Schopenhauer
Eterna rivalità con Hegel
L’Europa di Restaurazione fu chiaramente dominata, in ambito borghese, dal pensiero
filosofico di Hegel, efficace e adatto alla visione del tempo. La fine del ‘700 e l’inizio dell’800,
segnate dalla Rivoluzione Francese e l’egemonia di Napoleone, avevano instillato nelle menti
della nuova classe dirigente la speranza del compimento del loro scopo, per il quale tanto
avevano combattuto. La visione della storia come un processo panlogico verso la
realizzazione di un Assoluto coincideva alla perfezione con tale prospettiva borghese, e per
questo il pensiero ottimista di Hegel si trovò ad essere protagonista indiscusso e
impareggiabile della prima metà dell’800.
Schopenhauer nacque proprio in questo contesto e, nonostante le influenze da parte delle
filosofie che si susseguirono nell’intera storia europea, fino all’idealismo, decise di volgere la
testa altrove e opporsi ad ogni forma di ottimismo. Nel periodo di picco della filosofia
hegeliana, Schopenhauer si ostinava a sfidare il gigante del tempo, impostava le sue lezioni
nella stessa università di Hegel, nei suoi stessi orari, ed ovviamente mai quasi nessuno si
presentava.
L’ascesa del pensiero di Schopenhauer iniziò dopo le delusioni dei moti del 1848 in
Germania, quando le speranze di una continua affermazione dell’obiettivo borghese si
spezzarono. La seconda metà dell’800 fu caratterizzata dal passaggio al pessimismo, la
perdita di un futuro in cui l’uomo avrebbe raggiunto la sua vetta. Lo stesso sconforto si
incontrò in maniera simile dopo gli anni ‘70, nell’aumento del malcontento generale coperto
dalla serenità della Belle Époque, nel diffidare del progresso tecnologico protratto ormai per
quasi un secolo, fino al culmine con il Primo Conflitto Mondiale.
Filosofia illogica
La seconda metà dell’800 fu quindi un periodo di rifiuto dell’idealismo tedesco, sia dagli
stessi eredi del pensiero hegeliano, sia da parte di chi da sempre l’aveva sempre ripudiato.
Uno fra questi è Schopenhauer, che basò il proprio pessimismo sul rifiuto addirittura delle
modalità di cui ogni filosofia dell’Occidente aveva fin dall’inizio usufruito. Per capire ciò si
deve guardare ad un’altra, meno nota, corrente che agli inizi del XIX secolo si stava
diffondendo soprattutto nell’arte, l’orientalismo.
Schopenhauer fu ispirato in molte cose dalle filosofie dell’Oriente, che però differiscono da
quelle europee, principalmente caratterizzate dalla razionalità, la volontà di spiegare con la
logica le conclusioni raggiunte. È così che il pensiero di Schopenhauer si presenta come
intriso della tendenza orientale all’irrazionalità, nonché al gusto per le loro tradizioni, per cui
spesso si trovano termini orientaleggianti come analogie di alcuni concetti.
Già solo il nome dell’opera più importante di Schopenhauer, pubblicata nel 1819, Il mondo
come volontà e rappresentazione, riassume l’intero suo pensiero riguardo alla realtà che ci
circonda. Essa appare all’uomo come vera, ma è un’illusione, una rappresentazione che sé
stesso crea. A tal proposito, Schopenhauer parte proprio dal kantismo, e in particolare
reinterpreta il dualismo tra fenomeno e noumeno. Dietro al fenomeno illusorio vi è la realtà
cruda, spogliata del cosiddetto velo di Maya, simbolo orientale dell’inganno. Ogni cosa è
indagata per il suo essere ridotto all’osso, considerando solo come davvero è allo stato
naturale, ed è qui che risiede il noumeno.
Pessimismo Cosmico, Voluntas e Noluntas
Grazie a ciò si comprende come la realtà sia governata unicamente dalla Voluntas, la volontà
di vivere assoluta, che è di fatto irrazionale, illogica, senza scopo o direzione. Tale realtà
noumenica si manifesta nella realtà fenomenica, sotto forma di conatus individuale, e quindi
genera e traina il mondo, ora per l’appunto visto come volontà.
L’uomo limitato nel corpo si ritrova ad avere a che fare con la propria coscienza, la
proiezione di voluntas illimitata. Essa è il desiderio continuo e molteplice e costringe l’uomo
a ricercare la soddisfazione del proprio bisogno, che quando però viene raggiunta viene pure
soffocata dall’irrefrenabilità di tutta l’infinità del resto dei desideri. Ne risulta che la
realizzazione di un desiderio porta presto a noia, tedio. Non solo la sofferenza di non avere
la propria volontà compiuta, ma vi è anche il piacere soppiantato dalla noia e dalla
disperazione di non poter soddisfare le altre interminabili volontà, per via di fatto del limite
imposto dalla natura. Schopenhauer fa un’analogia tra l’uomo e il pendolo, che oscilla
costantemente tra desiderio e sofferenza, passando per una brevissima e infinitesima
frazione di piacere vano.
E ciò non vale solo per l’uomo, ma per tutte le cose dell’universo. La Voluntas guida ogni
oggetto e soggetto verso l’autoconservazione, il mantenimento dell’essenza e dell’esistenza,
lo sfrutta per proseguire il ciclo di desiderio e sofferenza, quindi manda avanti il mondo e la
Voluntas stessa. Ne consegue che la storia non è più vista attraverso l’ottimismo hegeliano,
come progresso, piuttosto come ripetizione, con protagonisti sempre diversi, della
medesima tragedia. Il desiderio di uno rappresenta la sofferenza di un altro e viceversa, e qui
subentra il tema del conflitto eterno. Schopenhauer paragona il ciclo bellico della storia e
delle cose alla formica gigante dell’Australia, che se tagliata a metà inizia una lotta con sé
stessa, tra capo e coda, nell’illusione di star combattendo per la sopravvivenza, quando nella
realtà sta solo senza un senso facendo male a sé stessa.
Perciò la realtà è sofferenza. In Schopenhauer la considerazione hobbesiana dell’uomo allo
stato di natura, ‘homo homini lupus’, si immerge nel Pessimismo Cosmico leopardiano che
egli si appresta a portare avanti e giustificare sul piano filosofico. L’obiettivo dell’uomo,
aggrovigliato nel mare di disperazione, è ricercare la felicità, e per farlo serve eliminare la
fonte di sofferenza, che già abbiamo identificato nella voluntas. L’uomo dovrà quindi
spogliarsi della volontà di vivere, del proprio conatus, e abbracciare la noluntas, la resistenza
all’impulso, l’indifferenza davanti alla possibilità di morte.
Le vie sbagliate per la noluntas
Se vogliamo identificare i modi in cui l’uomo di certo non riuscirà a raggiungere la noluntas,
con il risultato anzi di imboccare il pieno scopo della Voluntas, il primo è di sicuro l’amore.
Nonostante il suo apparente ed abbagliante fascino, il piacere che suscita è del tutto
illusorio. L’amore è lo strumento che la natura, la Voluntas, usa per ampliare il proprio
dominio. Dal punto di vista scientifico, non sarebbe altro che una successione di reazioni
chimiche che favorirebbero la riproduzione umana. La Voluntas usa i due individui
innamorati per far nascere una nuova vita, che sarà destinata allo stesso destino di
sofferenza di chiunque altro.
Allo stesso modo non è efficace il suicidio, come strumento per neutralizzare la Voluntas. In
primo luogo, togliersi la vita significherebbe sì eliminare la voluntas, ma solo la propria
individuale, e per il resto il mondo andrebbe avanti nella stessa maniera, con lo stesso
ripetersi di sofferenze, al di fuori di sé. Inoltre, il suicida non compirebbe l’atto in virtù del
rifiuto della volontà di vivere, quindi di noluntas, ma perché sopraffatto dalla disperazione
data dalla miriade di desideri incompiuti. Il suicidio non sarebbe perciò altro che la vittoria
della voluntas sull’individuo, il quale, volendo talmente tanto vivere una vita al pieno della
felicità, deciderebbe di togliersela, insoddisfatto.
Le vie giuste per la noluntas
In ultima istanza, si deve individuare quali sono le strade giuste per giungere alla noluntas e
sconfiggere la volontà di vivere anche da un punto di vista assoluto. La prima tra queste è
l’arte, che impressiona l’uomo, si instilla nell’animo dell’uomo nell’attimo fuggente e lo
eleva, lo allontana dal mondo materiale e quindi dal conflitto, dal conatus, dalla voluntas. La
meraviglia istantanea dato dall’osservazione disinteressata dell’arte mostra presto però la
propria insufficienza, in quanto limitata nel tempo, non eterna.
Qui giunge la strada della compassione, ovvero la manifestazione di empatia verso l’altro,
l'accettare e il provare insieme le sofferenze altrui. Si tratta di un sentimento che deve
essere senza interesse o secondi fini, un percorso da proseguire senza prefissare traguardi
fuorché la commiserazione e il perseguimento di un fine etico e morale. È così che si giunge
alla pietas, la forma di amore disinteressato, senza egoismo e senza pretese, da preferire
rispetto all’amore romantico. Ma anche questa strada, da sola, non porta alla piena sconfitta
della Voluntas.
La via più giusta, il cammino verso l’annullamento pratico e totale della volontà di vivere, è
l’ascetismo, l’innalzamento dal piano terreno e l’arrivo a una condizione di piena
estraneazione dal mondo, indifferenza verso le sue cause e il suo moto. L’asceta deve ridurre
al minimo la sua parte umana che ricerca il piacere, che desidera e aspira, e divenirne del
tutto indipendente. È così che l’uomo raggiunge finalmente la condizione di noluntas, il
nirvana, sconfiggendo nell’unico e migliore modo possibile l’ordine delle cose.
Schopenhauer stesso, però, ammetterà che la via dell’asceta risulta in realtà essere
estremamente complessa, tortuosa, difficile. Proprio per questo, l’uomo sarà comunque
spinto dal suo conatus, che preferisce adagiarsi sul piacere effimero, a rinunciare l’impresa.
Ritorna perciò infine la realtà pessimista, di nuovo affermata come universale e, secondo
Schopenhauer, in fin dei conti senza via di scampo.