LA DIVINA COMMEDIA
Paola Cattaneo, Marta Parapetti, Nicole Pizzaballa, Camilla Salvioni, Vera Sandrinelli
INFERNO
CANTO III: L’ANTINFERNO
Dante e Virgilio si trovano alla porta dell’antinferno, dove sono condannati gli ignavi. Esso è
costituito da una campagna eternamente buia separata dall’inferno vero e proprio attraverso il
fiume Acheronte. Fin da subito Dante fa emergere uno dei caratteri principali della sua opera,
l’assenza di luce. Il buio che costantemente invade l’inferno ha infatti una duplice funzione:
rappresenta sia l’impossibilità dell'alternarsi del giorno e della notte, sia la mancanza della
grazia divina. Questo sottolinea quindi il carattere eterno che costituisce l’inferno, che vede le
sue anime condannate per sempre a scontare le pene fisiche che gli sono attribuite, senza
possedere nemmeno la speranza di poter giungere a Dio. Le pene fisiche, crudelmente
descritte, permettono inoltre al lettore di riflettere a fondo sui vari peccati.
CANTO V: CANTO DI PAOLO E FRANCESCA → PRESENZA DI UNA DONNA
Dante e Virgilio procedono la discesa nell'inferno ritrovandosi nel secondo cerchio, dove vi
sono condannati i lussuriosi. Uno dei principali personaggi del canto è sicuramente Minosse,
il giudice dei dannati. Rispettando il volere divino, egli ha il compito di indirizzare le anime
nei vari gironi dell’inferno, a seconda del peccato più grave che hanno commesso in vita.
Così facendo, Minosse riesce a riportare ordine negli inferi. Importantissima inoltre è
l’atmosfera presente nel cerchio. L’oscurità e il forte vento riconducono infatti alla colpa e
alla pena dei dannati: come in vita sono stati travolti da un turbine di passioni e si sono così
allontanati dalla retta via, nell’inferno sono destinati ad essere travolti ininterrottamente da un
vento gelido e fortissimo. Dante però non vuole condannare l’amore in sé, bensì
l’allontanamento da Dio che esso ha causato alle anime. L’amore ha inoltre fatto prevalere al
bene spirituale quello materiale, condannato dalla religione. Importantissimi sono i
personaggi di Paolo e Francesca, gli unici ai quali Dante si rivolge durante la permanenza nel
cerchio. A parlare è solo la donna, che lo fa però al plurale, evidenziando la forte unione tra
lei e il suo amato. Francesca predilige inoltre un lessico alto e cortese, attribuendo così al
sentimento amoroso una sfumatura stilnovistica, posseduta da pochi.
CANTO VI: I GOLOSI → CANTO POLITICO
Dante e Virgilio si ritrovano nel terzo cerchio dell’inferno, dove sono condannati i golosi.
Nonostante nel corso del suo viaggio Dante entrerà in contatto con pene decisamente più
dolorose, quella a cui sono sottoposti i golosi è forse quella che considera la peggiore. La
pena a cui i golosi sono sottoposti avviene sia per analogia, sia per antitesi. Il fango dal
cattivo odore dentro cui i dannati sono costretti a stare rappresenta sia un porcile,
paragonando la loro golosità ad un gesto animale, e allontana inoltre i dannati dai sapori
delicati e raffinati che tanto avevano apprezzato in vita. Anche il cane Cerbero sembra
incarnare i tratti bestiali dei golosi. Nel canto si possono inoltre individuare tre tematiche
principali.
CANTO X: LA CITTÀ DI DITE, GLI ERETICI
Dante si trova nel sesto cerchio dell’inferno, dove vi sono condannati gli eretici e, in
particolar modo, gli epicurei. Essi sono destinati a permanere in sepolcri roventi, che si
chiuderanno definitivamente a seguito del Giudizio Universale. Il sepolcro infuocato ha una
duplice funzione: il fuoco rappresenta il rogo in cui, in vita, gli eretici furono bruciati, mentre
il sepolcro sottolinea la mortalità che essi avevano attribuito all’anima. Nel canto, Dante parla
con due personaggi: Farinata e Cavalcante. Farinata, nemico politico del poeta, incarna
inizialmente i tratti di un personaggio eroico (posizioni corporali). Successivamente però
assume comportamenti umani. Cavalcanti assume invece fin da subito comportamenti umani.
Egli appare infatti disperato di fronte alla creduta morte del figlio Guido. Questo aspetto
risalta la cecità dei dannati del cerchio verso il presente. Gli eretici hanno solo la possibilità di
vedere un futuro lontano.
CANTO XIII: I VIOLENTI CONTRO LORO STESSI, CONDANNA AL MONDO DELLE
CORTI
Nel settimo cerchio, Dante e Virgilio si addentrano in una selva priva di una vera vita vegetale
e popolata da creature mostruose. Le anime suicide sono state intrappolate all’interno di
alberi, così da abbassare la loro natura, in quanto in vita si erano private del corpo umano. In
questo modo le anime presentano caratteristiche ibride (e quindi sterili) che si allontanano
totalmente dalla vita. L’unico elemento che caratterizza ancora le anime sotto una veste
umana è la parola. Esse infatti, se ferite, riescono a fare scorrere assieme al sangue le loro
parole. Dante parla con Pier della Vigna, un uomo che ha commesso il suicido a causa delle
invidie dei cortigiani.
CANTO XV: IL CANTO DEI SODOMITI
Il Canto 15 dell'Inferno, ambientato nel settimo cerchio (violenti) e terzo girone (violenti
contro Dio nella natura, peccato di sodomia), descrive una landa desolata attraversata dal
fiume Flegetonte, caratterizzata da un sabbione sul quale piovono fiamme. Le anime dei
sodomiti (omosessuali), camminano incessantemente sul sabbione rovente, colpite dalle
fiamme, e possono difendersi con il movimento delle braccia. Questo contrappasso richiama
le fiamme mandate da Dio per distruggere la città di Sodoma e il rogo al quale erano
condannati i sodomiti nel Medioevo. Il protagonista del canto è Brunetto Latini, uno dei più
illustri fiorentini pre-danteschi. Tuttavia, la sua storia è taciuta, e di lui rimangono solo
l'immagine paterna e la qualità del suo insegnamento. Il dialogo con Brunetto permette a
Dante di fare un viaggio nel proprio passato, rivivendo una giovinezza di studi e progetti,
offrendo un ritratto ideale di sé stesso e dando al canto un'impronta autobiografica.
Il clima del canto è colmo di nostalgia, sia per il caro maestro che non c'è più, sia per la vita
cittadina perduta con l'esilio. Il dialogo con Brunetto suscita una riflessione su ideali e
progetti giovanili in contrasto con l’avarizia popolana della Firenze contemporanea, dominata
dall'odio, dalla rivalità e dal vizio. La colpa di sodomia di Brunetto, sebbene non menzionata
apertamente da Dante, traspare nelle parole del vecchio maestro riferite ai suoi compagni di
pena. Dante, rigido nella condanna biblica, allontana l'omosessualità dalla tolleranza
greco-latina, considerandola una forma di violenza contro Dio e le sue leggi.
CANTO XXII: IL CANTO DEI BARATTIERI
Protagonisti di questo canto, non sono solo coloro che devono scontare la pena, ovvero i
barattieri, ma anche coloro che delle pene sono somministratori, i diavoli.
Ci troviamo infatti nella quinta bolgia (Basso Inferno) dove chi ha commesso un qualsiasi
tipo di imbroglio è totalmente immerso nella pece bollente e se tenta di emergere, viene ferito
con un uncino e ricacciato giù dai diavoli che Barbariccia comanda.
A interagire con i peccatori (nello specifico con Ciampòlo) è solamente Virgilio: Dante si
disinteressa completamente dei dannati, in quanto non ritiene che si meritino la sua pietà.
Questa bolgia è descritta con “comicità” ma non intesa come piacevole divertimento, bensì
come giudizio nulla mediocrità umana, reso evidente dal basso livello espressivo, grottesco.
I condannati e i loro esecutori sono rappresentati con il linguaggio della meschinità e della
degradazione, elementi che rientrano nel codice del comico.
CANTO XXVI: IL CANTO DI ULISSE
Nell’ottava bolgia dell’ottavo cerchio, troviamo i consiglieri fraudolenti: si tratta soprattutto
di uomini politici o militari, dei quali è punito l’ingegno, in quanto l’intelligenza umana
diventa una colpa nel momento in cui tenta di superare i precetti divini.
La loro anima è avvolta completamente da una fiamma: come in vita attuarono di nascosto i
loro inganni, così sono nascosti dal fuoco. Dante prova rispetto per questi peccatori
d’intelligenza e non se ne disinteressa come ha fatto con gli altri fraudolenti: vuole parlare
con una fiamma a due lingue, di cui una è quella di Ulisse e l’altra è quella di Diomede.
Virgilio domanda loro come fossero morti, alchè la lingua più grande (Ulisse) racconta di
aver provato a superare le colonne di Ercole, che rappresentavano il limite della conoscenza,
la sua nave era dunque finita in un turbine, non poteva proseguire la navigazione.
All’inizio del canto possiamo vedere come Dante-autore vuole tracciare una storia morale in
chiave negativa di Firenze: egli rivolge un aspro rimprovero alla città, che può davvero
vantarsi della fama che ha acquistato in ogni luogo e persino all'Inferno, dove il poeta ha visto
ben cinque ladri tutti fiorentini che lo fanno vergognare e non danno certo onore alla città.
PURGATORIO
CANTO I: Il primo canto del Purgatorio è stato ideato seguendo la struttura della bipartizione
canonica dei poemi classici che prevedeva una protasi e un’invocazione. Nella parte dedicata
all’ invocazione vengono invocate le Muse, in particolare Calliope. Dante fa un riferimento
esplicito al mito delle figlie di Pierio che a causa della loro superbia furono trasformate in
gazze. Il suo intento è quello di far risaltare l’importanza dell’umiltà che è ciò che permette
agli uomini di contemplare quello che, nel corso del I canto del Purgatorio Dante osserverà
piacevolmente nel cielo: le quattro stelle che rappresentano le quattro virtù cardinali.
L’inserimento di un esempio identificabile come simbolo della libertà permette di far meglio
comprendere il concetto. Viene infatti citato nel testo il custode del Purgatorio Catone che,
considerando Dante e Virgilio anime fuggite dall’Inferno, fece loro molteplici domande alle
quali ottenne le dovute spiegazioni. Catone è un modello di perfezione umana tant’è che
quando fu richiesto il permesso di passaggio a nome di sua moglie Marzia lui mostrò un certo
distacco sentimentale nei suoi confronti chiarendo il fatto che avrebbe concesso loro il
passaggio solo grazie alla donna del cielo e solo dopo il lavaggio da parte di Virgilio del volto
di Dante e l’avvolgimento di esso in un giunco. Così fecero i due uomini per poter continuare
il loro cammino. Catone viene presentato come una figura esemplare che ha anteposto il bene
comune al proprio esaltando valori cristiani quali la fortezza morale e il disprezzo per le cose
terrene.
CANTO III: GLI SCOMUNICATI
Dante si trova nell’antipurgatorio, tra la spiaggia e il primo balzo, dove sono presenti le
anime degli scomunicati. Prima di entrare in Purgatorio le anime devono procedere
lentamente come pecore e attendere per un tempo pari a trenta volte gli anni della propria
scomunica, anche se le preghiere dei vivi possono abbreviare il periodo.
Dante quindi inizia il cammino della salvezza e ha bisogno di essere guidato dalla ragione.
Nel Purgatorio però non è più sufficiente la ragione, ma occorrono la Grazia e la Chiesa e i
fedeli. Infatti Virgilio, il quale non conosce la strada, è ormai una guida imperfetta che
rappresenta sempre di più la figura di un padre. Nonostante ciò, per Dante Virgilio rimane un
maestro da cui avrà ancora molto da imparare, ad esempio durante il canto rincuora Dante,
argomenta sui limiti conoscitivi dell’uomo e gli infonde speranza.
Tra le anime l’unico che prende parola è Manfredi, il quale incarna il perfetto cavaliere: bello,
nobile di tratti e nobile d’animo. Dante vuole inoltre onorare la dinastia sveva, di cui
Manfredi faceva parte, poiché portatrice dell’idea di impero, che rappresenta per Dante
ordine, giustizia e unità. La salvezza di Manfredi è una critica alle superficiali congetture
della gente comune, che si basano solo sul comportamento esteriore e non sull’ interiorità
della coscienza dove avviene il pentimento.
CANTO V: I MORTI DI MORTE VIOLENTA
Dante si trova nel secondo balzo dell’antipurgatorio, dove vi sono le anime dei morti di morte
violenta che si sono pentiti nel punto estremo della vita. Le anime mantengono un atteggio
militaresco, camminando in schiera compatta, e invocano la misericordia di Dio, cantando il
salmo Miserere.
Dante e Virgilio incontrano la schiera di anime, le quali sono stupite nel vedere l’ombra di
Dante. In questo caso lo stupore legato alla visione dell’ombra è un richiamo che allude al
corpo straziato dal delitto, che è anche il tema principale del canto. La nostalgia del corpo e il
rimpianto di coesione tra anima e corpo sono evidenti soprattutto quando parlano le tre anime
che rivolgono la parola a Dante, cioè Jacopo del Cassero, Bonconte da Montefeltro e Pia
senese. Questa nostalgia è tipica delle anime del Purgatorio che desiderano la perfezione
assoluta. Dante infatti sostiene che la perfezione naturale dell’uomo sta nella coesione di
spirito e materia: l’uno non è concepibile senza l’altro.
Le tre morti sono esemplari, poiché sono tre diversi modi di morire e diverse forme di odio:
dentro la città per rivalità di fazione, tra città per supremazia territoriale e dentro la famiglia
come negazione dell’amore. Inoltre sono vittime italiane. Il canto quindi anticipa il
messaggio del canto VI: odio e morte sono tipiche dell’Italia a causa dell’assenza di
un’autorità centrale.