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Davvero l’intelligenza umana

OSSERVATORIO
sulle politiche formative
è minacciata?
Un approccio antropologico all’Intelligenza Artificiale
DARIO EUGENIO NICOLI1

■■Il pensiero magico non aiuta a capire l’AI


Ciò che colpisce della gran parte dei commenti suscitati dalla rapida diffu-
sione dei dispositivi linguistici basati sull’Intelligenza Artificiale (AI) è il diffuso
sentimento di paura sullo sfondo di una visione cupa della civiltà, come se ogni
tappa della rivoluzione tecnologica ci avvicinasse sempre più alla scomparsa di
ciò che è specificamente umano. Infatti, nel corso della storia ogni importante
rivoluzione tecnologica ha prodotto un dibattito distopico fondato sul presup-
posto che la vita sociale ed i costumi siano determinati dalla tecnica.
Platone nel Fedro è perplesso sulla diffusione della scrittura in quanto por-
terebbe a non esercitare la memoria; inoltre essa indurrebbe a cercare la verità
all’esterno e non all’interno di se stessi e per tale motivo fornirebbe un sapere
superficiale e solo apparente. Secondo il grande filosofo, a differenza del dialogo
socratico, il testo scritto è bloccato sulla pagina e non sa rispondere alle do-
mande; infine, per lo stesso motivo può essere frainteso in base all’interesse del
lettore non potendosi difendersi da interpretazioni infondate. È vero che l’oralità
primaria e la memoria erano caratteristiche decisive del mondo pre-scrittura, ma
il modo in cui si formavano i pensieri nelle epoche arcaiche era del tutto con-
discendente nei confronti di quanto tramandato, senza alcuna possibilità di ri-
flessione critica e personale che non fosse la ripetizione del già detto. Mentre la
possibilità di lettura ha permesso un’apertura della mente non più limitata allo
spazio ristretto degli incontri in presenza ed una maggiore riflessività potendo
tornare più volte sullo stesso testo.
Molti umanisti del tempo di Gutenberg si chiedevano se la diffusione dei libri
non favorisse nei contemporanei una lettura superficiale. Lo stesso Lutero era
dubbioso circa il reale contributo della scoperta della stampa, avendo messo la
Bibbia in mano a lettori che traevano da essa conclusioni che giudicava erronee.
Di contro, la scoperta della stampa è stata celebrata da Francesco Bacone come
una rivoluzione in grado di mutare «l’assetto del mondo tutto». Successivamente

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Università Cattolica del Sacro Cuore di Brescia.

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si è parlato di rivoluzione cognitiva che ha profondamente mutato il funziona-
mento della mente umana, aprendo la strada al pensiero scientifico. Ma in Cina
la stampa è nata prima rispetto all’Occidente, eppure non si è verificata una
rivoluzione scientifica paragonabile a quella occidentale del ‘600.
Lo stesso dicasi per l’informatica e la tesi dei “nativi digitali”. La visione
neuroscientifica oggi dominante sostiene l’influenza decisiva sulla mente umana
delle tecnologie della comunicazione, l’ultima generazione delle quali avrebbe
prodotto un tipo di pensiero centrato sul presente e incapace di futuro, perenne-
mente in ricerca di stimoli, in grado di svolgere più attività contemporaneamen-
te (multitasking), ma in definitiva poco disposto alla riflessione (Wolf 2009).
Esistono davvero tali “nativi digitali”, le generazioni di coloro che fin dalla
nascita hanno familiarità con i nuovi mezzi di comunicazione? Prensky ipotizza
che i cervelli dei nativi digitali siano diversi da quelli dei predecessori a causa
del modo in cui le nuove generazioni sono cresciute. E che vi sia un contrasto
tecnologico con le generazioni degli insegnanti il cui sapere è sempre mediato
dai libri (Prensky 2001).
Ma non vi sono evidenze scientifiche che confermino questa che rimane per-
tanto una narrazione: Mirko Tavosanis mostra come la lingua italiana sia cambiata
solo in misura parziale a seguito dell’espansione informatica, mentre i modi fon-
damentali dell’apprendimento rimangono stabili anche con il mutare delle tecno-
logie. È smentita anche la tesi della competenza linguistica delle giovani genera-
zioni: basti vedere le diffuse difficoltà dimostrate nell’utilizzare i dispositivi per
la ricerca (Tavosanis 2013). Infine, le indagini segnalano che i giovani non hanno
smesso di leggere i libri e che, anzi, siano sempre più numerosi coloro che unisco-
no la competenza tecnologica con l’amore per la lettura dei libri cartacei.
Gli strumenti tecnici non possiedono tutti i poteri, magnifici o terribili, che
vengono loro attribuiti, in quanto si tratta di mezzi che possono essere indiriz-
zati in diverse direzioni a seconda dei soggetti e delle dinamiche dei contesti in
cui entrano in gioco. Ma ogni qualvolta si compie un passo ulteriore nel campo
della tecnologia emerge in modo ricorrente un pensiero magico legato all’arche-
tipo ossessivo della “macchina vivente”; l’intero ciclo storico della modernità
e l’era contemporanea hanno visto la successione di almeno quattro tentativi:
la macchina termica del tardo Settecento, la macchina chimico dinamica e la
macchina elettrica nell’Ottocento, infine la macchina cibernetica del Novecento
cui appartiene anche l’attuale versione AI. Tutti questi tentativi sono segnati
dall’impossibilità del passaggio dalla simulazione di alcune funzioni corporee,
comprese quelle neuronali, alla emulazione dell’essere umano nelle sue peculiari
prerogative che lo rendono del tutto differente da un animale.
La spiegazione ci viene offerta da Karl Popper nel seguente brano: «In un suo
celebre intervento, Alan Turing disse: “Ditemi, secondo voi, cosa non è in grado
di fare un computer, e ne costruirò uno apposta”. Gli risposi per lettera: “Cosa

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intende per ‘ditemi’? Che dovrei forse darle una descrizione? Perché in questo

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caso sarebbe una sfida banale. È chiaro che quel che va evitato è proprio la de-
scrizione. Comunque sia, se c’è una cosa che il computer non ha è l’iniziativa.
E non vedo come si possa descrivere l’iniziativa. Quindi la sua sfida è un bluff.
Peraltro, qualsiasi bambino, anzi, qualsiasi cucciolo in buona salute, è pieno di
iniziativa”» (Popper 1991, pp. 16-17).

■■Spunti per comprendere l’AI 2

Anche l’AI ripropone la stessa antinomia emersa tra Turing e Popper.


In questo settore stiamo assistendo ad una fortissima accelerazione che ha
portato dai primi prototipi di computer funzionanti come reti neurali sviluppati
negli anni ’50 da Alan Turing, alle due attuali grandi aree che raggruppano i
numerosi filoni di ricerca e sviluppo:
1. AI debole: comprende sistemi tecnologici che simulano alcune specifiche fun-
zionalità cognitive dell’uomo, ma che non si spingono fino ad imitarne altre più
complesse.
2. AI forte: riguardano i “sistemi sapienti” miranti a sviluppare una propria intelli-
genza artificiale autonoma rispetto a quella umana.
Dal punto di vista delle abilità intellettuali che queste macchine possono
svolgere, troviamo quattro principali livelli funzionali:
– macchine che sanno riconoscere testi, immagini, tabelle, video, voce ed estra-
polarne informazioni;
– macchine in grado di definire collegamenti logici tra molteplici informazioni
raccolte in modo automatico;
– macchine (Machine Learning) che sanno apprendere in modo automatico varie
funzioni;
– macchine che interagiscono in forma reciproca con l’uomo (Human Machine In-
teraction), il settore a più elevata espansione che sfrutta tecnologie basate sul
linguaggio naturale.
L’impatto di queste tecnologie sul lavoro è ampio e in continua evoluzione,
con applicazioni che riguardano in prevalenza i seguenti settori:
 Vendite: in questo ambito vengono utilizzati perlopiù sistemi esperti in grado
di fornire alle persone la soluzione ad uno specifico problema senza dover ri-
correre ad un esperto “in carne ed ossa”. Il che, rovesciato, consente all’azienda
di risparmiare i costi del personale sostituendo il contatto diretto con i sistemi
pre-programmati di risposta vocale interattiva (IVR).
 Marketing: vengono qui utilizzati dei veri e propri assistenti virtuali sia per il
riconoscimento del linguaggio naturale (chatbot) sia per la “profilazione” dei

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clienti sulla scorta delle loro abitudini. Tutti i dati raccolti vengono elaborati
allo scopo di prevedere i futuri comportamenti di acquisto, così da predisporre
strategie di comunicazione fondate su specifiche matrici di bisogni ed esigenze.
 Artificial Intelligence Marketing (AIM): si tratta dell’applicazione più insinuante
in quanto è basata su algoritmi che puntano a persuadere le persone a compiere
un’azione (che esse probabilmente non avrebbero perseguito senza questa forma
di pressione) riguardante l’acquisto di un prodotto, l’accesso ad un servizio ma
anche il voto ad un candidato nelle elezioni.
 Sanità: questa rappresenta l’applicazione più convincente dal punto di vista
morale. Gli applicativi linguistici dell’AI migliorano decisamente il mondo delle
relazioni e la comunicazione di persone con disabilità, consentono di effettua-
re diagnosi accurate e interventi di cura efficaci nel campo dei tumori e delle
malattie rare, svolgono compiti di supporto nell’assistenza virtuale nelle sale
operatorie oppure a favore degli operatori di primo soccorso.
 Cybersecurity: la possibilità di svolgere analisi molto approfondite di una quan-
tità considerevole di dati (Advanced Analytics) può consentire interventi di pre-
venzione delle frodi (come nei casi di clonazione delle carte di credito o nelle
transazioni non autorizzate); ma sono sistemi che possono essere adottasti da
ogni organizzazione allo scopo di ridurre i rischi, proteggere le informazioni ed
i dati, combattere il cybercrime.
 Supply chain: la strategia della connessione tra le diverse fasi dei processi azien-
dali entro una catena continua dell’approvvigionamento e della distribuzione si
avvale decisamente della AI in quanto consente di effettuare analisi sofisticate
e di monitorare tutta la filiera delle azioni e degli operatori che vi fanno parte.
Inoltre, consente di semplificare ed integrare processi troppo frammentati e
distanti nello spazio.
 Sicurezza pubblica: le potenzialità dell’AI in questo campo consistono soprattut-
to nella possibilità di trattare in tempo reale banche dati riguardanti individui,
gruppi e enti allo scopo di effettuare correlazioni tra eventi, comportamenti,
spostamenti, ma anche opinioni e preferenze. In questo modo si crea un poten-
ziale enorme per il miglioramento dell’efficienza e dell’efficacia della sicurezza
pubblica.
 Sistema militare: è uno dei settori in cui si sta maggiormente diffondendo l’uti-
lizzo dei dispositivi AI, soprattutto negli ambiti di comando, controllo, comuni-
cazioni, sistemi informatici, intelligence, sorveglianza e ricognizione. Il grande
supporto informativo derivante dalla grande quantità di informazioni provenien-
ti da droni, sensori terrestri e spaziali oltre che dal cyberspazio, consente di
definire in modo più accurato ed in tempo reale il corso delle azioni militari
soprattutto in scenari complessi che nella gestione tradizionale provocherebbero
problemi di comunicazione e di coordinamento.

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Abbiamo citato soprattutto gli usi positivi della AI; occorre aggiungere che

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nelle mani di persone, di organizzazioni o addirittura di stati mossi da intenzioni
contrarie all’etica ed agli ordinamenti democratici, queste applicazioni aprono
una vastità di utilizzi pericolosi: allontanare i clienti con esigenze di assistenza
dal personale veramente esperto, conferire un’aura di qualità a prodotti e servizi
di scarso valore, perpetrare frodi informatiche carpendo dati sensibili ed evitan-
do i controlli, ottenere informazioni economiche per realizzare profitti illeciti,
accedere a segreti industriali e/o militari e relativi brevetti, manipolare sistemi
informativi, utilizzare i dati relativi a persone e enti per screditarli pubblicamen-
te o per ricattarli, influenzare le elezioni di uno stato democratico diffondendo
fake news allo scopo di creare artificialmente un movimento di opinione…

■■Quella artificiale non è “intelligenza”


Le attuali macchine cibernetiche mirano a riprodurre funzionalità del cer-
vello umano come l’immagine, il linguaggio, l’azione, acquisendo in tempi brevi
livelli sempre più elevati di complessità.
In particolare, i modelli linguistici multimodali della classe GPT-4, il più
potente “strumento intelligente” di produzione di testi capace di generare auto-
nomamente il linguaggio, pongono interrogativi molto importanti circa l’impatto
sul lavoro e sull’economia in generale.
Non sono poche le voci di coloro che paventano un futuro prossimo nel quale
questi sistemi supereranno le capacità intellettive umane, con gravi conseguen-
ze di sostituzione dei lavoratori naturali con dispositivi artificiali.
Queste previsioni ricordano quelle sorte contemporaneamente ad ogni rivo-
luzione tecnologica, puntualmente smentite dalle statistiche dell’occupazione
del tempo susseguente.
Nel linguaggio informatico per emulazione si intende la riproduzione di una
specifica funzionalità entro un sistema tecnico, come ad esempio un software di
contabilità, mentre la simulazione è concepita come un modello concettuale di
rappresentazione della realtà che consente di riprodurre un particolare ambiente
in modo da poter risolvere problemi tendenzialmente sempre più complessi.
Il punto di vista tecnocratico assume il problema come un evento che può es-
sere descritto tramite un numero limitato di connessioni logiche, e non come una
possibilità che presenta il carattere dell’imprevisto e della novità; si tratta di una
prospettiva paradossale, in quanto rovescia i termini della questione: essa, infatti,
suppone che il cervello funzioni solo come un sistema linguistico artificiale, finen-
do così per travisare il mondo reale in cui viviamo, pensiamo ed agiamo.
Diversamente, nel linguaggio letterario l’emulazione indica il desiderio e la ri-
cerca di imitare, eguagliare o superare altri. A questo proposito, Cicerone ci ha la-

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sciato una frase illuminante: «Imitatio virtutis emulatio dicitur» ovvero “si definisce
emulazione l’imitazione della virtù”. Per virtù si intende un costrutto intellettivo che
funziona come movente che spinge il soggetto all’azione allo scopo di perseguire la
“vita buona”, ma anche come criterio di giudizio e di decisione di fronte agli inter-
rogativi che sorgono dall’esperienza. Ma si tratta di qualcosa che è proprio dell’uomo,
che è in rapporto con le sue fonti di forza interiori, qualcosa che nessun artificio
tecnico può né emulare e neppure imitare in quanto appartiene ad una dimensione di
sé di cui lo stesso soggetto umano non possiede se non parzialmente la conoscenza
e sulla quale ha un controllo limitato.
Se neppure l’uomo conosce la sua intelligenza, come può questa essere simulata?
Entriamo in un campo dell’intelligenza umana che è decisamente precluso all’in-
tervento della macchina vivente, in quanto non è possibile definirne a priori le mo-
dalità con cui essa riconosce corrispondenze di senso con il proprio mondo interiore,
coglie i segni speciali (“epifanici”) che anticipano il futuro, decide di “entrare in
azione” con tutto il carico della propria umanità. Tanto più se consideriamo la par-
ticolarità delle virtù richieste al “lavoro di essere uomini” proprio del nostro tempo;
esse non appartengono alle due categorie di passioni di cui parla Tocqueville, né
quelle nobili ovvero lo spirito di indipendenza, l’amore delle cose grandi, la fede
in se stessi e in una causa, né quelle debilitanti che indicano invece il desiderio di
arricchirsi ad ogni costo, la passione degli affari, l’avidità di guadagno, la ricerca
del benessere e dei godimenti materiali (Tocqueville 2011, pp. 30-31). Il tipo di
opera in cui siamo impegnati è mossa da una particolare tensione di fondo che la fa
apparire caotica e dispersiva e che porta con sé una sofferenza esistenziale effetto
dallo sforzo di definire un senso che fornisca una percezione unitaria e significativa
della propria vita. Al centro di questo travaglio si pone il seguente interrogativo:
“cosa stiamo facendo al mondo?”, una questione che riguarda contemporaneamente
il mondo più vasto come ambiente naturale che subisce le conseguenze distruttive
dell’azione umana, ma anche il mondo interiore di ciascuno di noi che è oggetto di
un trattamento altrettanto innaturale che provoca una continua scissione nell’io
(Dujarier A. 2021). Stiamo facendo i conti con i troubles, ovvero i problemi, i disturbi
ed i tormenti che investono tutte le dimensioni del vivere: il dubbio circa il senso
del cammino della civiltà; la percezione di non essere se stessi, ma fatti oggetto di
una nuova alienazione una sorta di potere “dolce” che ci induce a fare cose che non
corrispondono alla nostra attesa; il senso di logoramento delle nostre energie.
Tutto il nostro essere è spinto in una varietà di modi dal tentativo di orientare
l’agire ad uno scopo dotato di valore e nel conferire unitarietà e pienezza alla nostra
esistenza. Le virtù insite in questo travaglio consistono: a) nel rispondere al males-
sere (disincanto, corrosione, senso di vuoto) del nostro tempo che rende tormentoso
l’io, il rapporto con gli altri ed il posto da assumere nella società; b) nel soddisfare
il desiderio di identità, radicamento e compimento; c) nel fornire un’esperienza di
conoscenza viva del mondo, di sé, agita entro un’opera dotata di senso.

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In definitiva, sono tre le ragioni che negano l’attribuzione alle macchine

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dell’appellativo di “intelligenza”.
Vi è una ragione matematica, proposta in modo magistrale dal grande logico
austriaco Kurt Gödel sotto forma di due teoremi il cui contenuto può essere così
sintetizzato:
– un qualsiasi sistema matematico-formale è incompleto, pertanto gli algorit-
mi dell’intelligenza artificiale non sono altro che calcoli matematici;
– nessun sistema formale è in grado di dimostrare la coerenza del sistema di
regole che lo sostengono, pertanto, nessuna intelligenza artificiale può di-
mostrare la coerenza degli algoritmi su cui si regge.
Vi è una ragione sociale: ogni tempo è dominato dagli imprevisti, che per
loro natura non possono essere definiti in anticipo. Ma lo stesso corpo del sapere
è sempre sottoposto ad un processo di cambiamento che, in tempi lineari con-
duce alle “innovazioni” che rappresentano dei miglioramenti specifici, ma che
in tempi liminali vede la crisi dei paradigmi sui cui si fondavano le convinzioni
precedenti. Possono le macchine dell’AI far fronte alla mutevolezza del mondo e
della stessa cultura scientifica?
Vi è poi una ragione antropologica: gli algoritmi dell’intelligenza artificiale
altro non sono che calcoli matematici, basati su processi della mente aventi due
caratteristiche: sono definibili in base alla comprensione raggiunta sino a quel
momento dalla scienza, inoltre sono “freddi” in quanto non provano emozioni
né sentimenti. Già Aristotele ha affermato che l’essere umano è “intelletto che
desidera o desiderio che ragiona”; i fattori che entrano in gioco nelle sue ri-
flessioni e nelle decisioni che assume comprendono campi della cultura di cui
fanno parte le religioni, le ideologie e le passioni di varia natura: politiche,
lavorative, ecologiche… La mente “razionale” immaginata dai tecnocrati è una
figura astratta dalla quale sono espulse tutte le dimensioni non riducibili ad uno
schema aritmetico. Ma le potenzialità della mente umana sono infinite e soprat-
tutto imprevedibili.
Ciò riguarda in modo particolare il lavoro.

■■Rilancio del valore esistenziale e sociale del lavoro


Il lavoro rappresenta la forma operosa della concezione della vita e del mondo
propria di una specifica epoca e di un preciso contesto: oggi in esso si riconosce
un peculiare intreccio tra fattori strutturali – tra cui la compresenza di disoccu-
pazione e lavori orfani di candidati aventi le caratteristiche richieste, lo stallo
di una parte della gioventù tenuta fuori dal mondo del lavoro perché vive in
territori marginali, per carenza di esperienza competente o imbrigliata nell’am-
biguo istituto della “gavetta” – ed i fattori culturali tra cui svetta il contrasto tra

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l’etica del dovere e l’etica della pienezza, la chiave che ci consente di cogliere la
possibilità di un’alleanza di nuovo tipo di natura precontrattuale tra persona e
impresa. Se infatti prendesse sempre maggiore consistenza nei prossimi anni la
volontà delle istituzioni nell’imprimere una svolta storica al modello economico,
di funzionamento della società e di stile di vita, le forze che gli individui indi-
rizzano prevalentemente verso se stessi potrebbero trovare uno sbocco fecondo
nello spazio comune; in tal modo, le pulsioni esistenziali sarebbero protese ver-
so la pienezza dell’esistenza diventando il fattore unificante dell’identità dell’in-
dividuo, di cui la letteratura ci ha mostrato – con un’insistenza spesso ossessiva
– la frammentazione, l’indecisione e lo sradicamento.
La cultura del lavoro prevalente ha conservato, nonostante l’utilizzo di tec-
nologie sempre più evolute, l’idea dell’“esecutore” concentrato sulle procedure
routinarie da esercitare in uno spazio definito da confini rigidi e da connessioni
di natura meccanica con le altre funzionalità dell’organizzazione. Queste per-
manenze culturali sono favorite da modelli ad impronta sociotecnica, pensati in
base al principio “error free”, secondo l’erronea convinzione che ogni fenomeno
che impegna l’agire umano possa essere “addomesticato” entro una routine stan-
dardizzabile, mentre in realtà l’imprevisto costituisce la normalità della vicenda
organizzativa e l’errore un’eventualità da tenere in giusta considerazione anche
come fonte di apprendimento.
L’imprevisto, che può indicare sia un pericolo sia un’opportunità positiva, si
manifesta all’inizio tramite deboli segnali di problemi. Le organizzazioni portate
alla semplificazione hanno la tendenza a reagire a tali segnali con una risposta
anch’essa debole come si trattasse di un fastidio rispetto al tran-tran quotidia-
no, mentre le organizzazioni “affidabili” li vedono come premonizioni di poten-
ziali fallimenti oppure stimoli per l’adozione di possibili innovazioni vantaggiose
per l’organizzazione e la comunità.
Stiamo parlando del requisito dell’affidabilità culturale che richiede agli ope-
ratori le seguenti caratteristiche:
– focalizzazione sulla pratica reale vista come contesto caratterizzato da complessi-
tà, instabilità e imprevedibilità, piuttosto che su processi formali di tipo standard;
– capacità di cogliere, nella vastità delle informazioni di vario genere con cui
dover fare i conti, i segnali premonitori di eventi imprevedibili - nonostante
si presentino almeno inizialmente con una debole intensità, sapendo distin-
guere quelli che aiutano a prevenire eventuali eventi pericolosi – the signal
– da quelli non rilevanti in quanto indicano soltanto piccole fluttuazioni
dalla media – the noise;
– capacità di elaborare rappresentazioni il più possibile complete di tali segnali,
scoraggiando atteggiamenti che tendono a semplificarli o a darne per scontata
l’irrilevanza;

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– capacità di assumere decisioni tenendo conto del contributo degli altri compo-

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nenti della squadra, stando attenti ad intervenire entro il tempo in cui i segnali
diventano pericoli conclamati, oppure prima che la ritardata adozione di una
sollecitazione innovativa abbia prodotto un prolungamento delle condizioni di
disagio tra i vari soggetti interessati;
– facoltà, da parte degli operatori del front-line, del saper parlare, superando la
paura di dire cose sbagliate, esponendo con chiarezza a colleghi e manager ciò
che hanno colto dalla propria esperienza ed offrendo suggerimenti migliorativi
rispetto alle procedure in uso.
Sono tutti fattori che convergono verso uno stile di ingaggio nel lavoro che
considera l’imprevedibilità delle situazioni in gioco, e la possibilità di accadi-
menti critici o propositivi, come una condizione normale, in forza della quale è
chiesto all’operatore di essere presente a ciò che fa, mantenendo attive tutte le
proprie facoltà ed evitando di standardizzare la propria mente.
Per tutti questi motivi, l’opera del lavoro possiede un’importante valenza
esistenziale in quanto, implicando il soggetto entro una rete di relazioni sociali,
dalla cerchia più ristretta del gruppo di lavoro fino a quella più ampia del mer-
cato, lo toglie dalla solitudine – che rappresenta un reale pericolo nella società
del declino dell’appartenenza al mondo comune – immettendolo in uno spazio
in cui si sviluppano legami di scambio di competenze e di strumenti in grado di
soddisfare i bisogni. Una visione che coglie la dimensione intersoggettiva delle
relazioni che si sviluppano anche entro il mercato e che consente alle persone
implicate non solo di utilizzarsi vicendevolmente, ma anche e soprattutto di ap-
pagarsi mediante l’incontro con l’altro, cogliendo il nesso tra l’essere ognuno di-
pendente dell’altro e contemporaneamente soggetto di una prossimità “estesa”
da cui emerge la possibilità del soggetto di essere riconosciuto e di procedere
nel suo percorso di consapevolezza. Antimo Negri considera costitutiva della
coscienza della persona al lavoro il suo stare in relazione con gli altri nel modo
suggerito dalla virtù della pietas che richiede di accogliere l’inevitabile sofferen-
za che accompagna il prendersi cura dell’altro e custodire il valore liberante del
travaglio che genera vita (Negri 1980).
Il lavoratore è chiamato a non inorgoglirsi di fronte al potere della tecnica
e a non trarre dall’arricchimento spirituale un vano gusto da eletti, ma si pone a
favore degli altri con una dedizione conforme al loro bene. Un’urgenza iscritta nel
profondo della nostra umanità che ognuno faccia qualcosa per gli altri in modo
disinteressato, quella che fa dire a Cicerone: «Conservate di grazia questa virtù,
Quiriti, che i vostri antenati vi hanno lasciato in eredità. Tutte le altre cose sono
false, incerte, caduche, instabili: la virtù soltanto è fissa con radici saldissime».3
In quanto esseri umani, abbiamo l’obbligo morale della chiara conoscenza di ciò

3
Cicerone, Filippiche, IV, 5.

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che gli altri si aspettano da noi, attraversando la nebbia della confusione e degli
abbruttimenti di un modo di vivere segnato da inane agitazione.

■■Ci tocca essere intelligenti


Sembrerebbe che il cammino della scienza e della tecnica proceda alimen-
tando e portandosi sempre appresso il suo doppio, ovvero un pensiero magi-
co-apocalittico4 che spesso è il risultato dell’incapacità di cogliere appieno il
mondo antropologico e sociale, in quanto fondato esclusivamente su una strut-
tura logica formale, limite che impedisce di vedere importanti aspetti del reale
che richiedono altre forme di razionalità. Ne indichiamo sinteticamente cinque:
– la trance-logica, che permette al soggetto umano di agire in maniera coerente e
ragionevole anche in situazioni contraddittorie, uscendo dal campo della logica
formale (Mérö, Buono, Miklós 2005);
– l’agentività umana (human agency), un’espressione che indica la particolare ca-
pacità di agire intenzionalmente nel mondo sociale in cui si opera, al fine di pro-
durre un cambiamento seguendo un impulso indipendente dall’esito dell’azione
(Bandura 2012);
– l’intelligenza emozionale, una facoltà che è andata progressivamente impoveren-
dosi nella fase matura della modernità, dalla quale dipendono importanti facoltà
umane quali la consapevolezza di sé, la capacità di autocontrollo, la motiva-
zione, l’empatia e le abilità sociali, evitando che il nostro agire sia guidato da
impulsi distruttivi e da cattivi stati d’animo (Goleman 1999);
– il desiderio di significato, fattore più potente del bisogno nello spingere
l’essere umano ad impegnarsi in una “vita significativa” in quanto ricca di
compiti nella quale egli può sperimentare la sua libertà di agire accettando
uno sforzo che in termini di razionalità strumentale sarebbe invece da giudi-
care irragionevole (Frankl 2020);
– lo spingersi in avanti dell’uomo verso il possibile, tramite atti intenzionali che
sono qualcosa che è nell’anima, in quanto egli è dotato della capacità di trascen-
denza, di superamento del ripiegamento su se stesso ovvero la condizione da cui
deriva la vera minaccia di abolizione dell’umano (Spaemann 2005).
L’intelligenza umana può funzionare anche come un sistema linguistico artificia-
le, ma essa è dotata di un ampio ventaglio di altre capacità e funzionalità, la gran
parte delle quali non sono formalizzabili. Le razionalità ulteriori che vanno oltre
quelle formali attengono alle persone e svelano importanti caratteristiche della vita
sociale. Gran parte delle élite scientifiche, economiche e tecnocratiche mostra di
possedere una visione ingenua del mondo, e in particolare del lavoro: esse lo pensa-

4
Ad esempio, Stephen Hawking ha sostenuto nel 2018 che l’intelligenza artificiale «in
futuro potrebbe sviluppare una propria volontà indipendente, in conflitto con la nostra».

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no come un’entità composta da un numero fisso di “posti” che nel corso della storia

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moderna sono oggetto di competizione tra la forma artificiale e quella umana. In
realtà, la dinamica dell’economia è anch’essa “spinta in avanti” verso nuovi e inediti
orizzonti resi possibili dalla comparsa di nuove esigenze di “vita significativa” e dal-
la necessità di garantire alle comunità l’esercizio di una libertà autentica.
Si spalanca davanti ai nostri occhi un grande ambito di lavoro che non può
che essere umano, che ci tocca personalmente e come civiltà, i cui esiti possie-
dono un’urgenza che possiamo chiamare ontologica che va oltre il desiderio di
autorealizzazione che Maslow ha posto al vertice della sua piramide dei bisogni.
Ci tocca pertanto di essere intelligenti, e ciò richiede una vera e propria battaglia
in quanto alto è il livello di dissipazione delle facoltà umane provocate dal si-
stema di captazione dell’attenzione finalizzato a provocare nei giovani – e non
solo – uno stato di minorità permanente (Stiegler 2014). Si tratta di assumere
una prospettiva formativa che persegua la piena valorizzazione delle poten-
zialità della mente umana entro la società complessa, evitando i riduzionismi
dell’istruzione e dell’addestramento, ma rimanendo fedeli al pensiero di Einstein
secondo il quale «la mente è come un ombrello funziona solo quando è aperta».
Non è dall’AI che provengono le minacce all’intelligenza umana, bensì dalla
stanchezza del pensiero, dall’appassimento dell’arte, dalla pretesa di autosuffi-
cienza, da un esito autodistruttivo e dall’ossessione dell’affermazione di sé che
finisce per provocare l’isolamento e l’insensibilità nei confronti degli altri e degli
avvenimenti che riguardano il mondo che abbiamo in comune.

Bibliografia
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CNOS - RASSEGNA [Link] 177 24/06/23 10:12

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