EUGENIO MONTALE (il poeta che ha interpretato la crisi dell’uomo del 900, avendo vissuto in prima persona le
due guerre mondiali e la dittatura fascista)
VITA. Eugenio Montale nasce a Genova il 12 ottobre 1896 da una famiglia benestante. Ha però
un’adolescenza difficile per problemi di salute e questo lo porta a trovarsi spesso solo e lontano dalla vita borghese,
ma allo stesso tempo lo rende molto attento al dolore che caratterizza la condizione umana. È quindi già da ragazzino
molto sensibile e tendente all’introspezione. Dopo la Prima Guerra Mondiale, Montale comincia ad avvicinarsi
al mondo intellettuale ligure: conosce Camillo Sbarbaro e pubblica la sua prima raccolta poetica sotto il titolo Ossi di
Seppia (nel 1925) e firma il Manifesto degli intellettuali antifascisti, redatto da Benedetto Croce, in risposta al
manifesto degli intellettuali fascisti di Giovanni Gentile, dichiarandosi contrario alla dittatura. (è un intellettuale
antifascista, a differenza di Pirandello). In questi anni comincia a conoscere e apprezzare anche la
scrittura di Italo Svevo che Montale aiutò a far conoscere agli intellettuali e agli editori del suo tempo. Dal 1927
Montale si trasferisce a Firenze e qui passa degli anni molto impegnati e vivaci: collabora con importanti riviste del
tempo e soprattutto dirige il Gabinetto Vieusseux, un’istituzione culturale fiorentina nata nel 1819, ancora oggi
riconosciuta come un importante punto d’incontro culturale anche fra italiani e letterati stranieri. Tuttavia nel 1938
viene allontanato dall'incarico: il Fascismo domina in Italia e tutti coloro che non sono iscritti al partito vengono
rimossi dalle cariche pubbliche. Nonostante questo ritiro sono anni molto importanti per il poeta: nel 1939 pubblica
una nuova raccolta, Le Occasioni, e conosce Drusilla Tanzi che sarà sua moglie e il grande amore di tutta la sua vita
(ricordata nelle poesie con il nomignolo di mosca). Dopo la guerra torna a Firenze, dove s'iscrive al Partito
D’Azione e partecipa alla vita politica che, però, presto lo delude spingendolo a un ulteriore ritiro. Una nuova
importante stagione per Montale comincia a partire dal 1948 quando, trasferitosi a Milano, inizia a collaborare con
il Corriere della Sera. Per questo giornale scrive reportage di viaggio, critiche letterarie e ovviamente vati tipi di
articoli molto importanti. Contemporaneamente pubblica altre poesie e nel 1975 gli viene assegnato il Premio
Nobel per la Letteratura. Muore il 12 settembre 1981 a Milano.
LE principali RACCOLTE:
1. OSSI DI SEPPIA: prima raccolta di Eugenio Montale, fu pubblicata nel 1925 a Torino, nelle edizioni di
Piero Gobetti. In questi versi, dal linguaggio fortemente innovativo, si susseguono le immagini del
paesaggio ligure, un paesaggio brullo, scosceso e ostile all’uomo, nel quale è possibile trovare talvolta
qualche oggetto che, anch’esso privo di significato, sembra poter momentaneamente aiutare l’uomo a
decifrare l’insensatezza dell’esistenza. La visione della vita che traspare in questa raccolta ci fa subito capire
che Montale vede l’esistenza come qualcosa senza un senso e caratterizzata da una serie di eventi
decisamente negativi e dolorosi. La struttura dell’opera: La seconda e definitiva edizione degli Ossi,
del 1928, comprende 61 liriche, dopo una selezione rigorosa da parte dell’autore. La raccolta è divisa
in quattro sezioni, collocate dopo una lirica che ha funzione introduttiva (In limine) e prima di una
conclusiva (Riviere); la seconda di queste sezioni dà il titolo all’intera opera. Il significato del titolo: Il titolo
si riferisce all’ambito marino, al paesaggio scabro e asciutto tipico della Liguria. Gli ‘ossi di seppia’ sono ciò
che si trova sulla spiaggia dopo la mareggiata, una sorta di ‘scarto’ (Rottami era il titolo provvisorio della
raccolta), qualcosa che il mare regala alla terra, un oggetto. Il linguaggio: La grande novità del linguaggio
poetico di Ossi di seppia è la dispersione lessicale, cioè il ventaglio di parole che l’autore impiega per
ottenere una netta individuazione degli oggetti, e gli effetti fonico-ritmici. [Il lessico, composito e ricco molto
più della media poetica contemporanea, riprende la forza fonica e semantica della lezione
dantesca, unendola alla precisione terminologica di Giovanni Pascoli; l’accostamento con parole di bassa
frequenza, talvolta ironizzate, riprende Gabriele D’Annunzio.]
2. LE OCCASIONI: la seconda raccolta di poesie di Eugenio Montale, viene pubblicata nel 1939 e comprende
cinquanta componimenti. Il tema cambia rispetto alla raccolta precedente e ci si concentra qui su una figura
femminile, chiamata Clizia, che sta simboleggiare una figura amata e lontana, ed è più che altro un
simbolo cui il poeta si affida per essere sollevato dal vuoto dell’esistenza (funzione salvifica). Le occasioni
sono spunti che inducono il poeta a scrivere, è divisa in 4 sezioni, tutte senza nome tranne la seconda
(Mottetti):
tempo che passa e memoria
assenza, distacco, lontananza dall'amata, attesa illusoria
poesia assediata dall'irrompere della storia
inafferrabilità del ricordo (tema ricordo come Pascoli) Il titolo sta ad indicare frammenti del passato,
ricordi, figure che creano un contatto illusorio tra passato e presente, infatti emergono volti di donne;
l'occasione è spesso una delusione perché legata alla presa di coscienza che il tempo passa
inesorabilmente, e mette in evidenza l'essenza metafisica delle cose. Il poeta ha il desiderio di uscire dal
tunnel del non essere, di abbattere la barriera della solitudine, e quindi trovare il varco, la possibile
salvezza, la figura di Clizia come donna angelo soccorre il poeta davanti alla guerra imminente.
Il linguaggio: in questa seconda raccolta si fa ancora più essenziale e soprattutto viene espressa per la
prima volta la poetica del “correlativo oggettivo” che caratterizzerà il linguaggio poetico di Montale.
Un’altra cosa da sottolineare è che i significati delle poesie di Montale sembrano molto difficili da decifrare,
e per questo motivo molti hanno visto in essa un’eco dell’atteggiamento poetico che prende il nome
di ermetismo.
IL CORRELATIVO OGGETTIVO. Montale promosse in Italia la poetica e le manifestazioni linguistiche del
correlativo oggettivo, teorizzato e praticato negli stessi anni da Thomas Stearns Eliot in Inghilterra. Eliot descrive il
correlativo oggettivo come una serie di oggetti, una situazione, una catena di eventi che hanno la funzione di
evocare un'emozione particolare. Il correlativo oggettivo, come per Eliot, rappresenta per Montale una
testimonianza di vita (e di morte), del disagio esistenziale dell’autore che si sente sospinto via dalla società in cui si
trova a vivere.
3. LA BUFERA E ALTRO: Pubblicata nel 1956 e divisa in sette sezioni, questa raccolta ci fa notare
un cambiamento nella poetica di Montale: dopotutto sono trascorsi gli anni della Seconda Guerra Mondiale e
del dopoguerra e nel poeta si è fatta più forte la sensazione del male di vivere. La prima sezione della
raccolta riporta proprio gli scritti che il poeta compone nei primi anni della Guerra . È una sezione che
più delle altre si avvicina a un racconto quasi romanzesco: le poesie si susseguono come un racconto mentre
nelle sezioni successive si avverte un’angoscia indeterminata. È ancora presente la figura di Clizia ma qui
questa donna ricorda più da vicino la donna-angelo caratteristica dei poeti – ormai antichissimi rispetto
a Montale – dello stil novo fiorentino. Clizia diviene cioè un vero e proprio messaggero divino che
accompagna il poeta attraverso l’orrore che lo circonda. Oltre a Clizia, che è una figura simbolica e quindi
non realmente esistente, in questa raccolta compare però anche la figura di un’altra donna, la moglie
di Montale, che assume un ruolo diverso da Clizia: la moglie serve al poeta per confrontarsi con il mondo
terreno, mentre Clizia rappresenta una riflessione più che altro spirituale. Attraverso queste figure in
questa raccolta troviamo:
L’orrore per la guerra appena terminata che lascia il poeta sospeso tra la sensazione di angoscia e di
speranza per un mondo diverso.
La ricerca di un linguaggio basso, inquietante e realistico, in grado di trasmettere il tormento del
poeta: Montale evita i giri di parole e ricerca termini che siano chiari il più possibile .
Con l’ultima sezione, intitolata Silvae, viene poi espressa una disillusione finale: il poeta si rende conto che
non c’è via d’uscita da questa situazione d’inquietudine e sofferenza.
SATURA: questa raccolta esce nel 1971, dopo un lungo periodo di silenzio. Le idee di Montale risultano
radicalmente cambiate, influenzate maggiormente dalla cultura europea, diventano ancora più pessimiste.
Contiene la sezione “Xenia” (=dono) dedicata alla moglie scomparsa da poco, recupera una dimensione di
nostalgia, rimpianto e dolore. Emerge l'aspra critica alla società di massa, ora che la sua vita non è più sorretta da
Mosca è solo. Non cerca più il varco ma medita sul flusso caotico del tempo al quale non resta che
abbandonarsi. Fanno parte di questa raccolta: Caro piccolo insetto e Ho sceso, dandoti il braccio. La lirica
montaliana assume un carattere diaristico e prosastico. È composta di 4 sezioni:nmolto spessi. È cantata nella
sezione Xenia della raccolta Satura (1971) in componimenti che rimandano a un colloquio intimo e commovente
fatto di ricordi impalpabili, dove la tristezza e il rimpianto del poeta vengono espressi con uno stile delicato e
lieve. Tra questi, Ho sceso, dandoti il braccio. Il fatto di scendere le scale (situazione chiaramente allegorica) è
un’operazione molto comune, ma che richiede vista buona, altrimenti si può mettere il piede nel vuoto. Montale
pensa al vuoto di un’esistenza priva di punti di riferimento. Adesso che la sua Mosca non c’è più, egli fa
appunto l’esperienza amara di questo vuoto radicale. Quando era viva la Mosca percepiva, con le sue
“pupille…tanto offuscate” i segni di un mondo in sfacelo. In un mondo dove le cose vanno a rovescio, appunto
la Mosca, umile insetto della casa e miope com’era, sapeva muoversi a suo agio nella vita; sapeva sprigionare, con
i suoi quattr’occhi, una luce interiore che si rifletteva nella certezza di arrivare alla meta.
LA FORZA VITALE DELL’INFANZIA NELL’ARIDITÀ DELL’ESISTENZA: Montale riprende Leopardi.
La vita contro l'aridità esistenziale. Il testo si apre con l’immagine di un gruppo di fanciulli che giocano allegri e
chiassosi sul greto di un fiume, a cui il poeta attribuisce la funzione di rappresentare la vita, che erompe con
forza e si afferma vincendo la rigidità della condizione esistenziale dell'uomo, a cui allude il greto sassoso. Il
gruppo è indicato poi con la metafora del cespo di vegetazione, che cresce prepotente pur in un paesaggio desolato e
arido, fatto di rade canne e sterpi. Questo paesaggio reduplica l'immagine precedente dell'"arsura", quindi il "cespo"
ripropone a contrasto l'idea della vitalità che non cede all'aridità, idea rafforzata dall'"aria pura" in cui si muovono i
fanciulli, che rimanda alla loro innocenza e alla loro sanità interiore.
Il doloroso distacco dall'infanzia. Nella seconda strofa viene adottato il punto di vista di un passante che osserva
la scena, una persona adulta (probabilmente proiezione del poeta stesso), il quale, dinanzi a tanta gioia e vitalità, da
lui stesso provata un tempo, sente con sofferenza il suo distacco dall'infanzia, la fine di quella stagione privilegiata. Se
il "cespo umano" ha solide radici nel terreno della vita, passare all'età adulta significa strapparsi da quelle radici,
smarrire la felice armonia con la natura. In questa prospettiva l'infanzia diviene come un'età dell'oro: a quel tempo
anche portare un nome, avere un'identità personale, sarebbe stato un difetto, avrebbe costituito una mancanza: la
felicità dell'infanzia consiste anche nel non sentire di avere un'identità individuale, nel fondersi spontaneamente con
la natura (a cui alludeva l'immagine del cespo vegetale che affonda le radici nella terra). La fine dell'infanzia fa
sentire dolorosamente la rottura di questa armonia, la frattura irreparabile fra l'io e il mondo.
La ripresa dei temi leopardiani. La poesia riprende il tema leopardiano dell'infanzia come unica epoca felice della vita
umana, mentre poi l'età adulta sarà segnata da delusione, dolore, noia: la fine dell'infanzia è quindi vista come
l'ingresso in una condizione irrimediabilmente infelice. Leopardiana è anche l'idea che l'età infantile sia felice
perché ancora vicina alla natura, caratterizzata da un armonico rapporto con essa, che si romperà negli anni
successivi, in cui la ragione adulta allontanerà sempre più dalla condizione naturale. Sono ravvisabili anche rimandi a
luoghi della poesia leopardiana. Il gioco chiassoso e vivace dei fanciulli richiama un'immagine del sabato del
villaggio, dove egualmente il gioco dei fanciulli evoca l'idea della gioia e della vitalità, ancora ignare delle
delusioni dell'età adulta. L'”età d'oro florida” fa pensare all'”età fiorita” del “garzoncello scherzoso” a cui il poeta,
nella stessa poesia, rivolgere l'invito a non patire l'attesa che giunga la “festa” della sua vita. L'immagine del cespo che
si contrappone alla rigidità del paesaggio circostante può anche richiamare quella della ginestra, che cresce “su l’arida
schiena” del vulcano, e che è indicata con lo stesso termine impiegato da Montale, “cespi solitari”.
MONTALE E LEOPARDI A CONFRONTO. [GIACOMO LEOPARDI (1).docx]
LA FELICITÀ CONSISTE NELL’ATTESA: IL SABATO DEL VILLAGGIO, Leopardi.
GLORIA DEL DISTESO MEZZOGIORNO, Montale. In questa lirica Montale, contemplando una natura riarsa
e resa quasi inospitale dall’eccessiva calura estiva, presenta il piacere del momento del tramonto, quando
l’accecante luce e la vampa di calore dei raggi del sole perderanno intensità ed egli potrà assistervi in silenziosa
lontananza, di là di un muretto a secco. Ed è proprio nel piacere di quell’attesa che Montale sente dentro di sé una
gioia completa. Non è quindi il possesso a dare gioia, ma è l’attesa di ciò che verrà, quando la speranza e l’illusione
permettono all’uomo di dimenticare per poco gli affanni della giornata, cioè della vita . Tutta la poesia è fondata
su una metafora: la giornata assolata e riarsa è simbolo della vita e delle sue difficoltà; il tramonto è simbolo
della morte, che qui è presentata con toni anche cromaticamente sereni e distensivi. La gioia dell’attesa rende quel
tramonto agognato e voluto, non come momento di fine (della giornata e/o della vita), ma come portatore di ristoro
e di pace interiore.
IL TEMA DELL’ATTESA DA LEOPARDI A MONTALE. Entrambe le poesie alternano strofe descrittive ad altre
dai toni meditativi e si concludono con una considerazione sull’attesa della felicità; il discorso lirico si sviluppa però
in modo diverso: Leopardi popola il villaggio natio con figure umane, segni della vita del borgo che attende
l’occasione della gioia; Montale elenca nudi oggetti, emblemi di solitudine e incomunicabilità.
Motivo tematico dell’attesa. Leopardi: Il sabato è giornata da godersi perché la domenica tanto attesa non porterà
che tristezza e noia. Anche la vita dell’uomo ha il suo sabato, rappresentato dalla giovinezza; la domenica invece è
come l’età adulta, piena di delusioni perché diversa da come si è sognata. Il piacere vero è dunque nell’attesa e
nella speranza. Montale: Nella desolazione di questo giorno di arsura l’attesa della pioggia accende una speranza di
vita e di felicità futura. Sviluppo lirico. Leopardi: L’attesa del giorno di festa diventa fonte di felicità, sia pure
illusoria: la donzelletta ritorna dalla campagna e si prepara con cura nell’attesa impaziente della gioia della
domenica; la vecchierella ricorda con le vicine la giovinezza lontana; i fanciulli giocano rumorosamente; il
contadino, fi nito di lavorare, rientra a casa fischiettando; l’artigiano cerca di terminare il lavoro prima che spunti
l’alba. L’amara conclusione è posta dal poeta in forma di monito al garzoncello scherzoso: sia sempre un sabato,
un’attesa, la tua vita e non rattristarti se l’età adulta tarda a giungere. Montale: Il «male di vivere» è oggettivato nella
luce abbagliante del sole che rende disseccata e arsa ogni realtà –terra, cielo, mare– del paesaggio.
CONCETTO DI ARIDITÀ E INDIFFERENZA: LETTERA A PIETRO GIORDANI, Leopardi.
MIA VITA, A TE NON CHIEDO, Montale. L’indifferenza verso il bene ed il male, l’apatia, il silenzio delle e
mi, per il poeta, un gioco di dolcezza mielata e asprezza d'assenzio. Nella seconda quartina a spezzare la linearità
del silenzio e dunque del vuoto di senso, del deserto delle percezioni e dei sensi è il pulsare del cuore, il
trasalimento, il sintomo primario della vita che ancora tiene a farsi sentire, a battere la sua presenza che si fa sempre
più vana e fatiscente e vile, come un tiro di fucile in una campagna desolata e tacita, scoppia, urta, riecheggia e
scompare.
IL MALE DI VIVERE. DIALOGO DELLA NATURA E DI UN ISLANDESE, Leopardi.
SPESSO IL MALE DI VIVERE HO INCONTRATO, Montale. Il poeta ha una visione pessimistica della
condizione dell’uomo e vede la vita come sofferenza (il male di vivere) , egli incarna questo suo concetto in tre
successive immagini, prese dai vari Regni della natura: il ruscello che gorgoglia, e il gorgoglio sembra un gemito di
dolore, perché ostacolato da qualcosa nel suo percorso, la foglia che riarsa si accartoccia (ed anche questo è un segno
di dolore), il cavallo che stramazza. L’uomo partecipa a questa condizione di dolore universale da cui può
preservarsi solo attraverso una divina indifferenza. Quest’ultimo concetto è esplicato, in contrapposizione con le 3
precedenti immagini di dolore, in tre figurazioni espressione di immobilità: la statua, la nuvola e il falco.
Analisi. La lirica è composta da due quartine che la dividono strutturalmente connotando due momenti della
riflessione del poeta. Prima quartina: verte sul male di vivere. Il poeta afferma di aver riconosciuto il malessere
esistenziale in alcune situazioni quotidiane in cui si verifica un doloroso incepparsi delle cose. Montale fa
riferimento al mondo animale e vegetale: "il rivo", "la foglia", "il cavallo". Queste tre realtà vengono colte in momenti
di incertezza e dolore:
- il ruscello che trova un ostacolo che gli impedisce di fluire liberamente;
- la foglia che appassisce e si accartoccia;
- il cavallo che è stroncato dalla fatica.
Gli aggettivi collegati alle tre realtà sono scelti dal poeta per sottolineare questo stato di cose: " strozzato", "riarsa",
"stramazzato". Montale parte da immagini dimesse e quotidiane per affermare l’esistenza di un universale male
di vivere, che accomuna tutti in un uguale destino di dolore e sofferenza.
Seconda quartina: verte sul valore dell’indifferenza. Alla condizione insanabile di malessere dell’esistenza non è
possibile opporre altro se non il distacco, l’Indifferenza che in questo contesto acquisisce valore positivo, l'uomo
deve assume un atteggiamento di "divina Indifferenza" per tutto ciò che è contrassegnato dal male e dal dolore. Il
male di vivere non può essere annullato ma può essere alleggerito attraverso il distacco dalla realtà e quindi dal
dolore. L’indifferenza viene definita divina perché propria degli Dei, o perché “dono degli Dei”, e considerata
prodigiosa in quanto rara ed eccezionale come un prodigio, un miracolo, uno spiraglio nella dolorosa realtà.
Simbologia. Gli oggetti, anche i più banali e insignificanti, non significano solo se stessi ma diventano simbolo di
una sensazione, di un sentimento, di una situazione esistenziale in cui tutti possono riconoscersi (correlativi
oggettivi). Simmetricamente il poeta contrappone a tre emblemi del male (rivo, foglia, cavallo) tre immagini esempio
del bene: "la statua", "la nuvola" e il "falco", immagini-simbolo dell’immobilità e quindi dell’indifferenza:
- la statua si caratterizza per la sua fredda, marmorea staticità inerte, completamente insensibile;
- la nuvola per la sua inconsistenza con cui si staglia nel cielo;
- il falco perché afferma la sua libertà volando alto al di sopra della miseria del mondo.
IL TEMA DELLA MEMORIA. A SILVIA, Leopardi.
LA CASA DEI DOGANIERI, Montale. La casa dei doganieri scritta nel 1930, viene pubblicata nel 1932 e poi
inserita nella raccolta del '39 Le occasioni. In questa poesia il paesaggio estivo della Liguria dell'infanzia e
dell'adolescenza del poeta ha acquisito una tinta oscura, tenebrosa e minacciosa. Lo stesso paesaggio delle prime
poesie appare cambiato, privo di luce, se non di quella "rara" di una petroliera. Si introduce una componente
emblematica della poesia di Montale, il "Tu" a cui il poeta si rivolge. Questo "Tu" si riferisce a una donna
realmente esistita, ma finisce per allontanarsi dalla sua identità anagrafica per diventare un'istanza
grammaticale assoluta, attraverso cui l'Io del poeta si confronta e si specchia. Gli oggetti e le ambientazioni
diventano emblemi della memoria e della perdita del passato. Montale canta l'oblio, l'impossibilità di trovare salvezza
nel ricordo. L'immagine più angosciosa e memorabile è quella della banderuola affumicata che gira senza pietà,
ripresa dalla poesia A metà della vita di Hölderlin. L'impazzito segnavento sembra annunciare l'arrivo di qualcosa di
terribile e angoscioso.
1. Nella prima strofa, l’autore si rivolge direttamente alla ragazza, annotando che lei non ricorda più la casa dei
doganieri che si trova sul rialzo a strapiombo sulla scogliera e che l’aspetta ancora desolata da quella sera quando
ella vi entrò irrequieta e vivace. Questa strofa può avere anche un altro significato, però: la casa desolata
potrebbe significare lo stato d’animo del poeta che ormai attende, senza speranza, il ritorno della ragazza e
la ricorda irrequieta e vivace (metaforicamente, i pensieri della ragazza sono paragonati ad uno sciame di insetti in
movimento)
2. Nella seconda strofa, il poeta afferma che il libeccio, vento di sud-ovest, soffia con violenza sulle mura della casa
ormai abbandonata già da molti anni, ed oggi la ragazza non è più lieta come allora: la sua triste presenza esiste
probabilmente solo nel ricordo del poeta.
Seguono quindi due metafore: la bussola è rotta e non può più indicare con precisione la direzione; il calcolo dei
punti segnati sulle facce dei dadi non dà più il risultato giusto. L’impossibilità di affidarsi al mare e di leggere il
futuro dei dadi indicano lo smarrimento, l’incapacità dell’uomo di dare un senso ed una direzione precisa all’esistenza.
L’INFANZIA E L’ETÀ ADULTA. LE RICORDANZE, Leopardi.
FINE DELL’INFANZIA, Montale. È una poesia facente parte della sezione Meriggi e ombre, della raccolta Ossi di
seppia pubblicata nel 1925. Montale in questo componimento definisce la rottura con la natura. Nelle prime sei strofe
utilizza l'imperfetto e descrive l'infanzia; le ultime due strofe rappresentano lo stacco dall'età infantile all'età
adulta. Il mare (Mediterraneo) viene descritto per i suoi "solchi" (avvallamenti tra un'onda e l'altra) e mosso, con
schiuma e onde. La spiaggia descritta nella poesia è quella di Monterosso (luogo dell'infanzia di Montale). L'autore
descrive i flutti, carichi di detriti, che ingiallivano la foce del fiume, esprimendo l'aspetto della natura che non è
idilliaco come l'io lirico credeva. Sulla spiaggia, un luogo ospitale, si intravedono vecchie case (che sottolineano i
ricordi di Montale). Vi è un accenno alle tamerici, che rappresentano un collegamento con il pensiero di [Pascoli],
rappresentanti il male di vivere. L'io lirico, dopo aver osservato le tamerici, ha compreso che anche la natura non è
florida per sempre; che il desiderio e la paura di crescere non bloccano il fatto che accada comunque. L'io lirico, dopo
questa constatazione, capisce che decidere è l'unico modo per non rimanere in balia degli eventi della crescita.
In questo componimento è chiaro il legame tra Montale e la poesia di Leopardi: vengono descritte le colline di
Monterosso, che possono essere superate con il pensiero, ma che rimangono nel ricordo di chi ci passeggiava. Il
confine definito dalle colline non veniva solcato dall'io lirico durante l'infanzia; questi limiti non vengono superati
neanche dal ricordo che invece mantiene vivide le strade.
Dopo aver descritto il paesaggio marino, l'io lirico racconta il ritorno a Monterosso, esprimendo la spensieratezza
dell'infante che non proiettava ogni momento verso il futuro, ma viveva alla giornata. Ogni momento era una
scoperta, una novità; non c'erano né norme sociali, né proibizioni; non aveva la consapevolezza di essere felice.
Montale descrive le strade che portavano alla sua casa al mare, attraverso le quali l'io lirico percepiva che gli elementi
intorno a lui iniziavano ad assumere nomi, indicando l'inizio della rottura dell'armonia con la natura e, quindi,
con l'infanzia. La sesta strofa si apre con l'immagine di un'età sorgiva ("verginale") come in "Là fuoriesce il tritone".
Le nuvole non rappresentano un oggetto da interpretare, ma sono dei personaggi mitici, di una favola cui subentra una
visione tipica della maturità. La natura, all'io lirico, sembrava diversa dal solito, uscita da un altro seme: questo gli
fece capire che l'infanzia stava terminando, nonostante sperava durasse per sempre. Nella settima strofa, Montale
utilizza il passato remoto, definendo la rottura con l'età della spensieratezza. L'io lirico racconta di come il mare,
severo come un padre, travolse tutte le sue sicurezze. Montale descrive come, nel momento in cui aprì la porta per
far entrare i primi raggi di sole all'interno della casa, il suono stridulo della ghiaia e la tempesta che si nascondeva
fuori, gli abbiano definito la fine della sua infanzia. Nell'ultima strofa, Montale paragona la sua infanzia alle barchette
di vela spiegate. Rimane in silenzio, in attesa della fine dell'età dei giochi. Quest'attesa ha portato il vento, di cui
non è chiara la connotazione: la certezza è che porterà cambiamento.
I due manifesti della poetica di Montale contenuti in questa raccolta sono:
I limoni → rifiuta poesia aulica dei 'poeti laureati', preferisce linguaggio colloquiale e essenziale, anche se a
volte utilizza termini ricercati.
Non chiederci la parola → emblema della negatività, impossibilità del poeta di suggerire certezze e verità
assolute. Può soltanto testimoniare la crisi dell'uomo contemporaneo.
NON CHIEDERCI LA PAROLA. Si tratta del testo - scritto nel 1923 - che apre la sezione Ossi di seppia della
raccolta omonima, e contiene alcune idee essenziali per capire la concezione della poesia e del ruolo del poeta
secondo Montale; è divenuta uno dei maggiori emblemi della poetica “negativa” di Montale. L'autore instaura un
dialogo con il lettore stesso parlando a nome dei poeti, come si deduce dall’uso del plurale (Non chiederci),
invitandolo a non chiedergli alcuna definizione precisa ed assoluta, né su stesso né sull'uomo in genere, e nemmeno
sul significato del mondo e della vita. Il plurale vuole fare riferimento alla generazione di poeti a cui lo stesso
autore appartiene, verso cui non si può nutrire l'aspettativa di una parola che restituisca una verità oggettiva in modo
netto e solenne. Questa generazione non coglie tutto del proprio animo e non riesce nemmeno ad esprimerlo:
tale impossibilità comunicativa corrisponde al mondo esterno, visto come isolato e distante dalla propria interiorità.
Egli infatti, a differenza dell'uomo "che se ne va sicuro" perché ignaro ed insieme incurante del senso della propria
esistenza, non ha alcuna "formula" risolutiva, ma solo dubbi e incertezze, o tutt'al più una conoscenza negativa. Il
poeta può soltanto rappresentare, con poche scarne parole, la precarietà della condizione umana. Anche in questa
poesia appare il muro, immagine ricorrente nella poesia di Montale e simbolo del limite che domina la vita
dell’uomo.
Analisi. La prima strofa mette in contrapposizione due modelli di poesia:
da una parte il modello della poesia retoricamente intonata dei poeti-vati ottocenteschi;
dall'altra parte, i poeti della nuova generazione caratterizzati da un animo informe: essi perciò non possono offrire
una parola risolutiva (al v. 9 Montale riprenderà il concetto, parlando di formula che mondi possa aprirti): infatti
un animo informe non si lascia facilmente definire dalle parole.
Dunque la poesia non può avere una funzione consolatoria, non può più fornire immagini belle ma fini a sé stesse,
come il fiore splendido di colori in mezzo a un prato polveroso dei vv. 3-4. Nella prima strofa si rivolge ad un
ipotetico lettore abituato ad ascoltare formule rassicuranti e lo invita a non chiedergli più certezze positive, in
grado di spiegare tutto. I versi di Montale offriranno al lettore solo sillabe storte e secche (il contrario del fiore
lietamente colorato).
La seconda strofa presenta la satira dell'uomo che procede sicuro per la sua strada, nonostante i turbamenti della
storia. L’immagine ha almeno due valenze. Anzitutto una chiara valenza politica (si ricordi che il componimento fu
scritto nel 1923): la poesia montaliana divenne all'epoca un punto di riferimento per chi negava il fascismo e i suoi
dogmatismi;
Ma l’immagine dell’uomo-ombra ha un valore anche esistenziale: neppure chi crede di essere agli altri ed a sé
stesso amico è preservato da un destino di lacerazione e di fallimento. Il poeta è l’unico consapevole del male di
vivere. Nella seconda strofa prende atto dell’esistenza di uomini fiduciosi nella vita, che non si preoccupano dei
dubbi esistenziali e non sono consapevoli della precarietà del vivere, per cui fanno sfoggio della loro apparente
sicurezza. Lo scalcinato muro (v. 8) è, come il polveroso prato (v. 4) (che sottolineava l’aridità del vivere), un
correlativo oggettivo, cioè un oggetto che evoca un concetto e un’emozione.
Nella terza strofa sono rimasti famosi i due versi finali: Codesto solo oggi possiamo dirti, / ciò che non siamo, ciò
che non vogliamo. Non è più il tempo, dice Montale, dei miti consolatori o dei facili ammaestramenti; dobbiamo
prendere coscienza della crisi storica in atto e della debolezza dell’arte stessa e possiamo solo accettare il male
di vivere.
Sul piano tematico, la prima e la terza strofa affrontano il medesimo argomento, sottolineato dall'identico incipit
negativo (Non chiederci la parola che / Non domandarci la formula che), mentre la seconda strofa presenta
l’immagine (falsamente positiva) dell’uomo che se ne va sicuro.
I LIMONI. Si tratta del testo che, insieme a Non chiederci la parola, costituisce la dichiarazione poetica di
Montale. Qui la poetica diventa più chiara ed esplicita. Anche qui, come in Non chiederci la parola, fa una
differenza rispetto ai poeti che lo hanno preceduto (soprattutto D'Annunzio e Carducci). La poetica è degli oggetti:
infatti parla dei limoni, "la ricchezza che tocca ai poveri", cioè un dono della natura che è a portata di mano ma che è
per tutti. Egli afferma nella prima strofa di non essere un poeta laureato, incoronato dalla critica o depositario di un
ruolo di maestro. Per spiegare la propria diversità, egli confronta il paesaggio da lui prediletto con quello dei poeti
laureati. Mentre costoro preferiscono piante dai nomi ricercati, a lui piace parlare di alberi comuni, come i limoni, nei
loro ambienti quotidiani: i fossi, le pozzanghere, le viuzze, i ciglioni. La seconda strofa e la terza strofa descrivono il
paesaggio in cui crescono i limoni e in cui il poeta si sente a proprio agio: un paesaggio silenzioso e deserto ,
attraversato da viottoli di campagna. Qui all’improvviso, può accadere il miracolo: può apparire una presenza
rivelatrice, si può incontrare il segreto dell’Essere. Allora l’uomo ritorna in una sorta di età felice, quando nel mondo
si aggirava qualche disturbata Divinità (v.36). La quarta strofa evidenzia il carattere passeggero di questa
illuminazione: il tedio invernale rende amara l’anima, allontana lo stato di grazia. Ma non tutto è perduto: il finale
della poesia ripropone la possibilità del miracolo, legato all’improvvisa scoperta dei limoni oltre il portone di
qualche cortile cittadino.
[Il primo verso «Ascoltami, i poeti laureati» è un'invocazione che polemicamente si rifà a D'Annunzio; è chiara
infatti l'allusione alla “Pioggia nel pineto” che inizia con «Taci». Nel verso 22 abbiamo di nuovo un esordio polemico
con D'Annunzio, in quanto Montale dice «Vedi», rifacendosi a «Odi» nella “Pioggia nel pineto”.]
Nei versi 26-27 e seguenti vi sono alcuni termini interessanti «sbaglio di natura. Punto morto del mondo… anello che
non tiene» sono tre termini che costituiscono un esempio di correlativi oggettivi in quanto rimandano a significati
nascosti e cioè a quello che la Natura può sbagliare e, quindi, conseguentemente aprire un varco per far
comprendere all'uomo qualche verità, qualche segreto. Anche nel verso 28 «filo da di sbrogliare» c'è un richiamo,
se vogliamo, alla classicità, al filo di Arianna, come nel verso 29 «verità», scritto con la v minuscola dà l’idea di una
verità non universale. Il «malchiuso portone» nel verso 43 è di nuovo un correlativo oggettivo.
MERIGGIARE PALLIDO E ASSORTO. È stata scritta da Montale nel 1916 e fa parte della raccolta Ossi di
seppia. Ha come protagonista il paesaggio della Riviera ligure di levante, che Montale conosceva benissimo,
anche perché trascorreva le vacanze nella casa paterna di Monte Rosso, una delle Cinque terre. Analisi. Nelle prime
tre strofe (parte descrittiva) sono fissate le diverse sensazioni che il poeta prova in un caldo "meriggiare" di
luglio, sensazioni che dipendono non solo dal paesaggio riarso e aspro della sua Liguria, ma soprattutto dalla
gran calura che snerva il corpo e dall'ora particolare del mezzogiorno. Nel magico silenzio di quell'ora meridiana,
in cui ogni battito di vita sembra fermarsi, il poeta avverte "schiocchi di merli, frusci di serpi" mentre con gli occhi
segue "le file rosse di formiche" e i palpiti lontano delle onde del mare. Sono fremiti di vita nella immobile sonnolenza
del mezzogiorno.
Nella quarta strofa (parte riflessiva) sono espresse le considerazioni del poeta sull'esistenza umana: vivere – per
Montale – è come camminare lungo una muraglia invalicabile, irta di cocci aguzzi di bottiglia, che assurgono a
simbolo delle difficoltà insormontabili della vita. Meriggiare è una poesia in cui si possono riconoscere quasi tutte
le caratteristiche della poetica di Montale. Innanzitutto rivela la sensibilità musicale del poeta: ogni parola è stata
scelta perché entri in un rapporto sonoro con le altre (rime, consonanze, giochi di suono...) o perché evochi
un'atmosfera con il suo suono onomatopeico. Poi questa poesia ci offre molti esempi di concentrazione di significati
in poche parole, tipica dello stile di Montale. Già il primo verso "Meriggiare pallido e assorto" è una metafora che
riesce a descrivere con tre parole sia un momento della giornata sia l'atteggiamento con cui il poeta vive quel
momento. Infine, da questi versi si può dedurre qual è il concetto di poesia secondo Montale: fare poesia significa
cercare la verità: non il ragionamento, ma le sensazioni e le immagini poetiche possono aiutare gli uomini ad intuire
il significato della vita; la sensibilità poetica dà talvolta delle vere e proprie rivelazioni, momenti in cui la verità
appare come un lampo.