Storia della lingua italiana – IV anno – Prof.
ssa Nermin Hamdy
5- Dal Latino Alle Lingue Volgari
Sulle grandi strade dell’Impero, commercianti, soldati, cittadini di ogni genere
si muovevano con facilità: con loro, si diffondevano rapidamente le parole nuove e
i nuovi modi linguistici, e così non si creavano forti differenze linguistiche fra le
diverse città. Ad esempio, i Latini si rivolgevano direttamente a una persona usando
sempre, in tutte le circostanze il «tu». Solo al tempo dell’Impero si usò il «voi» con
le autorità più elevate: l’uso del «voi», probabilmente cominciato nella capitale, si
diffuse rapidamente, proprio perché vi era un continuo scambio dal centro alle
regioni, dalle regioni al centro e fra le varie regioni.
Anche le novità linguistiche da una generazione all’altra non erano grandi,
specialmente a causa dell’azione della scuola. Ognuno usa una lingua un poco
diversa da quella dei suoi genitori, introduce parole nuove che nascono magari
giuocando con gli amici; ma poi a scuola tutti studiano in una lingua che si è fissata
da secoli, e allora le differenze si riducono fortemente. Le lingue cioè cambiano
continuamente, ma la scuola, se è ben organizzata, tende a conservare costante il
livello linguistico, attraverso il tempo. Durante l’Impero la scuola diffonde lo stesso
tipo di lingua, come era stata scritta dai grandi scrittori latini. C’era stata la
rivoluzione del cristianesimo, ma le novità linguistiche del cristianesimo si erano
diffuse rapidamente dappertutto, né la struttura della lingua era stata cambiata.
Prima dell'arrivo dei barbari dunque, in quasi tutta 1’Italia, si parlava un latino
di tipo popolare, non molto lontano dalla lingua scritta, con differenze non molto
grandi da regione a regione. È sicuro che gli abitanti di quasi tutta 1’Italia (e di tutto
l’Occidente latino) erano in grado di comprendere un facile passo scritto in latino
(per esempio, di una parabola del Vangelo) e che senza un grande sforzo potevano
capirsi parlando con gli abitanti di regioni anche lontane.
Dopo la caduta dell’Impero guerre terribili come la guerra greco-gotica, che
durò più di trent’anni, sconvolsero profondamente la vita nelle città e nelle
campagne: Roma fu ridotta a non più di ventimila abitanti, mentre al tempo di
Augusto ne aveva più di un milione; le strade non furono più ben tenute; le paludi,
che erano state accuratamente bonificate, si allargarono di nuovo lungo il corso dei
fiumi; i campi, non più coltivati, vennero invasi da sterpi e boscaglie. Si diffusero la
malaria e la fame; nel secolo ottavo una terribile pestilenza colpì gli abitanti
dell’Italia, che si ridussero a meno di un terzo di quanti erano al tempo di Augusto.
Mentre i Longobardi e più tardi i Franchi dominavano al nord e al centro, la Sicilia
è invasa dagli Arabi, che vi rimasero per due secoli, gli Arabi poi sconvolsero le
regioni costiere della Sardegna e di gran parte dell’Italia, incendiarono molte città
come Ostia e Pisa, si stabilirono alle foci del Garigliano, ad Otranto, a Bari. Le masse
popolari vivono ormai una vita isolata e chiusa, spesso in stato di schiavitù, occupate
quasi soltanto nell’agricoltura e nella pastorizia. In questa situazione decaddero tutte
le istituzioni civili che rendevano stabile la lingua e la diffondevano da una regione
all’altra. La scuola è quasi distrutta, i rapporti fra le regioni si riducono fortemente,
la massa della popolazione ed anche le classi dirigenti sono formate in massima parte
da analfabeti. E allora in poche generazioni le diversità si accumulano e si
moltiplicano, fìnché la gente non capisce più un facile brano scritto in lingua latina:
si parla sempre in latino, ma in un latino tanto cambiato che non è più possibile
capire una frase latina classica. E d’altra parte le lingue parlate delle varie città e
regioni si sono mutate fra di loro perché le novità linguistiche sono rimaste chiuse
nei confini di ogni città, di ogni regione.
Nonostante la distruzione della scuola romana, la lingua latina continuò ad essere
scritta; ma continuò ad essere scritta da un piccolo numero di uomini di cultura che
si servivano della lingua scritta soltanto per le necessità della religione, della legge
e delle corti degli imperatori, dei duchi e dei vescovi: quasi soltanto nei grandi
monasteri benedettini si copiavano le opere antiche e si componevano anche opere
nuove. Il saper leggere e il saper scrivere non è cioè sentito come una necessità e un
dovere per tutti, ma, come l’abilità propria di pochi uomini di cultura. In questo
modo, per molti secoli, la lingua latina continua ad essere la lingua scritta dell’Italia
e dell’Europa, anche quando è capita soltanto dalle pochissime persone che l’hanno
studiata a lungo.
La situazione linguistica diventa gravissima. Da una parte vi sono pochi esperti
della scrittura, che usano una lingua scritta senza rapporti vivi con la lingua parlata:
quella lingua scritta è tuttavia sentita come sacra, proprio perché è la lingua dei libri
della religione. Dall’altra parte vi è tutta la popolazione che sa usare soltanto la
lingua parlata della propria regione, anzi del proprio paese; una lingua ormai
profondamente diversa dalla lingua latina scritta. La vita della famiglia, del lavoro
nei campi e nelle botteghe, la vita pratica e giornaliera si svolge tutta attraverso le
nuove lingue diverse fra di loro, per le ragioni che abbiamo detto. In qualche caso
gli abitanti di paesi lontani appena poche diecine di chilometri quasi non si capiscono
più.