LEOPARDI
Leopardi nacque il 29 giugno 1798 a Recanati. Recanati era un borgo dello Stato pontificio, uno
degli Stati più arretrati e culturalmente chiusi d’Italia. La famiglia Leopardi era una famiglia molto
nobile: il padre era colto, ricordiamo la sua notevole biblioteca, ma aveva una cultura attardata ed
accademica. I suoi orientamenti politici erano reazionari ed era ostile alle nuove idee della
Rivoluzione francese. La madre, invece, era una donna dura e gretta. Pertanto, Leopardi crebbe in
un ambiente opprimente, la cui atmosfera era autoritaria. Inoltre, in famiglia non c’era quella affetto
che Leopardi si aspettava: c’è però da sottolineare che a quell’epoca, comunque, le famiglie nobili
non riempivano i figli d’affetto. Fu istruito da precettori ecclesiastici, ma all’età di 10 anni non aveva
più nulla da imparare e continuò i suoi studi da solo. È qui che abbiamo i “sette anni di studio matto
e disperatissimo”, anni in cui Leopardi si rinchiusa all’interno della biblioteca del padre per studiare:
durante questi anni imparò il latino, il greco, l’ebraico e condusse lavori filologici e tradusse anche
classici come l’Odissea e l’Eneide. All’età di 17 anni attraversa un momento particolare, che lui
definisce una conversione. Lui capisce di essere un erudito, sa di sapere e mette uno stop a tutto
ciò, andando incontro a questa conversione, che lui chiama la conversione dall’erudito al bello.
Questo accade perché capisce che adesso sa tutto per combattere quel sentimento “negativo” che
sta nascendo in lui: per combatterlo deve creare qualcosa di bello e quel qualcosa di bello è la
poesia. Molto importante fu anche l’amicizia con Pietro Giordani, che per lui costituì quel padre che
non ha mai avuto avuto, oltre ad un maestro. Nel 1819 (a 21 anni) fugge dalla casa paterna, ma
viene scoperto e sventato. Questo fallimento lo portò ad uno stato di totale prostrazione e aridità.
Questa crisi segna un altro passaggio, dal “bello al vero”, pertanto dalla poesia di immaginazione
alla filosofia. Nel 1822 ha finalmente la possibilità di uscire da Recanati: si reca a Roma ospite
dallo zio, ma il suo sentimento negativo si acuisce ed è costretto a tornare a Recanati (gli ambienti
letterari di Roma gli apparivano vuoti e meschini). Nel 1825 gli si presenta l’occasione di lasciare la
famiglia e di mantenersi da solo grazie all’editore milanese Stella, che gli offre un assegno fisso
per un serie di collaborazioni. Soggiorna così a Milano, a Bologna e a Firenze. Nell’autunno del
1828 le sue condizioni di salute si aggravano e gli è impossibile qualsiasi lavoro ed è costretto a
ritornare a Recanati. Nel 1830 accettò una generosa offerta da alcuni amici fiorentini, che pochi
mesi prima aveva respinto per fierezza. A Firenze fa anche l’esperienza dell’amore, ma un amore
infelice per una donna sposata, Fanny Targioni Tozzetti. Questa delusione lo portò poi a scrivere
un nuovo ciclo di canti, il cosiddetto “ciclo di Aspasia”. Dal 1833 si stabilisce a Napoli con Ranieri,
dove lo coglierà la morte il 14 giugno 1837.
LE LETTERE
Di Leopardi ci sono rimaste molte lettere, anche se non sono state scritte per la pubblicazione, e
sono testi in molti casi di straordinaria bellezza e intensità.
Tra le più significative troviamo quelle a Pietro Giordani, uomo che sostituì la figura paterna di
Leopardi: per lui difatti fu un confidente a cui confessare i propri tormenti, ma anche le proprie idee
e propri progetti.
Un altro gruppo notevole di lettere è quello indirizzato ai familiari: al fratello Carlo, a cui ama
raccontare le proprie esperienze; alla sorella Paolina, a cui confida le proprie vicende più intime;
mentre le lettere al padre rivelano il loro rapporto difficoltoso.
“Sono così stordito dal niente che mi circonda”
In questo testo, Giacomo Leopardi esprime uno stato di profonda apatia e disperazione. Il poeta si
sente circondato dal nulla, al punto da non avere nemmeno la forza di rispondere alla lettera
ricevuta. Descrive la sua ipotetica follia come una condizione di totale immobilità e mancanza di
reazioni emotive. Non riesce a concepire alcun desiderio, neanche quello della morte, poiché non
vede differenze tra la morte e la sua attuale vita priva di consolazione, nemmeno attraverso il
dolore.
Leopardi parla di una noia che non solo lo opprime, ma lo affanna e lacera come un dolore
gravissimo. È terrorizzato dalla vanità delle cose e dalla condizione umana, sentendo che tutte le
passioni sono morte nel suo animo. La sua disperazione, persino essa, gli appare come un nulla.
Gli studi, che un amico lo sollecita a riprendere, sono diventati impossibili per lui a causa
dell'indebolimento dei nervi degli occhi e della testa. Non riesce più a leggere, ascoltare né a
concentrarsi su alcun pensiero di rilievo.
"Mi si svegliarono alcune immagini antiche.."
In questa lettera, Giacomo Leopardi confida al suo amico Pietro Giordani il suo stato d'animo
oppresso e la sua profonda malinconia. Descrive come, in una notte recente, osservando il cielo e
ascoltando i suoni della natura, ha risvegliato in sé antichi ricordi e un moto di emozioni che lo
hanno portato a implorare la natura. Questo episodio gli ha fatto confrontare la sua attuale
condizione di aridità emotiva con il passato, quando era pieno di illusioni, affetti e immaginazione,
nonostante le sue sofferenze.
Leopardi esprime il suo sgomento per la vita priva di passioni e sentimenti vividi, e riflette sul fatto
che la ragione umana, che smaschera le illusioni, porta solo alla consapevolezza della nullità delle
cose. Critica i filosofi che vedono la felicità nella conoscenza del vero, sostenendo che il vero è
solo il nulla. Conclude che, secondo la ragione, riconoscere questa verità universale porterebbe a
una pazzia ragionevole, una contraddizione che rivela la miseria della condizione umana.
“Immagini, sensazioni, affetti” (pag. 13)
PENSIERO
Sappiamo che nel corso della sua esistenza, il suo pensiero cambia. Al centro del pensiero di
Leopardi si pone subito un motivo pessimistico, l’infelicità dell’uomo: l’uomo in quanto uomo è
infelice. Per Leopardi la felicità è il raggiungimento del piacere, un piacere sensibile e materiale. Il
tempo in cui, però, proviamo piacere è sempre inferiore a quello in cui non proviamo piacere,
pertanto l’uomo è sempre infelice. Inoltre, l’infelicità è anche legata al sapere: più so, più mi rendo
conto delle cose che non so o che non ho e quindi sono infelice.
PESSIMISMO STORICO
La prima fase del pensiero di Leopardi prende il nome di pessimismo storico. Questa prima fase è
costruita sull’antitesi tra la natura e la ragione, tra gli antichi e moderni. Sappiamo che il progresso
della civiltà ha reso i moderni incapaci di azioni eroiche. Leopardi giudica la civiltà dei suoi anni
come una civiltà dominata dall’inerzia e dal tedio. Da ciò ne deriva un atteggiamento titanico: il
poeta, come unico depositario della virtù umana, si erge solitario a sfidare il fato maligno che ha
condannato l’Italia.
La natura ci ha fatto un gran dono l’immaginazione. Leopardi ama gli antichi proprio perché sono
gli unici ad usare l’immaginazione e perciò erano gli unici ad essere veramente felici.
PESSIMISMO COSMICO
Questa concezione però di una natura buona entra in crisi. Il male non è più un semplice
accidente, ma rientra nel piano della natura stessa. Inoltre, capisce che è la natura che ha messo
l’uomo in quel desiderio di infelicità infinita, senza dargli i mezzi per soddisfarlo, quindi
condannandolo per sempre all’infelicità. Se la causa dell’infelicità e la natura stessa allora tutti gli
uomini, in ogni tempo in ogni luogo sono infelici. Al pessimismo storico subentra così un
pessimismo cosmico: l’infelicità non è più legata ad una condizione storica, ma è strettamente e
solamente legata alla natura.
LA POETICA DEL VAGO E INDEFINITO
La teoria del piacere è molto importante nel pensiero di Leopardi: da una parte costituisce il nucleo
della sua filosofia pessimistica, mentre dall’altra è il punto di avvio della sua poetica. Sappiamo che
ciò che stimola l’immaginazione di Leopardi a costruire questa realtà parallela, e in cui l’uomo trova
un appagamento al suo bisogno di infinito, è tutto ciò che è vago ed indefinito.
Da qua si crea poi anche una vera teoria della visione: come possiamo notare nell’infinito Leopardi
dà molta importanza alla vista che viene impedita da un ostacolo, questo perché permette di
attivare la nostra immaginazione e di farla lavorare.
BELLO POETICO
Un’altra caratteristica importante della poetica di Leopardi è il bello poetico: consiste nel vago e
indefinito e si manifesta in immagini che evocano sensazioni che ci hanno affascinati da fanciulli. Il
ricordo pertanto diventa essenziale. Quindi la poetica dell’indefinito e la poetica della rimembranza
si fondono e pertanto la poesia non è nient’altro che il recupero della visione immaginosa della
fanciullezza attraverso la memoria.
RAPPORTO CON IL ROMANTICISMO
Nella polemica tra classicisti e romantici, Leopardi prese posizioni contro i romantici, e questa sua
decisione fu anche influenzata dall’amicizia con Pietro Giordani. Leopardi ama la poesia classica,
ma per ragioni differenti da quelle dei classicisti: ama classici perché la poesia classica è una
poesia di immaginazione, a differenza di quella moderna che è sentimentale (e non perché sono la
tradizione). Leopardi rimprovera agli scrittori romantici la ricerca dello strano, ma anche l’aderenza
al vero che spegne l’immaginazione. Ed è per questo che parliamo di classicismo romantico.
Leopardi privilegia soprattutto la lirica perché gli permetteva di trattare dei sentimenti. È molto
vicino al romanticismo per una serie di motivi che ricorrono nelle sue opere: la tensione verso
l’infinito, la soggettività, il titanismo o il sentimento.
I CANTI
Nel 1831 il 1835 Leopardi raccoglie tutte le poesie e canzoni nei suoi canti. Ci sono tre edizioni: 1)
nel 1831; 2) nel 1835; 3) nel 1845, pubblicata da Ranieri.
LE CANZONI
Le canzoni sono dei componimenti di impianto classicistico. Le prime cinque affrontano una
tematica civile e sono animate da aspri spunti polemici contro l’età presente. La più significativa è
“Ad Angelo mai”, dove ritroviamo i temi più cari a Leopardi in questo momento: oltre alla polemica
contro l’Italia compare anche il motivo del “caro immaginar” e dei “leggiadri sogni”.
Ci sono però due canzoni, il “Bruto Minore” e “L’ultimo canto di Saffo”, in cui Leopardi non parla più
in prima persona, ma lascia parlare i due personaggi dell’antichità entrambi suicidi: bruto,
l’uccisore di Cesare, e la poetessa greca Saffo (la poetessa gestiva una scuola privata e le
piacevano le donne, difatti regolarmente si innamorava delle sue allieve, il più delle volte non
veniva ricambiata. Per Leopardi lei era la proiezione di sé stesso, dato che era infelice per la
natura che le impediva l’amore).
GLI IDILLI
Le tematiche degli idilli sono intime e autobiografiche e linguaggio è più colloquiale. Per Leopardi
erano le poesie più belle perché trattavano di cose che avvengono al nostro interno. Gli idilli
vengono definiti da Leopardi come l’espressione di sentimenti, affezioni, avventure storiche del suo
animo.
Dopo le canzoni e gli idilli, comincia per Leopardi un silenzio poetico. Leopardi stesso lamenta alla
fine dell’illusioni giovanili e lo sprofondare in uno stato d’animo di aridità e gelo. Proprio per questo
motivo non scrive più poesia e decide di dedicarsi solamente all’investigazione dell’arido vero.
Dai piccoli idilli si passa poi ai grandi idilli, componimenti che sono nati dal risorgimento della
sensibilità giovanile e riprendono temi di vecchi idilli, come le illusioni, le speranze, le rimembranze
e utilizzano linguaggio limpido e musicale.
IL CICLO DI ASPASIA
Come già detto in precedenza a Firenze abbiamo la prima vera esperienza amorosa di Leopardi
per Fanny Targioni Tozzetti: non è più un amore adolescenziale, ma è un’autentica passione. La
donna però era sposata e ciò provoca delusione in Leopardi. Da questa passione e da questa
delusione nasce il ciclo di Aspasia, dal nome greco con cui il poeta designa la donna amata
(Aspasia era un'etera, una donna molto colta che si metteva a disposizione degli uomini). Il ciclo
comprende cinque componimenti, scritti fra il 1831 e il 1835. È una poesia nuova, molto lontana da
quella idillica: qui il discorso non si basa più sulle immagini vaghe ed indefinite, ma la poesia è una
poesia nuda, severa, quasi priva di immagini sensibili.
PARALIPOMENA DELLA BATRACOMIOMACHIA
È un ampio poemetto satirico in ottave che si presenta come la continuazione della
batracomiomachia (battaglia delle rane e dei topi), ovvero un poemetto erroneamente attribuito ad
Omero. Paralipomena = annotazione al margine
LA GINESTRA
È il testamento spirituale di Leopardi ed è la lirica che chiude il suo percorso poetico. Il
componimento ripropone la polemica antiottimistica e antireligiosa, ma qui Leopardi non nega più
la possibilità di un progresso civile. È un vasto componimento, che si chiude con le note gentili
dedicate alla ginestra.
All’interno della ginestra ritroviamo l’arido vero: non deve abbatterci, esso ci rende felici perché ci
fa capire che siamo tutti uguali, perciò siamo tutti fratelli, proprio per questo motivo Leopardi dice
uniamoci “in social catena”, abbiamo tutti dei problemi, se io sto male, qualcuno sarà stato male
prima e qualcuno starà male dopo (dobbiamo tutti aiutarci). La ginestra rappresenta perfettamente
ciò: cresce ovunque e ci fa capire che c’è sempre vita, ma non come speranza, ma come certezza.
La ginestra è simbolo della resilienza.
LE OPERETTE MORALI
Le operette morali sono prose di carattere filosofico. Alla base di queste opere c’è un impegno
morale e civile, proprio come ci fa intendere il titolo, con l’aggettivo morale. Mentre il termine
operette viene utilizzato sia per indicare la brevità di questi testi, sia la scelta di un tono più lieve,
più semplice. Molte di queste opere sono dialoghi, che avvengono tra personaggi mitici o favolosi,
come la Natura, oppure come personaggi storici, come Tasso.
“L’infinito”
La poesia descrive Leopardi che solo sul monte Tabor, collina che si trova poco distante dal
palazzo dove il poeta viveva a Recanati, ha lo sguardo ostacolato da una siepe. L’impedimento
rappresentato dalla siepe suscita in lui una riflessione sulla capacità dell’immaginazione di
trascendere il reale e far spaziare nell’immensità (infinito spaziale) ed egli immagina spazi
interminabili e silenzi che vanno oltre ad ogni possibilità umana di comprensione, percepisce una
quiete assoluta e una sensazione di smarrimento. Il rumore del fogliame scosso dal vento riporta il
poeta alla realtà ma nello stesso tempo, così come la siepe gli aveva trasmesso l’idea dell’infinito
spaziale, gli suggerisce l’idea dell’infinito temporale, cioè dell’eternità. Il poeta dolcemente si
abbandona alle sensazioni suscitate da questa esperienza.
Troviamo:
La sensazione visiva che, incontrato il limite visivo rappresentato dalla siepe, determina
l’avvio dell’immaginazione di spazi infiniti (infinito spaziale);
La sensazione uditiva, suscitata dal rumore del vento tra le foglie, che determina l’avvio
dell’immaginazione di tempi illimitati, dell’eternità (infinito temporale).
“A Silvia”
È dedicata a Teresa fattorini, di cui era innamorato senza essere ricambiato. L’opera si può
dividere in due parti:
Passato: lui descrive Silvia che tesseva la tela e la paragona alla primavera perché
rappresenta la giovinezza, le speranze e le illusioni. Poi parla di sé stesso e ricorda quando
lascia i suoi studi per ascoltare il suono della sua voce mentre cantava;
Presente: Leopardi si rivolge alla natura che da benevola è diventata maligna e nega agli
uomini ciò che promette. Successivamente Leopardi si paragona a Silvia perché ad
entrambi viene negata la giovinezza: a lei con la morte a lui con lo studio. Da quando Silvio
muore Leonardo e Leopardi smette di illudersi.
Conclude l’opera dicendo che Silvia indica una tomba come per dire che l’unico fine della vita è
morire.
“La quiete dopo la tempesta”
Leopardi parte mostrandoci la felicità di tutti quelli che, finito il temporale, possono tornare a
dedicarsi alle proprie attività e propri lavori. Successivamente Leopardi ci dice che il piacere è figlio
dell’affanno ovvero il piacere nasce nel momento in cui cessa un dolore. Infine, ci dice che le brevi
gioie dell’uomo sono le interruzioni momentanee del dolore e la morte, dato che solamente la
morte può portare l’uomo alla beatitudine.
“Il sabato del villaggio”
Prima strofa: Il poeta descrive le varie attività che caratterizzano, in un paese, la giornata di
sabato. Viene descritto in particolare il momento del tramonto, quando:
una ragazza torna dalla campagna, e insieme all’erba raccolta per lavoro porta fiori
con i quali si adornerà il giorno seguente, per la festa;
una vecchietta chiacchiera con le vicine;
i bambini giocano con rumorosa allegria;
un contadino torna a casa fischiando.
Seconda strofa: la descrizione prosegue fino alle ore notturne, in cui rumorosamente un
falegname lavora alacremente per finire il proprio lavoro prima della festa domenicale.;
Terza strofa: il poeta afferma che la giornata del sabato è migliore della domenica in quanto
è piena di gioia e speranza, mentre la domenica ritorna la tristezza e la noia e tutti
torneranno a pensare al proprio lavoro;
Quarta strofa: il poeta si rivolge ad un fanciullo invitandolo a godere dei piaceri della
fanciullezza e di non diventare adulto troppo in fretta.
“Il passero solitario”
Il canto è diviso in tre strofe in cui le figure del passero e del poeta sono accomunate dalla
necessità di solitudine e divise dal diverso destino che li attende: il passero arriverà alla fine della
propria vita senza rimpianti perché per lui il fatto di vivere in solitudine è una scelta naturale:
mentre il poeta arrivato alla vecchiaia non potrà che rimpiangere ciò che non ha vissuto in gioventù
e pentirsi perché ormai sarà troppo tardi.
PENSIERI DELLO ZIBALDONE
“La teoria del piacere”
La riflessione di Leopardi è concentrata sulla teoria del piacere. Leopardi parla di un'infinita ricerca
del piacere da parte dell'uomo: questa ricerca è infinita perché l'uomo non è mai in grado di
soddisfare questo desiderio materiale. La tendenza al piacere, cioè alla propria felicità, non ha mai
fine, se non quando si muore.
Inoltre, il desiderio è infinito, poiché gli esseri viventi possono fare esperienza solo di piaceri
limitati. Poi Leopardi fa un esempio: quando si ottiene ciò che si desidera, non si prova la felicità
che si era immaginata, cioè infinita, ma si prova un piacere circoscritto, che lascia un vuoto
nell'anima. Quindi il piacere provato in quel momento non può durare in eterno, perché l'abitudine
spegne il piacere.
In conclusione, l'anima non si soddisfa mai, poiché desidera il piacere infinito.
L’unico modo per essere felici è l’immaginazione: più l’uomo immagina, più sarà felice. Però
questa immaginazione non può esserci se non c’è dell’ignoranza, un po’ come accadeva negli
antichi.
“Il vago, l’indefinito e le rimembranze della fanciullezza”
Leopardi ci dice che quando siamo giovani il piacere che deriva da una campagna, da un sogno, è
un piacere vago ed indefinito, poiché è temporaneo. Da grandi però quella sensazione si
determina subito e si circoscrive; perciò, il piacere che noi proviamo nell’età fanciullesca ritorna in
età adulta. Leopardi ci dice che molto probabilmente la maggior parte delle immagini e delle
sensazioni che noi proviamo anche dopo la fanciullezza, sono solamente una rimembranza.
Pertanto, le sensazioni che noi proviamo nel presente non sono dovute a degli oggetti del
presente, ma sono dovute a ciò che abbiamo sperimentato nel passato.
“Indefinito e infinito”
Nel pensiero "Indefinito e infinito" dello Zibaldone, Leopardi esplora il piacere estetico suscitato
dalle sensazioni indefinite. Lui richiama l'attenzione su scenari che evocano l'indefinito, come una
campagna in discesa, dove la vista non raggiunge la valle, o una fila di alberi che scompare
all'orizzonte. Queste immagini creano un potente contrasto tra l'indefinito e l'infinito. Anche una
torre vista solitaria contro l'orizzonte, che non si vede, evoca questo contrasto, esaltando il piacere
dell'indefinito nell'animo umano.
“La teoria della visione”
Nel pensiero "La teoria della visione" dello Zibaldone, Leopardi analizza come la vista influenzi la
nostra percezione del mondo e delle sensazioni. Lui dice che la vista ha la capacità di evocare
sentimenti di piacere attraverso l'indefinito e il vago, come quando guardiamo un panorama che
sfuma all'orizzonte o un oggetto parzialmente nascosto. Ciò stimola l'immaginazione e suscita
emozioni profonde.
“La teoria del suono”
Nel pensiero "La teoria del suono" dello Zibaldone, Leopardi ci dice come i suoni influenzino le
nostre emozioni e percezioni. Leopardi sottolinea che i suoni vaghi e indefiniti, come un'eco
lontana o un rumore indistinto, suscitano sentimenti di piacere e malinconia. Questi suoni, proprio
perché non chiaramente definiti, stimolano l'immaginazione e evocano un senso di infinito. Al
contrario, i suoni chiari e definiti non hanno lo stesso effetto emotivo, poiché non lasciano spazio
all'immaginazione e alla contemplazione dell'indefinito.
OPERETTE MORALI
“Dialogo di Torquato Tasso e del suo genio familiare”
Tasso nella sua prigionia (era prigioniero al carcere di Ferrara), inizia un dialogo con il suo Genio,
che cerca di fargli compagnia. I due affrontano:
1. L’amore: amore che ha come conseguenza l’idealizzazione della donna amata. Tasso
inizia a pensare alla sua donna amata, Leonora, e si chiedono se possa essere comparata
ad una dea.
2. Poi parlano del sogno: il sogno è l’unico che ci permette di raggiungere quella felicità che
non possiamo raggiungere nella realtà.
3. Parlano poi del piacere, che manca all’interno della vita di Tasso. Anzi, al posto del piacere
troviamo la noia, che è alimentata dalla solitudine. Tasso fa un paragone con l’aria: come
l’aria occupa lo spazio tra gli oggetti, così la noia occupa gli intervalli tra gioia e dolore. Ma
poiché non possiamo provare gioia, c’è semplicemente un alternarsi di dolore e noia.
“Dialogo fra la Natura e un’islandese”
Un islandese è insofferente e infelice e inizialmente crede che questo suo stato d’animo sia dovuto
ai mali rapporti con i vicini. Per questo motivo decide di isolarsi ulteriormente. Ma ancora un a volta
è insofferente e attribuisce la sua infelicità al clima. In casa è costretto a stare vicino al fuoco ma
qui soffre per l’ambiente secco e pieno di fumo, all’esterno invece il clima è troppo rigido. Decide
dunque di girare il mondo convinto di trovare un luogo adatto a lui. Ma trova luoghi troppo caldi,
troppo freddi, troppo piovosi, troppo freddi, con venti forti, terremoti. Arrivato in Africa, incontra la
Natura (la quale ha sembianze di donna enorme appoggiata a una montagna) a cui rivolge
domande esistenziali circa l’uomo, dopo averle mostrato la sua incomprensione e contraddizione
verso il suo comportamento (della Natura).
La paragona inoltre a un ospite pazzo che costringe colui che ospita a stare in luoghi scomodi, lo
tiranneggia e lo danneggia, impedendogli di andare via. Quindi l’islandese chiede alla Natura il
senso del suo operare contro i viventi ma lei asserisce di essere al di là del bene e del male e di
operare seguendo un ciclo di conservazione ben al di sopra delle vite. Ma quando alla fine
l’islandese chiede a chi giova questa vita infelice il dialogo finisce, lasciando la domanda senza
risposta. Ci sono due ipotetici di finali:
1. Passano due leoni e lo divorano;
2. Una tempesta di sabbia lo seppellisce rendendolo una mummia
“Il cantico del gallo silvestre”
Leopardi presenta un dialogo immaginario in cui un gallo selvatico riflette sul ciclo della vita e
sull’infelicità degli esseri viventi. Il gallo, osservando il mondo dalla sua prospettiva, esprime una
visione pessimista della realtà: tutte le creature, senza distinzione, sono destinate a soffrire e
morire, in un ciclo di esistenza privo di scopo e senso. Il gallo osserva come ogni essere vivente,
incluso l’uomo, sia costantemente esposto al dolore, alla malattia e alla morte, e come la natura
stessa sia indifferente a queste sofferenze. In questo ciclo di vita, il gallo invita gli esseri viventi a
non aspettarsi alcuna consolazione o speranza di miglioramento, poiché la vita è una condizione di
perpetuo dolore che non offre vie di fuga. Il “cantico” del gallo si chiude con una sorta di monito
universale, in cui il gallo esorta tutte le creature a riconoscere la loro comune condizione di
sofferenza e a non cercare inutili illusioni o aspettative di felicità. In questo modo, Leopardi
propone una riflessione sulla condizione umana e sulla natura, evidenziando l’indifferenza
dell’universo verso il destino delle sue creature.
“Il Copernico”
Il Sole stanco di illuminare la Terra, considerata "un pugno di fango" abitato da "quattro
animaluzzi", decide una mattina di non uscire più col suo carro. L’Ora prima del giorno è
preoccupata perché senza la luce del Sole gli uomini e le altre forme di vita perirebbero. Il Sole
ribatte che è tempo che la Terra si dia da fare movendosi lei a procacciarsi luce e calore: si cerchi
perciò un filosofo in grado di convincerla. Copernico è sul terrazzo della sua casa a studiare il
mancato spuntare del Sole quando è raggiunto dall’ultima Ora del giorno. L’Ora porta Copernico
dinanzi al Sole, che chiede al filosofo di convincere la Terra a uscire dall’inerzia. Copernico,
scettico sulla possibilità di riuscita, promette comunque di tentare.
“Dialogo di Plotino e di Porfirio”
Plotino (filosofo neoplatonico del III secolo d.C.), nel tentativo di dissuadere l’allievo Porfirio
dall’idea del suicidio, conferma dapprima un giudizio negativo della vita, che è solo fastidio e noia e
ha come principale fondamento l’infelicità e per « medicina di tutti i mali la morte». Ma poi
condanna il suicidio con una serie di argomenti: è contro natura; non è utile a nessuno; la natura
stessa ci è meno nemica di quanto non lo siamo noi col nostro ingegno; le cose umane riprendono
continuamente le loro apparenze, il loro aspetto illusorio; infine , la considerazione degli amici e dei
congiunti che non dobbiamo privare della nostra presenza e del nostro sostegno. Gli uomini infatti
devono comprendere che trascurare questi legami «non è da sapiente, ma da barbaro»: Plotino
cerca quindi di far ragionare Porfirio riprendendo le argomentazioni di Platone secondo cui il
suicidio è contro natura. La conclusione è un invito a sopportare ciò che il destino impone
all’umanità, aiutandosi l’un l’altro «per compiere nel miglior modo questa fatica della vita». Il
suicida sarebbe un egoista, che pensa solo a se stesso. La vita in ogni caso sarà breve e al suo
termine ci si potrà consolare pensando che gli amici conserveranno con affetto il ricordo. Del resto,
la vita non è così disagevole e insopportabile: «Viviamo Porfirio mio, e confortiamoci insieme». Il
vincolo d’amore tra gli uomini è l’unica difesa da opporre all’infelicità della vita. Il suicidio viene
rifiutato soltanto perché, pur riconosciuta l’insensatezza della vita umana, possiamo, come esseri
umani, aiutarci a vicenda e a vicenda sostenerci per sopportare nel miglior modo la fatica della
vita.
“Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere”
Si avvicina le fine dell’anno e il venditore di almanacchi cerca di vendere per la strada di un centro
sconosciuto i suoi calendari (almanacchi). Invita il passante a comprare l’almanacco e tra i due si
intavola una vivace discussione, dal tono apparentemente leggero. Il passante chiede al venditore
di almanacchi se prevede un anno più lieto di quello che sta per finire. La risposta è affermativa.
Ma alla domanda “a quale degli anni che avete vissuti vorreste che assomigliasse questo nuovo?”,
il venditore si smarrisce; alla fine è costretto ad ammettere che non ci sono nella sua vita trascorsa
tempi felici, anni a cui voglia che assomigli l’anno che verrà. Il passante, quindi, dopo aver fatto
ammettere al venditore che egli, come tutti, sarebbe più che mai contento di ritornare a vivere gli
anni passati ma solo a patto che siano anni nuovi, diversi da quelli già vissuti, lo porta a
riconoscere che la vita è sempre per tutti un cumulo di dolori e di sventure e che «la vita che è una
cosa bella» è «la vita futura», quella che non si conosce e circa la quale ci si può illudere. Poi
compra «l’almanacco più bello» e se ne va; il diaologo si conclude con la stessa battuta con cui è
iniziato («Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi»), a sottolineare il ripetersi delle vicende
umane e l’impossibilità del cambiamento.
“Dialogo di Tristano e di un amico”
L'opera riassume le posizioni filosofiche di Leopardi, in netto contrasto con la cultura del tempo
sue ragioni. L'amico ha un ruolo limitato, quello di porre domande e di consentire all'amico di
esporre le
Il racconto inizia quando Tristano annuncia di aver cambiato idea rispetto al suo ultimo libro, ossia
le Operette Morali. Si tratta di un espediente per dimostrare l'inesattezza della filosofia del XIX
secolo. Inoltre, Leopardi, grazie al ragionamento, smonta le tesi di coloro che spiegano il suo
pessimismo in ragione delle sue malattie. Infatti, il ragionamento del poeta è molto più ampio e
riguarda l'umanità in generale. Tutti, compresi coloro che godono di buona salute, sono destinati a
sperimentare l'infelicità ed il dolore. In questo dialogo, lo scrittore sottolinea che la natura è
matrigna ed indifferente e quindi causa di dolore ed infelicità. Tristano chiarisce, anche grazie
all'ironia, che l'umanità è condannata alla sofferenza e all'infelicità. Battuta dopo battuta, l'amico è
costretto a rivedere le sue posizioni e a concludere che la vita è fonte di dolore e tristezza. Il
protagonista preferisce essere coraggioso e non lasciarsi cullare dall'idea che la vita possa essere
felice o bella. Lui non china il capo e non fa finta di essere felice ma affronta la realtà per quella
che è. Tristano al termine dell'opera afferma di provare invidia soltanto per i defunti. In passato,
avrebbe voluto essere un stolto o un presuntuoso ma ora desidera solo la morte. A rendere la sua
esistenza ancora più infelice infatti è il pensiero che la sua vita possa prolungarsi ancora.