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Canto 1

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Dante Alighieri (che ci viene descritto da Boccaccio come "uomo di mediocre

statura, con il volto lungo ed il naso aquilino, le mascelle grandi, e il labbro


di sotto proteso tanto che alquanto quel di sopra avanzava: sulle spalle
alquanto curvo, e gli occhi anzi grossi che piccoli, e di color bruno e i capelli
e la barba crespi e neri, e sempre malinconico e penoso") nacque a Firenze
nel 1265 da una famiglia di piccola nobiltà.
Appassionato di studi letterari, di dedicò presto alla poesia e strinse amicizia
con i poeti della scuola del Dolce Stil Novo, della quale diventò uno dei più
significativi rappresentanti.
L'avvenimento più importante della sua giovinezza fu l'amore spirituale per
Beatrice, figlia di Folco Portinari, che cantò nelle sue opere come la donna
angelicata degli stilnovisti.
Alcuni anni dopo la morte di Beatrice, avvenuta a soli 24 anni nel 1290,
Dante si sposò, per volere del padre, con Gemma Donati, da cui ebbe tre figli.
Nel frattempo partecipò attivamente alla vita politica della sua città che in
quegli anni era tormentata da lotte interne tra i guelfi bianchi (che
difendevano l'indipendenza e l'autonomia del Comune) e i Guelfi Neri ( che
assecondavano le mire espansionistiche del Papato).
Dante si schierò con i Guelfi Bianchi e ottenne varie cariche pubbliche.
Nel 1300 rivestì anche la carica di priore, la più importante nell'ambito del
Comune, ma poco tempo dopo, mentre si trovava a Roma, alla corte di Papa
Bonifacio VIII in qualità di ambasciatore, i Guelfi Neri ebbero il sopravvento
e lo condannarono all'esilio.
Era l'anno 1302 e per dante iniziava un lungo periodo di sofferenze.
Dopo aver tentato invano ripetutamente di tornare in patria, isolatosi dai suoi
compagni di esilio, andò peregrinando, tra il 1304 e il 1310, per varie città e
corti d'Italia.
Fu a Verona, presso gli Scaligeri, a Treviso, a Padova, in Lunigiana, presso i
Malaspina, svolgendo di volta in volta incarichi di segretario o di
ambasciatore. Trascorse gli ultimi anni della sua vita a Ravenna, alla corte di
Guido da Polenta, dove morì nel 1321, poco dopo aver terminato la sua
Commedia.

La Divina Commedia è, fra tutti i poemi più noti e ammirati, il poema


universale.
Non c'è popolo che non abbia percorso con Dante i tre regni dell'aldilà.
Non c'è ragazzo che ignori il dibattersi delle anime malvagie battute dal
remo di Caronte o uncinate rabbiosamente dai diavoli; come non c'è
uomo che non abbia pianto e meditato, salendo di cantica, dal profondo
tormento dell'Inferno alle celesti sfere del Paradiso.
La Divina Commedia è compagna all'uomo di ogni terra nello sconforto e
nella gioia: si legge "La Divina Commedia" nella solitudine dei deserti, in
carcere, nelle scuole...
E', dopo la Bibbia, il libro che maggiormente avvince ed impressiona.

Il titolo dell’opera
La composizione della Commedia ebbe inizio nei primi anni del ‘300 e si
protrasse fin quasi alla morte del suo autore. Il titolo dell’opera è dovuto
al suo contenuto.
Dante ha dovuto scrivere il suo poema in volgare fiorentino, ovvero nella
lingua parlata nella Firenze del suo tempo, rinunciando allo stile solenne
proprio di una stesura in latino, com’era consuetudine per le opere
letterarie di un certo rilievo.
L’aggettivo Divina fu invece aggiunto in epoca posteriore dal letterato
Ludovico Dolce, vissuto nel XVI secolo, che trasse ispirazione da un
entusiastico commento di Giovanni Boccaccia all’opera di Dante.

La struttura
La Divina Commedia è un poema in versi composto da tre cantiche:
L’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso.Ciascuna cantica è, a sua volta,
suddivisa in 33 caqnti a cui se ne aggiunge uno di introduzione
all’Inferno, per un totale di 100.
I versi sono endecasillabi raggruppati in terzine (strofe in tre versi) a
rima incatenata: il primo verso rima con il terzo, il secondo con il primo
della terzina successiva e così via, secondo lo schema: ABA BCB
CDC…..
Nel mezzo del cammin di nostra
1 A
vita
2 mi ritrovai per una selva oscura B
3 ché la diritta via era smarrita. A

Ahi quanto a dir qual era è cosa


4 B
dura
esta selva selvaggia e aspra e
5 C
forte
6 che nel pensier rinova la paura! B

Tant'è amara che poco è più


7 C
morte;
ma per trattar del ben ch'i' vi
8 D
trovai,
dirò de l'altre cose ch'i' v'ho
9 C
scorte.

1
Io non so ben ridir com'i' v'intrai, D
0
1
tant'era pien di sonno a quel punto E
1
1
che la verace via abbandonai. D
2

Il simbolo del numero tre


Come risulta evidente, l’intera struttura dell’opera è costituita sul
numero tre e sui suoi multipli: ciò si spiega con la forte carica simbolica e
religiosa attribuita nel Medioevo a questo numero, che rimanda alla
Trinità Divina.

L’argomento
La Divina Commedia racconta un viaggio immaginario del poeta Dante
Alighieri, che, smarritosi in una selva oscura, penetra nel mondo
ultraterreno, dove visita l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso,
accompagnato prima dal poeta latino Virgilio, quindi da Beatrice.Il
viaggio dura esattamente una settimana: dal Giovedì santo dell’anno
1300, sino al giovedì successivo alla Pasqua dello stesso anno.

Il significato allegorico del poema


Il viaggio compiuto da Dante, i luoghi da lui visitati, gli incontri con le
anime dei dannati, dei penitenti, dei beati, vengono descritti e narrati in
modo realistico.Tuttavia l’intera opera ha un chiaro significato
allegorico.Questo vuol dire che le diverse componenti del poema
assumono un valore simbolico: la selva oscura in cui il poeta si smarrisce
simboleggia il Peccato; il poeta Virgilio che guida Dante attraverso
l’Inferno e il Purgatorio, rappresenta la Ragione; Beatrice, che
accompagna il poeta nel Paradiso, è l’immagine della Teologia e della
Grazia divina; l’intero viaggio di Dante si configura come un itinerario
purificatore, del peccato e della perdizione fino alla salvezza e alla
redenzione.

Il valore culturale e poetico dell’opera


La Divina Commedia è un’opera di eccezionale valore culturale e poetico,
perché in essa il suo autore è riuscito a rappresentare compiutamente la
visione del Mondo propria del suo tempo.L’universo rappresentato da
dante riflette le conoscenze dell’uomo medievale, la sua cultura
fortemente condizionata da fattori religiosi.L’opera è interessante perché
documenta la cultura di quell’epoca, la politica, descrive sentimenti
dell’animo umano, luoghi e mette in evidenza il senso della giustizia.

La nicchia segreta degli ultimi canti del Paradiso


Racconta il Boccaccio che, dopo la morte di Dante, i figli provvidero a
sistemare gli affari e a mettere in ordine le carte del defunto.Soprattutto
figli ed amici si preoccuparono di trovare gli ultimi tredici canti della
Commedia Divina, che sapevano essere stati composti e non ancora
inviati a Cangrande della Scala. Ma per quanto cercassero, frugassero ed
infine mettessero a soqquadro la casa, dei preziosi manoscritti nemmeno
la più piccola traccia. Ma una notte, otto mesi dopo la sua morte, il poeta
"bianco vestito e soffuso di luce" apparve al figlio Jacopo in sogno. Gli
disse di essersi reso conto solo allora di non aver dato disposizioni
riguardo al suo poema prima di morire, e di essere pronto a rimediare.
Preso quindi per mano il figlio, lo guidò nella stanza che era stata il suo
studiolo, gli indicò un punto della parete e poi scomparve.
Turbato dal sogno, Jacopo si precipitò nel cuor della notte a casa
dell'amico Giardini, che con lui aveva assistito il poeta nell'ultima agonia.
Senza por tempo in mezzo il Giardini, udito il racconto, si levò ed i due
tornarono insieme nel famoso studiolo. Tolsero dalla parete una stuoia
che nascondeva il muro nel punto indicato da Dante e scoprirono una
piccola nicchia. In essa, già ammuffiti nella parete più esposta, alcuni
rotoli polverosi: i manoscritti degli ultimi tredici canti del Paradiso!
Jacopo e il Giardini svolsero con mani trepidanti quei plichi e scoprirono
quei versi: la trascrizione fu poi inviata a Cangrande della Scala.
Il paesaggio infernale, attraverso cui Dante iniziò il suo viaggio
immaginario, presenta una divisione tipicamente geometrica e una
tipologia elaborata e precisa.
L’Inferno è una oscura voragine, a forma di cono rovesciato, che si apre
sotto Gerusalemme e sprofonda fino al centro della Terra, che è al centro
dell’Universo.
E’ diviso in nove cerchi concentrici che si rimpiccioliscono man mano che
si avanza verso il centro della Terra, dove si trova Lucifero; da esso
procede l’asse che unisce Gerusalemme al Purgatorio.

La montagna del Purgatorio sorge su un’isola che, secondo la scienza del


tempo di Dante, copriva tutto l’emisfero australe. E’ un tronco di cono
che reca alla sommità il pianoro del Paradiso Terrestre. Il piano dell’isola
e la prima parte della montagna costituiscono l’Antipurgatorio.
La parte superiore del monte è il Purgatorio vero e proprio diviso in sette
cornici, in ciascuna delle quali si espia uno dei sette peccati mortali:
superbia, invidia, ira, accidia, avarizia e prodigalità, gola, lussuria.
Dante immagina il Paradiso, secondo lo schema tolemaico, suddiviso in
nove cieli concentrici (Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove,
Saturno, Cielo delle stelle fisse, Cielo cristallino o Primo Mobile),
racchiusi nell’Empireo dove sta Dio. E’ immobile e gli altri cieli girano
più velocemente quanto più sono alti. L’Empireo è la sede delle anime;
qui Dante le vede tutte insieme, ma Dio per fargli comprendere il
diverso grado della loro beatitudine (minore quanto più il cielo è lontano
da Dio) ha voluto che esse gli si mostrassero nei vari cieli: Cielo della
Luna, spiriti che mancarono ai voti; Cielo di Mercurio, spiriti attivi;
Cielo di Venere, spiriti amanti; Cielo del Sole, spiriti sapienti; Cielo di
Marte, spiriti guerrieri; Cielo di Giove, spiriti giusti; Cielo di Saturno,
spiriti contemplanti; Cielo delle stelle fisse, spiriti trionfanti; Primo
Mobile, gerarchie angeliche.

Canto 1

• Dante, smarrito nella selva oscura, giunge ai piedi di un colle illu-minato dal sole

• Tre fiere gli impediscono il cammino e lo respingono all'interno della selva

• Appare Virgilio annunziandogli l'avvento del Feltro

• Virgilio invita Dante a passare attraverso i tre regni dell'oltretom-ba

• Dante dichiara di essere pronto al viaggio

A metà della mia esistenza mi trovai a vagare in una buia foresta, nella
condizione di chi ha smarrito la via del retto vivere. Mi è assai difficile
descrivere quella selva inospitale, irta di ostacoli e ardua da attraversare.
Al solo pensarci risuscita in me lo sgomento. Il tormento che provoca è di
poco inferiore all’angoscia della morte; ma per giungere a parlare del bene
incontratovi, dirò prima altre cose che in essa vidi.

Giunto alle pendici di un colle, dove terminava la selva, volsi lo sguardo in


alto, e vidi i declivi presso la cima già illuminati dai raggi del sole, l’astro che
guida secondo verità ciascuno nel suo cammino. Allora la paura che, per
tutta la notte mi aveva attanagliato nel profondo del cuore, placò in parte la
sua violenza, e con l’aspetto del naufrago che, appena raggiunta con
affannoso respiro la terraferma, si volge ad abbracciare con lo sguardo
crucciato l’immensità degli elementi scatenati, mi volsi indietro, con l’animo
ancora atterrito, e osservai la impervia plaga da cui nessun essere vivente
riuscì mai a venir fuori. Dopo aver riposato un poco il corpo stanco, ripresi la
mia salita lungo il pendio desolato.
Quando arrivai quasi all’inizio della salita vera e propria, ecco apparirmi una
lince snella e veloce, dal manto chiazzato, che ostacolava a tal punto il mio
procedere, e più di una volta fui sul punto di tornarmene indietro. Era l’alba
e il sole saliva in cielo, l’ora mattutina e la primavera, erano per me auspicio
di vittoria su quella belva dalla pelle screziata, non tanto tuttavia da far si
ch’io non restassi nuovamente atterrito all’apparizione di un leone. Sembrava
venirmi incontro rabbioso e famelico, col capo eretto, e diffondeva intorno a
sé tanto spavento che l’aria stessa sembrava rabbrividirne. Oltre al leone,
una lupa, nella cui macilenta figura covavano brame insaziabili e che già
molte genti aveva reso infelici, mi oppresse di tale sbigottimento con il suo
aspetto, che disperai di raggiungere la cima del colle. E come colui che,
avido di guadagni, quando arriva il momento che gli fa perdere ciò che ha
acquistato, si cruccia e si addolora nel profondo del suo animo, tale mi rese
la insaziabile lupa, che, dirigendosi verso di me, mi spinse nuovamente verso
la selva, là dove il sole non penetra con i suoi raggi.

Stavo precipitando in basso, e mi apparve all’improvviso colui che, per essere


stato a lungo silenzioso, sembrava ormai incapace di far intendere la sua
voce ma quando lo scorsi nella grande solitudine, implorai il suo aiuto:

" Abbi pietà di me, chiunque tu sia, fantasma o uomo in carne ed ossa !"
dissi.

Mi rispose: " Non sono vivo, ma lo sono stato, e i miei genitori furono
entrambi lombardi, originari di Mantova. Vidi la luce mentre era ancora in
vita Giulio Cesare e vissi a Roma al tempo di Ottaviano Augusto, principe di
gran valore. Fui poeta, e celebrai in versi le imprese di Enea che venne da
Troia a stabilirsi in Italia, dopo che la superba città fu incendiata. Ma tu
perché vuoi riscendere giù nella valle? Perché non ascendi invece il
gaudioso colle, dispensatore e origine di ogni perfetta letizia? "

"Sei proprio tu" risposi reverente ed umile " il grande Virgilio, sorgente
copiosa d’inesauribile poesia? O tu che onori e illumini chiunque coltivi
l’arte del poetare, grande amore che mi ha spinto ad accostarmi alla tua
opera. Tu sei lo scrittore e il maestro che ha avuto su di me autorità
indiscussa; sei l’unico dal quale ho appreso il bello scrivere che mi ha
arrecato fama. Guarda la lupa che mi ha fatto tornare sui miei passi: chiedo
il tuo aiuto, famoso sapiente, poiché essa mi fa tremare di paura in ogni
fibra."

Virgilio, reso pietoso dalle mie lagrime mi rispose: "Tu devi, se vuoi uscire da
questo luogo impervio, seguire una altra strada. La belva, per la quale tanto
ti lamenti, ostacola il cammino a chiunque in essa si imbatte,
perseguitandolo senza tregua sino ad ucciderlo; e tanto perversa e malvagia
è la sua indole, che nulla può placarne le smodate cupidigie e, invece di
saziarla, il cibo ne accresce gli appetiti. Numerosi sono gli animali ai quali
si accoppia, e il loro numero è destinato a crescere, fino alla venuta di un
liberatore, “salvezza” di quella Italia umiliata. Egli darà la caccia alla lupa
in ogni città, fino a costringerla a tornarsene nella sua sede naturale,
l’inferno, da dove Lucifero, odio primigenio, la fece uscire. Perciò penso e
giudico che, per la tua salvezza, tu mi debba seguire, e io sarà tua guida, e ti
condurrò da qui nel luogo della pena eterna, dove udrai i disperati lamenti
dei malvagi, vedrai gli spiriti di coloro che, fin dalla più remota antichità,
soffrono per l’inappellabile dannazione; e vedrai coloro che sono contenti di
espiare le loro colpe nei tormenti purificatori del purgatorio, certi di salire,
prima o poi, al cielo. Se tu vorrai giungere fin lassù, un’anima più nobile di
me ti accompagnerà: con lei ti lascerò al momento del mio distacco poiché
Dio, che lassù regna, non permette che qualcuno possa penetrare nella sua
città, tra i beati, senza essere stato in terra cristiano. Dio è in ogni luogo
sovrano onnipotente e ha nel cielo la sua sede dove si trovano la sua città e
l’eccelso trono".

Ed io: " Poeta, ti chiedo in nome di quel Dio che non hai potuto conoscere,
per la mia salvezza temporale ed eterna di condurmi là dove ora hai detto,
tanto che io possa vedere la porta del paradiso e le anime che dici immerse
in così grandi pene"

Virgilio sì incamminò, e io lo seguii.

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