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VERGA

1840: nasce a Catania da una famiglia di agiati proprietari;


1858: compie studi irregolari, leggendo i romanzi moderni;
1861: I carbonari della montagna;
1865: soggiorna spesso a Firenze;
1870: Storia di una capinera, un romanzo sentimentale e lacrimevole, che narra di un amore impossibile e di una
monacazione forzata, e che gli assicura un notevole e duraturo successo;
1872: Eva, storia di un giovane pittore siciliano che, nella Firenze capitale, brucia le sue illusioni e i suoi ideali artistici
nell’amore per una ballerinetta, simbolo della corruzione di una società “materialista”, tutta protesa verso i piaceri,
che disprezza l’arte e l’asservisce al suo bisogno di lusso; Eros; si trasferisce a Milano, dove frequenta gli scapigliati;
1875: Tigre reale;
1878: svolta verso il Verismo;
1880: Vita dei campi;
1881: I Malavoglia;
1883: Novelle rusticane; Per le vie;
1887: Vagabondaggio;
1889: Mastro-don Gesualdo;
1890: lavora al terzo romanzo del ciclo dei Vinti e pubblica raccolte di novelle;
1893: torna a vivere definitivamente a Catania;
1903: abbandona la letteratura e si dedica alle proprietà agricole;
1904: rappresentazione del dramma Dal tuo al mio;
1913: prende posizioni politiche conservatrici e interventiste;
1918: si schiera sulle posizioni dei nazionalisti;
1922: muore a Catania.

La svolta verista
nel 1878 esce un racconto che si discosta fortemente dalla materia e dal linguaggio della sua narrativa anteriore: si
tratta di Rosso Malpelo, la storia di un garzone di miniera che vive in un ambiente duro e disumano, narrata con
linguaggio nudo e scabro, che riproduce il modo di raccontare di una narrazione popolare. È la prima opera della
nuova maniera verista, ispirata ad una rigorosa impersonalità.
Il cambio così vistoso di temi e linguaggio inaugurato da Rosso Malpelo è stato spesso interpretato come una vera e
propria “conversione”. In realtà Verga si proponeva di dipingere il <<vero>>, pur rifiutando ogni etichetta di scuola,
possedendo strumenti ancora approssimativi e inadatti, inquinati da una convenzionale maniera romantica.
L’approdo al Verismo è quindi una svolta capitale ma non una brusca inversione di tendenza, la conquista di
strumenti concettuali e stilistici più maturi: la concezione materialistica della realtà e dell’impersonalità. Con la
conquista del metodo verista Verga non vuole affatto abbandonare gli ambienti dell’alta società per quelli popolari.

La poetica dell’impersonalità
Divenne allora indispensabile esaminare da vicino il nuovo metodo narrativo dello scrittore e i principi di poetica su
cui si fonda. Alla base vi è il concetto di impersonalità, che va ben chiarito per non dar ardito a equivoci. Secondo la
visione di Verga, la rappresentazione artistica deve possedere l’ <<efficacia dell’essere stato>>, deve conferire al
racconto l’impronta di cosa realmente avvenuta: per far questo deve riportare <<documenti umani>>; ma non basta
che ciò che viene raccontato sia reale e documentato: deve anche essere raccontato in modo da porre il lettore
<<faccia a faccia con fatto nudo e schietto>>, in modo che non abbia l’impressione di vederlo attraverso <<la lente
dello scrittore>>. Per questo lo scrittore deve “eclissarsi”, cioè non deve comparire nel narrato con le sue reazioni
soggettive, le sue riflessioni, le sue spiegazioni, come nella narrativa tradizionale. L’autore deve <<mettersi nella
pelle>> dei suoi personaggi, <<vedere le cose con i loro occhi ed esprimerle colle loro parole>>. In tal modo la sua
mano <<rimarrà assolutamente invisibile>> nell’opera, tanto che l’opera dovrà sembrare <<essersi fatta da sé>>,
<<esser sorta spontanea come un fatto naturale, senza serbare alcun punto di contatto col suo autore>>.
La tecnica narrativa
Nelle sue opere effettivamente l’autore si “eclissa”, si cala <<nella pelle>> dei personaggi, vede le cose <<coi loro
occhi>> e le esprime <<colle loro parole>>. Il punto di vista dello scrittore non si avverte mai nelle opere di Verga: la
“voce” che racconta si colloca tutta all’interno del mondo rappresentato, è allo stesso livello dei personaggi. Il
narratore si mimetizza nei personaggi stessi, adotta il loro modo di pensare e di sentire, è come se a raccontare fosse
uno di loro, che però non compare direttamente nella vicenda e resta anonimo. Questo anonimo narratore non
informa esaurientemente sul carattere e sulla storia dei personaggi, né offre dettagliate descrizioni dei luoghi dove si
svolge l’azione: ne parla come se si rivolgesse a un pubblico appartenente a quello stesso ambiente, che avesse
sempre conosciuto quelle persone e quei luoghi. Perciò il lettore all’inizio dei Malavoglia e dei vari racconti si trova di
fronte a personaggi di cui possiede solo notizie parziali o non essenziali, e solo a poco a poco arriva a conoscerli,
attraverso ciò che essi stessi fanno e dicono, o attraverso ciò che altri personaggi dicono di loro. E se la voce narrante
commenta e giudica i fatti, non lo fa certo secondo la visione colta dell’autore, ma in base alla visione elementare e
rozza della collettività popolare, che non riesce a cogliere le motivazioni psicologiche autentiche delle azioni e
deforma ogni fatto in base ai suoi principi interpretativi, fondati sulla legge dell’utile e dell’interesse egoistico.
Verga si accorge che l’uomo è spinto a lottare nel meccanismo della vita, dove il più forte vince sul più debole, e dove
sono importanti le leggi economiche. I Naturalisti sono convinti del ruolo importante dello scrittore nella realtà, i
Veristi invece ritengono che lo scrittore possa solo descrivere e ricopiare la realtà, ma senza cambiarla.
I protagonisti dei suoi romanzi sono dei “diversi”, sono persone rifiutate dal contesto sociale a causa di difetti fisici
e/o caratteriali, sono una serie di personaggi non accettati.
IDEALE DELL’OSTRICA: l’ostrica sopravvive finché rimane attaccata al suo scoglio, una volta che viene staccata,
muore. Nella società chi cerca il progresso è allontanato, perché non rispetta la legge della famiglia e la legge del
lavoro. Secondo Verga, infatti, chi si allontana dalle proprie origini è votato al fallimento.
RELIGIONE DELLA FAMIGLIA E DEL LAVORO: bisogna avere fiducia e credere nei principi della famiglia e del lavoro.
Chi si allontana è destinato a fallire. In Zola, nonostante l’allontanamento dei personaggi dallo “scoglio”, era sempre
presente una prospettiva di rinascita. In Verga invece chi si allontana non può avere rinascite, ma solamente
fallimenti.

Rosso Malpelo
Con Rosso Malpelo si sviluppa l’ottica verista di Verga. Il narratore si mimetizza con la visione dei paesani per
descrivere la vicenda. Il personaggio di Rosso, oltre ad essere uno dei “diversi”, è anche molto sveglio: ha capito le
regole della società e la legge del più forte. Questa prematura comprensione porta il personaggio ad una
consapevolezza negativa: nonostante il dolore e la fatica che comportano le regole della società e della vita, Rosso le
accetta. Nell’opera Verga è calato nei panni del narratore, ma non è attendibile la sua versione: Malpelo è descritto
come un ragazzaccio menefreghista, quindi dai paesani è visto di cattivo occhio l’amore e l’affetto che Malpelo prova
per il proprio padre, è inconcepibile ai loro occhi. Malpelo è “eroe” consapevole dei meccanismi complessi della
realtà.

La Lupa
Appare rappresentata con un che di demoniaco, trasgredisce il modello femminile tradizionale (non è sposata,
lavora, etc…). La conclusione non è descritta, ma l’autore fa comprendere al lettore che la donna verrà uccisa dal
genero, Nanni (i papaveri descritti riprendono il rosso della ferita che le sarà inflitta). Precede la figura della femme
fatale, ovvero una donna dalla forza rovinosa che distrugge l’uomo. Anticipata da Baudelaire con il componimento Il
Vampiro, la figura femminile sarà associata ad una figura che risucchia l’anima. Presenti ancora dei tratti romantici,
definiti dall’amore rovinoso, travolgente ed invincibile descritto nella novella.
Tra I Malavoglia e Mastro-don Gesualdo passano 8 anni, in cui nel frattempo scrive Il marito di Elena (82), Le novelle
rusticane, simili alla Vita dei campi (83), Per le vie (84).
Mastro-don Gesualdo: 1889, secondo romanzo del “ciclo dei Vinti”, romanzo non corale come I Malavoglia, ma
centrato attorno ad un protagonista. Gesualdo Motta da muratore diventa ricco, sposa Bianca Trao per avvicinarsi
alla nobiltà. La moglie però non lo ama, avrà una bambina da una relazione extra coniugale e Gesualdo non sarà
amato nemmeno dalla figlia. Sarà escluso dalla nobiltà, che indirizzerà l’odio popolare verso di lui. Morirà nel palazzo
della figlia, dopo tanti dolori, in solitudine.
Le tecniche narrative di Verga non hanno molta efficacia con l’elevarsi dei personaggi: non si notano più le tecniche,
ed è per questo che Verga non si conclude il “ciclo dei Vinti”. Tuttavia, non si torna ad un narratore onnisciente: si
intuisce tutto attraverso gesti, comportamenti e parole degli stessi personaggi.
Teatralità: la storia si deduce dalle azioni dei personaggi in scena, tecnica DRAMMATICA. Assente l’analisi psicologica.

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