Linguistica M. Vito
Linguistica M. Vito
In linea di massima, una lingua vale più di un dialetto perchè quando noi parliamo
dell’etichetta di lingua implichiamo alcune connotazioni solitamente positive, mentre,
parlando di dialetto, implichiamo connotazioni in linea di massima negative. Per
quanto riguarda, invece, il concetto di varietà di lingua implichiamo una connotazione
neutra, perché con varietà linguistica indichiamo sia lingue che dialetti, in quanto
sistemi linguistici che funzionano con delle regole grammaticali, un repertorio
lessicale ed un funzionamento pari a qualsiasi codice linguistico. Quindi varietà di
lingua e codice linguistico sono etichette neutre.
Storicamente e tipologicamente l’italiano è una varietà romanza o neolatina. Le
varietà linguistiche neolatine, comunemente menzionate, sono le unità linguistiche
standardizzate e nazionali come il francese, lo spagnolo, il rumeno, il portoghese e
l’italiano. Tuttavia, le varietà linguistiche neolatine non sono solo quelle varietà che
hanno subito un processo di standardizzazione, cioè un processo di individuazione e
selezione. Ad esempio, la varietà di volgare fiorentino viene selezionata fra altre
varietà per essere assunta a lingua. Essa ha subito una selezione, una codificazione,
cioè una condizione regolamentare della grammatica, una elaborazione e alla fine una
fase di accettazione, cioè i membri della comunità l’hanno accettata come varietà di
riferimento linguistico. Quindi, le varietà romanze non sono solo le poche che noi
riconosciamo come lingue nazionali, in quanto qualunque varietà che veniva parlata
nell’Impero Romano è una varietà neolatina. Anche il siciliano è una varietà
neolatina, perché ha origine nell’Impero Romano. Quindi non sono varietà neolatine
solo quelle sopracitate ma anche tutti i dialetti. Per questo, le varietà neolatine sono
innumerevoli perchè ciascuna delle varietà storicamente sviluppate in una unità
linguistica e territoriale è una forma di latino parlato nel 2021 e che ancora si parla
nel dialetto di quella comunità.
Il latino che noi abbiamo appreso e che cerchiamo di studiare a scuola ci viene
presentato come una varietà molto serrata dal punto di vista grammaticale e lessicale.
È il simbolo della monoliticità di una lingua, della strutturazione serrata di una lingua.
Allora come è stato possibile che dal latino siano nate migliaia varietà parlate di
latino? Per rispondere, dobbiamo capire cosa succede in questi percorsi di
frammentazione linguistica. Le questioni impegnano alcune valutazioni di ordine sia
diacronico che sincronico. Inoltre, bisogna basarsi sulle cosiddette assi di variazione,
ovvero una serie di differenze dovute a variabili:
- diamesia→ legata al mezzo materiale in cui avviene la comunicazione;
- diacronia→ variabile legata al passare del tempo;
- diatopia→ legata allo spazio;
- diastratia→ legata alla posizione sociale del parlante; - diafasia→ legata alla
situazione comunicativa.
La diacronia indica un percorso che porta da uno stadio A ad uno stadio B nel corso
del tempo, quindi una evoluzione storica. La sincronia comporta una visione
frammenta sincronica, cioè l’esistenza nello stesso tempo di possibilità che variano in
ragione di assi di variazione particolari, in questo caso, importante potrebbe essere
implicare l’asse della diatopia, ovvero una variazione che interessa la spazio
geografico, cioè la differenza che si crea fra una varietà posta in un luogo A rispetto a
quella posta in un luogo B a parità di condivisione temporale.
Dobbiamo considerare che il latino che ci arriva dai testi scolastici e dai vocabolari è
una delle possibili varietà di latino, diacronicamente e diatopicamente limitate ma
sopratutto diamesicamente limitate. La diamesia riguarda la variazione sincronica del
canale, il mezzo (scritto o parlato). Il latino che noi conosciamo è desunto dai testi
che hanno una funzione specifica, quella letteraria. Quindi arriva da una condizione
diamesica circoscritta, cioè lo scritto. Le grammatiche latine di oggi sono prodotte dai
testi del latino classico, a partire da Plauto e soprattutto dell’Età Augustea Imperiale
(Cicerone, Orazio). Questa è una delle varietà di latino, la varietà scritta in epoca
classica, ed è ciò che chiamiamo latino classico. Tuttavia, così come nella seconda
metà dell’800 gli italiani non parlavano come scriveva Alessandro Manzoni ed i
fiorentini del 1300 non parlavano come scriveva Dante, anche il latino parlato in
epoca classica non era quello che ci è pervenuto attraverso i libri scritti. Lo stesso
Cicerone dava conto nei suoi scritti del diverso comportamento linguistico, lui era
consapevole che una cosa era il latino delle sue orationes, cioè un testo scritto,
meditato ed esposto nei fori, un’altra cosa era il sermus quotidiano, cioè il latino
colloquiale, quello parlato in famiglia. Dunque a noi giunge una varietà monolitica di
latino che non corrisponde alle varietà parlate in quel periodo.
Un’altra domanda che dobbiamo porci è dove venivano parlate queste varietà?
Sappiamo che nel corso di più di mille e trecento anni di storia romana l’Impero non
si è costruito in un giorno ma in un lunghissimo arco temporale. Per questo, è chiaro
che si deve implicare una condizione diacronica, cioè non soltanto il latino parlato in
un luogo era diverso di quello parlato in altri luoghi, ma anche il latino parlato in una
epoca è diverso da quello parlato in un’altra. Dagli scritti noi ci accorgiamo che il
latino scritto da Plauto nel III sec a.C. è diverso dal latino scritto da Terenzio nel III
sec d.C.. A distanza di seicento anni una lingua cambia, seppur sia sempre una lingua
scritta e nello scritto le cose cambiano molto più lentamente.
Dobbiamo cominciare a mettere mano su queste condizioni delle dinamiche evolutive
della lingua per capire perchè dalla varietà del latino classico si siano prodotte
tantissime varietà di latino, tante quante quelle oggi parlate, in alcuni casi dei quali
esse sono mutualmente incomprensibili seppure tutte figlie della stessa varietà.
Persino fra il prizzitano e il bergamasco, sebbene entrambe figlie della stessa varietà,
non c’è mutua comprensione.
Per capire cosa è successo si deve partire da Roma, ovvero dalla condizione
diatopica. Essa ci pone nella prospettiva di valutare che ciò che chiamiamo latino
parte da una città, Roma. Bisogna conoscere la storia della diffusione dell’Impero.
Per capire il percorso di frammentazione del latino si deve capire che i romani
arrivano nella penisola italiana non trovandola completamente vergine, prima del loro
arrivo altre popolazioni abitavano quei luoghi. A partire dal IV millennio a.C.
arrivano nel territorio italiano e nel resto dell’Europa le popolazioni mediterranee
provenienti dal’Europa centro orientale, fra cui i liguri, gli etruschi, i galli, i veneti, i
reti, i piceni, gli oschi, i sicani, i siculi, i sardi. Non sappiamo da dove arrivano e non
conosciamo nulla dal punto di vista linguistico di queste popolazioni ma sappiamo,
attraverso alcune tracce, che non gestivano varietà di lingue identiche, probabilmente
simili, e che appartengono alla famiglia mediterranea. Un’altra vicenda è l’arrivo a
partire dal II millennio a.C. delle popolazioni indoeuropee che parlano varietà sorelle,
non identiche. Fra questi i romani che condividono con le varietà osche, umbre e
sicule la stessa famiglia linguistica. Fra gli oschi e gli umbri c’era una relazione
linguistica maggiore rispetto ad altre varietà come quelle dei venetici, del messalico e
dei galli. Questo per spiegare che le strutture linguistiche delle varietà indoeuropee
sono molto simili, tant’è che condividono una parte di lessico. La storia romana inizia
a partire dal V-VI sec a.C e comincia ad avere contatti con quelle popolazione
stanziate nello stesso territorio che, in parte, parlavano varietà simili in quanto
indoeuropee (oschi e umbri), in parte differenti in quanto mediterranee (etruschi).
Quello che ci interessa è che il latino si diffonde su popolazioni preesistenti. Il
contatto con gli oschi al sud e gli etruschi al nord incomincia a produrre delle
condizioni relative alla comunicazione verbale che non oggi possiamo sperimentare
in altri campi. Sappiamo che non esiste più l’etrusco ne l’umbro perchè i romani sono
riusciti, nel tempo, a imporre la loro lingua e la loro cultura su questi popoli. Questa
dinamica di sostituzione linguistica avviene nell’arco di diversi secoli. Quindi, ci sarà
stato un periodo in cui i romani sono venuti in contatto con le popolazioni circostanti
scambiandosi vicendevolmente non soltanto merci ma anche cultura, quindi lingue.
Cosi come noi oggi avvertiamo i nostri rapporti con i territori circostanti, sebbene in
circostanze diverse. All’epoca era un contatto diretto e lineare che seguiva i confini,
oggi i contatti avvengono anche paracadutati, gli anglicismi cosa ci fanno nella nostra
lingua? Non siamo confinanti con l’America o l’Inghilterra ma ci sono altre strade,
quelle telematiche, che ci consentono di metterci in contatto con altre lingue. Se oggi
abbiamo tantissime esperienze delle culture americane, le abbiamo avute perchè
abbiamo avuto un contatto con loro. Questi contatti in un primo momento hanno
consentito uno scambio di esperienze culturali, commerciali e linguistiche. Nello
stesso modo il latino avrà preso tantissime parole dall’umbro e dall’osco e gli umbri e
gli oschi avranno preso tantissime parole dal latino. Questo tipo di contatto viene
detto contatto di adstrato, cioè quando due popolazioni, due culture e quindi due
lingue vengono in contatto e si scambiano vicendevolmente informazioni e rapporti
culturali, implica quindi un rapporto di presa e cessione di qualcosa l’un l’altro. Un
esempio è quello del carro, i romani non lo avevano, avevano il currius, corrispettivo
del cocchio, e hanno preso la parola carrum dai gallici che avevano il carro da
trasporto a quattro ruote. Quindi, insieme a un concetto hanno preso una parola.
Quindi, nel latino moderno, l’italiano che noi parliamo oggi, è arrivato un termine
proveniente da un altra lingua.
Il latino è riuscito a sopprimere le altre lingue ma non con la spada. Le lingue non si
sopprimono con la spada, ma con dinamiche diverse. Il latino del 500 a.C. non era il
latino dell’epoca classica, della grande cultura e letteratura latina. Era ancora una
società pastorale agricola alla pari di tutte le altre, non c’era modo che una prevalesse
sull’altra perchè non c’era una cultura più prestigiosa. Una lingua di impone su
un’altra quando è più prestigiosa ed il prestigio è dettato dalla potenza economica e
culturale. Economia e cultura sono due facce della stessa medaglia. Quando la società
romana inizia ad evolversi e organizzarsi meglio delle altre società, allora il latino
diventa più prestigioso rispetto alle altre lingue. Oggi siamo più propensi ad acquisire
più anglicismi rispetto a polacchismi, sopratutto anglicismi americani inerenti la
tecnologia e l’economia. Il polacco non è una lingua “brutta” ma agli occhi degli
italiani la Polonia non produce nulla di prestigioso. Il prestigio è determinato dalle
condizioni economiche e socioculturali, ecco perché arrivano anglicismi americani.
Noi percepiamo l’inglese e ci affanniamo a impararlo perchè sappiamo che da più
possibilità di lavorare, è più conveniente acquisire l’inglese rispetto al polacco. Così
come per gli etruschi era più conveniente acquisire il latino rispetto ad altre varietà.
Tutto inizia quando i romani iniziano a invadere militarmente territori ed a imporre
nei territori la loro lingua. Ma la lingua non viene acquisita per la predominanza
militare ma per quella culturale. L’impero non si è formato in un giorno, dunque il
latino è stato acquisito attraverso un lungo periodo di probabile bilinguismo, magari
gli etruschi in casa parlavano etrusco e fuori il latino, immaginiamo sia così. È la
stessa cosa che succede oggi fra dialetto e italiano. Queste dinamiche e la
configurazione di un lungo periodo di bilinguismo, ovvero la compresenza di due
varietà in un territorio, immaginiamo che sia stata la condizione più naturale. I
romani portano il latino nelle due estremità dell’impero, dalla Penisola Iberica alla
Penisola Balcanica. Gli abitanti dell’Impero non erano tutti romani, erano miles,
coloni, che a loro volta avevano acquisito il latino nei secoli precedenti e che lo
trasferivano nella penisola iberica e balcanica, ciò avviene a distanza di centinaia di
secoli. Anche per questo la variazione interna al latino è molto ampia. Per renderci
conto, se per esempio, noi italiani adesso dovessimo apprendere fra 50 anni l’inglese,
dimenticando l’italiano, l’inglese parlato dall’italiano non sarà lo stesso parlato da
uno Londra. Anche quando un italiano parla perfettamente l’inglese si capirà che non
è un inglese proveniente dall’Inghilterra dalla fonetica, dalle scelte lessicali,
strutturali e sintattiche. Così come il latino acquisito da un etrusco era diverso dal
latino acquisito dall’osco o dall’umbro. Lo sappiamo perchè abbiamo testimonianze
desunte, ci sono tracce che queste varietà pre-latine hanno lasciato nelle lingue parlate
oggi, anche nell’italiano parlato oggi, nei diversi dialetti. Per esempio, oggi a Roma si
dice “monno” e non “mondo”, si dice “fonno” e non “fondo”, la “nd” nei dialetti
dell’area centrale meridionale è diventata “nn” perchè è un retaggio della lingua degli
oschi, abbiamo testimonianze scritte degli oschi che scrivevano “nn” al posto di
“nd”, questo retaggio permane ancora oggi nei dialetti di quell’aria come difficoltà di
articolare il gruppo “nd” del latino, in quell’area hanno appreso il latino ma con le
particolarità articolatorie dell’osco. Quindi, rimane sempre delle lingue che sono
scomparse ma che lasciano tracce, sopratutto fonetiche, nel corso dei secoli. Per
esempio, gli italiani non sanno pronunciare la parola inglese “love” perchè non siamo
in grado di articolare le vocali basse posteriori senza l’arrotondamento come fanno gli
inglesi. Un altro esempio è il fatto che i siciliani pronuncino “cavaddu” con la d
retroflessa cacuminale perchè è molto probabile che le popolazioni pre-latine siciliane
articolassero la doppia d come una d retroflessa e questa abitudine articolatoria non
siamo riusciti a modificarla, è un retaggio del contatto di sostrato, ovvero un
contatto che prevede che una lingua si imponga su un altra causando la scomparsa di
quella che c’era prima. La lingua che c’era prima si chiama lingua di sostrato e lascia
sempre tracce su quella che si è sovrapposta nel territorio.
Il fatto che il latino si differenzi già al suo interno per il lungo percorso storico e
quindi sia differente nell’ordine diacronico e che sia stato portato nelle varie parti
dell’impero in diversi periodi e da diversi parlanti, ci fa avvertire questa
differenziazione del latino, quantomeno di quello parlato. Nei diversi territori
dell’Impero si parlava una diversa varietà di latino già in epoche diverse, quindi
luoghi diversi in epoche diverse. Si pongono le basi per la frammentazione linguistica
e diversificazione territoriale che pertiene l’esperienza del sostrato del latino. Il
sostrato interagisce col latino e perviene una differenziazione linguistica nelle varietà
territoriali che poi diventeranno le varietà del latino dei diversi territori.
Non possiamo accontentarci di attribuire la frammentazione locale in ragione del
sostrato, altrimenti oggi avremo tante varietà di latino quante erano le varietà
prelatine, ci troveremmo con una distribuzione, se ci riferiamo all’Italia, delle diverse
varietà di latino parlato approssimativamente simile alla distribuzione delle lingue
pre-latine: dovremmo avere una varietà che copre il territorio degli etruschi, una dei
siculi, una dei sardi ecc., ma così non è. La frammentarietà del latino è ancora
maggiore rispetto alla configurazione precedente. La storia del latino non finisce col
contatto delle popolazioni del sostrato. A partire dal IV sec l’Impero si frammenta,
giungono nei territori le popolazioni che, spinte dalla pressione delle popolazioni
mongoliche, premono verso l’Europa e, con una reazione a catena, le popolazioni
orientali europee (popoli germanici) incominciano a premere ai confini dell’impero e
invadono i territori romani. Succede, quindi, che la condizione di sostanziale
monoliticità sul piano politico e amministrativo garantito dal potere centrale di Roma
viene meno, le popolazioni germaniche (goti, ostrogoti, visigoti, longobardi, franchi,
alemanni) che parlavano varietà germaniche si sovrappongono sul piano militare e
politico ai romani. Questo periodo storico ha comportato il fatto che le popolazioni
germaniche sono riuscite a frammentare l’unità politica dell’impero ma non hanno
imposto la loro lingua, noi oggi continuiamo a parlare varietà neolatine non
germaniche. Quindi, queste popolazioni non solo non sono riuscite a imporre la loro
varietà di lingua ma hanno addirittura appreso le varietà dei vinti: i franchi a un certo
punto parleranno una varietà latina, acquisiranno il latino dei luoghi in cui sono stati
presenti. Ma, quando due lingue entrano in contatto ne rimangono le tracce. È vero
che le popolazioni barbariche hanno acquisito la lingua, la religione e le strutture
amministrative e sociali dei romani. Tuttavia, la lingua lascia tracce della loro
presenza, si tratta di contatto di superstrato, che si sono sovrapposte al latino ma
non sono riuscite a sovrapporsi totalmente ed hanno lasciato solo tracce, è quindi la
condizione in cui una lingua non riesce ad imporsi ad un’altra nel territorio ma
addirittura la acquisisce. Per esempio, molte parole italiane risalgono all’esperienza
barbarica come: il verbo guardare, le parole inerenti alla sfera militare (guerra, scudo,
elmo).
Fino al 241 a.C in Sicilia c’erano i greci della Magna Grecia. Poi arrivano i romani a
istituire la prima provincia romana, perchè chiamati dai Maneppini che doveva
difendersi dai Cartaginesi nella seconda guerra punica. I maneppini chiamano in aiuto
i romani, ovviamente i romani li difendono ma poi rimangono li e istituiscono la
provincia romana. Ma non sono i romani della grande società latina, in Sicilia ci sono
i greci. Il latino non si diffonde in Sicilia perchè già nel territorio è presente una
cultura e una lingua migliore, anzi sono i romani ad apprendere dai siciliani. Il latino
è pieno di grecismi perchè la civiltà greca è precedente, ma molte delle parole latine
provenienti dal greco derivano dal greco di Sicilia, cioè dal contatto coi sicerioti,
quelle popolazioni locali che si erano fuse coi greci e hanno dato origine alla cultura
siceriota. I sicerioti avevano Archimede e Pitagorico mentre i romani erano militari e
non avevano la cultura latina che noi conosciamo, quindi apprendono dal territorio,
non cedono. I siciliano riconosceranno il latino come più prestigioso e inizieranno ad
apprenderlo solo nel I sec, in epoca classica. La stessa cosa poi avverrà con gli arabi,
tant’è che le varietà siciliane sono piene di arabismi e grecismi: la parola “annacarisi”
viene dal greco “naché” (culla); i toponimi delle città con il prefisso arabo “calt”,
“fortezza, come Caltagirone, Calatafimi, Caltavuturo; i cognomi arabi come “Taibi”
(buono) “Zarcone” (rosso) “Mandalà” (schiavo liberato); le parole inerenti
l’agricoltura quasi tutte provenienti dall’arabo come “Gebbia”.
Nel primo schema si vede il passaggio fra vocalismo latino al vocalismo italico,
quello che è rimasto nell’italiano standard. Si vedono le 10 vocali latine che si
distinguono per lunghezza. Ma, alla fine dei conti, risulteranno oggi 7 timbri, quindi
aumentano i timbri che in latino erano 5 (a-e-i-o-u) perchè la “e” chiusa (é: indicata
con l’accento acuto) è diversa dalle “e” aperta (è: indicata con l’accento grave), la
stessa cosa succede con la “o”. Il vocalismo italico è presente in tutti i dialetti italiani
tranne nel sardo e nel siciliano.
Ī Ĭ Ē Ĕ Ā/Ă Ŏ Ō Ŭ Ū
Í Ú
Ì Ù
É È Á Ò Ó
Í É È Ò Ó Ú
Á
Nel seguente schema, le vocali in nero sono le vocali latine con i segni lunghi e brevi,
la Ā e la Ă, vocali centrali, in realtà fin dall’inizio sono state le prime a convergere in
un’unica A, quindi già in epoca classica la distinzione era andata persa. Le altre vocali
si sono distribuite dalla lunghezza, quindi dalla quantità, al timbro, quindi alla qualità.
Succede quindi che, nel settore delle vocali anteriori, le vocali lunghe corrispondono
a vocali chiuse, la Ī diventa una I chiusa, mentre la Ĭ è stata interpretata come una I
aperta. A sua volta, la Ē è stata interpretata come E chiusa, mentre la Ĕ è stata
interpretata come una E aperta. La stessa cosa succede nel settore delle vocali
posteriori visto che il sistema è asimmetrico. Il latino volgare è quindi il risultato di
una ulteriore riduzione che si presenta nei dialetti, nei volgari. Ma il latino volgare è
immediatamente ridotto a 9. Per giungere alle 7 vocali dell’italiano standard, segnate
in rosso, il così chiamato vocalismo italico, si deve passare per la fase del latino
volgare, segnata in verde. La I aperta e la E chiusa sono molto identiche nel timbro,
difatti si sono unite in quella che noi conosciamo come una E chiusa. Queste due
vocali hanno dato un’unica vocale perchè di fatto esse sono molto vicine
nell’articolazione, è difficile distinguere una I aperta da una E chiusa, esse infatti
sono molto vicine nel triangolo vocalico e per questo ad un certo punto si sono fuse in
un’unica vocale. La stessa cosa succede nelle vocali posteriori. Quindi, il sistema
quantitativo diventa qualitativo.
Alcune di queste operazioni, come quelle sul vocalismo, noi le presupponiamo a
partire dalla conoscenza dello stato A (latino classico) e dello stato X (italiano del
2021), quindi ricostruiamo quale può essere stato il passaggio. Ma abbiamo altre
testimonianze che ci dicono che in realtà la gente parlava in un latino che non è
quello classico, uno di questi documenti è l’Appendix Probi che probabilmente risale
al III sec d.C.. Questo documento è formato da annotazioni che un maestro scriveva a
mano, a margine della grammatica di Valerio Probo che usava per l’insegnamento del
latino ai suoi allievi. In queste annotazioni segnalava ai suoi allievi quali sono gli
errori da non commettere, scrivendo una serie di 227 errori commessi dai suoi allievi
e che non dovevano essere commessi. Fra gli errori più comuni, ci sono, per esempio:
Speculum non speclum, Masculus non masclus, Vetulus non veclus, Frigida non
frigda. Per noi questo documento è importante perchè ci dice come effettivamente
scrivevano e pronunciavano i ragazzi di quel tempo che dovevano imparare il latino.
Evidentemente, scrivevano più o meno come pronunciavano e probabilmente avevano
ricostruito le consonanti finali perchè lo avevano appreso a lezione, avevano già
imparato a scrivere, però c’è un errore sistematico e non casuale, che avviene a causa
di una modificazione sistematica della struttura di quelle parole. Succede infatti che la
“u” post tonica cade sistematicamente per sincope, cioè la caduta di una vocale atona.
Le parole italiane derivano quindi dalle forme sbagliate del latino classico, quindi dal
latino volgare, quello parlato. La sincope comporta un fenomeno chiamato
assimilazione consonantica. Essa può essere:
- Assimilazione consonantica progressiva devuta a sincope, ovvero in un nesso
consonantico prevale la prima consonante sulla seconda. Ad esempio, la costruzione
dei nessi “CL” in “CHI”: “maschio” non viene da “masculus” ma da “masclus”.
- Assimilazione consonantica regressiva dovuta alla sincope, ovvero in un nesso
consonantico prevale la seconda consonante sulla prima. Un esempio può essere
quello della parola “freddo” proveniente dal latino “Frigidu”. “Freddo” è il risultato di
una Frig(i)du > FriGDu > freDDo. La “i” cade per sincope e quando si trovano in
contatto due consonanti esse si assimilano, ovvero da due diverse se ne pronuncia una
sola mantenendone il tempo necessario per l’articolazione della doppia consonante.
Un altro esempio è quello del nesso “CT” che diventa “TT”: Lacte ➝ latte - Nocte ➝
notte.
Da questo documento abbiamo testimonianza del fatto che il latino che si parlava in
quel periodo era diverso dal latino che troviamo nei testi scritti, si scriveva in un
modo ma si parlava in un altro. Le varietà romanze e le parole che oggi ci ritroviamo,
partono dunque dal latino volgare, “sbagliato”, perché permeato da errori sistematici.
Le parole delle lingue moderne altro non sono che i risultati moderni di una fase
sbagliata del latino, quel latino che il maestro della grammatica dell’Appendi Probi
voleva correggere, ma il parlato prevale sempre sullo scritto.
Si deve, inoltre, considerare che esistono più versioni di una stessa parola in italiano,
per esempio, freddo/frigido, occhio/oculista, speculare/specchio. Tutte queste parole
sono esempi di coppie allotropiche. Infatti non si deve pensare che le parole che
sono presenti nella lingua italiana siano solo quelle che hanno seguito il processo
naturale, ovvero la trasmissione popolare del latino, ovvero le parole popolari
(specchio, occhio), perchè i dizionari delle lingue nazionali sono stracolmi di
latinismi dotti, cultismi, cioè parole prese, in una certa epoca, direttamente dal latino
scritto e che non hanno seguito un processo popolare di trasformazione (speculare,
oculista). Queste coppie allotropiche esistono perchè quando la lingua diventa una
lingua standard e inizia a servire alla comunicazione, non solo quotidiana, ma anche
scientifica, si ha la necessità di ampliare il repertorio lessicale riprendendolo dal
latino. Ad esempio, quando abbiamo inventato la “radio” abbiamo dovuto riprendere
la parola latina che nella trasformazione popolare era diventata “raggio”.
I volgari italiani presentano dei fenomeni che attestano dei mutamenti sostanziali
della grammatica latina classica che noi conosciamo codificata attraverso i libri di
grammatica. Basti considerare come la questione dell’erosione fonetica, quindi la
perdita delle consonanti finali, abbia destrutturato alcune parti della grammatica
latina, non soltanto nell’organizzazione della frase, a causa della perdita della
desinenza e della conseguente fissazione della frase non marcata SVO, ma anche
nella risistemazione delle preposizioni per esprimere i complementi che venivano
persi. Alcuni esempi possono essere:
- il genitivo di allora, che esprimeva il nostro complemento di specificazione,
necessitava a questo punto di una riorganizzazione che avvenne con la rassegnazione
di funzioni agli articoli, agli aggettivi e alle preposizioni. A partire dagli articoli
determinativi, il latino non li aveva, essi si formano attraverso una ricategorizzazione
degli aggettivi dimostrativi. Essi altro non sono che riduzioni per aferesi o per
apocope degli aggettivi dimostrativi. Quindi, “ILLA” perde la sua funzione di
aggettivo e assume la funzione di articolo, con apocope: “(IL)LA rosa” non equivale
più a “quella rosa” ma semplicemente a “la rosa”.
- gli altri casi vennero riconfigurati attraverso una risistemazione delle preposizioni che
perdono la funzione o il significato originario del latino classico: in “DE (IL)LA rosa”
il “DE” da una preposizione che reggeva in molti casi l’ablativo viene assunto
insieme all’aggettivo dimostrativo per riformulare la preposizione articolata “DELLA
rosa”. Sono parole latine ma con altre funzioni.
- le preposizioni perdono le funzioni del latino classiche e assumono un altro tipo di
articolazione, per definire un aggettivo o una preposizione o un uso preposizionale
come il nostro “davanti” si ha bisogno di unire tre preposizioni: “DE+AB+ANTE >
DABANTE > davante > davanti”.
Le parole quindi rimangono ma le funzioni cambiano nel processo di mutamento
dalla grammatica che noi conosciamo attraverso i classici e quella che noi
conosciamo come la lingua parlata. È chiaro che le preposizioni si rifunzionalizzano
perché non sono più rette dai casi del latino, giacché non esistono più i segnacasi i
complementi vengono segnalati in virtù del rifunzionamento delle preposizioni.
Lo stesso avviene anche con i verbi. Ad esempio, il nostro futuro semplice del verbo
“canterò” non viene dal futuro semplice del latino classico “cantabo”, quindi da una
forma sintetica, esso viene da una risistemazione analitica, ovvero formata da due
categorie, in questo caso due verbi, dall’infinito del verbo più l’ausiliare avere:
“CANTARE+HABEO > CANTAR+ao > CANTAR+ò”. Alcune di queste
formulazioni analitiche del futuro le abbiamo ancora oggi nei dialetti, si usa dire che
il siciliano non ha il futuro ma questo non è vero, infatti il siciliano non ha un futuro
sintetico ma ne ha uno analitico: “dumani ai(u) a -gghiri” deriva da “demane habeo ad
ire”, ovvero dal latino volgare parlato.
Quindi la lingua che noi stiamo utilizzando adesso, altro non è che una continuazione
senza interruzione del latino parlato, ovvero una riconfigurazione della grammatica
secondo il modo in cui i parlanti usavano il latino. La stessa cosa succede oggi,
tendiamo ad utilizzare “domani vado a Palermo” al posto di “Domani andrò a
Palermo”, quindi non sempre quando parliamo utilizziamo la forma corretta
dell’italiano standard scritto. Quindi non c’è un’interruzione drastica, non c’è un
passaggio dal latino classico al latino volgare e dal latino volgare ai volgari e dai
volgari ai dialetti. Non si cambia dall’oggi al domani, c’è il cambiamento di una
lingua che si è presentata nei territori italiani parecchi secoli prima di Cristo e che è
stata utilizzata ininterrottamente dai parlanti di queste aree in quelle varietà che noi
conosciamo appunto come varietà romanze o neolatine.
Quello che cambia sono le etichette, perché la nostra esigenza di interpretare alcuni
fenomeni e di ricollocarli nella storia ci impone ad utilizzare etichette diverse, per cui
utilizziamo “latino classico” per i testi scritti di una certa epoca, “volgare” attribuito
al latino stesso per indicare quelle varietà parlate di latino in diverse epoche, quindi
non esiste un latino volgare ma diverse varietà di latino parlato che noi etichettiamo
come “latino volgare”. A sua volta il latino volgare non è il “latino medievale” che
continua ad essere quel latino scritto in epoche post imperiali e che non corrisponde
al “latino parlato” ma neanche al “latino scritto” perché il latino scritto nel medioevo
non è il latino scritto nell’epoca Agustea.
“So che quelle terre, per quei confini che qui [ossia, in questo documento] si contengono [per]trenta anni le
possedette la parte [= il monastero] di San Benedetto”
Essa è una formula che è stata ritrovata all’interno di un ex placido, ovvero un atto
notarile scritto completamente in latino, in quanto documento ufficiale. La causa
riguardava una lite sui confini di proprietà tra il monastero di San Benedetto e un
piccolo feudatario locale. Il contadino dichiarava di aver coltivato per 30 anni un
pezzo di terreno che non era suo e ne richiedeva conseguentemente la proprietà per
uso capione. Il notaio, dovendo redigere un atto di proprietà a favore del
monastero, invece di tradurre la testimonianza del contadino, la trascrive così
come glielo ha detto. Questo documento campano attesta una varietà che era
parlata e che già è sufficientemente staccata dal latino, alcuni esempi:
• l’uso di forme dialettali: non “sapio” come previsto dal latino, ma “sao”, che
diventerà nelle varietà dialettali “saccio”,
• la riduzione dell’occlusiva, privata della u: “kelle terre” e non “quelle terre”,
• il mancato dittongamento: “contene” e non “contiene”.
- Il graffito della Catacomba di Commodilla (IX sec. d.C.):
Esso è stato
Non dicere ille secrita a bboce (latino: NOLI DICERE ILLA SECRETA AD VOCEM)
Fra la fine del 400 e l’inizio del 500 si configura una situazione politica economica
italiana particolare. A partire dall’epoca di Dante, Firenze costituirà il fulcro
economico e culturale di Italia e d’Europa. Con l’Umanesimo e il Rinascimento
Firenze diventa la capitale economica europea, grazie alla nascita della classe
borghese (banchieri e artigiani). Le finanze di tutti gli stati di allora, compreso il
papato, erano tenute dai banchieri fiorentini, fra cui la famiglia dei Medici. Il fiorino,
la moneta battuta a Firenze, diventa moneta di scambio per tutta l’Europa.
Si deve considerare che dove c’è un centro economico vitale si sviluppa anche la
cultura. Grazie al prestigio economico, si creano le condizioni per cui i talenti
riescono ad operare e quindi si sviluppa anche la cultura. A Firenze opereranno i
grandi nomi della nostra cultura, in ambito artistico, letterario, architettonico. A
questo punto anche la letteratura, quindi la lingua, viene maggiormente coltivata. Alla
fine del 400 ci sono già i classici del volgare fiorentino, le cosiddette tre corone
fiorentine del periodo precedente, Dante, Petrarca e Boccaccio, che segnano le
direttrici poetiche, culturali e linguistiche di tutta Italia.
A partire dalla fine del 400 si inizierà a discutere sulla possibilità di eleggere una
varietà di fiorentino da condividere nell’esperienza letteraria di tutte le corti italiane,
per meglio dire il fiorentino era già la lingua letteraria grazie ai classici fiorentini,
quindi non si poteva prescindere dal fiorentino. Ma il problema era perchè non
utilizzare tutti una varietà unica di fiorentino per condividere tutta la letteratura in
tutte le corti italiane. Si doveva selezionare un volgare che potesse fungere le funzioni
esclusivamente letterarie, non come lingua nazionale comune agli italiani, visto che
non esisteva il concetto di Stato Italino. Si discuteva solo sulla possibilità di scegliere
un volgare italiano come lingua della letteratura, le ipotesi in gioco nella prima
questione della lingua non potevano prescindere dal fiorentino, queste ipotesi sono:
- la prospettiva puramente classica dell’ipotesi di Pietro Bembo, un prelato che non
era fiorentino ma aveva una certa notorietà politica. Lui sosteneva come migliore
esperienza linguistica il modello di Dante, Petrarca e Boccaccio. Ci si doveva attenere
a loro per scrivere bene, utilizzando Boccaccio per la prosa e Petrarca per la poesia.
Per Bembo, Dante non era il modello migliore perchè non usava registri adeguati per
la poesia, nella Divina Commedia aveva usato un registro basso e parole e concetti
volgari.
- la prospettiva dell’apporto delle corti del periodo, ovvero l’ipotesi di Vincenzo
Colli, detto il Calmeta. Egli partiva dal fiorentino però si intendeva in questa
prospettiva legittimare, insieme al modello fiorentino delle tre corone, anche l’apporto
degli altri volgari delle corti italiane. Quindi, sulla base del fiorentino del 300, ormai
divenuto classico, si auspicava sul piano lessicale l’apporto degli altri volgari presenti
nella penisola italiana una sorta di fiorentino adeguato alle condizioni specifiche delle
diverse corti.
- La prospettiva di adozione di una lingua viva, l’ipotesi di Niccolò Machiavelli.
Egli ipotizzava l’uso del fiorentino ma si domandava perchè rivolgersi
retrospettivamente ad un modello superato di lingua e perchè invece non usare il
fiorentino contemporaneo del 500 delle classi colte.
A prevalere sarà l’ipotesi di Bembo, perché era colui che aveva maggiore forza
politica. Da qui nasce la storia dell’italiano. A causa di questa scelta, l’italiano porterà
con se tutte le criticità che dovrà sostenere per diventare la lingua di una comunità di
parlanti come quella attuale. Ancora oggi, poco meno di ieri, gli italiani non sono
italiofoni: l’italiano scelto fra la fine del 400 e l’inizio del 500, diventa lingua della
nazione solo pochi decenni fa. Quindi è partita male la prospettiva di una lingua
comune veicolare, per diverse ragioni:
- viene scelto come modello letterario, non da parlare tutti i giorni, ma per scrivere
poesia e prosa, un italiano che interrompe il rapporto che ha con i parlanti. Nel senso
che nasce già come una lingua morta, in quanto è il fiorentino di 300 anni prima. Si
sostituisce il latino, morto, con un’altra lingua morta. Una lingua per essere viva ed
effettivamente funzionale alle necessità, sia pur letterarie, deve avere una linfa vitale.
In questo caso si è tagliato l’apporto vitale alla lingua, non avendo più una
popolazione che la pratica, che la parla, che la sbaglia e quindi la rende viva. È una
lingua non più parlata, riproposta soltanto nello scritto e fissata, quindi un modello
sempre simile a se stesso.
- Dante Petrarca e Boccaccio nelle loro opere parlavano di amore, quindi utilizzavano
parole che non potevano essere funzionali alla comunicazioni di qualunque ordine.
C’erano tantissime parole per esprimere un sentimento amoroso ma nessuna per
indicare uno strumento di uso quotidiano né per la comunicazione quotidiana. Se la
letteratura si deve evolvere ha bisogno di rinnovare le, argomenti, soggetti,
prospettive poetiche, tematiche.
Ad esempio, anche il tedesco standard nasce sulla base di un testo letterario, la
Bibbia di Lutero, però gli argomenti trattati nella Bibbia rispetto a quelli dei
trecentisti italiani contemplano concetti molto più ampi, ci sono termini di oggetti
della vita quotidiana, è una lingua che aderisce meglio alla realtà quotidiana.
Inoltre, è una lingua che viene diffusa diversamente: il livello di istruzione dei
parlanti era bassissimo, difficilmente si era in grado di accedere alla scrittura, tanto
più alla scrittura di un classico con una lingua non vicina alla propria. Leggere
Dante non era facile perchè erano in pochi quelli che potevano comprenderlo
pienamente, l’accesso al modello linguistico è ridotto ad una élite di intellettuali.
La Bibbia di Lutero invece ha una accessibilità diversa, veniva distribuita e letta a
voce, chi non sapeva leggere la ascoltava, quindi raggiunge una diffusione più
capillare in tutti gli ambienti sociali, seppur gradualmente ma molto più
velocemente che in Italia.
Altro esempio di esperienza completamente diversa è il caso della formazione del
francese standard. Li ci sarà un centro politico, economico e culturale, costituito
dall’Île-de-France, quindi da Parigi, che diffonderà un modello a partire da una
città. La città più prestigiosa sarà Parigi, e quindi sarà Parigi a diffondere
naturalmente e spontaneamente in tutto il territorio il parigino, perché è la lingua
ritenuta di maggior prestigio da tutti i parlanti. Quindi, il francese standard nasce
dal parigino, ma non attraverso una scelta presa a tavolino, come in Italia, tanto
meno di una versione letteraria e precedente. Ma si diffonderà naturalmente in
quanto necessaria per sopravvivere e migliorare la propria condizione sociale. Il
parigino si diffonde per irradiazione e naturalmente attraverso il suo centro
propulsore.
L’Italia parte in una condizione di criticità su due fronti: il modello che fa riferimento
ad una lingua non più praticata e il fatto che quella lingua non contiene parole di uso
comune. Nella diffusione del modello bembiano intervengono due momenti
fondamentali:
- La nascita della stampa: nel 1450 Gutenberg inventa la stampa e il testo scritto si
diffonderà più rapidamente. Ma col testo scritto si diffonderanno le regole e le scelte
linguistiche contenute in quel testo quindi si avrà una sistemazione e codificazione del
vocabolario. Perfino gli stampatori avevano una sorta di correttore dei testi che
arrivavano li e non erano adeguati al modello bembiano.
- L’istituzione dell’Accademia della Crusca: essa nasce col compito di codificare e
standardizzare il modello linguistico di Bembo e, a partire dal 1612, perfino col
compito di fissare il lessico attraverso il primo vocabolario italiano. Un vocabolario
che contiene esclusivamente soltanto le parole contenute nelle opere dei classici
fiorentini del 300. Quindi molto limitato, non certamente un vocabolario d’uso della
lingua ma della lingua letteraria. Tuttavia, dettava le regole d’uso della lingua,
distinguendo le parole buone che si possono usare da quelle non buone che non si
possono usare. Era un vocabolario rigido che segnava il distacco fra la lingua gestita
dalla popolazione quotidianamente e il modello linguistico, costruito nel tempo in
seguito all’uso, l’abuso, l’unione di neologismi, gli errori.
Nel momento in cui uno dei tanti volgari italiani viene eletto a lingua letteraria, tutte
le altre varietà scadono e inizierà un rapporto di differenziazione nell’uso e nella
percezione di chi le usa. Si passerà quindi dall’etichetta di “volgari italiani” a quella
di “dialetti”.
Dal momento in cui il fiorentino viene scelto come varietà letteraria unitaria, nasce il
concetto di lingua italiana. Il fiorentino intraprende un percorso virtuoso che lo
porterà ad essere la lingua nazionale. Gli altri volgari da questo momento scadranno a
varietà secondarie ed esclusivamente parlate, dunque si inizierà a diffondere il
concetto di “dialetto”, che essenzialmente altro non è che la stessa varietà di lingua
parlata in un territorio che abbiamo chiamato fino ad ora “volgare” e che si mette in
competizione funzionale con una nuova varietà di lingua che viene scelta come la
cosiddetta varietà alta.
A questo punto si può parlare di “dialetto” e “lingua” ed inizia una sorta di
specializzazione delle funzioni. Da una parte il dialetto che perde la funzione
letteraria, anche se ci sarà chi ancora lo coltiverà per scrivere poesie, basti pensare a
tutti i poeti dialettali come Goldoni, e dall’altra il fiorentino letterario che a volte
presenterà innesti con le varietà volgari territoriali, nonostante l’ipotesi bembiana
escludesse canonicamente la presenza di possibili intersezioni di volgare.
Si configura quindi nel repertorio linguistico, ovvero quel complesso di varietà
linguistiche presenti, una condizione di bilinguismo, ma anche più, perché per un
breve periodo esisteranno più lingue nel territorio:
- Il latino: verrà utilizzato per i testi non letterari ma amministrativi, come lingua
ecclesiastica e nelle aule universitarie. Per la prima lezione universitaria in una varietà
non latina e ormai divenuta italiana si dovrà attendere fino al 1784 con l’economista
Antonio Genovesi.
- Il fiorentino, poi italiano: verrà utilizzato per un certo tipo di scrittura e si imporrà
solo durante il periodo Napoleonico, Napoleone infatti legittima la scrittura del
Codice Civile in italiano, oltre che in francese, e non più latino. Da Bembo a
Napoleone sono passati quasi tre secoli, quindi nasce l’idea di una lingua italiana
comune, sulla base di una condizione pregressa delle cosiddette tre corone fiorentine,
con una lenta calibratura nelle funzioni verbali.
- Le varietà parlate: veicolari per la comunicazione, continueranno per lunghissimo
tempo ad essere parlate.
Nel frattempo il testo scritto in italiano ha una circolazione più ampia e una
specializzazione più ampia, quindi, vi è la necessità di una prosa non più soltanto
letteraria ma argomentativa che verrà messa appunto da diversi autori che
elaboreranno ulteriormente le funzioni di questa lingua. Questi autori scriveranno in
italiano ma continueranno a parlare il dialetto nei domini familiari. Basti pensare a
Manzoni, che a un certo punto si trova nelle condizioni di dover scrivere il primo
romanzo storico della nostra letteratura I Promessi Sposi, il libro è il risultato di una
elaborazione che è durata diverso tempo tant’è che ce ne sono diverse versioni, dal
Fermo e Lucia al Renzo e Lucia fino a I Promessi Sposi. Le caratteristiche
linguistiche della prima versione erano diverse, Manzoni ha una nuova esigenza che
in ambito letterario non era ancora stata avvertita, quella di mettere a punto una
lingua in grado di essere messa in bocca a parlanti popolani, per trattare gli argomenti
trattati e i dialoghi tra i personaggi. Si domanda come si faccia a mettere in bocca a
parlanti popolani una lingua di registro alto, la stessa lingua che in quel periodo era
stata usata per l’epica e la poesia, una lingua non adatta a parlanti popolani. Per
questo Manzoni nella prima edizione non può fare altro che ricorrere ai lombardismi,
cioè alla propria varietà linguistica, perché possa essere credibile come lingua e
perché alcune espressioni non le trovava nella lingua del 300.
A questo punto si propone la necessità di rivedere il modello linguistico, Manzoni ha
riflettuto sulla questione linguistica, a un certo punto si propone di rivedere le
edizioni precedenti del suo romanzo fiorentinizzando la sua opera, per usare
un’espressione letteraria “sciacquando i panni in Arno”, ovvero sciacquando i
lombardismi nell’Arno che è il fiume di Firenze. Lui fa riferimento alla lingua
fiorentina delle classi corte della Firenze non del 300 ma del suo periodo. Fa questo
perché si rende conto che le necessità espressive che aveva cercato di risolvere col
lombardo, non potevano funzionare perché il lombardo sarebbe rimasta una lingua
meno nobile rispetto al toscano che aveva dato le basi alla lingua letteraria. Non a
caso noi consideriamo padre della lingua non solo Dante ma anche Manzoni. Quindi,
Manzoni rifonda un modello linguistico letterario sulla base del rinnovamento delle
radici dell’italiano.
L’esperienza di Manzoni cade a fagiolo quando, una volta costituita l’Unità di Italia,
si presenterà in maniera diversa la seconda questione della lingua. La questione
posta nel momento in cui l’Italia inizia ad essere concepita come una nazione è la
necessità di individuare una lingua comune per il nuovo stato, non a caso il primo
ministro di questo nuovo contesto Emilio Broglio, istituisce una commissione
apposita per occuparsi della questione linguistica e propone Manzoni a capo di questa
commissione. Manzoni ha lo scopo di individuare un modello linguistico ma anche le
strategie per diffonderlo. Lui aveva proposto il suo modello nella ultima versione de I
Promessi Sposi, che rappresenta la scelta teorica e consapevole di far riferimento non
più ad una “lingua morta” come la chiamava Foscolo, ma al fiorentino colto dell’800,
quindi ripropone la proposta di Macchiavelli. Se fosse prevalsa l’ipotesi di
Machiavelli, sicuramente tutte le problematiche dell’italiano e del rapporto fra
italiano e parlanti sarebbe stato completamente diverso perché lo sviluppo della
lingua avendo una base di parlanti sarebbe stata diversa.
Tuttavia, i problemi nati con Bembo non si risolvono con Manzoni, sicuramente lui
ristabilisce il contatto fra i parlanti ed il modello linguistico ma non risolve i problemi
per una perché un modello linguistico che nasce in una specifica città riesce ad
irradiarsi e ad essere accettato spontaneamente per ragioni principalmente politiche,
economiche e sociali, basti pensare al modello di Parigi. La stessa cosa avrebbe
potuto essere per la Firenze del 500 che era nelle condizioni favorevoli per diffondere
un modello linguistico e non solo culturale, se il modello fosse stato quello praticato
nel Rinascimento. Ma la Firenze dell’800 non è più quella dei Medici, dunque
Manzoni ristabilisce il contatto con i parlanti ma Firenze non ha più quel contesto
socio-economico e culturale per proporsi come modello prestigioso, è una città come
le altre, il baricentro politico si era spostata da Firenze, che era stata capitale politica
del regno, a Roma, ma neanche Roma sarebbe stata un centro di propulsione culturale
perché non è mai stata la capitale economica del regno.
Fra le strategie per diffondere il modello linguistico per la nuova Italia messe a punto
da Manzoni e dai manzonisti, coloro che abbracciano la teoria di Manzoni, vengono
scelte le scuole e un corollario di strumenti che le aiutassero:
- A partire dal 1861 viene applicata la Legge Casati del 1859 che istituiva l’obbligo
scolastico almeno per i primi due anni di elementari. Questo è un documento
legislativo importante perché obbligare le persone ad andare a scuola significa poter
impartire delle istruzioni nell’uso della lingua. L’istituto scolastico è quindi
individuato come unica agenzia deputata alla formazione linguistica degli italiani.
- Viene istituito un premio per chi era in grado di produrre vocabolari dialettali, cioè
una serie di opere che fungessero da strumento didattico come vocabolario bilingue
perché si vuole mettere il popolo in condizione di tradurre in italiano a partire dal
dialetto locale. I vocabolaristi non sono linguisti, la linguistica non era ancora nata,
essi sono medici, persone di chiesa e avvocati che da una parte rispondono
all’esigenza di fornire un vocabolario dialettale in funzione didattica, ma dall’altra
parte percepiscono altre esigenze e prospettive, cioè la consapevolezza del fatto che se
la prospettiva è quella di raggiungere l’unità linguistica in Italia, i dialetti avrebbero
cominciato ad essere minacciati. Per questo molti di questi vocabolaristi redigono i
vocabolari per proteggere e documentare cioè che probabilmente da li a qualche anno
sarebbe potuto scomparire. Sono quindi opere di conservazione di quelle varietà
dialettali locali, tuttavia vi si trova la forma cittadina perché non si poteva far fronte a
tutto il ventaglio di varietà dialettali di ogni singolo dialetto. Essi comunque
rappresentano una fase per noi oggi retrospettivamente importante.
Tuttavia, la trasmissione del sapere e dell’istruzione e dunque la trasmissione della
lingua era impedita. Bisogna domandarsi come erano le scuole in quel periodo,
sicuramente è una scuola istituzionalizzata e con un obbligo scolastico stabilito, ci
sono i materiali didattici, grammatiche e vocabolari, ma entrano in gioco delle
questioni:
- La prima questione era la mancanza dei docenti. La scelta su chi va ad insegnare
italiano agli italiani, che non sono italofoni spetta alla commissione Broglio.
Inizialmente viene individuato chi conosce il toscano, dunque il fiorentino, l’idea
era quella di prendere parlanti toscani ma non tutti erano maestri di scuola. L’altra
ipotesi era quella di prelevare futuri auspicabili docenti dai territori, mandarli in
toscana e fargli fare un percorso di toscanizzazione e poi rimandarli nel territorio,
ma nessuna delle due strategie poteva dare una soluzione, tant’è vero che nei primi
rapporti ispettoriali su come stavano andando le questioni scolastici vi è riportata
una condizione nella quale i maestri sono più analfabeti dei discenti e parlando in
dialetto non sono in grado di insegnare l’italiano.
- La seconda questione riguardava l’assenza dei discenti. Nonostante l’obbligo
scolastico, l’evasione scolastica raggiungeva negli ambienti rurali l’80-90%. I
pescatori, i contadini, gli allevatori non avevano interessi per mandare i figli a scuola
in quel periodo perché erano convinti che l’istruzione non servisse. Basti pensare a I
Malavoglia di Verga per capirne il motivo, la discussione centrale del libro è il fatto
che chi nasce pescatore morirà pescatore ed i figli del pescatore saranno pescatori,
ovvero l’immobilismo sociale. Da questo ne deriva il fatto che se non si ha la
possibilità di elevare la propria condizione sociale, allora la scuola non serve a nulla.
Inoltre, nelle famiglie serviva la forza lavoro: i maschi aiutavano nelle campagne i
propri genitori e, per quanto riguarda le femmine, l’istruzione non era una cosa a cui
potevano accedere, loro dovevano stare a casa ad aiutare le madri. La scuola veniva
quindi vista come una perdita di tempo.
Bisogna infine considerare che l’italiano insegnato agli italiani era lontano dalla
lingua praticata dai pochi discenti. L’italiano in quel momento era concepito come la
lingua dei testi letterari e delle antologie, è una lingua basata sul modello letterario e
lontana dall’essere uno strumento per la comunicazione quotidiana degli ambienti
rurali. Gli ambienti delle attività primarie necessitavano di un altro strumento
linguistico che aveva funzionato da sempre, cioè la lingua locale. Sul piano della
sostituzione linguistica, quando si sostituisce una lingua con un’altra non è una
operazione meccanica perché una lingua porta con sé una intera cultura.
Per capire questo concetto bisogna menzionare la teoria della relatività linguistica o
ipotesi di Sapir-Whorf, messa a punto nel 1930 dall’antropologo statunitense
Edward Sapir e dal suo allievo Benjamin Lee Whorf. Questi due uomini iniziano a
riflettere su come funziona la relazione fra la lingua e il dialetto arrivando alla
conclusione che esse sono in funzione di una relatività reciproca, cioè un modello
linguistico si porta con sé una serie di condizioni, non solo culturali, loro dicevano
che arrivasse al pensiero in quanto noi siamo abituati a pensare in un determinato
modo che è influenzato dalla lingua, ma ci interessa il punto di vista del rapporto con
la cultura, cioè il fatto che una lingua fornisce una griglia per interpretare la realtà che
ci circonda. L’esempio è quello dei nomi della neve nella lingua degli eschimesi,
l’inuit, gli eschimesi vivono sul bianco della neve ed è ovvio che la loro lingua abbia
una serie di nomi diversi per indicare una serie di fenomeni meteorologici che
percepiscono come diversi, mentre un italiano non avrebbe la percezione per
distinguerli perché non avverte quei fenomeni atmosferici nello stesso modo. A
questo punto è ovvio che tutta la terminologia di un contadino si è sviluppata per
chiamare i vari tipi di terriccio che incontra coltivando il proprio frumento e che un
eschimese non avrà tutta questa terminologia. Un altro esempio è quello con
l’iperonimo pasta, un italiano non ha solo la parola pasta ma ha anche una serie di
nomi in grado di etichettarne i diversi tipi. Da ciò capiamo che una lingua non può
sostituirne un’altra se non ne sostituisce la cultura, apprendere una lingua significa
apprenderne la griglia interpretativa della realtà che quella lingua deve gestire
quotidianamente.
Ritornando alla sostituzione del dialetto con l’italiano, se parliamo di colori delle
pecore esse possono essere bianche, gialle, nere, marroncine, beige. Tuttavia, noi con
i colori giallo, marroncino e beige intendiamo probabilmente lo stesso colore, ovvero
il bianco sporco. Un pastore però non si comporta nello stesso modo, egli è in grado
di riconoscere il manto delle proprie pecore perché gli serve categorizzare il proprio
gregge. Tutto ciò che non è la pecora nera per noi è bianco, poco importa se lo si
chiami bianco sporco o beige o giallo, in ogni caso utilizziamo categorie cromatiche
che sono quelle di un cittadino e non di un pastore. Il pastore non fa riferimento ai
colori perché sarebbe banale, tant’è vero che chiama le pecore non in ragione del
colore ma della distribuzione delle macchie di colore: la palina è la pecora bianca
senza macchie, la monaca è quella pecora col manto bianco e la testa scura, la
pinzirita è la pecora bianca con delle macchie nel corpo, l’occhialina è bianca con due
macchie scure attorno agli occhi. Questo è un modo di categorizzare diverso, il
pastore usa categorie geometriche e non cromatiche e sviluppa una serie di nomi che
un cittadino non può avere perché non sa che farsene. Quindi, le differenze non sono
soltanto fra lingue diverse nello spazio geografico, inuit e italiano, ma persino nello
stesso pianerottolo di casa, un burocrate è il suo vicino di casa pastore non avranno la
stessa lingua. Per questo se si prova a tradurre il corrispettivo siciliano dei nomi delle
pecore in italiano non avremo una traduzione, essa può essere resa solo con una
perifrasi.
Nel momento in cui l’italiano deve andare a sostituire il dialetto le cose non sono
semplici. Si devono smontare una serie di tradizioni culturali che si sono stratificate
nel corso di un millennio in quel territorio usando una lingua che nasce non come
lingua che fornisce una griglia interpretativa della realtà produttiva, ma che fornisce
una griglia interpretativa dei sentimenti espressi dalla poesia nel percorso letterario,
quindi non può fornire un’alternativa.
Dal punto di visto della legislazione ad hoc sulla valorizzazione e tutela delle lingue
minacciate, la condizione in Italia è molto complessa. Già a partire da alcuni articoli
della nostra Costituzione repubblicana si fa riferimento alla condizione linguistica
degli italiani ed al fatto che ognuno si possa esprimere con la lingua che vuole, si fa
riferimento sopratutto alle minoranze, che sono di vario tipo. Importanti sono le
minoranze di confine che riguardano le aree rimaste dentro i confini dello Stato
Italiano nelle condizioni post-belliche, per esempio le aree francofone della Val
D’Aosta o le aree germanofone e slovenofone della parte orientale dell’Italia. Questi
sono territori che prima appartenevano ad altri stati ma che, dopo le guerre, sono
rimasti all’interno dei territori italiani. L’atteggiamento nei confronti di queste lingue
minoritarie di confine da parte dello stato italiano è stato un pò ambiguo e per certi
versi diverso rispetto alle altre minoranze linguistiche interne all’Italia, per esempio
le comunità catalanofone in Sardegna come quella di Alghero, le varietà croate nel
Molise, l’area grecofona del Salento e della Calabria. C’è una condizione di
diversificazione in Italia molto complessa che non è stata mai tutelata, se non per
principio, dalla Costituzione Repubblicana. Fino al 1999, non c’è stata mai una legge
tutelasse le minoranze. La legge 482 del 99 recepisce alcune direttive europee e
condiziona l’Italia a legiferare in merito alle minoranze linguistiche cosiddette
storiche, albanesi, catalane, germaniche, greche, slovene, croate e di quelle parlanti il
francese, il franco-provenzale, il friulano, il ladino, l'occitano e il sardo. Questa legge
esclude però alcune minoranze come, per esempio, quelle alloglotte galloitaliche
siciliane (Nicosia, Sperlinga, Sanfratello). Per quanto riguarda i dialetti, essi non sono
considerati lingue di minoranza e quindi non sono protetti da questa legge. Tuttavia,
ci sono alcune realtà regionali che hanno legiferato a questo proposito, per esempio,
la legge n. 9 del 2011 in Sicilia recepisce alcune condizioni volte non alla tutela del
dialetto in quanto tale, ma alla possibilità di integrare i curricula scolastici di tutti gli
ordini e gradi con la cultura locale: storia, letteratura folklore, tradizioni, lingua.
Il rapporto fra le varietà del repertorio linguistico
3.1 Il repertorio
Gli italiani nella lunga vicenda storica da sempre hanno avuto occasioni di usare e
avere competenza di più lingue, quindi sul piano generale la presenza di più lingue
nel territorio italiano è una condizione storica.
Bisogna mettere appunto il concetto di repertorio linguistico. Il termine repertorio in
questo caso ha un eccezione specialistica e scientifica, non è un concetto generico che
implica una qualunque raccolta. In sociolinguistica, si intende quell’insieme di varietà
di lingue o di dialetti, quindi di codici linguistici, a disposizione di un parlante
all’interno di una comunità linguistica in un preciso periodo. Si può intendere anche il
repertorio individuale, cioè l’insieme di codici linguistici parlati da un singolo
parlante, tutte le lingue conosciute e adoperate da un parlante. Ma una cosa è il
repertorio linguistico e un’altra è il repertorio individuale.
Si possono conoscere più lingue per diverse ragioni: genitori parlanti due lingue
diverse, studio di più lingue ecc, chiaramente non tutte le lingue del repertorio
personale sono lingue del repertorio comunitario. Importante è anche il concetto di
comunità linguistica, in quanto è interrelato al concetto di repertorio. Per comunità
linguistica si intende una comunità di parlanti che ha lo stesso repertorio linguistico,
cioè le lingue solitamente utilizzate per comunicare fra di loro sono quelle del
repertorio linguistico comunitario, in altri termini, le varietà linguistiche che sono
disponibili e alla portata della scelta di un parlante quando deve comunicare con un
parlante della stessa comunità con cui condivide le stesse varietà. Nel nostro caso, le
varietà linguistiche mediamente adoperate in questo momento potrebbero essere due:
italiano e dialetto. Quindi, almeno due varietà sono contemplate perché gli altri
membri della comunità capiscono entrambi i codici.
Questi rapporti tra le varietà del repertorio linguistico si configurano non solo su
quante esse siano, ad un certo momento si sono messi appunto altri concetti che
stabiliscono quali sono i rapporti di status e di funzione di quelle varietà.
Bisogna chiarire intanto cosa è il repertorio medio, nel nostro caso il repertorio
italiano medio. Bisogna considerare che ci sono italiani che non gestiscono le stesse
varietà di repertorio gestite da altri italiani, nei contesti comunitari di minoranza il
repertorio prevede varietà di lingue diverse: poniamo che un italo albanese di una
cittadina calabra è in grado di gestire l’italiano, il calabrese e l’albanese del luogo.
Anche gli italiani delle aree di confine hanno repertori più complessi: gli italiani
dell’area di Bolzano hanno più varietà di un italiano, gestiscono l’italiano e il tedesco,
come varietà standard, ma anche varietà di dialetti dell’area sia italiana che tedesca.
Ci sono inoltre aree in cui il dialetto è quasi definitivamente scomparso, dunque il
repertorio dei partecipanti alla comunità è diverso da quello gestito mediamente dagli
italiani. Quindi, per repertorio medio si intende il fatto che generalmente e
tipicamente le varietà del repertorio italiano contemporaneo è costituito da due
versanti linguistici, la lingua italiana e una varietà di dialetto locale, dunque si
configura come un repertorio bilingue.
3.2 Il bilinguismo
Un bilingue italiano è in grado di gestire due varietà nel suo repertorio linguistico. Il
concetto di bilinguismo non è un concetto matematico. La terminologia e le
specificazioni sono diverse. Il concetto può essere usato quando due varietà dello
stesso repertorio linguistico non hanno una distribuzione verticale di varietà alta e
varietà bassa ma possono essere due varietà percepite dal parlante come alte entrambe
e quindi usate alternativamente. Ovvero, ci sono comunità linguistiche, e dunque
repertori comunitari, in cui due varietà coesistono nella stessa comunità e sono
percepite come alte, ad esempio, in alcune comunità svizzere i parlanti vivono in
ambienti sia italofoni che francofoni, qui sia l’italiano che il francese sono percepite
come varietà alte, non certamente come distribuite verticalmente e quindi le due
varietà stanno in un rapporto di bilinguismo. Nella realtà italiana, questa relazione
interessa poco perchè non viviamo situazioni di bilinguismo puramente tecnico.
3.3 La diglossia
3.4 La vitalità
La vitalità in ambito sociolinguistico è inteso come concetto generale, esso serve per
confrontare i rapporti di competizione che si configurano fra le varietà dei repertori di
minoranze linguistiche, cioè quelle comunità che gestiscono, oltre alla varietà
standardizzata e quindi alta, anche una varietà bassa, ma che non appartiene alla
famiglia linguistica che noi chiamiamo varietà italo-romanza, ovvero quelle varietà
derivanti dal latino che hanno un rapporto storico con la lingua italiana in quanto ha
percorso anch’essa tutto il percorso storico inerente le varietà latine. Ci si è
preoccupato di esaminare la vitalità in riferimento alle varietà come le minoranze
linguistiche che sembrano oggi sempre più a rischio di scomparsa. Questo è chiaro
anche in rapporti statistici di alcuni organismi della Comunità Europea, che a partire
dalla seconda metà degli anni 90 tiene sotto occhio alcune condizioni linguistiche
cercando di tenere sotto controllo i movimenti delle varietà linguistiche nel territorio
europeo. Il problema è sempre stato quello di misurare il grado di vitalità di queste
lingue anche in ragione di interventi mirati da parte di organismi politici. È utile
chiarire che i sociolinguisti mettono a punto il concetto di vitalità valutando i numeri
di parlanti che usano queste lingue minacciate e prospettando la possibilità che si
verifichino due tipi di vitalità:
- vitalità interna o linguistica: si intende il grado di conservazione delle strutture
grammaticali di una varietà minacciata di minoranza, ma si contemplano anche le
varietà dialettali che comunque sono minacciate dalla lingua standardizzata. Studia
quindi come e se queste varietà conservano le microstrutture grammaticali, il sistema
fonologico, morfologico, sintattico e lessicale. Noi sappiamo che i dialetti, anche se
utilizzati, non sono più quelli di una volta, essi tendono ad evolversi in altro e a
perdere non soltanto parole che prima erano di uso e oggi non lo sono più, ad esempio
diverse parole del siciliano vengono sostituite dall’italiano, ma anche le strutture
sintattiche, se io oggi dovessi esprimere in palermitano il concetto di forchetta direi
“furchetta”, ma in altre aree si direbbe “burcetta” termine normanno che conserva la
forma lessicale tipica e antica, quindi nelle aree metropolitane si sostituisce l’arcaico
normanno con una parola presa dalla lingua italiana, quindi si dialettizza una forma
italiana. Quindi i dialetti sostanzialmente cambiano sulla base del modello italiano.
- vitalità esterna o sociolinguistica: si intende la scelta che il parlante opera quando
deve gestire i diversi domini della comunicazione. Quando noi dobbiamo comunicare
qualcosa facciamo riferimento al rapporto con l’interlocutore e l’argomento da
trattare, questo condiziona la scelta del codice, ovvero la varietà. Avendo due codici a
disposizione, se devo parlare con una persona devo scegliere se parlare in italiano o in
dialetto, quest’optare relativo ai domini e alle funzioni che una o l’altra varietà hanno
nella comunicazione determina il grado di vitalità sociolinguistica. Ad esempio, in
una conversazione di tipo simmetrico, cioè quando si interloquisce con un
interlocutore parigrado (familiare, amico) se si seleziona il dialetto è un punto a
vantaggio della vitalità del dialetto, ma se si seleziona l’italiano il grado di vitalità si
abbassa, in una conversazione di tipo asimmetrico, cioè con un interlocutore
sconosciuto, se si seleziona il dialetto il livello di vitalità del dialetto è ancora
maggiore perché il parlante seleziona il dialetto in diversi domini d’uso, ma se si
seleziona l’italiano si riduce la vitalità del dialetto rispetto a quei contesti in cui il
dialetto è selezionato anche con gli estrani. Non si tratta della qualità ma della
selezione del dialetto in ragione dei domini d’uso.
Questi due tipi di vitalità sono correlati, cioè più si abbassa la vitalità interna e meno
è selezionato il dialetto nei domini d’uso, di contro, meno uso il dialetto per gestire
alcuni tipi di conversazione e più il dialetto subirà intromissioni della varietà alta. Ci
accorgiamo che quando parliamo di italianizzazione dei dialetti ci riferiamo al fatto
che l’italiano impone sempre più modelli alle varietà minori e dialettali, però bisogna
tenere presente che non è solo la pressione dell’italiano a trasformare i dialetti, in
realtà quel tratto dialettale che subisce un disuso o si trasforma deve essere attribuito
al rapporto col concetto stesso. Quando utilizziamo “furchetta” invece di “burcetta” il
concetto di “forchetta” lo manteniamo, ma o lo chiamiamo con la forma arcaica o con
la forma italianizzata. Ma in realtà buona parte dell’esperienza dialettale cade in
disuso perché cade il disuso il concetto stesso, cioè prima della parola dialettale
perdiamo il concetto a cui quella parola si riferisce. Si deve considerare il forte
rapporto che intercorre fra lingua e cultura: il dialetto esprime la cultura orale e
popolare che si fonda su un piano della cultura contadina, quindi tutti gli strumenti
agricoli usati dai contadini e quelle parole che individuavano per esempio le parti
dell’aratro o i processi pastorali e agricoli sono scomparsi perché oggi non vengono
utilizzati più. Quando parliamo di italianizzazione e perdita strutturale del dialetto
dobbiamo fare riferimento non soltanto a quelle parti che vengono sostituite
dall’italiano ma anche a ciò che il dialetto ha perso dal punto di vista culturale.
3.5 La dilalia
Tornando al problema del rapporto tra le varietà del repertorio capiamo che la vitalità
esterna e interna che diminuiscono nell’uso del dialetto, configura un altro tipo di
rapporto che non è più rappresentabile attraverso il concetto fergusoniano di
diglossia. Oggi il dialetto non è selezionato con lo stesso grado di vitalità esterna che
aveva fino agli anni 80, esso non è selezionato più in famiglia quando si interagisce, il
concetto di diglossia alla Ferguson richiedeva la rigida separazione nelle situazioni di
uso. Il fatto che noi non selezioniamo il dialetto nei domini familiari implica che la
situazione italiana non può essere diglossica. A partire dalla seconda metà degli anni
80 si osserva una fase successiva alla diglossia, una fase in cui la varietà alta,
l’italiano, si espande nell’uso e copre i domini prima riservati al dialetto. Noi
scegliamo nei domini familiari sia il dialetto ma sopratutto anche l’italiano, questa
non è una situazione marcata sociolinguisticamente perché si può parlare in italiano
con gli amici e nessuno si sorprende, è un comportamento normale. È questo che
rompe il concetto di diglossia fergusoniana ed a causa di questa rottura Berruto, a
partire dalla seconda metà degli anni 80, propone una rivisitazione del concetto di
diglossia e lo aggiorna con quello di dilalia, in realtà lui usa una formula un pò più
complessa parlando di bilinguismo endogeno a bassa distanza strutturale con
dilalia. Partendo dalla parola bilinguismo, essa ha un uso tanto generico quanto
specialistico, si configura come un concetto matematico ovvero come la presenza
all’interno del parlante o di una comunità di due lingue. Questa definizione però non
dice come si configura la relazione fra le due lingue e la funzione e percezione ad
esse riferite. Quindi con bilinguismi si intende che il parlante è in grado di gestire due
lingue, con diglossia invece si intende che quelle due lingue sono percepite con status
e funzioni diverse, varietà alta e varietà bassa. Tornando alla formula bilinguismo
endogeno a bassa distanza strutturale con dilalia, Gaetano Berruto mette a punto una
serie di concetti che definiscono meglio il tipo di rapporto tra le varietà del repertorio
linguistico medio italiano. In questo caso:
- Bilinguismo: sta a indicare la presenza di due lingue,
- Endogeno: in linea di massima indica qualcosa che si genera dentro, cioè mette il
punto sul fatto che le varietà del repertorio di queste due lingue all’interno delle
comunità italiane sono endogene, cioè storicamente si vengono a creare nello stesso
territorio e non vengono da fuori. L’italiano è una varietà evoluta del fiorentino ed è
una varietà che si crea dentro al territorio italiano, così come il dialetto è storicamente
la varietà del territorio. Diverso è il bilinguismo esogeno, ovvero il fatto che una delle
due varietà non è quella storicamente creata nel territorio, basti pensare alle situazioni
migratorie delle minoranze, se si volesse definire il bilinguismo del Piano degli
Albanesi esso sarebbe esogeno in quanto l’albanese non nasce su territorio italiano.
- a bassa distanza strutturale: intende il fatto che tanto l’italiano quanto qualunque altra
varietà dialettale italo romanza ha un rapporto strutturale che non ha una grande
distanza, in altre parole ponendo l’italiano, il siciliano e il milanese, esse sono varietà
neolatine e dunque sul piano strutturale, ovvero nei microsistemi fonologici, sintattici,
morfologici e lessicale semantici, essendo tutti figli della stessa madre sono molto
vicini. Mentre, ponendo l’italiano e l’inglese diremmo che essi sono a alta distanza
strutturale, ad esempio il verbo non si coniuga come nelle varietà romanze, il plurale
non si forma nello stesso modo.
Tutto ciò ricostruisce la distanza e la condizione storica della relazione fra le due
varietà del repertorio, quindi del bilinguismo, perché la condizione che si siano
evolute storicamente sullo stesso territorio consente un contatto più frequente fra le
due varietà e il fatto che ci sia una bassa distanza strutturale consente una maggior
interrelazione fra le due varietà: una presta all’altra e l’adeguamento dei prestiti e più
facile perché hanno la stessa struttura, il nome di mantiene nome e il verbo si
mantiene verbo. Berruto conclude col concetto di dilalia, essa esprime in questa
formula il fatto che la varietà alta del repertorio ha ormai preso il sopravvento e si è
diffusa per la gestione dei domini bassi della comunicazione prima riservati al
dialetto. Banalmente, il fatto che noi in famiglia parliamo anche in italiano e non solo
in dialetto, per questo non si può parlare più di diglossia, ma solo di dilalia in Italia.
3.6 Fenomeni del contatto linguistico
A questo punto bisogna puntualizzare che il fatto che da una situazione di diglossia si
passi ad una situazione di dilalia significa che in un contesto comunicativo informale
e basso siamo legittimati a usare l’una o l’altra varietà, entrambe possibili e non
marcate. Questo ci pone nelle condizioni di alternare o mescolare o commutare le due
lingue. Tutti questi meccanismi rientrano nell’attività tipica della comunicazione di
un bilingue e soprattutto di un dilalico. Esse fanno parte delle strategie comunicative
di un individuo, conseguenti al passaggio dalla diglossia alla dilalia. Sono concetti
specialistici, ognuno dei quali espresso in un determinato modo, meccanismi diversi
operati da un parlante che si possono presentare in contesti bilingui o diglottici, ma
sopratutto in contesti dilalici perché la frequenza dei contatti tra le lingue negli eventi
comunicativi sono maggiori, infatti, è la dilalia che legittima nel dominio d’uso
informale tanto l’una quanto l’altra varietà e va da sé che queste varietà cominciano a
mescolarsi. Bisogna capire cosa sono tecnicamente questi fenomeni che il parlante
bilingue manifesta quando agisce comunicativamente nella propria comunità
linguistica. Questi fenomeni sono:
- l’alternanza di codice o code shifting, dal punto di vista tecnico è la selezione per
intero di un codice rispetto a un altro. La capacità di alternare il codice è una capacità
dei bilingui, che scelgono di parlare una delle due varietà presenti nel loro repertorio e
la parlano dall’inizio alla fine. Per esempio, un signore che va a fare la spesa dal suo
macellaio di fiducia, essendo un cliente abituale, ha stabilito un rapporto
confidenziale col commerciante e si rivolge a lui in dialetto. Questa è una situazione
assolutamente non marcata. Tuttavia, se una mattina il signore porta con sé il nipote, il
macellaio si rivolgerà al ragazzo in italiano. Questo si configura come un momento di
code shifting, cioè come alternanza di codice, nel senso che il macellaio alterna le due
varietà a sua disposizione funzionalmente, avrebbe potuto esprimersi in dialetto col
ragazzo e sarebbe stato un atteggiamento non marcato, ma non lo fa per dimostrare la
competenza di entrambe le varietà alternandole funzionalmente. C’è sempre una
ragione nel momento in cui si sceglie quale varietà parlare. L’atteggiamento del
macellaio è comprensibile: sceglie il dialetto col signore perchè vi è confidenza fra i
due e gli consente di porsi sullo stesso piano linguistico, mentre l’italiano sottolinea la
distanza sociale fra i parlanti. Noi selezioniamo una varietà per segnalare questioni
che non sono solo linguistiche, attraverso la lingua trasmettiamo molto altro, quindi
non è una selezione neutra.
- la commutazione di codice o code switching, è un passaggio interfrasale che implica
una frase in un modo e un’altra in un altro modo. Per esempio, poniamo sempre la
stessa situazione in cui un signore va dal proprio macellaio di fiducia. Se nello stesso
atto linguistico il signore seleziona prima la varietà di siciliano e poi passa all’uso di
parti della comunicazione in italiano avremo una commutazione di codici. In termini
grammaticali, all’interno di uno stesso periodo testuale si esprimono alcune frasi con
una lingua ed altre con un’altra lingua. Noi ci comportiamo molto spesso così, questo
contatto non è una semplice alternanza, perchè il codice selezionato non è stato
mantenuto, ma c’è stato un movimento all’interno dello stesso atto linguistico.
- la mescolanza di codice o code mixting, è un innesto intrafrasale cioè che avviene
all’interno della stessa frase. Per esempio, nel momento in cui lo stesso signore va dal
proprio macellaio di fiducia e seleziona la varietà di siciliano ma all’interno di una
frase innesta una sola parola in italiano si effettua un code mixting.
- il tag switching, riguarda una situazione extrafrasale, cioè quando si interviene con
un frammento o tratto linguistico diverso da quello di base senza interferire nella
frase. Ad esempio “Bedda matri, mi sono dimenticato le chiavi”, “bedda matri” non
rientra nella frase ed è chiamato tag switching.
Questi meccanismi del contatto linguistico hanno delle funzioni e ci sono delle
ragioni e delle condizioni per cui intervengono, fra questi il tipo di rapporto con
l’interlocutore o l’argomento trattato. Tornando all’esempio dell’alternanza di codice
fra il signore e il macellaio, il venditore parlerà in dialetto con il signore ed in italiano
con il nipote, quindi in questo caso l’alternanza è dipendente dalla relazione fra gli
interlocutori. La funzionalità dello shifting può essere anche in ragione
dell’argomento, un professore universitario parla in dialetto con alcuni colleghi
durante le chiacchierate di argomenti vari e senza impegno, ma nel momento in cui, a
parità di interlocutore, dovrà discutere un argomento particolare la cui comodità di
trattazione è garantita più dall’italiano che dal dialetto, abbandonerà il dialetto e
selezionerà l’italiano. Anche in questo caso è un’alternanza di codice ma è dettata dal
cambio di argomento. Per individuare le funzioni di questi meccanismi bisogna
espletare un contesto molto ampio, domandandoci chi sta parlando, che competenza
ha delle varietà, in che contesto occorrono questi meccanismi ecc. Nell’Italia
contemporanea, queste scelte che vengono adoperate quando si parla configurano
un’attività comunicativa fortemente vitale, perchè sono capaci di rompere gli schemi
e gestire la comunicazione facendo ricordo a tutte le abilità possedute. Non sono
meccanismi da rigettare perchè fanno capire cosa significa muoversi in un contesto
bilingue, ci mostrano la possibilità di passare da un codice all’altro in maniera
spontanea. Tuttavia, questa spontaneità risponde sempre ad una funzionalità della
comunicazione, che può essere anche una funzionalità interna al messaggio, per
esempio quando non si trova la parola corretta in italiana e usiamo quella in dialetto.
Quando si parla di contatti linguistici, si deve menzionare il prestito linguistico. In
ogni lingua si presentano tratti di tipo lessicale, sintattico, semantico che sono il
risultato di un contatto con altre lingua e che si chiamano prestiti o calchi. Nel caso
dei prestiti, l’immissione di una parola di una lingua, in genere straniera ma anche
dialettale, viene recepito dal parlante e immesso nel suo modo di parlare. I prestiti
possono essere distinti in
- prestiti di necessità, quando non ci sono altri modi per definire un concetto. Per
esempio, la parola computer, per essendo un latinismo, è ormai presa dall’inglese.
- prestiti di lusso, quando ci si concede il lusso di usare il significante di un’altra
lingua pur avendo a disposizione il significante della propria lingua. Per esempio, la
parola “week-end” può essere espressa anche come “fine settimana”, si può scegliere
fra il prestito inglese e la forma italiana.
Inoltre, c’è la questione dell’adattamento, infatti i prestiti possono essere adattati sia
sul piano fonologico che morfologico. Per esempio, la parola “bistecca” è un prestito,
perchè è l’adattamento italiano sul piano fonologico e morfologico della parola
inglese “beef steak”. Per quanto riguarda i calchi, essi sono diversi in quanto possono
essere di tipo semantico e strutturale, per esempio “grattacielo” è un calco semantico
di “skyscraper”.
Bisogna allora chiedersi la differenza fra un mixting e un prestito non adattato. Se
dico: “Ho scritto una lettera al computer utilizzando il mouse”, ho usato due prestiti e
non ho fatto due mixting perchè i termini “computer” e “mouse” fanno parte del
repertorio lessicale italiano e quindi l’interlocutore se lo aspetta nella lingua italiana,
non possono essere non usate perchè non c’è un corrispettivo, mentre nel caso di un
mixting, essa ricorre casualmente e l’interlocutore non se la aspetta. In altri termini,
se si utilizza la parola “computer”, essa non implica che il parlante è un bilingue
inglese e italiano, il mixting invece sottintende la competenza di un bilingue, ovvero
la capacità di saper utilizzare sia l’una che l’altra lingua.
Continuum e gradatum
Il concetto di continuum si oppone al concetto di gradatum. Questo concetto si
utilizza per analizzare la dimensione della variazione dell’italiano. Sostanzialmente, il
contatto e la variazione presente nella varietà della lingua italiana è definita in termini
di continuità, di continuum, ovvero di passaggio da due estremi diversi attraverso una
serie di condizioni non sempre etichettabili come momenti di stabilità. In una
condizione di gradatum, ad esempio, se poniamo di dover raggiungere il piano terra
dal primo piano, la cosa più semplice da fare è costruire una scala, attraverso i gradini
possiamo stabilire una serie numerata di condizioni di stabilità, ovvero posso
misurare la differenza d’altezza del primo gradino rispetto al secondo, al terzo, e so
che, se ho gradini di 15 cm, mi servono 20 gradini, quindi ho 20 momenti di stabilità.
Ma ho la possibilità di fare un riferimento numerico ai vari livelli raggiunti (il livello
1 del primo gradino, il livello 2 del secondo gradino), a ciascuno di essi posso dare un
etichetta (gradino 1, gradino 2, gradino 3), quando mi trovo nel gradino 3 so
perfettamente che quella linea di stabilità condivide gli stessi punti, cioè se mi pongo
sul terzo gradino e mi muovo su quel livello del terzo gradino, quel gradino condivide
una serie di condizioni di stabilità, cioè è un momento diverso rispetto agli altri
gradini e possono misurare la distanza fra i diversi gradini.
Tuttavia, in una condizione di continuum, posso raggiungere il piano terra dal primo
piano anche costruendo una rampa o un ascensore. Conosco i livelli estremi, quindi
una condizione di stabilità che è data dal piano terra che raggruppa tutti i punti dello
stesso livello e dal primo piano che raggruppa tutti i punti dello stesso livello. Tra
questi due piani ci sono però diversi punti di livello, con la scala questi punti sono
misurabili ma con la rampa o l’ascensore conosco solo i livelli estremi delle distanze
da raggiungere e non conosco i livelli intermedi perchè non posso numerarli, i livelli
di stabilità sfumano uno nell’altro impercettibilmente e non posso etichettarli.
La stessa cosa succede con i colori dell’arcobaleno, le etichette che noi diamo alle
caratteristiche dei colori sono 7, ma lo spettro cromatico sfuma e l’arancione è il
momento in cui il rosso perde le caratteristiche del rosso e il giallo abbandona le sue
caratteristiche, quindi l’arancione è l’incontro fra il giallo e il rosso, ovvero
un’etichetta intermedia. Quindi, rispetto al gradatum, il continuum non consente di
porre delle etichette che siano sempre nello stesso punto. Come diceva Berruto, il
continuum funziona con addensamenti, nel senso che noi abbiamo bisogno di
etichettare anche in ambito linguistico e di dare una etichetta alle condizioni di
stabilità. Questa etichetta la estrapoliamo da un continuum nel momento in cui si
addensano alcune caratteristiche che si riconoscono come punti di maggiore stabilità.
Questa condizione di continuità con addensamenti ha un approccio anche culturale,
ad esempio se ci domandiamo quanti colori percepiamo nella scala cromatica dal
rosso al giallo avremo il rosso, l’arancione e un giallo, ma un pittore ha bisogno di
individuare tutte le sfumature di colori e gli da nomi che a noi non interessano perchè
non ci servono culturalmente. Questo modo di approcciare il continuum è esperito nel
nostro approccio allo studio delle lingue e al contatto fra le lingue.
Nello schema seguente il dialetto è espresso dal rosso intenso (5) e l’italiano dal blu
(1), entrambe le varietà si oppongono perchè da parlante la differenza fra una frase
formulata in italiana e una in dialetto è chiara. Questi rappresentano il primo piano e
il secondo piano dell’esempio precedente. Ma noi non ci esprimiamo solo con questo
tipo di italiano o con questo tipo di dialetto, infatti:
- Il livello 4 è certamente dialetto ma è diverso rispetto al tipo 5, non si può non notare
che questo dialetto inizia ad acquisire tratti assunti dalla varietà italiana, non è rosso
pieno, “Rammi” altro non è che la sicilianizzazione dell’italiano “Dammi” perchè il
siciliano prevede “Dunami”, quindi non si fa altro che prendere la parola italiana per
modificarla sul piano fonetico. “Dammi” è una forma che molti siciliani usano, ricorre
spesso e non è costruita. La stessa cosa succede con “Furchetti”. Il dialetto in questo
livello sta iniziando a risalire acquisendo tratti dell’italiano.
- Il livello 2 è certamente italiano ma c’è una differenza fra il livello 1 e il livello 2, se
noi scriviamo non la notiamo ma se le pronunciamo vediamo chiaramente delle
differenze di ordine fonetico: la parola “Tre” pronunciata in italiano con una e chiusa,
è pronunciata con una e aperta in siciliano, inoltre può essere pronunciata anche con
la retroflessione del gruppo tr, nella parola “Forchette” la r non è pronunciata come
nell’italiano standard perchè i siciliani non riescono ad articolare perfettamente la r
preconsonantica. Quindi, in questo livello succede che a partire da una frase
pienamente articolata in italiano e che usa materiale della lingua italiana inseriamo
materiale che viene dal dialetto, interferenze fonetiche prevalentemente.
- Il livello 3 è un altro tipo di varietà, è italiano ma acquisisce sempre più interferenze
dalla parte bassa del repertorio. In questo caso abbiamo un’interferenza di tipo
morfologico, “Cucchiaia” è un lessema (cucchiai-) italiano ma la forma italiana
standard prevede un morfema maschile mentre qui è femminile, come previsto dal
dialetto. Questo è un transfer di tipo morfologico, ovvero un trasferimento dal dialetto
all’italiano. È quindi un altro tipo di varietà di lingua, è italiano ma si discosta sia dal
livello 2 che dal livello 1 perchè ha maggiori elementi di trasferimento dal dialetto.
Nel nostro repertorio linguistico siamo partiti dal definire la dilalia trattando due
varietà che si oppongono sul piano sociolinguistico, l’italiano da una parta e il
dialetto dall’altra, ma in realtà quando noi pratichiamo le nostre lingue non sempre
facciamo riferimento alle varietà più estreme del repertorio ma alle varietà che
tendono ad assumere materiali dalle lingue di riferimento. Quindi se si parla in
italiano ci sono interferenze del dialetto e viceversa. Partendo quindi da due
condizioni si individuano forme intermedie, modi diversi per etichettare il continuum.
Se diciamo di aver individuato dei gradini torneremmo al gradatum, ma in realtà
questi comportamenti intermedi non si posizionano sempre allo stesso livello perchè è
il parlante che ritaglia la fetta del continuum da etichettare. Tramite questo schema
abbiamo costruito un continuum delle varietà che si configurano a partire dalle varietà
di base con immissioni. Dunque in un repertorio, sia di diglossici che di dilalici, il
transfer linguistico, che può essere di ordine fonetico, lessicale, semantico e
morfologico, è una condizione più che naturale. Dobbiamo tenere presente che però
queste rimangono varietà di riferimento, cioè parlo dialetto se uso la varietà 4 e 5 e
parlo italiano se uso la varietà 1-2-3, e che esse spesso trasferiscono tratti l’una nei
confronti dell’altra.
4.2 Esempio di continuum con addensamento in un testo
Stamattina ho lasciato il letto senza fatto e sono uscito presto per andare dal carnezziere. Ho
comprato un chilo di carne di vitello per fare il falsomagro, quattro tocchi di salsiccia e mezzo
chilo di capoliato. Avendo visto anche le stigliole, ne ho comprate un bel pò. Quando sono
arrivato a casa, ho entrato la macchina nel garage, ho salito la spesa e l’ho posata sulla balata della
cucina. Mentre stavo per aprire la tenda, si è rotta la zineffa e mi è caduta sull’osso pizzillo: ho
sentito un gran dolore!
Questo testo non è in italiano standard ed è più facile che ricorra nel parlato piuttosto
che nello scritto. Vi riconosciamo alcuni tratti che risalgono dalla varietà bassa, il
dialetto, e che si pongono come forme italianizzate. Quindi, possiamo dire che non ci
sono intromissioni dal dialetto del tipo code shifting, code mixting o code switching,
non ritroviamo tratti espressi nell’altro codice ma alcuni tratti che risalgono dal
dialetto e vengono adattati all’italiano. Dunque è una varietà di italiano regionale che
ha moltissimi tratti di interferenza col dialetto. In questo continuum regionale, le
parole “Capoliato” e “Balata” sono forme che un italiano di Sicilia istruito non
userebbe in un contesto formale, quindi possiamo recepire il testo come una forma di
italiano parlato anche da un parlante istruito ma in un contesto familiare. Per togliere
la condizione di marcatezza di tipo diastratica dobbiamo sostituire le parole
“Capoliato” e “Balata” con i corrispettivi italiani, perchè la presenza di questi due
termine denuncia che il parlante non conosce i corrispettivi italiani e dunque si
potrebbe diagnosticare, oltre che la provenienza siciliana, anche la scarsa istruzione.
Tuttavia se dovessi italianizzare la parola “Balata” non avrei un corrispettivo, quindi
posso interpretarlo o come mixting, se lo interpreto come forma dialettale, o come un
adattamento della forma “balata” siciliana che adattata all’italiano rimane tale e quale.
Per eliminare la condizione della diagnosticità diastratica possiamo cambiare i due
termini.
Stamattina ho lasciato il letto senza fatto e sono uscito presto per andare dal carnezziere. Ho
comprato un chilo di carne di vitello per fare il falsomagro, quattro tocchi di salsiccia e mezzo
chilo di carne tritata. Avendo visto anche le stigliole, ne ho comprate un bel pò. Quando sono
arrivato a casa, ho entrato la macchina nel garage, ho salito la spesa e l’ho posata sul ripiano della
cucina. Mentre stavo per aprire la tenda, si è rotta la zineffa e mi è caduta sull’osso pizzillo: ho
sentito un gran dolore!
Abbiamo eliminato i due elementi che possono indurci a pensare che la persona possa
averli utilizzati perchè non conosce i corrispettivi italiani. Quindi, possiamo dire che
la densità dei tratti dialettali si è ridotta, un testo che poteva essere avvertito come
forma popolare lo abbiamo trasformato in un testo che si avvicina al tipo regionale.
Tuttavia si può ancora cambiare qualcosa. La parola “carnezziere” non è una forma
italiana, il corrispettivo sarebbe “macellaio”, ma per noi “carnezziere” è una forma
pienamente italiana perché, per esempio a Palermo la troviamo nelle insegne, sebbene
non sia scritta nei dizionari. “Carnezziere” è infatti un ispanismo del siciliano che è
risalito all’italiano ma è percepito come forma pienamente italiana. Togliendo
quest’ulteriore tratto il testo si sposta verso l’alto.
Pur avendo tolto questi tratti, il testo non è ancora in italiano standard, ci sono dei
tratti dialettali da eliminare:
- “Ho entrato la macchina”;
- “Il letto senza fatto”;
- “Zineffa”, per noi è pienamente italiano non si avverte che risale dal dialetto, tant’è
che non conosciamo il corrispettivo italiano “Riloga”, termine talmente fuori dalla
nostra esperienza che nessun siciliano si sognerebbe di utilizzare entrando in un
negozio;
- “Stigliola” è un termine dialettale ma non esiste un corrispettivo perchè è un realia, in
quanto riferimento culturale, quindi si dovrebbe o scrivere in corsivo per indicare che
non è un termine italiano o cambiare con una perifrasi, come per esempio “involtini di
budello di agnello”;
- “Osso pizzillo”;
- “Ho salito la spesa”;
- “Tocchi”, anche esso è un termine per noi pienamente italiano tanto che non si
conosce il corrispettivo italiano “Rocchi” che nessuno usa;
- “Falsomagro” è intraducibile se non con una perifrasi perchè è una pietanza che non
ha un corrispettivo, dunque si dovrebbe mettere in corsivo per sottolineare che si è
consapevoli di utilizzare una etichetta dialettale;
Stamattina ho lasciato il letto disfatto e sono uscito presto per andare dal macellaio. Ho comprato
un chilo di carne di vitello per fare il falsomagro, quattro rocchi di salsiccia e mezzo chilo di carne
tritata. Avendo visto anche le stigliole, ne ho comprate un bel pò. Quando sono arrivato a casa, ho
messo la macchina nel garage, ho portato su la spesa e l’ho posata sul ripiano della cucina. Mentre
stavo per aprire la tenda, si è rotta la riloga e mi è caduta sul malleolo: ho sentito un gran dolore!
Abbiamo tolto i tratti risalenti dal dialetto e il testo è sempre più vicino all’italiano
standard. Siamo partiti da un testo che era ricchissimo di riferimenti regionali che si è
addensato perchè abbiamo tolto la densità dialettale pur mantenendolo un testo
regionale. Ponendo che non ci siano le parole “falsomagro” e “stigliole”, ovvero i
riferimenti regionali, il testo diventa pienamente standard in forma scritta, ma se il
testo è parlato la regionalità torna perchè non si può non adeguare l’articolazione
delle consonanti e delle vocali e la cadenza, quindi si parla comunque una varietà
regionale molto prossima all’italiano standard. Quindi, l’italiano regionale può essere
posto in una area di continuità che vira sempre sull’italiano ma ha una componente
dialettale più o meno forte in ragione di quanto densi siano i riferimenti regionali.
Per capire ancora meglio basta tornare all’esempio dei colori, l’arancione è il
momento in cui si addensano alcuni tratti del rosso ed alcuni tratti del giallo, tuttavia
non esiste un solo tipo di arancione ma varie sfumature di arancione che si
posizionano nel continuum tra il rosso e il giallo. Così come esistono varie sfumature
di italiano regionale che si pongono, a seconda dell’addensamento dei tratti, più sul
versante dell’italiano o sul versante del dialetto. Quindi, quando noi diamo una
etichetta individuiamo una porzione del continuum che non è mai fissa, perchè se
dicessimo che tutti gli italiani utilizzano la stessa varietà e non hanno altri
corrispettivi per dire qualcosa, sarebbe un gradatum.
4.3 Etichette del continuum
A questo punto possiamo riconoscere delle condizioni e porre delle etichette:
- Italiano standard o neostandard: nel primo livello vi è una frase in italiano, ma solo
se la si pronuncia correttamente, ovvero secondo la pronuncia dello standard, essa è
una frase tipicamente ricorrente nella varietà chiamata standard o neostandard.
- Italiano regionale: nel secondo livello la frase è in italiano ma è pronunciata con
l’intromissione di tratti dialettali. Quindi essa, sebbene varietà di italiano, ha una
etichetta diversa e viene chiamata italiano regionale, ovvero una varietà di italiano
parlata anche dalle persone istruite che trasferiscono dal dialetto alcune condizioni
dell’uso dell’italiano, quindi è un’italiano perfettamente articolato sul piano
grammaticale ma con una pronuncia che risente della provenienza del parlante e
quindi del dialetto di sostrato.
L’etichetta regionale non da conto pienamente di ciò che è questa varietà perchè
potremmo confonderlo con la regione amministrativamente intesa, ma l’italiano ha
poco a che vedere con i confini amministrativi delle regioni, magari funziona con
la Sicilia perchè è un isola ma nelle altre regioni ci sono varietà di confine. Per
esempio, nella Lombardia al confine col Veneto, alcune varietà assomigliano più
alle varietà venete che a quelle lombarde. Quindi, adottiamo questa etichetta
perchè è ormai quella più diffusa, ma sarebbe meglio parlare di varietà diatopica
dell’italiano.
- Italiano popolare: nel terzo livello abbiamo una frase espressa in una varietà di
italiano che, oltre ad avere alcuni transfer di tipo fonetico, ha anche dei transfer di tipo
morfologico che danno delle indicazioni relative alla provenienza ma anche allo status
sociale del parlante, perché se questo parlante usa una frase di questo tipo in un
contesto formale non è certamente una persona istruita.
- Dialetto urbano o di koinè: il concetto di dialetto di koinè è complicato da capire,
Pellegrini lo propone perchè era Veneto. I Veneti conoscono due varietà di dialetto,
usano la varietà locale e rustica (padovano, vicentino) ma sono in grado di
comunicare in dialetto attraverso la varietà definita di koinè che è basata sul
veneziano. Noi conosciamo l’importanza di Venezia sul piano storico, che è stata una
capitale quasi come Firenze, e quindi si è comportata nei riguardi dell’entroterra come
il punto di riferimento, in quanto città per eccellenza di arte, cultura, economia. La
varietà veneta, che poi diventerà il dialetto di Venezia, sarà per molto tempo
considerata come un modello per i veneti, dunque questa varietà è stata percepita
come varietà alta di riferimento del repertorio. Quando si vogliono discostare dal loro
dialetto locale perchè hanno necessità di ricorrere ad una varietà dialettale che non sia
percepita come rustica adottano il veneziano, sono quindi in grado di gestire due
varietà dialettali.
In siciliano è più complicato comprendere questa esperienza linguistica perché il
concetto non funziona. Noi se andiamo a Monreale o a San Giuseppe Iato, vicino
Palermo, osserviamo che gli abitanti non adottano la varietà palermitana. Pur
essendo Palermo la città di riferimento dell’area occidentale siciliana, così come
Catania è punto di riferimento dell’area orientale, i siciliani non hanno adottato
come dialetto di koinè né il palermitano né il catanese, ma parlano esclusivamente
la varietà locale di dialetto, ciascuno la propria. L’esempio di Monreale è piuttosto
chiaro da questo punto di vista. Monreale è in continuità urbanistica con Palermo,
eppure i monrealesi si distinguono dai palermitani mantenendo la propria varietà.
Queste vicende sono sempre legate a questioni storiche, economiche e sociali. Fin
dai tempi dei Normanni, la cattedrale di Palermo e quella di Monreale sono
costruite nello stesso periodo in rivalità politica fra i due fratelli regnanti. Questa
rivalità storica si riflette nell’uso della lingua, Monreale mantiene i tratti della
propria parlata, Palermo non è riuscita a imporre una varietà cittadina di koinè. Si
può riscontrare una sorta di koinè siciliana in ambito letterario. Oggi gli scrittori e i
poeti sul piano della letteratura nazionale ci tengono a scrivere nella loro varietà
locale, ma questo non sempre è successo perché i poeti siciliani hanno adottato una
varietà siciliana non sempre legata al loro specifico territorio. Ad esempio, le
varianti siciliane di bello sono tantissime: “beddu” nell’area occidentale compresa
Agrigento, “bìeddu” nell’area centrale, “bièddu” a Palermo, “bìaddu” a
Caltanissetta, ma gli scrittori siciliani ed i poeti palerminitani di un tempo,
compreso Ignazio Buttitta, scrivono tutti “beddu”. Questo succede perché nella
forma letteraria il dittongo suona come troppo specifico e locale, per questo
decidono di usare la forma classica più vicina al latin. La ragione per cui gli
scrittori decidono di sottrarre i tratti rustici è far comprendere il testo ad un’area
più ampia a quella della propria comunità. Quindi, possiamo dire che nel siciliano
c’è una koinè, ma essa è letteraria e non praticata nel parlato. In sintesi, koinè
sostanzialmente significa eliminare i tratti troppo rustici e locali, quindi riferibili
ad una precisa comunità, e adottare una varietà più stemperata e deprivata dai tratti
non comuni agli altri siciliani. Questo però avviene quando troviamo i testi scritti,
ma per parlare ognuno di noi parla la propria varietà di siciliano.
Il dialetto di koinè e il dialetto urbano sono posti nello stesso livello. La differenza
sta nel fatto che l’esperienza della koinè non è sempre percepita da tutti i parlanti
locali, ma il dialetto urbano in parte ha in comune con la koinè il fatto che si
stemperino alcune particolarità locali facendo ricorso a forme più comprensibili.
Questo succede perché le città in linea di massima recepiscono prima rispetto ai
paesini le novità, le grandi città sono caratterizzate dal commercio e da maggiori
relazioni con l’esterno e per questo recepiscono prima le novità sul piano delle
merci, delle mode e anche delle lingue. Bisogna sottolineare però che questo
succedeva prima, perchè oggi il mondo ci arriva attraverso la tv e internet quindi la
condizione geografica non ha più lo stesso peso. Tuttavia, rimane la città il luogo
in cui si osservano maggiori rinnovamenti delle varietà dialettali, si rinnova a
partire dalla città e poi ci si estende nel territorio circostante che ha rapporti con le
città. In parte ancora oggi funziona così nei paesi della cinta metropolitana, ci sono
cose che possiamo comprare in paese ma se vogliamo comprare cose importante,
come un automobile e un abito da cerimonia, andiamo in città per la possibilità
maggiore di scelta, quindi riportiamo nei paesi i tratti innovativi delle città.
Quando parliamo di dialetto urbano ci riferiamo al fatto che il dialetto evolve
convergendo con l’italiano, se torniamo al passaggio fra l’esempio 5 e il 4 si
aggiorna il dialetto convergendo verso la varietà alta, l’italiano, arrivando al
dialetto di koinè o urbano. Le varietà linguistiche che vengono dall’italiano
attecchiscono prima e si diffondono nel territorio, il dialetto urbano quindi è più
prossimo all’italiano e più comprensibile perché per conoscere il significato di
“brucetta” si deve saper parlare il dialetto rustico e quindi essere del luogo, ma
dicendo “furchetta” viene subito in mente la parola italiana. Inoltre, se durante un
dialogo fra un siciliano e un veneto, il siciliano usa “Brucetta” e il veneto “Peròn”,
i due faranno fatica a capirsi, ma se convergeranno verso “Furchetta” e “Forcheta”
allora capiranno perfettamente quello a cui si stanno riferendo. Quindi, le varietà
perdono le specificità locali e convergono verso una varietà che mette in comune i
dialetti, l’italiano, perché è l’italiano che detta il calco per l’aggiornamento dei
dialetti. Questa convergenza non è solo linguistica ma primariamente culturale, se i
dialetti convergono è perché convergono le culture. In Italia si sta convergendo
sempre più verso la cultura italiana che locale. Il dialetto urbano è quindi una
varietà più aggiornata di dialetto e più interferita dall’italiano, quindi più
comprensibile. Tuttavia, se si pensa all’italiano regionale, si ha una divergenza
dall’italiano. Quindi, da una parte i dialetti convergono verso l’italiano e dall’altro
l’italiano diverge in tanti dialetti locali.
- Dialetto locale o rustico: oggi, nella nostra esperienza, non abbiamo pienamente
concezione della differenza fra dialetto rustico e dialetto urbano. Questo è successo
perchè non funziona più la distinzione fra dialetto delle città e dialetto delle campagne
perchè è mutato il rapporto fra città e campagna e non si può più differenziare l’una
dall’altra.
4.4 Il modello Pellegrini
5. Assi di variazione
Ci servono degli strumenti concettuali per interpretare ciò che facciamo quando
utilizziamo l’italiano. Bisogna concentrarsi sul versante dell’italiano e sulle situazioni
comunicative che possono essere messi in pratica anche da persone che il dialetto non
lo conoscono e pur vivono in una comunità italiana. Nel versante dell’italiano
succede che il nostro modo di usare questa varietà subisce delle scelte da parte del
parlante, scelte non sempre consapevoli ma a volte spontanee. Queste scelte
configurano un panorama dell’uso dell’italiano molto varie e per interpretarle
abbiamo bisogno di mettere appunto alcuni concetti che noi studieremo
separatamente per capire meglio come funziona all’interno della lingua un asse di
variazione, ma che concorrono sempre in ogni atto linguistico, persino in una singola
parola.
Ogni atto linguistico si pone di segnalare le scelte che fa il parlante, scelte dettate da
parametri extralinguistici, pur essendo interne al codice e permettendo la trasmissione
del messaggio, in fondo:
- La diatopia è l’interferenza di un parametro extralinguistico, ovvero la territorialità,
tramite cui il parlante recepisce le sue scelte. Se si sceglie di dire “Zineffa” e non
“Riloga” su questa scelta è intervenuto il parametro extralinguistico del topos perché
la scelta è condizionata dall’essere cresciuti in una determinata area dell’Italia, in
questo caso dell’area siciliana.
- La diastratia è l’interferenza di un parametro extralinguistico, ovvero ciò che ha a
che fare con la collocazione del parlante nella società e quindi con lo status sociale del
parlante. Una condizione diastratica è determinata anche dall’essere maschio o
femmina, il cosìdetto parametro diagenico, o giovani e anziani, parametro
diagenerazionale, ma anche dall’essere più o meno istruiti. Infatti tutto ciò che
distribuisce una comunità in categorie della comunità è un parametro diastratico
perchè le diverse categorie comunicano diversamente e fanno delle scelte linguistiche
diverse.
- La diafasia è l’interferenza di un parametro extralinguistico, ovvero il contesto
esterno alla comunicazione. Le scelte dovute al parametro diafasico sono dettate dal
rapporto che si ha con l’interlocutore, che può essere simmetrico o asimmetrico, o
dall’argomento di conversazione scelto.
- La diamesia è l’interferenza di un parametro extralinguistico, ovvero quello
determinato dal canale. Il canale può essere fonico, ovvero il modo di parlare una
lingua e trasmettere un messaggio attraverso il canale orale, oppure grafico, ovvero
attraverso la scrittura.
Questi parametri extralinguistici convergono tutti nel seguente schema perchè fra essi
vi sono delle relazioni.
In linea di massima, anche il rapporto dei parametri è interrelato, nel senso che non
esiste una condizione diamesica che non contempli la diafasia e non esiste una
condizione diafasica che non contempli la diastratia e non esiste una condizione
diastratica che non debba contemplare la diatopia. Ognuno agisce e interagisce con
l’altra. Ad esempio, la frase “Ho posato la carne sulla balata della cucina” può essere
giudicata ignorante, ma è una frase che può ricorrere e che diagnostica il fatto di
essere siciliano, quindi può essere utilizzata anche da persone istruite. L’uso della
parola “balata” è una scelta dettata dal fatto che si conosce il corrispettivo italiano ma
si usa normalmente il termine siciliano perché si attesta di essere cittadini siciliani e
che l’uso del termine siciliano funziona nella comunicazione con interlocutori dello
stesso ambito territoriale in contesti familiari, dunque si è già impegnata la diafasia.
Se si impegna la diafasia, questo si riflette nella diastratia, perchè se si usa “balata” in
contesti familiari, la condizione diastratica non può essere segnalata né come alta né
come bassa, ma se lo si usa in contesti formali, la condizione diastratica è marcata
perchè non si dovrebbe usare. Contemporaneamente, se si trasmette questo messaggio
sul parlato o sullo scritto, la dimensione diamesica è dirimente, perchè la condizione
di base, quella primaria, tanto’è che nello schema è posta al centro, è capire come sta
avvenendo la trasmissione e su quale asse ci si trova, se su quello scritto o su quello
orale. Se un testo è parlato si deve considerare il contesto in cui esso viene parlato e
se ci sono delle marcatezze si deve capire se esse sono dovute alla diastratia o alla
diatopia.
Quindi, anche una sola parola deve essere collocata contemporaneamente in tutti gli
assi di variazione. La parola “Biasimevole” non ricorre in un contesto colloquiale e si
pone su un registro alto e sul versante dello scritto più che su quello del parlato,
perchè se si usa nel parlato la si usa in contesti formali. La parola non è quindi neutra
sul piano diamesico, perchè si sposta sul versante dello scritto, non è neutra sul piano
diafasico, perchè si sposta sul versante della formalità, non è neutra sul piano
distratico, perché ricorre più in parlanti istruiti. Per quanto riguarda il piano diatopico,
la neutralità dipenda da tutti gli altri parametri, perchè se si tratta di un testo orale
allora anche la pronuncia di una sola consonante contribuisce a segnalare l’area di
provenienza del parlante, ma la condizione per stabilirlo è quella diamesica. Quindi,
ogni asse di variazione è in continuità sempre con l’altra. Per questo di parla di
continuum degli assi di variazione e di intersezione fra gli assi di variazione, visto
che non si può dire niente se non si contemplano contemporaneamente tutti gli assi di
variazione.
Gli assi di variazione rispondono alle domande fondamentali della nostra
comunicazione verbale, sostanzialmente:
- da dove viene il parlante, che risponde alla diatopia;
- con chi sto parlando e quindi la collocazione dell’interlocutore nella sua dimensione
sociale, che risponde alla diastratia;
- che rapporto e di quale argomento si sta parlando, che risponde alla diafasia; - quale
mezzo si sta utilizzando per comunicare, che risponde alla diamesia. Questa è la
configurazione della analisi che si può fare sulle scelte adoperate dal parlante, scelte
che si collocheranno in varietà di italiano specifiche (regionale, popolare, scritto,
informale, parlato ecc.) in una condizione di continuum che porta dall’una all’altra
varietà, con la manifestazione di maggiore o minore intensità dei tratti, che sposta la
varietà usata verso l’alto o verso il basso.
5.1 Diatopia
L’asse di variazione fondamentale per l’esperienza degli italiani che hanno acquisito
l’italiano sopratutto nell’aspetto della scrittura e solo da poco tempo hanno
incominciato a usarlo sul piano del parlato è quello diatopico. La condizione italiana
è mediamente di dilalia, dunque l’uso del dialetto interferisce ancora nella lingua
italiana, acquisita secondariamente dalle passate generazioni e primariamente dalla
nuova generazione che ha appreso l’italiano nel territorio attraverso la trasmissione
per mezzo del canale orale da parte di italofoni coinvolti nell’esperienza dialettale.
Per questo la dimensione diatopica è una condizione fondamentale ancora oggi per
l’esperienza italiana.
Dal punto di vista dei tratti fonetici, la varietà di italiano regionale altro non è che il
risultato di una interferenza col substrato dialettale, dunque il nostro modo di
percepire e parlare l’italiano risente della condizione dialettale di base. In linea di
massima, anche se non siamo dialettofoni apprendiamo l’italiano del territorio.
La prima condizione d’uso delle varietà regionali noi la percepiamo a partire dalla
condizione prosodica. Sostanzialmente, tutti gli italiani quando ascoltano una
persona riescono a comprendere se l’interlocutore appartiene o meno alla propria
comunità linguistica dal modo di parlare. Se l’interlocutore ha tratti che lo discostano
dalla comunità linguistica viene identificato per l’accento.
Tuttavia, definire questa percezione come accento è una definizione che non funziona
in linguistica perchè esso è un termine generico che noi usiamo per indicare che sul
piano della pronuncia dell’italiano c’è una diversa condizione intontiva, inerente la
curva melodica e la prosodia, ma anche una diversa condizione fonetica, inerente al
modo di articolare le consonanti e le vocali. Tuttavia l’accento è un’altra cosa in
linguistica. Infatti, si intendono l’accento tonico e l’accento grafico. L’accento grafico
risponde al modo in cui articoliamo una parola. L’accento tonico è la concentrazione
di energia polmonare e la maggiore vibrazione delle corde vocali quando si raggiunge
il nucleo della sillaba tonica, ossia la vocale della sillaba tonica. Nella nostra
condizione locutoria, noi percepiamo come diverso innanzitutto l’accento tonico, una
condizione che in fonetica rispecchia l’onda sonora emessa dal parlante quando
pronuncia una qualunque parola. In questa onda sonora si concentra una maggiore
energia, cioè la pressione polmonare che noi adottiamo nell’emissione della voce si
concentra maggiormente nel nucleo tonico della parola, ovvero la sillaba tonica, a cui
corrisponde, oltre una maggiore pressione polmonare, anche una maggiore vibrazione
delle corde vocali. Infatti, le vocali si chiamano così perchè sono emesse sempre con
un’emissione continua della voce, tanto’è che si può pronunciare una vocale finchè si
ha fiato, un’apertura del canale piuttosto ampia da non produrre rumori e una
vibrazione delle pliche vocali, ovvero la laringe e le corde vocali. Le corde vocali
vibrano con frequenze misurate in hertz (Hz), cioè cicli al secondo, ciascuno dei quali
con una propria vibrazione, nel senso che ognuno di noi ha un tipo di vibrazione della
cavità orale e quindi la voce risulta diversa. Ad esempio, nelle donne la vibrazione
delle corde vocali ha una frequenza maggiore rispetto a quella dei maschi, quindi
naturalmente emettono dei suoni più acuti, infatti nelle donne nel tempo di un
millisecondo le vibrazioni raggiungono i 200-220 Hz, mentre negli uomini le
vibrazioni raggiungono in media i 100 Hz. A parità di questo, noi moduliamo la
frequenza delle vibrazioni delle pliche vocaliche concentrando una maggiore
vibrazione sulle vocali toniche. Per esempio, nella parola “Patata” ci sono tre sillabe e
tre vocali delle stesso timbro, la prima e l’ultima le emettiamo con una certa
regolarità, mentre nella sillaba centrale, che rappresenta il nucleo tonico della parola,
costruiamo un pilastro portante, in quanto aumentiamo l’energia e il numero di
vibrazioni. Per questo, anche senza studiare riusciamo a riconoscere qual è la sillaba
tonica di una parola, percepiamo la vocale tonica, che nell’evoluzione linguistica dal
latino all’italiano non cade mai, si può trasformare in altri timbri ma non può
scomparire. Quando parliamo pensiamo di pronunciare tutte le sillabe ma in una frase
come per esempio “Ho mangiato una patata molto bella” è sicuro che la “a” di
“patata”, la “o” di “molto” e la “e” di “bella”, cioè i pilastri tonici della sequenza,
sono articolati ma tutto il resto non è articolato abbastanza, sopratutto quando c’è un
eloquio veloce.
Al di la di questa condizione, quello che noi percepiamo come diverso nel modo di
pronunciare la stessa lingua è la modulazione prosodica, che pertiene l’accento
tonico della parola ma è la sequenza di distribuzione delle sillabe toniche. Se
emettiamo una sola parola c’è una curva melodica molto semplice e non percepiamo
il diverso modo di impostarla, ma se formuliamo una domanda le sillabe toniche e
l’energia sono distribuite diversamente, nella frase “Hai mangiato la patata?” sono
presenti tre sillabe toniche, quindi una curva melodica che congiunge tre punti ma in
realtà una di queste sillabe toniche prevale sempre sulle altre, essa viene pronunciata
in modo diverso in base all’area di provenienza. A Palermo, l’apice dei tre punti
accentuali è la sillaba tonica di “patata” e poi c’è una caduta del tonema, ovvero una
caduta repentina, dell’ultima sillaba. A Catania, l’ultima sillaba tonica va verso l’alto
e non supera per energia l’apice, ovvero la seconda “a” di “patata”, quindi non c’è
una caduta verticale ma bensì un innalzamento. Quindi, innanzitutto noi percepiamo
l’andamento della curva melodica da parte di un parlante non appartenente alla
nostra comunità linguistica. La curva melodica ci informa sull’area di provenienza ed
è una condizione diatopica. L’italiano quindi non ha una curva melodica standard né
una prosodia di norma, perchè ogni comunità linguistica ha la propria, quella che
sente fin da bambino e che viene applicata secondo quello che ha imparato. La curva
melodica standard nell’italiano non può esserci perchè l’italiano non nasce come
lingua parlata quindi ognuno usa la propria curva melodica. Tuttavia, chi studia
dizione, oltre all’impostazione articolatoria che riguarda la fonetica, basa la propria
curva melodica, che riguarda la prosodia, sull’eliminazione dei tratti locali eclatanti,
ovvero tendono a eliminare i picchi melodici che marcano la provenienza e
neutralizzano le marcature locali, il processo va per sottrazione più che per una
condizione predefinita della curva melodica.
Per quanto riguarda i tratti fonetici, essi danno la maggior impronta della
provenienza locale del parlante a partire dalle vocali toniche. Esse sono importanti
perchè sono di meno rispetto alle consonanti ma non si può evitare di inserirle perchè
è sempre il nucleo tonico della parola. Per capire come funziona l’articolazione delle
vocali, bisogna ritornare al vocalismo tonico dell’italiano standard. Esso è un
sistema a 7 vocali che si è diffuso in tutte le varietà italo romanze tranne nel siciliano
e nel sardo che hanno un sistema pentavocalico. La diversità di timbro nelle vocali
medie rimane nelle varietà di italiano standard una condizione distintiva. Ad esempio,
le parole “pèsca” e “pésca” sono diverse perchè il timbro della vocale media tonica è
diverso, nel primo caso si intende il frutto e nel secondo l’atto del pescare. Così come
“bòtte” e “bótte” sono diverse, il primo con la “o” aperta indica le percosse e il
secondo con la “o” chiusa indica il recipiente per il vino. Dunque se c’è una coppia
minima come queste, si dimostra che il grado di apertura della vocale media è
fonologicamente distintivo. Nell’italiano standard le “e” e le “o” sono quindi quattro
vocali diverse rappresentate dallo due stessi grafemi.
Tuttavia, il vocalismo dagli italiani viene gestito in ragione del tipo di vocalismo che
sta nei dialetti di base. C’è una distinzione da fare tra i dialetti italiani perchè il
vocalismo eptavocalico funziona in tutte le varietà dialettali italo romanze tranne nel
siciliano e nel sardo ma una cosa sono i dialetti ed un altra la varietà di italiano
regionale di queste aree, perchè il vocalismo a 7 vocali con funzione fonologica
distintiva delle vocali medie chiuse e aperte viene adottato solo dall’area centrale
dell’Italia, individuata con la linea La Spezia-Rimini che in linguistica separa il
settentrione dal centro e dalla linea Roma-Ancona che in linguistica separa il centro
dal meridione. All’interno di queste due linee il vocalismo eptavocalico è adottato
spontaneamente, anche sai parlanti meno istruiti, e prevede degli allofoni: /e/ > [è]
[é], /o/ > [ò] [ó], in cui la /e/ e la /o/ sono fonemi, ognuno dei quali con due foni. Nel
settentrione e nel meridione si usa invece il sistema pentavocalico, nei dialetti sono
presenti 7 vocali ma esse hanno evoluzioni diverse. Quando parlano in italiano tanto i
settentrionali quanto i meridionali, in particolar modo i siciliani, adottano il
vocalismo pentavocalico e non sono in grado di distinguere le vocali medie chiuse e
aperte. Questo non significa che non siamo in grado di pronunciare le vocali chiuse e
aperte, ma che nonostante sappiamo pronunciarle non siamo in grado di adottare
questo sistema con funzione distintiva, perchè non le distinguiamo sul piano del
significato.
VOCALISMO SICILIANO
Nel seguente schema è rappresentato il vocalismo siciliano. In Sicilia c’è un
vocalismo ridotto a 5 vocali perchè non presenta la distinzione delle vocali medie in
chiuse e aperte. La “e” chiusa, in epoca bizantina, è stata interpretata come vocale
estrema e quindi si è chiusa ulteriormente in “i”, così come la “o”, ed ha prodotto il
sistema pentavocalico tipico del vocalismo siciliano e sardo, sebbene gli esiti del
vocalismo sardo siano molto più semplici. Il sistema siciliano non distingue la “e”
chiusa da quella aperta. Ad esempio, al latino “Tela” con la “e” lunga corrisponde il
toscano “Tela” con la “e” chiusa, ma il siciliano “Tila” prevede una “i” perchè le “e”
chiuse si sono ulteriormente chiuse in “i”.
A partire dal siciliano, sopratutto quello di area occidentale, si può riconoscere se una
vocale media tonica è aperta o chiusa. Infatti, se in corrispondenza di una “e” italiana,
il siciliano ha una “i” significa che quella “e” è chiusa, se invece in corrispondenza di
una “e” italiana, il siciliano ha una “e” o il dittongo “ie” significa che quella “e” è
aperta:
- Neve: Nivi: “e” chiusa,
- Candela: Cannila: “e” chiusa,
- Bello: Bieddu: “e” aperta,
- Terra: Terra: “e” aperta,
- Sera: Sira: “e” chiusa”
Lo stesso succede con le “o”, infatti, se in corrispondenza di una “o” italiana, il
siciliano ha una “u” significa che quella “o” è chiusa, se invece in corrispondenza di
una “o” italiana, il siciliano ha una “o” o il dittongo “uo” significa che quella “o” è
aperta:
- Cipolla: Cipudda: “o” chiusa,
- Collo: Cuoddu: “o” aperta,
Ovviamente noi abbiamo trasferito nell’italiano il nostro sistema di base, quello
pentavocalico. Stiamo parlando di differenze nella distinzione di ordine fonologico,
un siciliano o un milanese sono in grado di distribuire le vocali chiuse o aperte, ma
non in funzione fonologia, ovvero per distinguere significati. In linea di massima, i
siciliani utilizzano una unica “e” di timbro mediamente aperto, infatti trasferendo
questo sistema nell’italiano pronunciano le parole “Bello” e “Sera” con la stessa “e”
mediamente aperta. La stessa cosa succede al nord, a Milano utilizzano una unica “e”
di timbro mediamente chiuso, infatti trasferendo questo sistema nell’italiano
pronunciano le parole “Bello” e “Sera” con la stessa “e” mediamente chiusa. Tuttavia,
sia i milanesi che i palermitani sono in grado di distribuire le vocali chiuse o aperte,
per esempio, i milanesi dicono “Perché” e “Tre” con la “e” aperta, quando avrebbe
dovuto essere chiusa, la distribuzione però avviene in base alla posizione della vocale
nella parola, i milanesi infatti aprono le vocali in finale di parola, e non in funzione
fonologica.
Altro aspetto è l’indebolimento o scempiamento della “r”. La “r” è una consonante
che in molte lingue ha una condizione particolare. Rientra nella classe delle cosi dette
sonoranti, che comprende anche la “l”, la “n” e la “m”, esse vengono chiamate così
perchè sono sempre sonore e non hanno una corrispettiva sorda. L’indebolimento
della “r” prevede una pronuncia più breve, esso si ha in alcune aree laziali ma anche a
Catania. Quindi non è un fenomeno macroareale ma comprende parlate distribuite a
macchia di leopardo. È comunque un tratto diatopicamente marcato che però implica
una condizione diastratico-diafasica, nel senso che non tutti la attivano.
Un altro aspetto importante di ordine fonetico pertinente la diatopia è il trattamento
della “s” intervocalica, ovvero della fricativa apico alveolare sorda vs sonora.
Bisogna, infatti, chiarire l’esistenza di tratti fonologicamente distintivi anche nelle
consonanti. L’uso del grafema “s” confonde gli italiani relativamente alla condizione
fonologica rispondente a questa consonante. In realtà, alla “s” dell’alfabeto ordinario
corrispondono due fonemi: la fricativa apico alveolare sorda e la fricativa apico
alveolare sonora. Ne esistono pochissime coppie minime, per questo non è un fonema
ad alto rendimento funzionale, ma è pur sempre un fonema e bisogna chiarirlo,
utilizzando l’alfabeto fonetico SAMPA. Per esempio, la coppia minima “chiese” nella
pronuncia dell’italiano standard ha due varianti fonologiche, la prima è /'kjése/ con la
“s” sorda che equivale al verbo chiedere, mentre la seconda /kjEze/ con la “s” sonora
è il plurale di chiesa.
L’area centrale distingue e pratica questi due fonemi spontaneamente, il meridione
usa la “s” sorda, il settentrione al contrario usa sempre la “s” sonora. Dunque, la
sonorizzazione sistematica e la desonorizzazione sistematica sono tratti fonetici
marcati in diatopia. C’è da osservare ancora una volta il fenomeno
dell’ipercorrettismo, ovvero l’estensione di un tratto per analogia a tutto il sistema.
Infatti, talvolta anche alcuni meridionali ormai pensano che la pronuncia corretta in
italiano sia quella con la “s” sonora e quindi sonorizzano sempre pronunciando, per
esempio, [‘kòza] che nello standard è [‘kòsa]. Questo è un tratto percepito come più
prestigioso rispetto alla pronuncia sorda della “s”, perchè è un tratto che spinge dal
settentrione e si diffonde come settentrionalismo anche nelle pronunce del meridione,
per questo in alcuni ambienti in situazioni formali alcuni tendono a sonorizzare
indistintamente la “s”. Per questo capita di sentire pronunce del tipo [riza’lire] o
[riza’puto] che sono parole composte attraverso il prefisso “ri” e che sono pronunciate
male perchè l’italiano pretende nella condizione fonologica che la “s” iniziale delle
parole, e dei relativi composti, sia sempre sorda.
Il sistema dell’italiano si basa sul fiorentino emendato, ovvero sul sistema fiorentino
emendato di alcune caratteristiche, come per esempio la gorgia toscana, che riguarda
una serie di fenomeni marcati diatopicamente, fra i tratti del fiorentino si possono
menzionare:
- Fricativizzazione dell’occlusive: la gorgia toscana non è una aspirazione ma una
fricatizzazione, cioè un passaggio da un’occlusiva a una fricativa quando è
intervocalica. Per esempio, la parola [koka’kola] ha tre occlusive velari sorde, quando
i toscani non gestiscono questo tratto, è pronunciata [koxa’xola], la prima “k” rimane
invariata perchè non è intervocalica, ma nel caso sia preceduta dall’articolo si
pronuncia [la xoxa xola]. Il fenomeno della fricativizzazione dell’occlusiva velare
sorda denota l’indebolimento dell’articolazione della consonante. Questo è il
fenomeno più noto, ma i fiorentini fricativizzano anche altre consonanti
intervocaliche occlusive, per esempio la “t”. Per esempio, “prato" si pronuncia
[praθo], ma anche la “b”. Quindi, c’è una tendenza a fricatizzare le consonanti sorde,
ma in alcune aree anche le consonanti sonore. L’italiano standard non assume queste
pronunce fiorentine, per questo è emendato da questo tratto.
- Deafricativizzazione dell’affricata palatale sorda e sonora: Sempre per un
principio di indebolimento articolatorio delle consonanti, i fiorentini pronunciano
[forbiʃi] e non [forbiʧi], quindi in italiano standard la parola “forbici” viene
pronunciata con un’affricata ma nel fiorentino si deafricativizza l’affricata palatale
sorda (c), che diventa fricativa. Questa è una pronuncia distribuita in tutto il
meridione, sopratutto nelle grandi città, comprese Palermo ma anche Roma. Questo
fenomeno avviene anche nel caso in cui l’affricata sia in posizione iniziale, per
esempio i palermitani dicono [ʃErto] e non [ʧErto]. Questa marca diatopica è
distribuita quindi dalla toscana in giù, ma a macchia di leopardo e non
sistematicamente. In Toscana, anche l’affricata sonora viene deafricativizzata, per
esempio, la parola “gente” viene pronunciata [ʒente] e non [dʒente]. Questo è però un
tratto che non viene recepito da altre parti.
Bisogna segnalare una questione che riguarda la relazione fra diatopia e diastratia e
che quando approfondiremo la diastratia verrà ripresa. Infatti, tanto la gorgia quanto
la deafricativizzazione dell’affricata palatale sorda e sonora sono attivati dai toscani
ma non sempre e non da tutti. Loro possono controllare queste articolazioni, quindi
sono tratti diatopici ma che hanno delle implicazioni diastratico-diafasiche, secondo
la configurazione laboviana studiata da William Labov. Questo significa che un
toscano istruito attiva la gorgia in contesti informali, magari mentre parla con gli
amici, ma se si trova in contesti formali non lo attiva. I toscani meno istruiti, ma
anche gli anziani, probabilmente la attivano in qualsiasi contesto.
Se passiamo a tratti fonetici meridionali più evidenti notiamo:
- Il rafforzamento dell’ occlusiva bilabiale sonora /b/ > [bb] e dell’occlusiva e
dell’affricata palatale sonora /dʒ/ > [ddʒ]: queste sono pronunciate come lunghe sia
ad inizio di parola che nei contesti intervocalici. Esse, a partire da Roma e per tutto il
meridione linguistico, rappresentato dalla linea Roma-Ancona, non hanno la variante
debole ma solo quella lunga. Questo avviene spontaneamente e sistematicamente, per
esempio, la parola “gente” viene pronunciata [ddʒente] e non [dʒente], ed è Roma la
città fra le più esagerata nell’allungare queste due consonanti. Tuttavia, rispetto alla
configurazione laboviana questa pronuncia panmeridionale è una condizione
esclusivamente diatopicamente marcata dell’italiano regionale perchè i parlanti, anche
quelli istruiti, la attivano sistematicamente e in tutti i contesti diafasici, sia formali che
informali. Dunque i meridionali non riescono a gestire questo tratto.
- L’allungamento della fricativa palatale sorda [ʃ] “sci”, della nasale palatale [ɲ ]
“gn” e della laterale approssimante palatale [ʎ] “gl”: a partire dalla Toscana e per
tutto il meridione, le consonanti palatali sono sistematicamente lunghe di default. Per
esempio, “pesce” si dice [peʃʃe], “cagna” si dice [kaɲɲja], “paglia” si dice [paʎʎja].
Tuttavia, mentre l’allungamento di “b” e “g” sono condizioni del meridione, la
lunghezza delle palatali sono lunghe nell’italiano standard, quindi non è un tratto
marcato in diatopia perchè è pretesa dalla condizione fonetica standard dell’italiano
ed è attivato spontaneamente da tutti gli italiani a partire dalla linea La Spezia-Rimini.
I settentrionali hanno difficoltà ad attivare l’allungamento spontaneo di queste
consonanti, quindi mentre la parola prosciutto al meridione si pronuncia [proʃʃutto],
essa al settentrione si pronuncia [proʃutto]. I meridionali, pensando che sia quella
settentrionale la pronuncia corretta, tendono ad utilizzarla, ma in realtà è sbagliata.
Tuttavia, c’è un’altra questione che riguarda il cognome di Leonardo Sciascia che noi
pronunciamo [ʃʃaʃʃa], qui il problema è grafico perchè noi lo leggiamo così ma chi
proviene dall’area centrale della Sicilia sa che il cognome si pronuncia [ʃaʃa].
- La pronuncia della affricata apico alveolare sorda “z” in posizione iniziale: le
parole italiane, per esempio, “Zio” o “Zucchero” vengono pronunciate con una “z”
sonora dai parlanti, questo tipo di pronuncia è marcato diatopicamente perchè la
pronuncia corretta in italiano standard è con la “z” sorda, la stessa che si ha nel
dialetto siciliano. Tendenzialmente tendiamo ad allontanarci dalla pronuncia dialettale
pensando che sia sbagliata, ma in realtà è corretta.
- L’arretramento del punto di articolazione e la conseguente pronuncia palatale
della “s” preconsonantica: è un tratto che non si riscontra in tutto il meridione.
Consiste nel pronunciare la parola “scuola” [ʃkwòla] e non [skwòla]. È un fenomeno
diatopicamente marcato però ha una condizione diastratica perchè, all’interno delle
aree marcate, c’è una componente della comunità che lo attiva e un’altra componente
che non lo attiva. In questo caso per diastratia non intendiamo solo il livello di
istruzione ma anche l’età e il sesso del parlante.
- La cacuminalizzazione o RR / STR / TR retroflesse: è una pronuncia meridionale
estrema, quindi interessa il siciliano, il salentino e il calabrese. Basti pensare alla
pronuncia di “quattro” [kwaʈʈro] e non [kwattro ], oppure [fineʃtra] e non [finestra].
Sono articolazione che prevedono l’innalzamento da parte della punta della
lingua verso la parte post alveolare. Questa pronuncia indica la provenienza del
parlante però non è attivata da tutti, ma solo dai parlanti più anziani o di aree più
marcate.
- Affricazione della fricativa apico alveolare “s” prima della nasale “n”: non
ha una implicazione diastratica ma esclusivamente diatopica, perchè avviene
spontaneamente. Si tende a pronunciare il nesso “ns” in [nts], quindi per
esempio [intsalata] o [itsomma], perchè ogni volta che c’è la nasale “n” noi
siamo indotti ad articolare la “s” successiva come affricata. Questa è una
pronuncia panmeridionale, cioè da Roma in giù.
Per quanto riguarda i tratti fonetici settentrionali, essi si comportano in maniera
opposta ai meridionali:
- Indebolimento o scempiamento delle consonanti settentrionali Non avendo nei
loro dialetti una distribuzione della lunghezza consonantica sono portati
spontaneamente a non attivarla. Quindi pronunciano [ga’lina] la parola “gallina",
[‘dOna] la parola “donna”, [’gato] la parola “gatto”. È un tratto diatopicamente
marcato che però implica una condizione diastratico-diafasica, quindi una condizione
laboviana, nel senso che non tutti i settentrionali la attivano. Esso si avverte
principalmente in classi di parlanti meno istruiti ed in contesti informali, ma anche in
classi di parlanti istruiti purché sempre in contesti informali.
- Mancata attivazione del rafforzamento fonosintattico: Questa tendenza dei
settentrionali a non attivare la lunghezza consonantica la vediamo anche in un
fenomeno che interessa la lunghezza consonantica ma non è un allungamento o
rafforzamento spontaneo, nel senso che non si presenta sistematicamente in tutti i
contesti fonetici ma è condizionato da una condizione di tipo fonosintattico. Questo è
il rafforzamento fonosintattico che consiste nel rafforzare la consonante iniziale a
patto che prima di essa siano presenti alcune condizioni di tipo fonetico, per esempio
tendiamo a dire [la ‘kaza] e [una ‘kasa] ma poi diciamo [a ‘kkasa] e [trE ‘kkase].
Questo principio del rafforzamento fonosintattico è previsto dall’italiano standard e
viene attivato dai toscani e dai meridionali spontaneamente ma non è attivato dai
settentrionali. Quindi, non è il rafforzamento fonosintattico ad essere marcato in
diatopia, ma la sua mancata attivazione, che in ogni modo non è sistematica perchè si
presenta solo in alcune classi di parlanti, come i meno istruiti o gli anziani. Il
rafforzamento fonosintattico si attiva particolarmente:
- con alcune preposizioni, per esempio con “su”, [su vvia] o [su Mmarte], o con “a”, [A
Mmilano], ma non lo attiviamo con la preposizione “da” [da solo], infatti diciamo
[davvero] perchè la parola toscana è scritta in questo modo e solo la regione toscana
attiva il rafforzamento con questa preposizione, tant’è vero che loro dicono [da ssolo];
- con le parole che vengono dette ossitone, cioè quelle con l’ultima sillaba accentata,
per esempio [perché ssì], [perché nno], [caffè fforte];
- con alcune locuzioni fisse che sono diventate univerbate, per esempio [è bbene >
ebbene] o [o ppure > oppure];
- con “e” congiunzione ma anche con “è” verbo, per esempio [io e tte] o [è vvero];
- con “o” congiunzione ma anche con “ho” verbo, per esempio [o ppane o vvino] o [ho
ffame];
- con “ha” verbo, per esempio [ha ffame];
- con alcune parole bisillabiche, per esempio [ogni ttanto] e [in ogni ddove].
- Difficoltà a pronunciare la affricata apico alveolare sorda “z”: è un tratto di
alcune aree del settentrione, particolarmente in Emilia Romagna, dove la consonante
viene pronunciata come la deaffricata “s”, quindi [tS > s]. Ad esempio, la parola
“stazione” non viene pronunciata con la “z” lunga [sta’TTsiOne] ma [sta’ssione].
Questo non succede in tutti i parlanti, ma lo si può riscontrare anche in parlanti
istruiti.
5.2 Diastratia
La diastratia è la variazione che riguarda lo status sociale del parlante. Per status
sociale si intendono alcune variabili che pertengono la suddivisione di una comunità
linguistica in classi di parlanti da diversi subparametri disastratici. Tutto ciò che
riguarda una distribuzione categoriale del parlante all’interno di una comunità
linguistica pertiene alla diastratia, fra le sottovoci della diastratia ci sono:
- la variazione diagenica, ovvero la suddivisione fra maschi e femmine che è una
divisione in classi interna ad una comunità linguistica e pertiene il livello
diastratico. Essa, ancora oggi, anche se meno di ieri, potrebbe essere un
parametro che interviene nelle scelte del parlante, ma non è tale da configurare
una varietà di italiano etichettatile come italiano maschile o femminile. Si
possono notare solo alcune tendenze comportamentali sul piano linguistico. Ad
esempio, sul piano generale, i maschi hanno un rapporto col dialetto diverso
rispetto a quelle delle donne, oggi i maschi a parità di altre condizioni (età,
reddito, istruzione) prediligono il dialetto li dove le femmine prediligono
l’italiano. Sul piano dei registri linguistici, un maschio è più frequentemente
portato a disfemismi e scelte di tipo volgare, in quanto le parolacce ricorrono più
frequentemente. Le femmine sono più indotte a utilizzare, invece, parole
eufemistiche o vezzeggiativi e diminuitivi. Tuttavia, queste non sono condizioni
e fenomeni tali da configurare delle vere e proprie varietà, sono semplicemente
delle frequenze in percentuale. Il parametro diagenico non si pone in continuità
ma in gradatum. L’essere maschi o femmine è una categoria polarizzata perchè o
si è maschi o si è femmine, sul piano biologico.
- la variazione diagenerazionale, ovvero inerente all’età del parlante. Il
parametro diagenerazionale si pone in continuum perchè l’età è in continuum,
non si è o giovani o vecchi, tralasciando il fatto che non riusciamo a stabilire
cosa sia giovane o cosa sia vecchio. All’interno di questo continuum
diagenerazionale, noi etichettiamo tre macrocategorie, giovani, adulti e anziani, e
si configura una condizione di addensamento. In linea di massima un ventenne è
giovane, un cinquantenne è adulto e un ottantenne è anziano. Però queste
categorie sono difficili da stabilire. In ogni caso, notiamo comportamenti diversi
in ragione della categoria generazionale di appartenenza, parliamo di nonni,
padri e figli, ovvero l’ordine familiare diviso in tre generazioni. C’è da
sottolineare che il comportamento linguistico di chi sta in mezzo, ovvero gli
adulti, percepisce condizioni linguistiche di entrambe le altre categorie, per
questo il rapporto comparativo si fa spesso fra giovani e anziani che si
distinguono nell’ordine di alcune scelte linguistiche.
Basti pensare a cosa è significato il 1968 e il movimento giovanile delle
contestazioni per le condizioni, non solo sociopolitiche. Questo movimento ha
influenzato non solo l’Italia, ma tutto l’Occidente compresi gli USA. I giovani
contestavano l’impostazione socioculturale che gli anziani avevano prospettato ed
imposto nella crescita sociale ed economica della nazione. In questo importante
momento storico, studenti e operai si alleano attraverso degli scioperi. Queste
sommosse continuano, tanto che nel 1977 le condizioni saranno ancora più aspre,
basti pensare agli “Anni di piombo” con le brigate rosse e nere, il terrorismo, le
uccisioni eclatanti come quella di Aldo Moro, allora primo ministro del governo
italiano. Questo atteggiamento di contestazione giovanile pone alcune condizioni
anche sul piano linguistico, infatti i giovani contestano anche i linguaggi degli
anziani e nascono i linguaggi ed il gergo giovanile opposto a quello degli adulti. In
parte, ancora oggi questo gergo rimane ed è una caratteristica tipica di alcuni
liceali. Una delle caratteristiche di queste forme giovanili è la poca durata, esse
durano meno di una generazione e di anno in anno ci sono perdite ed aggiunte.
Tuttavia, alcune di esse restano radicate. Ad esempio, tutti sappiamo il significato
di “figo”, ovvero una persona che ci sa fare, perchè è rimasto radicato, così come
“cozza” per dire che una ragazza è brutta, questi termini non sono nati oggi ma nel
68. Invece “toco”, corrispettivo di “figo”, si è perso. Un altro esempio di
giovanilese è legato al concetto che era espresso quasi sistematicamente dalle
varietà giovanili, ovvero quello di “marinare la scuola”, oggi la forma italiana per
esprimere questo concetto. Ma nel periodo in cui noi eravamo liceali, quest’azione
era chiamata in modi differenti, “stampare”, “caliare”, “fare luna”. Ogni città, ogni
quartiere, ogni microarea ha il proprio modo di definirlo, questo implica che il
giovanilese ha anche una implicazione diatopica, sono termini che cambiano da 5
anni in 5 anni perché è un concetto che si presta alla creatività linguistica. Tuttavia
c’è una componente indipendente dall’area di provenienza, per questo si è discusso
se il “giovanilese” sia una varietà diastratica o diafasica, ovvero se sia un registro
dell’italiano o una varietà sociale dell’italiano. Va da se che se si tratta di giovani,
questa è una categoria che pertiene la diastratia, però è pur vero che il giovane non
parla solo quella varietà ma la usa quando è fra i suoi pari con cui si vuole
identificare. Quindi il govanilese non è l’unica varietà gestita dai giovani, come
succede invece con l’italiano popolare, ovvero l’unica varietà gestita da chi ha un
livello di istruzione basso. Per questo ci si muove su entrambi gli assi.
Una delle componenti dei linguaggi giovanili è l’uso di forestierismi,
particolarmente anglicismi, ma non sempre come mistilinguismo o prestiti. In
alcuni periodi era un gioco prendere forme straniere e usarle creativamente, basti
pensare a “io ti lovvo” o “cucador”, che non è una parola spagnola ma è formato
da “cuccare” altro gergalismo. Inoltre, oggi una componente importante è anche
quella dialettale, i giovani usano forme dialettali nel loro modo di parlare fra loro.
Quindi si formano delle varietà che incrociano il parametro diagenerazionale e che
si configurano per questo costante rinnovamento del lessico. Infatti, non sono
gerghi fissi come quelli dei mestieri. Tanto che i linguiggi giovanili non sono
affatto dei gerghi, perchè non hanno la prospettiva criptolalica, ovvero la necessità
di non farsi capire inventando un codice in modo da non fare riconoscere il codice
e di nascondere il loro modo di parlare. È chiaro che attraverso la scelta di alcuni
termini il giovane comunicava il fatto di essere giovane e quindi una adesione
identitaria a quella comunità, contestavano gli anziani e si discostavano da loro ma
non vi era la necessità di non farsi capire. Per gergo infatti si intende altro, ad
esempio quello della malavita in cui è presente la prospettiva criptolalica. Questo
gergo è una lingua trasmessa da padre in figlio che viene articolata in modo da
evitare la comprensione del messaggio a chi non fa parte di quell’ambiente. Infatti,
il “bagghiu” è una vera e propria lingua siciliana tipica dei malavitosi. Noi
conosciamo alcune di queste formule, pur inconsciamente, tanto che tutti i siciliani
sanno cosa significa “pezzo da 90”, pezzo grosso, “cacocciola”, uno che conta,
“cascittuni”, uno che parla assai.
- il livello di istruzione, fra il più importante dei parametri diastratici, tanto che
esso determina l’asse stesso di variazione diastratica. Tanto è vero che negli assi
dimensionali di variazione si configurano due varietà di riferimento estremo
etichettatili come varietà di italiano, a destra italiano popolare e a sinistra la
varietà di italiano colto, non italiano standard, cioè una varietà marcata sul piano
del livello di istruzione.
Mentre l’italiano standard è neutro in tutti gli assi di variazione, la condizione
opposta sul piano del livello di istruzione è la varietà di italiano colto. È chiaro
che esso converge verso l’italiano standard perchè già l’uso dell’italiano standard è
diagnostico di un buon livello di istruzione del parlante ma non è quella che si
oppone all’italiano popolare. Questo implica che ci sono differenze fra l’italiano
standard e l’italiano colto, ad esempio, se si scrive “ho mangiato una pesca” o
“sono andato a pesca” nessuno può pensare che non sia italiano standard e si abbia
un livello di istruzione basso ma neanche che si abbia un livello di istruzione alto.
Queste forme aderiscono allo standard, ma se si scrivesse “ho mangiato una pèsca”
o “sono andato a pésca”, si potrebbe pensare che lo scrivente sia consapevole
dell’uso diverso delle vocali medie aperte e chiuse, quindi sta comunicando
qualcosa in più rispetto allo standard. Non si può dire che siano scritture errate per
la presenza dell’accento, anzi chi scrive così ha consapevolezza di come l’italiano
distingua tali vocali. La stessa cosa succede se si scrive “sono di sani principi”, sul
piano ortografico è aderente alla convenzione standard della lingua, ma se si scrive
“principî” o “principii”, si può interpretare che vi sia una riflessione sulle strutture
dell’italiano da parte dello scrivente, infatti, il plurale di “principi-o” è “principi-i”.
Dunque chi scrive con l’accento circonflesso o con la doppia i segnala che ci sono
due i, una del lessema e l’altra del morfema. Questi esempi esemplificano una
condizione attribuibile all’italiano colto, perchè si diagnostica attraverso queste
condizioni un livello di istruzione che va oltre allo standard, non perché migliore
allo standard, ma perché dotato di un livello di conoscenza superiore delle strutture
della lingua. Non è, però, da confondere con l’italiano substandard, perchè
quest’ultimo livello si riferisce a tutto ciò che non rispetta le regole dello standard.
Per quanto riguarda l’italiano popolare, essa è una condizione importante sia sul
piano linguistico che sul piano storico e sociolinguistico. Infatti, De Mauro
impegna una storia linguistica dell’Italia che è la storia del rapporto fra gli italiani
e la lingua. Egli individua un passaggio fondamentale nella storia della lingua
inventando l’etichetta di italiano popolare, che lui definirà anche unitario. Questa è
una varietà di italiano che è il risultato di uno stimolo comunicativo da parte di chi
maneggia l’italiano non seguendone le regole. De Mauro coglie un aspetto storico
e sociolinguistico, ancor prima che linguistico, ovvero il primo approccio, a partire
dal 1963 (data , che buona parte degli italiani, in gran parte poco alfabetizzati,
sotto la spinta comunicativa impegnano una conversazione usando ciò che
chiamiamo varietà nazionale di lingua italiana, quindi coglie un aspetto
fondamentale sul piano della diffusione dell’italiano, per questo è un momento
importante. De Mauro non riflette sui tratti substandard, lui è interessato al fatto di
mettere a punto la condizione della comunicazione in Italia attraverso una lingua
nazionale che si diffonde anche negli strati della popolazione poco alfabetizzata. I
tratti substandard verranno colti qualche decennio dopo grazie a Manlio
Cortelazzo, il quale definiva l’italiano popolare come una varietà imperfettamente
acquisita da chi ha come madre lingua il dialetto, impegnando una condizione
linguistica. De Mauro non ha un atteggiamento negativo nei confronti di questa
varietà di italiano popolare, non vuole mettere in risalto i tratti che deviano dallo
standard ed esaminando alcuni testi popolari afferma che aggiustando alcune cose,
ad esempio la punteggiatura, i testi funzionano perfettamente dal punto di vista
comunicativo, anche se è una lingua che risente della scarsa confidenza con le
strutture grammaticali con l’italiano.
In verità, la “broken italian” era già stata individuata da un ufficiale austriaco, Leo
Spitzer, che aveva il compito durante la prima guerra mondiale di controllare la
corrispondenza dei prigionieri di guerra. Si era reso conto che una percentuale del
2,5% dei prigionieri italiani di quel periodo, la prima guerra nazionale, provenienti
da varie aree dell’Italia, ancora pienamente dialettofone, erano in grado di gestire
l’italiano. Quindi, il resto degli italiani era pienamente ed esclusivamente
dialettofono. Tuttavia, in quel momento storico gli italiani si impegnano nella
spinta e nella necessità comunicativa con la lingua italiana per la prima volta. Le
lettere che scrivono dal fronte vengono intercettate da questo ufficiale che
diventerà un linguista e che parlerà di questo strano “italiano rotto”. Con questa
vicenda bellica si ha un’importante documentazione, non solo sul piano letterario
dei contenuti di queste epistole, ma anche sul piano della scrittura dell’italiano di
quel periodo.
La varietà di italiano popolare si presenta diversamente in base agli studiosi che lo
analizzano. Secondo Glauco Sanga esso è legato alla condizione di classi sociali, è
una visione marxista che lega una lingua ad una specifica classe della società. Si
discute anche sulla questione aggiunta da De Mauro all’etichetta di popolare,
chiamandolo italiano popolare unitario. Ci si domanda che cosa abbia di unitario
perchè visto che una delle condizioni di questa varietà consiste nel contatto col
dialetto del parlante, cioè è il risultato di una sorta di transfer continuo dal dialetto
all’italiano, allora non può essere unitario nel risultato perchè ognuno gestisce un
dialetto diverso e l’italiano popolare non può essere uguale da tutte le parti. Non
può essere neanche perchè riferito al fatto che sia nato durante l’Unità di Italia,
perchè, quando si codifica l’italiano di quel periodo, nasce anche il substandard,
che non è italiano popolare perchè esso è per definizione la varietà che è usata
dagli incolti, quindi il substandard, nato in quel periodo e usato dagli scrittori che
non volevano adeguarsi allo standard, non può essere uguale. L’etichetta di
“unitario” si riferisce al coinvolgimento di una popolazione nei confronti di una
lingua sul piano della lingua veicolare che serve per la comunicazione quotidiana,
ma nonostante ciò i risultati di questa varietà sono assai diversi l’uno dall’altro,
quindi non è configurabile una unica varietà di italiano, intanto perchè non si
presentano tutte allo stesso modo, anche perché il livello di istruzione è in una
condizione di continuum e quindi è italiano popolare un testo scritto o parlato da
un dialettofono con un livello di istruzione da prima elementare, ma è anche
italiano popolare un testo scritto o parlato da un parlante con un livello di
istruzione da quinta elementare o da diploma, per questo “unitario” non può essere
inteso come un’unica forma di italiano, le varianti sono tantissime. Tuttavia, pur
essendo vero che i risultati sono differenti, i meccanismi sono unitari. Il risultato
del contatto fra italiano e dialetto A e fra italiano e dialetto B sono differenti ma il
fatto che sia il dialetto A che il dialetto B siano entrati in contatto con l’italiano
crea l’unione, quindi il meccanismo del transfer che ha prodotto quel tratto
substandard, indipendentemente dal tipo di dialetto alla base, è unitario. Così come
unitario è il risultato di un approccio di risistematizzazione delle microstrutture
complesse della lingua, spesso tipico in tutte le varietà di italiano popolare. Questa
risistematizzazione non dipende dallo specifico dialetto che sta alla base, perchè
questo tipo di errori vengono commessi tanto da un semicolto milanese quanto da
un semicolto palermitano. Essa dipende da una ristrutturazione analogica, infatti,
trattandosi di strutture complesse, vengono risolte secondo le capacità del parlante
convergendo verso forme di comportamento regolare (analogiche, appunto). Si
sceglie la regola più frequente dell’italiano e viene applicata anche li dove non si
dovrebbe. Alcuni esempi:
- la riduzione del microsistema degli articoli indeterminativi e determinativi.
L’italiano per il femminile ha un unico articolo determinativo e un unico articolo
indeterminativo, “la” e “una”, ma per il maschile ne ha due, “il”e “lo”, “un” e
“uno”. Dunque è un microsistema complesso da gestire perchè non basta
riconoscere il maschile e il femminile per poter attribuire correttamente
l’articolo, bisogna conoscere la regola di distribuzione. In tutte le varietà di
italino popolare c’è una riduzione di questo microsistema, in linea di massima si
opta per l’utilizzo di “un” omologando anche “uno”, ad esempio “un specchio”,
“il specchio”, “i specchi”. L’articolo “uno” può ricorrere in alcuni testi, a volte
correttamente altre scorrettamente. Il problema è che è un tratto di difficile
gestione, che viene risolta indipendentemente dal dialetto di base, anche perchè i
dialetti italo-romanzi, ad esclusione di coloro che hanno dato origine alla
struttura italiana (fiorentini), non adottano la distinzione degli articoli, ma ne
hanno uno.
- La semplificazione con il pronome “ci”. Noi abbiamo un sistema complesso in
italiano e usiamo “gli”, “le” e “loro”, infatti nello standard il pronome di
riferimento funziona, ad esempio, “gli ho detto”, “le ho detto”, “ho detto loro”.
La soluzione che si trova a questa difficoltà di accordare il pronome è quella di
risolverlo con “ci”, ad esempio, “ci ho detto (a mio padre/madre/genitori)”, che è
plurifunzionale, in quanto unico pronome di riferimento. A volte però si utilizza
“gli” per riferirsi sia al maschile, sia al femminile che al plurale. La differenza è
che questa soluzione con “gli” è un tratto marcato diamesicamente in quanto
ricorre frequentemente nel parlato e che è ormai accettato da parlanti istruiti in
contesti diafasicamente medi. Mentre la soluzione con “ci” rimane diagnostico
del piano diastratico, in quanto la persona non istruita risolve la questione con
“ci”.
- il periodo ipotetico, esso è un periodo complesso diviso in protasi e apodosi. La
protasi (la proposizione subordinata condizionale) vuole un periodo verbale e
l’apodosi (la sua reggente) vuole un altro periodo verbale. Gestire il periodo
ipotetico se non si è sufficientemente istruiti non è semplice, tanto è vero che
invece di dire “se io fossi venuto, ti avrei visto” usando il congiuntivo nella
protasi e il condizionale nella apodosi, nei testi popolari solitamente si
conguagliano i due tempi “se io sarei venuto, ti avrei visto”. Anche questo è
indipendente dal dialetto di base.
- la formazione di alcuni imperativi che vengono risolti con alcuni congiuntivi. Ad
esempio il famoso “vengi, vengi, vengi” di Fantozzi, esso non dipende dallo
specifico dialetto che sta alla base, dipende da una ristrutturazione analogica.
- Sul piano morfologico e sintattico ci sono alcuni tratti come, ad esempio, gli
accordi ad sensum, ovvero l’accordo di un verbo col nome non sulla basa della
categoria grammaticale del nome, ma sulla base del significato del nome. Ad
esempio, l’accordo con “la gente” è singolare sul piano grammaticale, quindi
pretende la terza persona singolare “la gente andava”. Tuttavia, la soluzione ad
sensum prevede l’accordo col significato, quindi “la gente”, essendo una
pluralità di persone prevede l’accordo al plurale, “la gente andavano”, che
ovviamente è substandard e non è ammesso dallo standard italiano. Oggi però è
sempre più sentito., tanto è vero che se si ascoltano i politici, ci si rende conto
che ormai stanno sdoganando l’accordo ad sensum, ad esempio, “la maggior
parte andavano”. Anche dai comici è utilizzato, basti pensare a “Siamo una
squadra fortissimi” di Zalone.
- L’uso dell’ aggettivo in funzione verbale, ad esempio, “la meglio gioventù”,
“vado diretto a casa”, “è bello vero”, ormai sempre più sdoganata. Non sono solo
forme frequentemente in uso nel meridione, ma in tutta Italia. Queste formule
mantengono ancora una condizione diagnostica del livello del parlante,
sopratutto se usate in contesti formali.
- Il che polivalente, il tratto più interessante. Le condizioni del “che” di uso
generico bisogna trattarle su due piani diversi:
- Da un lato, ci si è accorti di un uso molto esteso di “che” con funzione
subordinante. Nei testi popolari ma anche in quelli non marcati diastraticamente,
è l’unico modo per congiungere la principale alla subordinata, o due subordinate.
Ormai sta prendendo il posto delle altre congiunzioni. Alcuni di questi usi sono
ancora stigmatizzati dai parlanti colti, si pensi all’uso di “che” in funzione di
pronome relativo, anche con implicazione temporale, ad esempio, “Sono stato a
Roma che c’è il Colosseo”, oppure “Il posto che sono andato ieri è bellissimo”.
Quindi, rimane un tratto substandard che diagnostica il livello basso di istruzione
del parlante o dello scrivente e non è accettato neanche nell’italiano colloquiale.
Le persone istruite non adoperano il “che” con funzione di pronome relativo, ma
con la funzione di subordinante tutti lo adoperano, sopratutto nel parlato in
contesti diafasici mediamente formali, in sostituzione di altre subordinanti più
precise, per esempio, in funzione consecutivo-espletivo, come nel caso di
“Presto che è tardi” o “Vieni che sono pronto”, in funzione causale, come “Vai a
fare una vacanza che ne hai bisogno”, in funzione presentativa come “Io sono
uno che parla molto”. Per questo, l’uso del “che” polivalente in queste funzioni
non può essere attribuito esclusivamente alla diagnostica del piano diastratico e
quindi del livello di istruzione del parlante perchè è un fenomeno che sempre più
coinvolge il livello colloquiale di italiano parlato. Tanto è vero che, Berruto si
concentra su una serie di fenomeno che l’italiano colloquiale condivide insieme
ad altre forme substandard attribuibili all’italiano popolare, domandandosi se
siano forme di italiano popolare o di italiano colloquiale e se siano fenomeni
attribuibili al livello diastratico o al livello diafasicodiamesico. Berruto risolve la
questione ponendola sul piano della frequenza, cioè se il fenomeno, poniamo
l’uso non consono allo standard di “che”, si presenta occasionalmente e non in
concomitanza di altri fenomeni, evidentemente può essere attribuito al piano
colloquiale, ma se si presenta in concomitanza di altri fenomeni che
diagnosticano il basso livello di istruzione del parlante, evidentemente è da
attribuire al piano popolare.
- Dall’altro lato, esso funziona come rafforzativo, anche in parlanti istruiti, ad
esempio, “mentre che” o “essendo che”, questo è ancora fortemente diagnostico
della diastratia, perchè non è ammesso dalla grammatica italiana.
Sostanzialmente, queste sono varietà di apprendimento, cioè sono varietà di italiano
che seguono un percorso di apprendimento e che denunciano il tipico errore delle fasi
di apprendimento di una lingua seconda. Berruto lamentava che in alcuni casi non si è
fatto sufficiente patrimonio dell’esperienza di analisi dell’italiano popolare per i
livelli acquisizionali che, per certi versi, coincidono. I punti di apprendimento di una
lingua seconda si riflettono nell’apprendimento della varietà italiana da parte di chi
ancora non lo conosce bene. La questione che differenzia questi due modi di
approcciare la lingua è che nelle varietà di apprendimento questi punti critici vengono
colmati, i bambini risolveranno gli inciampi acquisizioni nel momento in cui
capiranno l’errore e si adegueranno alla norma, mentre l’italiano popolare è una sorta
di fossilizzazione delle varietà di apprendimento, gli errori rimangono tali per sempre
perché non ci sono occasioni di perfezionare l’apprendimento. Tuttavia, ci sono punti
di contatto fra le fasi di acquisizione della lingua seconda e i tipici fenomeni che
marcano diastraticamente questa varietà di italiano. Ad esempio, l’approccio
analogico, cioè risolvere una condizione di criticità applicando la regola generale, per
esempio, “la diabete” perchè si pensa che il sostantivo sia femminile. Quindi, i
meccanismi, l’analogia, il contatto transfer con la lingua, danno risultati diversi ma
rimangono sempre uguali, questo c’è di unitario nell’italiano popolare.
Si deve aggiungere che questa varietà di italiano popolare è praticata dai semicolti,
ovvero la classe di manifestazione dell’uso di questa varietà che concorre alla
scrittura colta. Ci sono opere magnifiche dal punto di vista letterario, se si intende
costruzione e trasmissione di sentimenti, emozioni, contesti. Le grandi opere
letterarie sono gestite anche con questa varietà di italiano, tanto è vero che c’è in
italia un apposito premio letterario destinato agli scriventi semicolti. Con la
definizione di semicolto si intende colui che usa l’italiano per prospettive anche di
ordine letterario, la dove si intende esporre testi che riescono a comunicare
qualcosa di importante al lettore. Due siciliani hanno vinto questo prestigioso
premio:
- Tommaso Bordonaro con “La spartenza”, un racconto di vita, ovvero quella di
questo semicolto di Bolognetta che racconta la sua fase di emigrazione verso
l’America, appunto la spartenza, che è un termine dialettale che lui usa come
forma italiana.
- Vincenzo Rabbito, un semicolto di Chiaramonte Gulfi, che ha scritto un’opera
grandiosa di oltre 1000 pagine “Terra Matta”, di cui ne è stato pubblicato solo un
estratto da Einaudi. Si tratta di un racconto autobiografico, a partire dalla guerra
mondiale, passando per la guerra in Libia ed il ritorno in Sicilia. È uno
straordinario capolavoro che riesce ad emozionare indipendentemente dagli
strafalcioni linguistici e grammaticali.
L’italiano popolare è dunque una lingua che riesce ad emozionare, tanto è che
Tullio De Mauro era emozionato di vedere come il popolo italiano di quel periodo
si approcciava a questa novità linguistica e si salutava positivamente questa
necessità comunicativa e questa spinta verso una lingua nuova.
- il livello di reddito, non più classificabile. Un tempo interveniva a distribuire
all’interno della comunità linguistica classi sociali di diverso tipo, ma è stato
abbandonato perchè esso era parallelo al livello di istruzione, giacché più alto era
il livello di istruzione, più alto era il reddito percepito. Oggi non è più così,
perchè non si può più correlare il livello di reddito al livello di istruzione, infatti
quest’ultimo non garantisce il reddito, esistono laureati disoccupati e persone che
hanno avviato un’attività lavorativa pur senza istruzione.
- i modelli socioculturali di riferimento. Essi un tempo erano maggiormente
evidenti rispetto ad oggi, basti pensare che fino alla metà degli anni ’80 essere
di sinistra si configurava non solo attraverso l’abbigliamento diverso ma anche
attraverso un modo di parlare che si riferiva ad alcune formule, espressioni e
scelte linguistiche non condivise da chi abbracciava ideologie di destre. Oggi col
venir meno di una distinzione rigida delle prospettive ideologiche, c’è una sorta
di omologazione delle scelte linguistiche operate.
Testo 1
dopo mi butto fuori di Casa solo Com ero vestito minevato con la fitanzata e anche
lei Con il proprio vestito, il Padre mi voleva ammazzare che lui era un Bricande ma
siamo fuggiti a una Casetta di Campagna che c'èrano topi e pulci dopo unpo la mia
sorella mie dato un lettino e detto alla Moglie atesso dobbiamo lavorare per noi
lavorammo Come matti nei Compi la Raccolta ci è aiutata (Rovere 1977: 188).
Il testo è chiaro dal punto di vista del contenuto, ma vedendolo pare essere scritto da
un analfabeta più che da un semicolto, che qualcuno chiama incolto. Tuttavia, ci sono
i livelli di continuità nell’istruzione. Uno può scrivere pur avendo appena la capacità
di riportare la parola sul piano grafico, quindi un semianalfabeta, ma nel caso di un
analfabeta, non avremo mai un testo scritto ma soltanto orale, proprio per l’incapacità
di produrlo. In ogni caso anche i semianalfabeti possono differenziarsi, infatti, il
livello di istruzione di chi ha fatto un anno di scuola elementare è diverso da chi ha
raggiunto la scuola media.
In questa categoria di scrittura ci sono degli elementi che ricorrono:
- Gli aspetti grafici. Non essendo abituati a scrivere, tutto ciò che pertiene la
semiotica della grafia (la punteggiatura) è gestita malamente. Infatti, essa è
puramente grafica e non ha un aspetto fonico, non è vero che mettiamo la virgola
nella pausa breve ed il punto nella pausa lunga, quindi non ci si può aiutare con
la fonia:
- In questo tipo di testi la punteggiatura è, per questo, un punto di forte criticità, o
non ci sono quasi mai virgole, come in questo testo in cui ne è presente solo una,
o vengono iperestesie e inserite nei punti sbagliati, come Vincenzo Rabbito che
tendeva a separare le parole mediante un punto e virgola. È chiaro che la
punteggiatura non sia semplice da gestire neanche per persone colte, spesso
anche le persone in prossimità della laurea riescono a gestirla.
- Anche l’accento, pur avendo un riscontro fonico, e l’apostrofo pertengono gli
elementi grafici, ecco perché in questo testo sono usati male: “butto” non ha
accento “unpo” non ha apostrofo, “c’èrano” però li ha entrambi, qui succede che
lo scrivente sa che la “e” va con l’apostrofo e che “c’è” si scrive accentato,
quindi lo scrive in questo modo intendendo come plurale. Questa persona ha
quindi qualche nozione scolastica e le usa generalizzandole.
- Le maiuscole sono un altro aspetto puramente grafico che non hanno un
riscontro fonico, quindi sono gestite secondo un criterio differente. In questo
testo le parole maiuscole sono “Casa”, “Com”, “Con”, “Padre”, “Bricante”,
“Casetta”, “Campagna”, “Moglie”, “Compi”, “Raccolta”, ovvero sono quasi
tutte parole hanno che una certa importanza per lo scrivente, dimostrano una
centralità nell’attenzione di chi scrive, quindi c’è un criterio che a volte non
viene rispettato, perchè si vedono “Com”e “Con”, quindi non ci sono regole di
applicazione costanti ma solo indicazioni.
- La divisione delle parole nel testo è un altro aspetto fondamentale di tipo
esclusivamente grafico. Ad esempio, “unpo”, “mie dato”, “minevato”. Quando
noi pronunciamo queste parole non le separiamo, infatti, la difficoltà di separare
le componenti del sintagma della frase è un’altra delle condizioni che ricorrono
unitariamente nei testi popolari. Questo fenomeno si chiama univerbazione o
deglutinazione e consiste nel rendere una serie di componenti come una unica
parola. Anche in questo caso, questi esempi sono esemplificativi, non significa
che ogni volta che si deve dire “me ne vado”, uno scrivente semicolto lo scriverà
così. Quindi, non possiamo sapere quali saranno le parole univerbate all’interno
dei testi in italiano popolare, ma possiamo affermare che sicuramente ci saranno.
Nei testi di questo tipo, non in questo, può essere presente anche il fenomeno
inverso, la concrezione o agglutinazione, ovvero separare una parola che
dovrebbe essere unita, per esempio “La Merica”.
- Gli aspetti fonici. Sono tratti che non sono pertinenti alla condizione semiotica
dello scritto ed hanno un riscontro nella fonia, per questo sono detti tratti
fonografici o fonortografici, ovvero il riportare nello scritto una parola per come
è pronunciata. Fra questi:
- Lo scambio fra sorde e sonore. In questo testo si può affermare che lo scrivente
proviene da una certa area dell’Italia in cui le sorde intervocaliche si presentano
come sonore perchè troviamo “minevato”, “fitanzata”, “atesso”, “brigande” ed è
una cosa sistematica. Questo però non significa che tutte le volte in cui
troveremo una “d” intervocalica essa sarà convertita in “t”. Tuttavia, è
sistematico che ci siano dei transfer fonetici sul piano grafico, probabilmente
nella varietà dello scrivente si dice “fitanzata”. In “brigande” il tratto è inverso,
si passa alla sonora, ma il contesto è diverso perchè non è una sonorizzazione
intervocalica ma una sonorizzazione di una consonante post-nasale e quindi fa
riferimento all’area meridionale dell’Italia.
Testo 2
Questa è la bella vita che ho fatto il sotto scritto Rabito Vincenzo, nato in via
Corsica a Chiaramonte Qulfe, d'allora provincia di Siraqusa, figlio di fu Salvatore e
di Qur riere Salvatrice, chilassa² 31 marzo 1899, e per sventura domiciliato nella via
Tommaso Chiavola. La su0a vita fu molta maletratata e molto travagliata e molto
desprezata. Il padre morí a 40 anne e mia madre restò vedova a 38 anne, e restò
vedova con 7 figlie, 4 maschele e 3 femmine, e senza penzare piú alla bella vita che
avesse fatto una donna con il marito, solo penzava che aveva li 7 figlie da campare
e per darece ammanciare. Il piú crante di queste figlie si chiamava Ciovanni, ma
Ciovanni di questa nomirosa famiglia non ni voleva sentire per niente; se antava
allavorare, quelle poche solde che quadagnava non bastavino neanche per lui, e
quinte quella povera di mia madre era completamente abilita'. Mio padre, con quelle
tempe miserabile, per potere campare 7 figlie, con il tanto lavoro, ni morí con una
pormenita, per non antare arrobare e per volere camminare onestamente. Ma il
Patreterno, quelle che voglino vivere onestamente, in vece di aiutarle li fa morire.
Cosí, il seconto di questa nomerosa famiglia era io. Ed era io, Vincenzo, che cosí
picolo sapeva che mia madre aveva molto bisogna dai figlie, perché era senza
marito. Io non la voleva sentire lamentare perché non aveva niente per darece
Testo 4
Per chiudere, si può menzionare una scena del film "Totò, Peppino e la...
malafemmina” del 1956. In questo film Totò e Peppino sono gli zii di uno ragazzo
che studia a Milano, vengono a sapere tramite un amico che viaggia, mentre loro non
viaggiano mai, che il nipote è fidanzato con una ballerina, preoccupati del fatto che il
nipote possa essere distratto dagli studi decidono di partire per Milano per portare dei
soldi e una lettera alla ballerina come riscatto per il loro nipote. In questa scena si
analizza la stesura di questa lettera, non era prevista dal copione ma è stata inventata
sul momento da Totò, tanto che neanche Peppino ne era al corrente.
Fra i meccanismi da sottolineare:
- l’incipit della lettera “Veniamo noi con questa mia addirvi” è tipico di quel periodo in
cui si iniziava una corrispondenza con “Vengo con questa mia a dirLe”. Quindi è uno
stilema in uso nella corrispondenza e che viene praticato da chi assume il ruolo di
scrivente. Totò quindi dimostra di aver avuto un breve percorso scolastico perchè ha
la capacità di affrontare la stesura di una lettera. Ovviamente lo stilema non è usato in
modo corretto, ma è cristallizzato perchè “noi” e “mia” non funziona.
- Totò invita Peppino a scrivere “addirvi” come unica parola, quindi è una
univerbazione.
- “Che”, anticipa una subordinata in una frase che rimane non completa. È un cambio di
strategia sintattica perchè il che non viene relazionato a nessuna subordinata. Il “che”
è annunciato con molta enfasi, quindi Totò è ben consapevole del fatto che il suo uso
sia perfettamente improprio, non è casuale.
- Il modo in cui dice “Settecentomilalire”, l’enfasi con cui alza la voce denuncia una
condizione, il fatto che la strutturazione dei testi popolari riflette il parlato e quindi
riflette l’endofonia, perchè mentre si scrive si pensa a come si sta parlando. Lui
pretende che questo suo alzare la voce venga riflesso nel testo scritto.
- “Specie che” rafforzativo.
- “.:” si focalizza sulla questione della punteggiatura, uno dei fenomeni maggiormente
diagnostici dell’italiano popolare. Il ricorso ai puntismi, cioè a forme di italiano alto, a
volte azzeccato e altre no, è una condizione tipica di questi testi perchè si fa ricorso a
tutto il buon italiano appreso nel periodo scolastico.
- “Questa moneta servono”, un caso di accordo ad sensum, la moneta è singolare ma il
pacchetto che indica è composta da una serie di monete, quindi per lui il senso è
plurale. È un altro fenomeno specifico che Totò riesce a focalizzare ed esprimere.
- “Che voi vi consolate” classica sostituzione del congiuntivo con l’indicativo,
fenomeno piuttosto scontato anche allora. Da notare anche la pronuncia del nesso
“ns” in “nz”, tipicamente meridionale.
- “Il dispiacere che avreta”, nota che nel momento in cui si deve dare forma al concetto,
l’atteggiamento di questi scriventi è di riflettere sulle strutture della lingua che poi
inducono a un errore sulla base di una meditazione dell’ordine linguistico. Gli
scriventi sono di area napoletana, in quei dialetti le vocali finali non si percepiscono
come piene e diventano una vocale centrale media, chiamata schwa. Il dubbio, quindi,
sorge spontaneo nel momento in cui si deve ricostruire una vocale finale, per questo
attua un ragionamento morfologico, cioè la vocale finale è la “a” perchè è riferito a
una donna.
- “Perchè” viene definito aggettivo qualificativo, è una condizione di espressione della
lingua appresa durante il percorso scolastico. È una reminiscenza applicata a
sproposito per fini comici.
- “Sto facendo una faticata”, questa faticata è di Peppino perchè l’approccio ad un testo
scritto con questo tipo di scrittura è per lui una fatica perchè è difficile riportare nello
scritto una varietà parlata.
- “Vi mandano questo”, classico riferimento deittico che funziona nel parlato, quando il
canale visivo è aperto. In questo caso Totò coglie il fatto che questa varietà scritta
risponda ad una esigenza del parlato e addirittura arriva all’uso del deittico vero e
proprio, cogliendo la relazione fra scritto e parlato nell’italiano popolare.
- “Laura”, “Salutando indistintamente”, “Apri una parente” sono malapropismi.
5.3 Diamesia
[Nel tuo tempo libero, cosa fai?] Eh, io sto in un gruppo che-e... siamo studenti
nelle... più che altro studenti del liceo ma anche... universitari... che- facciamo
assistenza... assistenza sociale, insomma... nei quartieri popolari più che altro,
nelle borgate di Roma o anche a Trastevere, cos... con degli anziani, con persone
anziane che hanno problemi... degli anziani poveri insomma... e con...
cerchiamo di fare... delle scuole popolari anche con... con dei bambini che
hanno più problemi scolastici così, anche problemi familiari... genitori analfabeti
e cose di... così, di questo genere.
Nel testo non troviamo la presenza di tratti substandard, nel senso che chi si sta
esprimendo non sta utilizzando una varietà di italiano popolare, ma semplicemente
sta utilizzando forme tipiche dell’oralità che in questo caso specifico sono state messe
per iscritto. È evidente la “disorganizzazione” sintattica. Il parlante tende spesso a
fare pause, a volte precedute da emissioni vocaliche, quali “eee…”, altre volte pause
piene, ad esempio, “mmm”, per riempire gli spazi e per organizzare la formulazione
del messaggio. Il modo di procedere per il parlante, in tutti i parlanti in generale, è
quello di enunciare immediatamente un concetto che si riesce a gestire soltanto
limitatamente nel tempo e a cui poi si vanno ad aggiungere altri elementi di
contenuto. Il parlante anche attraverso le pause da dimostrazione del fatto che pensa,
riorganizza la frase, il contenuto, si esprime ma poi si corregge.
Nel parlato, ci si sta riferendo alla pianificazione testuale a breve/brevissima
gittata. Infatti, è presente una delle caratteristiche del parlato, ovvero la testualità
frammentata che procede per blocchi minimi di contenuto, sintattico-semantici più o
meno autonomi e dunque con la presenza di paratassi/coordinazione, piuttosto che
subordinazione.
Invece, nello scritto, l’organizzazione ipotattica richiede il collegamento costante
con la frase principale. Ad una frase principale vengono collegate altre frasi con
diversi gradi di subordinazione. La pianificazione testuale dei testi scritti è a lunga
gittata, il che significa che ci è possibile costruire periodi anche abbastanza
complessi, grazie al controllo che si ha mentre si produce un testo scritto, cosa che
appunto non può avvenire nel parlato, poiché interviene la costante tempo.
Nell’organizzazione della frase, la condizione spazio-temporale condiziona la
strutturazione della frase stessa.
[...] voglio dire di facile portata nell'acquisto, insomma, quindi... curate, ma, eh,
sufficientemente... abbordabili... in quanto appunto alle tasche dei compratori,
mentre prima ecco... c'erano bellissime edizioni di classici... ma molto... molto
costosi, insomma, ecco [...]
A: [...] anche perché... mh, le informazioni che danno sono-... va be', a parte la
segreteria è aperta tre volte la settimana proprio - quando... va bene, eh, se uno
deve saperne qualcosa sugli studi che vuole fare... deve... deve... credo, chiedere
a qualche amico è la cosa migliore, perché- le informazioni che danno nelle
segreterie sono proprio cose- così B: Un po' vaghe? A: Un po' vaghe,
La dislocazione a destra, a sinistra, così come anche la frase scissa, ma non solo,
fanno parte di quei tratti che sono stati studiati da diversi linguisti. Sabatini li aveva
definiti come tipici dell’italiano dell’uso medio, Mioni li aveva definito come tipici
dell’italiano di tendenza, Berruto come tipici del neo-standard.
Tutte e tre le etichette fanno riferimento a fenomeni linguistici marcati a livello degli
assi di variazione che, grazie alla riorganizzazione dell’italiano standard, non
vengono più percepiti come tali.
La neo standardizzazione è un processo che prende luogo, a partire dalla seconda
metà degli anni ’80, sotto la spinta sociale e linguistica dei parlanti italiani, nel
momento in cui l'italiano cessa di essere una lingua scritta, utilizzata ad uso
esclusivamente letterario, per diventare finalmente una lingua parlata, utilizzata
dunque come lingua veicolare, della conversazione quotidiana.
Il fenomeno della ri-standardizzazione è una fase di standardizzazione nuova, come
una sorta di aggiornamento di quella avvenuta prima. Più nello specifico consiste
nello sdoganamento, una fase di accettazione, di tutta una serie di tratti linguistici
percepiti come marcati e dunque sanzionati a livello degli assi di variazione. Questo
succede perché le abitudini cambiano e la lingua va dove vuole, specialmente se
utilizzata liberamente dai parlanti, che nell’uso normale della lingua si possono
permettere di formulare ipotesi. Questi tratti percepiti come marcati vengono
legittimati, diventando normali sul piano diamesico dell’oralità, e soprattutto essendo
utilizzati nella produzione orale, anche dai parlanti istruiti. Infatti, alcuni di questi
tratti ovviamente non possono entrare a far parte dello scritto proprio perché tipici
della varietà parlata.
Ovviamente, il grado di istruzione ha forti implicazioni nell'utilizzo di tali tratti,
perché per essere accettati sul piano difasico devono essere impiegati soprattutto dai
parlanti mediamente istruiti/ colti. Altrimenti, se utilizzati soltanto dagli incolti o dai
semicolti, saranno identificati automaticamente come errori, dunque come tratti
substandard, attribuiti alla varietà di italiano popolare. A questo punto bisogna inoltre
fare una distinzione fra:
- La norma: struttura dello scritto in cui troviamo un’attenta formulazione della frase,
con particolari scelte lessicali.
- La normalità: risponde alle esigenze comunicative del parlante.
C. Condizioni intermedie nel continuum dell’asse diamesico
I due studiosi intervengono nella modifica del parametro interpretativo del canale,
distinguendo fra la “concezione orale” e la “concezione scritta”, in cui per
“concezione” si intende esattamente la strutturazione del testo e tutta la
fenomenologia che si presenta, nell’oralità e nello scritto, e il “mezzo fonico” e il
“mezzo grafico”, ovvero tutto ciò che riguarda la semiotica della fonia e la semiotica
della grafia. Loro verificano come incrociando questi due parametri, quello della
concezione e quello del mezzo, si perviene ad una distribuzione. Nel senso che, se si
tratta di un testo o di una fenomenologia che pertiene ad una concezione parlata
attraverso un mezzo fonico, esso incrocerà il parlato convenzionale spontaneo, quello
che per Nencioni è il parlato-parlato. Se, invece, si incrocia la concezione tipicamente
scritta con il mezzo grafico, si avrà la scrittura tradizionale, quello che è stato definito
scritto-scritto. L’innovazione, qui, sta nelle condizioni intermedie, negli incroci fra
una concezione tipicamente scritta e la trasmissione orale, quali:
- La lettura di testi scritti e la recitazione, un testo filmico o teatrale viene
recitato, trasmesso attraverso un mezzo fonico, ma ha una concezione strutturale
tipica dello scritto, si pone in una condizione intermedia.
- Le trasmissioni radiofoniche e televisive, gli enunciati relativi ai notiziare, ad
esempio, sono trasmessi oralmente ma sono concepiti secondo una concezione di
tipo scritto. Sostanzialmente sono testi scritti recitati.
- La trascrizione di testi orali e la comunicazione mediata del computer, sono
le più problematiche condizioni dell’incrocio fra i parametri definiti da questi
studiosi. Queste due tipologie si incasellano in concezioni tipicamente parlate, in
quanto testi emessi attraverso il mezzo fonico, ma il canale attraverso cui
arrivano questi messaggi è quello grafico, perché non li stiamo ascoltando
attraverso la registrazione ma li stiamo leggendo attraverso la trascrizione. Il
problema è che all’interno di questa casella si presenta una tipologia diversa di
testo, ossia la comunicazione mediata del computer. La trasmissione di email,
sms, chat risponde ad un mezzo grafico perchè vengono comunicate
graficamente, ma la testualità, nel senso di concezione, è tipicamente parlata,
perchè è come se si stesse conversando.
Le osservazioni di Berruto su questo schema sono opportune dal punto di vista dei
parametri, nel senso che questa bipartizione fra concezione e mezzo è conveniente.
Tuttavia, i risultati non sono convincenti nell’applicazione, in quanto non si possono
inserire in uno schema analitico due forme comunicative completamente diverse quali
la trascrizione di testi orali e la comunicazione mediata del computer. Per di più, la
comunicazione mediata del computer non può essere interpretata univocamente, c’è
una differenza fra tutto ciò che è mediato dal computer, una cosa è la mail, ovvero
una lettera trasmetta attraverso il messo elettronico, un’altra è l’sms, la messaggistica
breve trasmessa attraverso il mezzo telefonico, un’altra ancora sono le chat. La
differenza, secondo Berruto, sta nel livello di interattività:
- La mail ha livello di interattività basso: quando noi scriviamo una mail, è vero
che il computer ha desacralizzato il rapporto fra lo scrivente e il mezzo grafico,
ma essa mantiene una condizione di testualità e di attenzione al livello formale,
in ragione anche del destinatario dell’email. La ragione è che l’email può essere
ricevuta dal destinatario o immediatamente o a distanza di tempo, dunque il
tempo che impieghiamo nella sua stesura ce lo prendiamo tutto, sappiamo bene
che il tempo è fondamentale nello scritto. Inoltre, pure il destinatario che dovrà
rispondere, non avendo l’impellenza di rispondere immediatamente si prenderà il
suo tempo per elaborare secondo i canoni della forma il messaggio di risposta. È
vero però che ormai il mezzo di trasmissione oggi è un pò desacralizzato, una
cosa è scrivere una mail e un altro è la stesura di una lettera, perchè in qualche
modo la trasmissione delle mail contiene una condizione di maggiore elasticità
nella tempistica di invio e ricezione, cioè noi ci predisponiamo nello scrivere una
mail più o meno con lo stesso atteggiamento che usiamo quando mandiamo un
messaggio. La maggior parte delle mail, anche quelle destinate ad un
interlocutore con un rapporto asimmetrico, ovvero quando i due interlocutori non
sono posti allo stesso livello sul piano sociale, il comportamento del digitante
non è lo stesso di quello che si aveva quando si teneva la penna in mano. Si è
legittimati a non fare attenzione alla forma e ci comportiamo come se stessimo
conversando con l’interlocutore, quindi è una testualità più elastica.
Alcune condizioni che identificano questa testualità concepita come testo parlato
sono presenti nei seguenti esempi:
Buongiorno Professore, mi chiamo XX, una studentessa del primo anno di Scienze
della Formazione. Ho superato l’ultimo appello dell’esame di Linguistica, ma
guardando il sito ho notato che non è stata indicata l’ora della verbalizzazione, che
avrà luogo domani. Volevo chiederle se poteva essere così gentile da rispondere
alla mia email indicandomi l’orario della verbalizzazione. Ringraziandola in
anticipo,
XX
- Utilizzo del periodo ipotetico col conguaglio che prevede “imperfetto +
imperfetto”. Di cui uno impiegato come imperfetto di cortesia: “volevo chiederle
se”, utilizzato al posto di “vorrei chiederle...”.
- L’incipit non consono al contesto. Si usa “Buongiorno” o “Buonasera”, questo
non è che sia informale, ma sono saluti che si usano quando si vedono le
persone, non nella scrittura, quindi saluti tipici del parlato, utilizzati quando il
canale visivo è aperto. Tuttavia, questa è diventata una condizione quasi tipica
della testualità dell’email, che attinge elementi dal parlato. Non sono quindi
testualmente pertinente, però sono ormai concepiti come testualità parlata e
dunque come legittimi.
- L’uso di stilemi tipici del linguaggio burocratico, “avrà luogo”, ritenuti “buona
lingua” ma che in realtà non sono consoni al contesto.Da ciò si evince la natura
ibrida di questo testo: da un lato un impianto concettuale di tipo parlato,
dall’altro una certa attenzione al ricorrere a formule linguistiche che si ritengono
più prestigiose (perché la comunicazione è di tipo asimmetrico:
studentedocente).
Salve, sono una studentessa non frequentante (in quanto lavoratrice) del primo anno
di Scienze della Formazione. Poiché intendo dare l’esame di Linguistica Italiana
previsto per fine settembre, Le chiedo di fornirmi gentilmente informazioni su
quanto occorre portare per la prova di laboratorio. In attesa di quanto sopra porgo
distinti saluti.
- Si usa “Salve” che è una formula di saluto informale, anche se oggi viene usato
come forma reverenziale. Il modo corretto per l’intestazione tipico della scrittura
è “Gentile, …” (per una asimmetria quale professore-alunno), “Egregio…” (se
molto formale).
- Si usa “In attesa di quanto sopra”, formula tipica dello scritto formale. Quindi vi
è una tipologia testuale oppositiva: unione fra stili diversi, da un lato un
linguaggio tipico del parlato e dall’altro un linguaggio epistolare.
- Si usa “Distinti saluti”, uno stilema tipico della corrispondenza di un tempo.
Gentile Professore,
sono un’allieva del primo anno. Le scrivo per avere informazioni riguardo l’esame già
citato. La ringrazio anticipatamente
Cordiali saluti
1.addumalo il PC
2.ci appizzo i soldi io
3.accattatevi un coccio di diamante
4.Ki siti beddu……
5.Qua si bello fanghiciaddu!