ricevuto costituisce
per lui un vantaggio superiore a quanto dato a titolo di compenso.
A tali elementi strutturali, si aggiunge il metus publicae potestatis che, secondo parte della
dottrina, può essere considerato un elemento essenziale del delitto di concussione. Per il co-
stringimento, il metus è rappresentato dal timore di un danno minacciato. Si sostanzia, dunque,
in quello stato di timore o di paura che è ingenerato nel privato dalla situazione di preminenza di
cui usufruisce il pubblico ufficiale. Tale elemento non è escluso quando il privato tenta di ridurre
il danno intavolando una discussione o una trattativa, poiché lo stato di soggezione della vittima
non deve concretizzarsi in una totale eliminazione della sua volontà, essendone sufficiente il
condizionamento. Ugualmente, il metus non è escluso dalla circostanza che il soggetto passivo
si sia rivolto alle forze di polizia per sottrarsi alle pretese dell’autore del reato, denunciando il
concussore prima della consegna del denaro.
La concussione è un reato proprio, che può essere commesso solo da soggetti qualificati.
Per quanto riguarda i soggetti attivi, prima della L. 69/2015 (cd. legge anticorruzione 2015) il reato
poteva essere commesso solo dai pubblici ufficiali. Dopo la riforma, la legittimazione attiva è stata estesa
anche all’incaricato di pubblico servizio.
Soggetto passivo del reato, invece, può essere sia lo Stato, leso nel suo interesse all’onestà
dei funzionari, sia il privato, danneggiato dall’abuso di potere del funzionario. In merito, si
sottolinea che soggetto passivo potrebbe essere anche un altro pubblico ufficiale o un altro
ente pubblico, purché il soggetto attivo operi per fini estranei alla P.A. e persegua uno scopo di
carattere personale.
Il reato è plurioffensivo poiché tutela il decoro e l’imparzialità della pubblica amministrazione
(imposto dall’art. 97, comma 3, della Costituzione), ma anche il diritto del singolo a disporre del
proprio patrimonio in piena libertà.
7.1 La concussione ambientale
Pur se non prevista espressamente, oggetto di interesse da parte di dottrina e giurisprudenza
è stata la cd. concussione ambientale, realizzata attraverso comportamenti suggestivi taciti che
inducono la vittima a convincersi dell’ineluttabilità del pagamento, per prassi diffusa.
La costrizione da parte del pubblico ufficiale, infatti, può realizzarsi anche attraverso il
riferimento a una sorta di convenzione tacitamente riconosciuta, che egli fa valere e il privato
subisce, nel contesto di una comunicazione resa più semplice per il fatto di richiamarsi a regole
già «codificate».
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Contro tale figura di concussione è, peraltro, schierata buona parte della dottrina più moderna,
la quale ritiene che in una siffatta ipotesi manca il disvalore tipico della concussione: il fatto di
giovarsi di un pregresso stato di soggezione indotto da altri costituisce un elemento vago, come
tale poco suscettivo di prova sul terreno processuale.
La più recente giurisprudenza, però, concorda sull’ammissibilità di tale tipologia di concus-
sione, pur se entro precisi limiti. In particolare, si è precisato che ai fini della configurabilità del
reato di concussione cosiddetta «ambientale» è comunque necessario che venga fornita la prova
della consumazione da parte del pubblico ufficiale di uno specifico comportamento costrittivo
o induttivo e della correlativa situazione di soggezione del privato (Cass. 15-6-2011, n. 24015).
Nel medesimo senso, in altra occasione, si è esclusa la configurabilità della concussione nella
condotta di semplice richiesta di denaro o altre utilità da parte del pubblico ufficiale in presenza
di situazioni di mera pressione ambientale, senza però che questi abbia posto in essere atti di
costrizione, non potendosi fare applicazione analogica della norma incriminatrice, imperniata
inequivocabilmente sullo stato di soggezione della vittima provocato dalla condotta del pubblico
ufficiale (Cass. 28-6-2011, n. 25694).
8 Induzione indebita a dare o promettere utilità (art. 319quater c.p.)
Ai sensi dell’art. 319quater c.p., introdotto dalla L. 190/2012, risponde penalmente il pubbli-
co ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio che, abusando della sua qualità o dei suoi poteri,
induce taluno a dare o a promettere indebitamente, a lui o a un terzo, denaro o altra utilità.
La norma traduce l’intento del legislatore di estrapolare dal corpus dell’art. 317 c.p. la c.d.
concussione per induzione, trasformandola in configurazione speciale rispetto all’ipotesi-base.
Con l’occasione, si è provveduto a differenziare le due tipologie rispetto a taluni peculiari
profili disciplinari.
Nello specifico, a differenza dell’ipotesi-madre di concussione (come anche di quella pre-
vigente), si è attribuito alla concussione per induzione carattere sussidiario, prevedendo la
sua applicazione solo quando il fatto non costituisce più grave reato. Inoltre, riproducendo
il previgente art. 317 (dunque l’opzione politico-criminale del legislatore del ’90, confermato
con la L. 69/2015), si è esteso il novero dei potenziali soggetti attivi del reato all’incaricato di
pubblico servizio. Ma ciò che realmente connota tale inedita previsione è la scelta di prevedere
la punibilità del concusso.
Se si eccettuano tali profili disciplinari, la struttura oggettiva del delitto in esame è sovrap-
ponibile a quella della concussione, di cui al riformulato art. 317. È, dunque, possibile rinviare
al relativo commento per un sintetico esame delle nozioni comuni (abuso della qualità o dei
poteri, dazione o promessa indebita di denaro o altra utilità).
Resta da esaminare un ulteriore elemento specializzante, costituito dall’induzione del
concusso. Questa si manifesta in un’attività dialettica dell’agente che, avvalendosi della sua
autorità e ricorrendo ad argomentazioni di indole varia, fondate su elementi non privi di obiettiva
veridicità, riesce a convincere il soggetto passivo alla dazione o alla promessa.
La condotta non è vincolata a forme predeterminate e tassative, ma può estrinsecarsi in
qualsiasi modo, a condizione che sia in concreto idonea a influenzare l’intelletto e la volontà
della vittima, convincendola della opportunità, per evitare il peggio, di aderire alla richiesta.
Le particolarità di tale reato sono, dunque, date dalla condotta dell’agente, che si configura
come attività di persuasione, suggestione, inganno o pressione, e dalla posizione del concusso
che, pur avendo ampi margini decisionali, si presta comunque alla richiesta della prestazione
non dovuta, perché motivata dalla prospettiva di un tornaconto personale. Tale ultimo elemento
giustifica la previsione di una sanzione anche a carico del concusso.
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324/3 • Concorso 1858 Consulenti protezione sociale INPS
Manuale per le due prove scritte
9 I reati di corruzione
La disciplina della corruzione è contemplata negli artt. 318-322 del Codice penale. Tali di-
sposizioni sono state oggetto di sostanziali correttivi a opera della L. 190/2012, nota, appunto,
come «legge anticorruzione».
In particolare, prima della riforma del 2012, il Codice distingueva due tipi di corruzione:
— propria, prevista dall’art. 319 c.p. e avente ad oggetto l’omissione o il ritardo di un atto d’uf-
ficio, oppure il compimento di un atto contrario ai doveri di ufficio;
— impropria, disciplinata dall’art. 318 c.p., per la quale oggetto del mercimonio era il compi-
mento di un atto d’ufficio.
Nell’ambito di ciascuna figura, poi, si distingueva tra:
— corruzione antecedente, quando il fatto di corruzione si riferisce a un atto che il funzionario
deve ancora compiere;
— corruzione susseguente, quando il fatto di corruzione si riferisce a un atto che il funzionario
ha già compiuto.
A seguito dei correttivi operati dalla L. 190/2012, l’art. 318 è stato riformulato in modo da
rendere più evidenti i confini tra le diverse forme di corruzione:
— quella propria di cui all’art. 319, che rimane ancorata alla prospettiva del compimento di
un atto contrario ai doveri d’ufficio (come anche all’omissione o ritardo di un atto d’ufficio),
nonché al distinguo fra corruzione antecedente e susseguente;
— quella impropria, basata sull’accettazione di un’utilità indebita (o della sua promessa), da
parte del pubblico ufficiale o dell’incaricato di pubblico servizio, che prescinde dall’adozione
o dall’omissione di atti inerenti al proprio ufficio, ma si finalizza esclusivamente a remunerare
l’esercizio delle funzioni o dei poteri spettanti al pubblico ufficiale. Ciò ha fatto venir meno,
nella nuova corruzione impropria, il previgente distinguo fra corruzione antecedente e sus-
seguente, peraltro, anche diversamente sanzionata, mancando, come detto, il riferimento
a uno specifico atto d’ufficio compiuto o da compiersi, oggetto della corruzione.
9.1 Corruzione per l’esercizio della funzione (art. 318 c.p.)
Ai sensi del riformulato art. 318 c.p., risponde penalmente il pubblico ufficiale che, per l’e-
sercizio delle sue funzioni o dei suoi poteri, indebitamente riceve, per sé o per un terzo, denaro o
altra utilità o ne accetta la promessa.
Come in precedenza anticipato, la norma è stata oggetto di correttivi ad opera della L. 190/2012,
la quale, nel sostituire integralmente il previgente art. 318 (rubricato «Corruzione per un atto d’ufficio»)
ha legato la percezione o la promessa di indebita retribuzione all’esercizio delle funzioni o poteri del
pubblico ufficiale nel senso voluto dal corruttore, sganciandola dal compimento di uno specifico atto
d’ufficio, con conseguente soppressione della corruzione susseguente, quale figura sanzionata più lieve-
mente. Con l’occasione, si è provveduto anche a inasprire l’unitaria risposta sanzionatoria concernente
il delitto in esame.
Il bene-interesse protetto dalla norma incriminatrice è costituito dal buon andamento,
dalla correttezza e dall’imparzialità della pubblica amministrazione.
Trattasi di reato proprio, in quanto può essere commesso dal pubblico ufficiale al quale,
peraltro, l’art. 320 parifica anche l’incaricato di un pubblico servizio.
Costituiscono, dunque, elementi strutturali della fattispecie:
a) l’accordo, poiché il reato è a concorso necessario, con punibilità, oltre che del corrotto, anche
del corruttore, ai sensi dell’art. 321 c.p.;
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Manuale per le due prove scritte
b) l’esercizio della funzione o del potere da parte del pubblico ufficiale, nel senso voluto dal
corruttore, funzione che diviene, dunque, oggetto di mercimonio (a differenza che nella pre-
vigente disposizione, secondo la quale oggetto dell’accordo corruttivo era la realizzazione di
un atto d’ufficio).
Tale opzione normativa è coerente con gli asserti della giurisprudenza della Cassazione, da anni portata
a sganciare la configurabilità del reato dall’individuazione di un atto d’ufficio in senso «fisico», soste-
nendo che l’atto d’ufficio oggetto di mercimonio non andasse inteso in senso formale, comprendendo
la locuzione qualsiasi comportamento che comunque violasse i doveri di fedeltà, imparzialità, onestà,
che debbono osservarsi da parte di chiunque eserciti una pubblica funzione. Si riteneva, dunque, sus-
sistente il reato di corruzione in presenza di una consegna di denaro al pubblico ufficiale effettuata in
ragione delle funzioni dallo stesso esercitate e per retribuirne i favori;
c) il compenso per il funzionario. Da un raffronto letterale fra previgente e attuale formulazione
dell’art. 318 emerge un ulteriore elemento di novità, costituito dalla soppressione del riferi-
mento alla retribuzione non dovuta. Sotto la vigenza della norma precedente, nell’impiego
del termine «retribuzione» veniva letto l’intento del legislatore di escludere dall’ambito di
operatività della fattispecie le situazioni non caratterizzate da un vero e proprio rapporto
«sinallagmatico» tra la prestazione del corruttore e quella del corrotto, nonché di includervi
solo quelle dazioni o promesse proporzionate al tipo e all’importanza della prestazione
richiesta al pubblico ufficiale. Per la Cassazione, con la nuova figura di corruzione impropria
si è determinata un’estensione dell’area di punibilità, configurando una fattispecie di «on-
nicomprensiva monetizzazione del «munus» pubblico, sganciata da una logica di formale
sinallagma» (così Cass. 3-5-2013, n. 19189).
Deve evidenziarsi, infine, che sull’impianto sanzionatorio di tale riscritta fattispecie (la reclu-
sione da uno a cinque anni) hanno inciso dapprima la cd. legge anticorruzione del 2015 (L. 27-5-
2015, n. 69), portando il massimo edittale a sei anni, e, successivamente, la L. 3/2019, la quale
ha provveduto a sostituire il citato margine edittale detentivo con la reclusione da tre a otto anni.
9.2 Corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio (art. 319 c.p.)
Il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio sono punibili se, per omettere o ri-
tardare o per aver omesso o ritardato un atto del loro ufficio, ovvero per compiere o per aver
compiuto un atto contrario ai doveri d’ufficio, ricevono, per sé o per altri, denaro o altra utilità
o ne accettano la promessa.
Il reato trova la sua disciplina negli artt. 319, 320 e 321 c.p. Mentre la prima norma descrive
quella che è la condotta incriminata, la seconda parifica al pubblico ufficiale l’incaricato di
pubblico servizio e, infine, la terza prevede la punibilità del corruttore.
Il reato di corruzione propria offende, contemporaneamente, il buon andamento e l’impar-
zialità della pubblica amministrazione. A differenza che nel caso di corruzione impropria, infatti,
il delitto in esame, che ha ad oggetto il compimento di un atto contrario ai doveri di ufficio,
comporta sempre la violazione delle regole che devono presiedere allo svolgimento dell’attività
amministrativa.
Si tratta di un reato proprio, che può essere commesso tanto dal pubblico ufficiale che
dall’incaricato di pubblico servizio.
Nel reato in esame, inoltre, il corruttore è sempre soggetto a pena, anche nel caso di corru-
zione susseguente.
Nella corruzione propria rientrano due diverse condotte:
— quella del pubblico ufficiale (o dell’incaricato di pubblico servizio) che, per omettere o ritar-
dare un atto del suo ufficio, ovvero per compiere un atto contrario ai doveri di ufficio, riceve,
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Manuale per le due prove scritte
per sé o per un terzo, denaro o altra utilità, quale retribuzione non dovuta, o ne accetta la
promessa (corruzione propria antecedente);
— quella del pubblico ufficiale (o dell’incaricato di pubblico servizio) il quale riceve, per sé o
per un terzo, la sopra citata retribuzione non dovuta per aver omesso o ritardato un atto del
suo ufficio, ovvero per aver compiuto un atto contrario ai doveri di ufficio (corruzione propria
susseguente).
Ai sensi dell’art. 319bis del Codice penale, il reato è aggravato ove il fatto abbia a oggetto il
conferimento di pubblici impieghi o stipendi o pensioni o la stipulazione di contratti nei quali sia
interessata l’amministrazione alla quale il pubblico ufficiale appartiene nonché il pagamento o
il rimborso di tributi.
Oggetto della pattuizione illecita non devono necessariamente essere gli «atti amministrativi». È,
infatti, sufficiente che si tratti di atti che rappresentano esplicazione dei poteri-doveri inerenti all’ufficio,
incluso pertanto quelli privati delle pubbliche amministrazioni. Essi, addirittura, possono tradursi in com-
portamenti materiali (ad es., sostituzione di un atto all’altro in una pratica).
Si ritiene che non necessariamente l’atto, per essere contrario ai doveri d’ufficio, deve essere illegitti-
mo, giacché anche il compimento di un atto formalmente regolare può avvenire in violazione dei doveri
istituzionali del pubblico ufficiale e può comportare l’asservimento della funzione agli interessi privati, in
violazione dei doveri di fedeltà, imparzialità e onestà.
9.3 Corruzione in atti giudiziari (art. 319ter c.p.)
L’art. 319ter punisce autonomamente l’ipotesi in cui i fatti di cui agli artt. 318 e 319 c.p. siano
stati commessi per favorire o danneggiare una parte in un processo civile, penale o amministrativo.
Si tratta di un reato autonomo e non di una circostanza aggravante delle ipotesi di corruzione
in precedenza esaminate, giacché a tale ipotesi criminosa è dedicato un proprio titolo di reato
e sono previste, per essa e non per i delitti di cui agli artt. 318 e 319 c.p., circostanze aggravanti
specifiche, che non sono ipotizzabili se non rispetto ad una figura autonoma di reato.
Il reato in esame può essere commesso unicamente dai pubblici ufficiali e non dagli incari-
cati di pubblico servizio, in quanto l’art. 320 c.p. non richiama l’art. 319ter, e perché solo i pubblici
ufficiali ricoprono una posizione in grado di influenzare il contenuto delle decisioni giudiziarie.
L’elemento caratterizzante della corruzione in atti giudiziari è quello di favorire o danneggiare
una parte del processo.
Secondo la giurisprudenza (fra le altre, Cass. Sez. Un. 21-4-2010, n. 15208) il delitto in esame è confi-
gurabile anche nella forma della corruzione susseguente e non solo antecedente. In favore di tale soluzione
«milita» l’inequivoco dato letterale dell’art. 319ter del Codice penale, caratterizzato dal testuale richiamo
ai «fatti indicati negli articoli 318 e 319» . È, inoltre, indifferente che l’atto compiuto sia conforme o meno ai
doveri d’ufficio.
Parte è la persona fisica o giuridica che abbia proposto o nei cui confronti sia stata proposta
una domanda giudiziale.
Nel processo penale sono parti il pubblico ministero, l’imputato e il suo difensore, la parte
civile, il responsabile civile e il civilmente obbligato alla pena pecuniaria; rientra, invece, tra i
soggetti la persona offesa dal reato.
9.4 Istigazione alla corruzione (art. 322 c.p.)
L’art. 322 c.p. indica quattro forme alternative di istigazione alla corruzione:
1. l’offerta o la promessa di denaro o altra utilità non dovuti a un pubblico ufficiale o a un inca-
ricato di pubblico servizio, per l’esercizio delle sue funzioni o dei suoi poteri, qualora l’offerta
o la promessa non sia accettata (istigazione alla corruzione impropria attiva);
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Manuale per le due prove scritte
2. l’offerta o la promessa fatte per indurre un pubblico ufficiale o un incaricato di pubblico ser-
vizio a omettere o a ritardare un atto dell’ufficio o servizio, ovvero a fare un atto contrario ai
propri doveri, qualora l’offerta o la promessa non sia accettata (istigazione alla corruzione
propria attiva);
3. la richiesta della promessa o dazione di denaro o altra utilità, da parte di un pubblico ufficiale
o da un incaricato di pubblico servizio, fatta a un privato e da questi rifiutata, per l’esercizio
delle sue funzioni o dei suoi poteri (istigazione alla corruzione impropria passiva);
4. la richiesta analoga, da parte di un pubblico ufficiale o un incaricato di pubblico servizio, per
omettere o ritardare un atto dell’ufficio o servizio, ovvero per fare un atto contrario ai propri
doveri di ufficio (istigazione alla corruzione propria passiva).
Sebbene non richiami l’art. 319ter c.p., si ritiene che il delitto in esame sia ammesso anche
con riferimento alla corruzione in atti giudiziari.
L’art. 322 c.p., in altri termini, contempla delle ipotesi di tentativo di corruzione, consideran-
dole come ipotesi autonome di reato, perché altrimenti il fatto non potrebbe essere punito in
base al principio di cui all’art. 115 c.p.
Per la consumazione del reato è sufficiente la semplice offerta o promessa, purché sia ca-
ratterizzata da adeguata serietà e sia in grado di turbare psicologicamente il pubblico ufficiale o
l’incaricato di pubblico servizio, così che sorga il pericolo che egli accetti l’offerta o la promessa.
10 Abuso d’ufficio (art. 323 c.p.)
Commette abuso d’ufficio, salvo che il fatto non costituisca più grave reato, il pubblico uffi-
ciale o l’incaricato di pubblico servizio che intenzionalmente procura a sé o ad altri un ingiusto
vantaggio patrimoniale ovvero arreca ad altri un danno ingiusto, purché ciò avvenga:
— nello svolgimento delle funzioni o del servizio;
— in violazione di specifiche regole di condotta espressamente previste dalla legge o da atti
aventi forza di legge e dalle quali non residuino margini di discrezionalità ovvero omettendo
di astenersi in presenza di un interesse proprio o di un prossimo congiunto o negli altri casi
prescritti.
Tale previsione è stata introdotta dal D.L. 16-7-2020, n. 76 (cosiddetto decreto semplificazioni), che ha
sostituito la precedente formulazione dell’articolo, la quale faceva riferimento a norme contenute nei
regolamenti. In tal modo, è stata prevista la punibilità del solo abuso commesso in violazione di regole
di condotta previste dalla legge o da atti aventi forza di legge. Ulteriore novità è data dal fatto che si
attribuisce rilievo alla sola inosservanza di regole di condotta specifiche e espressamente previste dalle
citate fonti primarie, escludendo che l’abuso possa verificarsi anche per violazione di principi generali.
Il delitto in esame è un reato di evento, in quanto si consuma con l’avvenuto conseguimento
dell’ingiusto vantaggio patrimoniale o dell’ingiusto danno.
Interesse tutelato dalla norma incriminatrice in esame è quello al buon andamento e all’im-
parzialità della pubblica amministrazione.
Il delitto di abuso d’ufficio è un reato «proprio», che può essere commesso solo dal pubblico
ufficiale o dall’incaricato di pubblico servizio che agisca nello svolgimento delle sue funzioni; sono
pertanto penalmente irrilevanti gli abusi commessi solo «in occasione» (e non in dipendenza)
dell’esercizio delle funzioni o del servizio, nonché gli abusi della qualità di agente pubblico ovvero
il semplice sfruttamento della qualifica soggettiva e della posizione.
La norma prevede due condotte diverse:
— quella dell’arrecare ad altri un danno ingiusto, che può avere sia carattere patrimoniale che
non patrimoniale. Il danno al quale si riferisce l’art. 323 non deve riguardare necessariamente
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Manuale per le due prove scritte
diritti soggettivi perfetti ma può riguardare anche l’aggressione ingiusta di quella sfera della
personalità che è tutelata da norme costituzionali;
— quella dell’aver procurato, a sé o ad altri, un ingiusto vantaggio, che peraltro deve necessa-
riamente avere carattere di patrimonialità.
L’ingiustizia del vantaggio o del danno devono essere tali in sé, e non come riflesso della
violazione di norme o dell’omessa astensione da parte del pubblico ufficiale.
Più specificamente, affinché sussista il reato non è più sufficiente una condotta semplicemente
abusiva, ma è necessario che questa si caratterizzi per la sussistenza di cause di illegittimità
specificamente indicate dalla norma incriminatrice, e che possono essere costituite da:
— violazione di leggi. Il requisito della violazione di norme di legge può essere integrato anche
solo dall’inosservanza del principio costituzionale di imparzialità della pubblica ammini-
strazione, per la parte in cui esprime il divieto di ingiustificate preferenze o di favoritismi,
che impone al pubblico ufficiale o all’incaricato di pubblico servizio una precisa regola di
comportamento di immediata applicazione (in tal senso, Cass. 13-7-2011, n. 27453).
Le disposizioni prese in considerazione dalla disposizione incriminatrice, inoltre, sono unica-
mente quelle che hanno il regime formale e giuridico delle leggi e non quelle genericamente
contenute in atti a contenuto normativo;
— violazione dell’obbligo di astensione nei casi previsti dalla legge e, comunque, in presenza
di un interesse proprio o di un prossimo congiunto.
Il vizio di eccesso di potere è viceversa escluso dall’ambito di applicazione della norma,
che non contempla, dunque, l’ipotesi di sviamento di potere: anzi, la nuova formulazione
del reato vuole impedire chiaramente al giudice qualsiasi sindacato sulla discrezionalità
amministrativa.
Quanto all’atto del pubblico ufficiale o dell’incaricato di pubblico servizio, che può assumere
rilevanza ai fini della sussistenza del reato, non deve necessariamente trattarsi di un provvedi-
mento amministrativo, potendo invece concretizzarsi anche in una condotta materiale.
Il reato può realizzarsi sia con una condotta commissiva che con una omissiva, quando la
norma di legge o di regolamento contenga un obbligo che il pubblico ufficiale o l’incaricato di
pubblico servizio disattenda.
Quanto all’elemento soggettivo, è sufficiente il dolo generico, dovendosi interpretare l’e-
spressione «intenzionalmente» nel senso di coscienza e volontà sia dell’abuso che dell’ingiusto
vantaggio o danno. A differenza, dunque, della precedente configurazione dell’abuso d’ufficio,
in cui, richiedendosi il dolo specifico non era necessario che l’ingiusto vantaggio o l’ingiusto
danno si fossero realmente verificati, con la nuova figura di abuso una condotta abusiva (con
qualunque delle modalità delineate si realizzi) che non si traduca in un ingiusto vantaggio o in
un danno ingiusto non configura il reato in esame.
La giurisprudenza ha precisato che il dolo intenzionale del delitto di abuso d’ufficio non è escluso dalla
mera compresenza di una finalità pubblicistica nella condotta del pubblico ufficiale, essendo necessario,
per ritenere insussistente l’elemento soggettivo, che il perseguimento del pubblico interesse costituisca il
fine primario dell’agente (Cass. 13-5-2011, n. 18895).
11 Utilizzazione di invenzioni o scoperte conosciute per ragioni
di ufficio (art. 325 c.p.)
Commette il reato in esame il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio il quale
impiega a proprio o altrui profitto invenzioni o scoperte scientifiche o nuove applicazioni industriali,
che egli conosca per ragioni dell’ufficio o del servizio e che debbano rimanere segrete.
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Elementi del delitto previsto dall’art. 325 sono pertanto:
1. la conoscenza per ragione dell’ufficio o del servizio;
2. l’impiego di invenzioni, scoperte scientifiche o nuove applicazioni industriali;
3. la segretezza.
Il bene tutelato dall’art. 325 c.p. è il buon andamento e l’imparzialità della P.A.
Si tratta di un reato proprio, che può essere realizzato solo da chi rivesta la qualifica di
pubblico ufficiale o di incaricato di pubblico servizio.
Il delitto è punito a titolo di dolo specifico, caratterizzato dalla specifica finalità di ricavare
un profitto proprio o altrui, ovvero un vantaggio privato, anche di carattere non patrimoniale.
12 Rivelazione e utilizzazione di segreti d’ufficio (art. 326 c.p.)
La disposizione incriminatrice prevede quattro distinte ipotesi di reato:
1. quella del pubblico ufficiale o dell’incaricato di pubblico servizio che, violando i doveri inerenti
alle funzioni o al servizio, o comunque abusando delle sue qualità, rivela notizie d’ufficio, le
quali debbano rimanere segrete;
2. quella del pubblico ufficiale o dell’incaricato di pubblico servizio che, violando i doveri ine-
renti alle funzioni o al servizio, o comunque abusando delle sue qualità, agevola in qualsiasi
modo la conoscenza di notizie d’ufficio, le quali debbano rimanere segrete (comma 1);
3. quella del pubblico ufficiale o dell’incaricato di pubblico servizio che, per procurare a sé o
ad altri un indebito profitto patrimoniale, si avvale illegittimamente di notizie di ufficio, che
devono rimanere segrete (comma 3);
4. quella del pubblico ufficiale o dell’incaricato di pubblico servizio che, per procurare a sé o ad
altri un ingiusto profitto non patrimoniale o cagionare ad altri un danno ingiusto, si avvale
illegittimamente di notizie di ufficio, che devono rimanere segrete (comma 3).
Il bene tutelato dalla norma, nella parte in cui punisce la rivelazione del segreto d’ufficio,
è il buon funzionamento della pubblica amministrazione, che può essere pregiudicato dalla
rivelazione del segreto d’ufficio.
Quanto all’utilizzazione del segreto di ufficio, invece, il reato mira a garantire la parità di
condizioni tra i cittadini, evitando che l’agente si avvantaggi sugli altri sfruttando le notizie segrete
conosciute per ragioni di ufficio.
Si tratta di un reato proprio che può essere commesso solo dal pubblico ufficiale o dall’in-
caricato di pubblico servizio. È ritenuto configurabile il concorso dell’extraneus, purché questi
lungi dal limitarsi a ricevere la notizia, abbia istigato o indotto il pubblico ufficiale a porre in
essere la rivelazione (in tal senso, Cass.16-2-2011, n. 5842).
Gli elementi del delitto di rivelazione di segreto d’ufficio sono i seguenti:
1. la violazione dei doveri e l’abuso della qualità;
2. le notizie d’ufficio. Non è necessario che le notizie rivelate siano state apprese dal pubblico
ufficiale per ragione del suo ufficio, ma è sufficiente che si tratti di notizie d’ufficio, cioè ap-
partenenti alla competenza di un determinato ufficio, delle quali il funzionario sia venuto a
conoscenza violando i doveri inerenti alla funzione o al servizio, oppure abusando comunque
della propria qualità;
3. la segretezza. Il dovere del segreto deve derivare da una legge, da un regolamento, da una
consuetudine ovvero dalla natura stessa della notizia che può recare danno alla P.A.
Per quanto riguarda gli impiegati civili dello Stato l’obbligo deriva dall’art. 15 del relativo
statuto (come modificato dall’art. 28 della L. 241/1990).
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Il dovere di segretezza in capo al pubblico ufficiale è escluso solo se la notizia sia già divenuta,
per causa a lui non imputabile, notoria;
4. la rivelazione, ossia la manifestazione del segreto a una persona che non abbia diritto di
conoscerla;
5. l’agevolazione, cioè l’attività volta a rendere più facile la conoscenza da parte di estranei.
Quanto invece alla utilizzazione del segreto d’ufficio, gli elementi del reato sono i seguenti:
1. avvalersi di notizie d’ufficio. Il termine «avvalersi» ricomprende tutte le possibili condotte
di sfruttamento o utilizzazione delle conoscenze che il pubblico ufficiale abbia acquisito per
ragioni di ufficio;
2. illegittimità dell'ulilizzazione. Non si tratta di un requisito di particolare significato, in
quanto l’avvalersi di notizie d’ufficio che devono rimanere segrete non può essere altro che
illegittimo.
Va, infine, evidenziato che il pubblico dipendente che segnala all’autorità competente (o denuncia
all’autorità giudiziaria) condotte illecite di cui è venuto a conoscenza in ragione del proprio rapporto di
lavoro non può essere sanzionato o subire ulteriori conseguenze negative sul lavoro. Orbene, nelle ipotesi
di segnalazione o denuncia anzidette, il perseguimento dell’interesse all’integrità delle amministrazioni,
pubbliche e private, nonché alla prevenzione e alla repressione delle malversazioni, costituisce giusta
causa di rivelazione di notizie coperte dall’obbligo di segreto, con l’effetto di escludere la punibilità dei
relativi responsabili, non solo della fattispecie in esame, ma anche dei delitti previsti e puniti dagli artt.
622 e 623 del Codice penale.
13 Rifiuto di atti d’ufficio e omissione (art. 328 c.p.)
Risponde del reato di cui all’art. 328 c.p. il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio
che, indebitamente, rifiuta un atto del suo ufficio che, per ragioni di giustizia o di sicurezza pub-
blica, o di ordine pubblico o di igiene e sanità, deve essere compiuto senza ritardo.
Il delitto è plurioffensivo, nel senso che lede, oltre all’interesse pubblico al buon andamento
e alla trasparenza della pubblica amministrazione, anche quello del privato, leso dall’omissione
o dal ritardo dell’atto amministrativo dovuto.
Si tratta di un reato proprio, che può essere commesso solo dal pubblico ufficiale o dall’in-
caricato di pubblico servizio che abbia competenza a compiere l’atto richiesto.
Nel caso di organo collegiale l’illecito è configurabile, ricorrendone le condizioni, non a
carico di colui che ne ha la rappresentanza esterna, ma dei singoli componenti dello stesso.
Presuppone, pertanto, la richiesta a ciascun componente dell’organo da parte dell’interessato
e la mancata spiegazione, da parte dei singoli, delle ragioni che hanno determinato l’omissione
o il ritardo dell’atto collegiale.
La norma, pertanto, disciplina due diverse condotte:
— il rifiuto di atti d’ufficio (comma 1);
— l’omissione di atti richiesti (comma 2).
Il termine rifiuto denota un’espressa manifestazione di volontà di non compiere l’atto richie-
sto e presuppone, pertanto, una previa richiesta di adempimento. Esso può estrinsecarsi in
qualsiasi forma: può essere scritto, orale, desumersi da comportamenti concludenti e anche dalla
semplice inerzia del pubblico ufficiale, protratta senza giustificazione al di là del termine previsto
dalla legge a pena di decadenza per il compimento di un atto.
Elementi essenziali della condotta criminosa sono:
1. l’atto di ufficio, che deve necessariamente rivestire carattere di indifferibilità e doverosità;
2. le ragioni di giustizia o di sicurezza pubblica, o di ordine pubblico, o di igiene e sanità.
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324/3 • Concorso 1858 Consulenti protezione sociale INPS
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In particolare:
— la ragione di giustizia è quella inerente a una funzione giudiziaria;
— le ragioni di sicurezza pubblica riguardano le funzioni di polizia finalizzate a garantire la
sicurezza dei cittadini e la loro incolumità;
— le ragioni di ordine pubblico sono quelle che riguardano la tutela della tranquillità pubblica
e della pace sociale;
— le ragioni di igiene e sanità sono quelle che riguardano la sanità sia pubblica che privata;
3. l’indebito. È indebita la condotta contraria ai doveri dell’agente, cosicché il reato non sussiste
quando questi abbia l’obbligo, o anche solo la facoltà, di rifiutare il compimento dell’atto.
Presupposto dell’omissione è l’esistenza di un meccanismo di «messa in mora», attraverso
una richiesta scritta dalla cui ricezione decorre un termine di trenta giorni per la risposta. La
condotta consiste, invece, nel mancato compimento dell’atto d’ufficio, in assenza di una risposta
che ne spieghi le ragioni.
È quindi necessario, per l’esistenza del reato, che il destinatario della domanda sia competente
ad attivare, con riferimento alla stessa, un procedimento amministrativo.
La richiesta che determina l’insorgenza dell’obbligo nella P.A. è quella proveniente da un
soggetto che abbia un interesse al compimento dell’atto, riferito ad una specifica situazione
soggettiva sulla quale il provvedimento è destinato a incidere.
I comportamenti indicati dalla norma incriminatrice non ammettono equipollenti e la risposta
richiede la forma scritta.
14 Rifiuto o ritardo di obbedienza commesso da un militare o da
un agente della forza pubblica (art. 329 c.p.)
L’art. 329 c.p. tutela il buon andamento della pubblica amministrazione nella fase di realizza-
zione dei suoi compiti istituzionali che, nel caso di specie, sono quelli di intervento nell’esercizio
delle funzioni di polizia.
Si tratta di un reato proprio che può essere commesso dai militari (delle Forze Armate) e dagli
ufficiali e agenti della forza pubblica.
Agenti della forza pubblica vanno considerati:
— gli agenti della Polizia di Stato;
— i carabinieri;
— gli agenti della Guardia di finanza;
— le guardie forestali;
— i vigili del fuoco;
— le persone equiparate.
Commette il reato in esame il militare o l’agente della forza pubblica il quale rifiuta o ritarda
indebitamente di eseguire una richiesta rivoltagli dall’Autorità competente nelle forme stabilite
dalla legge.
Elementi del reato in esame sono, pertanto:
1. la richiesta, che deve provenire dall’Autorità competente e deve essere fatta nelle forme
stabilite dalla legge, con la conseguenza che il destinatario ha la possibilità di controllare il
rispetto esteriore di tali formalità. Nel caso di ordine manifestamente criminoso, vale a dire
in contrasto con le istituzioni dello Stato, ovvero la cui esecuzione costituisca manifestamente
reato, il militare o l’agente hanno il dovere di non eseguirlo e di informare al più presto i loro
superiori;
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Manuale per le due prove scritte
2. il rifiuto o il ritardo. Per ritardo s’intende l’esecuzione dell’atto fuori dal termine stabilito
o al di là del tempo minimo sufficiente qualora esso debba essere posto in essere immedia-
tamente. Anche l’inerzia pura e semplice, purché univoca, può essere equiparata al rifiuto;
3. l’agire indebitamente. Il rifiuto o il ritardo devono essere illegittimi, ovvero non devono
trovare giustificazione in una norma di legge.
15 Interruzione di un servizio pubblico o di pubblica necessità
(art. 331 c.p.)
Commette il reato in esame colui il quale, esercitando imprese di servizi pubblici o di pubblica
necessità, interrompe il servizio, ovvero sospende il lavoro nei suoi stabilimenti, uffici o aziende,
in modo da turbare la regolarità del servizio.
La norma incriminatrice, pertanto, prevede due condotte delittuose:
— l’interruzione del servizio pubblico o di pubblica necessità;
— la sospensione del lavoro, qualora da ciò derivi la turbativa della regolarità del servizio.
I servizi pubblici sono quelli indicati come tali dalla L. 146/1990, integrata dalla L. 83/2000.
Si considerano, invece, servizi di pubblica necessità quelli dichiarati tali mediante un atto
della pubblica amministrazione (la nozione si desume dall’art. 359 n. 2 c.p., che definisce l’e-
sercente di tali servizi).
Si ha interruzione del servizio quando l’imprenditore lo fa cessare, in tutto o in parte, senza
la necessità di una ristrutturazione della sua impresa.
Si ha sospensione del lavoro quando si verifica una temporanea cessazione dell’attività
lavorativa nell’ambito del servizio. Questa, peraltro, per assumere rilevanza penale, deve de-
terminare l’effetto di turbare la regolarità del servizio.
Il delitto in esame tutela il regolare svolgimento di un servizio pubblico o di pubblica necessità,
nell’interesse della collettività, nei confronti delle condotte poste in essere da colui che quel
servizio svolge in maniera professionale.
Si tratta di un reato proprio che può essere commesso solamente da un imprenditore che
eserciti un pubblico servizio.
16 Sottrazione o danneggiamento di cose sottoposte a sequestro
disposto nel corso di un procedimento penale o dall’Autorità
amministrativa (art. 334 c.p.)
Commette il reato in esame il custode giudiziario, ovvero il proprietario, il quale sottrae,
sopprime, distrugge, disperde o deteriora una cosa sottoposta a sequestro disposto nel corso
di un procedimento penale o dall’autorità amministrativa.
Presupposto della condotta è, pertanto, l’esistenza di un sequestro su una cosa disposto
nel corso di un procedimento penale o dall’autorità amministrativa.
Tale sequestro deve avere a oggetto una cosa, nozione in cui rientrano tutti i beni materiali,
sia mobili che immobili, con l’esclusione dei soli beni immateriali in senso stretto.
La norma in esame tutela il buon andamento e l’imparzialità della pubblica amministrazione.
Il reato è proprio e può essere commesso:
1. dal custode della cosa sottoposta a sequestro nel corso di un procedimento penale o
dall’Autorità amministrativa, vale a dire da colui il quale abbia la responsabilità ex lege della
conservazione dei beni affidatigli;
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Manuale per le due prove scritte
2. dal proprietario della cosa che ne abbia la custodia;
3. dal proprietario della cosa sottoposta a sequestro che non ne abbia la custodia.
Il reato è escluso solo nel caso di inesistenza giuridica del sequestro, a prescindere dalla sua
validità ed efficacia. Con la conseguenza che, nel caso in cui lo stesso sia operato a iniziativa
della polizia giudiziaria, è del tutto irrilevante, ai fini della esistenza del reato, che sia stato o
meno convalidato e che siano inutilmente decorsi i termini della convalida.
È, ad esempio, inesistente il sequestro operato da soggetto sfornito della qualità necessaria
per procedervi, o che abbia ad oggetto cose insequestrabili.
La condotta consiste, alternativamente, nel sottrarre, sopprimere, distruggere, disperdere o
deteriorare il bene sequestrato.
Per sottrazione s’intende il fatto del custode idoneo a eludere il vincolo imposto sul bene
pignorato o sequestrato. Essa presuppone lo spostamento della cosa dal luogo in cui si trova.
Non è sufficiente a integrare la sottrazione la vendita del bene, ove lo stesso sia rimasto sotto
la vigilanza del custode.
Nel caso di beni immobili, peraltro, per i quali è difficilmente configurabile uno spostamento
da un luogo all’altro, costituiranno atti idonei a determinarne la sottrazione quelli che hanno
per effetto il mutamento del regime giuridico al quale il bene è sottoposto in forza del provve-
dimento cautelare.
La distruzione, la dispersione, il deterioramento costituiscono forme di danneggiamento.
L’uso della cosa sequestrata, invece, rientra nella previsione normativa, quando da esso
consegua il deterioramento della cosa.
17 Violazione colposa di doveri inerenti alla custodia di cose sot-
toposte a sequestro (art. 335 c.p.)
Commette il reato in esame il custode (anche eventualmente proprietario) di una cosa sotto-
posta a sequestro disposto nel corso di un procedimento penale o dall’Autorità amministrativa
che, per colpa, ne cagiona la distruzione o la dispersione, ovvero ne agevola la sottrazione o la
soppressione.
L’art. 335 c.p. punisce una forma colposa di realizzazione del reato di sottrazione o danneg-
giamento di cose sottoposte a sequestro, con il quale, in conseguenza, coincide per la maggior
parte dei punti, ad esclusione di quelli che saranno in prosieguo posti in evidenza.
A differenza che nell’ipotesi di cui all’art. 334 c.p., il soggetto attivo non può essere costituito
dal proprietario che non sia anche custode della cosa.
A differenza dell’art. 334 c.p., la norma non include, tra le condotte incriminate, il deterio-
ramento.
Le ipotesi prese in considerazione sono, pertanto, due:
1. la distruzione o la dispersione, per colpa, di una cosa sottoposta a sequestro nel corso di
un procedimento penale o dall’autorità amministrativa da parte del custode;
2. l’agevolazione colposa del custode alla sottrazione o alla dispersione della cosa da parte
di altri.
Anche la distruzione o dispersione della cosa, colposamente agevolate dal custode, rientrano
nella previsione incriminatrice.
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Manuale per le due prove scritte
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I delitti dei privati contro
la pubblica amministrazione (artt. 336-356 c.p.)
1 Violenza o minaccia a un pubblico ufficiale (art. 336 c.p.)
L’art. 336 c.p. punisce chiunque usa violenza o minaccia a un pubblico ufficiale, o ad un inca-
ricato di pubblico servizio, per costringerlo a realizzare un atto contrario ai propri doveri d’ufficio
o a omettere un atto dell’ufficio o del servizio.
Il reato in esame è plurioffensivo, in quanto lede tanto l’interesse dello Stato al normale fun-
zionamento e al prestigio della pubblica amministrazione, quanto la libertà morale e l’incolumità
fisica della persona che la rappresenta.
Soggetto passivo del reato può essere sia un pubblico ufficiale che un incaricato di pubblico
servizio. Non può esserlo un esercente un servizio di pubblica necessità, nei cui confronti possono
ipotizzarsi altre ipotesi di reato quali, ad esempio, la violenza privata (art. 610 c.p.).
La qualità di incaricato di pubblico servizio compete, fra gli altri:
— alle guardie giurate, allorché svolgano attività complementare a quella istituzionale di vigi-
lanza e custodia delle proprietà immobiliari e mobiliari;
— al privato che procede ad arresto in flagranza (art. 383 c.p.p.);
— al soggetto chiamato a testimoniare davanti all’autorità giudiziaria;
— all’agente della SIAE.
La condotta consiste nell’usare violenza o minaccia ad un pubblico ufficiale o ad un inca-
ricato di pubblico servizio per costringerlo:
— a fare un atto contrario ai propri doveri o a omettere un atto dell’ufficio o del servizio.
Per atto contrario ai doveri di ufficio s’intende quello che sia in qualsiasi modo in contrasto
con norme giuridiche o istruzioni di servizio, nonché con il buon uso del potere discrezionale.
Se l’atto richiesto integra gli estremi di un reato, trova applicazione non l’art. 336, ma l’art.
611 c.p.
L’omissione di un atto di ufficio o del servizio comprende tutti gli atti che il pubblico ufficiale
e l’incaricato di pubblico servizio sono legittimati a compiere nella loro competenza, sia
specifica che generale;
— a compiere un atto del proprio ufficio o servizio, o per influire comunque su di lui.
La prima ipotesi ricorre sia quando si mira ad ottenere il compimento di un atto che il pubblico
ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio rifiutano senza motivo di compiere, sia quando si punta
ad anticipare l’esecuzione di un atto che il pubblico ufficiale avrebbe in altro momento compiuto.
Quanto alla seconda, è pacifico che l’influenza sull’agente pubblico deve comunque mirare
all’ottenimento di un atto d’ufficio e, pertanto, essa finisce per coincidere con la prima.
La condotta deve esplicarsi in uno dei seguenti comportamenti, necessariamente commissivi:
— la violenza;
— la minaccia.
La minaccia può integrare il reato in esame anche quando indeterminata (ad es., si minaccia
di adoperare i propri poteri di amministratore comunale per colpire una persona).
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Manuale per le due prove scritte
Si ritiene illecita anche la cd. minaccia indiretta, che prescinde dalla manifesta esplicazione
di una forza aggressiva, ma che viene comunque percepita come tale dal pubblico ufficiale, cir-
coscrivendo la sua libertà d’azione. Nemmeno è necessario che la minaccia debba riguardare il
pubblico ufficiale. Anche la minaccia di autolesionismo (ad es. di suicidio) può integrare il reato
in quanto idonea ad influire sulla libertà d’azione dell’agente pubblico. Si esclude, per conver-
so, che assuma rilievo la reazione genericamente minatoria del privato, mera espressione di
sentimenti ostili non accompagnati dalla specifica prospettazione di un danno ingiusto, che sia
sufficientemente concreta da risultare idonea a turbare il pubblico ufficiale nell’assolvimento
dei suoi compiti istituzionali (Cass. 18-2-2011, n. 6164).
2 Resistenza a un pubblico ufficiale (art. 337 c.p.)
Commette il reato di resistenza a un pubblico ufficiale chi usa violenza o minaccia per opporsi
ad un pubblico ufficiale o ad un incaricato di un pubblico servizio, mentre compie un atto di ufficio
o di servizio. Tale reato si realizza anche quando la resistenza, la violenza o la minaccia sono
dirette verso coloro che prestano assistenza al pubblico ufficiale o all’incaricato di pubblico servizio.
La norma in esame tutela la libertà d’azione della pubblica amministrazione nella fase di esecuzione
delle decisioni liberamente adottate, oltre la libertà morale e l’incolumità fisica del pubblico ufficiale o
dell’incaricato di un pubblico servizio che agisca per essa. Si tratta, pertanto, di un reato plurioffensivo.
Soggetto passivo del reato può essere un pubblico ufficiale, un incaricato di un pubblico
servizio ovvero chiunque, da questi richiesto, presti loro assistenza.
Non rientrano tra i soggetti passivi gli esercenti un servizio di pubblica necessità.
Rientrano, dunque tra i soggetti passivi tutelati dalla disposizione incriminatrice:
— gli appartenenti alla polizia di Stato, anche oltre l’orario di servizio, dato che essi devono
svolgere i compiti di prevenzione e repressione dei reati senza limiti temporali;
— l’agente venatorio;
— il privato cittadino che proceda all’arresto di altri nei casi in cui tale facoltà gli è riconosciuta
dall’art. 383 c.p.p.
La violenza o la minaccia possono essere esercitate con qualunque mezzo, purché idoneo
a impedire o, comunque, turbare l’attività del pubblico ufficiale.
Non è necessario che la violenza o la minaccia siano esercitate direttamente nei confronti
del pubblico ufficiale, ben potendo dirigersi nei confronti di una persona diversa o addirittura
su cose, purché siano idonee a turbare o ad ostacolare l’attività funzionale del soggetto passivo.
3 Occultamento, custodia o alterazione di mezzi di trasporto (art.
337bis c.p.)
Ai sensi dell’art. 337bis, è punito chiunque occulta o custodisce mezzi di trasporto di qualsiasi
tipo che, rispetto alle caratteristiche omologate, presentano alterazioni o modifiche o predispo-
sizioni tecniche tali da costituire pericolo per l’incolumità fisica degli operatori di polizia.
Il medesimo rilievo penale riveste l’alterazione di mezzi di trasporto, realizzata attraverso
modifiche o predisposizioni tecniche dei mezzi stessi, tali da costituire pericolo per l’incolumità
fisica degli operatori di polizia.
Il fine della norma sta nell’esigenza di realizzare un’efficace difesa contro coloro che si av-
valgano di mezzi di trasporto corazzati capaci di travolgere posti di blocco delle forze di polizia.
Ove la fattispecie sia posta in essere da chi è titolare di concessione, autorizzazione, licenza
o di altro titolo abilitante l’attività, alla condanna consegue, quale pena accessoria, la revoca
del titolo che legittima la medesima attività.
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Manuale per le due prove scritte
4 Violenza o minaccia ad un Corpo politico, amministrativo o
giudiziario o ai suoi singoli componenti (art. 338 c.p.)
L’art. 338 c.p. punisce chiunque:
— usa violenza o minaccia ad un Corpo politico, amministrativo o giudiziario, ai singoli com-
ponenti o ad una rappresentanza di esso, o ad una qualsiasi pubblica Autorità costituita in
collegio, o ai suoi singoli componenti, per impedirne o turbarne, in tutto o in parte, anche
temporaneamente, l’attività;
— commette il fatto per ottenere, ostacolare o impedire il rilascio o l’adozione di un qualsiasi
provvedimento, anche legislativo, ovvero a causa dell’avvenuto rilascio o adozione dello stesso;
— commette il fatto per influire sulle deliberazioni collegiali di imprese che esercitano servizi
pubblici o di pubblica necessità, qualora tali deliberazioni abbiano per oggetto l’organizza-
zione o l’esecuzione dei servizi.
La norma mira a garantire il normale funzionamento degli organi pubblici o degli enti di
interesse pubblico contro qualunque perturbazione violenta o minacciosa.
Soggetti passivi del delitto sono:
— i Corpi politici, cioè quelli che esercitano una funzione preminentemente politica, come ad
esempio i seggi elettorali o le commissioni degli uffici elettorali; ne sono, tuttavia, esclusi il
Governo, il Senato, la Camera dei Deputati e le Assemblee regionali, gli attentati ai quali sono
previsti e puniti autonomamente dall’art. 289 c.p.;
— i Corpi amministrativi, ossia tutti gli organi collettivi che svolgono funzioni prevalentemente
amministrative (Consiglio di Stato, Corte dei conti, Consigli comunali e provinciali);
— i Corpi giudiziari, cioè tutti i collegi investiti di giurisdizione;
— le rappresentanze di Corpi, ossia le collettività formate da elementi che appartengano ai
Corpi e che hanno funzione di iniziativa, cerimonia, ed in genere alle quali sia demandato
l’esercizio di tutti o di alcuni poteri spettanti ai Corpi stessi;
— le Autorità costituite in collegio, cioè gli uffici che esercitano una pubblica funzione colletti-
vamente (es. il Senato accademico di una università);
— le imprese esercenti un servizio di pubblica necessità, ossia quelle che adempiono un servizio
dichiarato tale mediante un atto della pubblica amministrazione.
La fattispecie è stata oggetto di correttivi ad opera della L. 3-7-2017, n. 105. Per comprenderne
il senso, deve aversi riguardo alla nozione di «Corpo» (politico, amministrativo o giudiziario), da
intendersi come autorità collegiale che eserciti una delle indicate funzioni, in modo da esprimere
una volontà unica tradotta in atti che siano riferibili al collegio e non ai singoli componenti che
alla formazione di tale volontà concorrono. Alla luce di tale nozione, dunque, appariva evidente
come il ricorso all’art. 338 per contestare le intimidazioni ai singoli amministratori locali risultasse
inadeguato quando il soggetto leso non fosse il corpo nella sua interezza o qualora il singolo
destinatario non avesse poteri di rappresentanza.
La L. 105/2017 ha modificato l’art. 338 c.p. adattandone, anzitutto, il contenuto del primo
comma alle esigenze di tutela degli amministratori locali mediante il riferimento anche ai sin-
goli componenti del corpo politico, amministrativo o giudiziario (o di una qualsiasi pubblica
autorità costituita in collegio).
Altra novità riguarda l’introduzione di un inedito secondo comma, attraverso cui si sanzionano
atti intimidatori che hanno in comune l’obiettivo di piegare la volontà dell’amministratore. La
condotta violenta o minacciosa può precedere il provvedimento, anche legislativo, favorevole,
o essere diretta a ostacolare o impedire l’emissione di un provvedimento, anche legislativo,
sfavorevole, ma anche seguire l’adozione dei suddetti provvedimenti, a titolo ritorsivo.
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Il riferimento del nuovo comma all’emissione di provvedimenti anche legislativi appare
volto alla tutela dei consiglieri regionali e dei parlamentari nazionali dagli atti intimidatori.
A complemento dei correttivi anzidetti, il medesimo provvedimento di modifica ha introdotto l’art.
339bis del Codice penale. La norma si traduce in una circostanza aggravante a effetto speciale (si prevede
un incremento di pena da un terzo alla metà) connessa alla realizzazione di alcuni specifici delitti (le lesioni
personali, la violenza privata, la minaccia ed il danneggiamento) in danno di componenti (anche singoli) di
un corpo politico, amministrativo o giudiziario, quando tali delitti si traducano in atti intimidatori ritorsivi
commessi a causa del compimento di un atto realizzato nell’adempimento del mandato, delle funzioni o
del servizio (sempre che il fatto non costituisca più grave reato).
5 Interruzione di un ufficio o servizio pubblico o di un servizio di
pubblica necessità (art. 340 c.p.)
Commette il reato di cui all’art. 340 chiunque, fuori dai casi previsti da particolari disposi-
zioni di legge, cagiona un’interruzione o turba la regolarità di un ufficio o servizio pubblico o di
pubblica necessità.
Dunque, l’articolo in esame prevede, alternativamente, due condotte tipiche:
1. il cagionare un’interruzione di un ufficio o servizio pubblico o di un servizio di pubblica necessità.
Per interruzione s’intende la mancata prestazione del servizio, in via definitiva o temporanea;
2. il turbare la regolarità dello stesso. Per turbamento s’intende quella alterazione del regolare
funzionamento del servizio che, pur senza comportare la cessazione dell’attività, pregiudica in
maniera apprezzabile il conseguimento dei fini che la pubblica amministrazione si propone.
L’interruzione e il turbamento devono riferirsi all’intero servizio e non a singole fasi dello
stesso, a meno che l’alterazione della fase non finisca per incidere sull’intero servizio.
Pertanto, il reato non sussiste nel caso in cui l’allontanamento dal posto di lavoro di un sog-
getto abbia determinato un ritardo nella fase di scarico della raccolta dei rifiuti, non incidendo
la condotta sull’intero servizio.
La norma in esame ha carattere sussidiario essendo applicabile soltanto quando il fatto non
è punito da altre disposizioni di legge, come avviene nell’ipotesi in cui esso integra gli estremi
dei delitti di cui agli artt. 336 o 337 c.p.
L’art. 340 c.p. tutela il buon andamento della pubblica amministrazione contro fatti che com-
promettono la regolarità e la continuità del funzionamento di un ufficio o di un servizio pubblico
o di pubblica necessità.
Il reato in esame è un reato comune che può essere commesso da chiunque, anche da pub-
blici ufficiali o da un dipendente pubblico o della stessa ditta che esercita il servizio.
Anche una condotta omissiva può dar luogo al reato, se e in quanto sussista un obbligo
giuridico di impedire l’interruzione o il turbamento della regolarità della funzione o del servizio.
La condotta omissiva può ravvisarsi solo a carico dei soggetti interni all’amministrazione o
all’impresa che gestisce il servizio.
Così, ad esempio, il reato è stato ravvisato nella condotta di un medico dipendente di una USL prov-
visoriamente incaricato del servizio di convenzione per medicina generale che, assentatosi dal lavoro,
aveva omesso di farsi sostituire e di dare avviso alla stessa USL di non essere riuscito a trovare un sostituto.
Non commette, invece, il reato il proprietario che interrompendo il funzionamento di un’autoclave,
riduce l’erogazione dell’acqua negli appartamenti locati, in quanto non è ravvisabile a suo carico alcun
obbligo di porre il proprio impianto a disposizione degli inquilini.
Il terzo comma dell’art. 340 c.p. dispone un incremento sanzionatorio a carico di capi, pro-
motori o organizzatori. Per parte della dottrina tale previsione configura una circostanza aggra-
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vante dell’ipotesi-base di cui al primo comma, mentre taluni ritengono che si tratti di autonoma
fattispecie di reato.
Si segnala, infine, che la previsione rientra fra quelle fatte oggetto di correttivi ad opera del
D.L. 14-6-2019, n. 53, conv. con modif. in L. 8-8-2019, n. 77 (noto come «Decreto sicurezza-bis»),
nello specifico, consistiti nella creazione di un’inedita ipotesi aggravata ad effetto speciale (pro-
ducendo un raddoppio della risposta sanzionatoria), per il caso in cui il fatto sia commesso nel
corso di manifestazioni in luogo pubblico o aperto al pubblico.
Il correttivo, coerente con uno degli indirizzi politico-criminali fatti propri dal provvedimento d’urgenza
del 2019 è diretto a prevenire e reprimere le degenerazioni violente delle pubbliche manifestazioni di dissen-
so, dannose, minacciose o comunque lesive di diritti appartenenti a soggetti anche estranei alla contesa
ideologica (si vedano, in proposito, gli analoghi correttivi concernenti i delitti di «danneggiamento», ex art.
635 c.p., nonché «devastazione e saccheggio», ai sensi dell’art. 419 c.p.).
6 La reintroduzione dell’oltraggio a pubblico ufficiale (art. 341bis c.p.)
Soppresso dalla L. 205/1999, in occasione della predisposizione di una delega per un’ampia
depenalizzazione di reati minori, l’oltraggio a pubblico ufficiale è stato reintrodotto dalla L. 15-
7-2009, n. 94 (nota come «Nuovo pacchetto sicurezza»).
Il neointrodotto art. 341bis sanziona penalmente chiunque, in luogo pubblico o aperto al
pubblico e in presenza di più persone, offende l’onore e il prestigio di un pubblico ufficiale men-
tre compie un atto d’ufficio e a causa o nell’esercizio delle sue funzioni e, in tal caso, la pena è la
reclusione da 6 mesi a 3 anni.
La condotta consiste, dunque, nell’offesa (la quale può manifestarsi in qualsiasi modo, anche con atti o
in forma gestuale) all’onore (da intendersi in senso oggettivo, come il complesso delle qualità morali di una
persona) ed al prestigio (inteso quale particolare forma di decoro determinata dalla posizione del soggetto
passivo) del pubblico ufficiale, in presenza di più persone (in precedenza tale situazione determinava un aggravio
sanzionatorio), oltre che in luogo pubblico o aperto al pubblico. Anche nella nuova formulazione della fatti-
specie, inoltre, è richiesta la presenza di una relazione causale o temporale tra l’offesa e la qualifica funzionale.
Come nella previgente formulazione, la fattispecie è aggravata se l’offesa consiste nell’attri-
buzione di un fatto determinato. Tuttavia, a differenza che in precedenza, se la verità del fatto è
provata o se per esso l’ufficiale a cui il fatto è attribuito è condannato dopo l’attribuzione del
fatto medesimo, l’autore dell’offesa non è punibile. La norma prevede, inoltre, una causa di
estinzione del reato per il caso in cui l’imputato, prima del giudizio, abbia riparato interamente
il danno, mediante risarcimento sia nei confronti della persona offesa sia nei confronti dell’ente
di appartenenza della medesima.
7 Oltraggio ad un Corpo politico, amministrativo o giudiziario
(art. 342 c.p.)
L’art. 342 c.p. punisce chiunque offende l’onore o il prestigio di un Corpo politico, amministrativo
o giudiziario o di una sua rappresentanza, o di una pubblica Autorità costituita in collegio, al cospetto
del Corpo, della rappresentanza o del collegio. L’offesa verbale è parificata a quella che si realizza
mediante comunicazione telegrafica o con scritti o disegni, diretti al Corpo, alla rappresentanza o
al collegio, a causa delle sue funzioni.
Si tratta del cd. oltraggio corporativo, perché la P.A. risulta offesa nella personalità di un
ente collegiale piuttosto che di un pubblico funzionario.
Nel caso di offesa verbale questa deve essere arrecata al cospetto dell’organo collegiale e
deve essere tale da poter essere percepita immediatamente dallo stesso.
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L’espressione «cospetto» si differenzia da quella di «presenza», giacché quest’ultima prescin-
de dal contatto fisico o anche semplicemente visivo, richiedendo unicamente la dislocazione del
soggetto attivo e del soggetto passivo in un ambito spaziale tale da consentire a quest’ultimo di
percepire l’espressione oltraggiosa; la prima, invece, presuppone la contemporanea presenza
nel medesimo luogo, fronte a fronte, dell’autore del reato e del Corpo politico, amministrativo
o giudiziario, ovvero della sua rappresentanza.
L’organo, inoltre, deve essere in riunione, il che significa che, se anche non è richiesta la
presenza contemporanea di tutti i componenti, questi devono essere comunque in numero tale
da consentirne il funzionamento.
8 Oltraggio ad un magistrato in udienza (art. 343 c.p.)
Commette il reato chi offende l’onore o il prestigio di un magistrato in udienza.
L’interesse tutelato è quello di garantire il prestigio e il rispetto della funzione giudiziaria.
Si tratta di un reato comune che può essere commesso da chiunque.
Per magistrato deve intendersi qualsiasi persona che eserciti, come organo monocratico o
come componente di un organo collegiale, una funzione giurisdizionale. Sono pertanto tutelati
dalla norma in esame sia i giudici che i pubblici ministeri.
Quanto alla nozione di udienza, s’intende con tale termine qualunque seduta sia destinata
allo svolgimento delle attività del magistrato, a prescindere dal tipo di fase processuale. Anche
il pubblico ministero, pertanto, viene considerato in udienza quando esamina un teste nella
fase delle indagini preliminari.
9 Traffico di influenze illecite (art. 346bis c.p.)
Commette il reato di traffico di influenze illecite colui il quale, fuori dei casi di concorso nei reati
di cui agli artt. 319 e 319ter c.p. (corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio e corruzione in
atti giudiziari), sfruttando relazioni esistenti con un pubblico ufficiale o con un incaricato di pubblico
servizio, indebitamente fa dare o promettere, a sé o ad altri, denaro o altro vantaggio patrimoniale:
— come prezzo della propria mediazione illecita verso il pubblico ufficiale o l’incaricato di un
pubblico servizio;
— come remunerazione per il compimento di un atto contrario ai doveri d’ufficio o per l’omis-
sione o il ritardo di un atto del suo ufficio.
Il delitto, in precedenza, costituiva una forma speciale del reato di millantato credito (art. 346
c.p.), il quale sanzionava la condotta di chi, millantando credito presso un pubblico ufficiale o presso
un pubblico impiegato che presti un pubblico servizio, riceveva o faceva dare o promettere, a sé o ad
altri, denaro o altra utilità, come prezzo della propria mediazione verso il pubblico ufficiale o impiegato.
Successivamente, la L. 3/2019 (cd. Legge spazza corrotti) ha abrogato l’art. 346 c.p. e ha
modificato l’art. 346bis c.p., riassorbendo in quest’ultimo le condotte di millantato credito. Lo
scopo principale del recente intervento normativo è stato quello di includere, tra le condotte
penalmente rilevanti ai sensi della citata disposizione, quella di chi offre o promette il vantaggio
al millantatore. Ciò è avvenuto anche allo scopo di conformare fedelmente la normativa interna
a quella sovranazionale, che impone la punibilità di entrambi i soggetti (senza distinguere tra
mediazione veritiera e mendace, come accadeva nella precedente formulazione della norma).
Le altre novità che caratterizzano la nuova formulazione dell’art. 346bis c.p. riguardano:
— l’esclusione dell’ambito di applicazione della norma delle condotte a configurare non solo
i reati di corruzione propria (art. 319 c.p.), ma anche di quelli di corruzione impropria (art.
318 c.p.), nonché i reati previsti dall’art. 322bis c.p.;
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Manuale per le due prove scritte
— la punibilità non solo dell’indebita dazione o promessa di danaro o altra utilità, ma anche
della mediazione volta a asservire il pubblico agente o a remunerarlo per un atto contrario
ai doveri d’ufficio;
— la previsione, quale contropartita degli accordi illeciti, non solo della prestazione patrimoniale
(denaro o altro vantaggio patrimoniale), ma anche di qualunque altra utilità.
10 Usurpazione di funzioni pubbliche (art. 347 c.p.)
Commette il reato di usurpazione di funzioni pubbliche:
— chiunque usurpa una funzione pubblica o le attribuzioni inerenti a un pubblico impiego;
— il pubblico ufficiale o impiegato il quale, avendo ricevuto partecipazione del provvedimento
che fa cessare o sospendere le sue funzioni o le sue attribuzioni, continua a esercitarle.
Affinché il reato sussista non è sufficiente che l’agente si attribuisca la qualifica di pubblico
ufficiale o impiegato, essendo indispensabile il concreto esercizio della funzione, attraverso azioni
alla stessa direttamente riconducibili.
Lo scopo della norma è quello di garantire il regolare funzionamento della pubblica ammini-
strazione contro intrusioni nella sfera funzionale riservata agli organi pubblici in generale (primo
comma: usurpazione da parte di privati) o a determinati organi pubblici (secondo comma:
usurpazione da parte di pubblici ufficiali o impiegati).
Il reato in esame si caratterizza come reato comune; esso, infatti, può essere commesso:
a) da chiunque (comma 1). Pertanto, l’usurpazione può essere realizzata non solo dal privato,
ma anche dal pubblico ufficiale che si arroghi funzioni che non gli spettano e in relazione
alle quali sia assolutamente incompetente;
b) dal pubblico ufficiale o impiegato che sia cessato dalle sue funzioni o attribuzioni, ma che
continua ad esercitarle dopo aver conosciuto il provvedimento che le fa cessare o le sospende
(comma 2).
Proprio il fatto che l’art. 347 non richiede alcuna qualità specifica nel soggetto attivo, ma
anzi impone che questa sia cessata, conferma la natura del reato come comune e non proprio.
Oggetto materiale del reato sono, pertanto:
1) una funzione pubblica. Rientrano in tale nozione quei servizi che implicano, anche non con-
giuntamente:
— lo svolgimento di mansioni di particolare importanza, come la direzione dell’ufficio, la
formazione della sua volontà, la rappresentanza dello stesso nei confronti dei terzi;
— poteri di coazione;
— poteri di certificazione.
Non è, invece, indispensabile l’esistenza di un rapporto di impiego con lo Stato;
2) le attribuzioni inerenti a un pubblico impiego. Queste ultime presuppongono necessariamente:
— un rapporto di impiego con lo Stato o un altro ente pubblico italiano;
— lo svolgimento di «attribuzioni», vale a dire di mansioni non puramente manuali o ricon-
ducibili a quelle degli impiegati d’ordine.
La condotta, vale a dire l’esercizio delle funzioni o delle attribuzioni, deve essere carat-
terizzata dal requisito dell’arbitrarietà, implicito nella stessa nozione di usurpazione.
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Manuale per le due prove scritte
11 Esercizio abusivo di una professione (art. 348 c.p.)
Ai sensi dell’art. 348 c.p. risponde penalmente chiunque abusivamente esercita una professione
per la quale è richiesta una speciale abilitazione dello Stato.
La disposizione dell’art. 348 c.p. ha natura di norma penale in bianco, in quanto presuppone l’esistenza
di norme giuridiche speciali che vietino l’esercizio di determinate professioni senza una speciale abilita-
zione dello Stato.
Quanto all’esercizio della professione, in relazione al numero di atti da porre in essere per
la configurabilità del reato, sussistono due orientamenti interpretativi:
— in base al primo (più risalente) il delitto avrebbe natura istantanea, non esigendo un’attività
continuativa o organizzata ma perfezionandosi con il compimento anche di un solo atto
tipico o proprio della professione abusivamente esercitata;
— il secondo, invece, afferma che il delitto presupporrebbe una condotta connotata da ripeti-
tività, continuità o, comunque, dalla pluralità degli atti tipici.
In relazione alla tipologia degli atti posti in essere, le Sezioni Unite della Cassazione (sent.
11545/2011) hanno ritenuto configurabile il reato anche nel compimento senza titolo di atti
che, pur non attribuiti singolarmente in via esclusiva a una determinata professione, siano uni-
vocamente individuati come di competenza specifica di essa, allorché lo stesso compimento si
estrinsechi attraverso modalità tali, per continuatività, onerosità e organizzazione, da creare, in
assenza di chiare indicazioni diverse, le oggettive apparenze di un’attività professionale svolta
da soggetto regolarmente abilitato. Peraltro, la reiterazione degli atti tipici dà luogo ad un unico
reato se lo scopo perseguito dall’agente è quello dell’esercizio di una determinata professione,
dovendosi, invece, ravvisare una pluralità di reati in presenza di molteplici professioni esercitate.
Taluni ritengono configurabile il reato anche nel caso in cui, pur conseguita l’abilitazione statale,
non sussista iscrizione nel relativo Albo professionale.
Non esclude la configurabilità del reato in oggetto l’eventuale consenso prestato dal destinatario della pre-
stazione abusiva, in quanto l’interesse leso, essendo di carattere pubblico, resta indisponibile (Cass. 8-1-2003,
n. 49). È abusivo l’esercizio della professione sia quando avviene senza che sia stata mai ottenuta la relativa
abilitazione, sia quando il soggetto sia decaduto da essa o ne sia stato sospeso (Cass. 24-5-2007, n. 20439).
La norma è stata oggetto di riscrittura ad opera della L. 3/2018, recante un’ampia delega
al Governo per il riassetto e la riforma delle disposizioni vigenti in materia di sperimentazione
clinica dei medicinali per uso umano, oltre a disposizioni immediatamente precettive per il
riordino delle professioni sanitarie e per la dirigenza sanitaria del Ministero della salute.
Per effetto, dunque, dell’inedito secondo comma della previsione, si è disposto, come antici-
pato, che l’eventuale condanna per il reato in esame comporti «la pubblicazione della sentenza
e la confisca delle cose che servirono o furono destinate a commettere il reato».
La pubblicazione della sentenza di condanna rappresenta una misura con valenza sanzio-
natoria, ma anche preventiva, consentendo al pubblico di venire a conoscenza di episodi dai
quali «mettersi in guardia», oltre che una misura di sicurezza patrimoniale come la confisca delle
cose che servirono (trattasi di quelle impiegate nella esplicazione dell’attività punibile) o furono
destinate (strumenti predisposti ma non utilizzati di fatto) a commettere il reato.
Ulteriore elemento di novità disciplinare è costituito, infine, dalla previsione di una ipotesi
aggravata ad effetto speciale, a carico del concorrente abilitato. Si sanziona, in particolare:
— il professionista che ha determinato altri a commettere il reato.
Tecnicamente è determinatore colui che fa nascere nell’autore del reato un proposito criminoso prima
inesistente (nel nostro caso il concorrente abilitato determina un non abilitato alla commissione del
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reato, evidentemente per un tornaconto personale, pur se alcun rilievo rivestono le finalità perseguite
dall’abilitato per la rilevanza dell’ipotesi aggravata). Si noti che l’espressione «determinare altri a
commettere il reato» è adoperata, nel codice penale, nell’ambito di alcune circostanze aggravanti
generali (di cui agli artt. 111 e 112 del Codice penale), con riferimento, tuttavia, a categorie specifiche
di soggetti (quali, per esempio, le persone soggette ad altrui autorità, direzione o vigilanza o i minori
di età), mentre in tale ipotesi la previsione ha carattere generale;
— il professionista che ha diretto l’attività delle persone che sono concorse nel reato.
Viene, per tal via, sanzionata l’attività del professionista abilitato che si avvalga dell’opera di soggetti privi
di pubblica abilitazione, con ruolo meramente direttivo (dirigente è colui che, pur senza aver svolto alcuna
attività di promozione o di organizzazione nel reato, ha assunto un ruolo di guida, rispetto ai concorrenti
entrati in azione). Prima di tale correttivo, ad avviso della costante giurisprudenza, il professionista abili-
tato che avesse consentito o agevolato lo svolgimento di attività professionale da parte di soggetto non
autorizzato era considerato concorrente nel reato. Per effetto della modifica, al professionista si riserva
una sanzione inasprita rispetto al concorrente non abilitato. Inoltre, la novella individua una circostanza
aggravante nella «direzione» delle persone, mentre per le ipotesi di promozione e organizzazione dei
concorrenti trova applicazione l’aggravante generale di cui all’art. 112 del codice penale.
12 Violazione di sigilli (art. 349 c.p.)
L’art. 349 c.p. punisce chiunque viola i sigilli apposti, per disposizione della legge o per ordine
dell’Autorità, al fine di assicurare la conservazione o l’identità di una cosa.
La norma incriminatrice tutela l’interesse della pubblica amministrazione alla conservazione
e all’identità della cosa sottoposta a sequestro.
Il reato è comune e, pertanto, può essere commesso da chiunque, anche dalla stessa persona
che ha apposto il sigillo quando lo rimuova senza autorizzazione.
Per aversi il reato, peraltro, tenendo conto dello scopo della norma, che è quello di garantire l’assi-
curazione della cosa, non è necessaria la distruzione, la rimozione o la sottrazione dei sigilli, bastando
qualunque comportamento teso a eludere il vincolo di immodificabilità imposto con il sequestro.
Il reato di violazione di sigilli è configurabile anche nel caso in cui i sigilli siano stati apposti esclusivamente
per impedire l’uso illegittimo della cosa, perchè questa finalità deve ritenersi compresa in quella, menzionata
nell’art. 349 c.p., di assicurare la conservazione o la identità della cosa (Cass. Sez Un. 10-2-2010, n. 5385).
Per sigillo s’intende qualsiasi dispositivo, anche simbolico, applicato dalla pubblica autorità
su una cosa allo scopo di garantirne la conservazione e l’identità (non solo, pertanto, bolli o
timbri applicati su ceralacca o piombo, ma anche strisce di carta incollata recanti la firma dei
pubblici ufficiali procedenti e, in genere, qualsiasi segno esteriore attraverso il quale possa essere
manifestata la volontà dello Stato di garantire la cosa contro ogni atto di disposizione o mano-
missione da parte di persone non autorizzate). Non è nemmeno necessario che esso sia apposto
sulla cosa, potendo bastare qualsiasi mezzo che riveli la volontà dello Stato (es. un cartello che
indichi l’avvenuto sequestro, la nomina del custode, il divieto d’accesso e le relative sanzioni).
Anche con riferimento a tale ampia nozione di sigillo, peraltro, la materiale apposizione
dello stesso non è necessaria nei confronti delle persone che comunque siano a conoscenza
dell’avvenuto sequestro, e il reato si perfeziona mediante qualsiasi condotta atta ad eludere
il vincolo esistente sul bene.
La norma riguarda unicamente i sigilli apposti per disposizione di legge o per ordine
dell’Autorità.
Non è sufficiente che essi siano stati apposti da un pubblico ufficiale, ma è necessario che
lo siano stati per disposizione di legge (o di un atto regolamentare) o per ordine dell’Autorità
competente.
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Manuale per le due prove scritte
Tra le autorità competenti alla apposizione dei sigilli vi è sicuramente la polizia giudiziaria,
quando procede ad autonomo sequestro.
L’eventuale vizio di legittimità del provvedimento di apposizione dei sigilli, o la sopravvenuta
inefficacia del sequestro, anche per mancata convalida dello stesso, non escludono il reato.
13 Violazione della pubblica custodia di cose (art. 351 c.p.)
L’art. 351 c.p. punisce in via sussidiaria chi sottrae, sopprime, distrugge, disperde o deteriora
corpi di reato, atti, documenti, ovvero un’altra cosa mobile particolarmente custodita in un pubblico
ufficio, o presso un pubblico ufficiale o un impiegato che presti un pubblico servizio.
Per dar luogo al reato il fatto deve essere illegittimo, e tale illegittimità è esclusa soltanto
quando a base della sottrazione, soppressione ecc. vi sia un’autorizzazione o un ordine dell’au-
torità competente ovvero una facoltà prevista da una norma di legge.
Anche la temporanea rimozione della cosa integra il reato, senza che abbia alcuna impor-
tanza la volontà di restituirla.
L’art. 351 c.p. tutela l’interesse della pubblica amministrazione ad assicurare la particolare
custodia di determinate cose mobili (corpi di reato, atti, documenti o altre cose mobili che siano
custodite in modo particolare in un pubblico ufficio o presso un pubblico ufficiale o un impiegato
che presti un pubblico servizio) contro eventuali atti compiuti sulle stesse che ne violino l’integrità.
Si tratta di un reato comune che, pertanto, può essere commesso da chiunque.
Oggetto materiale del reato sono gli atti, i documenti, i corpi di reato e le altre cose mobili
particolarmente custodite in un pubblico ufficio ovvero presso un pubblico ufficiale o un impie-
gato che presti un pubblico servizio.
Con l’espressione «particolarmente custodita» la norma fa riferimento a quelle cose che
non possono essere sostituite o che possano esserlo solo con difficoltà.
Le cose oggetto di tutela devono essere custodite:
— presso un pubblico ufficio, ossia il luogo dove normalmente si esercita la pubblica funzione
o il pubblico servizio. Tale espressione non viene adoperata in senso topografico, per cui un
luogo di custodia separato come dislocazione dal pubblico ufficio, ma a questo appartenente
e da esso dipendente, rientra nella nozione in esame;
— presso un pubblico ufficiale o un impiegato che presti un pubblico servizio. Anche in questo
caso, l’espressione non va intesa nel senso che la cosa debba necessariamente trovarsi nella
materiale detenzione del soggetto preso in considerazione dalla norma, essendo sufficiente
che essa sia sotto la sua custodia, anche in un luogo diverso da un pubblico ufficio.
14 Turbata libertà degli incanti (art. 353 c.p.)
Turba la libertà degli incanti chi:
1. impedisce o turba la gara nei pubblici incanti o nelle licitazioni private per conto di pubbli-
che amministrazioni, ovvero ne allontana gli offerenti, con violenza o minaccia, con doni,
promesse, collusioni o altri mezzi fraudolenti;
2. tiene la stessa condotta nel caso di licitazioni private per conto di privati, dirette da un pubblico
ufficiale o da persona legalmente autorizzata.
Fine della norma è quello di assicurare il regolare svolgimento delle aste pubbliche e delle
licitazione private, in modo da garantirne gli scopi e i risultati.
Si tratta di un reato comune che può, cioè, essere commesso da chiunque. Qualora il
soggetto attivo sia la persona preposta all’incanto o alla licitazione, si applica l’aggravante
di cui al comma 2.
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Le modalità di commissione del reato (violenza, minaccia, doni, promesse, collusioni, o altri
mezzi fraudolenti) sono indicate in modo tassativo:
— collusione è ogni accordo tra due o più persone per conseguire un fine illecito mediante lo
svolgimento irregolare dell’incanto;
— altri mezzi fraudolenti sono quegli artifizi, raggiri, menzogne ed altri inganni idonei in con-
creto a raggiungere l’intento criminoso;
— doni sono le offerte di cose mobili a titolo gratuito.
L’ipotesi di reato di cui al primo comma si riferisce ai pubblici incanti e alle licitazioni private
della pubblica amministrazione, con esclusione, pertanto, dei contratti conclusi a trattativa
privata. Il reato di turbata libertà degli incanti è configurabile in ogni situazione nella quale la
pubblica amministrazione proceda all’individuazione del contraente mediante una gara, quale
che sia il nomen iuris conferito alla procedura ed anche in assenza di formalità (in tal senso,
Cass. 22-7-2011, n. 29581).
Quella di cui al terzo comma, punita con una pena attenuata, presuppone che la licitazione
privata sia stata effettuata in virtù di un atto di volontà di un privato e, quindi, che la gara non
sia obbligatoria, ma sia tuttavia diretta da un pubblico ufficiale ovvero da una persona legal-
mente autorizzata.
In entrambi i casi, essenziale per la sussistenza del reato è lo svolgimento di una gara, vale
a dire di una libera competizione tra concorrenti, ciascuno dei quali abbia presentato la propria
proposta.
15 Turbata libertà del procedimento di scelta del contraente (art.
353bis c.p.)
Risponde penalmente chiunque con violenza o minaccia, o con doni, promesse, collusioni o
altri mezzi fraudolenti, turba il procedimento amministrativo diretto a stabilire il contenuto del
bando o di altro atto equipollente al fine di condizionare le modalità di scelta del contraente da
parte della pubblica amministrazione.
Sul piano oggettivo, le modalità della condotta sono assimilabili a quelle previste per la
turbata libertà degli incanti, potendo anche in questo caso consistere in violenza o minaccia,
doni, promesse, collusioni o altri mezzi fraudolenti (per le relative nozioni si rinvia, dunque, al
precedente paragrafo). Anche in tal caso, inoltre, trattasi di reato comune, potendo essere
realizzato da chiunque.
Negli intenti del legislatore, attraverso tale figura criminosa (avente carattere sussidiario,
in quanto configurabile solo ove il fatto non costituisca più grave reato) si è voluto evitare ogni
vuoto di tutela, incriminando anche quei tentativi di condizionamento «a monte» degli appalti
pubblici che risultino, ex post, inidonei ad alterare l’esito delle relative procedure. L’illecita inter-
ferenza nel procedimento amministrativo diretto a stabilire il contenuto del bando, finalizzata a
condizionare le modalità di scelta del contraente (ad esempio, mediante la «personalizzazione»
dei requisiti prescritti), determina, in quanto tale, l’applicazione delle sanzioni penali. Per tal
via si ampliano i margini di tutela del delitto di cui all’art. 353 c.p., attribuendo rilievo penale a
condotte prodromiche rispetto alla realizzazione della gara.
16 Astensione dagli incanti (art. 354 c.p.)
Commette il reato in esame chi per denaro, dato o promesso a lui o a altri, o per altra utili-
tà a lui o a altri data o promessa, si astiene dal concorrere agli incanti o alle licitazioni indicati
nell’articolo precedente.
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Si ha astensione non solo quando non si partecipa alla gara, ma anche quando si omettono
tutti o alcuni degli atti necessari a far prendere in considerazione l’offerta.
Affinché sia penalmente rilevante, l’astensione deve essere determinata dal versamento o
dalla promessa di denaro ovvero dalla assicurazione di altra utilità, per sé o per altri.
La fattispecie di reato in esame costituisce una deroga all’art. 110 c.p., in quanto è stata
prevista una speciale ed autonoma ipotesi di reato per i casi di concorso mediante fatti omissivi
(astensione dalla partecipazione) nel reato di cui all’art. 353 c.p.
Il reato è proprio, potendo essere commesso soltanto da colui il quale abbia la qualità di offerente.
17 Inadempimento di contratti di pubbliche forniture (art. 355 c.p.)
Commette il reato in esame chi, non adempiendo gli obblighi che gli derivano da un contratto
di fornitura concluso con lo Stato, o con un altro ente pubblico, ovvero con un’impresa esercente
servizi pubblici o di pubblica necessità, fa mancare, in tutto o in parte, cose o opere, che siano
necessarie a uno stabilimento pubblico o ad un pubblico servizio.
L’art. 355 c.p. si riferisce a tutti quei contratti che sono destinati a procurare alla pubblica
amministrazione cose o opere ritenute necessarie, con esclusione, pertanto, delle sole ipotesi
in cui la prestazione del privato abbia carattere coattivo (es. quelle nascenti da limiti posti dalla
legge alla proprietà o alla libertà individuale), dato che in tal caso non vi è la possibilità di ritenere
che le stesse derivino da un contratto.
L’art. 355 mira a garantire il normale funzionamento della pubblica amministrazione, san-
zionando l’inadempimento di un obbligo contrattuale destinato a soddisfare finalità essenziali
della pubblica amministrazione.
Si tratta di un reato proprio, che può essere commesso unicamente dal fornitore, dal subfor-
nitore, dal mediatore o dal rappresentante del fornitore.
Ai fini della sussistenza del reato assume rilievo non la fase della stipula del contratto ma
quella della sua esecuzione. Per tale motivo il rappresentante del fornitore è quello preposto
alla esecuzione della fornitura e, nel caso di persone giuridiche, la responsabilità ricade non
sugli organi che sono intervenuti nella stipula del contratto, ma su quelli cui compete l’obbligo
di curare l’esecuzione della prestazione.
È irrilevante la durata del contratto e ben può il reato sussistere nell’ipotesi in cui resti ina-
dempiuta una prestazione che doveva svolgersi in un’unica soluzione.
Per far mancare s’intende omettere la fornitura o ritardarla, ovvero eseguirla in modo diver-
so da quello pattuito. L’inadempimento deve essere ingiustificato, sicché il reato non sussiste
qualora esso sia dovuto a caso fortuito o a forza maggiore.
Esso, inoltre, deve essere riferito a cose o opere necessarie per uno stabilimento pubblico o
per un pubblico servizio. A tal fine si definiscono:
— cose, i beni mobili e immobili nonché le energie aventi un valore economico;
— opere, i lavori che devono essere compiuti dall’obbligato.
In entrambi i casi, queste devono essere necessarie per la pubblica amministrazione, nel
senso che la loro mancanza deve mettere in pericolo il regolare funzionamento di uno stabili-
mento o di un pubblico servizio. Per pubblico stabilimento deve intendersi qualsiasi edificio
destinato allo svolgimento di un’attività commerciale o industriale ovvero di cura, custodia,
ricovero (es., manifatture statali, carcere, scuole). I servizi pubblici, invece, sono quelli indicati
come tali dalla L. 146/1990, integrata dalla L. 83/2000.
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18 Frode nelle pubbliche forniture (art. 356 c.p.)
Commette il reato in esame chi pone in essere una frode nell’esecuzione di uno dei contratti
di fornitura o nell’adempimento degli altri obblighi contrattuali indicati nell’art. 355 c.p.
Ai fini della configurabilità del delitto di frode nelle pubbliche forniture, non è sufficiente
il semplice inadempimento del contratto, richiedendo la norma incriminatrice un quid pluris
che va individuato nella malafede contrattuale, ossia nella presenza di un espediente malizioso
o di un inganno, tali da far apparire l’esecuzione del contratto conforme agli obblighi assunti.
La norma mira a garantire il buon funzionamento dei pubblici servizi o uffici contro le frodi
dei fornitori nell’esecuzione di un contratto di fornitura di cose o opere necessarie per i loro fini.
L’ambito di applicazione della norma è il medesimo dell’art. 355 c.p. Anche qui, pertanto, è
necessario unicamente che gli obblighi di fornitura derivino da un contratto, di qualsiasi tipo,
senza che abbia rilevanza il fatto che si tratti o meno di un rapporto destinato ad avere una
esecuzione prolungata nel tempo e con eccezione unicamente di quelle prestazioni coattive
che non hanno natura negoziale.
19 La codificazione della cd. reazione legittima ad atti arbitrari
del pubblico ufficiale (art. 393bis c.p.)
L’art. 393bis prevede una causa di non punibilità e dispone che non si applicano le ipotesi
previste dagli artt. 336, 337, 338, 339, 339bis, 341bis, 342 e 343 c.p. «quando il pubblico ufficiale o
l’incaricato di pubblico servizio ovvero il pubblico impiegato abbia dato causa al fatto preveduto
negli stessi articoli, eccedendo con atti arbitrari i limiti delle sue attribuzioni».
Costituisce «atto arbitrario» del funzionario qualsiasi comportamento posto in essere in esecuzione di
pubbliche funzioni, ma connotato da difetto di congruenza tra le modalità impiegate e le finalità per le quali
è attribuita la funzione stessa, a causa della violazione degli elementari doveri di correttezza e civiltà che
devono caratterizzare l’agire dei pubblici ufficiali. La disposizione codicistica richiede espressamente che il
pubblico ufficiale ecceda i limiti delle sue attribuzioni, ponendo in essere un comportamento non consentito
dall’ordinamento giuridico. Tale eccesso si può concretare in un eccesso di potere, in una incompetenza, in
una violazione di legge o, anche, in un vizio di merito, e cioè nell’uso inopportuno di un potere discrezionale.
Va evidenziato, infine, che la norma è fra quelle oggetto di correttivi a opera della L. 3-7-2017,
n. 105. In virtù della segnalata modifica, l’aggravante per gli atti intimidatori ritorsivi ai danni
di pubblici funzionari di cui all’art. 339bis non trova applicazione quando sia stato lo stesso
amministratore ad avere dato causa all’intimidazione, eccedendo con atti arbitrari i limiti
delle sue attribuzioni. Prima del correttivo che si esamina, la causa di non punibilità riguardava
la fattispecie base (art. 338 c.p.) e quella aggravata (art. 339 c.p.) di violenza o minaccia a un
corpo politico, amministrativo o giudiziario.
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Manuale per le due prove scritte
10
Le contravvenzioni concernenti
l’attività sociale della P.A. (artt. 731-734 c.p.)
1 La sistematica del Codice e la disciplina
Sotto il generico titolo di «contravvenzioni concernenti l’attività della P.A.» si possono far rien-
trare tutte quelle contravvenzioni che, pur se contenute in varie parti del Libro Terzo del Codice,
prendono tuttavia in esame fatti che, in sé, offendono l’attività della P.A. intesa in senso lato.
Tale Libro è diviso nel seguente modo:
— Titolo I (artt. 650-730 c.p.) dedicato all’esame delle «contravvenzioni di polizia»;
— TitoloII, formato da quattro articoli (731-734 c.p.), disciplina l e «contravvenzioni concernenti
l’attività sociale della Pubblica Amministrazione»;
— Titolo III, costituito da un solo articolo (734bis), che è inerente alle «contravvenzioni con-
cernenti la tutela della riservatezza».
Trattandosi di contravvenzioni, troveranno applicazione tutte le norme ad esse relative con-
tenute nella parte generale del Codice penale e nel Codice di procedura penale.
In particolare, va tenuto presente che:
— per la punibilità è richiesta almeno la colpa, salvo che si tratti di contravvenzioni necessaria-
mente dolose;
— è esclusa la configurabilità del tentativo;
— non può essere riconosciuta la sentenza penale straniera relativa ad una contravvenzione;
— sono ammesse (ricorrendone i presupposti) l’oblazione, l’estradizione, la sospensione con-
dizionale della pena, la semilibertà, le sanzioni sostitutive ex artt. 53 ss. L. 689/1981 (per le
contravvenzioni punite con l’arresto);
— non sono, invece, ammessi l’arresto in flagranza, il fermo e le misure cautelari personali;
— non si applicano le circostanze inerenti solo ai delitti;
— la competenza è del Tribunale monocratico, salvo che per le contravvenzioni che il D.Lgs.
274/2000 ha attribuito alla competenza penale del giudice di pace, e si procede d’ufficio;
— sono applicabili gli artt. 205 ss. c.p., in tema di misure di sicurezza;
— per le contravvenzioni commesse all’estero si osserva la disciplina di cui agli artt. 7-10 c.p.
2 Inosservanza dei provvedimenti dell’autorità (art. 650 c.p.)
L’art. 650 punisce chiunque non osserva un provvedimento legalmente dato dall’autorità per
ragione di giustizia o di sicurezza pubblica, o di ordine pubblico o d’igiene.
Si tratta di un’ipotesi sussidiaria, in quanto può trovare applicazione solo quando il fatto non
sia previsto come reato da una norma specifica.
L’art. 650 c.p., secondo un orientamento prevalente, costituisce la classica figura di norma
penale in bianco: in essa, infatti, il precetto acquista concretezza e attualità solo al momento in
cui è dato il provvedimento indicato nella norma stessa (Cass. 27-8-1980).
Il bene giuridico tutelato dalla norma in esame è l’ordine pubblico, inteso come condizione
di pacifica convivenza, di buon assetto e regolare andamento del vivere civile.
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324/3 • Concorso 1858 Consulenti protezione sociale INPS
Manuale per le due prove scritte
La condotta consiste nel non osservare un provvedimento legalmente dato dall’autorità per
ragioni di giustizia o di sicurezza pubblica o di ordine pubblico o d’igiene.
Per l’articolo in esame, provvedimento è qualsiasi atto che prescrive al soggetto un deter-
minato comportamento, negativo o positivo, con carattere di obbligatorietà.
Il provvedimento può essere tanto dell’autorità amministrativa che dell’autorità giudiziaria.
La norma aggiunge, poi, che il provvedimento deve essere legalmente dato, ossia deve
essere legittimo: è tale il provvedimento emesso dall’autorità competente con l’osservanza delle
forme e dei contenuti imposti dalla legge.
A conoscere della regolarità formale e sostanziale del provvedimento è competente il giudice
penale, con il solo limite dell’insindacabilità dello stesso sotto il profilo del merito, oltrepassato
il quale si invaderebbe la competenza dell’autorità amministrativa.
Per merito deve qui intendersi il senso di opportunità o convenienza dell’atto, cioè il signi-
ficato che tale termine assume nel diritto amministrativo.
La contravvenzione di cui all’art. 650 c.p. non è configurabile in caso di violazione di norme
giuridiche generali e astratte, essendo la sua sfera di operatività limitata ai provvedimenti
impositivi di un determinato comportamento attivo o omissivo, rivolti a soggetti determinati o
determinabili.
L’elencazione delle ragioni alla base dei provvedimenti che impongono un’azione o un’omis-
sione è tassativa. In particolare, i provvedimenti devono essere adottati per:
— ragioni di giustizia, sono tali tutti gli atti autorizzati da una norma giuridica, in quanto
costituisca mezzo per rendere possibile o più agevole l’attività del giudice o della polizia
giudiziaria.
Le sentenze, le ordinanze e i decreti, che sono i provvedimenti tipici del giudice, non riguardano l’art.
650 in quanto la loro inosservanza è sanzionata da specifiche disposizioni (esempio: art. 388, art. 509,
art. 231 ecc.). Inoltre, i provvedimenti del giudice riguardano sempre un interesse particolare e non
possono trovare sanzione nell’art. 650 c.p. che tutela l’interesse generale concernente la polizia di
sicurezza (Cass. 3-2-1997, n. 724);
— ragioni di sicurezza pubblica, sono tali i provvedimenti tendenti al mantenimento dell’or-
dine pubblico, alla sicurezza dei cittadini, alla loro incolumità, alla tutela della proprietà, alla
prestazione di soccorso in casi di pubblici o privati infortuni e alla prevenzione dei reati (cfr.
art. 1 T.U. leggi di pubblica sicurezza; nello stesso senso MANZINI ed ANTOLISEI).
Sono di ordine pubblico quelle ragioni riguardanti la tutela della tranquillità pubblica e della
pace sociale;
— ragioni d’igiene, infine, sono quelle che concernono la sanità pubblica.
Trattandosi di contravvenzione, il fatto è punito indifferentemente a titolo di dolo o colpa.
Nel senso, invece, che la contravvenzione in esame dovrebbe considerarsi punibile esclusivamente a
titolo di dolo è ANTOLISEI.
La buona fede (esempio: ignoranza incolpevole dell’ordine dell’autorità o del suo contenuto)
esclude la colpevolezza.
L’elemento soggettivo è escluso quando il soggetto attivo non sia stato messo nelle condizioni di co-
noscere le ragioni in base alle quali il provvedimento che lo riguarda è stato emesso.
La pena è dell’arresto fino a 3 mesi o dell’ammenda fino a 206 euro.
L’art. 650 c.p. è stato ritenuto costituzionalmente legittimo dalla Corte costituzionale con la sentenza
8-7-1971, n. 168 in quanto non in contrasto con gli artt. 3, 21 e 25 Cost.
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Manuale per le due prove scritte
3 Inosservanza dell’obbligo dell’istruzione elementare dei minori
(art. 731 c.p.)
Risponde di tale contravvenzione chiunque, investito di autorità o incaricato della vigilanza so-
pra un minore, omette, senza giusto motivo, di impartirgli o fargli impartire l’istruzione elementare.
È stato, dunque, correttamente osservato dalla giurisprudenza che l’espressione «istruzione elementare»
non ha carattere tassativo, in quanto la norma punisce l’inosservanza dell’obbligo scolastico elementare
e post-elementare. Si tratta, dunque, di norma a carattere sanzionatorio rientrante fra le norme penali in
bianco, essendo il precetto integrato dalle leggi extrapenali che si susseguono nel tempo.
L’inadempimento deve essere senza giusto motivo.
I giusti motivi che rendono non punibile l’inadempimento dell’obbligo dell’istruzione dei
minori consistono in tutte quelle cause che non consentono alle persone indicate nell’art. 731
c.p. di conformarsi ai doveri che la legge loro impone.
Possono, perciò, ritenersi giusti motivi:
— la mancanza di scuole nel luogo o in un raggio di percorso che consenta la possibilità di
frequenza;
— la mancanza assoluta di insegnanti;
— lo stato di salute del fanciullo o la sua incapacità fisica o psichica di essere assoggettato
all’istruzione;
— l’inidoneità assoluta dei locali destinati a scuola, tali da poter influire negativamente anche
sulla salute dei fanciulli.
Non può, invece, considerarsi giusto motivo la protesta o la reazione ad un provvedimento
legittimo dell’autorità (ad es. trasferimento della sede scolastica, cambio di sezione dell’alunno,
cambio degli insegnanti).
In caso di divorzio dei genitori, l’obbligo di aver cura dell’istruzione del figlio incombe anche
sul genitore non affidatario (Cass. 26-2-1990).
Il reato in esame è permanente e si esaurisce solo con l’adempimento dell’obbligo (Cass.
27-1-1968).
La pena è dell’ammenda fino a 30 euro.
4 Danneggiamento al patrimonio archeologico, storico o artistico
nazionale (art. 733 c.p.)
Risponde di tale contravvenzione chiunque distrugge, deteriora o comunque danneggia un
monumento o un’altra cosa propria di cui gli sia noto il rilevante pregio, se dal fatto deriva un
nocumento al patrimonio archeologico, storico o artistico nazionale.
Il reato è proprio poiché può essere commesso solo dal proprietario della cosa (ANTOLISEI).
Al proprietario è stato equiparato colui il quale abbia la concreta disponibilità del bene di proprietà
altrui (es., amministratore di società).
La condotta è identica a quella del delitto di danneggiamento.
La punibilità è indifferentemente a titolo di dolo o colpa; la colpevolezza è esclusa dal fatto
che il soggetto non conosca il pregio rilevante della cosa propria.
L’oggetto giuridico della norma è costituito dalla salvaguardia del patrimonio culturale
dello Stato.
L’elemento consumativo del reato è controverso: esso è individuato nel momento della
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distruzione, del deterioramento da coloro che ravvisano una condizione obiettiva di punibilità;
al contrario, per coloro che individuano nel suddetto elemento l’evento del reato, il momento
consumativo è quello in cui si realizza il nocumento del patrimonio culturale dello Stato.
È stato ritenuto rilevante, ai fini della contravvenzione oggetto d’interesse, anche la realiz-
zazione di un restauro non eseguito a regola d’arte.
La pena è dell’arresto fino a un anno o dell’ammenda non inferiore a 2.065 euro.
Può essere ordinata la confisca della cosa deteriorata o danneggiata.
5 Distruzione o deterioramento di habitat all’interno di un sito
protetto (art. 733bis c.p.)
Risponde penalmente chiunque, fuori dai casi consentiti, distrugge un habitat all’interno di
un sito protetto o comunque lo deteriora compromettendone lo stato di conservazione.
La contravvenzionale in commento, analogamente a quella prevista e punita dall’art. 727bis
c.p., è stata introdotta dal D.Lgs. 121/2011 in occasione dell’attuazione nel nostro ordinamento
di talune direttive comunitarie, come la direttiva 2008/99/CE sulla tutela penale dell’ambiente.
Nello specifico, gli Stati destinatari si impegnano a reprimere penalmente, qualora sia illecita
e posta in essere intenzionalmente o quanto meno per grave negligenza, qualsiasi azione che
provochi il significativo deterioramento di un habitat all’interno di un sito protetto.
Ai fini dell’applicazione dell’articolo 733bis del Codice penale per «habitat all’interno di un sito protetto»
s’intende qualsiasi habitat di specie per le quali una zona sia classificata come zona a tutela speciale a
norma dell’articolo 4, paragrafi 1 o 2, della direttiva 2009/147/CE, o qualsiasi habitat naturale o un habitat
di specie per cui un sito sia designato come zona speciale di conservazione a norma dell’art. 4, paragrafo
4, della direttiva 92/43/CE.
Sul piano oggettivo, si ha:
— distruzione quando l’habitat sia completamente soppresso;
— deterioramento tutte le volte in cui una cosa venga resa inservibile, anche solo tempora-
neamente, all’uso cui è destinata, non rilevando, ai fini dell’integrazione della fattispecie, la
possibilità di reversione del danno, anche se tale reversione avvenga non per opera dell’uomo,
ma per la capacità della cosa di riacquistare la sua funzionalità nel tempo. Il deterioramento
è punibile ove da esso consegua la compromissione dello stato di conservazione dell’ha-
bitat.
La contravvenzione è configurabile solo «fuori dai casi consentiti». Si prevede, dunque, per
tal via, l’esclusione della punibilità in tutti i casi in cui le condotte siano autorizzate da specifiche
disposizioni di legge.
6 Distruzione o deturpamento di bellezze naturali (art. 734 c.p.)
Risponde di tale reato chiunque, mediante costruzioni, demolizioni o in qualsiasi altro modo,
distrugge o altera le bellezze naturali dei luoghi soggetti alla speciale protezione dell’autorità.
La pena prevista per la contravvenzione in esame è l’ammenda fino a 1.032 euro.
L’oggetto giuridico dell’art. 734 è costituito dall’interesse dello Stato alla conservazione
delle bellezze naturali.
Con l’espressione «altri modi» si fa riferimento, ad esempio, alla collocazione di cartelli
pubblicitari, di insegne luminose che ostruiscano la vista.
L’evento del reato è l’alterazione o la distruzione delle bellezze naturali: è, dunque, reato
di danno e non di pericolo.
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Manuale per le due prove scritte
Trattandosi di contravvenzione, per la punibilità basta la colpa, che è esclusa dall’ignoranza
incolpevole del provvedimento adottato dall’autorità.
È questione controversa se in sede di accertamento del reato il giudice penale debba tener
conto di un’eventuale autorizzazione amministrativa avente a oggetto il compimento dell’opera
da parte dell’agente.
Secondo un diffuso orientamento, il giudice penale non è vincolato ai giudizi emessi dagli organi della
P.A. onde può riscontrare l’esistenza del reato pur in presenza di un’autorizzazione amministrativa.
Secondo un diverso orientamento, la valutazione positiva degli organi della P.A. esclude l’antigiuridicità
del fatto, in quanto modifica o rimuove il vincolo sulla bellezza naturale.
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Manuale per le due prove scritte
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I delitti contro l’amministrazione della giustizia
(artt. 361-393bis c.p.)
1 Cosa sono i delitti contro l’amministrazione della giustizia?
Costituiscono delitti contro l’amministrazione della giustizia tutti quei reati (disciplinati
nel Titolo III, Libro II del Codice penale) volti a garantire il normale e efficace svolgimento
dell’attività giudiziaria (delitti contro l’attività giudiziaria), nonché a tutelare l’autorità delle
decisioni giudiziarie (delitti contro l’autorità delle decisioni giudiziarie) e il monopolio dell’eser-
cizio dell’attività giudiziaria in capo agli organi a ciò preposti dalla legge (della tutela arbitraria
delle private ragioni).
Di seguito tratteremo i principali delitti contro l’amministrazione della giustizia.
2 Omessa denuncia di reato e omissione di referto (artt. 361-366 c.p.)
Commettono i delitti di omessa denuncia di reato e omissione di referto:
— il pubblico ufficiale e l’incaricato di pubblico servizio che omettono o ritardano di denunciare
all’Autorità giudiziaria (o ad alta Autorità alla quale abbiano l’obbligo di riferire) un reato del quale
siano venuti a conoscenza nell’esercizio o a causa delle proprie funzioni (artt. 361 e 362 c.p.).;
— il cittadino che non denuncia all’Autorità giudiziaria il delitto contro la personalità dello Stato
punito con l’ergastolo, del quale sia venuto a conoscenza (art. 364 c.p.);
— il soggetto esercente una professione sanitaria che ha prestato la propria opera in casi che
possono presentare i caratteri di un delitto nel quale si debba procedere d’ufficio e omette
di riferirne all’Autorità giudiziaria (art. 365 c.p.).
3 Simulazione di reato e delitti di calunnia (artt. 367-370 c.p.)
La simulazione di reato è il fatto di chi, con denunzia, querela, richiesta o istanza, anche se
anonima o sotto falso nome, diretta all’Autorità giudiziaria o ad altra Autorità alla quale abbia
obbligo di riferirne, afferma falsamente il verificarsi di un reato ovvero ne simula le tracce, in modo
che si possa iniziare un procedimento penale per accertarlo.
La calunnia è il delitto commesso da chi, con denuncia, querela, richiesta o istanza, anche
se anonima o sotto falso nome, diretta all’Autorità Giudiziaria o ad un’altra Autorità che a quella
abbia obbligo di riferirne, incolpa di un reato taluno che egli sa innocente, ovvero simula a carico
di lui le tracce di un reato.
In entrambi i casi, l’oggetto giuridico è rappresentato tanto dal buon funzionamento dell’am-
ministrazione della giustizia quanto dalla libertà e dall’onore dell’incolpato innocente.
4 Falsa testimonianza (art. 372 c.p.) e le altre ipotesi di falso
Commette il delitto di falsa testimonianza chi, deponendo come testimone innanzi all’Auto-
rità giudiziaria, afferma il falso o nega il vero, ovvero tace, in tutto o in parte, ciò che sa intorno
ai fatti sui quali è interrogato.
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Manuale per le due prove scritte
L’interesse tutelato dalla norma è il normale svolgimento dell’attività giudiziaria, che po-
trebbe essere fuorviata da deposizioni false o reticenti.
Le condotte possono, quindi, consistere:
— nell’affermare il falso, cioè nel dire cosa difforme dal vero (es. supporre esistente un fatto
inesistente o alterare la verità e la percezione che se ne è avuta);
— nel negare il vero, cioè nel negare la verità di un fatto realmente avvenuto o percepito;
— nel tacere in tutto o in parte ciò che si sa intorno ai fatti su cui si è interrogati (cd. reticenza,
cioè serbare il silenzio su un qualcosa che si sa e viene chiesta).
Il delitto si consuma quando il testimone ha concluso la sua deposizione.
Il presupposto del reato è che il soggetto rivesta la qualità di testimone (si tratta, dunque, di
un reato proprio) e deponga dinanzi all’Autorità giudiziaria italiana. Testimone è quel soggetto
terzo rispetto alle parti del giudizio, ammesso a rendere dichiarazioni dinanzi al giudice su quanto
a sua conoscenza in ordine ai fatti rilevanti ai fini della decisione.
Sono puniti, inoltre:
— colui il quale, nel corso di un procedimento penale, viene sentito dal PM e rende false dichia-
razioni o tace ciò che sa in relazione ai fatti sui quali viene sentito (reato di false informazioni
al P.M., art. 371bis c.p.);
— il perito o l’interprete, nominati dall’Autorità giudiziaria, che danno pareri o interpretazioni
mendaci, oppure affermano fatti non conformi al vero (reato di falsa perizia o interpreta-
zione, art. 373 c.p.);
— chiunque dichiara o attesta falsamente condizioni, qualità personali, trattamenti terapeutici,
rapporti di lavoro relativi al condannato o alla persona sottoposta a misura di prevenzione,
all’interno di certificati o atti destinati a essere prodotti all’Autorità giudiziaria (reato di false
dichiarazioni o attestazioni in atti destinati all’Autorità giudiziaria, art. 374bis c.p.).
— il pubblico ufficiale o l’incaricato di un pubblico servizio che, per impedire, ostacolare o sviare
un’indagine o un procedimento penale, modifica artificiosamente il corpo del reato ovvero lo
stato dei luoghi, delle cose o delle persone connessi al reato oppure che, sentito dall’Autorità
giudiziaria nell’ambito di un processo penale, afferma il falso, nega il vero o tace ciò che sa
in relazione ai fatti sui quali viene sentito (reato di frode in processo penale e depistaggio,
art. 375 c.p.)
Il colpevole dei reati commessi ai sensi degli artt. 371bis, 372 e 373 c.p. non è punibile se, nel
procedimento penale in cui ha reso le dichiarazioni o prestato il proprio ufficio, ritratta il falso
e manifesta il vero non oltre la chiusura del dibattimento (art. 376 c.p.).
5 Favoreggiamento personale e reale (artt. 378 e 379 c.p.)
Risponde di favoreggiamento personale chiunque, dopo che fu commesso un reato, e fuori
dei casi di concorso nel medesimo, aiuta taluno a eludere le investigazioni dell’Autorità, o a sot-
trarsi alle ricerche di questa (art. 378 c.p.).
La pena prevista per il reato di favoreggiamento è la reclusione fino a 4 anni.
Se, però, il delitto commesso è di associazione di tipo mafioso (416bis c.p.), la pena sarà la
reclusione non inferiore a due anni.
Tale disposizione si applica anche quando la persona aiutata non è imputabile o risulta che
non ha commesso il delitto.
Il favoreggiamento personale presuppone, dunque, che sia stato commesso un reato (ge-
neralmente, si ritiene non necessaria la concreta punibilità dell’autore del fatto) e che l’agente
non vi abbia partecipato.
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Manuale per le due prove scritte
Per aiuto s’intende qualsiasi atteggiamento, positivo o negativo, che miri a intralciare, ral-
lentare o rendere vana l’opera di investigazione dell’Autorità.
Oggetto della tutela penale è l’interesse dell’Amministrazione della Giustizia al regolare
svolgimento del processo penale, turbato dai fatti che mirano a fuorviare o ostacolare l’attività
diretta all’accertamento e alla repressione dei reati.
Risponde di favoreggiamento reale chiunque, fuori dei casi di concorso nel reato e fuori dal
caso della ricettazione, aiuta taluno ad assicurare il prodotto o il profitto o il prezzo di un reato
(art. 379 c.p.).
I presupposti del favoreggiamento reale sono identici a quelli del favoreggiamento personale.
La condotta consiste nell’aiutare taluno ad assicurare il prodotto (le cose derivanti all’agente dal
reato), il prezzo (qualsiasi ricompensa o controprestazione per il reato commesso) o il profitto
(qualsiasi vantaggio derivante dal reato) del reato.
6 Esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza sulle cose
o alle persone (artt. 392 e 393 c.p.)
Commette il reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza sulle cose o
sulle persone chiunque, al fine di esercitare un preteso diritto, potendo ricorrere al giudice, si
fa arbitrariamente ragione da sé medesimo, mediante violenza sulle cose o usando violenza o
minaccia alle persone.
Il delitto è punito a querela della persona offesa con la multa fino a € 516, se la violenza è
diretta sulle cose; se, invece, la violenza è rivolta alle persone è punito con la reclusione fino 1
anno (con possibilità di aumentare la pena se la violenza è commessa con armi).
Il bene giuridico protetto da tali reati è l’interesse a garantire il monopolio esclusivo dell’au-
torità giudiziaria nella soluzione delle dispute tra portatori di interessi in conflitto poiché, se al
privato fosse consentito di farsi giustizia da sé, la pace sociale sarebbe perpetuamente sotto
minaccia.
Presupposti per la loro commissione sono il conflitto tra pretese giuridiche contrastanti, la
titolarità apparente di un diritto e la possibilità di ricorrere al giudice.
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Manuale per le due prove scritte
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I delitti contro la fede pubblica
(artt. 453-498 c.p.)
1 Cosa sono i delitti contro la fede pubblica?
Costituiscono delitti contro la fede pubblica, detti anche reati di falso, i comportamenti che
causano la lesione di due beni giuridici distinti:
— la fede pubblica, cioè il senso di fiducia e sicurezza che la società ripone nelle relazioni giu-
ridiche, comune a tutti i reati appartenenti a questa categoria;
— l’interesse specifico tutelato dalla genuinità e veridicità dei mezzi di prova, cioè da quegli
oggetti o da quelle dichiarazioni che, secondo il costume sociale, godono di un particolare
credito nei rapporti della vita in comune (es. il falsario non si propone direttamente lo scopo
di offendere la pubblica fede, cioè la fiducia che la società ripone nella moneta coniata dallo
Stato quale mezzo di pagamento, ma vuole soltanto trarre un illecito vantaggio dall’uso che
della moneta falsificata farà, consegnandola in pagamento ad un terzo come se fosse buona;
ciononostante, dal suo comportamento risultano simultaneamente offesi sia l’interesse della
società che l’interesse del singolo soggetto frodato).
Falso è tutto ciò che è contrario al vero, ma che si presenta in modo da sembrare vero.
Pertanto, affinché venga lesa o messa in pericolo la fede pubblica e si abbia quindi un vero e
proprio reato di falso, occorre che la falsità sia idonea ad ingannare la generalità delle persone,
facendo loro credere alla genuinità o veridicità dell’oggetto, del segno, della dichiarazione, del
documento ecc. non genuino o non veritiero.
Non sono, quindi, punibili il falso grossolano e il falso innocuo, cioè il falso macroscopicamente
rilevabile e quello che, pur non essendo grossolano, non è idoneo a trarre in inganno alcuno.
I delitti contro la fede pubblica (disciplinati dal Codice penale nel Titolo VII, Libro II) sono
divisi in quattro capi:
— Capo I, Della falsità in monete, in carte di pubblico credito e in valori di bollo (artt. 453-466bis c.p.);
— Capo II, Della falsità in sigilli o strumenti o segni di autenticazione, certificazione o riconosci-
mento (artt. 467-475 c.p.);
— Capo III, Della falsità in atti (artt. 476-493ter c.p.);
— Capo IV, Della falsità personale (artt. 494-498 c.p.).
2 Le falsità in monete, in carte di pubblico credito e in valori di
bollo
Le disposizioni contenute nel Capo I tutelano valori pubblici ben determinati e cioè le monete,
le carte di pubblico credito, i valori di bollo e i biglietti di pubbliche imprese di trasporto.
In particolare, tali beni sono tutelati contro condotte altrettanto specifiche, che consistono
precisamente:
— nella contraffazione;
— nell’alterazione;
— nell’introduzione nel territorio dello Stato;
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— nell’acquisto o ricezione;
— nella detenzione;
— nella spendita o messa in circolazione;
— nella falsificazione;
— nell’uso.
Ad esempio, il reato di falsificazione di monete, spendita e introduzione nello Stato, previo
concerto, di monete falsificate (art. 453 c.p.), punisce le condotte di contraffazione, alterazione,
introduzione nello Stato, detenzione, acquisto e utilizzo di valuta nazionale o straniera.
3 Le falsità in sigilli o strumenti o segni di autenticazione, certifi-
cato e riconoscimento
Oggetto della tutela penale delle norme comprese nel Capo II è l’interesse pubblico di
garantire la pubblica fede relativa ai mezzi simbolici e ai segni di autenticazione, certificazione o
riconoscimento, che vengono anche indicati, tout-court, come contrassegni, nonché gli interessi
specifici lesi dalla falsità medesima.
Anche il contrassegno, quindi, alla pari dei documenti, è un mezzo di prova; dai documenti
esso differisce sia perché non indica alcuna persona come proprio autore sia, e soprattutto,
perché ha un valore simbolico, convenzionale.
Ad esempio, il reato di contraffazione delle impronte di una pubblica autenticazione (art.
469 c.p.) punisce chiunque contraffà le impronte di una pubblica autenticazione o certificazione
(come il timbro utilizzato da una P.A.), nonché chi fa uso della cosa contraffatta.
4 Le falsità in atti
Per quanto riguarda i delitti compresi nel Capo III, è necessario distinguere tra falsità mate-
riale e ideologica.
La falsità materiale ricorre quando il documento è «non genuino», ossia oggetto di:
— contraffazione, se il documento proviene da persona diversa da colui che appare esserne
l’autore;
— alterazione, se il documento ha subito modificazioni di qualsiasi specie dopo la sua redazione
(es. aggiunte o cancellature relative all’autore, alla data o al luogo di formazione dell’atto).
La falsità ideologica ricorre quando il documento è «non veritiero», ossia quando il docu-
mento, non contraffatto né alterato, contiene dichiarazioni menzognere (es. attestazione della
presenza di testimoni in realtà assenti).
Dottrina più recente (FIANDACA-MUSCO) sintetizza la differenza tra le due forme di falso
nel modo che segue: si ha falso materiale quando l’autore del documento non è legittimato
a rilasciare lo stesso, mentre si ha falso ideologico quando l’autore è legittimato a rilasciare il
documento, ma non rispetta l’obbligo di attestare cose conformi al vero.
Documenti tutelati penalmente sono l’atto pubblico, il documento informatico e la scrittura privata.
L’atto pubblico, agli effetti della tutela penale è:
— il documento redatto con le debite formalità da notaio o altro pubblico ufficiale autorizzato ad attribuirgli
pubblica fede (nozione adottata dal Codice civile);
— il documento formato dal pubblico ufficiale o dall’incaricato di un pubblico servizio con le debite forme per
uno scopo di diritto pubblico inerente all’esercizio della propria funzione del pubblico servizio, al fine di
comprovare un fatto giuridico fornito di propria individualità e di propria autonomia, o attestante fatti
da lui compiuti o avvenuti in sua presenza ed aventi attitudine ad assumere rilevanza giuridica.
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La caratteristica determinante nell’attribuzione del requisito di pubblicità dell’atto a fini penalistici,
pertanto, non riguarda le relazioni dell’atto con il pubblico ma si riferisce all’organo che ha formato l’atto
(nel primo caso un notaio o altro pubblico ufficiale autorizzato, nel secondo caso un pubblico ufficiale o
l’incaricato di un pubblico servizio).
Tra gli atti pubblici rivestono particolare importanza gli atti di fede privilegiata. Per le falsità commesse
su questa speciale categoria di documenti, il legislatore ha sancito un aggravamento di pena. Affinché un
atto pubblico possa considerarsi tale, occorre che esso:
— promani da un pubblico ufficiale cui la legge, regolamento o ordinamento interno della P.A., riconosca
una speciale potestà certificatrice;
— contenga quanto detto al pubblico ufficiale e quanto da lui attestato come detto o accaduto;
— sia redatto nelle forme prescritte dalla legge.
Sono atti di fede privilegiata solo quelli cui la legge attribuisce espressamente tale valore. La fede
privilegiata può riferirsi a tutto il documento o solo a una parte di esso (art. 2700 c.c.).
Il documento informatico è ogni «rappresentazione informatica di atti, fatti o dati giuridicamente
rilevanti» (D. Lgs 82/2005, cd. Codice dell’amministrazione digitale). Al documento informatico è estesa la
disciplina in tema di falsità dell’atto pubblico.
La scrittura privata è ogni documento redatto e sottoscritto dal suo autore.
La scrittura privata prova, sino a querela di falso, la provenienza delle dichiarazioni in essa contenute
solo se è autenticata, ossia se ne viene accertata l’autenticità da un notaio o da altro pubblico ufficiale, dal
soggetto contro il quale è prodotta in giudizio o mediante accertamento giudiziale.
Vi sono tre specifici delitti di falso in atti che costituiscono reati propri, in quanto possono
essere commessi soltanto da chi riveste la qualifica di pubblico ufficiale:
1. il delitto di falsità materiale commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici (art. 476 c.p.).
Questo reato è commesso dal pubblico ufficiale che, nell’esercizio delle sue funzioni, forma
un atto falso in tutto o in parte oppure altera un atto vero.
Il fatto deve essere commesso dal pubblico ufficiale «nell’esercizio delle proprie funzioni»,
per cui l’atto falsificato deve rientrare nella competenza funzionale e territoriale del pubblico
ufficiale La pena è incrementata se la falsità riguarda un atto che fa fede fino a querela di
falso, in virtù della efficacia probatoria particolarmente intensa;
2. il delitto di falsità materiale commessa dal pubblico ufficiale in copie autentiche di atti pubblici
o privati e in attestati del contenuto di atti (art. 478 c.p.), commesso dal pubblico ufficiale che,
nell’esercizio delle sue funzioni, supponendo esistente un atto pubblico o privato, ne simula
una copia e la rilascia in forma legale, oppure rilascia una copia di un atto pubblico o privato
diverso dall’originale, o ancora commette falsità in un attestato sul contenuto di atti;
3. il delitto di falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici (art. 479 c.p.),
commesso dal pubblico ufficiale il quale, nell’esercizio delle sue funzioni, attesta falsamente
che un fatto è stato da lui compiuto o è avvenuto alla sua presenza, attesta di aver ricevuto
dichiarazioni a lui non rese, omette o altera dichiarazioni da lui ricevute oppure attesta fal-
samente fatti dei quali l’atto è destinato a provare la verità.
5 Le falsità personali
Le falsità personali, disciplinate nel Capo IV, sono fatti che consistono in false rappresenta-
zioni della realtà che incidono sui cd. contrassegni personali, cioè sugli elementi identificativi
di una persona. Tali contrassegni si dividono in:
— contrassegni di identità, quando riguardano le generalità dell’individuo (ad es. nome, cogno-
me, data e luogo di nascita ecc.);
— contrassegni di qualità, quando riguardano il ruolo dell’individuo nella società civile (ad es.
titoli professionali, decorazioni ecc.).
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324/3 • Concorso 1858 Consulenti protezione sociale INPS
Manuale per le due prove scritte
Ad esempio, il reato di sostituzione di persona (art. 494 c.p.) e il reato di falsa attestazione o
dichiarazione a un pubblico ufficiale sulla identità o su qualità personali proprie o di altri (art.
495 c.p.) puniscono, rispettivamente:
— chiunque, al fine di procurare a sé o ad altri un vantaggio o di recare ad altri un danno, induce
taluno in errore, sostituendo illegittimamente la propria all’altrui persona oppure attribuen-
do a sé o ad altri un falso nome, un falso stato o una qualità a cui la legge attribuisce effetti
giuridici (sostituzione di persona);
— chiunque dichiara o attesta falsamente al pubblico ufficiale l’identità, lo stato o altre qualità
della propria o dell’altrui persona (falsa attestazione o dichiarazione).
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Manuale per le due prove scritte
13
I delitti contro l’ordine pubblico,
l’incolumità pubblica e l’ambiente
(artt. 414-452quaterdecies c.p.)
1 Cosa sono i delitti contro l’ordine pubblico?
I delitti contro l’ordine pubblico (disciplinati nel Titolo V, Libro II del Codice penale, artt. 414
– 421 c.p.) sono quelli che violano l’armonica e pacifica coesistenza dei cittadini sotto la sovra-
nità dello Stato di diritto. Talvolta, però, il bene giuridico che il legislatore tutela attraverso tale
categoria di reati assume una connotazione più specifica: con il reato di associazione di tipo
mafioso, per esempio, il legislatore vuole tutelare l’ordine economico e il corretto funzionamento
dell’ordine democratico e della pubblica amministrazione.
I delitti contro l’ordine pubblico possono distinguersi in due categorie: delitti di istigazione
e apologia e delitti associativi.
1.1 Delitti di istigazione
Tra i delitti di istigazione, quello di maggiore rilevanza è il reato di istigazione a delinquere
(art. 414 c.p.), commesso da chi istiga pubblicamente a commettere uno o più reati. Elementi
costitutivi di tale reato, pertanto sono:
1. l’istigazione, ossia l’incitamento a commettere un reato, punibile in quanto tale e cioè a
prescindere dal fatto che l’istigazione venga o meno accolta;
2. la pubblicità dell’istigazione, nel senso che essa deve avvenire a mezzo stampa o comunque
in luogo ovvero circostanze non private.
L’autore del reato, per il solo fatto dell’istigazione è punito con la reclusione da uno a cinque
anni, se trattasi di istigazione a commettere delitti.
Tra gli altri delitti appartenenti a questa categoria, si segnala il reato di istigazione a pratiche
di pedofilia e pedopornografia (art. 414 bis). Tale reato, commesso da chiunque, con qualsi-
asi mezzo e con qualsiasi forma di espressione, pubblicamente istiga a commettere, in danno
di minorenni, uno o più delitti previsti dagli artt. 600 bis, ter e quater (prostituzione minorile,
pornografia minorile, detenzione di materiale pedopornografico), è punito con la reclusione
da 1 anno e 6 mesi a 5 anni.
1.2 Delitti associativi
Tra i delitti associativi, quelli maggiormente rilevanti sono il reato di associazione per de-
linquere (art. 416 c.p.), il reato di associazioni di tipo mafioso anche straniere (art. 416bis c.p.) e
il reato di scambio elettorale politico-mafioso (art. 416ter).
Il delitto di associazione per delinquere ricorre quando tre o più persone si associano allo
scopo di commettere più delitti.
Il reato sussiste per il solo fatto di partecipare all’associazione: infatti, il pericolo per l’ordine
pubblico è insito nel fatto stesso dell’organizzazione con vincolo permanente fra gli associati, la
quale determina di per sé sola un allarme sociale, indipendentemente dai singoli delitti commessi.
Il delitto, dunque, si consuma nel momento in cui è costituita l’associazione.
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Manuale per le due prove scritte
L’associazione per delinquere differisce dal concorso di persone nel reato, in quanto l’accordo
che dà vita alla costituzione dell’associazione è a carattere permanente e programmatico (volto,
cioè, alla realizzazione di una serie indeterminata di delitti, con pericolo permanente per l’or-
dine pubblico), mentre quello che determina il concorso di più persone è a carattere precario e
contingente (si esaurisce appena il reato è stato commesso) ed è circoscritto alla realizzazione
di uno o più reati nettamente individuati.
Il delitto di associazioni di tipo mafioso anche straniere punisce chiunque fa parte di
un’associazione di tipo mafioso formata da tre o più persone.
La stessa norma precisa che l’associazione è di tipo mafioso quando coloro che ne fanno
parte si avvalgono della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di
assoggettamento e di omertà che ne deriva per commettere delitti, per acquisire in modo di-
retto o indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche, di concessioni, di
autorizzazioni, appalti e servizi pubblici o per realizzare profitti o vantaggi ingiusti per sé o per
altri, ovvero al fine di impedire od ostacolare il libero esercizio del voto o di procurare voti a sé
o ad altri in occasione di consultazioni elettorali.
Il delitto di scambio elettorale politico mafioso è commesso da chiunque accetta, diret-
tamente o tramite intermediari, la promessa di procurare voti attraverso le associazioni di tipo
mafioso, in cambio dell’erogazione di denaro o di qualsiasi altra utilità oppure in cambio della
disponibilità a soddisfare gli interessi dell’associazione mafiosa.
Questa disposizione è finalizzata ad evitare la creazione di legami tra politica e organizzazioni
criminali, le quali potrebbero utilizzare il potere economico e le reti clientelari di cui dispongono
per favorire determinati candidati a fronte di futuri benefici.
1.3 Altri delitti contro l’ordine pubblico
Nella categoria dei delitti contro l’ordine pubblico rientrano anche i delitti di:
— assistenza agli associati, commesso da chiunque, fuori dei casi di concorso nel reato o di
favoreggiamento, dà rifugio o fornisce vitto, ospitalità, mezzi di trasporto, strumenti di comu-
nicazione a taluna delle persone che partecipano all’associazione (art. 418 c.p.);
— devastazione e saccheggio, commesso da chiunque commette fatti di devastazione e sac-
cheggio, purché tali fatti non siano commessi ai sensi dell’art. 285 c.p. e cioè allo scopo di
attentare alla sicurezza dello Stato (art. 419 c.p.);
— pubblica intimidazione, commesso da chiunque minaccia di commettere fatti contro la
pubblica incolumità ovvero fatti di devastazione o saccheggio in modo da incutere pubblico
timore (art. 421 c.p.).
2 Cosa sono i delitti contro l’incolumità pubblica?
I delitti contro l’incolumità pubblica (disciplinati nel Titolo VI, Libro II del Codice penale, art.
422-452 c.p.) sanzionano i comportamenti che mettono in pericolo la vita o l’incolumità fisica
di un numero indeterminato di persone, non preventivamente individuabili.
I delitti contro l’incolumità pubblica si presentano, quindi, come reati di pericolo. Il «comu-
ne pericolo» che li caratterizza va inteso, secondo un giudizio di probabilità, come l’attitudine
dell’azione incriminata a nuocere ad un numero indeterminato di persone.
Nei reati di pericolo astratto (la maggior parte), tale pericolo è presunto, per cui, una volta
realizzato il fatto assunto ad elemento dell’incriminazione, il delitto deve ritenersi consumato,
senza che sia necessario accertare che l’incolumità pubblica sia stata concretamente minacciata
(ciò accade, ad esempio, nel delitto di incendio di cui all’art. 423, comma 1, c.p.).
Nei reati di pericolo concreto, invece, il fatto costituisce reato solo se da esso deriva un pericolo
concreto per la pubblica utilità (ciò accade, ad esempio, nel delitto di fabbricazione o detenzione
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di materie esplodenti previsto dall’art. 435 c.p., dove la condotta costituisce reato ed è punita
solo se realizzata «al fine di attentare alla pubblica incolumità»).
2.1 I principali delitti contro l’incolumità pubblica
Rientrano in tale categoria i delitti di:
— strage, commesso da chiunque, al fine di uccidere, compie atti tali da porre in pericolo la
pubblica incolumità, purché tali atti non vengano compiuti ai sensi dell’art. 285 c.p. e cioè
allo scopo di attentare alla sicurezza dello Stato (art. 422 c.p.). Tale delitto è punito con l’er-
gastolo o, comunque, con la reclusione non inferiore a 15 anni;
— incendio, commesso da chi incendia una cosa altrui e, soltanto se dal fatto deriva pericolo
per la pubblica incolumità, da chi incendia una cosa propria (artt. 423-425 c.p.). A seconda
delle fattispecie disciplinate dalle singole disposizioni, è prevista la reclusione da un minimo
di 6 mesi a un massimo di 10 anni, salvo che non risultino applicabili circostanze aggravanti;
— fabbricazione e detenzione di materie esplodenti, commesso da chiunque, al fine di atten-
tare alla pubblica incolumità fabbrica, acquista o detiene dinamite o altre materie esplodenti,
asfissianti, accecanti, tossiche o infiammabili, ovvero sostanze che servono alla composizione
o alla fabbricazione di essa (art. 435 c.p.). Il delitto è punito con la reclusione da 1 a 5 anni.
3 I delitti contro l’ambiente
I delitti contro l’ambiente (disciplinati nel Codice penale all’interno del Titolo VIbis, Libro II del
Codice penale, artt. 452bis-452quaterdecies c.p.) sono oggetto di una legge apposita contenente
«Disposizioni in materia di delitti contro l’ambiente» (L. 68/2015).
In precedenza, il quadro normativo penale in materia ambientale era prevalentemente con-
tenuto nel D.Lgs. 152/2006 (cd. Codice dell’ambiente).
Con la creazione di un titolo apposito all’interno del Codice penale, dedicato esclusivamente a tali
reati, e tramite la previsione di sanzioni più severe rispetto a quelle stabilite nel vecchio Codice dell’am-
biente, il legislatore ha riconosciuto il rilievo di queste figure delittuose e l’allarme sociale da esse suscitato.
3.1 I principali delitti contro l’ambiente
Rientrano in tale categoria i delitti di:
— inquinamento ambientale, commesso da chiunque abusivamente cagiona una compro-
missione o un deterioramento significativi e misurabili: delle acque o dell’aria, o di porzioni
estese o significative del suolo o del sottosuolo; di un ecosistema, della biodiversità, anche
agraria, della flora o della fauna (art. 452bis c.p.).
La compromissione riguarda condotte lesive caratterizzate dalla produzione di danni (almeno poten-
zialmente) irreversibili, mentre il deterioramento richiama condotte rimediabili.
Il reato è aggravato e punito più severamente quando l’inquinamento viene prodotto in un’area na-
turale protetta o sottoposta a vincolo paesaggistico, ambientale, storico, artistico, architettonico o
archeologico, ovvero in danno di specie animali o vegetali protette;
— disastro ambientale, commesso da chiunque causa un disastro ambientale (art. 452quater
c.p.). È necessario che il disastro ambientale non sia realizzato tramite il crollo di una costru-
zione o attraverso altro disastro doloso (poiché altrimenti ricorre il diverso delitto di crollo di
costruzioni o altri disastri dolosi, previsto dall’art. 434 c.p.);
— attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti, commesso da chiunque, al fine di con-
seguire un ingiusto profitto, con più operazioni e attraverso l’allestimento di mezzi e attività
continuative organizzate, cede, riceve, trasporta, esporta, importa o comunque gestisce
abusivamente ingenti quantitativi di rifiuti (art. 452quaterdecies c.p.).
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Manuale per le due prove scritte
14
I delitti contro la persona
(artt. 575-623ter c.p.)
1 Cosa sono i delitti contro la persona?
I delitti contro la persona (disciplinati nel Titolo XII, Libro II del Codice) sono quei comporta-
menti che offendono i beni essenziali dell’individuo, come la vita, l’incolumità fisica, la libertà
e l’onore. Tali beni risultano pregiudicati, rispettivamente, da reati quali l’omicidio, le lesioni
personali, il sequestro di persona e la diffamazione.
Le disposizioni contenute in questo titolo, dunque, garantiscono l’intangibilità degli attributi
fondamentali di ogni individuo, oppure ne tutelano la libertà verso lo Stato e verso la generalità
dei consociati. Queste libertà sono minacciate, per esempio, da reati come la violenza privata
(commesso da chi, con violenza o minaccia, costringe altri a fare, tollerare o omettere qualche
cosa) e l’arresto illegale (commesso dal pubblico ufficiale che, abusando dei poteri inerenti le
sue funzioni, effettua un arresto).
Benché concepito con riferimento alla persona fisica, il Titolo XII del Codice contiene, tuttavia,
alcune fattispecie applicabili anche nel caso di offesa a enti collettivi (ad es. società e associa-
zioni). La dottrina prevalente ritiene infatti che alcuni dei beni tutelati in questo titolo, come
l’onore, la reputazione e il decoro, nonché l’inviolabilità del domicilio e del segreto riguardano
anche le persone giuridiche.
Il Codice penale suddivide i delitti contro la persona in tre capi, proprio sulla base del bene
giuridico tutelato: delitti contro la vita e l’incolumità individuale (Capo I), delitti contro l’onore
(Capo II) e delitti contro la libertà individuale (Capo III).
Il D.Lgs. 21/2018 ha poi introdotto il Capo Ibis, che disciplina i delitti contro la maternità
(interruzione colposa di gravidanza e interruzione di gravidanza non consensuale).
2 I delitti contro la vita e l’incolumità individuale
Il diritto alla vita e all’incolumità fisica costituisce diritto fondamentale della persona e trova
tutela nelle norme che puniscono l’omicidio (nelle sue varie forme), le lesioni personali e le offese
meno rilevanti all’inviolabilità fisica (ad es. le percosse).
Si ritiene, generalmente, che la tutela della vita e dell’incolumità fisica di ciascuna persona
vada garantita nell’interesse dell’individuo, ma anche della collettività e perciò dello Stato: essa,
infatti, contribuisce alla realizzazione delle condizioni basilari di convivenza civile. Ciò spiega
perché la legge vieta gli atti di disposizione del proprio corpo (art. 5 c.c.) e punisce l’omicidio
del consenziente (art. 579 c.p.), sanzionando chi causa la morte di un individuo anche quando
quest’ultimo abbia dato il proprio consenso.
Tra i principali delitti contro la vita e l’incolumità individuale vi sono l’omicidio, le percosse
e le lesioni personali.
2.1 Omicidio (artt. 575 e ss. c.p.)
Può essere definito omicidio ogni azione o omissione, dolosa, preterintenzionale o colposa,
che abbia per effetto la morte di un uomo. Scopo delle norme che puniscono l’omicidio è la
tutela della vita di ogni singolo uomo.
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Manuale per le due prove scritte
L’omicidio è un delitto a forma libera: il legislatore non richiede per la sua realizzazione
modalità specifiche. Perciò il comportamento del soggetto agente può consistere tanto in una
azione che in una omissione (commette omicidio attraverso un’omissione, per esempio, la madre
che fa mancare il nutrimento al proprio figlio).
L’evento del delitto è la morte della vittima; tra l’azione o l’omissione dell’agente e l’evento
morte deve sussistere un nesso di causalità.
Per quanto riguarda l’elemento soggettivo, l’omicidio può essere doloso, colposo o preterin-
tenzionale. In particolare, l’omicidio si presume doloso, salvo dimostrazione che esso sia dovuto
a negligenza, imprudenza o imperizia del soggetto agente (omicidio colposo, art. 589 c.p.) o che
sia stato cagionato attraverso atti che erano originariamente diretti a causare soltanto lesioni o
percosse (omicidio preterintenzionale, art. 584 c.p.).
Una norma specifica (art. 589 bis c.p.) punisce l’omicidio stradale, ossia l’omicidio realizzato con
violazione delle norme sulla disciplina della circolazione stradale, ovvero ponendosi alla guida di un
veicolo a motore in stato di ebrezza alcolica o alterazione psico-fisica conseguente all’assunzione di
sostanze stupefacenti, o, ancora, effettuando manovre caratterizzate da un elevato grado di impru-
denza (ad es. circolando contromano). L’omicidio stradale è punito con la reclusione da 2 a 7 anni.
2.2 Percosse (art. 581 c.p.)
Si ha il delitto di percosse quando un soggetto percuote un altro individuo, purché non ne
derivi una malattia nel corpo o nella mente (la mancanza di quest’ultimo elemento, in particolare,
è ciò che distingue tale reato dalle lesioni personali).
Il legislatore, quindi, attraverso il reato di percosse punisce le condotte violente il cui unico
effetto è quello di causare dolore.
Non costituisce tale reato il cd. ius corrigendi, ossia l’utilizzo moderato di mezzi fisici coercitivi
sui minori da parte dei genitori o delle altre persone cui l’educazione del minore sia stata delegata.
Qualora le percosse siano di tale entità da procurare non semplicemente una lesione ma
addirittura la morte del soggetto che le ha subite o, nel caso in cui il soggetto passivo sia una
donna, un aborto, la condotta di percosse realizza i diversi reati di omicidio preterintenzionale e
aborto preterintenzionale.
2.3 Lesioni personali (artt. 582-583quinquies c.p.)
È punito dagli artt. 582 e ss. c.p. chiunque cagiona ad altri una lesione personale «dalla quale
derivi una malattia nel corpo o nella mente». La lesione non deriva necessariamente da un’azione
violenta (ad es. esposizione al freddo) e può essere anche la conseguenza di una condotta di
omissione (ad es. la privazione di cibo). La pena prevista è la reclusione da sei mesi a tre anni.
Il legislatore ha previsto quattro tipi di lesione personale dolosa:
— lievissima, che è quella dalla quale deriva alla vittima una malattia che ha una durata non
superiore ai 20 giorni (guaribile, cioè, entro il ventesimo giorno);
— lieve, che è quella dalla quale deriva alla vittima una malattia che ha una durata compresa
tra 21 e 40 giorni;
— grave, che è quella dalla quale deriva una malattia che metta in pericolo la vita della persona
offesa, ovvero una malattia o un’incapacità di attendere alle ordinarie occupazioni per un
tempo superiore a 40 giorni, nonché se il fatto produce l’indebolimento permanente di un
senso o di un organo;
— gravissima, che è quella dalla quale deriva una malattia certamente o probabilmente insana-
bile, la perdita di un senso, la perdita di un arto, o una mutilazione che renda l’arto inservibile,
ovvero la perdita dell’uso di un organo o della capacità di procreare, ovvero una permanente
e grave difficoltà nel parlare.
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3 I delitti contro l’onore
I reati previsti dal Codice penale a tutela dell’onore e del decoro della persona erano due:
l’ingiuria e la diffamazione. Per effetto dei correttivi dovuti al D.Lgs. 7/2016, l’ingiuria ha perso
rilevanza penale per divenire un mero illecito civile.
La differenza tra le due figure consiste nella presenza o meno della persona offesa al momento
in cui si commette il fatto: ricorre l’ingiuria quando l’offesa all’onore o al decoro era fatta alla
presenza dell’offeso, mentre si aveva diffamazione negli altri casi.
Per onore, deve intendersi il complesso delle condizioni da cui dipende il valore sociale della per-
sona, mentre il decoro, consiste nell’insieme delle doti fisiche, intellettuali e sociali della persona.
Tanto l’onore quanto il decoro sono intesi sotto un profilo duplice: soggettivo e oggettivo.
In senso soggettivo, si identificano con il sentimento che ciascuno ha del proprio valore morale
(onore in senso proprio) e sociale (decoro).
In senso oggettivo, onore e decoro si identificano con la reputazione di cui il soggetto gode
nella società.
La diffamazione che, ricordiamo, rappresenta l’unica forma di offesa al decoro sanzionata
penalmente, incide sulla reputazione del soggetto e, quindi, sull’onore e sul decoro intesi in senso
oggettivo. Il reato di diffamazione, in particolare, viene commesso da chiunque, comunicando
con più persone, offende l’altrui reputazione (art. 595 c.p.).
Come premesso, la maggiore gravità della diffamazione (rispetto all’ingiuria, non sanzio-
nata penalmente) sta nel fatto che la diffamazione consiste in un’offesa arrecata in assenza del
soggetto passivo e, dunque, precludendo a quest’ultimo ogni possibilità di difesa. Il delitto di
diffamazione può essere realizzato con qualunque forma (parole, scritti, disegni), purché il fatto
offensivo sia comunicato ad almeno due persone, anche in tempi diversi.
L’esigenza di tutela dell’onore e del decoro delle persone spesso si scontra, poi, con l’esercizio
del diritto di cronaca e del diritto di critica, espressioni del diritto alla libera manifestazione
del pensiero di cui all’art. 21 Cost. Se è innegabile che il diritto di cronaca giornalistica può essere
esercitato anche quando ne derivi una lesione all’altrui reputazione, discussi sono i limiti di liceità
di tale esercizio, individuati dalla Corte di Cassazione nell’utilità sociale dell’informazione, nella
verità dei fatti esposti, oggettiva o almeno putativa (ossia, frutto di un serio e diligente lavoro di
ricerca) e nella forma «civile» dell’esposizione, cioè non denigratoria in modo inutile o eccedente
rispetto allo scopo informativo che si vuole raggiungere.
4 I delitti contro la libertà individuale
Le norme appartenenti al Capo III del Codice penale (Titolo XII, Libro II), diviso in cinque se-
zioni, hanno lo scopo di proteggere i beni giuridici tutelati dagli artt. 13 e ss. della Costituzione.
In particolare:
— la Sezione I tutela il diritto di libertà individuale in senso stretto, in quanto prevede fatti
che annullano completamente la personalità del soggetto passivo, il quale viene ridotto in
istato di schiavitù fisica o psichica.
Appartengono a tale sezione, ad esempio, il reato di riduzione in schiavitù (art. 600 c.p.), il reato di
prostituzione minorile (art. 600bis c.p.) e il reato di tratta di persone (art. 601 c.p.);
— la Sezione II tutela la libertà intesa come libertà di azione e di locomozione, in tutte le sue
forme, prevedendo come reati gli atti che la riducono o la annullano.
Appartengono a tale sezione, ad esempio, i reati di sequestro di persona (art. 605 c.p.) e arresto illegale
(art. 606 c.p.) ed il reato di violenza sessuale (art. 609bis c.p.);
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— la Sezione III tutela la libertà morale del soggetto. Essa comprende i reati che limitano la
libertà psichica di autodeterminazione del soggetto.
Appartengono a tale sezione, ad esempio, il reato di violenza privata (art. 610 c.p.), il reato di minaccia
(art. 612 c.p.), il reato di tortura (art. 613bis c.p.) reato di diffusione illecita di immagini o video sessual-
mente espliciti, cd. revenge porn (art. 612ter c.p.);
— la Sezione IV tutela l’inviolabilità del domicilio garantita dall’art. 14 della Costituzione.
Appartengono a questa sezione, ad esempio, il reato di violazione di domicilio (art. 614 c.p.) e il reato
di accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico (art. 615ter);
— la Sezione V, infine, tutela il diritto di libertà e segretezza della corrispondenza e di ogni
altra forma di comunicazione garantito dall’art. 15 della Costituzione.
Appartengono a tale sezione, ad esempio, il reato di violazione, sottrazione e soppressione di corrispondenza
(art. 616 c.p.) e i reati di intercettazione di comunicazioni telefoniche o informatiche (artt. 617 ss. c.p.).
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15
I delitti contro il patrimonio
(artt. 624-649bis c.p.)
1 Cosa sono i delitti contro il patrimonio?
I delitti contro il patrimonio (disciplinati nel Titolo XIII, Libro II del Codice penale) sono
costituiti da tutti quei comportamenti che ledono il patrimonio così come definito dal diritto
privato, ossia il complesso dei rapporti giuridici, economicamente valutabili, che fanno capo ad
una persona.
Si ritiene, così, che nel concetto di patrimonio rientrino non solo i diritti reali, i diritti di credito,
il possesso, le aspettative, ma persino le cose possedute contra ius (ad es. le cose rubate) e le
cose di valore soltanto affettivo.
Perché possa realizzarsi un reato contro il patrimonio, è necessaria l’altruità della cosa og-
getto del delitto, ossia è necessario che la cosa appartenga o sia detenuta da un soggetto diverso
da colui che commette il delitto.
2 I principali delitti contro il patrimonio
2.1 Furto (artt. 624 – 625bis c.p.)
Commette questo reato chiunque si impossessa di una cosa mobile altrui, sottraendola a chi
la detiene, al fine di trarne profitto per sé o per altri.
Pertanto, elementi costitutivi di questo reato sono:
— l’impossessamento, che si realizza nel momento in cui il soggetto attivo sottrae la cosa mobile
a chi la detiene;
— la consapevolezza della altruità della cosa;
— il fine di trarre, per sé stesso o anche per altri, un profitto, cioè qualsiasi utilità, anche di natura
non patrimoniale, discendente dal fatto illecito.
2.2 Rapina (art. 628 c.p.)
L’articolo 628 c.p. prevede due ipotesi criminose diverse, accomunate dall’impossessamento
di una cosa mobile altrui e dall’uso di violenza o minaccia alla persona.
Tali figure criminose sono:
— la rapina propria, commessa da chiunque, per procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto,
mediante violenza o minaccia, s’impossessa della cosa mobile altrui sottraendola a chi la
detiene;
— la rapina impropria, commessa da chiunque adopera violenza o minaccia immediatamente
dopo la sottrazione della cosa, per assicurare a sé o ad altri il possesso della cosa stessa o
per procurare a sé o ad altri impunità.
A differenza del reato di furto, che lede un solo bene giuridico, ossia l’integrità del patrimo-
nio, la rapina produce una duplice lesione, poiché allo stesso tempo danneggia il patrimonio e
l’integrità fisica del soggetto passivo.
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Manuale per le due prove scritte
Dalla rapina si differenzia inoltre l’estorsione (art. 629 c.p.), poiché:
— nella rapina l’agente si impossessa, con violenza o minaccia, della cosa;
— nell’estorsione, invece, la violenza o la minaccia non vengono esercitare, ma solo prospet-
tate, ponendo la vittima nell’alternativa tra tenere il comportamento richiesto dall’estorsore
o subire, successivamente, la violenza o il male minacciati.
2.3 Truffa (art. 640 c.p.)
Commette il delitto di truffa chiunque, mediante artifizi o raggiri, inducendo taluno in errore,
procura a sé o a altri un ingiusto profitto con altrui danno.
L’elemento che caratterizza questo delitto, pertanto, è l’inganno con cui la vittima viene
indotta dall’agente a compiere un atto, positivo o negativo, che comporta una diminuzione del
suo patrimonio e che non avrebbe compiuto senza la frode dell’agente.
2.4 Usura (art. 644 c.p.)
L’articolo 644 c.p. prevede due delitti diversi:
— la prestazione usuraria, consistente nel farsi dare o promettere, sotto qualsiasi forma, per sé
o per altri, interessi o altri vantaggi usurari, come corrispettivo di una prestazione di danaro
o di altra utilità;
— la mediazione usuraria, che consiste nel procurare a taluno una somma di denaro, facendo
dare o promettere a sé e ad altri un compenso usurario, come pagamento per la mediazione
effettuata.
Perché si realizzino entrambe le forme di usura previste dalla norma, è necessario che gli
interessi, i vantaggi o i compensi dati o promessi siano usurari, rispetto alla prestazione di dare
o procurare denaro o altra utilità
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I delitti contro la personalità dello Stato
(artt. 241-313 c.p.)
1 Cosa sono i delitti contro la personalità dello Stato?
I delitti contro la personalità dello Stato (disciplinati nel Titolo I, Libro II del Codice penale)
sono quelli che offendono gli interessi politici dello Stato, inteso nella sua essenza unitaria. Tali
reati, in sostanza, pregiudicano le condizioni che consentono allo Stato di esistere e svolgere
la sua attività istituzionale, sia con in riferimento alle relazioni dello Stato con altre nazioni, sia
con riguardo alla vita interna dello Stato.
2 I delitti di attentato
La natura e la gravità dei reati riconducibili a questa categoria ha condotto il legislatore a
predisporre una tutela anticipata nei confronti degli stessi. Perciò, la semplice realizzazione di
atti diretti a commettere uno di tali reati viene punita a titolo di delitto consumato, a prescindere
dal fatto che l’evento si produca o meno.
Tra i delitti di attentato possono essere menzionati il delitto di devastazione, saccheggio e
strage (art. 285 c.p.), che consiste nel compiere atti finalizzati alla realizzazione di condotte di
devastazione, saccheggio e strage nel territorio italiano (punito con l’ergastolo) e il delitto di
attentato per finalità terroristiche o di eversione (art. 280 c.p.), del quale risponde chiunque, per
finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico, attenta alla vita o alla incolumità
di una persona.
Il delitto di attentato con finalità di terrorismo è punito con la reclusione non inferiore a 6
anni. Se dall’attentato deriva una lesione gravissima, la reclusione non può essere inferiore a
18 anni, se, invece, la lesione è grave la reclusione non sarà inferiore a 12 anni.
L’art. 280 prevede l’aumento di pena di 1/3 se i reati sono commessi contro persone che
esercitano funzioni giudiziarie, penitenziarie o di sicurezza pubblica nell’esercizio o a causa delle
loro funzioni; se dai fatti deriva la morte della persona, nel caso di attentato alla vita, si applica
l’ergastolo, nel caso di attentato all’incolumità, la reclusione di anni 30.
Infatti, perché il reato dall’art. 280 c.p. si realizzi, è sufficiente che gli atti posti in essere siano
idonei e univocamente diretti ad attentare alla vita oppure all’incolumità della persona.
Attentare alla vita significa realizzare atti finalizzati a uccidere, mentre attentare all’incolu-
mità significa realizzare atti finalizzati a cagionare un danno fisico diverso dalla morte, e cioè al
ferimento della persona.
È necessario, però, che il fatto dell’attentato sia commesso per finalità di terrorismo o di
eversione dell’ordine democratico.
Perseguono finalità di terrorismo le condotte definite terroristiche o commesse con finalità
di terrorismo alla luce del diritto internazionale oppure quelle condotte che possono arrecare
grave danno ad un Paese o ad un’organizzazione internazionale e sono compiute allo scopo di:
— intimidire la popolazione;
— costringere i poteri pubblici a compiere o ad astenersi dal compiere un qualsiasi atto;
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— destabilizzare o distruggere le strutture politiche fondamentali (costituzionali, economiche o
sociali) di un Paese;
Perseguono finalità di eversione le condotte dirette a sovvertire l’ordinamento costituzionale
o a travolgere l’assetto democratico dello Stato, impedendone il funzionamento o deviandolo dai
principi basilari dell’ordinamento costituzionale.
Un esempio di delitto con finalità di terrorismo è il reato di finanziamento di condotte con finalità di
terrorismo (art. 270quinquies.1 c.p.), commesso da chiunque raccoglie, eroga o mette a disposizione beni
o denaro destinati a essere utilizzati per il compimento di condotte con finalità di terrorismo, nonché da
chi deposita o custodisce il denaro o i beni impiegati a tal fine.
3 I delitti di associazione
In questa categoria possono essere ricondotti i cd. reati associativi, ossia quelli di cui il le-
gislatore incrimina la mera associazione di persone in quanto essa, per i mezzi impiegati e/o le
finalità perseguite, è ritenuta idonea a ledere o a mettere pericolo interessi meritevoli di una
particolare tutela. Anche per questi reati, dunque, il legislatore predispone una tutela antici-
pata, per cui il reato si realizza semplicemente perché vengono posti in essere atti diretti alla
realizzazione del fatto sanzionato.
Sono considerati delitti di associazione, ad esempio:
— il delitto di associazioni sovversive (art. 270 c.p.), commesso da chiunque promuove, costitu-
isce, organizza o dirige associazioni dirette e idonee a sovvertire violentemente l’ordinamento
politico, giuridico ed economico dello Stato, nonché da chiunque partecipa a tali associazioni.
Il reato è punito con la reclusione da 5 a 10 anni. Nel caso di partecipazione, la pena è la
reclusione da 1 a 3 anni;
— il delitto di associazione con finalità di terrorismo anche internazionale e di eversione
dell’ordine democratico (art. 270bis c.p.), commesso da chiunque promuove, costituisce,
organizza, dirige o finanzia associazioni che si propongono di compiere atti di violenza con
finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico, nonché da chiunque partecipa
a tali associazioni. La pena è la reclusione da 7 a 15 anni, per i partecipi la reclusione è da 5
a 10 anni;
— il delitto di arruolamento con finalità di terrorismo anche internazionale (art. 270quater
c.p.), commesso da chiunque arruola una o più persone per il compimento di atti di violenza
ovvero di sabotaggio di servizi pubblici essenziali, con finalità di terrorismo, anche se rivolti
contro uno Stato estero, un’istituzione o un organismo internazionale, salvo che tali atti non
rientrino nel reato precedentemente citati di cui all’art. 270bis c.p. Per tale reato è prevista
la reclusione da 7 a 15 anni. La persona arruolata è punita con la reclusione da 5 a 8 anni.
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Altre categorie di delitti
1 I delitti contro l’economia pubblica, l’industria e il commercio
(artt. 499-517quinquies c.p.)
I delitti contro l’economia pubblica, l’industria e il commercio sono disciplinati nel Titolo
VIII, Libro II del Codice penale.
Economia pubblica è l’insieme delle attività economiche che si svolgono nell’ambito della
Nazione.
Commercio è l’esercizio abituale dell’acquisto e della compera di beni e della loro rivendita
a scopo di guadagno.
Industria è ogni forma di organizzazione che tende a concentrare l’attività produttiva.
Dalla pluralità dei beni tutelati dalle norme contenute nel titolo in esame, deriva che mol-
teplici sono gli interessi specifici che le norme stesse intendono garantire, sebbene scopo
comune sia la tutela del sistema economico nazionale, e in particolare:
— la conservazione dei beni economici, indipendentemente dal diritto di proprietà (ad es.
il reato di distruzione di materie prime o di prodotti agricoli o industriali ovvero di mezzi di
produzione, art. 499 c.p.);
— la normalità degli scambi economici e della produzione (ad es. il reato di rialzo e ribasso
fraudolento di prezzi sul pubblico mercato e nelle borse di commercio, art. 501 c.p.);
— l’ordine del lavoro (ad es. il reato di inosservanza delle norme disciplinanti i rapporti di lavoro,
art. 509 c.p.);
— la libertà dell’industria e del commercio (ad es. il reato di turbata libertà dell’industria e
del commercio, art. 513 c.p.);
— la fiducia commerciale e la sincerità del commercio (ad es. il reato di frode nell’esercizio
del commercio, art. 515 c.p.).
2 I delitti contro la moralità pubblica e il buon costume (artt.
527-540 c.p.)
I delitti contro la moralità pubblica e il buon costume sono disciplinati nel Titolo IX, Libro II del
Codice penale. Questo titolo, in seguito all’intervento effettuato dalla L. 66/1966, che ha modi-
ficato la materia dei reati sessuali individuando il nuovo bene giuridico della libertà sessuale,
risulta composto da un unico capo, dedicato alle offese al pudore e all’onore sessuale.
I beni giuridici tutelati dalle disposizioni appartenenti a questo capo unico, sono:
— la moralità pubblica, cioè la coscienza etica di un popolo in un dato contesto storico e sociale;
— il buon costume, cioè il comportamento conforme ai precetti di morale, di decenza, di etichetta,
di cortesia.
In seguito all’individuazione del nuovo bene giuridico della libertà sessuale, tuttavia, la
moralità pubblica deve intendersi come moralità sessuale e il buon costume è riferito ai com-
portamenti attinenti alle manifestazioni sessuali.
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Ad esempio, il reato di atti osceni (art. 527 c.p.) punisce chiunque, in luogo pubblico, aperto
o esposto al pubblico, compie atti osceni.
3 I delitti contro la famiglia (artt. 556-574ter c.p.)
I delitti contro la famiglia sono disciplinati nel Titolo XI, Libro II del Codice penale.
Appartengono a tale categoria una serie di reati che offendono o mettono in pericolo l’istituto
della famiglia, in quanto essa rappresenta il primo e naturale nucleo della comunità sociale,
nonché la sede di formazione e di sviluppo dell’individuo.
Il Titolo è suddiviso in quattro Capi, dedicati rispettivamente a:
— delitti contro il matrimonio (Capo I), come il reato di bigamia (art. 556 c.p.), commesso da
chi, essendo legato da un matrimonio avente effetti civili, ne contrae un altro e da chi, pur
non essendo coniugato, contrae matrimonio con persona già vincolata da altro matrimonio
con effetti civili;
— delitti contro la morale familiare (Capo II), come il reato di incesto (art. 564 c.p.), realizzato
da chi commette incesto con un discendente, un ascendente, un affine in linea retta, una sorella
o un fratello;
— delitti contro lo stato di famiglia (Capo III), come il reato di supposizione o soppressione
di stato (art. 566 c.p.), commesso da chi fa figurare nei registri dello stato civile una nascita
inesistente;
— delitti contro l’assistenza familiare (Capo IV), come il reato di abuso dei mezzi di correzione
o di disciplina (art. 571 c.p.), commesso da chi abusa dei mezzi di correzione e disciplina in
danno di una persona sottoposta alla sua autorità o a lui affidata per ragione di educazione,
istruzione, cura, se dal fatto deriva il pericolo di una malattia nel corpo o nella mente (ad es.
il genitore che percuote il figlio abitualmente e in modo da procurargli lesioni).
4 I delitti contro il sentimento per gli animali (artt. 544bis-
544sexies c.p.)
I delitti contro il sentimento per gli animali sono disciplinati nel Titolo IXbis, Libro II del
Codice penale.
L’introduzione nel Codice penale di un titolo apposito, espressamente dedicato alla repres-
sione delle condotte lesive dell’incolumità fisica degli animali, è giustificata dal progressivo
evolversi della sensibilità collettiva nei confronti degli animali e dal connesso allarme sociale
per la crescita esponenziale di fenomeni di maltrattamento e sfruttamento di varia natura.
Ad esempio, il reato di uccisione di animali (art. 544bis c.p.) e il reato di maltrattamento di
animali (art. 544ter c.p.) sanzionano, rispettivamente, chiunque per crudeltà o senza necessità:
— causa la morte di un animale (uccisione);
— causa una lesione ad un animale, lo sottopone a sevizie oppure a comportamenti, fatiche o
lavori insopportabili per le sue caratteristiche etologiche (maltrattamento).
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5 I delitti contro il sentimento religioso e contro la pietà dei de-
funti (art. 403-413 c.p.)
I delitti contro il sentimento religioso e contro e la pietà dei defunti, disciplinati nel Titolo IV,
Libro II del Codice penale, diviso in due capi, sanzionano rispettivamente:
— le offese a una confessione religiosa, realizzate attraverso il vilipendio, ossia l’oltraggio
perpetrato nei confronti di persone o cose oppure attraverso il danneggiamento di cose
(artt. 403 e 404 c.p.), nonché attraverso il turbamento di funzioni religiose del culto di una
confessione religiosa (art. 405 c.p.);
— le offese verso i defunti e le cose mortuarie, realizzate attraverso la violazione o il vilipendio
di tombe, sepolcri e urne (artt. 407 e 408 c.p.), attraverso il turbamento di un funerale o di un
servizio funebre (art. 409 c.p.) e attraverso il vilipendio, la distruzione, l’occultamento o l’uso
illegittimo di un cadavere (artt. 410-413 c.p.).
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