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M1 - Morfologia e Sintassi

Il documento analizza la morfologia e la sintassi, evidenziando il concetto di significante e significato secondo Saussure e Bloomfield, e la loro arbitrarietà nelle lingue. Viene discussa l'allomorfia e la distinzione tra morfemi lessicali e grammaticali, con esempi di categorie grammaticali come numero, genere e caso. Infine, si esplorano le evoluzioni etimologiche dalle lingue indoeuropee a quelle romanze, evidenziando le strategie sintetiche e analitiche nel linguaggio.

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M1 - Morfologia e Sintassi

Il documento analizza la morfologia e la sintassi, evidenziando il concetto di significante e significato secondo Saussure e Bloomfield, e la loro arbitrarietà nelle lingue. Viene discussa l'allomorfia e la distinzione tra morfemi lessicali e grammaticali, con esempi di categorie grammaticali come numero, genere e caso. Infine, si esplorano le evoluzioni etimologiche dalle lingue indoeuropee a quelle romanze, evidenziando le strategie sintetiche e analitiche nel linguaggio.

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Morfologia e Sintassi

Introduzione
I foni sono dotati di quello che Saussure chiamava ‘significante’. Il significante è il numero di foni che
formano una parola; è, quindi, la parte concreta. Tutte le parole hanno quelli che Saussure chiama
‘segni linguistici’; entità formate da una parte concreta a cui è associato un valore semantico, una
parte astratta (l’idea che associo ad una determinata sequenza di foni), chiamata da Saussure in poi
‘significato’.
Si tratta di quelle unità che non sono limitate al solo significante, come sono i foni o le sillabe (già da
Aristotele, con la sillaba, terminava l’analisi del significante linguistico), ma al significato.
Nella terminologia linguistica introdotta in America queste unità venivano chiamate ‘morfemi’, in
particolare a partire da uno dei più grandi linguisti del Novecento, Bloomfield, la cui composizione,
intitolata ‘Language’ (pubblicato negli anni Trenta del novecento), viene definita la “bibbia” della
linguistica americana prima dell’arrivo di Chomsky negli anni sessanta.

Significante e Significato
Quelli che Saussure chiama ‘segni linguistici’ vengono chiamati da Bloomfield ‘morfemi’, unità dotate
sia di significante che di significato. Questo è un rapporto arbitrario; non c’è nessuna ragione di origine
naturale per cui una sequenza di suoni debba essere associata a quel determinato significato. Non c’è
una ragione di ordine naturale per cui una qualunque parola debba necessariamente avere quel tipo
di sequenza fonica. Questo è dimostrato dalla diversità dele lingue del mondo; quello che in italiano
si chiama ‘tavolo’ in francese o in un'altra qualsiasi lingua avrà un nome diverso, quindi un significante
diverso, ma il significato rimarrà invariato.
Anche nel caso delle onomatopee (parole che riproducono graficamente un suono) si tratta di
strutture arbitrarie, in quanto varie lingue del mondo rappresentano lo stesso suono in modi diversi a
livello fonico. Prima che questa nozione venisse teorizzata da Saussure, per secoli la tradizione
linguistica occidentale ha ereditato, in qualche modo, il pensiero grammaticale greco e latino.
All’interno della speculazione linguistica greca c’è stato un ampio dibattito, il famoso Cratilo di
Platone, in cui si espone la contrapposizione teorica tra chi pensava che le lingue fossero per
convenzione (il legame tra significante e significato fosse arbitrario) e chi invece pensava che esistesse
un legame naturale tra significante e significato. Lo studio dell’etimologia nell’età greca fu infatti
basato su questa falsa credenza. Questa credenza si fece strada anche nello stoicismo, permeando il
pensiero medievale e, nonostante fosse un’opinione a cui ormai non credeva nessuno, è solo nel ‘900
che viene esplicitamente definita l’arbitrarietà del significato linguistico di Saussure. La prova di tutto
ciò è la diversità delle lingue che per indicare lo stesso oggetto utilizzano significanti diversi. Anche il
significato spesso non è lo stesso, il modo in cui immaginiamo o intendiamo la conoscenza del mondo
è diverso da lingua a lingua. Un esempio portato spesso nei manuali è quello della ‘neve’. La neve in
italiano, specialmente nei dialetti e nell’italiano italo-romanzo centro-meridionale, è sempre la stessa.
Ci sono lingue del mondo, invece, in cui la realtà legata alla neve è una realtà giornaliera, che per
esigenze lavorative o di vita quotidiana, come in Eschimese, esistono circa venti termini per descrivere
la neve. Questo vuol dire che anche quelli che pensiamo abbiano significato uguale per tutte le lingue
del mondo in realtà sono diversi da lingua a lingua.
L’arbitrarietà non si riferisce solo al rapporto tra significante e significato, ma anche tra significato e
referente, l’entità che rappresentiamo linguisticamente. Questa corrispondenza non è unica nelle
lingue del mondo, altrimenti non esisterebbe diversità linguistica.

Allomorfia
Prendendo come esempio la parola inglese ‘Rocks’ - ‘Rocce’, per quanto riguarda il significante,
possiamo semplicemente dire che è formato da quattro foni; il significato è, come detto, Rocce.
Questa parola però, nel significato, non contiene un’informazione solo lessicale. La sequenza ‘rocks’
ci dice, oltre al significato, grazie al fono finale, che si tratta di un plurale. A livello di significato si
hanno quindi due informazioni: una a livello semantico (riguardo il lessico) e una a livello
grammaticale. È possibile quindi segmentare la parola e indicare quale parte ci da una determinata
informazione e quale un'altra (rock+s); distinguiamo quindi due tipi di morfemi: il morfema lessicale
(che ci indica il significato della parola) e il morfema grammaticale (che ci da indicazioni sulla
grammatica, in questo caso sul numero). Questa distinzione, tuttavia, non è sempre così semplice; ci
sono molte lingue in cui una divisione così netta non è fattibile.
Prendendo come esempio la parola ‘è’, questa da sicuramente un’informazione lessicale (che
appartiene al verbo essere), ma da anche un’informazione grammaticale (si tratta di una 3^ pers. Sing.
Dell’indicativo presente). Si hanno quindi due informazioni non separate graficamente, ma all’interno
dello stesso morfema. Ci sono delle lingue del mondo che tendono a separare l’informazione lessicale
da quella grammaticale come il Turco, definita lingua agglutinante. Nelle lingue come il turco,
riconoscere i morfemi lessicali da quelli grammaticali è molto facile grazie ad una netta separazione
dei morfemi. In molte altre lingue l’informazione grammaticale non è separata e non è separabile da
quella lessicale, dove questa “osmosi” tra i due livelli è molto più accentuata.

Nella parola ‘tavolo’ si può separare l’informazione lessicale da quella grammaticale: ‘tavol+o’.
Cambiando la ‘o’ con la ‘i’ si ottengono due informazioni diverse sul numero; ‘tavol-’ morfema
lessicale e ‘-o’ quello grammaticale.

Questo tipo di morfema, che da informazioni sul numero o sul genere, e nelle lingue indoeuropee
antiche sul caso, si chiama morfema grammaticale flessivo.
Sia morfemi grammaticali che lessicali possono avere delle varianti nel significante; se si prende come
esempio ‘fog’, il plurale è ‘fogz’ (la fricativa è sonora per assimilazione progressiva). In ‘fogz’, ‘fog-’ è il
morfema lessicale e la ‘-z’ il morfema grammaticale flessivo. La ‘-z’ da, come nel caso della ‘-s’ di
‘rocks’, un’informazione sul numero. S e Z sono varianti dello stesso morfema. Come in fonologia, dove
le varianti dei fonemi si chiamano allofoni, in morfologia si parla di allomorfi.

L’articolo determinativo maschile plurale in italiano gli/i mostra allomorfia.


Possiamo trovare allomorfia anche nel morfo lessicale:
[amik] + [o] Allomorfi di ‘belli’: bei, begli, belli
[amiʧ] + [i]

Categorie grammaticali
Esistono numerose categorie lessicali nelle lingue del mondo. quelle che interessano principalmente
l’italiano sono: Numero, Genere e Caso.

Numero
(singolare, plurale, duale [per due entità qualsiasi o per entità che si usano tipicamente in coppia,
come nel greco]; paucale [lingue oceaniche, indica un insieme composto da poche unità contrapposto
a tutti gli altri])
Caso
Funzione sintattica che un nome ricopre in una frase oppure funzione svolta nella frase dall’entità
denominata dal nome (luogo, strumento, ecc.): in questo caso si parla di ruolo semantico. Il caso lo
troviamo ad esempio nel Greco e nel Latino.
Genere
Contestualmente determinato per accordo (categoria non inerente nei modificatori del nome, es. le
forchette piccole) oppure inerente: esempi come ragazzo vs. ragazza si basano su fattori cognitivi
(distinzione degli esseri umani in due sessi) e non grammaticali: criteri semantici.
Il più grande cambiamento etimologico, nel passaggio dalle lingue indoeuropee antiche a quelle
moderne, e nel passaggio dal latino alle lingue romanze, è il passaggio da una strategia sintetica
(l’utilizzo del caso nella declinazione latina) a una strategia analitica (l’utilizzo delle preposizioni per
esprimere i complementi in italiano).
Le lingue romanze, come già detto, derivano dal latino parlato, non da quello letterario o quello
classico. Una delle fonti che permette di costruire quello che era il latino parlato è il latino utilizzato
da autori letterari che volutamente riproducono il parlato, come Plauto e Terenzio. Essi sono autori
che si collocano in un periodo della letteratura latina molto antico. Esistono dei fenomeni che
appartengono al periodo arcaico della letteratura latina che ritroviamo identici nelle lingue romanze.
Evidentemente, accanto all’ufficialità della lingua, vi era un latino parlato che affiora in queste
commedie. Non è un caso che nelle commedie Plautine si trovino degli elementi che si trovano
tutt’oggi nelle lingue romanze.

Es.: l’italiano, per esprimere il caso, ricorre alle preposizioni: nella frase ‘metà del bottino’ il
complemento di specificazione è espresso dalla preposizione ‘del’ (preposizione articolata).
Se si dovesse tradurre in latino si dovrebbe usare una strategia sintetica: ‘midium predae’. Qui
si vede che il complemento è espresso nella desinenza di ‘predae’, non c’è preposizione. In
una fase latina arcaica ci si aspetterebbe quindi una traduzione simile; tuttavia, in Plauto,
questo sintagma è attestato in questo modo: ‘midium de preda’. Evidentemente Plauto qui
utilizza una forma di latino parlato, e non quello letterario classico. Si vede quindi che nel
parlato la lingua si era già evoluta verso una tipologia analitica, quella che si trova oggi nelle
lingue romanze. Questi si chiamano fenomeni carcazici.

Il genere è un’altra categoria morfologica che le lingue romanze rappresentano attraverso una
strategia sintetica. Grammaticalmente, nella comparazione tra ragazzo e ragazza, il carattere per
distinguere maschile da femminile è la desinenza ‘-o’ dalla desinenza ‘-a’. A conclusione di ciò, il
genere, nelle lingue romanze, è un carattere di tipo sintetico. Riguardo questo argomento, tuttavia, è
stata fatta una delle più grandi scoperte della linguistica degli ultimi vent’anni: il modo in cui possiamo
stabilire il genere di una lingua. Venne scoperto anche un metodo per indicare quanti generi ha una
lingua. Corbett rifletté su una frase di un grande linguista del secolo scorso, Hockett, che affermava:
“Genders are classes of nouns reflected in the behaviour of associated words” – “i generi sono classi di
nomi riflessi nei caratteri di parole associate”. Le parole associate sono quelle che da Corbett in poi
vengono chiamate ‘target’.

Prendendo come esempio ‘le forchette piccole’, ‘le’ e ‘piccole’ prendono il genere dalla testa,
cioè ‘forchette’. ‘forchette’ determina quindi il genere dei bersagli (le parole associate),
‘forchette’ si chiama controllore.

Ci sono delle lingue, classificate con due generi, che invece, nell’opposizione tra singolare e plurale,
mostrato tre o persino quattro generi. Questa è una scoperta rivoluzionaria perché, come nel caso del
rumeno che inizialmente si pensava avesse due generi, sulla base dei target si è scoperto che ne ha in
realtà tre.
Esistono parole, come ‘braccio’ e ‘uovo’, che si comportano in maniera particolare: al singolare
l’accordo maschile e al plurale un accordo al femminile, quindi ‘le uova’; si parla quindi di genere
alternante.

1° caso: maschile singolare -> maschile plurale


2° caso: femminile singolare -> femminile plurale
3° caso: maschile singolare -> femminile plurale
Non conformandosi a nessuno dei primi due accordi, si tratta di un genere a sé stante, il neutro non
autonomo. Questi derivano dai neutri latini o dai nomi inanimati delle lingue romanze. In lingue come
l’italiano è stato difficile classificare e accettare un terzo genere e studiosi, come Paolo Acquaviva,
hanno pensato che la parola ‘le braccia’, ad esempio, non fosse il plurale di ‘il braccio’, e che avessero
due entrate lessicali differenti, quindi due sostantivi diversi. Corbett ha risolto questo problema
affermando che si trattasse di un terzo genere, ma essendo che il numero di lessemi che adotta questo
accordo è limitato, non è possibile creare un terzo genere. Esistono lingue, come il rumeno, ricco di
parole con un genere alternante; fenomeno riscontrato anche in alcuni dialetti meridionali.

Questo uovo (= carcere, gregge, orecchio) Queste uova (= carceri, greggi, orecchie)
Corbett: ‘inquorate gender value’

Rumeno: vin-ul e bun Vinuri-le sunt bun-e


Il vino è buono Le vini sono buone
Italiano antico: il castello, il prato, il nome Le castella, le pratora, le nomora

Nel terzo genere i nomi che ora concordano con il femminile plurale, nelle lingue romanze, avevano
un target a sé stante, ovvero la desinenza del neutro plurale come in latino (la), quindi invece di ‘le
braccia’ era ‘la braccia’. Nelle lingue romanze sono rimaste tracce di queste desinenze specifiche del
terzo genere; infatti, Michele Roborcaro (un romanista italiano), ha trovato queste tracce in un
dialetto particolarmente conservativo: il dialetto di Verbicaro tra la Calabria e la Basilicata.
Esistono, in alcuni dialetti meridionali (dialetto napoletano, di Moffetta, ecc.), il neo-neutro o neutro
di materia, che si riferisce al materiale, come ‘il ferro’ e nomi astratti o neologismi che hanno un altro
accordo a sé stante; si individua quindi il quarto genere. Questi nomi particolari non distinguono
singolare e plurale ed hanno due diversità di target;
• il primo si riconduce al fenomeno del rotacismo (il passaggio di un fono ad ‘r’; ‘lo-ro’ - ‘lo-ru’,
‘il ferro’ – ‘ru fierr’;
• La seconda particolarità è la sollecitazione del raddoppiamento fonetico; ad esempio, in
napoletano, per intendere una tazzina di caffè si dice ‘o cafe’, per intendere la materia caffè
si dice invece ‘o ccafe’.
Per riconoscere il neo-neutro si va a guardare l’articolo, se presenta rotacismo o RF. In linea di
massima, per classificare il genere di una lingua non basta individuare il genere inerente, quindi il
maschile o il femminile, ma la concordanza del target con il controllare, in termini corbettiani.

Tipologie Morfologiche
Le lingue del mondo si classificano in due parametri: l’indice di sintesi e l’indice di fusione. Mentre
l’indice di fusione è il grado di difficoltà nel riconoscere i confini, l’indice di sintesi è il numero di
morfemi individuabili all’interno della parola. Troviamo delle lingue del mondo costituite da un
numero altissimo di morfemi e altre che invece hanno parole composte da un solo morfema;
quest’ultime sono dette parole mono-fonematiche.
Le lingue del mondo vengono quindi suddivise in tipologie morfologiche:

- Lingue polisintetiche: queste lingue sono tipiche di tutte le lingue indiane del Nord America.
Molte di queste lingue sono caratterizzate dalla polisintesi; hanno una serie di unità
grossomodo paragonabili alle parole della lingua italiana, che rappresentano un numero
altissimo di morfemi lessicali e grammaticali, al punto che, nelle lingue indoeuropee,
ricorriamo ad un’intera frase per esprimere quello che in queste lingue si esprime con una
singola parola. Per esempio; l’eschimese, le lingue del Nord America e numerose lingue
parlate in Papua Nuova Guinea e in Australia presentano tutte una tipologia polisintetica.
Es. in Mayali (lingua della terra di Arnhem occidentale):
• Nga “io”
• Ban “loro”
• Marne “per”
• Yawoyh “di nuovo”
• Warrgah “azione sbagliata”
• Ganj “carne”
• Ginje “cucinare”
• Ng “tempo passato”

“Ngabanmarneyawoyhwarrgahganjginjeng” - ‘ho cucinato di nuovo la carne sbagliata per loro’

Ciò che si denota con queste categorie morfologiche è che, quelle che credevamo fossero
categorie universali, in realtà vengono messe in discussione quando ci confrontiamo con
lingue tipologicamente diverse. La nozione di parola delle lingue occidentali dà per scontato
che la parola sia un’entità in qualche modo di misura limitata, quando in realtà anche in lingue
romanze come il Tedesco troviamo parole composte particolarmente lunghe.

- Lingue Isolanti: queste lingue, come il cinese, hanno parole composte da un solo morfema.
L’indice di sintesi è minimo perché difatti lingue come il cinese conoscono una morfologia
grammaticale limitatissima, quasi assente. In queste lingue non si riscontrano morfi dedicati
ad esprimere il singolare e il plurale, o maschile e femminile. Tuttavia, tutte le lingue del
mondo hanno bisogno di queste informazioni basilari, perciò ricorrono ad un processo, detto
processo di conversione: usando quelle che i grammatici cinesi chiamano parole vuote, cioè
parole che vengono private del loro significato lessicale, funzionando come morfemi
grammaticali.

Es. per indicare i generi maschile e femminile, in cinese, si usano le parole che significano
rispettivamente ‘maschio’ e ‘femmina’, utilizzate come parole vuote.
Nel caso in cui si volesse quindi distinguere studente da studentessa, non avendo dei morfi
grammaticali specifici per questo utilizzo, si vanno ad utilizzare le cosiddette parole vuote.

L’inglese moderno a differenza dell’inglese medievale, mostra chiari segni di una lingua
isolante. Questo mostra un principio fondamentale del mutamento linguistico: la differenza
tra genealogia e tipologia. Una lingua che muta, da un punto di vista genealogico resta sempre
la stessa; una lingua romanza, per esempio, che tra migliaia di anni avrà un sistema
morfosintattico diverso, rimarrà sempre romanza. L’inglese, pur avendo ricevuto il 50% di
prestiti da una lingua romanza, è rimasta una lingua germanica. Una lingua genealogicamente
non muta mai, tipologicamente si. Una lingua flessiva può diventare isolante o viceversa; la
differenza, ad esempio, tra latino e lingue romanze è vastissima; tuttavia, le lingue romanze
rimangono lingue neolatine.
Gran parte delle lingue del Sud-Est Asiatico, come il Vietnamita, sono isolanti:

Es. in Vietnamita:
• Khi “quando”
• Toi “io”
• Dén “venire”
• Nha “casa”
• Ban “amico”
• Toi “io”
• Chung “PLURALE”
• Toi “io”
• Bat “prendere”
• Dau “testa”
• Làm “fare”
• Bài “lezione”
‘Quando io giunsi a casa del mio amico, cominciammo (prendere testa = incominciare) a fare
lezione’

Caratteristica evidente delle lingue isolanti è il pronome personale io sfruttato come aggettivo
possessivo. Sono quindi unità polifunzionali, come si nota in inglese con alcune parole che in
funzione di verbo non variano. Nel Vietnamita si vede che il pronome personale plurale noi è
formato da io più il classificatore ‘chung’ che va ad indicare il quantitativo plurale. Nel
vietnamita quindi abbiamo solo le tre persone singolari, cosa che però non vale per tutte le
lingue isolanti. Queste lingue, perciò, risultano povere di grammatica, sviluppata invece
tramite processi di conversione o parole polifunzionali.

- Lingue Flessive: a questa categoria appartiene il Latino, insieme alle lingue indoeuropee di
fase antica e alle lingue semitiche a tipologia introflessiva. Queste lingue sfruttano una serie
di morfi specifici dedicati, all’interno della parola, per indicare i rapporti grammaticali.

Es. in Latino:
• Homin- ‘uomo’ (tema hom- / homin-)
• -ibus (desinenza dativo/ablativo + plurale)

Hominibus ‘agli uomini; per mezzo degli uomini’ (con eventuali preposizioni)

Un morfema, non solo si trova all’interno della parola, ma può esprimere più funzioni; è il caso
della desinenza ‘-ibus’ del Latino. Morfi di questo tipo, come la stessa ‘-i’ dell’italiano in tavoli,
si chiamano morfemi cumulativi, in quanto capaci di esprimere più funzioni.

- Lingue Agglutinanti: a questa categoria appartengono tutte le lingue in cui il morfema flessivo
non può rappresentare più funzioni; come nel caso del Turco e diverse lingue della famiglia
Ugrofinnica come il finlandese, oppure il giapponese o il basco. Queste lingue sono facili da
identificare perché è possibile riconoscere la differenza da un morfema ad un altro e non
esistono morfemi cumulativi. Un morfema può, quindi, esprimere una sola funzione.

Es. in Turco:
• Adam ‘uomo’
• Adam-lar ‘uomo + plurale’ = ‘uomini’
• Adam-a ‘uomo + dativo’ = ‘all’uomo’
• Adam-lar-a ‘uomo + plurale + dativo’ = ‘agli uomini’

Ciò che in Latino viene rappresentato dalla desinenza ‘-ibus’ polifunzionale, nel turco è
rappresentato dall’insieme dei due morfemi ‘-lar’ per il plurale e ‘-a’ per il dativo; tanti morfi
quante sono le funzioni.

Intorno agli anni ’80, in particolare uno studioso austriaco di nome W. Dressler, fu tra i propositori di
un campo teorico della morfologia che da lui prende il nome di morfologia naturale. Questi studiosi
affermano che le lingue possono essere studiate in base ad un indice di naturalezza; cioè, di
trasparenza morfologica. Risultano più naturali le lingue in cui c’è una netta separazione tra un morfo
e un altro, ognuno con una determinata funzione; queste lingue vengono definite particolarmente
iconiche, cioè trasparenti (chiare nella loro formazione). Si è visto in varie sperimentazioni che
nell’apprendimento del turco come L1, se paragonato ad una lingua flessiva, i bambini sono più veloci
dell’apprendere questa tipologia di lingua, perché sollecitati dall’alto tasso di iconicità che queste
lingue codificano nella loro grammatica.
Le lingue più complicate a livello morfologico sono le lingue semitiche; quelle a cui, ad esempio,
appartengono l’ebraico e l’arabo. Queste lingue hanno una morfologia della ‘a pettine’. Se ad un
pettine togliamo tutti i denti rimane solo lo scheletro; questo è quello che si chiama, nelle lingue
semitiche, la radice trilittera; radice che ci dà il significato della parola, composta da tre consonanti
con funzione puramente semantica. Andando a cercare una parola in un vocabolario arabo non la si
troverebbe cercando direttamente la parola, ma bisognerebbe cercare la radice. In queste lingue, le
vocali, hanno funzione puramente di morfi grammaticali, indicando se si tratti di un nome, o un verbo
etc.; si riscontra quindi una netta separazione tra consonanti e vocali. Se si volesse sapere come si dice
“lezione” in arabo, bisognerebbe prima cercare la parte triconsonantica, che in questo caso è drs che
significa studiare, a cui si va successivamente ad aggiungere il morfema grammaticale di cui si ha
bisogno per arrivare al significato voluto.
Una morfologia di questo tipo risulta poco trasparente, in quanto non c’è una netta separazione nel
corpo della parola tra morfologia e lessico; la morfologia sta infatti all’interno del lessico. Questa e
quella che viene chiamata morfologia non-concatenativa; considerata una sottocategoria delle lingue
flessive, detta introflessiva o a flessione interna.

In seguito a questa comparazione tra le lingue si può dire che non esistono tipi Puri. Quando si dice,
per esempio, che l’italiano è una lingua flessiva, si specifica che lo è sostanzialmente; è raro che una
lingua rappresenti un tipo al 100%, poiché le lingue evolvono nel tempo, ed è normale che presentino
delle stratificazioni.

L’esempio classico è quello dell’inglese moderno. Quest’ultimo deriva da una fase antica medievale
morfologicamente flessiva. La flessione comincia a cedere il passo e si perdono moltissimi morfemi, a
tal punto che oggi l’inglese somiglia per moltissimi aspetti a quello che è il cinese.

Esempio:

Inglese come tipo isolante:


1) A beautiful day
(nessuna distinzione di genere o numero)
2) I will sing ‘io canterò’ (letteralmente ‘io devo cantare’)
(ricorre a una costruzione perifrastica)
3) Conversione: a round table ‘un tavolo rotondo’; rounds of paper ‘tondini di carta’; the earth
goes round ‘la terra dira in tondo’; to round a figure ‘arrotondare una cifra’
(una stesa unità può avere funzioni diverse: aggettivo, verbo, etc.)

Inglese come tipo agglutinante:


1) Boy ‘ragazzo’ + s = boys ‘ragazzi’
2) Tall ‘alto’ + -er = taller ‘più alto’

Inglese come lingua flessivo-fusiva:


1) Forme pronominali alla terza persona singolare: he (masch. + sing.), she (femm. + sing.), it
(neutron + sing.)

Non è un caso che le forme morfologiche più arcaiche si ritrovino nei pronomi, in quanto questi sono
le parti più conservative della grammatica. Quando una lingua cambia tipologicamente, il sistema
pronominale può, tendenzialmente, rimanere nella fase precedente; questo risulta infatti essere uno
dei sistemi più resistenti al cambiamento linguistico.

Grammaticalizzazione
Succede, nell’evoluzione delle lingue, che morfemi che un tempo erano lessicali diventino morfemi
grammaticali; questa è a fonte principale per la formazione della grammatica delle lingue. Questo
processo è stato definito, da Antoine Meillet, processo di grammaticalizzazione, cioè il passaggio da
un morfema lessicale ad un morfema grammaticale. Questo passaggio può essere, ma non è detto che
accada, accompagnato da una serie di processi.
Prendendo come esempio il nome fronte dell’italiano (fronte inteso come tempia), lo classifichiamo
come morfema lessicale, composto da front + e; tuttavia, se si dicesse “di fronte a te”, con l’ausilio del
“di”, abbiamo una preposizione complessa che indica una posizione di un individuo in un luogo; non
agisce più come nome ma come preposizione. Quindi, è passato da morfema lessicale a morfema
grammaticale. Attraverso un processo cognitivo che si chiama enbodyment l’essere umano sfrutta
metaforicamente le parti del corpo per indicare, per esempio, preposizioni di spazio o di tempo.
Questo processo, come già detto, può essere accompagnato da una serie di fenomeni; il primo è che
i morfemi liberi (morfemi che potevano stare da soli in una frase) diventano legati (desinenze). Il
secondo processo è detto phonetic attrition; quando un nome diventa morfema grammaticale perde
parte del suo corpo fonico, si riduce, perché la perdita dell’autonomia lessicale comporta di
conseguenza una diminuzione del corpo fonico. Il terzo elemento fondamentale è il semantic
bleaching (lett. Opacità semantica), che comporta spesso la perdita del significato originario, a tal
punto che risulta difficile riconoscere l’origine di quella desinenza e la possibilità di ricondurla ad un
nome; l’etimologia di queste desinenze non risulta chiara.
Uno degli esempi più clamorosi di phonetic attrition è la formazione del futuro nelle lingue romanze,
cioè la forma del futuro come in “canterò”.

Formazione del futuro e del condizionale romanzo:


[Link] HABEO > [Link]ò, [Link], [Link]é, etc.; CANTARE HABEBAM > it. Canterei, etc.

Per quanto possa risultare strano, le desinenze del francese, dello spagnolo e dell’italiano sono
l’ultimo risultato di una “super” phonetic attrition che ha riguardato il presente del verbo avere in
latino.
Questo è un tipico esempio di semantic bleaching totale; nessuno, se non fosse linguista, potrebbe
riconoscere il relitto di “habeo”, poiché non più trasparente.
Ci sono tanti altri casi di grammaticalizzazione in cui la fonte non è chiara, in cui si possono fare
soltanto delle ipotesi, ma non si riesce a recuperare l’origine della grammaticalizzazione.

Un altro esempio può essere quello della parola mente: dicendo “velocemente” si trova un processo
che ha portato, in questo caso, l’antico ablativo atino del nome “mens, mentis” a diventare un suffisso
per formare gli avverbi di modo.

It. -mente SUFFISSO AVVERBIALE < lat. MENS, MENTIS ‘mente’

Nella prosa barocca del ‘600, per esempio, a volte si legge “chiaro e velocemente” perché
evidentemente quel “chiaro”, inteso come “chiaramente” non veniva graficamente espresso in
quanto il “mente” veniva ancora percepito come un morfo lessicale e che quindi poteva essere
separato dal nome. Al giorno d’oggi non è più possibile separare il suffisso dal nome, in quanto risulta
essere un morfo legato. Si nota quindi la perdita dell’autonomia; in “chiaramente” si trova un
morfema che era libero diventare morfema legato.
Uno dei processi più importanti nelle lingue romanze, insieme alla formazione del futuro, riguarda la
formazione dell’articolo definito; questi, in italiano come in spagnolo e francese, derivano tutta dal
pronome dimostrativo latino ille, che poteva essere messo prima o dopo il nome. In generale è
prevalso il tipo “ille Caesar”, che però, in latino, non voleva dire “il Cesare”, ma voleva dire “quel
Cesare”. L’articolo nasce nella transizione dal latino alle lingue romanze, anche se, tuttavia, ci sono
delle varietà romanze che hanno conservato nella loro fase iniziale il pronome dimostrativo nella sua
forma piena, anche se avente già funzione di articolo.

L’esempio più evidente di questa fase di trasformazione è rappresentato da uno dei primi testi della
lingua italiana, il famoso “graffito di Commodilla”; graffito scoperto nelle catacombe romane di
Commodilla, con una sorta di esortazione alla preghiera a coloro che vi entravano. Il graffito riportava
la scritta “non dicere illa segrita a boce”, letteralmente “non pronunciare le segrete (preghiere) a voce
alta”. In questa frase, vedendo “illa” si penserebbe sia latino, ma in realtà si tratta di una fase già
pienamente romanza, denotabile soprattutto dal raddoppiamento fonosintattico, tipico dell’italiano
centro-meridionale. Quel “illa” non ha più funzione di pronome ma, mantenendo la costruzione
fonica, acquisisce la funzione di articolo.

Alcuni studiosi parlano di articoloide, per dire che non è una forma completa al 100%, in quanto
mantiene il significante latino, ma cambia il significato. In una fase di transizione è quindi possibile
trovare dei testi dove il pronome latino sia in realtà già grammaticalizzato nel significato. questa risulta
essere una forma molto antica di grammaticalizzazione.
Tutte le lingue romanze, per la costruzione dell’articolo definito, partono dal pronome dimostrativo
latino “Ille, illa”, con due singole eccezioni: il sardo e il dialetto delle Isole Baleari (spagnolo Catalano).
Queste varianti dialettofone mostrano un pronome diverso in quanto, probabilmente, hanno
utilizzato una forma meno usata, dato il fatto che risultano essere dialetti isolani e, trattandosi perciò
di aree isolate, non hanno preso la forma più usata, ma una forma pronominale più confinata nell’uso.
Nelle teorie degli anni ’80 sulla grammaticalizzazione si diceva che tale processo fosse unidirezionale.
In realtà, qualche anno fa, è stato pubblicato un libro che riporta una lista di casi in cui avviene il
processo invece, cioè morfi grammaticali che diventano lessicali.

Un esempio è la creazione di linguaggi settoriali come la lingua dei giornali, che in Italia ha creati il
morfema lessicale “-ismo” traendolo dal suffisso che indica un eccesso, soprattutto riferito a
movimenti politici etc. la frase “tutti contro gli ‘ismi’”, per dire contro tutti gli eccessi, presenta questo
morfo impiegato come morfema lessicale, passando da morfema grammaticale a lessicale e da morfo
legato a morfo libero. Così come con la parola “gate” dell’inglese che indicava una particolare vicenda
scandalistica politica e da suffisso è diventato nome comune per indicare, in generale, un evento
scandaloso avvento in politica.

Come visto da tali esempi, questo processo di lessicalizzazione riguarda spesso dei suffissi che
vengono liberati dalla loro costruzione legata diventando morfemi lessicali, ma si tratta comunque di
un processo poco comune.

La negazione
La negazione ha una storia complessa. In generale, le lingue romanze formano la negazione con un
elemento preverbale (prima del verbo), come nel latino. È successo che alcune lingue, come il
francese, hanno rafforzato la negazione inserendo un secondo elemento dopo il verbo, come può
accadere anche in italiano se si volesse rafforzare la negazione.

Es. piuttosto che dire “non mangio” direi “non mangio affatto”, inserendo un secondo elemento di
negazione come elemento di rafforzo.

Questo elemento di rafforzo della negazione, che in alcune lingue diventa parte integrante della
stessa, nasce in generale da processi di grammaticalizzazione; nel caso del francese “pas”, l’etimologia
viene dal nome latino “passum” che significa “passo”, indicante inoltre una breve distanza. La
negazione deriva da elementi che in generale indicano una piccola quantità o una piccola distanza.

Es. “mica” letteralmente significava briciola, quindi una piccola quantità di pane. Se ha poi un
passaggio metaforico verso l’astratto e conseguentemente, con questo processo di astrazione, si
ottiene la negazione, con la perdita completa del significato originario (semantic bleaching).

Etimologia popolare ed Ipercorrettismo


Nel cambiamento del significante, si possono verificare delle incomprensioni che possono portare, in
alcuni casi, al cosiddetto ipercorrettismo; cioè quando un parlante, dato che un mutamento fonetico
è spesso impossibile da predire, e dato inoltre che una forma B può essere lontanissima dalla forma
originale, potrebbe andare a pensare che tale forma sia errata, cercando quindi di correggerla
basandosi su un modello che personalmente ritiene corretto.

Un esempio tipico è il comportamento tipico di un dialettofono davanti ad un parlante dell’italiano


standard che, a causa di una sorta di sentimento di inferiorità, andrebbe a provocare frequentemente
l’ipercorrettismo.

Il secondo caso di deformazione del segno linguistico nella parte del significante riguarda quella che si
chiama etimologia popolare. Un parlante, non essendo più in grado di riconoscere l’origine di un
termine, va ad associarlo ad un altro termine a lui più familiare; questo andrebbe spesso a provocare
delle conseguenze sul piano morfologico, come nello spostamento arbitrario nei confini di morfema.

Es.
It. *necromante > negromante secondo negro, perché associato nella cultura popolare con la nigrizia.
It. Cerretano > ciarlatano secondo ciarlare perché nel Medioevo da Cerreto (vicino Spoleto)
provenivano questi girovaghi e guaritori.

Questo succede spesso nei nomi dei luoghi, strapieni di etimologie popolari. Sono rari i nomi di luogo
non ufficiali che non abbaino etimologia popolare.

Apofonia e Metafonesi
Nelle lingue indoeuropee non esiste tendenzialmente la tipologia morfologica introflessiva, tranne in
due casi: il primo è un processo delle lingue indoeuropee di fare antica chiamato Apofonia e l’altro è
la Metafonesi.
L’Apofonia è l’alternanza della vocale interna di una parola, dovuta a ragioni fonetiche, ormai
superate, ma valida a fini morfologici: per es. l'alternanza delle forme accentate -ie- e -uo- dei
verbi siedo e suono nei confronti delle forme non accentate -e- e -o- di sediamo e soniamo.

Nelle lingue germaniche antiche, il plurale di un nome si formava aggiungendo la desinenza ‘-i’; se il
singolare di ospite è ‘Gast’, il plurale diventava ‘Gasti’.

Gast ‘ospite’ Gasti ‘ospiti’


Gast gästi [gɛsti]
Gast gäste [gɛstǝ]

A questo punto, la ‘-i’, vocale anteriore alta, assimila a distanza la vocale radicale (la vocale della radice
colpita dall’accento) ‘-a’, che prenderà il tratto della ‘-i’ come l’anteriorità, diventando ‘-ɛ’. Questa ‘ɛ’
si scrive tradizionalmente, in tedesco, come una ‘a’ con i due punti sopra (dieresi). Questo processo,
foneticamente parlando, si chiama metafonesi, o metafonia.
[assimilazione regressiva a distanza innescata dalla ‘i’]
Dopo la metafonizzazione della ‘a’, nel passaggio dal medio-tedesco al tedesco moderno, la desinenza
‘i’ si indebolisce e si centralizza, diventando ‘ǝ’.
Qui si può quindi stabilire un fenomeno di cronologia relativa; non quando è avvenuto il fenomeno,
ma quale dei due fenomeni, tra metafonesi e centralizzazione, avviene prima dell’altro. La metafonesi
è il passaggio primario, seguito successivamente, con l’evoluzione della lingua, dalla centralizzazione
della ‘i’. Se la centralizzazione fosse avvenuta come passaggio primario, la metafonesi non sarebbe
stata possibile, in quanto innescata dalla ‘i’ e non dalla ‘ǝ’. L’opposizione Gast > gästi [gɛsti], nel
tedesco moderno diventa Gast > gäste [gɛstǝ].

Nel tedesco antico, o alto tedesco, l’opposizione tra singolare e plurale si formava, come in italiano,
con l’utilizzo di una morfologia concatenativa-flessiva (morfo lessicale + desinenza).
Nel tedesco moderno l’opposizione è invece tra Gast > gäste [gɛstǝ], diversi morfologicamente e
distinguibili dal cambiamento della vocale radicale, che si trova dentro la parola (in questo caso la ‘a’).
è possibile notare che mentre nel tedesco antico l’opposizione si formava con la vocale finale, nel
tedesco moderno la si trova nella vocale radicale. Questo ci ricorda una tipologia introflessiva, come
l’arabo. La metafonia, quando ha effetti morfologici, produce una tipologia introflessiva (perché
l’unico modo per distinguere il singolare dal plurale, come in questo caso, è la vocale interna. Non c’è
distinzione diretta tra morfo lessicale e morfo grammaticale. Morfologia non concatenativa). Questo
viene quindi chiamato morfo metafonetico.

Questa metafonesi ha un grosso impatto nella grammatica dei dialetti romanzi, in particolare quelli
centro-meridionali. È un processo che coinvolge tutte le parole che in latino avevano non solo la ‘i’
finale ma anche la ‘u’ finale, come nella maggior parte dei dialetti meridionali, soprattutto alto-
meridionali (campani, abruzzesi, molisani), dove queste ‘i’ e ‘u’ finali hanno prodotto uno ‘ǝ’, come
nel tedesco moderno. Per sapere se c’è stata metafonia bisogna conoscere la base latina; solo nella
base latina sono conservate le desinenze originarie.

Es. *SĬMPLĬCI > proto-rom. *SÉMPLICI > *SIMPLICI > símprəčə pl. ‘semplici’

Partendo dal plurale dell’aggettivo ‘semplice’, ovvero ‘simplici’, la ‘i’ nel protoromanzo
diventa ‘e’. Nei dialetti alto-meridionali si vede che la ‘i’ metafonizza la vocale radicale (‘e’)
che, alzandosi, diventa ‘i’. la ‘i’ finale, dopo aver metafonizzato diventa ‘ǝ’. (inoltre, è comune
che nei dialetti campani ‘PL’ diventi ‘PR’.

*DOMĬNĬCU > proto-rom. *DOMÉNICU > *DOMINICU > mínəkə masch. ‘Domenico’

La forma latino ‘dominicu’ diventa nel protoromanzo ‘domenicu’; a questo punto la ‘u’ metafonizza la
e, che diventa ‘i’, e la ‘u’ successivamente
diventa ‘ǝ’. SŌRĬCE sór(ə)čə ‘topo’ súr(ə)čə ‘topi’

Prendendo come esempio la parola topo, si vede che nel latino, essendoci la ‘e’ finale, non si
metafonizza. Partendo invece dal napoletano: al plurale troviamo la desinenza ‘i’ che va a
metafonizzare la vocale radicale (‘o’) che, elevandosi, diventa ‘u’. la ‘i’ successivamente si centralizza
diventando ‘ǝ’.
Latino Esito al sing. Esito al pl.

FĬLĬCE féləčə ‘felce’ fíləčə ‘felci’


AURĬFĬCE aréfəčə ‘orefice’ arífəčə ‘orefici’
SĬMPLĬCE sémprəčə‘semplice’ símprəčə ‘semplici’
CĬCĔRE čéčərə ‘cece’ číčərə ‘ceci’
PĒNSĬLE pésələ ‘molle, soffice’ písələ ‘molli, soffici’
SŌRĬCE sór(ə)čə ‘topo’ súr(ə)čə ‘topi’
JŬVENE ggóvənə ‘giovane’ ggúvənə ‘giovani’
*NĬGRU nívərə ‘nero’ névərə ‘neri’

Questo meccanismo distingue chiaramente maschile e femminile.

Latino Esito al maschile Esito al femminile


DOMĬNĬCU mínəkə ‘Domenico’ ménəka ‘Domenica’
TŬRBĬDU trúvələ ‘torbido’ tróvələ ‘torbida’

Nei dialetti italo-romanzi meridionali esistono due tipi di metafonie:


la prima è la cosiddetta metafonia Napoletana, con il suo centro di irradiazione che parte dalla città
di Napoli. Questa città ha avuto una particolare capacità di espansione dei fenomeni, soprattutto
quando il centro propulsore si è spostato, soprattutto a partire dall’età angioina, a Napoli.
La metafonia napoletana prevede due sviluppi: le vocali medio-alte si chiudono, mentre le vocali
medio-basse si dittongano. Questo è un tratto distintivo del dialetto meridionale a metafonesi
napoletana.

Napoletano
Forme NON metafonetiche Forme metafonetiche
[ˈbbɔːnə] ‘buona’ [ˈbbwoːnə] ‘buono’
[ˈpεːrə] ‘piede’ [pjeːrə] ‘piedi’
[ˈvεrmə] ‘verme’ [vjermə] ‘vermi’
[nəˈpoːtə] ‘nipote’ [nəˈpuːtə] ‘nipote’
[ˈmeːsə] ‘mese’ [ˈmiːsə] ‘mesi’

Il secondo tipo è la cosiddetta metafonia Sabina, tipica, ma non esclusiva, dell’area del basso Lazio, al
confine con la Campania; in particolare la provincia di Frosinone, Esistono tuttavia casi di metafonia
sabina sparsi in tutta l’area meridionale. La differenza con la metafonesi napoletana sta nel fatto che
in quest’ultima le vocali medio-basse si dittongano, mentre in quella Sabina si elevano, diventando
medio-alte.
Vocalismo NON metafonetico Vocalismo metafonetico
Dialetto di Servigliano
[ˈmɔːre] = egli muore [ˈmoːri] = tu muori
[ˈpεːde] = piedi [ˈpeːdi] ‘piede’
Sardo logudorese
[ˈmɔrta] = ‘morta’ [ˈmortu] = ‘morto’
[ˈbεːnε] = ‘bene’ [ˈbeːni] = tu vieni
[ˈbεlla] = ‘bella’ [ˈbellu] ‘bello’

Gli effetti della metafonesi, cioè la morfo-metafonia, distinguono in generale il singolare dal plurale, il
maschile dal femminile e la seconda dalla terza persona singolare del presente indicativo. I dialetti che
hanno questa metafonia hanno questi tre risultati.

È possibile vedere che nella terza persona, ne dialetto di Servigliano, la ‘o’ del latino da una medio-
bassa; nella seconda persona invece la ‘i’ finale metafonizza, facendola diventare medio-alta- se fosse
metafonia napoletana diventerebbe ‘muori’, perché le medio-basse si dittongano, mentre nella
metafonesi sabina si elevano a medio-alte.

Sul rapporto tra metafonesi sabina e metafonesi napoletana c’è stato un enorme dibattito;
sostanzialmente sostenuto da tre ipotesi:
• La prima sostiene che non esiste nessun rapporto tra metafonesi sabina e metafonesi
napoletana; si tratta quindi di due metafonesi avvenute in punti diversi dell’italo-romanzo
meridionale senza alcun rapporto genealogico tra di loro.
• La seconda è stata quella più accreditata per moltissimo tempo, ovvero quella secondo cui la
metafonesi napoletana precedesse quella sabina, sostenuta dal fatto che la metafonesi
sabina è sostanzialmente isolata, concentrata solo in alcuni punti sporadici. Tuttavia, per la
norma delle aree isolate, queste risultano talvolta essere le più conservative. Il fatto di trovare
un fenomeno sparso, del tutto isolato rispetto al complesso dei dialetti che presentano invece
metafonia napoletana, non è un fatto marginale: le aree isolate tendono a conservare
arcaismi.
• Nel 2008 a Messina, uno dei più grandi linguisti romanzi, Marcello Barbato, ha proposto la
terza ipotesi, dove sostiene che la metafonesi sabina precede cronologicamente quella
napoletana, che sarebbe invece uno sviluppo più recente.
Difatti la metafonesi, come fenomeno di assimilazione, ha molto più senso se la si applica al
tipo sabino rispetto a quello napoletano. La metafonesi, essendo un’assimilazione regressiva
che parte dalla ‘i’ e la ‘u’, rispettivamente anteriore e posteriore alte, quella sabina sembra
essere l’assimilazione più consona.

Ci sono due argomentazioni a favore di quest’ultima ipotesi:


a) la metafonesi sabina è recessiva (compare in aree isolate e conservative, come il Salento)
b) se la metafonesi è un fenomeno di assimilazione regressiva, il tipo sabino è più “naturale”
del tipo napoletano: infatti alla fine del processo le vocali toniche colpite dalla metafonia, nel
tipo sabino, diventano “simili” a -I, -U finali.

Come processo fonologico, quindi, la metafonesi sabina risulta più “normale” rispetto a quella
napoletana. Quest’ultima potrebbe essere vista come un processo per iperdifferenziare quelle vocali.
Non molti anni fa un fonologo ha scoperto la presenza di metafonesi sabina nella parte più estrema
del sud del Salento, intorno a Santa Maria di Leuca. Evidentemente ci sono dei punti molto isolati che
l’hanno conservata.
Nei dialetti che hanno metafonesi sabina, il dittongo sembra innescato dalla posizione in cui la parola
si trova all’interno della frase. Quando la parola si trova internamente alla frase, in alcuni dialetti,
questo dittongo metafonetico non c’è. Riemerge invece nella posizione finale di frase che esalta alcuni
fenomeni fonetici. Per esempio, c’è un dialetto dove questa alternanza è stata molto studiata, dov’è
possibile trovare un’alternanza tra dittongo e vocali semplici in base alla posizione in cui si trova la
parola.

Morfemi derivazionali
I morfemi grammaticali non si limitano ai morfi flessivi. Esiste un'altra tipologia di morfi grammaticali
che hanno un ruolo molto importante nei processi morfologici, come la derivazione. Tutte le lingue
del mondo possono formare nomi da altri nomi, aggettivi da nomi, verbi da nomi, etc.
Questo processo si chiama derivazione e si avvale di alcuni morfi grammaticali dedicati alla formazione
di derivati. Questi morfi prendono il nome di morfi derivativi, e costituiscono una macrocategoria, che
è quella degli affissi.
Quando si parla di affisso ci si riferisce esclusivamente ad un morfo grammaticale che serve a formare
derivati. Questi si classificano in base alla posizione rispetto alla parola:
• se si trovano prima del morfema lessicale si chiamano prefissi (esperto > inesperto). La
prefissazione in italiano, e in grand parte delle lingue indoeuropee, non può mutare classi di
appartenenza. Se sviluppo un derivato partendo da un aggettivo, posso ottenere solo un altro
aggettivo; lo stesso vale per nomi o verbi.
• I suffissi si trovano dopo il morfema lessicale (barba > barbone); in questo caso la classe di
appartenenza può mutare (spegnere > spegnimento). Nel complesso degli affissi, l’italiano ha
soltanto questi due tipi. È importante precisare che non c’è un limite di suffissi concatenabili
in una parola, come per esempio nel caso della parola socializzabilità.
Partendo da ‘Socio’, andando a formare ‘sociale’, quest’ultimo è un denominale, cioè ha
origine da un nome; se da sociale si forma ‘socializzare’, si ottiene un verbo, quel verbo è un
deaggettivale; se da ‘socializzare’ si forma ‘socializzabile’ (aggettivo che si ottiene da un
verbo) è un deverbale; se da ‘socializzabile’ si forma ‘socializzabilità’ (sostantivo) si ottiene un
deaggettivale. È quindi possibile cambiare classe di appartenenza nel caso dei suffissi.

• Molte lingue del mondo, come alcune lingue indoeuropee, hanno anche quelli detti infissi,
ovvero morfemi grammaticali che vanno ad inserirsi all’interno della base. Le lingue
indoeuropee antiche, come il latino, avevano una nasale che era un infisso utilizzato per
formare un tipo di presente (rup- > rump-). L’infisso, quindi, è un affisso che va ad
interrompere la costruzione di base del morfo lessicale, in quanto si va a porre nel mezzo.
• I circonfissi sono affissi che contemporaneamente si vanno a posizionare sia come prefisso
che come suffisso (es. la formazione del participio passato tedesco).
• L’ultima categoria di affissi è invece quella dei transfissi, che si immettono “a pettine” nella
base, come nel caso delle vocali delle lingue semitiche; non indicano nessuna informazione
sul significato della parola, ma danno solo informazioni attinenti alla grammatica.

Es.
Se dovessi fare la divisione tra morfemi della parola mutamento, i morfemi sarebbero tre:
mut (morfo lessicale) – ment (morfo derivazionale, suffisso) – o (morfema flessivo).

Accanto ai prefissi e suffissi c’è il problema dell’infisso. Il problema che pone Berruto è se considerare
ic della parola cuoricino, un infisso o un suffisso. Ic non entra dentro il morfema lessicale ma lo segue
secondo la tipologia dell’italiano che è una morfologia di tipo concatenativo. Tendenzialmente
l’italiano è una lingua a morfologia concatenativa, per cui la presenza di un infisso risulterebbe
anomala. Invece si analizza con più semplicità cuoricino/ vermicino come composti di 4 morfemi:
CUOR (morfema lessicale), IC (suffisso), IN (suffisso), O (morfema copulativo). Un altro caso può essere
quello di “capisco”: se coniugo il presente indicativo (capisco, capisci, capisce, capiamo, capite,
capiscono); questo ISC dal confronto delle persone dal singolare al plurale, è un’aggiunta. Dividendo
questa parola in morfemi (cap+isc+o), la ‘o’ è il morfema flessivo. Non si può quindi parlare di infisso
inquanto non va ad immettersi all’interno del morfo lessicale.

Processi morfologici
Prefissoidi e Suffissoidi
Tra un morfo lessicale e un morfo grammaticale si trovano quelli che vengono definiti prefissoidi e
suffissoidi.
Per esempio, analizzando la parola ‘sociologia’, ‘socio’, che solitamente ha valore lessicale, si comporta
invece come un prefisso; tutte le parole che, pur avendo valore lessicale singolarmente, acquisiscono
funzione di prefisso o suffisso all’interno di un derivato, prendendo il nome di prefissoidi o suffissoidi.
Riconoscere queste particolari classi è molto facile perché sono sempre di derivazione greco-latina.
La Sociologia è il discorso intorno alla società; l’elemento centrale (testa) che viene specificato da socio
è logia.
I Composti
Nel caso della parola automobile, auto è un prefissoide. La parola auto deriva dal greco authòs che
significa ‘se stesso’. A questo punto, per un processo di accorciamento morfologico, automobile si
semplifica ad auto. In questo caso, prendendo in analisi la singola parola auto, non si tratta più di un
prefisso poiché si è compiuto un processo di degrammaticalizzazione, ed è diventato un morfo
lessicale. Utilizzando poi la parola auto come suffisso nel caso di un composto come autolavaggio,
questa parola acquisisce una nuova funzione. In questo caso si analizza, non più un derivato, ma un
composto, cioè una parola composta da due morfemi lessicali.
Per capire se si tratta di un composto o di un derivato si compie il cosiddetto test del “cos’è un?”.
In questo caso, domandandoci “cos’è un autolavaggio?” si risale all’effettivo significato delle due
parole, notando che, in questo caso, auto si riferisce ad automobile e non al termine di derivazione
greca, risulta quindi essere un morfo lessicale, e non grammaticale.
I composti risultano essere i più semplici da riconoscere tra i processi di composizione, in quando i
due morfemi lessicali sono necessariamente legati.
Nei processi di composizione, tuttavia, rientrano anche le unità polirematiche; gruppi di parole che
non si legano e che talvolta, insieme, hanno un significato che non corrisponde a quello che
risulterebbe dall’unione dei singoli membri.
Es. gatto delle nevi: potrebbe voler dire che si tratta di un gatto che circola nelle nevi; invece, nel
significato di macchinario che serve a spianare le piste è una polirematica, un’espressione il cui
significato globale non risulta dall’immediata sovrapposizione dei membri che lo compongono.
Rientrano, nelle unità polirematiche, anche i verbi sintagmatici; per esempio “fare pressione”, che
potrebbe avere un significato letterale: “spingo sul tavolo”, “faccio pressione su qualcosa”. Molto
spesso, tuttavia, sono composti dal verbo e da una preposizione, vogliono dire qualcosa di diverso
dalla sommatoria del significato dei singoli componenti, cioè sviluppano un valore metaforico: “fare
pressione su qualcuno” significa incitarlo, acquisisce, quindi, un significato diverso.
Un altro caso di processo di composizione è quello dei binomi combinati; parole che solitamente
vengono associate in maniera fissa (anche qui si tratta di morfi liberi) come: “sale e pepe”, “anima e
corpo”, “usa e getta”.
La reduplicazione
Nel caso dell’italiano, nel quale si possono formare, e si formano, tantissimi composti, come ad
esempio i cosiddetti neologismi; si dice perciò che l’italiano ha una morfologia produttiva. Nelle lingue
del mondo, tuttavia, non esistono solo queste possibilità tra i processi morfologici; per esempio, un
espediente molto usato è la reduplicazione: la presenza di una sillaba iniziale che ripete in parte, o
totalmente, la sillaba radicale. Con la reduplicazione, molte lingue indoeuropee formavano uno dei
temi del presente; per esempio, in greco abbiamo una base ‘θή’ (te), che vuol dire ‘porto’. Utilizzando
l’espediente della reduplicazione si va a reduplicare parte della base lessicale, ottenendo ‘τιθημι’
(titemi), una forma di presente detto “a raddoppiamento”. In alcuni casi la reduplicazione è totale e
risponde ad una strategia iconica cioè di massima trasparenza morfologica. In maniera ‘iconica’ molte
lingue del mondo formano il plurale con la reduplicazione, totale o parziale, della base. Ad esempio,
in indonesiano, ‘anak’ (bambino) al plurale si raddoppia diventando ‘anakanak’ (bambini). Il plurale,
quindi, viene inteso come un singolare raddoppiato.
Il suppletivismo
Per quanto riguarda gli altri processi morfologici, si trova il caso del suppletivismo. Questo è un
fenomeno molto studiato, soprattutto per quanto riguarda le cause che hanno portato al
suppletivismo. Peò succedere che per esprimere lo stesso concesso o la stessa nozione, oppure
all’interno dello stesso campo semantico, si trovino due basi di origine completamente differente.
Un esempio potrebbe essere la differenza, nel campo della famiglia semantica dell’acqua, tra l’acqua
(sostantivo di origine latina) e, per esempio, idrico (aggettivo di derivazione greca). Entrambi sono
esempi di suppletivismo; basi diverse di origine diversa utilizzate per esprimere lo stesso campo
semantico. Un altro classico esempio è il suppletivismo del verbo andare; nel paradigma del presente
si trova una base ‘vad-’ (di vado) e ‘and-’ (di andiamo). La prima, di origine tardo latina (‘vadere’),
mentre la seconda di origine tutt’oggi imprecisata in quanto non risulti in latino una base simile. Quello
che sappiamo per certo, tuttavia, è che ‘andare’ non ha nulla a che vedere sul piano etimologico con
‘vado’.
I problemi principali riguardo il suppletivismo sono due: il primo riguarda la nascita di tale fenomeno.
Riguardo ciò vi è, ancora oggi, un dibattito teorico particolarmente acceso: può essere causato da
ragioni puramente fonetiche, per cui quella base smette di funzionare e in seguito ad un processo di
phonetic attrition quella forma viene sostituita da un’altra; oppure potrebbero esserci ragioni di
origine morfologica. Per esempio, nel presente indicativo le prime due persone del plurale molto
spesso si isolano dal resto del paradigma e ciò, tra l’altro, giustificherebbe la distinzione tra ‘vado’ e
‘andiamo’.
Il secondo problema riguarda il fatto che non tutte le forme suppletive lo sono nella loro origine.

Es. il nome della città di Ivrea; deriva da una base celtica, da ‘epo-redia’, ‘redia’ è un tipo di carro, ed
‘epo’ è il nome celtico per cavallo. Questa p ha dato v, mostrando un fenomeno di lenizione; la ‘i’
invece è diventata zero fonetico. Gli abitanti invece, si chiamano ‘eporediesi’, perché la forma ha
conservato l’antico nome della città. Questo, quindi, è un caso di suppletivismo. Diacronicamente però
Ivrea ed eporeiesi mostrano un caso di allomorfia, due varianti della stessa base. Può succedere che
dalla stessa base solo una forma evolva secondo la trafila diacronica attesa (Ivrea); ‘eporediesi’ invece
è un cosiddetto cultismo, cioè che questa parola è stata introdotta dall’alto, speso attraverso la
scrittura, nella storia linguistica dell’italiano senza subire le trafile fonetiche attese, proprio perché si
tratta di un cultismo.
Rianalisi
Si parla di rianalisi quando un parlante altera i confini dei morfemi, che originariamente erano diversi.

Un esempio lampante è quello della parola hamburger; in origine, il confine tra i morfi che compongo
la parola era hamburg-er, in quanto un hamburger era un abitante della città di Hamburg.
Successivamente questa parola è entrata nella tradizione anglo-sassone e a causa del fatto che in
Germania c’era una cultura alimentare basata sulla carne, quando questo termine dal tedesco è
entrato nella lingua inglese, i parlanti hanno sviluppato un’etimologia popolare con rianalisi. Hanno
associato l’“ham-” alla parola inglese ham che significa ‘prosciutto’; a questo punto hanno creato uno
schema del tipo x-burger, con ham sostituibile con tutto ciò che può essere contenuto nell’hamburger.
Qua non solo si trova un caso di etimologia popolare, ma c’è stata una riassegnazione dei confini di
morfema, cioè, per l'appunto, una rianalisi.

Nel passaggio da una lingua ad un’altra le rianalisi sono molto frequenti. Per esempio, moltissimi nomi
di luogo in Sicilia iniziano con il prefisso “Al-”, come Alcantara; questo prefisso proviene dall’articolo
definito dell’arabo. Quando non si trovarono più parlanti bilingue romanzo-arabo, poiché passati
esclusivamente all’uso di una lingua romanza e non conoscendo più il valore di quell’ “al-” l’hanno
reinterpretato come parte iniziale della parola. Questo avviene anche nel passaggio di molte parole
dall’italiano al dialetto e viceversa.
Può succedere che dalla stessa base etimologica si sviluppino due forme, e si parla, in questo caso di
Allotropia. Una per trafila diretta (detta soluzione popolare) e l’altra per l’introduzione dotta (il
cultismo). La forma dotta, proprio per il fatto di non aver acquisito la forma popolare, risulta molto
simile, nel significante, alla base. La forma popolare invece, rappresentando l’evoluzione fonetica
attesa, si può allontanare anche di molto dalla base etimologica.

Morfema zero
Si parla di morfema zero quando, nell’analisi morfologica di una parola, questa risulta graficamente
composta solamente dal morfema lessicale.
Un esempio è quello della parola inglese ‘sheep’. L’inglese è una lingua parzialmente isolante e non ci
si stupisce del fatto di non trovare morfemi grammaticali in questa parola. Non c’è un’espressione per
il numero né per il genere. Se si volesse utilizzare questa parola al plurale la forma non cambierebbe.
Compiendo un’analisi morfologica il risultato sarebbe sheep + 0; il morfema che esprime il plurale non
è quindi realizzato in “superfice”.
Un caso di morfema zero lo si riscontra anche in italiano con, ad esempio, la parola ‘bar’. La forma
plurale è composta da morfema lessicale + morfema zero. Se bar non avesse un plurale, come i nomi
massa (come l’acqua) che non ce l’hanno, non potrei formare frasi del tipo “i bar sono aperti”. Questa
tipologia morfologica la si può riscontrare anche nella coniugazione dei verbi, come nella lingua
inglese, oppure nella stessa lingua latina, dove nella declinazione di alcuni sostantivi come “exul,
exulis” la forma al nominativo e all’accusativo riportano morfema zero.
Il morfema zero si ha quindi quando non c’è un significante che esprima il valore di plurale; questo,
tuttavia, non significa che determinata parola non abbia effettivamente la forma plurale.

Tipologia sintattica
Tutte le lingue del mondo, oltre ad essere classificate secondo la loro tipologia morfologica, possono
essere classificate secondo la loro tipologia sintattica. Uno dei classici modi per classificare le lingue
secondo la sintassi riguarda l’ordine delle parole all’interno di una frase. Mentre l’italiano costituisce
la sintassi con S (soggetto), V (verbo) e O (complemento oggetto), molte altre lingue, come per
esempio l’arabo classico, utilizzano un ordine differente. Per decidere l’ordine corretto di una lingua
si prende quello cosiddetto non marcato, cioè quello più frequente. Su questa base, per esempio in
italiano, SVO è l’ordine più frequente. L’italiano è spesso classificato, non come SVO ma come VO,
perché l’italiano attiva un parametro sintattico che è il cosiddetto prodrop; l’espressione, in alcune
lingue del mondo, del soggetto pronominale non è obbligatoria. In una frase semplice posso dire ‘io
porto il dolce’, ma anche ‘porto il dolce’, senza dover specificare il pronome soggetto. Altre lingue
romanze invece, come il francese, non ammettono questa regola; sono quindi dette non-prodrop. Nel
rappresentare l’italiano possiamo quindi indicare la S tra parentesi, ad indicare la presenza di prodrop.
Se invece l’espressione del soggetto è obbligatoria, come nell’inglese standard, la parentesi va tolta.
Una frase ruota intorno al predicato (il verbo) mentre il soggetto, l’oggetto, i complementi etc. sono
le parti, dette argomenti, che dipendono dal verbo. A seconda di quanti argomenti può reggere un
verbo, si parla di valenza verbale. Un verbo di conseguenza può essere monoargomentale,
biargomentale o addirittura triargomentale.
Esistono verbi che possono anche avere zero argomenti; per esempio, i verbi psicologici o
metereologici: “piove”, “nevica” etc. non hanno soggetto e non reggono nessun argomento.
Nelle lingue non-prodrop, tuttavia, anche i verbi zero valenti hanno un’espressione che indica il
soggetto (fr. ‘il pleut’ = piove). Questo, tuttavia, non viene definito monovalente in quanto l’‘il’ del
francese non ha funzione di soggetto, ma viene espresso soltanto perché sintatticamente la lingua
richiede che il soggetto sia sempre espresso in una frase. Quella particella si occupa soltanto di
riempire lo spazio vuoto del soggetto. Questi vengono chiamati ‘dummy subjects’, cioè letteralmente
“soggetti fantocci, fittizi”, per dire che non sono dei veri e propri soggetti, non svolgono la funzione
semantica del soggetto.
I possibili ordini S, V e O nelle lingue del mondo sono 6: i più frequenti sono 3: SOV, SVO, VSO; in totale
costituiscono il 97% delle lingue del mondo.

GLI ORDINI NON MARCATI PIÙ DIFFUSI


• SOV (45%)
• SVO (42%)
• VSO (10%)

Questi tre tipi coprono il 97% della variazione linguistica su scala mondiale; la predilezione delle lingue
del mondo per questi tre tipi è talmente lampante da non poter essere frutto del solo caso.

La cosa che tutti questi ordini risultano avere in comune è il fatto che il soggetto precede sempre il
complemento oggetto. Questo risponde ad un ordine che potremmo definire naturale, perché
un’azione generale è normalmente iniziata da un soggetto e conclusa dal complemento oggetto. Il
soggetto è l’agente dell’azione, colui che la inizia e ha il potere di decidere (volitivo); l’oggetto è invece
il paziente, l’entità che subisce l’azione, che non esercita un grado di controllo (non volitivo).
Sarebbe normale che un’azione inizi con l’agente e termini con il paziente, cioè inizia con chi esercita
un controllo e finisce con chi questo controllo non ce l’ha e subisce l’azione. L’ordine,
tendenzialmente, è quello del topic o Tema (Ciò che è noto) contro il comment o Rema (ciò che è
nuovo).
Se, per esempio, prendessi in considerazione la frase “lo sai che Piero porta il dolce?” si da per scontato
in una frase del genere che chi ascolta sappia chi è Piero, mentre chi ascolta non sa che Piero porta il
dolce (l’informazione nuova alla fine). Se si desse solo un’informazione del tutto nuova si parlerebbe
di frase tetica. Es. dicendo “Piero porta il dolce” questa potrebbe essere tutta un’informazione nuova
se chi sta ascoltando chiedesse “ma che è successo?”. Nel flusso dell’informazione il soggetto è anche
topic e il complemento oggetto è il comment.

Il DOM
Come detto precedentemente, la ragione per cui le lingue del mondo usano questi tre tipi sintattici è
dovuta a ragioni di naturalezza informativa. Se questo fosse vero, ci si aspetterebbe che la frase
transitiva “perfetta” sia quella costituita da un oggetto inanimato, in quanto se l’oggetto è volitivo, se
non esercita un controllo sull’azione, tendenzialmente dovrebbe essere un oggetto inanimato. In un
flusso d’informazione ideale il complemento oggetto prototipico è un oggetto inanimato. Tuttavia,
esistono frasi in tutte le lingue del mondo in cui il complemento oggetto è animato; non ci sono regole
sintattiche che vietino l’uso di un complemento oggetto animato, però esistono delle strategie nelle
lingue del mondo per marcare un oggetto non prototipico che viene marcato con una strategia
sintattica, chiamata DOM (differential object marking). Se l’oggetto è animato, in alcune lingue del
mondo, riceve una particolare marca che non ha quando è inanimato, questa marca prende il nome
di DOM. Nel caso in cui una lingua abbia un morfema X, questo morfema si mette sugli oggetti animati,
evidentemente per evidenziare il fatto che questo oggetto non è prototipico, quindi animato.
L’italiano non differenzia l’oggetto animato da quello inanimato, ma i dialetti meridionali si; per
esempio, la frase ‘Pietro ama Marta’ nel dialetto meridionale diventerebbe ‘Pietro ama a Marta’, dove
la ‘a’ non indica il complemento di termine, ma è DOM, cioè marcatura differenziale. Nelle lingue
romanze il DOM è rappresentato dalla preposizione ‘a’ che coincide con la preposizione del
complemento di termine, ma esprime un altro caso. Quasi tutti i parlanti meridionali direbbero
‘chiamo a Maria’, perché Maria è un oggetto animato e quindi viene contrassegnato dal DOM; siccome
il DOM nelle lingue romanze è una preposizione, questo particolare DOM viene conosciuto col nome
di accusativo preposizionale.
Uno degli aspetti più interessanti di questa marcatura differenziale dell’oggetto è quali sono gli oggetti
coinvolti nella marcatura e quali non: uno studioso di lingue aborigene australiane elaborò una scala
(gerarchia di animatezza) che misura il tasso di animatezza di un oggetto: più un nome si colloca nei
gradi alti della scala più chance ha di ricevere il dom, più si colloca ai gradi bassi meno chances ha di
ricevere il dom. Quindi più è animato più riceverà il dom, meno è animato meno lo riceve. I gradi più
alti della scala di animatezza sono rappresentati dai primi 3 pronomi, seguiti dai nomi propri di
persona, dai nomi comuni umani, dai nomi comuni animati ma non umani (animali) e dai nomi comuni
inanimati. Quindi più si sale, più un nome avrà chance maggiori di ricevere un Dom.
Le lingue romanze tagliano questa scala di animatezza in maniera molto diversa le une dalle altre; ci
sono delle lingue che sono molto severe, cioè che selezionano il dom solo con i pronomi o con nomi
propri (per esempio il portoghese brasiliano); altre lingue, come dialetti i dell’Italia meridionale, che
arrivano molto in basso in questa scala fino addirittura a comprendere i nomi di animali, specialmente
quelli domestici, perché vengono assimilati metaforicamente all’essere umano e quindi tutta la scala
di animatezza è compresa nel DOM tranne i nomi comuni inanimati.

CÒRSO

1. A terra inganna à te
‘La terra ti inganna’

2. Vegu chè tù preferisci più à Peneloppe chè à mè


‘Vedo che tu preferisci più penelope che me’

3. U fumu copri à Prtivechju


‘Il fumo copre Portovecchio’

Nella prima frase “à” è il DOM, l’accusativo preposizionale è “te”; essendo un pronome, e quindi alto
nella scala di animatezza, riceve il DOM.
Nella seconda frase “Penelope” ha il DOM perché è un nome proprio di persona e i nomi propri di
persona sono altissimi nella scala di animatezza. Nel terzo esempio si potrebbe obiettare, a causa del
fatto che nella frase “il fumo copre la città di Portovecchio” c’è il DOM e allora si potrebbe supporre
che Pontevecchio è un paziente inanimato; quindi, più basso nella scala di animatezza; succede che in
alcune lingue i nomi di città vengono trattati come i nomi propri di persona (probabilmente perché
entrambi sono nomi propri- associazione metaforica). Questo vuole dire che i “tagli” che avvengono
in questa scala nelle lingue romanze, sono molto arbitrari e presentano una fortissima variazione
diatopica (cioè nello spazio); lingue come il Corso fanno un ampio uso del DOM, altre lingue con i nomi
di città, con i nomi di luogo non avrebbero mai il DOM perché l’oggetto è inanimato. Qua ci sono
esempi di varietà a noi più familiari, come il dialetto di San Luca, dove non si dice “ho visto mia sorella”,
ma “vitti a sorma” perché i nomi di parentela sono altissimi, non stanno esplicitati nella scala, ma sono
subito dopo i nomi propri di persona (“A” marca il DOM”).
L’italiano non marca invece il DOM, non fa differenza tra oggetti animati e inanimati.
NAPOLETANO
1. hannǝ cugliutǝ (a) ll’ambasciatorǝ
‘Hanno ricevuto l’ambasciatore’

2. avimmǝ già cunsultatǝ (a) ll’avvocatǝ


‘Abbiamo già consultato l’avvocato’

3. aggiǝ vistǝ (a) l’ommǝ c’a scrittǝ o libbrǝ


‘Ho visto l’uomo che ha scritto il libro’

Il napoletano è uno dei dialetti che fa più di tutti uso del DOM. Come si può vedere nei primi esempi:
quella “a” tra parentesi vuol dire che nelle inchieste che sono state fatte per lo studio del DOM, con i
nomi comuni animati il DOM è oscillante, cioè alcuni parlanti marcano la “a” e altri non la dicono.
I nomi comuni, pur essendo animati, non stanno proprio ai primissimi posti della scala, stanno più o
meno nel mezzo, ed è esattamente qua che avviene il vero taglio nelle lingue romanze; con i nomi
comuni animati umani c’è enorme oscillazione anche all’interno dello stesso dialetto perché questo,
probabilmente, è il vero confine che segna il limite tra i nomi con DOM fisso e i nomi con DOM
oscillante.

Ordini Marcati
È possibile, all’interno di una frase, cambiare l’ordine degli elementi sintattici (S, V, O) nel caso in cui
si voglia mettere in evidenza un determinato elemento.
Se, per esempio, nella frase “oggi lavo la macchina” volessi mettere in evidenza il Rema (complemento
Oggetto) potrei metterlo come primo elemento e anteporlo al Tema (“la macchina, la lavo oggi);
sintatticamente la costruzione diventerebbe perciò OSV.
Si può anteporre l’Oggetto al Soggetto, ma solo nel caso in cui si voglia evidenziare una determinata
informazione. Mettendo quindi in risalto l’O spostandolo dalla posizione canonica ottengo delle frasi
dette marcate, cioè derivanti dall’ordine canonico SVO dell’italiano, ma meno comuni.
Il primo modo per compiere la marcatura è attraverso quella che viene chiamata dislocazione, che
può essere a destra o a sinistra.
Nel compimento del processo di dislocazione, non vado ad invertire la posizione del Rema con il Tema
(nel caso di dislocazione a sinistra), ma vado a posizionarlo all’esterno dei confini della frase; andando
a collegarlo alla frase con l’utilizzo del pronome clitico (privo di accento proprio). Questo è quello che
si chiama clitico di ripresa.
Se il Rema è dislocato a sinistra il clitico, posto dopo, ha funzione di anafora; se invece il Rema è
dislocato a destra, il clitico lo precede, acquisendo funzione di catafora.
La dislocazione a sinistra è particolarmente frequente con i verbi psicologici (piacere, sembrare,
persuadere, convincere, soddisfare), in cui il Soggetto è inanimato e il complemento indiretto, o il
complemento oggetto, è un espediente animato.
La dislocazione a destra è stata molto studiata per capire a cosa serve, e una delle cose che si è detto
è che a volte la dislocazione a destra ha una funzione di spiegare meglio che cosa vuole dire.

Un altro modo per formare una frase marcata, quindi diversa dal tipo canonico, è quello che in latino
si chiama nominativus pendens, conosciuto come tema sospeso. Il tema sospeso è molto facile da
individuare, perché l’elemento anteposto non è collegato al resto della frase da nessun elemento
sintattico; manca la preposizione di collegamento. Se per esempio dicessi “Maria, le avevano chiesto
un prestito”, ‘Maria’ è sospeso.

Il terzo modo per formare una frase marcata è la cosiddetta frase scissa. Lo scopo di una frase scissa
è quello di evidenziare il focus della frase, ovvero il punto di maggior salienza comunicativa (è X che…).
La seconda parte della frase ha tipicamente valore di presupposizione; es. “è Giovanni che vuole avere
ragione”.
In questo caso, il focus, ciò che voglio mettere in risalto, ha sempre valore tematico. Anche questo è
un fenomeno molto frequente nella lingua parlata.

Questi sono tutti ordini marcati e si differenziano dall’ordine canonico perché sono tutti finalizzati ad
un preciso scopo comunicativo, che è quello di messa in rilievo di un elemento, che viene spostato
dalla sua posizione abituale proprio per dare un particolare risalto.

I ruoli del soggetto e dell’oggetto


In base ai ruoli semantici, da un punto di vista tipologico, è evidente che le lingue del mondo si possono
classificare in tre diversi insiemi:
• il primo gruppo è quello delle lingue nominativo-accusative. A questo gruppo appartengono
le lingue indoeuropee, dalle lingue germaniche alle slave e a quelle celtiche. In queste lingue
si distingue un soggetto da un complemento oggetto: il soggetto al nominativo e l’oggetto
all’accusativo.
Il punto fondamentale che distingue questo gruppo dagli altri è che il soggetto è al nominativo
sia quando si trova in una frase transitiva che in una frase intransitiva. Per esempio,
prendendo come esempio la lingua latina, nel primo caso direi “puer puellam amat”; puer è il
nominativo, con morfema flessivo zero, puellam è l’accusativo femminile e amat è la terza
persona del verbo amare (‘il ragazzo ama la ragazza’).
Nel caso intransitivo “puer currit” (‘il ragazzo corre’), abbiamo puer come nella prima frase,
quindi, il soggetto di una frase intransitiva è espresso allo stesso caso del soggetto in una fase
transitiva.
• Il secondo gruppo è quello delle lingue ad intransitività scissa, dette anche attivo-stative.
Lingue come l’italiano, che distinguono due tipi di soggetti nelle frasi intransitive,
appartengono a questo gruppo e distinguono un soggetto agente, nelle frasi intransitive, da
un soggetto paziente.
I verbi con il soggetto agente utilizzano il verbo avere, e sono detti inergativi;
I verbi con il soggetto paziente utilizzano il verbo essere, e sono detti inaccusativi.
I test principali per distinguere i tipi di soggetto sono due: il primo è quello dell’ausiliare;
quindi, se il verbo è inergativo o inaccusativo. Il secondo è quello della cosiddetta
pronominalizzazione con il Ne (ne partitivo). Prendendo una frase del tipo “arrivano molte
lettere”, si va a compiere una pronominalizzazione con il ne; questo processo si può svolgere
solo con i verbi inaccusativi, dicendo ad esempio “di lettere ne arrivano molte” (“di lettere ne
sono arrivate molte”: verbo inaccusativo).
• Il terzo gruppo è quello delle lingue ergative, come il Basco. In queste lingue l’agente di una
frase transitiva è diverso dal paziente; quest’ultimo ha invece le stesse desinenze del soggetto
di una frase intransitiva quando ha ruolo di paziente. Immaginando che l’italiano sia una lingua
ergativa, prendendo come esempio la frase “Luca mangia la torta”, la torta, complemento
oggetto, ha desinenza X, che si ritrova nel soggetto paziente di una frase intransitiva. Nelle
lingue ergative si assegna lo stesso caso, che si chiama caso assolutivo, al complemento
oggetto (frase transitiva) e al soggetto paziente (frase intransitiva).
Sociolinguistica
La variazione sociolinguistica
Lo “jeismo”, tipico nello spagnolo dell’America Latina, consiste nella confusione nella ʎ (laterale
palatale) con la j (semiconsonantica)

Questo esempio dimostra, come sappiamo, un caso di variante libera regionale; tuttavia, se studiato
da un sociolinguista, illustra un classico caso di variazione che dipende dal luogo (variazione
diatopica). Queste variazioni diatopiche, come lo jeismo o il seseo, vanno a distinguere, ad esempio,
la variante di spagnolo dell’America Latina dallo Spagnolo Castigliano. La variazione diatopica è una
delle tante variazioni della lingua e risponde ad un’esigenza che ad un certo punto si è avvertita nella
linguistica, soprattutto moderna, di trattare la lingua non come un insieme omogeneo ma come un
insieme composto da una serie di variabili. Ad un certo punto, soprattutto nel metodo storico
comparativo, le lingue venivano trattate con sistemi rigidi, come se di una lingua esistesse una sola
varietà. La variazione diatopica, ad esempio, è uno dei tanti esempi di come la lingua non sia
monoblocco ma in realtà varia. Per quanto esempi come il seseo siano variazioni su larga scala,
variazioni diatopiche possono avvenire anche su scala minima. Giovanni Ruffino, un grande
dialettologo degli anni ’70, si accorse che alcune variazioni fonetiche, lessicali e sintattiche che
distinguevano la parlata del suo paese natale (Terrasini, prov. Di Palermo), dove c’era stata una sorta
di conurbazione tra due diversi comuni. Qui erano arrivati ad abitare due nuclei etnici diversi; uno
dedito sostanzialmente alla pesca (quella che lui chiama la Terrasini marinara), mentre l’altra era
quella degli agricoltori delle zone più interne. Il confine naturale dato da un fiume, che va a dividere
queste due aree, è bastato perché si creassero delle differenze fonetiche, lessicali e sintattiche che
distinguono la parlata marinaresca dalla parlata agricola. Non c’è bisogno di ampi spazi perché ci sia
una differenza diatopica.
Un altro esempio è il tentativo fatto da un linguista di origine svizzera che si chiamava Louis Gauchat,
visto come l’inizio della sociolinguistica moderna. Egli si pone come obiettivo quello di fare una
descrizione grammaticale di un piccolo paese della svizzera francese, che si chiama Charmey. L’idea
era quella di lavorare su questo sistema linguistico cercando di scrivere una grammatica di questa
vocalità come rappresentante della svizzera francese; ad un certo punto però inizia ad incontrare una
serie di difficoltà. Si accorge innanzitutto che dalle richieste che faceva per prendere dati, riceveva
risposte molto diverse, a seconda che si rivolgesse a giovani rispetto che ad anziani. Questo è un caso
di variabile diagenerazionale. Si accorge poi di differenza di pronuncia diverse tra uomini e donne;
variabile di genere. Differenza basate sulla situazione comunicativa, cioè linguaggio più formale o
meno formale a seconda che il parlante si sentisse più a suo agio o meno con l’interlocutore; variabile
diafasica. Si accorge di differenze che dipendono dallo stato sociale, la lingua dei contadini era diversa
dalla lingua della piccola borghesia; differenza diastratica. In seguito ad un’analisi più accurata
afferma che l’unità linguistica del parlato a Charmey è inesistente. In realtà si era accorto di differenze
molto evidenti in base a queste variabili. Nella sociolinguistica tradizionale è la variante diacronica,
cioè quella che, dal più grande sociolinguista moderno, William Lebov, si chiama analisi in tempo
apparente. Quando si va a compiere un’inchiesta di tipo sociolinguistico in un’area non si può
prevedere come questa lingua cambierà, quali saranno le differenze fonetiche, morfologiche o
sintattiche; perciò, dopo anni, si torna in tale area per svolgere una seconda inchiesta. Considerando
che, per vari motivi un linguista non abbia la possibilità di svolgere una seconda inchiesta l’opzione è
che ad occuparsene sia un altro. Questa si chiama analisi in tempo reale. Quando questo però non è
possibile, l’analisi che si può fare per compensare questa mancanza è l’analisi in tempo apparente,
un’analisi diagenerazionale. Si seleziona un campione di persone giovani e un campione di persone
anziane, partendo dal presupposto che da una certa età in poi la lingua tende a fissarsi. Confrontando
la lingua degli anziani con la lingua dei più giovani si ha un tempo apparente (che può variare dai 20 ai
50 anni) che dovrebbe in qualche modo rappresentare l’arco di tempo reale. Questo da quindi la
dimensione del cambiamento attraverso il tempo. Anche in una comunità particolarmente omogenea
dal punto di vista linguistico ci sarà sempre almeno una variabile. Per quanto riguarda le altre variabili
non è sempre così.
Uno dei tratti tipici di quello che si definisce “italiano popolare” (italiano parlato sostanzialmente da
persone con un basso grado di istruzione) è l’uso differenziato del cosiddetto “che polivalente”, cioè
il ‘che’ in funzione di pronome relativo.

Es.
Venne un bambino povero la cui mamma era malata
Venne un bimbo povero che la sua mamma era malata
-
La penna con cui scrivo è nera
La penna che io scrivo è nera

Questa è una variabile che dipende sostanzialmente dal grado di istruzione, dal grado sociale, familiare
da cui si proviene. Questa è una variabile diastratica, riferita allo strato sociale.
Per quanto riguarda la variabile diafasica, dipende dalla situazione comunicativa.
Es. ci si trova a passeggiare con amici in un contesto in cui si parla sia italiano che dialetto; in questo
caso, in una situazione informale, si possono mescolare queste due varianti (code-mixing e code-
switching). Si è consapevoli di stare in una situazione in cui non si richiede necessariamente un italiano
colto, una varietà alta, ma una classica situazione informale (come in famiglia).
Di conseguenza si tratta sempre di variabile diafasica quando in base alla situazione in cui ci si trova
(come ad es. ad un esame o a lavoro) si va ad utilizzare un linguaggio più elevato, una situazione
formale.
Un caso specifico di variabile diafasica lo si incontra nel norvegese. Nel norvegese moderno esistono
diversi dialetti, quelli parlati quotidianamente; questo il norvegese detto Nynorsk; la lingua ufficiale
invece, quella ad esempio degli atti amministrativi, è il cosiddetto bogsmål (mal=lingua – bog=libro;
lingua dei libri). Questa variabile diafasica in particolare prende il nome di Diglossia; l’uso di due codici
completamente differenziati. Questo nome proviene dal linguista Ferguson, che l’ha applicata a
quattro situazioni in particolare: Norvegese (Nynorsk/Bogsmål), Neogreco, Svizzero tedesco (lingua
ufficiale = Hochdeutsch – lingua parlata = scwhyzertutsch), Haiti; quest’ultima illustra la classica
situazione che avviene nei creoli. durante il colonialismo, popoli di lingua europea arrivarono
soprattutto nell’area equatoriale, dove si concentrano gran parte dei creoli, e per ragioni commerciali
si trovano a conversare con gli indigeni. Si va così a creare una sorta di lingua franca, un misto tra
lingua europea e lingua indigena; questa prima fase si chiama pidgin. quest’ultimo può compiere due
percorsi: morire o diffondersi nell’intera comunità, diventando la lingua madre del luogo; si parla
quindi di creolo.
La storia di Haiti è proprio quella di un Pidgin che si è fatto strada diventando L1 degli Haitiani, il creolo
di Haiti a base francese. Questa è la lingua che si parla ogni giorno; la lingua ufficiale di Haiti invece è
il francese, come in gran parte delle aree pidginizzate e creolizzate. Si parla di Diglossia perché la lingua
ufficiale è utilizzata solo in situazioni comunicative “ufficiali”. La lingua utilizzata tutti i giorni dagli
abitanti è il creolo haitiano.
Non in tutti i posti del mondo però troviamo una “forbice diafasica” così netta. In Italia, ad esempio,
si riscontra una situazione in cui i dialetti si sovrappongono e si mischiano con l’italiano standard.
Bisogna sottolineare che quando si parla di varietà alta e varietà bassa, come ad esempio lo svizzero
tedesco, non si parla di una varietà volgare, ma semplicemente informale (detta bassa).
Hochdeutsch (alto tedesco, parlato a sud della Germania – Platdeutsch (basso tedesco, parlato
a nord della Germania) [alto e basso, in questo caso, riferiti alle pianure. È una coincidenza
che l’Hochdeutsch (definizione=alto tedesco) sia effettivamente diventato la lingua alta
(lingua ufficiale, formale).
Tutto questo si va ad applicare ad un caso concreto grazie ad uno degli studi pioneristici della
sociolinguistica moderna; il famoso studio di Lebov, the social motivation of a sound change, dedicato
all’isola di Martha’s Vineyard; una piccola isola nello stato del Massachussetts (USA). Qui Lebov, negli
anni ’60, produce una delle storiche inchieste sociolinguistiche che lo porteranno ad essere conosciuto
nella sfera mondiale.

Martha’s Vineyard

Martha’s Vineyard è un’isola caratterizzata, verso la fine degli anni 60, da una sorta di dicotomia.
Questa isola è sempre stata la meta turistica per eccellenza della società altolocata della vicina città
di Boston. Tuttavia, nonostante la ricchezza scaturita dai residenti stagionali, il resto dell’anno questa
risultava un’isola piuttosto povera, costretta quindi a dipendere dai guadagni di questo turismo
elitario, visto fastidioso dai veri e propri cittadini Vineyardesi. Gli isolani erano quindi in parte grati a
questa sorta di turismo, e dall’altro lato infastiditi da ciò. L’isola è divisa in due parti: Up Island (area
prevalentemente rurale) e la Down Island (area urbana, dove vivono gran parte dei residenti e dove si
addensa il turismo).

La località più a sud, Chilmark, è la sede più resistente al cambiamento linguistico.


La composizione etnica è costituita da quattro nuclei:
• English stock (discendenti dei primi colonizzatori)
• Portoghesi (lavoratori provenienti dalle Azzorre, Madeira, Capo Verde)
• Indiani d’America
• Gruppo misto

Lebov si accorge di un piccolo particolare fonetico; cioè, quella che si chiamerà, da questo studio in
poi, la centralizzazione dei dittonghi. I dittonghi vengono realizzati, nella pronuncia DOC, col primo
elemento ridotto ad uno ‘schwa’.

Dittonghi [ai], [au] realizzati come:


[əi], [əu]

Qui, con Lebov, nasce quella che si chiamerà sociolinguistica correlativa.


Questa centralizzazione, perciò, può essere legata a cause sociali? C’è una correlazione tra fatto
linguistico e fatto sociale? Per poter rispondere a domande del genere c’è bisogno di svolgere delle
inchieste, e chiedersi se questa pronuncia, per esempio, è più evidente in base alle varianti. Se i dati
sono random è evidente che in Vineyardesi non percepiscono questa pronuncia come particolare
rispetto all’ambiente esterno; se invece ci sono delle correlazioni evidenti vuol dire che questa
pronuncia è in qualche modo correlata ad una dinamica sociale ha quindi valore sociolinguistico
(chiamato, da Lebov in poi, Social marker).

Indice di centralizzazione in base all’età

/ai/ /au/
Over 75 0.25 0.22
61-75 0.35 0.37
46-60 0.62 0.44
31-45 0.81 0.88
14-30 0.37 0.46

Guardando la casella in rosso ci si accorge che la variabile diagenerazionale ha un ruolo significativo.


Guardando tutte le percentuali di realizzazione, c’è una fascia di popolazione, quella tra i 31 e i 45 anni
di età che centralizza rispettivamente per /ai/ lo 0.81 e per /au/ lo 0.88; è una percentuale molto alta
se comparata a tutte le altre. Qui però sorge un problema; questa centralizzazione, questo modo
particolare di pronunciare i dittonghi è, in quest’area dell’America, un tratto conservativo. In base alla
variabile diagenerazionale, ci si aspetta di trovare un tratto conservativo nella parlata della
popolazione più anziana; tra i 31-45 anni di età, perciò, risulta un caso strano. Lebov, nelle inchieste,
utilizza un numero di parlanti altissimo. Per trovare una risposta a tale domanda, si va quindi ad
analizzare un'altra variabile; la variabile diatopica.

Indice di centralizzazione in base all’area di residenza

Down-island /ai/ (totale: 0.35) /au/ (totale: 0.33)

Edgartown 0.48 0.55

Oak Bluffs 0.33 0.10


Vineyard Haven 0.24 0.33

Up-island /ai/ (totale: 0.61) /au/ (totale: 0.66)


Oak Bluffs 0.71 0.99
No. Tisbury 0.35 0.13
West Tisbury 0.51 0.51
Chilmark 1.00 0.81
Gay Head 0.51 0.81

Si trova qui addirittura una centralizzazione del 100%, perciò tutti gli intervistati centralizzano /ai/, a
Chilmark. Si tratta della parte più conservativa dell’isola, quella più avversa al turismo esterno.
C’è quindi una variante diagenerazionale, una variante diatopica, e in parte anche diastratica; c’è
quindi una correlazione tra centralizzazione e il lavoro/stato sociale.

Indice di centralizzazione in base all’occupazione

/ai/ /au/
Fishermen 1.00 0.79
Farmers 0.32 0.22
Others 0.41 0.57

Lebov scopre che, in assoluto, quelli che centralizzano maggiormente sono i pescatori, molto più degli
stessi contadini, che si potrebbe pensare, essendo residenti in parte nella Down-Island, la parte meno
turistica, siano quelli più conservativi.
Si scopre quindi che sono soprattutto i pescatori, tra i 31-45 anni di età e residenti a Chilmark che
presentano il tasso di centralizzazione più elevato.
Un altro valore preso in considerazione è l’etnia.

Indice di centralizzazione in base al gruppo etnico

Inglesi Portoghesi Indiani


Età /ai/ /au/ /ai/ /au/ /ai/ /au/
Over 60 0.36 0.34 0.26 0.26 0.32 0.40
46-60 0.85 0.63 0.37 0.59 0.71 1.00
31-45 1.08 1.09 0.73 0.83 0.80 1.33
Under 30 0.35 0.31 0.34 0.52 0.47 0.88

Qui notiamo che l’indice di centralizzazione maggiore lo troviamo tra gli inglesi, anche se portoghesi
ed Indiani risultano avere un indice altrettanto elevato. Queste variabili sociali sono connesse in
qualche maniera dimostrabile con il cambiamento linguistico?
Qua nasce l’analisi socioeconomica di Martha’s Vineyard; questa, tuttavia, non corrisponde in realtà
alla situazione dell’America negli anni ’60. Come dimostrò un censo di quegli anni, infatti, è il è il più
povero dei paesi dello stato del Massachusetts, ha il più basso reddito occupazionale e il più alto tasso
di disoccupazione. Queste condizioni portano quindi i Vineyardesi a dipendere dagli introiti economici
derivati dal turismo.
Tutti questi dati vanno a dimostrare che, sostanzialmente, questo è un modo verso
l’autoidentificazione, un social marker. Pronunciare questi dittonghi centralizzati è un modo per
identificarsi con i valori dell’isola contro l’invasione del turismo estivo. Questo è un fenomeno
frequentissimo in tutte le comunità del mondo. Quando una comunità si sente “minacciata” dall’arrivo
di nuove popolazioni ecc., può “esasperare” alcuni fatti, soprattutto fonetici, che vengono utilizzati
come strumenti di autoidentificazione; come quando un gruppo di ragazzi, per non farsi identificare
da comunità esterne forma una sorta di para-gergo, per bisogno di autoidentificazione.

Linguistic loyalty = sentimento di lealtà nei confronti della propria identità etnica

Lebov afferma che, durante queste interviste, i Chilmarkesi sono i più estremi difensori del proprio
stile di vita. In particolare, trova un abitante di Chilmark che centralizza /au/ 2.11, cioè sopra il 200%;
questo abitante compie degli ipercorrettismi, anche là dove un Vineyardese DOC non
centralizzerebbe.

Inchieste sul campo a 4 studenti di 15 anni dell’high school

Down-island leaving Up-island staying


0.00 0.40 0.90 1.00
0.00 0.00 1.13 1.19

Durante quest’inchiesta si vede che, mettendo a confronto gli studenti della Down-Island andati fuori
a studiare e gli studenti della Up-Island (come già detto l’area più conservativa) che sono rimasti
sull’isola, questi ultimi sono quelli che centralizzano maggiormente; gli altri arrivano persino a zero.
Questi, entrando in un contesto comunitario differente, ed essendo “additati” a causa di questa loro
pronuncia differente, si sono affrancati dal dialetto locale, abbandonando la loro caratteristica
pronuncia Vineyardese d’origine, probabilmente per facilitare l’integrazione. Questo fenomeno è
stato definito dai linguisti come “slealtà linguistica”.

La centralizzazione della comunità etnica portoghese è molto sviluppata, con un’importante


differenza nei giovani: i figli delle famiglie inglesi quasi sempre andavano a completare gli studi sulla
terra ferma, cosa che non avveniva spesso per figli di comunità come quella portoghese. A causa di
ciò hanno sviluppato livelli di centralizzazione particolarmente alti proprio per sentirsi anche essi parte
della comunità, essendo tra l’altro gran parte della comunità giovane sull’isola, e sentendosi anche
essi nativi dell’isola.

Sociolinguistica
Lailar, un famoso linguista, fu il primo a parlare della funzione dell’omogeneità; dovendo fare l’analisi
strutturale di una lingua, fa comodo immaginarla come un insieme unico e compatto. Si sa, tuttavia,
che una comunità linguistica con un certo numero di abitanti contiene un’innumerevole serie di
variabili.
Si parla di geosinonimi quando due parole, utilizzate in aree linguistiche differenti, hanno lo stesso
significato. i Regionalismi semantici sono invece nomi che in alcune aree o regioni acquisiscono un
significato diverso da quello standard.
Un altro processo che riscontriamo è quello della cosiddetta variazione diamesica; basata secondo il
mezzo con cui comunichiamo. La classica situazione illustrata da questa variazione è, ad esempio, la
differenza tra il parlato e lo scritto. Generalmente lo scritto è più formale, mentre l’oralità è più
informale. Quando mettiamo i nostri “pensieri” su carta, anche solo decidendo di rappresentare il
nostro parlato quotidiano, la scrittura è sempre un filtro e, perciò, sarà inevitabilmente più formale
rispetto all’oralità. Questa separazione non è così netta nel caso delle fonti del latino volgare, come
per autori di commedie latine che rappresentavano volutamente la lingua parlata (come Plauto e
Terenzio).
Come in passato, anche oggi ci potrebbero essere dei tentativi di mimesi del parlato, per cui il tutto
dipende dalle scelte dell’autore.
Si parla di variazione diafasica quando invece vado ad utilizzare una forma più formale, quindi un
registro linguistico specifico o più alto. Questi termini fanno parte di quelle che vengono definite
lingue tecniche o lingue speciali.
Es. ‘Mialgia’ è una forma più formale e specifica per dire ‘dolore muscolare’.

Paradosso dell’intervistatore
Lebov, durante un’inchiesta utilizza il metodo dell’inchiesta nascosta (cioè microfono e registratore
nascosti) e intervista dei clienti di alcuni magazzini di New York facendo semplici domande specifiche
così da ottenere, tramite la loro risposta, la pronuncia del fono che gli interessava.
Quando viene posta la domanda per la prima volta, come ad esempio “dove si trovano i vestiti” etc.,
ottenendo una risposta come “fourth floor” sarebbe possibile notare se il parlante utilizza una
pronuncia della r standard (quindi quella britannica) oppure uno stato sociolinguistico basso. Quando
però la domanda viene posta una seconda volta, si riscontra quello che viene definito stile controllato;
quando un parlante pronuncia una frase più lentamente, scandendo bene ogni parola. Quando si parla
più velocemente si tratta di allegro form. Ricordiamo inoltre che per il paradosso dell’intervistatore,
durante le inchieste emergono numerosi ipercorrettismi.

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