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A

R
T
E

R
O
M
A
N
A
Linea del tempo - ROMA
• Periodo monarchico 753 a.C. – 509 a. C.
sette re: Romolo, Numa Pompilio, Anco Marzio, Tullo Ostilio, Tarquinio
Prisco, Servio Tullio, Tarquinio il Superbo

• Periodo repubblicano 509 a.C. – 27 a. C.


(146 a.C. conquista della Grecia)

• Periodo imperiale 27 a.C. – 476 d. C.


CARDINI DELL’ARTE ROMANA

• MOS MAIORUM (COSTUMI DEGLI ANTENATI)

• PIETAS (DEVOZIONE VERSO GLI DEI, LA FAMIGLIA, LA


PATRIA)

• UTILITAS (LA BELLEZZA E’ LEGATA ALL’UTILITA’)


I Romani ebbero sempre con l’arte un rapporto che oggi si definirebbe
molto problematico.

Essi, infatti, erano più interessati alle questioni concrete che non a
quelle astratte

Le discussioni artistiche e filosofiche, tanto care ai Greci, erano


pertanto ritenute perdite di tempo e inutili oziosità. Esse non potevano
portare che al rilassamento e alla mollezza dei costumi e
all’abbandono delle tradizioni praticate e tramandate dagli antenati
che avevano fatto grande la patria.

Gli stessi oggetti d’uso di cui i Romani – specie quelli di età


repubblicana – si circondavano, erano costituiti da materiali poveri e
caratterizzati da una fattura modesta.
La produzione artistica che è possibile definire esclusivamente «romana» iniziò tardi. Almeno sino
all’età imperiale è difficile identificare una vera e propria arte romana, per quanto oggetti d’arte
fossero presenti fin dai tempi più antichi nell’Urbe, ma si trattava sia di opere di importazione (dai
popoli vicini) sia prodotte in Roma da artisti formatisi altrove.

È il caso della Cista Ficoróni, un recipiente di rame sul quale si trova


per la prima volta ​– in un manufatto di interesse artistico il nome di
Roma. La cista fu eseguita sì a Roma, ma da un artista campano (come
rivela il nome).
Il lusso non era ben visto, il
vasellame era solitamente di
terracotta, mentre le argenterie
(che pochi patrizi inizialmente
possedevano e che passavano
di casa in casa in occasioni
speciali, quali le visite di
ambascerie straniere) dovevano
essere semplici e senza
indulgere all’ornamentazione
alla quale, più tardi, l’opulenza
della città e dei suoi
possedimenti condusse.
Fu soprattutto l’eccezionale concentrazione in Roma delle immense ricchezze derivanti dalla
spoliazione dei templi e delle città dei popoli vinti che costrinse e abituò i Romani a un rapporto
nuovo e continuo con l’arte.

Una gran quantità di metalli preziosi e di denaro confluì nella città dopo la conquista del Meridione
d’Italia (Magna Graecia), mentre opere d’arte ellenistiche vennero portate a Roma in seguito alla
presa e al saccheggio di Siracusa (212 a.C.)

Ma, nonostante ciò, i Romani, legati al culto degli antenati e alle regole trasmesse dalla tradizione,
provarono sempre disagio nel sentirsi esperti d’arte.

La concentrazione di tesori d’arte in Roma e il contatto sempre più frequente


con popoli diversissimi furono alle origini del fenomeno del cosiddetto
collezionismo eclettico.
FORME DI ESPRESSIONE ARTISTICA TIPICHE
DELL’ARTE ROMANA

• 1) GRANDI OPERE PUBBLICHE

• 2) RITRATTI

• 3) RILIEVI E ARCHITETTURE ONORARIE


Le tecniche costruttive dei romani
ARCHI VOLTE CUPOLE
Considerando l’architettura greca e quella romana si è colpiti dalle
forme diverse, persino in costruzioni destinate allo stesso uso, e dalla
differente concezione dello spazio.

L’architettura greca, infatti, nelle L’architettura romana, invece, come in


sue espressioni più note e importanti, parte già anticipato dagli EtruschI,
basa le proprie tecniche costruttive basa i propri schemi costruttivi sul
su un principio che è il più semplice e principio dell’arco e della volta
il più intuitivo: quello dell’architrave (sistema archivoltàto): in tal modo i
appoggiato sui piedritti. Tale sistema, sostegni si fondono con la copertura
per essere composto di tre soli creando un insieme uniforme, continuo
elementi – un architrave (elemento e solido.
orizzontale) e due sostegni (elementi
verticali), le colonne, ad esempio –, L’uso sistematico dell’arco e della volta
viene detto trilìtico (dal greco trèis, permise ai Romani di coprire spazi
tre, e lìthos, pietra). immensi.
L’arco è una struttura architettonica composta da un insieme di elementi di pietra
sagomata, altrimenti detti conci; quello situato nella parte più elevata dell’arco è
detto concio di chiave, concio di chiusura o serraglia.

L’arco si comincia a costruire dai due estremi del piano di imposta. Per tale ragione,
finché non si mette in opera il concio di chiave, l’arco non può considerarsi tale né
può reggersi autonomamente. È necessario, allora, che durante le varie fasi di
costruzione si ricorra a una struttura in grado di sostenerlo: la cèntina.
Essa, solitamente di legno, si costruisce prima dell’arco e ha ​anche la funzione di
dargli la forma desiderata.
L’insieme delle centine e degli altri elementi di legno che le tengono all’altezza voluta
prende il nome di armatura. Una volta sistemato il concio di chiave, la centina – che è una
struttura provvisoria e spesso anche riutilizzabile – viene smontata: operazione, questa,
che più propriamente si definisce disàrmo. Il disarmo va fatto con molta cautela seguendo
modi e tempi giusti e, soprattutto, lentamente, lasciando che l’arco si assesti nella sua
conformazione statica definitiva.
LA VOLTA
La volta è un sistema di copertura che si basa sul principio dell’arco, poiché risulta composta da tanti conci
affiancati che trasmettono alle murature che la sostengono (impòste) il peso proprio e quello di tutto quanto sta
loro sopra.
Le volte più comunemente impiegate dai Romani furono quelle a botte, quelle anulari e quelle a crociera.
La volta a botte fig. a: è la più semplice tra le coperture in muratura e viene
impiegata soprattutto per coprire spazi di forma rettangolare. Geometricamente
appare come se fosse generata da un immaginario arco a tutto sesto (detto direttrice)
che scorre lungo due rette parallele (dette generatrici) costituite dalla sommità dei
muri, gli elementi verticali di sostegno.
Le generatrici possono essere anche inclinate. È questo il caso, ad esempio, delle
volte a botte che coprono le scalinate fig. b

La volta anulare (dal latino ànulus, anello) fig. c: è un particolare tipo di volta a botte
che ha le generatrici (cioè i muri su cui si imposta) costituite da due cerchi
concentrici.

La volta a crociera fig. d: è data dall’intersezione di due volte a botte le cui direttrici
stanno sui quattro lati dell’ambiente da coprire

La volta a padiglione fig. e: è ottenuta dall’intersezione di due volte a botte che


hanno le linee di imposta sui lati opposti dell’ambiente da coprire.
La cupola emisferica, vera e propria invenzione
romana, geometricamente è una superficie detta di
rotazione in quanto viene generata facendo ruotare
un semicerchio attorno al proprio asse verticale.
La cupola è una struttura che si presta ottimamente a
coprire soprattutto ambienti a pianta circolare ma,
con opportuni raccordi (detti pennacchi), può essere
utilizzata anche per spazi quadrati o poligonali.
Le tecniche costruttive: la muratura a sacco e il calcestruzzo
(opus caementicium)
La malta

Questo materiale, di larghissimo uso presso i Romani è un composto formato da:


• un legante o agglomerante (cioè la sostanza che tiene unite tutte le altre): la calce;
• uno o più aggregati (o inèrti): sabbia o pozzolana;
• acqua (la sostanza che innesca l’azione del legante).

Vitruvio, autore, come già ricordato, dell’unico trattato tecnico sull’architettura che l’antichità ci abbia
tramandato, così scrive della composizione della malta:

«Dopo la cottura della calce si ottiene la malta mescolandola con la sabbia in queste proporzioni: disponendo di
sabbia di cava, tre parti di sabbia e una di calce; utilizzando sabbia di fiume o di mare, due parti di sabbia e una
di calce. Questa è la migliore dosatura. Se si vorrà poi aggiungere alla sabbia di fiume o di mare un terzo di
frammenti di coccio passati al setaccio, la composizione della malta sarà ancora migliore»
(De architectura, II, V).

E ancora, in relazione alla pozzolana, Vitruvio scrive:

«In natura esiste anche un tipo di polvere che ha meravigliose qualità. La si può trovare nella regione di Baia,
nella campagna dei municipi che circondano il monte Vesuvio. In unione con calce e pietre essa non solo
consolida ogni edificio, ma rende saldi anche i moli che si costruiscono sott’acqua» (De architectura, II, VI).
Unendo alla malta la ghiaia o piccole scaglie irregolari di pietra o di mattone si otteneva il calcestrùzzo (dal
latino calx, calce, e strùere, ammassare), un materiale non molto diverso da quello che anche oggi si usa in
edilizia e che, dopo la lenta evaporazione dell’acqua, a seguito di reazioni chimiche, si trasformava in un unico
blocco, avente la stessa consistenza e resistenza della pietra.
Fu proprio grazie al calcestruzzo che i Romani
poterono costruire edifici grandiosi con coperture
a volta o a cupola che si ergevano al di sopra di
spazi immensi. Il calcestruzzo costituiva,
solitamente, anche il riempimento dello spazio
interposto fra due muri. La costruzione così
realizzata era detta òpus caementìcium (opera
cementizia) e la muratura che ne derivava si
definisce a sacco
I PARAMENTI MURARI
I muri venivano costruiti con diverse tecniche ognuna delle quali detta opus.
L’opus caementicium conosce un rapido sviluppo, favorito anche dai tempi rapidi di esecuzione
e dal basso costo dei materiali. I Romani utilizzano questo materiale nelle più svariate tipologie
edilizie inserendolo come riempimento nello spazio compreso tra due paramenti murari.
I paramenti murari
Opus incertum (opera incerta)
con l’introduzione delle malte e dell’opus caementicium
si rende necessario l’uso di paramenti, coerenti con il
nucleo, composti di elementi di dimensioni più ridotte. Il
più antico tipo di paramento è l’opus incertum, costituito
da tufelli di forma piramidale, con il vertice immerso nel
nucleo cementizio del muro e la base di forma irregolare
lasciata in vista.
Opus reticulatum (opera reticolata, dal latino retìculum, reticella)
il muro è composto da elementi in pietra (preferibilmente tufo, di più facile lavorazione) di forma all’incirca tronco-
piramidale affogati nel calcestruzzo, dei quali rimangono in vista solo le basi maggiori quadrate. Tali elementi
venivano accostati gli uni agli altri con i lati di base inclinati di 45° rispetto all’orizzontale. Le loro giunzioni, specie di
semirette diagonali incrociate fra di loro ad angolo retto, formavano, pertanto, un disegno decorativo a reticolo.
Opus latericium (o testaceum).
(opera di mattoni, dal latino tèsta, mattone cotto)
si dice di ogni tipo di muratura che faccia esclusivo uso
dei mattoni. Fu il paramento murario di cui, tra l’altro, i
Romani si servirono con maggior frequenza. Le più
antiche costruzioni erano invece in mattoni crudi: si parla
allora di opus laterìcium (opera in laterizio);
Opus vittatum (opera listata)

All’inizio del IV sec d.C. viene introdotto un nuovo tipo di


paramento, costituito da fasce orizzontali di mattoni,
alternate con parallelepipedi di tufo disposti sempre in
fasce orizzontali. La tecnica, che si prolunga per tutto il IV
sec, è tipica a Roma nel periodo di Massenzio e Costantino.
Opus spicatum (opera a spiga, dal latino spica)
le pietre sagomate o i mattoni vengono disposti inclinati
di circa 45° rispetto all’orizzontale e fra loro di 90°
invertendo la loro inclinazione – ora verso destra, ora
verso sinistra – a ogni filare. Il disegno molto decorativo
che si ottiene in questo modo assomiglia, per l’appunto,
a una spiga di grano o anche a una lisca di pesce.
OPUS AFRICANUM
tecnica che prevede l’uso di catene verticali portanti, realizzate per mezzo di grandi blocchi di pietra alternati in senso
verticale e orizzontale e riempiti fra loro da filari orizzontali di pietre minori, in genere di forma quadrata. Si ritiene
sia di origine fenicia o ittita risalente al XV secolo a.C., poi sviluppata dalla civiltà punica come testimoniano le
numerose vestigia esistenti a Cartagine e più in generale nel Mahgreb e nel Nord-Africa (da cui il nome). Da qui fu poi
esportata in Sicilia e in Italia meridionale: le testimonianze più antiche risalgono a un periodo compreso fra il VII e il
VI secolo a.C. Dello stesso periodo vi sono delle costruzioni anche in Etrururia.
Opus mixtum (opera mista)
nato dall’unione fra l’opus incertum e l’opus reticulatum.
Già alla fine della Repubblica era iniziato l’uso di rinforzare
l’opera reticolata con fasce orizzontali di mattoni o tegole
fratte. In età imperiale questo uso si perfeziona con
l’aggiunta di ammorsature laterali, le speccachiature di
reticolato sono così inquadrate da cornici di mattoni.
L’uso di bollare i mattoni e le tegole con un marchio di fabbrica (ausilio prezioso per
la datazione delle pareti laterizie) inizia molto presto, già nel I sec a.C.. Inizialmente
i bolli erano di forma rettangolare allungata, per assumere poi, dall’età flavia, una
forma lunata che si va sempre più chiudendo fino a divenire quasi circolare nell’età
di Caracalla. Da Adriano diventa obbligatoria nei bolli l’indicazione della data
consolare, uso che diminuisce man mano fino a scomparire intorno al 164. Tra
Marco Aurelio e Caracalla finiscono in mano imperiale tutte le fabbriche private: da
allora l’industria dei mattoni divenne un fatto esclusivamente statale. Poco meno di
un secolo dopo la morte di Caracalla cessa l’uso dei bolli sui mattoni, che riprende
con Diocleziano.
L’ARCHITETTURA
Dalla città di mattoni a quella di marmo
Nella società romana, assumono importanza soprattutto le grandi opere pubbliche di
utilità comune e politico-militare:

• le strade (sing. via, plur. viae),


• i porti (sing. pòrtus, plur. portus),
• i ponti (sing. pòns, plur. pòntes),
• gli acquedotti (sing. aquaedùctus, plur. aquaeductus),
• le fognature (sing. cloàca, plur. cloàcae)
• vari edifici di interesse collettivo come gli archivi (sing. tabulàrium, plur. tabularia),
• i magazzini (sing. hòrreum, plur. hòrrea),
• i mercati (sing. macèllum, plur. macèlla),
• le terme (termine solo plur. thermae)
• le basiliche (sing. basilica, plur. basilicae) adibite all’amministrazione della giustizia, a
trattare gli affari e alle pubbliche riunioni.
La divisione delle città in quattro settori attraverso il cardo e il decumàno fu l’esempio che i Romani seguirono
nelle terre conquistate per la fondazione delle colonie. Tutto il territorio, infatti, venne diviso in appezzamenti
regolari, le centùriae (il cui nome deriva dal fatto di essere a loro volta formate da cento appezzamenti più
piccoli), secondo linee parallele e linee perpendicolari alle strade principali e secondarie. Questa operazione,
che viene detta centuriazione, ha disegnato tanto incisivamente le nostre terre, soprattutto quelle dell’Italia
centro-settentrionale, che ancora oggi ne risultano caratterizzate.

PAVIA
Dalle strade agli edifici per l’uso delle acque

Fra le opere romane più resistenti al tempo sono da annoverare le strade che mettevano in comunicazione
Roma con le altre città della penisola italiana e, successivamente, con quelle dell’Europa, del Vicino Oriente e
dell’Africa settentrionale.

La Via Appia è certamente


tra le strade romane quella
meglio conservata e che
più di altre è dimostrativa
dell’aspetto di tale opera
ingegneresca. Iniziata nel
312 a.C. da Àppio Claudio
Cieco, la strada congiunge
Roma con la Campania e
con i porti di Brindisi e
Taranto, in Puglia.
Appia antica
I PONTI
A Roma costruire ponti era un’attività ritenuta sacra. A essa, come
pure ai riti e all’interpretazione della religione e delle tradizioni,
presiedeva, infatti, il collegio sacerdotale dei pontìfices (pontèfici)
con a capo il pòntifex màximus (pontefice massimo).

D’altra parte l’economia di Roma si fondava fin dall’inizio proprio


sull’esistenza di un ponte, il Pòns Sublìcius (Ponte di legno), che
consentiva un comodo attraversamento del Tevere ed era anche
fonte di reddito. Infatti, chiunque avesse voluto passarvi avrebbe
dovuto pagare un pedaggio. Il ponte, che la tradizione voleva
edificato sotto il re Anco Marzio, nel VII secolo a.C., era interamente
di legno, a incastri, cioè privo di chiodi o altri elementi metallici, e
smontabile all’occorrenza; crollò per una terribile piena nel 60 a.C.
I ponti in muratura si
compongono, invece,
delle seguenti parti:
Pile sono strutture verticali con fondazioni – solitamente
consistenti in pali di legno conficcati nel terreno – entro l’àlveo
del fiume Esse sono protette dalla violenza della corrente e delle
piene mediante i rostri, comunemente a pianta triangolare, posti
sia a monte (avambécchi), cioè rivolti nella direzione opposta alla
corrente, sia a valle (retrobécchi), cioè orientati nella stessa
direzione della corrente. Le pile possono essere rinforzate da un
contrafforte per l’intera loro altezza e fino ai parapetti , oppure
possono essere forate da un occhio di ponte (di forma circolare)
o da una finestra di scarico (conformata ad arco).
le arcate sono a tutto sesto con struttura solitamente
in conci di pietra. L’archivolto spesso è modanato, cioè
sagomato a fini decorativi. La superficie compresa tra
due archi vicini, la pila e il parapetto è detta timpano, a
motivo della forma grossomodo simile a quella di un
triangolo
Le spalle costituiscono le strutture
d’appoggio sulle sponde.
La carreggiata solitamente lastricata in
pietra e affiancata dai parapetti di
sicurezza, costituisce la parte percorribile
del ponte.
Ponte di Augusto e
Tiberio a Rimini
ACQUEDOTTI
L’approvvigionamento idrico era
vitale per Roma e per le città
delle province. A tale necessità
provvedevano gli acquedotti.
Ben undici ne furono costruiti
nel Lazio tra il 312 a.C. e il 206
d.C. per condurre acqua da
lontane sorgenti fino al cuore
della capitale

Il più spettacolare di essi è


l’Acquedotto Claudio, realizzato
tra il 38 e il 52 d.C. dagli
imperatori Calìgola (37-41 d.C.)
e Claudio (41-54 d.C.). Il suo
percorso è di circa 70 kilometri,
un quarto dei quali avviene su
arcate sostenute da alti, robusti
piloni che ancora oggi si ergono
nella placida campagna
romana, segni rilevanti del
paesaggio.
Il Pont du Gard Fig. 8.30, che si eleva sul fiume Gardon per un’altezza di 49 metri, è un acquedotto costituito da un
triplice ordine di archi. Su quelli superiori corre la canalizzazione che portava acqua alla città di Nîmes, in Provenza.
Il sifone invertito
Nei casi in cui lungo il tracciato
degli acquedotti vi fossero valli
molto profonde, o molto ampie, e
tali comunque che il loro
attraversamento con canali su
arcate fosse economicamente o
tecnicamente proibitivo, i tecnici
ricorrevano ai sifoni rovesci.
Questi erano basati sul principio
dei vasi comunicanti: l'acqua
passava dal canale adduttore ad
un serbatoio di monte e, tramite
tubi, scendeva con forte
inclinazione verso valle, quindi,
dopo un tratto in piano (ventre
del sifone), risaliva sulla sponda
opposta ed entrava in un altro
serbatoio per poi scorrere di
nuovo nel canale.
LE TERME

https://www.youtube.com/watch?v=Ue1u59VdNjE

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Le acque nelle città romane venivano impiegate non solo per il soddisfacimento dei bisogni primari di dissetarsi e lavarsi,
ma anche per spettacolari giochi d’acqua nelle fontane e, soprattutto, per le terme (dal greco thèrmai, sorgenti calde).

Contrariamente all’uso moderno, per cui tale parola si riferisce soprattutto a impianti che sfruttano acque dai poteri
curativi, i Romani chiamavano terme i grandi complessi dei bagni pubblici.
In uso a Roma sin dall’età repubblicana, la loro configurazione (tipologia) fu definita in età imperiale a seguito della
costruzione a Roma delle grandiose Terme di Traiano.
Planimetria delle Terme di Traiano, 104-109 d.C. (ca. 300 m per lato)
Per la prima volta il compatto complesso dei bagni fu
circondato da un muro di cinta, dotato di una grande
esedra 7, che racchiudeva altri spazi destinati a portici,
giardini, biblioteche 8, ninfèi 9. Apodytèrium=
Apodytèrium=
spogliatoio natatio spogliatoio

Il blocco centrale, di 190×212 metri, era organizzato


simmetricamente rispetto a un asse mediano lungo il
quale si succedevano
1- la natàtio 1, cioè la piscina scoperta, frigidarium palestra
palestra
2- il frigidàrium 2, una grande sala cruciforme che
ospitava vasche con acqua fredda,
3- il tepidàrium (tepidàrio) 3, un piccolo ambiente
riscaldato in cui si trovavano vasche contenenti acqua calidarium

tiepida,
4- il caldàrium (calidàrio) 4, una sala con vasche
d’acqua molto calda.
Esedra= incavo
Gli ambienti che, a destra e a sinistra, affiancavano il semicircolare,
blocco centrale erano destinati ad sovrastato da una
6- apodytèrium (cioè a spogliatoio) semi-cupola,
5- palestre, a lacònicum (sudatòrio o bagni di vapore),
ai massaggi con oli e unguenti profumati.
Ricostruzione di un IPOCAUSTO

Al riscaldamento
dell’acqua
provvedevano i
focolari che
diffondevano aria
calda dagli ipocàusti,
gli spazi sottostanti
alle pavimentazioni
sospese (suspensùra)
dei vani da scaldare. A
tal fine, infatti, tutti i
pavimenti erano
sostenuti da pilastrini.
Terme di Traiano, ricostruzione
Terme di Traiano, resti lungo Viale del colle
Oppio
Ipotesi ricostruttiva delle terme di Traiano
LE FOGNATURE
Una notevole applicazione dell’arco e della volta
a Roma è costituita dalla Cloaca massima, cioè
dalla prima e più importante fognatura della
città. Risalente in gran parte al periodo
augusteo (fine del I secolo a.C.-inizio del I
secolo d.C.), essa consentiva alle acque di scolo
che si raccoglievano nelle depressioni del Foro
Romano di riversarsi nel Tevere dopo un
percorso di circa 600 metri
LE MURA CITTADINE
Pochissime sono le testimonianze rimasteci dell’architettura romana di età regia che pure, stando a quanto narrano le fonti
storiche, ebbe durata più che bicentenaria (dal 753 al 509 a.C.). Le Mura serviane che circondavano Roma snodandosi per
ben dieci kilometri, ne costituiscono forse il resto più imponente. Preceduta da un fossato, la prima cinta muraria della città
era composta da grandi blocchi di tufo disposti uno sull’altro in maniera isodoma.
Vaste e meglio conservate, benché più volte restaurate, sono le Mura Aureliane edificate tra il 270 e il 275 dall’imperatore
Aureliano, rilevate interamente per la prima volta da Leon Battista Alberti (1404-1472) alla metà del Quattrocento.
I TEMPLI
L’architettura templare romana si muove tra le forme della tradizione etrusca e greca e le novità consentite dal poter
impiegare contemporaneamente sia il calcestruzzo sia il sistema archivoltato.
Tempio Ercole vincitore detto anche di Vesta
nel Foro Romano

il circolare
periptero
Tempio di Portuno (detto della Fortuna Virile)
Sec. II-I a.C.

tetrastilo,
pseudoperiptero di
ordine ionico su podio e
con profondo timpano
ornato da dentelli
decorativi
LA DOMUS
La dòmus era destinata ai ceti
più ricchi, aveva poche aperture
verso l’esterno: infatti, un alto e
compatto muro la isolava dalla
confusione della città La porta
che dava sulla strada
immetteva nel vestìbulum
(vestibolo) e poi nelle fàuces, il
corto corridoio che conduceva
all’atrium (atrio) 2 centrale, uno
spazio, questo, di forma
quadrangolare che accoglieva il
focolare attorno al quale si
mangiava durante l’inverno, i
telai di cui le donne si servivano
per tessere, l’armadio con i
ritratti degli antenati e anche il
forziere con il denaro.
L’atrio era aperto in alto: la sua copertura, infatti, era
costituita da un tetto con le falde sporgenti inclinate
verso l’interno, il complùvium (complùvio). Tale
particolarità permetteva di raccogliere l’acqua piovana
in una vasca sottostante, detta implùvium (implùvio),
collegata con una cisterna di raccolta.
Attorno all’atrio si aprivano
i cubìcula, cioè le camere
da letto.
Di fronte alle fauces era situato l’ambiente di rappresentanza per eccellenza, il tablìnum (tablìno, originariamente
usato per i pranzi estivi e già presente anche nella casa etrusca) affiancato da due locali di servizio, le alae.
Al di là del tablinum poteva esserci o un giardino interno, l’hòrtus, o un secondo grande ambiente aperto e porticato,
il peristylium (peristìlio) 9, al cui centro prosperava un giardino ornamentale, destinato al passeggio, lontano dai
rumori della casa.
Attorno a questo si aprivano la sala da pranzo – il triclìnium
L’oecus tetrastilo consiste in una sala per i ricevimenti.
CULINA
Si affacciavano sul peristylium anche la cucina
(culina) che, vista la sontuosita' dei banchetti si
potrebbe pensare fosse una stanza grande
come sullo stile di quelle medievali, invece era
il locale piu' piccolo e tetro della casa; uno
sgabuzzino occupato quasi tutto da un focolare
in muratura, invaso dal fumo che usciva da un
buco sul soffitto vista l'assenza di fumaioli, con
la presenza di un camino, un piccolo forno per
il pane e l'acquaio.

BALNEUM
Annesso alla cucina c'era il bagno (balneus),
riservato alla famiglia padronale, e le stanze
della servitu' (cellae servorum); queste non
avevano una disposizione fissa (a volte, infatti,
si trovavano nella parte dell'atrium).
L’INSULA
Le Insulae erano dei palazzi alti e
sconnessi che arrivavano oltre i venti
metri d’altezza, di forma quadrangolare,
dotati di un cortile interno spesso
porticato, presentavano solitamente una
struttura in legno, solo qualche volta in
muratura.

Attaccati tra di loro, tanto che a volte i


nuovi edifici si appoggiavano sulle
strutture perimetrali di quelli vecchi, i
caseggiati erano composti in media da
cinque o sei piani ma in età imperiale
aumentarono anche fino a dieci.
All’interno, l’Insula conteneva diversi
appartamenti, i cenacula, a loro volta
suddivisi in piccoli ambienti. i vani erano
molto simili a celle e le circa 200 persone
che un’Insula poteva contenere vivevano
a contatto molto stretto tra loro.
Dentro le Insulae mancavano servizi essenziali, come quelli igienici e l’impianto idraulico, le finestre non avevano
i vetri e per ripararsi c’erano solo le imposte di legno, per cui d’inverno o si soffriva il freddo o si stava al buio. A
causa delle proporzioni inadeguate, dei muri e dei pavimenti di scarso spessore e dei materiali spesso scadenti,
utilizzati per la costruzione, la struttura dell’Insula risultava alquanto precaria e le conseguenze erano i frequenti
crolli e gli incendi.
Per l'affollamento del centro cittadino, gli edifici giunsero a svilupparsi in altezza anche sino a 10 piani, nonostante il
tentativo di limitarne l'altezza per legge: sotto Augusto, ad esempio, il limite massimo di altezza era stato fissato a 70
piedi (poco meno di 21 m) ma, di fatto, venivano tollerate entro certi limiti le sopraelevazioni in materiali più leggeri.
Dopo il grande incendio di Roma,
l'imperatore Nerone dettò norme molto più
severe per la costruzione delle insule,
proibendo che avessero muri perimetrali
comuni e altezze superiori ai 5 piani. Inoltre,
decretò che tutti gli edifici venissero costruiti
prevalentemente in pietra e dotati di portici
sporgenti dalla facciata, con servitù di
passaggio pubblica e attrezzature
antincendio. Le norme furono tuttavia
largamente disattese e, tra la fine del II e gli
inizi del III secolo, l'insula Felicles, nel
Campo Marzio, viene citata quasi
proverbialmente da Tertulliano per la sua
altezza straordinaria.

Insula Ara Coeli


Negli Scavi di Ostia Antica sono
conservate diverse tipologie di
Insulae, in gran parte riunite in
diversi caseggiati con spazi per
attività commerciali (ad esempio
il caseggiato di Diana).
LA VILLA
I patrizi ed i grandi proprietari terrieri possedevano spesso, oltre alla domus cittadina,
una o più ville in campagna, destinate al riposo e agli svaghi o all’attività produttiva.
Esistevano infatti diversi tipi di ville: le ville rustiche e le ville urbane, le strutture non
rispondevano sempre a canoni di costruzione, ma piuttosto alle esigenze o al gusto
dei proprietari.
La Villa rustica era un edificio di campagna dove si recava saltuariamente il
proprietario per controllare il lavoro degli schiavi e il raccolto. Con il passare del
tempo da attività a conduzione familiare, si trasformarono in attività produttivi
che potevano commerciare i loro prodotti, di conseguenza anche le ville si
ingrandirono.
La villa urbana si sviluppò a partire dal I sec. a.C. quando l’aumento demografico e l’inquinamento acustico
causato dai numerosi veicoli in circolazione avevano iniziato a causare disagi. Le ville urbane rappresentavano
una risposta al bisogno di evasione dalla vita caotica e incontrollata delle città.
Spesso fortificate, erano ingentilite da giardini, viali, orti, vigne, piscine e da ogni comodità, incluse in alcuni casi
addirittura terme e templi privati
Nel cuore verde del Lazio a pochi chilometri da Roma, sorge uno dei siti archeologici
meglio mantenuto e più visitato d'Italia, la Villa Adriana di Tivoli.
Villa Adriana è una immensa villa imperiale costruita per volere dell'Imperatore Adriano ai piedi dei Monti
Tiburtini, in un territorio verdeggiante e ricco di acqua alle porte dell'antica città romana di Tibur.

L'Unesco l'ha
inserita nel
Patrimonio
dell'Umanità nel
1999, elogiando
i monumenti che
la compongono
e il ruolo cruciale
che hanno
giocato nella
riscoperta degli
elementi
dell’architettura
classica da parte
degli architetti
del
Rinascimento e
del periodo
Barocco.
Per magnificenza, dimensioni e
ricchezza, sopra tutti gli edifici
destinati alla residenza si collocano i
palazzi imperiali.
Il più smisurato di essi fu certamente
la Domus Aurea, costruita per
Nerone (54-68 d.C.) dagli architetti
Severo e Celere tra il 64 e il 68 d.C.
Il palazzo si snodava, per circa 80 ettari, nel cuore di Roma, tra i colli Palatino, Celio ed Esquilino. Organizzato
attorno a un lago – sul cui bacino, successivamente, sarebbe stato edificato l’Anfiteatro Flavio – si componeva di
edifici, padiglioni, giardini, boschi, pascoli, terrazze, viali, ville, orti, campi coltivati, vigneti, terme, templi, porticati,
bacini d’acqua, ninfei.
Centro del complesso orientale, la
grande Sala ottagona si pone come
ambiente dall’elevato valore tecnico
e architettonico, prototipo di tutti gli
edifici a pianta ottagonale che
furono costruiti negli anni
successivi. Coperta da una cupola
a padiglione, in opus caementicium,
forata da un oculo in sommità, è
attorniata da un ninfeo.
I FORI
Apollodoro di Damasco, Foro di Traiano, 107-117
Foro di Traiano, ricostruzione
Foro di Traiano,Basilica Ulpia, ricostruzione, sezione
Roma, foro di Traiano, resti dei mercati
Roma, Basilica di Massenzio, IV sec. d. C.
Roma, arco di Costantino,IV sec. d.C.
Tradizione etrusca ed innovazione nell’arte
repubblicana
La scultura romana

si realizza fondamentalmente in due tipologie

il rilievo storico celebrativo il ritratto

ha un intento propagandistico.

è il genere più vicino alla mentalità romana.


I RITRATTI SCULTOREI
Silla 80aC Cicerone I sec aC
Fra i generi artistici, quello che
più di ogni altro risulta
inscindibilmente legato alla
mentalità romana,
interpretandone il lato più
caratteristico e tradizionale, è
senza dubbio il ritratto.

Mentre la statuaria greca


difficilmente si spinge fino a
mostrare le fattezze
dell’effigiatovolto, la statuaria
romana, al contrario, cerca
soprattutto la rassomiglianza.
In età repubblicana il ritratto si lega al culto degli antenati che riveste un ruolo fondamentale anche nella
vita politica e sociale. Tutte le famiglie patrizie (le sole ad averne il diritto) erano solite conservare nell’atrio
delle proprie domus le maschere di cera dei defunti. Indossate da figuranti, rivestiti con gli abiti propri
dell’importante carica ricoperta da quel determinato antenato, venivano fatte sfilare in processione nei
funerali di illustri parenti.
Dalla maschera funebre proviene in certa misura la particolarità di
limitare il ritratto al solo volto e al collo, dando così origine alla fortunata
tipologia del busto. È quanto si può osservare nella cosiddetta Statua
Barberini della fine del I secolo a.C.

Un patrizio (la testa non è quella originale, ma una antica adattata), dal
ricco e complesso panneggio della toga, sembra in posa davanti
all’artista che lo ritrae e reca con sé le immagini di due suoi antenati,
dei ritratti limitati alla testa, al collo e all’attaccatura delle clavicole. La
rassomiglianza dei due volti – la cui adesione al personaggio reale si
spinge fino a sottolinearne ogni ruga.

La Statua Barberini, quindi, sta a testimoniare tre diverse generazioni


di una stessa famiglia.
Statua Barberini

risale alla fine del I secolo a.C..

rappresenta 3 generazioni di una stessa famiglia.

La rassomiglianza si limita al viso e al collo,

come nelle maschere funebri degli antenati.

I volti sono definiti con caratteri realistici

rughe pronunciate. labbra sottili.


Dopo il contatto con la cultura ellenistica, la scultura romana si dedicherà alla produzione di busti ed essa
ispirata, ma manterrà sempre una predilizione per il ritratto che evidenzi le caratteristiche fisionomiche e del
carattere del personaggio rappresentato.

Per cogliere la differenza tra un ritratto influenzato dalla cultura ellenistica e uno propriamente romano possiamo
analizzare due teste del Console romano Gneo Pompeo Magno. Sono riscontrabili in entrambe le opere il viso
tondo e le guance piene, gli occhi piccoli, labbra sottili ed il ciuffo centrale della capigliatura.

La seconda testa si attiene


al linguaggio romano più
Il ritratto di concezione sobrio e realistico, con la
ellenistica è un ritratto tendenza a rappresentare
patetico dell’espressione le qualità morali dell’uomo
riflessiva quasi triste. politico.
Ritratti di anziani
In due ritratti, l’uno virile, di età repubblicana, l’altro femminile, di età augustea, si possono leggere le stesse
caratteristiche di perfetta rassomiglianza al modello che abbiamo appena rilevato per la Statua Barberini

Il primo mostra un patrizio romano in età


avanzata. Il naso è forte e gibboso, i
capelli sono radi. Gli occhi, stanchi, ma
ancora acutamente indagatori, appaiono
infossati entro orbite sottolineate dalle
palpebre inferiori gonfie e da un’arcata
sopracciliare ricalante lateralmente. La
carne avvizzita delle guance, senza più
la tonicità della giovinezza o della
maturità, appare come appesa agli
zigomi pronunciati.
Il Ritratto di donna anziana
testimonia un’attenzione
particolare della persona
ritratta nei confronti del
proprio corpo e della propria
femminilità, pur nella
nascente decadenza dovuta
all’età, condita con un pizzico
di civetteria che non spiace
in un volto pacato, mite e un
po’ rassegnato. I pochi
capelli, accuratamente
pettinati, scavalcano le
orecchie con morbidezza e
docilità. Gli zigomi
prominenti, la bocca grande
dalle labbra sottili, gli occhi
un po’ sporgenti, non
cancellano ancora
l’impressione di un volto che
un tempo doveva essere
stato piacente.
Arte plebea
La mentalità, la cultura e le preferenze artistiche romane non si esaurivano con quelle della classe dirigente
(formata da patrizi e senatori). La maggior parte dei cittadini romani, infatti, erano plebei, certo la classe più
legata a usi e tradizioni italiche e la meno vicina alla cultura ellenistica.

L’arte romana, allora, è come se avesse due anime, ugualmente vitali: quella àulica (o patrizia) e quella
plebea, tanto che si parla anche di arte plebea. Da questa forma artistica, che alcuni chiamano arte
popolare, scaturirà gran parte dell’arte medievale.
Arte plebea: il corteo funebre da Amiternum
Una lastra con un Corteo funebre proveniente da Amitèrnum (presso l’odierna città dell’Aquila) aiuta a ​capire quali
fossero alcune caratteristiche dell’arte plebea

Il funerale doveva essere quello di un ricco: ci sono ben otto portatori, il feretro è preceduto dai musici e dalle
donne gementi ed è seguito dai familiari e dagli amici. Il corpo del defunto è adagiato su un lettuccio coperto da
un baldacchino
Tutti i personaggi sono raggruppati in modo da non lasciare un solo spazio libero da figure.

Il baldacchino è mostrato ribaltato (mentre in realtà esso sovrastava il lettuccio), cosicché possiamo
vederne la decorazione con una falce di luna e il cielo stellato.
Le figure della parte superiore
Il baldacchino è sono disposte sopra strisce di
mostrato ribaltato appoggio, che simulano dei piani
I familiari (forse la strada lungo la quale si
Le donne gementi muoveva il corteo)

Gli amici

I musici sono collocati su due livelli diversi,


Gli otto portatori l’uno sopra l’altro, anche se, nella realtà,
dovevano procedere affiancati.
il corteo funebre da Amiternum

risale al I secolo a.C. è realizzato in calcare.

ha i caratteri dell’arte plebea.

è espressione della classe più legata alle tradizioni.

Lo spazio è completamente occupato dai personaggi.

I portatori sono tutti sullo stesso piano.

Ogni riferimento realistico o prospettico è assente.


Fregio dell’Arco di Augusto a Susa
Il fregio dell’Arco di
Augusto a Susa (Torino),
eretto per celebrare
l’accordo politico tra Roma
e il re dei Segùsi,
rappresenta invece una
processione sacrificale.
Il fregio Nord mostra dei personaggi vicini a un altare, dei musici, dei portatori di incensieri, i victimàrii (cioè
gli addetti al sacrificio) con le scuri, cavalieri e soldati, oltre agli animali.
Gli animali– una mucca, un
maiale e una pecora –,
destinati al sacrificio, sono di
dimensioni abnormi e
decisamente molto più grandi
dei conduttori. Tale circostanza
sta a simboleggiarne il gran
numero, ma, soprattutto, indica
che l’evento importante
rappresentato è il sacrificio e
non altro.
L’arte plebea, dunque, è simbolica. Le proporzioni stesse non sono naturalistiche, ma geràrchiche:
quanto più grande è l’importanza attribuita al soggetto, tanto maggiore è la sua dimensione.
LA PITTURA ROMANA
Roma, Villa di Livia, I sec. d.C. (terzo stile- ornamentale)
particolari
Pompei, villa dei Vettii, sec. I d.C.
(quarto stile-illusionismo prospettico)

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