Euripi de
Euripi de
Nasce a Salamina nel 480 a.C., ricevette un'educazione di alto livello, in quanto cresciuto in una
famiglia agiata. Si sa poco della sua vita, ci rimane solo una biografia composta da Satiro, ma
sappiamo che non partecipa all'azione politica e fu il prototipo dell'intellettuale appartato dedito
alla lettura e all'attività di poeta e di pensatore. Spesso veniva definito misantropo e ricordiamo la sua
amicizia con personaggi legati all'ambiente sofistico, come Alcibiade e Crizia.
Egli iniziò la sua carriera di tragediografo nel 455 a.C., ebbe scarso successo a causa del carattere
innovativo della sua arte che non corrispondeva ai gusti tradizionalisti della massa degli spettatori. Si
trasferì in Macedonia e radunò intorno a sé un cenacolo di artisti e poeti greci, lì morì nel 406 a.C.. Di
lui ci rimangono 92 grammi, e sopravvivono 18 tragedie e un dramma satiresco. Ci giungono più opere
di quelle di Eschilo e di Sofocle a causa di un salvataggio di una porzione dell'opera completa e
dall'uso delle scuole nella tarda antichità.
Egli portò il linguaggio tragico all'estremo limite, oltre il quale la tragedia diventa teatro moderno,
infatti Nietzsche vide in Euripide il distruttore della tragedia. Aristofane spesso prese di mira Euripide
e i suoi eroi pezzenti che parlano come uomini e donnette qualsiasi, hanno pensieri comuni e sono
presentati come un concentrato di vizi, meschinità e miserie.
Nessuno degli eroi euripidei è grande nel senso morale del termine, nessun degli altri tragici ha
portato così in profondità lo studio dei caratteri e la psicologia dei personaggi, che sono diventati
vicini al sentire comune. Spesso sono presenti personaggi di condizione sociale inferiore che recitano
al fianco dei protagonisti e talvolta hanno un ruolo importante nell'azione drammatica. Egli
appiattisce la distanza tra il mito e l'esperienza quotidiana esprimendo in maniera esemplare
l'atteggiamento scettico e razionalista di molti intellettuali del suo tempo nei confronti della
tradizione.
Euripide è ricordato soprattutto per la sua capacità di penetrare con acutezza straordinaria nel
labirinto delle emozioni e delle angosce dei personaggi, i quali sono mossi da impulsi profondi di cui
non sono padroni e appaiono sovradeterminati dalle forze irrazionali che si agitano dentro di d'oro e li
spingono ad agire oltre ogni regola e al di là della loro stessa volontà. Il teatro di Euripide esprime la
grandezza e la crisi della ragione umana, i suoi personaggi sono capaci di analizzare lucidamente i
moventi e le cause dei fatti, discutono e cadono vittime delle forze irrazionali che operano dentro di
loro.
Egli smaschera l'aspetto più brutale e autentico della realtà umana e sociale: l'insensatezza della
guerra, il cinismo nel politico che sacrifica la vita di sua figlia per il potere, l'aridità di chi si serve di
affetti e sentimenti per realizzare un proprio egoistico progetto di vita, la crisi della famiglia e dei
rapporti sociali all'interno della polis. Egli appare come un provocatore ed è spiegato anche dall'
esiguo numero di vittorie che consegue negli agoni.
In lui si fa sentire l'influsso dei sofisti, con la loro critica al mito e la loro visione laica della realtà. Gli
antichi accusavano Euripide di ateismo, infatti i suoi dei sono lontani e vicini al suo mondo. Sono
vicini sulla scena, ma non sono portatori di valori etici o religiosi e operano solo come personaggi
teatrali. Tra loro vi è una distanza morale, il teatro euripideo cessa di essere un fatto religioso per
diventare un luogo dove opera solo la società degli uomini, con le sue pulsioni e i suoi intrecci di
passione e di potere. Euripide ambienta le sue trame sullo sfondo di un cielo vuoto, il mondo divino gli
appare privo di risposta e popolato da forze incomprensibili e gli dèi a volte si mostrano persino
meschini, nella loro indifferenza verso la giustizia e la vita umana. Euripide non cerca né dà alcuna
spiegazione per il destino doloroso
riservato agli uomini.
Anche se le radici della tragedia stanno nelle contraddizioni e nelle passioni dei personaggi, il dramma
euripideo non rinuncia a trasferire i conflitti individuali sul piano sociale: lo scontro di potere
all'interno di una città o di una famiglia, in cui ogni norma morale apparve sovvertita o dimenticata, le
forme possenti ed istruttrici del desiderio amoroso trasformato in energia rovinosa incontenibile i
sentimenti e le pulsioni che portano alla follia. I personaggi femminili esprimono pienamente questo
nuovo universo di sensibilità, infatti le donne, essendo escluse dalla vita politica, possono meglio
esprimere sulla scena tragica quell'immediatezza di sentimenti, quella dimensione istintiva ma
profondamente vera della passione e della sofferenza, che Euripide traduce in momenti di intensa e
lucida drammaticità.
L'azione appare sovente slegata e l'intreccio ad un certo punto si blocca così che il dramma si deve
concludere con un intervento esterno e posticcio. Questo avviene perché Euripide concentra l'azione
sul personaggio, sulle sue dinamiche psicologiche e sul conflitto, e ciò che gli interessa è quindi
portare la situazione all'estremo della tensione.
Si può evidenziare nelle sue opere un'evoluzione che porta da trame tradizionali, caratterizzate alla
sofferenza e rovina dell'eroe, a trame a intreccio, il cui colpo di scena è il riconoscimento, la fortuna
che cambia un personaggio, e che sono lo spunto per vicende ormai a metà strada tra la tragedia e la
commedia di costume. Egli fu un intellettuale capace di interpretare a fondo le contraddizioni le
angosce del suo mondo, ma anche un grande sperimentatore e un artista in anticipo rispetto ai suoi
tempi, infatti il suo successo fu postumo.
Lo stile di Euripide si piega alle necessità del suo teatro, la sua è una lingua duttile, spesso colloquiale
ma in realtà molto colta, che lascia spazio al linguaggio tecnico e il suo stile è variegato, infatti vi sono
momenti di grande slancio lirico e altri comico-realistici, e altri in cui i personaggi si esibiscono in gare
di eloquenza, mentre invece i racconti dei messaggeri sono descrittivi, caratterizzati da straordinaria
potenza e fascino narrativo.
ALCESTI
Il prologo vede affrontarsi davanti alla reggia di Amleto Thanatos e Apollo. Thanatos è venuto a
prendere Admeto, destinato ad una morte prematura, ma questi ha avuto in dono da Apollo la
possibilità di sfuggire al suo destino purché qualcuno offra la propria vita in cambio della sua e lo fa
solo la moglie Alcesti. Apollo cerca di convincere invano Thanatos a rinunciare alla sua preda,
compare sulla scena Alcesti moribonda, accompagnato dall'angosciato Admeto. La donna si congeda
dal marito e dai figli con un addio straziante, facendosi promettere che nessun'altra prenderà il suo
posto in casa e Admeto le promette una statua con le sue sembianze nel loro letto. Entra sulla scena
Eracle, ignaro di tutto, che viene accolto ospitalmente, Admeto gli dice che è morta una lontana
parente e perciò non potrà per quella sera condividere la cena con lui. Segue la discussione di Admeto
con il padre Ferete, al quale egli rinfaccia di non essersi sacrificato per lui e viene accusato di viltà.
Compare sulla scena Eracle ubriaco e guardato con disapprovazione da un servo di Admeto, che gli
rivela l'accaduto. L'eroe si commuove per la generosità del suo ospite e decide di ricompensarlo, infatti
andrà ad affrontare Thanatos per riprendere Alcesti. Eracle mette alla prova l'amore di Admeto verso
la moglie e gli restituisce la sposa.
Nella versione tradizionale del mito il re Admeto ha ospitato Apollo, esiliato dal cielo e aveva ricevuto
in cambio il privilegio di poter evitare la morte se un altro si fosse offerto di prendere il suo posto. La
sposa Alcesti aveva scelto di scendere nell'Ade e il suo sacrificio era stato ripagato dagli dei, in quanto
Persefone essendosi commossa la leva rimandata sulla terra.
Nella variante euripidea è invece Eracle ad affrontare il demone della morte costringendolo a
restituire Alcesti. L'Alcesti sviluppa quindi il tema mitico e folclorico dell'eroe che sconfigge la morte,
in un dramma dai tratti fiabeschi che presenta già alcuni elementi tipici del teatro euripideo: gli effetti
patetici, lo scontro di parole capzioso e violento tra due personaggi contrapposti e il dialogo incisivo ed
eloquente ed il colpo di scena finale.
- Admeto è un personaggio mediocre, un uomo comune che non è neppure un vero eroe tragico,
in quanto gli viene preclusa la dimensione della scelta. Un'altra persona muore e lui è salvo.
La sua mediocrità si dimostra anche nel dialogo con il padre Ferete, in cui assistiamo ad una
sgradevole gara di egoismo, che fa piazza pulita dell'atmosfera di nobiltà aristocratica
attribuita dal nido alla generosa casata di Admeto.
- Alcesti sovrasta il marito per statura morale e generosità di sentimenti, e una grande figura
femminile ma è ancora imperfetta dal punto di vista psicologico, infatti le manca qualcosa, e
fin troppo generosa e nobile e accetta senza discutere il suo ruolo sociale di protettrice dei figli
e della famiglia, e il modello di donna per bene e della sposa perfetta.
- Eracle è una figura positiva, connotata da tratti semiseri ed è però un Eracle dall'animo
gentile, in contrapposizione con l'eroe selvaggio che agisce in altre tragedie.
MEDEA
Medea dopo aver aiutato Giasone nella conquista del vello d'oro e avendo abbandonato per lui la
propria patria, è ripudiata dall'eroe, che le preferisce la figlia di Creonte. La Medea furibonda si
lamenta della propria sorte davanti alle donne corinzie e medita vendetta. Il re intuisce della sua
ribellione e le intima di lasciare la città, Medea però riesce a dissimulare i suoi propositi e ottiene di
poter rimanere ancora un giorno. Giasone va a salutarla e Medea gli rinfaccia la sua ipocrisia e la sua
viltà, viene mostrato un uomo che sa porre solo banali ragioni di convenienza. Medea finge di essersi
riappacificata con Giasone e invia, tramite i figli, una ghirlanda e una veste avvelenata alla nuova
sposa come doni nuziali. Non appena la ragazza indossa la veste muore tra mille tormenti e insieme a
lei è morto anche il re, ora Medea può portare a compimento la sua vendetta adesso Giasone, e pur
con il cuore straziato, uccide i propri figli e lascia Giasone annientato dal dolore, allontanandosi sul
carro lato del sole.
Medea e Ippolito sono due donne ribelli alle leggi della famiglia, perturbatrici, inquietanti, portatrici
di sciagura. La tragedia è costruita intorno la vendetta di Medea, che prima elimina la rivale, e poi
uccide i propri figli per infliggere a Giasone il dolore e l'offesa più atroce. Ella risulta eccessiva,
passionale, mossa da istinti elementari e capace di manifestare una gamma vastissima di stati
d'animo. Con il procedere dell'azione la vediamo analizzare davanti al coro le ragioni della sua
sofferenza e ripercorre in un disperato monologo le ragioni del suo agire, scissa tra l'affetto materno e
il bisogno di vendetta. Alla fine della tragedia appare al sicuro sopra un carro alato mentre assapora la
sua vendetta.
Euripide mostra il personaggio in bilico tra razionalità e ragione, infatti Medea analizza lucidamente i
suoi stati d'animo, ma non può impedirsi di rimanere vittima delle forze oscure e irrazionali che si
agitano dentro di lei. La personalità umana appare una e molteplice, questo personaggio rivela quanto
sia complessa e contraddittoria l'identità di una persona, e sottrae a questa percezione un giudizio
morale. Questo mondo interiore evoluto appare e si afferma con una forza impressionante. Ella è una
eroina negativa, nella sua mescolanza di gelosia feroce che suscita compassione e insieme sconcerto e
orrore, la sua natura di maga e di straniera è lontana dalla psicologia ateniese, e diversa dai consueti
modelli femminili.
In questa tragedia c'è una critica al modello tradizionale di famiglia, per Giasone la cosa più
importante e dare i figli legittimi alla città, rappresentava le idee del cittadino medio ateniese e dal
punto di vista del diritto cittadino aveva ragione, in quanto le leggi ateniesi escludevano dalla
cittadinanza i figli di un coniuge straniero e chi non dava figli alla città era socialmente biasimato.
Medea viene da un mondo barbaro, governato da leggi diverse, vi è il conflitto tra un uomo infedele e
una donna gelosa ma anche uno scontro antropologico tra culture e mentalità diverse, tra la cultura
barbara e quella greca, tra la cultura maschile della famiglia patriarcale e quella femminile delle
passioni, tra la legge della città e quella della natura. La distanza antropologica rende impossibile la
vera comprensione tra due personaggi e il risultato è una deflagrazione di ferocia e di violenza.
La tragedia si chiude con una frattura totale, dietro queste stragi non c'è alcun progetto divino, tutti
hanno perduto qualcosa e sono stati immolati i più deboli e più innocenti. Giasone viene presentato in
tono minore, come un omuncolo opportunista.
IPPOLITO
Nel prologo, recitato da Afrodite, viene affermato che ella si sentisse offesa da Ippolito, in quanto
questi rifiuta l'amore e si dedica soltanto alla caccia, e per questo motivo la dea ha infuso in Fedra,
matrigna di Ippolito, un amore irresistibile e colpevole per il figliastro. Fedra appare delirante e
malata, intende lasciarsi morire senza far parola della passione che la consuma, la nutrice però riesce
a farsi confidare la causa del suo male e lo riferisce ad Ippolito, che reagisce con sdegno e pronuncia
una violenta requisitoria contro la stirpe femminile. Fedra si impicca e arriva Teseo, fra le mani della
morta viene trovata una lettera in cui la donna accusa il figliastro di averle fatto violenza, quindi Teseo
lo maledice e lo bandisce.
Arriva un messaggero che racconta che i cavalli di Ippolito hanno sbalzato il giovane dal carro
trascinando né il corpo sugli scogli. Ippolito si congeda dalla madre Artemide e convince il padre della
propria innocenza.
Ci sono state varie versioni di questa tragedia, tra cui Ippolito velato e Ippolito coronato.
Ippolito era un eroe venerato ad Atene e nella città vicina di Trezene, il suo culto vi si celebrava ancora
nel II secolo d.C. in un tempio con un recinto sacro dedicato a lui, dove ogni anno venivano celebrati i
sacrifici in suo onore. Egli rappresenta l'eroe che muore giovane e viene divinizzato, Artemide
resuscita il suo prediletto e lo aveva trasportato tra i boschi del
Lazio affidandolo alla Ninfa Egeria, alla quale Ippolito dedicò il bosco Sacro di Nemi.
Il motivo dell' Ippolito e detto della "moglie di potifar", infatti Euripide sposta l'accento sul tormento
psicologico della protagonista. Con l'intervento divino di Afrodite nel prologo il problema della colpa è
stato eliminato, Fedra è la vittima di una forza possente e irresistibile contro cui nessuno può lottare, e
scissa nel conflitto tra i doveri della famiglia e la pulsione irresistibile che la agita, è un personaggio
moderno che porta alla rovina la sua casa perché travolta da una forza oscura e possente che annienta
la ragione. In lei è presente il conflitto tra le leggi che regolano la convivenza civile e le forze istintive
primordiali latenti da qualche parte negli abissi della mente umana. Ella è fuori di sé, incapace perfino
di confessare il suo segreto,
nonostante poi lo riveli passando dalla vergogna alla speranza e infine il suo amore si trasforma in una
forza autodistruttiva che la porta al suicidio e causa la rovina di chi le è intorno. L'eroina non è mai
finalmente padrona di se stessa.
Ippolito è l'immagine di Febo chiuso nel suo mondo di cacciatore, egli è lontano dal sentire comune,
inaccessibile nel suo mondo marginale e all'amore in generale, è un uomo ad una sola dimensione, che
taglia via da sé il desiderio e la passione. Ippolito nega l'istinto primario dell'uomo, e facendo ciò
compie un atto di ubris, il rifiuto di accettare una componente importante della cultura cittadina, ossia
il culto di Afrodite.
Fedra e Ippolito sono peccatori, entrambi violano una legge della polis, corrodono la cellula
fondamentale della vita sociale. Teseo è un burattino in balia degli eventi e preso della sua ira.
Nessuno dei tre è malvagio o colpevole nel senso della piena responsabilità morale, eppure tutti e tre
vanno incontro ad un destino infelice. Le radici della sofferenza e della follia stanno dentro l'uomo.
Afrodite distrugge, Artemide non salva il suo prediletto, il mondo divino è ostile o indifferente.
SUPPLICI
Un gruppo di donne si raccoglie a Eleusi presso l'altare di Demetra per chiedere agli ateniesi di aiutarli
a dare degna sepoltura ai figli. Queste erano le madri dei guerrieri argivi morti nell'assedio di Tebe,
alle quali i tebani negano la restituzione dei cadaveri. Teseo, re di Atene, affronta l'araldo tebano in un
dibattito dai contenuti politici e in cui si difendono la democrazia, il diritto, la libertà, luguaglianza e la
sovranità popolare di Atene in contrapposizione alla tirannide di Tebe. La battaglia militare segue
quella oratoria e si conclude con la vittoria ateniese e la restituzione dei cadaveri alle madri. Viene
affidato ad Adrasto il compito di celebrare i caduti con un discorso. Evadne, madre di Capaneo,
durante il discorso funebre si getta sul rogo del marito dando prova di suprema dedizione e fedeltà
coniugale. Il dramma si conclude con la comparsa ex-machina di Atena, che fa giurare all'arrivo di
Adrasto l'eterna di conoscenza della sua città nei confronti di Atene.
Gli Eraclidi si aprono con le immagini dei figli di Eracle raccolti intorno al vecchio lolao nel tempio
Denise di Zeus, la celebrazione di Atene è realizzata anche attraverso l'esaltazione del suo re
Demofonte. Nelle Supplici invece la vicenda delle madri dei caduti di Tebe, che si rivolgono a Teseo
per ottenere i corpi dei figli, permette a Euripide di sviluppare il tema dell'elogio della città,
soprattutto quando Teseo improvvisa un discorso contro la tirannide esaltando la democrazia. I topoi
della retorica propagandistica sono dei sono isonomia e la libertà, tipiche del sistema democratico.
Atene esce vittoriosa capace di difendere i deboli castigare gli arroganti.
La tragedia Euripide a diventa una cassa di risonanza della propaganda bellica. Euripide condanna
l'assurdità della guerra e delle sue conseguenze, che minaccia di intaccare la vita dell'intera società
umana. Viene presentata Atene come la città giusta, che si prende cura dei deboli e non teme di
battersi con i superbi per la difesa dei valori più alti.
TROIANE
Quando le Troiane iniziano, tutto si è già compiuto, infatti guesta tragedia inizia la dove in genere un
dramma greco termina, ossia con la catastrofe. Ciò conferisce alla trama una struttura statica, scandita
per scene parallele e giustapposta in cui l'azione è bloccata, il futuro non riserva più nulla a queste
donne se non dolore e miseria, queste sono oggetti sul punto di sprofondare per sempre nel cono
d'ombra della schiavitù. Gli dei appaiono lontani ed indifferenti mentre progettano nuove catastrofi
contro i vincitori.
Queste donne sole e umiliate devono subire senza difesa gli oltraggi e le violenze dei vincitori.
Ad Andromaca i vincitori hanno tolto tutto, le hanno ucciso il marito distrutto la casa, le hanno ucciso
il figlio, la rendono schiava e giungono fino al punto di vietarle di piangere sul corpo di Astianatte,
infatti Neottolemo la vuole docile, pronta a salire nel letto del suo nuovo signore. Questa pretesa
sembra l'estrema sperequazione tra il mondo degli arroganti e quello dei sottomessi. Emergono le
contraddizioni e la follia di chi crede che la forza da sola basti a sottomettere per sempre un essere
umano e un popolo, infatti nel momento in cui le navi greche e salpano per tornare a casa cariche di
bottino, la rovina attende anche i vincitori.
Questa opera fu prodotta nel 415, quando si stava discutendo di una grande spedizione militare in
Sicilia, infatti poco prima, gli ateniesi avevano assalito e conquistato la piccola isola di Melo, trattando
i vinti secondo la legge del più forte. Questa carneficina sconvolse la coscienza cittadina e dettò alcune
delle più profonde pagine di riflessione sul tema del diritto e della guerra. Melo assume i contorni
della Troia del mito e bisogna apprezzare il coraggio con cui Euripide seppe lanciare i suoi concittadini
un messaggio tanto impopolare quanto profondo e civile sulla follia della guerra.
Egli trasmette un messaggio pacifista intriso di profonda e drammatica forza morale, infatti anche nel
meccanismo di distruzione del lager l'unica cosa che l'aguzzino non può togliere alla sua vittima è la
memoria di se stesso. C'è qualcuno che giudica gli argivi, e i loro giudici sono le schiave, questi bruti
sono gli eroi immortali di Omero e si chiamano Agamennone, Odisseo e Menelao, vengono ridotti ad
insensati aguzzini e osservati con gli occhi dei vinti, viene sviluppata una delle idee di Euripide più
straordinarie, in un'opera che analizza in un modello fondamentale la violenza verso i barbari.
Euripide sceglie di vedere la sopraffazione della violenza dalla prospettiva delle donne, estranee alla
cultura della guerra e della violenza. Le donne sono le protagoniste collettive di questa tragedia
nonostante gli uomini incombono dall'esterno sul dramma, questi compaiono solo marginalmente
sulla scena e sono presenze inferiori alle loro vittime. Nel capovolgimento tra vincitori e vinti va
identificato uno dei significati più profondi di questo dramma, che rinuncia ad essere dramma, azione,
per bloccare la vicenda in un tempo e uno spazio assoluti.
Se queste donne sembrano spropositatamente più deboli dei loro carnefici, in realtà non lo sono, sono
animate da una indomabile volontà che le spinge a lottare per conservare qualcosa di sé stesse al di là
del crollo di tutto il mondo. Ecuba rappresenta la memoria vivente della sua famiglia e della città. La
partenza delle Troiane avviene dopo uno psicodramma collettivo estiva rinsaldando e ricostituendo a
poco a poco le identità collettiva di questo gruppo umano con questa lucida riflessione sui temi della
violenza e della guerra svolta con esemplare essenzialità e lucidità.
Euripide sta inventando un nuovo tipo di tragedia, il dramma di intreccio, all'interesse per la
psicologia dei personaggi si sostituisce il gusto per un intreccio pieno di colpi di scena. Sono drammi a
lieto fine, in cui una parte preponderante è affidata al caso, dai cui capricci dipende la salvezza dei
personaggi.
ELENA
Elena non è mai andata a Troia, è rimasta in Egitto ospite di Proteo, e solo un simulacro appare al suo
posto a Troia. Morto Proteo, suo figlio Teoclimeno la insidia con le sue avances, costringendola a
rifugiarsi supplice presso la tomba di Proteo. Teucro le reca la notizia della scomparsa di Menelao in
mare, mentre Elena entra nel palazzo per avere conferma dalla profetessa Teonoe, sorella del re, del
destino toccato a Menelao. Menelao fa naufragio in Egitto e viene a sapere che la sua vera moglie si
trova lì. Quando Elena esce dal palazzo, i due sposi si riconoscono e con la complicità di Teonoe e
elaborano un piano di fuga. Menelao annuncia la propria morte a Teoclimeno, mentre Elena promette
di sposarlo, chiedendo in cambio di poter compiere un sacrificio in mare per il marito morto. Saliti
sulla nave concessa da Teoclimeno, Elena e Menelao fuggono, mentre l'ira di Teoclimeno ingannato
viene placata all'intervento ex machina dei Dioscuri, fratelli di Elena.
Questa tragedia rappresenta l'esito felice di una sperimentazione e si spingeva fino allo scardinamento
e alla ricostruzione dei miti tradizionali, attraverso l'impiego di elementi nuovi, di scelte narrative e
stilistiche ardite e di imprevisti colpi di scena. Euripide non rinuncia a costruire una scena allusiva in
cui i riferimenti all'attualità degli anni della guerra appaiono scoperti. Il tragico sconfina nel comico,
ma ogni contaminazione di genere risulta godibile e lui sembra giocare con un mito notissimo al
pubblico. Il modello a cui Euripide si rifà è la palinodia di Stesicoro, che parlava del magico
trasferimento di un doppio di Elena in Egitto e di un successivo ricongiungimento in quel luogo dei
due sposi. Euripide riannoda i fili di questa storia parallela e crea una figura paradossalmente in lotta
con il suo stesso mito e con la propria fama immeritata.
La scena dell'incontro tra Elena e Menelao diventa gioco dell'assurdo, il doppio confonde e fa vacillare
le certezze di un mondo governato dalle leggi della verosimiglianza. Dal dialogo con la vecchia serva
della reggia, Menelao apprende che all'interno è custodita Elena e subito viene colto da uno strano
turbamento. Quando poi appare la vera moglie si convince di essere pazzo gli occorre tempo per
tacitare i suoi dubbi e persuadersi che la guerra di Troia non è che il risultato di un'illusione, che ha
innescato conseguenze reali. La fama è corsa più veloce di lei e ha creato una nuova realtà, che tutti
credono autentica. Nella confusione dei piani si palesa la verità.
L'ULTIMO EURIPIDE
Euripide in questo periodo si trovava in Macedonia presso la corte del re Archelao, tra il 408 il 406
a.C., e sembra tornare a forme più tradizionali di tragedia per adeguarsi al suo nuovo pubblico
macedone.
IFIGENIA IN AULIDE
Agamennone fa chiamare in Aulide la figlia Ifigenia con il pretesto di darla in sposa ad Achille: in
realtà la fanciulla è destinata al sacrificio per far vincere agli Achei la guerra di Troia.
Ifigenia giunge accompagnata dalla madre Clitemnestra, e quando le due donne vengono informate
dell'oracolo si ribellano: Clitemnestra biasima Agamennone e Ifigenia lo supplica invano di salvarla.
Anche Achille è adirato in quanto il suo nome è stato utilizzato nell'inganno e difende le due donne,
ma l'esercito lo contrasta. Ifigenia muta atteggiamento e si offre spontaneamente al sacrificio, e dopo
aver calmato la madre e respinto l'aiuto di Achille, la fanciulla scompare e al suo posto compare una
cerva durante l'immolazione, mandata da
Artemide.
La tragedia è caratterizzata da una strutturazione delle parti corali con uno stile ricercato e ricchezza
della aggettivazione e con una tendenza verso forme d'arte elaborate e preziose, con ciò è in contrasto
l'abilità psicologica della maggior parte dei personaggi: Agamennone non è neppure in grado di
evitare la morte di sua figlia, Menelao ha un atteggiamento vittimistico, e Achille si lascia sovrastare
travolgere dalle grida dell'esercito. Sono eroi negativi a cui manca anche la grandezza del male o della
follia.
Colpisce la discontinuità nel carattere di Ifigenia, infatti è poco convincente la sua trasformazione da
vittima che supplica il proprio carnefice e colei che è disposta a morire per la gloria. Tuttavia
l'incoerenza di Ifigenia può trovare una giustificazione alla luce di un confronto con altri personaggi
Euripide e, nei quali all'iniziale disperazione subentra una razionale lucidità. Il mutamento della
fanciulla è repentino e si compie direttamente sulla scena, in particolare avviene dopo lo scambio di
battute tra Clitemnestra e Achille. La sua risoluzione sancisce la superiorità della ragion di Stato sulla
vita individuale e si inserisce nel filone patriottico del sacrificio per la salvezza della patria.
Se Artemide preferisce che al posto di Ifigenia venga immolata una cerva, ciò non sminuisce il
significato del gesto della fanciulla, anzi ne salta il coraggio mostrando la postilla animata di uomini
che la tradizione vuole eroi e il loro vile asservimento ad ideali che sono presentati come nobili e che
coprono in realtà fine opportunistici. Iligenia in Aulide è una tragedia che smaschera i meccanismi del
potere e riflette sull'alienazione di quegli uomini che lo considerano il fine ultimo dell'esistenza.
BACCANTI
Dioniso giunge a Tebe dall'Oriente per dimostrare la propria natura divina alle sorelle della madre
Semele e al cugino Penteo, che da sempre lo escludono da preghiere e libagioni. Il dio ispira la sua
divina follia alle donne di Tebe, che abbandonano la città e si ritirano sui monti a celebrare danzando i
suoi riti, con grande rabbia di Penteo che cerca di reprimere questo disordine. Cedono al suo richiamo
anche il vecchio re Cadmo e l'indovino Tiresia che esortano Penteo ad accogliere il Dio nella città.
Compare Dioniso nei panni di un sacerdote dei nuovi riti, e Penteo lo fa imprigionare per poi
sottoporlo ad un interrogatorio, ma subito dopo il dio si libera dai ceppi e si fa beffe di Penteo. Venuto
a conoscenza delle imprese prodigiose compiute dalle baccanti sul Citerone, Proteo ne è spaventato e
attratto. Dioniso gli fa perdere la ragione e lo convince a seguirlo sul monte per assistere travestito da
donna ai riti.
Penteo viene sorpreso dalle donne, le quali scambiatolo per un leone, lo fanno a pezzi.
Quando la madre rinsavisce scopre con orrore di avere tra le mani la testa del figlio. Dioniso, appare in
vesti divine bandisce Agate e Cadmo da Tebe e annuncia che quest'ultima avrà dimora fra i beati
insieme alla sposa armonia.
Le Baccanti sembrano proporre il ritorno a forme più tradizionali di tragedia, il coro partecipa
all'azione interagendo con i personaggi, le scene sono organicamente concatenate tra loro in un
crescendo di tensione e l'argomento riporta i primordi del genere tragico. Le Baccanti sono un testo di
eccezionale potenza drammatica e costituiscono una riflessione sul culto dionisiaco sulla sua
ambiguità e sugli estatici. E parso strano che Euripide abbia concluso la sua carriera affrontando un
soggetto religioso, c'è chi ha pensato ad una specie di conversione di un poeta che in prossimità della
morte avrebbe riscoperto il significato dell'operato divino nel mondo.
In realtà nelle Baccanti vi è una polemica contro la religione tradizionale, identificando in Dioniso il
dio crudele. Un Euripide convertito non avrebbe probabilmente accentuato gli aspetti più sconcertanti
della religione dionisiaca: nelle baccanti Dionisio esce vincitore, ma è impossibile riconoscere lui
quella divinità gioiosa e benefica di cui le sue seguaci avevano cantato le lodi all'inizio del dramma.
Dioniso è indifferente alle sciagure umane e si allontana da Tebe lasciando dietro di sé una famiglia
annientata e una madre che ha fatto a pezzi il proprio figlio con le sue stesse mani.
Penteo, rivale di Dioniso, non è un personaggio positivo, ma appare come un individuo autoritario,
ostinato e violento. Egli esprime la crisi della ragione nel suo gretto conservatorismo, ha una mente
che pretende di razionalizzare tutto e non lascia spazio al dubbio, ma è anche una mente che fallisce il
suo compito. E un giovane uomo ostinato ed orgoglioso, alcuni suoi tratti sono l'impetuosità, la
violenza verbale, instabilità emotiva e l'arroganza, sono quelli che la traduzione tragica attribuiva il
tiranno. Il re si rivolge a Dioniso prigioniero deridendolo e lo sottopone ad un severo interrogatorio da
cui emerge l'inconscio attrazione che prova verso il mondo irrazionale e misterioso dei riti dionisiaci.
Dioniso è più forte del rivale, il suo rituale straniero in cui le donne vagano senza controllo sui monti
pare a Penteo pericoloso socialmente, in quanto mina le fondamenta dell' ordine familiare.
L'attenzione di Penteo per il mondo femminile emergerà nelle scene successive, in cui assumerà vestiti
femminili per poter spiare di nascosto i comportamenti delle donne.
Al centro dell'opera vi è una dimensione della psiche da cui Euripide fu profondamente attratto nel
corso di tutta la sua carriera di drammaturgo: la follia, l'operare sotterraneo di forze cieche e possenti
all'interno della mente umana, l'attenzione con cui vengono descritte le modalità della trasformazione
di una madre in un mostro feroce e l'indagine sui fenomeni dell'irrazionale sono i temi più profondi e
la tragedia e il motore che anima le scene più notevoli del dramma.
La follia è anche un'espressione di un rito e una forma profonda di sapienza. Nelle seguaci di Dioniso
sembra vedere un gruppo di fanatiche invasate, ma anche l'espressione di una forma diversa di
umanità, infatti sul monte queste donne hanno rinunciato alla città e alla famiglia, vivono
un'esperienza nuova sentendo scorrere dentro di loro un'energia primitiva e selvaggia, che si esprime
attraverso la danza. La danza serve per innescare esperienze estatiche collettive nell'ambito di gruppi
speciali della società. Sul monte si crea un anti-città, in cui domina l'irrazionale con una naturalità
indifferenziata e governata dalle donne che si sono liberate ai loro condizionamenti e vivono
immemori e appagate nell'esperienza comunitaria in cui tutti si sentono uguali e vicini. Si scontrano
due modelli di civiltà: la polis, con il suo mondo chiuso e limitato, e il mistico ambiente dionisiaco,
effimero e pericoloso, né l'uno né l'altro prevalgono.