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STORIA DELLA FILOSOFIA – 3.

ARTHUR SCHOPENHAUER (1788-1860)

Nasce a Danzica. Studia filosofia e segue le lezioni di Fichte. Insegna presso l'università di Berlino,
conducendo corsi di studio in aperta polemica con Hegel ma con poco successo di pubblico.
Viaggia in Italia ed infine si stabilisce a Francoforte dove muore.

Opera principale: “Il mondo come volontà e rappresentazione”.

La filosofia di Schopenhauer è influenzata soprattutto dalla filosofia di Kant ma anche dalla


filosofia di Platone (che contrappone il mondo delle idee, considerato come l'autentica realtà, al
mondo della natura, considerato come imitazioni delle idee e quindi come apparenza, come realtà
illusoria) ed inoltre dalla filosofia orientale, indiana e buddista.
Animato da forti sentimenti romantici, Schopenhauer non si occupa, come Hegel, di questioni
logico-metafisiche generali ed astratte, bensì dei problemi concreti dell'esistenza individuale,
della sofferenza e del dolore dei singoli uomini, dell'insicurezza e precarietà della vita.
Considera un'illusione l'idea del continuo progresso della storia. Contrappone all'ottimismo di Hegel
(“tutto ciò che è reale è razionale”) un profondo pessimismo, un pessimismo "cosmico", come
Leopardi.
Accusa Hegel di essere un'"sofista", cioè di fare filosofia al solo scopo di successo e di guadagno
personale. Compito della filosofia non è di illudere l'uomo con false concezioni ottimistiche, ma di
comprendere il male dell'esistenza per offrire all'uomo consolazione e liberazione dal dolore.

Il mondo come volontà e rappresentazione.

Il mondo, afferma Schopenhauer, è come noi lo vediamo, come ce lo rappresentiamo. Il mondo


quindi è una nostra rappresentazione e non possiamo sapere se esso, in realtà, è proprio così
come lo vediamo e lo rappresentiamo oppure se diverso: nessuno di noi può uscire da se stesso,
cioè dal modo in cui vede le cose per osservare come sono in realtà, per cogliere le cose in sé.

La rappresentazione nasce dal rapporto fra soggetto della rappresentazione (colui che vede, che
rappresenta) ed oggetto della rappresentazione (ciò che è visto, che è rappresentato). Per
impostare in modo corretto il problema della conoscenza si deve dunque ritornare, ad avviso di
Schopenhauer, al dualismo di soggetto-oggetto della filosofia kantiana. L'oggetto della
rappresentazione è condizionato dalle forme a priori dello spazio e del tempo e della causalità, che
sono i modi in cui funziona la sensibilità e l'intelletto umano. Dalle forme a priori deriva la
pluralità: ogni cosa esiste nello spazio e nel tempo suo proprio. Conseguono quindi
rappresentazioni di cose molteplici e fra di esse distinte. Il soggetto invece è intero ed unico; è fuori
dello spazio e del tempo, che sono soltanto sue categorie mentali, suoi modi di rappresentarsi la
realtà. Lo svanire del soggetto porterebbe con sé lo svanire del mondo come rappresentazione.
Soggetto ed oggetto sono dunque inseparabili: ognuno dei due termini non ha senso né esiste in sè
se non attraverso l'altro. Si tratta della gnoseologia kantiana che Schopenhauer, ammiratore di
Kant, accoglie e fa sua, sia pur riducendo le dodici categorie a quella di causalità, ritenuta la
principale.
Perciò Schopenhauer critica sia il materialismo, perché non riconosce l'autonomia del soggetto (i
modi di funzionare della sensibilità e dell'intelletto che sono propri del soggetto) riducendolo a
materia, a puri meccanismi fisiologici, sia l'idealismo, perché non riconosce l'autonomia
dell'oggetto (cioè l'esistenza di cose esterne ed indipendenti dalla nostra mente e coscienza)
riconducendolo al soggetto (non c'è una realtà esterna e indipendente dalla coscienza, ma invece
tutta la realtà, anche la natura, è un prodotto, cioè una manifestazione e realizzazione, della
coscienza). Critica anche il realismo, perché ritiene che la realtà sia proprio così come la vediamo
e ce la rappresentiamo, mentre invece non possiamo sapere se è davvero tale.

Il mondo inteso come rappresentazione è pertanto un mondo di “fenomeni” (vediamo e ci


rappresentiamo le cose così come ci appaiono, senza sapere se in realtà sono proprio così o diverse).
Ma per Schopenhauer il fenomeno non è, come per Kant, l'unico aspetto conoscibile della
realtà perché, egli dice, può essere anche colto, intuito il “noumeno” fondamentale, cioè la cosa
in sé, l'essenza fondamentale del mondo e delle cose del mondo, anche se le cose in sé particolari
e specifiche possono rimanere inconoscibili. I fenomeni sono come ricoperti da un velo, che
Schopenhauer indica come il "velo di Maya", un velo ingannatore di cui parla la filosofia indiana,
velo che nasconde l'essenza fondamentale della realtà che sottostà ai fenomeni. Ma questo velo
può essere squarciato e sollevato e l'essenza del mondo, il noumeno o la cosa in sé fondamentale,
può essere colta e avvertita, non già in termini di conoscenza razionale bensì mediante
un'intuizione diretta e immediata.
Per scoprire l'essenza della realtà e scoprire cosa c'è dietro le nostre rappresentazioni, cosa c'è
al di là e al di sotto dei fenomeni, dobbiamo partire, dice Schopenhauer, dal soggetto
conoscente, cioè da noi stessi, dall'uomo.

L'uomo inizialmente conosce se stesso come corpo. Il corpo può essere percepito e conosciuto
come fenomeno, così come tutti gli altri oggetti, quando ci fermiamo agli aspetti fisiologici del
corpo stesso. Ma il corpo, precisa Schopenhauer, non è solo fenomeno, non è solo
rappresentazione fenomenica. Del corpo, del "mio" corpo ho anche un'intuizione immediata, ne
ho diretta coscienza, che non è conoscenza razionale fenomenica acquisita attraverso le forme a
priori kantiane della sensibilità e dell'intelletto. Noi possiamo guardare al nostro corpo e parlarne
come di un qualsiasi altro oggetto, ed in questo caso esso è fenomeno. Ma ascoltando noi stessi,
riflettendo dentro di noi, sentiamo che esiste nel nostro corpo una forza profonda che guida
tutti i nostri atti e comportamenti, sentiamo in noi una spinta ad esistere, a desiderare e a volere.
Avvertiamo che dentro di noi agisce ed opera una volontà che è volontà di vivere, di affermarci
e di realizzarci sempre di più; è una volontà tesa ad imporre la nostra superiorità sugli altri
uomini, sulle cose e sul mondo: è quindi una volontà di vivere e di realizzarci che è volontà di
dominio.
Questa volontà non è conosciuta da noi nello stesso modo in cui conosciamo i fenomeni, ma è
colta ed avvertita per intuizione immediata. Avvertiamo che l'essenza di fondo del nostro
essere, più che l'intelletto e la conoscenza, è proprio questa volontà, che siamo capaci di sentire e
cogliere come cosa in sé, come noumeno fondamentale facendoci intuire la vera essenza di tutta
la realtà e squarciando in tal modo "il velo di Maya", che nasconde ciò che vi è al di sotto della
molteplicità delle rappresentazioni fenomeniche.
Scopriamo che questa volontà di vivere e di dominio (il voler prevalere su ogni cosa) è l'essenza
che caratterizza non solo l'uomo ma tutta la realtà, cioè tutti gli esseri viventi (uomini, animali e
piante) ed anche tutti gli esseri non viventi (la materia inorganica: i minerali, le pietre). Riusciamo
a scoprire e sentire che noi siamo parte di un'unica volontà universale, che sta sotto ai fenomeni
e che è la vera causa del loro accadere e del loro divenire. È questa volontà universale che
costituisce il principio noumenico e metafisico di tutta la realtà, perché ogni essere, animato ed
inanimato, è mosso e si trasforma per effetto proprio di questa volontà di affermarsi ed imporsi. Si
comprende così il titolo dell'opera "Il mondo come volontà e rappresentazione". Come fenomeno e
apparenza il mondo è rappresentazione; come cosa in sé, nella sua essenza di fondo, esso è
volontà costitutiva del principio metafisico del mondo.
Come cosa in sé, come noumeno, l'universale volontà di vivere e di dominio è al di là dei
fenomeni ed è anche al di fuori delle forme a priori di spazio, tempo e causalità attraverso cui i
fenomeni sono conosciuti. Essendo al di là dello spazio, questa volontà è quindi infinita; essendo
oltre il tempo è eterna, immutabile e perciò unica; essendo al di là del principio di causalità è
anche incausata, cioè priva di una causa, di un'origine. È altresì una volontà inconscia, colta con
un'intuizione ma di cui l'intelletto non ha coscienza e conoscenza razionale. Essa è insomma
impulso inconsapevole, energia universale che sospinge tutte le cose.
La volontà di vivere e di dominio non ha alcun fine. Il suo unico scopo è solo di affermare e di
imporre se stessa, di espandersi sempre di più. Perciò è una forza cieca, irrazionale, insaziabile,
crudele, che permea ed è diffusa in tutto l'universo. Da qui il pessimismo cosmico di
Schopenhauer. La natura non possiede quella struttura razionale concepita dai filosofi platonici e
poi dall'idealismo; è piuttosto una natura matrigna, così come concepita da Leopardi: la vita è
dolore ed il piacere è solo la momentanea scomparsa del dolore.
Questa volontà si manifesta nella natura in gradi diversi, da quelli inferiori a quello superiore
costituito dall'uomo. Dapprima si manifesta nel mondo inorganico come forza di gravità e come
forza di attrazione e repulsione, cioè come magnetismo; nel mondo vegetale si manifesta come
istinto di nutrizione e di crescita; nel mondo animale si manifesta come istinto e sensibilità; infine
nell'uomo si manifesta come consapevolezza ma non contrastabile (l'uomo riesce a comprendere
l'esistenza di questa volontà universale, irrazionale e crudele, ma non riesce a controbatterla, a
vincerla). È questa volontà universale, irrazionale e crudele, che ha comportato l'avvento del male
nel mondo. Il male non è solo nel mondo, ma nel principio stesso da cui esso dipende (la cieca e
crudele volontà di vivere e di prevalere). L'unico fine della natura è di perpetuare la vita, anche
attraverso il dolore e la prepotenza. Unico scopo è la sopravvivenza della specie.

La vita umana tra noia e dolore.

Nell'uomo la volontà universale si fa cosciente (l'uomo comprende l'essenza irrazionale e crudele


della volontà) e si manifesta come dolore (la vita è dolore). Essa suscita infatti continui desideri di
affermazione e di dominio. Ogni desiderio si presenta come mancanza di qualcosa e ciò
produce sofferenza. La sofferenza cesserà con la soddisfazione del desiderio, ma
l'appagamento sarà di breve durata. Non appena il desiderio viene soddisfatto subentra la
noia, l'insoddisfazione, e sorgono ulteriori desideri, e quindi nuove sofferenze, finché non vengano
anch'essi realizzati e così via in un ciclo continuo perché, essendo infinita la volontà di vivere e di
possesso, saranno infiniti anche i desideri che essa suscita. Così tutta la vita, dice Schopenhauer, è
come un pendolo che oscilla tra noia e dolore. Anche nel mondo della natura non vi è pace e
felicità: ogni animale, ogni pianta, ogni cosa è spinta dalla medesima volontà universale a
desiderare e a volere sempre di più. Anche ogni essere della natura lotta continuamente contro gli
altri per la propria sopravvivenza e per prevalere; ovunque è conflitto e prepotenza.

Le forme di liberazione dalla volontà.


Scopo della filosofia deve essere allora quello di rendere l'uomo consapevole dell'infelicità
dell'esistenza ed indicargli le vie, i modi della salvezza, cioè i modi in cui potersi liberare dalla
dipendenza dall'irrazionale e crudele volontà universale del mondo.
Se l'essenza della realtà e dell'esistenza è tale volontà irrazionale e crudele, allora il suicidio
potrebbe sembrare il rimedio al male della vita. Però il suicidio, in questo caso, non è la
negazione della vita, non è il desiderio di non vivere più ma il desiderio di vivere invece una vita
diversa, senza noia e senza dolore: quindi il suicidio non sconfigge l'irrazionale volontà di vivere.
La salvezza, cioè il rimedio, può avvenire in altri modi: ci si può liberare dal dolore della vita
causato dall’irrazionale e crudele volontà di vivere e di dominio solo con la negazione della
volontà di vivere, passando dalla volontà alla "nolontà" (in latino "noluntas"), come chiamata da
Schopenhauer, ossia al rifiuto di una vita basata sull'impulso, sulla forza irrazionale e malvagia
della volontà universale.
Tale salvezza è possibile per tre vie, per tre modi diversi: 1) attraverso l'arte; 2) attraverso la pietà,
che Schopenhauer chiama l'etica della compassione; 3) attraverso l'ascesi o, appunto, la nolontà
(non volontà).

L'arte.
L'arte è per Schopenhauer un'espressione libera e disinteressata di sentimenti, capace di liberare
l'individuo dai suoi desideri e dai suoi egoismi e quindi capace di liberarlo dalla crudele ed
irrazionale volontà di vivere e di prevalere.
La contemplazione artistica intuisce le idee eterne, che sono i modelli, le essenze delle cose (si
nota l'influsso della filosofia di Platone), e quindi oltrepassa i limiti della vita terrena dominata
dalla volontà di vivere che rimane come annullata.
Schopenhauer concepisce una gerarchia delle arti in base alla loro capacità di distaccarci dalla
volontà di vivere. Si passa così dall'architettura alla scultura e poi alla pittura e alla poesia. Al di
sopra di tutte c'è la musica, che è l'arte più universale.
Ma l'arte permette una liberazione solamente momentanea e provvisoria dalla volontà. Si passa
così al secondo grado, al secondo modo di salvezza e di liberazione.

La pietà o etica della compassione.


L'arte, in fondo, è un estraniarsi dal mondo concreto. Invece la morale rappresenta un
impegno nel mondo; è un darsi da fare per migliorare il mondo.
Quando noi ci rivolgiamo verso il nostro prossimo, comprendiamo che anche gli altri uomini
sono come noi vittime della medesima irrazionale e crudele volontà di vivere. Sentiamo che le
loro sofferenze sono simili alle nostre e sorge in noi un sentimento di compassione, di pietà verso
gli altri, grazie al quale possiamo superare e liberarci dell'egoismo che ci deriva dall'universale
volontà di vivere e di prevalere.
A differenza di Kant, per Schopenhauer la morale non nasce dalla ragione pratica, cioè dalla
volontà, ma dal sentimento di pietà.
La morale, o etica, si pone in contrasto con l'egoismo e quindi con l'universale volontà di
vivere in due modi:
1. attraverso la giustizia, intesa come non fare il male;
2. attraverso la carità, intesa, ad un livello più alto, come volontà di fare il bene degli altri, che è il
contrario dell'egoismo che caratterizza la volontà di vivere.

Ma anche nella compassione, nella giustizia e nella carità rimane ancora un attaccamento alla
vita, se non alla nostra a quella altrui, attaccamento che va eliminato per non offrire alcuna
occasione di rivincita alla volontà di vivere. Il traguardo vero non è solo quello della liberazione
dall'egoismo e dall'ingiustizia della vita, ma quello della totale liberazione e distacco dalla stessa
volontà di vivere. Si passa perciò alla terza via, al terzo modo di salvezza.

L'ascesi o nolontà.
Il vero distacco dalla volontà di vivere, cieca e prevaricatrice, si raggiunge solo con l'ascesi,
intesa come rinuncia ad ogni desiderio, ad ogni egoismo, ad ogni volontà. L’asceta è colui che
vive senza desiderare di vivere, distaccato completamente dalla vita terrena. Secondo le
filosofie orientali, che hanno influenzato Schopenhauer, si giunge all'ascesi attraverso la
meditazione, la povertà, la castità ed attraverso il rifiuto di ogni piacere della vita. Ebbene, quando
l'uomo non vuole più niente, e giunge dunque alla nolontà, allora avrà sconfitto la volontà di
vivere. Quando l'asceta giunge a contemplare il mondo come un puro nulla (il nirvana delle
filosofie orientali), allora la volontà di vivere viene annullata. Per Schopenhauer dunque l'ascesi non
è immedesimarsi in Dio ma è totale negazione del mondo; il suo è un misticismo ateo.
Se infatti la volontà di vivere si manifesta nel mondo, di cui essa è l'essenza, ad essa è allora
impedita ogni manifestazione qualora il mondo sia concepito come un nulla. Il pessimismo di
Schopenhauer giunge così a conclusioni di "nichilismo" (dal latino "nihil" che significa nulla: il
mondo non è niente, non è nulla, cioè non vale niente), nichilismo che sarà poi ripreso, in forma
diversa, dal suo discepolo Nietzsche.
In verità, la teoria orientalista dell'ascesi costituisce la parte più debole del pensiero di
Schopenhauer. Infatti, se la volontà di vivere si identifica con la struttura metafisica (l'essenza) del
reale, anzi con l'assoluto infinito stesso, come si può ipotizzare il suo annullamento da parte
dell'asceta? In che modo la volontà, la cui essenza è appunto il volere, ad un certo momento può
essere in grado di non volere e di non far più prevalere se stessa? Inoltre, la fuga ascetica dalla
vita è sempre un atto individuale che contrasta con l'ideale etico della compassione verso il
prossimo.

Conclusioni.
Il pessimismo e la filosofia di Schopenhauer non furono accettati ed ebbero poco successo nella
prima metà dell'Ottocento, allorquando prevaleva l'ottimismo della filosofia idealistica. La sua
influenza si fece sentire dopo, con la caduta delle illusioni che avevano fatto sperare nelle
rivoluzioni del 1848 e col diffondersi di un nuovo clima culturale.
In campo filosofico l'influenza di Schopenhauer è presente in Kierkegaard ed ancor più in Nietzsche
per quanto riguarda la tematica del nichilismo. Influenzò anche Bergson, Wittgenstein, Heidegger e
Horkheimer. Ma la sua influenza si estese anche alla letteratura e all'arte con Thomas Mann e
Wagner.
(Rielaborazione da: CORSO DI STORIA DELLA FILOSOFIA VOLUME TERZO, PDF a cura di Francesco
Lorenzoni, pp. 66 -71)

Frammenti antologici.
Da Il mondo come volontà e rappresentazione, 1819.
“Nella vita umana, come in ogni merce cattiva, la parte esterna è ricoperta di un falso scintillio:
sempre si nasconde ciò per cui si soffre; invece, ciò che ognuno può mettere insieme di sfarzo e
splendore, viene messo in mostra, e quanto più a uno manca l'intima contentezza, tanto più egli
desidera passare per felice nell'opinione degli altri. [...]
Un eterno divenire, una corsa senza fine, ecco la caratteristica con cui si manifesta l'essenza della
volontà. Di tal natura sono infine gli sforzi e i desideri umani, che ci fanno brillare innanzi la loro
realizzazione come fosse il fine ultimo della volontà; ma non appena soddisfatti, cambiano
fisionomia; dimenticati, o relegati tra le anticaglie, vengono sempre, lo si confessi o no, messi da
parte come illusioni svanite.”
«La musica oltrepassa le idee, è del tutto indipendente anche dal mondo fenomenico,
semplicemente lo ignora, e in un certo modo potrebbe continuare ad esistere anche se il mondo non
esistesse più: cosa che non si può dire delle altre arti.
La musica è infatti oggettivazione e immagine dell'intera volontà, tanto immediata quanto il
mondo, anzi, quanto le idee, la cui pluralità fenomenica costituisce il mondo degli oggetti
particolari.
La musica, dunque, non è affatto, come le altre arti, l'immagine delle idee, ma è invece
immagine della volontà stessa, della quale anche le idee sono oggettività: perciò l'effetto della
musica è tanto più potente e penetrante di quello delle altre arti: perché queste esprimono solo
l'ombra, mentre essa esprime l'essenza. [...]
[La musica] esprime, con un linguaggio universalissimo, l'intima essenza, l'in sé del mondo,
che noi, partendo dalla sua più limpida manifestazione, pensiamo attraverso il concetto di volontà,
e l'esprime in una materia particolare, cioè con semplici suoni e con la massima determinatezza e
verità; del resto, secondo il mio punto di vista, che mi sforzo di dimostrare, la filosofia non è
nient'altro se non una completa ed esatta riproduzione ed espressione dell'essenza del mondo, in
concetti molto generali, che soli consentono una visione, in ogni senso sufficiente e applicabile, di
tutta quell'essenza; chi pertanto mi ha seguito ed è penetrato nel mio pensiero, non troverà tanto
paradossale, se affermo che, ammesso che si potesse dare una spiegazione della musica,
completamente esatta, compiuta e particolareggiata, riprodurre cioè esattamente in concetti ciò
che essa esprime, questa sarebbe senz'altro una sufficiente riproduzione e spiegazione del mondo in
concetti, oppure qualcosa del tutto simile, e sarebbe così la vera filosofia.»

Da Il fondamento della morale (1840)


La sconfinata pietà per tutti gli esseri viventi è la più salda garanzia del buon comportamento
morale e non ha bisogno di alcuna casistica. Chi ne è compreso non offenderà certo nessuno, non
danneggerà nessuno, non farà del male a nessuno, avrà invece indulgenza con tutti, perdonerà,
aiuterà, fin dove può, e tutte le sue azioni recheranno l'impronta della giustizia e della filantropia.
[...] io non conosco nessuna preghiera più bella di quella che conchiudeva gli antichi spettacoli
teatrali dell'India (come anche in altri tempi quelli inglesi terminavano con la preghiera per il re).
Dice: «Possano tutti gli esseri viventi restare liberi dal dolore!». (III, § 19, 4; 1981, p. 243)

Da L'arte di conoscere se stessi (postumo)


Volere il meno possibile e conoscere il più possibile è la massima che ha guidato la mia vita. La
Volontà è infatti l'elemento assolutamente infimo e spregevole in noi: bisogna nasconderlo come si
nascondono i genitali, benché siano entrambi le radici del nostro essere. La mia vita è eroica, e
non si può valutare con un metro da filisteo o con il cubino del bottegaio, né con una misura
proporzionata alla gente comune, che non vive altra esistenza se non quella individuale, limitata a
un breve lasso di tempo. Per questo non devo turbarmi se penso a quanto mi manchi ciò che fa
parte della regolare vita dell'individuo: ufficio, casa, vita sociale, moglie e prole. L'esistenza degli
esseri comuni si risolve in questo. La mia vita invece è una vita intellettuale, il cui imperturbato
procedere e l'indisturbata operosità devono dare frutto nei pochi anni della piena forza mentale e
del suo libero impiego per arricchire secoli dell'umanità. La mia vita personale è soltanto la base
di questa vita intellettuale, la conditio sine qua non – un elemento del tutto subordinato, quindi.

Da L’arte di trattare le donne (1851)


Le donne sono sexus sequior, il secondo sesso, che da ogni punto di vista è inferiore al sesso
maschile; perciò bisogna aver riguardi per la debolezza della donna, ma è oltremodo ridicolo
attestare venerazione alle donne: essa ci abbassa ai loro stessi occhi. (p. 33, 2005)
Il sesso femminile, di statura bassa, di spalle strette, di fianchi larghi e di gambe corte, può essere
chiamato il bel sesso soltanto dall'intelletto maschile obnubilato dall'istinto sessuale: in altre
parole, tutta la bellezza femminile risiede in quell'istinto. (p. 33, 2005)
La bellezza dei ragazzi sta a quella delle ragazze come la pittura a olio sta a quella a pastello. (p.
40, 2005) [proporzione]
Il coito è soprattutto affare dell'uomo, la gravidanza, invece, solo della donna. (p. 42, 2005)
Come la seppia, la donna si avviluppa nella dissimulazione e nuota a suo agio nella menzogna. (p.
45, 2005)
Tutte le donne, con rare eccezioni, sono inclini allo sperpero. Perciò ogni patrimonio, a parte i rari
casi in cui l'abbiano acquistato esse stesse, dovrebbe essere messo al sicuro dalla loro stoltezza. (p.
46, 2005)
Il matrimonio è una trappola che la natura ci tende. (p. 69, 2005)
Matrimonio = guerra e necessità; vita da single = pace e prosperità. (p. 70, 2005)
Sposarsi significa fare il possibile per venirsi a nausea l'uno all'altro. (p. 71, 2005)
Le leggi matrimoniali europee assumono la donna come equivalente all'uomo: partono, dunque, da
un presupposto sbagliato. (p. 71, 2005)

Da L’arte di insultare
«Quando studiavo a Göttingen il professor Blumenbach ci parlò molto seriamente, nel corso di
fisiologia, degli orrori delle vivisezioni e ci fece notare come esse fossero una cosa crudele e
orribile. [...] Invece oggi ogni medicastro si crede autorizzato a effettuare nella sua stanza delle
torture gli atti più crudeli nei confronti delle bestie [...] Nessuno è autorizzato a effettuare
vivisezioni. [...]
Si ha pietà di un peccatore, di un malfattore, ma non di un innocente e fedele animale che
spesso procura il pane al suo padrone e non riceve che misero foraggio. «Aver pietà»! Non già
pietà, ma giustizia si deve all'animale!?» «La pietà per gli animali è talmente legata alla bontà
del carattere che si può a colpo sicuro sostenere che un uomo crudele verso gli animali non può
essere un uomo buono»
«Bisogna che anche in Europa, finalmente, si imponga una verità [...] che non può essere più a
lungo celata: che, cioè, gli animali in tutti gli aspetti principali ed essenziali sono esattamente la
stessa cosa che noi, e che la differenza risiede soltanto nel grado di intelligenza [...]. Infatti,
soltanto quando nel popolo sarà penetrata quella convinzione, così semplice e che non ammette
nessun dubbio, gli animali non rappresenteranno più esseri privi di ogni diritto. (...) Sia
dannata ogni morale che non vede l'essenziale legame fra tutti gli occhi che vedono il sole.»

Risorse in Internet
In RAI Cultura il filosofo Umberto Galimberti parla di Schopenhauer al link
[Link]
[Link]

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