Il 0% ha trovato utile questo documento (0 voti)
27 visualizzazioni362 pagine

Swimez Rapporto 2024

Caricato da

wdqv2qgh8j
Copyright
© © All Rights Reserved
Per noi i diritti sui contenuti sono una cosa seria. Se sospetti che questo contenuto sia tuo, rivendicalo qui.
Formati disponibili
Scarica in formato PDF, TXT o leggi online su Scribd
Il 0% ha trovato utile questo documento (0 voti)
27 visualizzazioni362 pagine

Swimez Rapporto 2024

Caricato da

wdqv2qgh8j
Copyright
© © All Rights Reserved
Per noi i diritti sui contenuti sono una cosa seria. Se sospetti che questo contenuto sia tuo, rivendicalo qui.
Formati disponibili
Scarica in formato PDF, TXT o leggi online su Scribd

Associazione

per lo sviluppo
dell’industria
SVIMEZ nel Mezzogiorno

RAPPORTO SVIMEZ 2024


L’ECONOMIA E LA SOCIETÀ
DEL MEZZOGIORNO
Competitività e coesione: il tempo delle politiche
RAPPORTO SVIMEZ 2024
L’ECONOMIA E LA SOCIETÀ
DEL MEZZOGIORNO
Competitività e coesione: il tempo delle politiche

Associazione
per lo sviluppo
dell’industria
nel Mezzogiorno
Dalla prima edizione del 1974, il Rapporto annuale della Svimez, presieduta dal prof. Adriano Giannola, rappresenta
il principale prodotto di ricerca dell’Associazione sui temi dell’economia, della società e delle politiche territoriali.
Il Rapporto 2024 è stato impostato e coordinato da Luca Bianchi (Direttore Svimez) e Carmelo Petraglia (Università
degli Studi della Basilicata), con il contributo di Grazia Servidio (Dirigente Svimez), Serenella Caravella (Ricercatrice
Svimez) e Gaetano Vecchione (Università degli Studi di Napoli Federico II).

Hanno contribuito alla redazione del Rapporto:


Adriano Giannola (Presidente Svimez), Luca Bianchi (Direttore Svimez), Grazia Servidio (Dirigente Svimez), Luca
Cappellani, Serenella Caravella, Agnese Claroni, Giacomo Cucignatto, Fabrizio Greggi, Giorgio Miotti (Ricercatori
Svimez), Serena Affuso, Massimo Attanasio, Raimondo Bosco, Giulio Castellano, Lorenzo Cicatiello, Fedele De
Novellis, Salvatore Ercolano, Ferdinando Ferrara, Antonio Fraschilla, Ennio Forte, Giuseppe Lucio Gaeta, Francesca
Licari, Osvaldo La Rosa, Delio Miotti, Carmelo Petraglia, Mariano Porcu, Giancarlo Ragozini, Lucio Siviero, Cristian
Usala, Gaetano Vecchione, Rosella Vitale.

Progetto grafico e impaginazione a cura di Luisa Mosca.

Un ringraziamento particolare va a tutto il personale della Svimez impegnato nella predisposizione del Rapporto.

Contributi alla redazione del Rapporto:


Ref-Ricerche (Capitoli 1 e 3), Rete Oncologica Campana (Capitolo 6), Enel (Capitolo 11), Indire (Capitolo 14), Rete
Ferroviaria Italiana (Capitolo 16), Save the Children (Capitolo 18).

Ringraziamenti per aver fornito documentazione statistica e informazioni utili:


Agenzia per la Coesione Territoriale, Banca d’Italia, Cdp Venture Capital, Dipartimento per le Politiche di Coesione,
Invitalia, Istat, Ministero delle Imprese e del Made in Italy, il Direttore Studi e Ricerche economico fiscali del Dipartimento
delle Finanze del Ministero dell’Economia e delle Finanze, Ref-Ricerche.

ISBN 978-88-15-39189-6

Copyright © by 2024 SVIMEZ | Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno

Tutti i diritti sono riservati. Nessuna parte di questa pubblicazione può essere fotocopiata, riprodotta, archiviata, memorizzata o
trasmessa in qualsiasi forma o mezzo – elettronico, meccanico, reprografico, digitale – se non nei termini previsti dalla legge che
tutela il Diritto d’Autore.
Indice

PARTE PRIMA | EUROPA, ITALIA E MEZZOGIORNO

1 Nord e Sud nel contesto internazionale 3

1.1 L’incertezza 3
1.2 L’economia mondiale: disinflazione e crescita lenta 3
1.3 L’area euro dopo lo shock energetico 6
1.4 L’economia italiana e del Mezzogiorno 7
1.5 La crescita record degli investimenti in costruzioni 11
1.6 Il sostegno della politica di bilancio ai redditi delle famiglie 12
1.7 La debolezza del commercio internazionale 16
1.8 Le prospettive 17
∙ Focus: L’anno della crescita differenziata: le regioni italiane nel 2023 19
∙ Focus: I prestiti e la qualità del credito nel 2023 25

2 Il lavoro nel post-Covid 31


III
2.1 Le discontinuità 31
2.2 Regioni e settori: la crescita differenziata dell’occupazione 31
2.3 Le caratteristiche del recupero occupazionale 35
2.4 Le tendenze recenti 40

3 Cambiano le politiche 45

3.1 Le scelte 45
3.2 L’eredità della crisi sul quadro di finanza pubblica 45
3.3 Il peso del superbonus e la spinta degli investimenti pubblici 48
3.4 L’inizio del percorso di rientro 52
3.5 Il Piano strutturale di medio termine 53
3.6 Nuove priorità 55
∙ Focus: L’autonomia differenziata: referendum e prospettive per una visione condivisa 57

PARTE SECONDA | DINAMICHE DEMOGRAFICHE E DIRITTI

4 Squilibri generazionali e migrazioni 63

4.1 La crisi 63
4.2 La demografia delle regioni italiane nel 2023 63
Rapporto Svimez 2024 L’economia e la società del Mezzogiorno

4.3 Spopolamento e squilibri generazionali 66


4.4 Un paese poco attrattivo 69
4.5 Le migrazioni interne Sud-Nord 72
4.6 Il pendolarismo di lungo raggio 74
4.7 La demografia europea 75
4.8 Le proiezioni demografiche al 2050 77
4.9 Contrastare il gelo demografico 79
∙ Focus: Dinamiche e proiezioni demografiche nelle città metropolitane 80

5 Il diritto all’istruzione 85

5.1 Bene pubblico 85


5.2 La spesa pubblica per istruzione 85
5.3 Scuola e degiovanimento 86
5.4 Il personale e le retribuzioni 89
5.5 Mense, palestre e tempo pieno 90
5.6 Infrastrutture scolastiche e competenze 93
5.7 La dispersione scolastica 96

6 Il diritto alla salute 99


IV
6.1 Il sottofinanziamento della sanità 99
6.2 Un paese, due cure 101
6.3 La medicina territoriale 107
6.4 Il Programma nazionale Equità nella Salute 2021-2027 110
∙ Focus: Il modello innovativo della Rete Oncologica Campana 112

7 Il diritto al lavoro e all’inclusione 115

7.1 Occupazione per classi di reddito e questione salariale 115


7.2 Il lavoro povero 117
7.3 Disagio sociale e povertà assoluta 119
7.4 Dal Reddito di Cittadinanza all’Assegno di Inclusione 123

8 Il diritto alla legalità 129

8.1 Il contesto attuale 129


8.2 Le grandi mafie dal Sud verso Nord 130
8.3 Le politiche di contrasto 132
Indice

PARTE TERZA | INDUSTRIA SUD: FILIERE, TRAIETTORIE E POLITICHE

9 Filiere produttive: specializzazioni e traiettorie evolutive 137

9.1 Filiera Sud 137


9.2 La struttura per filiere del sistema economico meridionale 138
9.3 Settori “core” e specializzazioni industriali 144
9.4 Internazionalizzazione, competenze e tecnologia 147
9.5 Le filiere industriali di specializzazione meridionale 149
9.6 Competitività e coesione nei processi di transizione 158

10 L’Automotive del Mezzogiorno alla prova della transizione 161

10.1 L′industria europea 161


10.2 La lunga crisi italiana 163
10.3 La transizione all’elettrico e l’ascesa cinese 167
10.4 L’Automotive nel Mezzogiorno 172
10.5 Le prospettive 176

11 Energia e sviluppo: la filiera del fotovoltaico 179


V
11.1 L’urgenza 179
11.2 Le dimensioni della transizione 179
11.3 Il ruolo delle rinnovabili 182
11.4 Il traino del fotovolatico 185
11.5 La filiera solare europea: ostacoli e opportunità 187
11.6 Conclusioni e implicazioni di policy 189
∙ Focus: Il caso Enel-3SUN nella strategia solare europea e scenari di reshoring 192

12 La politica industriale nel Mezzogiorno: strumenti e obiettivi 195

12.1 La politica industriale europea e l’Italia 195


12.2 Aiuti alle imprese: dinamiche in Europa e in Italia 198
12.3 L’attuazione per territori e ambiti di intervento 201
12.4 Conclusioni 227
∙ Focus: Accordi per l’innovazione 229
∙ Focus: Nuova Sabatini Green 233
Rapporto Svimez 2024 L’economia e la società del Mezzogiorno

PARTE QUARTA | IL FATTORE CONOSCENZA

13 Università e migrazioni intellettuali 237

13.1 Il disinvestimento 237


13.2 La spesa in istruzione terziaria 237
13.3 Immatricolazioni e iscrizioni 239
13.4 Le migrazioni intellettuali 241
13.5 Le lauree Stem 244
13.6 Le università telematiche 245
13.7 Le competenze in fuga delle donne 248
∙ Focus: I percorsi irregolari nelle carriere universitarie 252

14 La formazione tecnica superiore 257

14.1 Le competenze 257


14.2 Il ritardo italiano 257
14.3 La formazione terziaria professionalizzante 259
14.4 Le esperienze europee 262
14.5 Il sostegno finanziario allo sviluppo del sistema Its 263
14.6 L’offerta formativa degli Its Academy 266
VI 14.7 Domanda e offerta di competenze tecniche 269
14.8 Considerazioni finali 273

15 La capacità amministrativa 275

15.1 Perché è importante la capacità amministrativa 275


15.2 Organici e competenze nelle amministrazioni comunali 276
15.3 Organici e competenze nelle amministrazioni regionali 282
15.4 Conclusioni 287

PARTE QUINTA | IL TEMPO DELLE POLITICHE

16 Infrastrutture, logistica e cambiamento climatico 293

16.1 La decarbonizzazione dei trasporti: obiettivi e linee di azione 293


16.2 Il contributo alla riduzione delle emissioni della Napoli-Bari 296
16.3 Scenari di transizione per la logistica 298
16.4 Regionalizzazione e riavvicinamento strategico delle filiere 300
16.5 Interventi per la comodalità sostenibile nel Mezzogiorno 302
16.6 Investimenti e cambiamento climatico 303
∙ Focus: L’impatto economico della Napoli-Bari 304
Indice

17 Passato, presente e futuro delle politiche di coesione 307

17.1 Un nuovo metodo 307


17.2 La chiusura del ciclo di programmazione 2014-2020 307
17.3 L’impatto della riprogrammazione del Fesr 2014-2020 313
17.4 L’avvio del ciclo di programmazione 2021- 2027 319
17.5 Il Fondo sviluppo e coesione 323
17.6 Il futuro della politica di coesione 329

18 Il Pnrr per la coesione 333

18.1 Gli investimenti dei comuni 333


18.2 I servizi educativi per la prima infanzia 338
18.3 La sanità territoriale 343

VII
VIII
Rapporto Svimez 2024
L’economia e la società del Mezzogiorno

PARTE PRIMA
EUROPA, ITALIA
E MEZZOGIORNO

| 1. Nord e Sud nel contesto internazionale |


| 2. Il lavoro nel post-Covid |
| 3. Cambiano le politiche |
Rapporto Svimez 2024 L’economia e la società del Mezzogiorno PARTE PRIMA _ Europa, Italia, Mezzogiorno

2
1. Nord e Sud nel contesto internazionale

1. Nord e Sud
nel contesto
internazionale

1.1 L’incertezza

Il 2024 è un anno segnato dal superamento della crisi energetica da parte dei paesi europei. Archiviata la fase
degli shock innescati dalla pandemia e dalla guerra in Ucraina, un primo bilancio vede risultati migliori rispetto alle
precedenti recessioni, tanto guardando alla performance dell’economia italiana in termini di andamento di Pil e
occupazione, quanto guardando ai differenziali territoriali. Anzi, il Mezzogiorno ha fatto leggermente meglio delle
altre aree del Paese.
Diversi fattori hanno contribuito al divario di crescita favorevole al Sud: l’inedita intonazione espansiva della po-
litica di bilancio, i cui effetti, a differenza del passato, si sono dispiegati in maniera piuttosto omogenea tra territori;
il rallentamento delle regioni esportatrici del Nord, che hanno risentito della frenata della congiuntura tedesca; la
dinamica stagnante del Pil delle regioni centrali. Una peculiarità della fase di ripresa post-pandemia è rintracciabile,
soprattutto, nei differenziali regionali di crescita, di entità tale da non replicare il tradizionale pattern Nord/Sud.
Al Nord come al Sud, le performance migliori hanno interessato le economie regionali dove l’effetto espansivo di
costruzioni e servizi ha compensato la dinamica meno favorevole dell’industria. 3
È in questo quadro che va valutata la positiva risposta della struttura economica delle regioni del Sud. In parti-
colare, come le politiche hanno accompagnato la ripresa nei territori più deboli, allo stesso modo il cambio di tono
della politica di bilancio può avere conseguenze negative in queste aree.
Anche se la crescita rallenta, lo scenario del 2024 è caratterizzato da una relativa tenuta dell’economia italiana nel
quadro europeo. Le famiglie iniziano a vedere un miglioramento del potere d’acquisto per la discesa dell’inflazione. Tut-
tavia, le tendenze dei consumi in Italia, così come nelle altre economie dell’area euro, sono ancora orientate a estrema
prudenza. In prospettiva, vi sono ancora diversi elementi di incertezza, legati al contesto geopolitico internazionale,
al segno restrittivo che ha caratterizzato la politica monetaria europea dal 2023, e al quadro dei mercati finanziari.

1.2 L’economia mondiale: disinflazione e crescita lenta

Per l’economia mondiale, la seconda parte del 2023 e il 2024 sono stati segnati dalla discesa dell’inflazione.
La frenata dei prezzi è stata guidata dal progressivo superamento delle difficoltà nel funzionamento delle catene
internazionali di fornitura che erano emerse nel periodo della pandemia: le riaperture hanno portato a superare i
limiti alla disponibilità di semilavorati; le interruzioni al traffico internazionale sono state progressivamente risolte,
ad eccezione dei problemi del canale di Suez, per effetto degli attentati terroristici alle navi in transito; i prezzi delle
principali commodities si sono ridotti rispetto ai livelli massimi, e in particolare le quotazioni del gas naturale sono
rientrate dai picchi toccati nei primi mesi dell’invasione dell’Ucraina. In generale, dalla metà del 2023 si è osservata
una frenata dei prezzi internazionali dei manufatti.
L’andamento dell’inflazione è stato quindi condiviso dalle maggiori economie: una relativa sincronia ha caratte-
rizzato gli andamenti dei prezzi negli Usa e nell’area euro (Fig. 1), anche se nel caso europeo la crisi del gas russo ha
avuto un impatto ulteriore, portando ad andamenti più volatili dei prezzi dell’energia.
Rapporto Svimez 2024 L’economia e la società del Mezzogiorno PARTE PRIMA _ Europa, Italia, Mezzogiorno
Inflazione totale Inflazione core Tasso sui Fed funds
12

10 1a Stati Uniti, inflazione e tassi d’interesse ufficiali


Figura
8
Inflazione totale Inflazione core Tasso sui Fed funds
12
6
10
4
8
2
6
0
4
-2
gen-18 gen-19 gen-20 gen-21 gen-22 gen-23 gen-24
2

-2
gen-18 gen-19 gen-20 gen-21 gen-22 gen-23 gen-24

Fonte: Bls e Fed.

Figura 1b Area euro, inflazione e tassi d'interesse ufficiali

Inflazione totale Inflazione core Tasso sui depositi


12

10

4 8
Inflazione totale Inflazione core Tasso sui depositi
12
6
10
4
8
2
6
0
4
-2
gen-18 gen-19 gen-20 gen-21 gen-22 gen-23 gen-24
2
Fonte: Eurostat e Bce.
0

-2
gen-18 gen-19 gen-20 gen-21 gen-22 gen-23 gen-24
La decelerazione dell’inflazione osservata nel 2023 rispecchia principalmente le ampie contrazioni dei prezzi al
consumo dei prodotti energetici e una decelerazione marcata dell’inflazione dei beni. Più graduale è stato invece il
rientro dall’inflazione dei servizi, in diversi casi frenato dalla ripresa salariale: le retribuzioni hanno difatti iniziato
a incorporare la passata maggiore inflazione. Le accelerazioni dei salari nelle maggiori economie avanzate sono
di entità nel complesso contenute, e compatibili con la prosecuzione della fase di disinflazione: considerando che
dopo il 2022 i margini di profitto delle imprese si erano portati su livelli elevati. Ci si attende quindi che una graduale
ripresa salariale non dia luogo a nuove accelerazioni dell’inflazione, anche considerando che la decelerazione della
domanda spingerà le imprese nei prossimi trimestri a privilegiare politiche di difesa delle quote di mercato.
L’inerzia nelle dinamiche dei prezzi dei servizi ha spinto le principali banche centrali a mantenere una imposta-
zione molto prudente. I tassi d’interesse di policy si sono stabilizzati nella maggiore parte dei paesi, e solo recen-
temente sono stati adottati i primi tagli (Fig. 1).
1. Nord e Sud nel contesto internazionale

La crescita nel 2023 e nella prima parte del 2024 è stata nel complesso relativamente contenuta. Fra le econo-
mie avanzate, gli Stati Uniti hanno fatto meglio dell’area euro.
Un tratto che ha accomunato le maggiori economie avanzate è rappresentato dagli andamenti divergenti nei
comparti dei servizi, più dinamici dell’industria. Tale divaricazione ha rispecchiato la prosecuzione del recupero
della domanda di servizi avviatasi con le riaperture post-Covid. Diverse attività terziarie hanno trovato sostegno
anche nel cambiamento degli stili di vita delle classi di reddito più elevate. Sono cresciuti, infatti, i consumi cosid-
detti “esperienziali” che hanno luogo in spazi condivisi. È cresciuto anche il turismo, così come la partecipazione a
spettacoli, eventi sportivi e altre manifestazioni. Sono emersi impatti significativi, anche se temporanei, sull’econo-
mia reale e sui prezzi in ambito locale a seguito degli spostamenti di persone legati a eventi specifici: è il fenomeno
della cosiddetta Swiftinflation, ispirato agli impatti economici osservati in occasione degli spettacoli della popstar
americana Taylor Swift. Analisi condotte sull’andamento delle spese con osservazioni a frequenza elevata sono
possibili, ad esempio, in base alle spese effettuate con carte di credito, o sulla base dell’andamento giornaliero
delle prenotazioni alberghiere. Si osserva come nei centri urbani caratterizzati da eventi sportivi o da concerti gli
aumenti dei consumi e dei prezzi risultino significativi nei giorni immediatamente precedenti e successivi all’e-
vento. Questo induce a identificare uno specifico segmento della domanda di servizi turistici, che viene guidato
dalla presenza di eventi sul territorio, e di cui i tour della cantante americana sono solo l’esempio più significativo.
Aumenti significativi della domanda peraltro interessano, in queste circostanze, non solo le spese più direttamente
legate al turismo come gli alberghi e la ristorazione, ma anche altre voci come il trasporto urbano e l’abbigliamento.
La crescita dei consumi di servizi, a sua volta, ha spiazzato i consumi di beni, che invece erano aumentati molto
nel periodo della pandemia, portando a saturazione alcune componenti del parco di durevoli detenuti dalle famiglie;
problemi specifici hanno caratterizzato il settore dell’auto, soprattutto in Europa, dove le decisioni di acquisto sono
state in parte ritardate dall’incertezza legata all’introduzione dei nuovi autoveicoli elettrici.
L’andamento dei consumi di beni è rimasto più debole dopo i rincari del passato biennio, soprattutto per la 5
componente dei prodotti alimentari. Un altro effetto negativo deriva dai tassi d’interesse più elevati, che incidono
soprattutto sugli acquisti di beni durevoli.
Gli effetti della politica monetaria hanno determinato in diversi paesi una frenata del credito al settore privato,
che ha comportato brusche correzioni dei mercati immobiliari, e ripercussioni sull’attività dell’edilizia. La crisi
dell’immobiliare si è rivelata particolarmente profonda per l’economia cinese, segnata dalle conseguenze del so-
vrainvestimento nel comparto residenziale del decennio precedente la crisi del Covid.
Le differenze fra le tendenze della domanda di beni e servizi hanno naturalmente comportato andamenti diver-
genti dei diversi settori. Difatti, l’industria a livello globale è stata attraversata da un lungo periodo di stagnazione,
derivante da un andamento crescente della produzione nelle economie emergenti, soprattutto in Cina, e di contra-
zione nelle economie avanzate.
Poiché le attività dei servizi si caratterizzano per una minore intensità di scambi fra paesi rispetto ai beni,
anche il commercio mondiale ha registrato un periodo di estrema debolezza, sostenuto solamente dalla ripresa del
commercio di servizi legata al turismo internazionale. Il commercio di sole merci ha difatti registrato una fase di
contrazione a partire dalla metà del 2022, con un primo segnale di recupero nei mesi centrali di quest’anno condi-
viso dai dati di produzione. Tuttavia, gli indicatori del clima di fiducia delle imprese manifatturiere nei mesi estivi
non hanno confermato gli spunti di recupero dei mesi primaverili.
Gli aumenti dei tassi d’interesse da parte delle banche centrali delle economie avanzate hanno moderato la
crescita non solo attraverso il canale del credito. Un altro aspetto importante è rappresentato dagli effetti sui tassi
di cambio, dato l’ampio deprezzamento di diverse valute asiatiche, che ha portato a una perdita di competitività
dell’industria dei paesi occidentali.
D’altra parte, uno degli aspetti significativi del quadro economico attuale è rappresentato dalla posizione di lea-
dership della Cina in molti settori legati alla transizione energetica, come i beni utilizzati nella produzione di energia
da fonti rinnovabili e i veicoli elettrici. In questi settori, la Cina si sta affermando grazie ai vantaggi in termini di
Rapporto Svimez 2024 L’economia e la società del Mezzogiorno PARTE PRIMA _ Europa, Italia, Mezzogiorno

costi di produzione e a seguito di politiche pubbliche a supporto delle imprese nazionali, ma anche per le esitazioni
delle economie occidentali, che stanno spesso procedendo a rilento nell’introduzione dei cambiamenti richiesti
dagli obiettivi climatici. Si tratta di settori caratterizzati da rapide innovazioni, che garantiscono un vantaggio com-
petitivo importante alle imprese che riescono ad arrivare in anticipo sul mercato. Un altro aspetto che sta carat-
terizzando l’economia cinese è rappresentato dalla profonda crisi del mercato immobiliare, che sta comportando
un eccesso di offerta di materiali sul mercato interno; in alcuni casi, come in quello dell’acciaio, questo surplus di
offerta si sta scaricando sui mercati internazionali, dove le imprese cinesi cercano di collocare la loro produzione
in eccesso, eventualmente anche adottando politiche di prezzo molto aggressive.
L’economia cinese ha quindi seguito un percorso di crescita caratterizzato da aumenti vivaci delle esportazioni,
a fronte di un andamento relativamente debole della domanda interna che ha frenato a sua volta le importazioni.
Di fatto, questo ha comportato che il commercio mondiale, oltre a essere cresciuto poco, ha visto anche una sot-
trazione di quote di mercato a prezzi costanti a molte economie avanzate a vantaggio della Cina. Non a caso, gli
Stati Uniti prima, e la Ue poi, hanno introdotto nuove barriere tariffarie, soprattutto sul comparto dell’auto elettrica.
Le tensioni in tema di rapporti commerciali non sono un buon segnale, soprattutto se si considera il quadro
tutt’altro che disteso delle relazioni sul piano politico, che contribuisce ad alimentare l’incertezza, con effetti nega-
tivi anche sul mood delle imprese e sulle decisioni in ambiti strategici nei quali è necessario un orizzonte temporale
dell’investimento anche molto lungo.

1.3 L’area euro dopo lo shock energetico

All’interno del quadro generale appena sintetizzato, le economie europee hanno risentito dei cambiamenti delle
6 condizioni dal lato dell’offerta in misura maggiore rispetto alle altre aree dell’economia mondiale. Questo perché i
prezzi del gas naturale in Europa dopo l’invasione dell’Ucraina si erano disallineati da quelli delle altre aree, determi-
nando quindi quello che a tutti gli effetti ha rappresento uno shock di tipo idiosincratico. Non a caso, l’eurozona si
è distanziata dalle maggiori economie registrando una prolungata fase di stagnazione. In particolare, l’aumento dei
prezzi dell’energia ha impattato sul potere d’acquisto delle famiglie europee, frenandone i consumi, ed ha aumentato
i costi di produzione delle imprese europee, determinando una perdita di competitività.
Nel 2022, lo shock energetico è stato contrastato dall’azione delle politiche di bilancio: in tutti i paesi i governi
sono intervenuti adottando provvedimenti finalizzati in alcuni casi a moderare gli aumenti dei prezzi, in altri a
sostenere direttamente i bilanci delle famiglie e delle imprese. Le politiche di bilancio dei paesi europei hanno poi
iniziato a normalizzarsi, determinando così uno sfasamento fra la politica fiscale europea e quella americana: per
l’insieme delle economie dell’area euro, nel 2023 il deficit pubblico è risultato pari al 3,6% del Pil, mentre negli Stati
Uniti si è posizionato all’8,5%. In definitiva, sebbene l’area euro abbia subito uno shock di tipo asimmetrico, le politi-
che americane sono state di segno decisamente più espansivo, concorrendo ad ampliare il differenziale di crescita
dell’eurozona rispetto agli Stati Uniti (Fig. 2).
Il 2023 ha anche visto un progressivo superamento da parte dei paesi europei degli effetti della crisi energetica.
In generale, il cambiamento del quadro, evidente dall’andamento dell’inflazione, ha anche riscontro nell’andamento
di tutte le principali variabili macroeconomiche. Fra i diversi andamenti, è utile evidenziare almeno tre aspetti prin-
cipali.
Il primo è il forte miglioramento dei conti con l’estero dei paesi europei innescato dal recupero delle ragioni di
scambio. La caduta dei prezzi all’import ha ridotto il costo delle importazioni e l’indebolimento della domanda in-
terna europea ha comportato significative contrazioni delle importazioni in volume. Pertanto, nonostante la perfor-
mance modesta delle esportazioni, i conti con l’estero dei paesi dell’eurozona sono tornati a registrare ampi surplus.
Il secondo è rappresentato dalla risposta dei salari all’aumento dell’inflazione. La crescita delle retribuzioni ha
iniziato a incorporare gli effetti degli aumenti dei prezzi in maniera graduale, seguendo il timing dei rinnovi contrat-
1. Nord e Sud nel contesto internazionale

Figura 2 Pil (var. % sul trimestre precedente, prezzi costanti)


Area euro Usa
1,5
1,2

1,0 0,9
0,8
0,7 0,7
0,6 0,6 0,6
0,5
0,5 0,4 0,4
0,3 0,3
0,0 0,1
0,0 0,0
0,0
-0,1 -0,1

-0,5 -0,5
I trim. II trim. III trim. IV trim. I trim. II trim. III trim. IV trim. I trim. II trim.
2022 2022 2022 2022 2023 2023 2023 2023 2024 2024
Fonte: Eurostat.

tuali. La reazione salariale è stata comunque nel complesso di entità limitata; non si è cioè innescata una rincorsa
prezzi-salari. D’altra parte, gli andamenti delle retribuzioni sono stati differenti a seconda dei paesi, rispecchiando
anche aspetti di natura istituzionale, come la durata dei contratti nazionali di lavoro. Da ciò è quindi derivata l’aper-
tura di un differenziale nei tassi di crescita del costo del lavoro, che ha portato a variazioni dei prezzi relativi e della
posizione competitiva delle economie dell’area.
Il terzo punto, collegato al precedente, è rappresentato dall’impatto dei prezzi sulla dinamica dei salari reali. In 7
generale, il potere d’acquisto delle retribuzioni ha risentito in tutti i paesi dello shock energetico, anche se la fre-
nata del reddito delle famiglie è stata attenuata dall’andamento vivace dell’occupazione, oltre che da alcune misure
introdotte dai governi per contrastare gli effetti dei maggiori costi dell’energia, soprattutto nel 2022. Il potere d’ac-
quisto delle famiglie europee si è quindi mantenuto relativamente stabile negli ultimi due anni, nonostante lo shock
inflazionistico.
Dal 2024, la frenata dell’inflazione dovrebbe dare avvio a una fase di recupero del potere d’acquisto delle fami-
glie, e tradursi quindi in una graduale ripresa dei consumi. Riscontri positivi sono emersi dall’andamento del clima
di fiducia delle famiglie europee: in particolare, si è osservato un miglioramento delle valutazioni dei consumatori
riguardo alle prospettive dei bilanci familiari, a fronte di aspettative di minore inflazione; altrettanto significativo è
che, in questa fase, le attese sull’andamento della disoccupazione abbiano confermato la percezione di solidità delle
condizioni del mercato del lavoro. Tuttavia, a fronte di tali miglioramenti, le attese dei consumatori sull’andamento
dei consumi sono rimaste relativamente caute, un segnale di prudenza, in parte fisiologico alla luce della successio-
ne di shock che hanno caratterizzato gli ultimi anni, e in parte anche legato alle politiche economiche. Il livello più
elevato dei tassi d’interesse aumenta difatti la convenienza del risparmio, mentre il cambiamento nelle politiche di
bilancio rende incerta l’evoluzione dei redditi delle famiglie.

1.4 L’economia italiana e del Mezzogiorno

Le tendenze descritte per il complesso dell’area euro possono essere dettagliate confrontando la posizione
dell’economia italiana all’interno del quadro europeo e tenendo conto dei differenziali interni, in modo da caratteriz-
zare il posizionamento relativo delle regioni del Mezzogiorno.
Un aspetto significativo è che, nel periodo post-pandemia, diversamente da quanto accaduto nei precedenti
I trim.
2022 II2022
trim. III2022
trim. IV2022
trim. I trim.
2023 II2023
trim. III2023
trim. IV2023
trim. I trim.
2024 II2024
trim.
2022 2022 2022 2022 2023 2023 2023 2023 2024 2024

Rapporto Svimez 2024 L’economia e la società del Mezzogiorno PARTE PRIMA _ Europa, Italia, Mezzogiorno

Figura 3a Pil (numeri indice in base 100), Italia


2007 = 100 2011 = 100 2019 = 100
105 2007 = 100 2011 = 100 2019 = 100
105 105,1
100 105,1
100
96,3
95 96,3
94,9
95
94,9
90
90
85
85
80
80 2019 2020 2021 2022 2023 2024
2019
2011 2020
2012 2021
2013 2022
2014 2023
2015 2024
2011
2007 2012
2008 2013
2009 2014
2010 2015
2011
2007 2008 2009 2010 2011

Fonte: Istat.

Figura 3b Pil (numeri indice in base 100), Area euro

2007 = 100 2011 = 100 2019 = 100


107 2007 = 100 2011 = 100 2019 = 100
107
102 103,2 103,9
8 102 103,299,3 103,9
97 99,3
97
92
92
87
87
82
82 2019 2020 2021 2022 2023 2024
2019
2011 2020
2012 2021
2013 2022
2014 2023
2015 2024
2011
2007 2012
2008 2013
2009 2014
2010 2015
2011
2007 2008 2009 2010 2011
Fonte: elaborazioni Svimez su dati Eurostat.

episodi di crisi, l’economia italiana non ha fatto peggio degli altri paesi dell’area euro.
Nella Figura 3 si confronta il periodo successivo al 2019 con le tendenze osservate dopo la grande crisi finan-
ziaria e nel periodo successivo alla crisi dei debiti sovrani1. Gli andamenti descritti sono significativi: in particolare,
2007 = 100 2011 = 100 2019 = 100
si osserva
106 come nel periodo post-2007, e a maggior ragione2007 in quello
= 100 successivo
2011 al 2011, l’economia
= 100 2019 =italiana
100 abbia
registrato
106
104 una caduta del Pil consistente, superiore a quella del complesso dell’e urozona. Diversamente, nel periodo
103,4
successivo
104 alla pandemia, l’Italia recupera pienamente le perdite, raggiungendo nella prima metà del 2024 un livello
102 103,4
del Pil100
che supera del 5,1% quello medio del 2019, e con un divario positivo rispetto all’incremento registrato dalle
102
100
98 97,1
98
96 96,1
97,1
1
In generale, queste due ultime crisi per i paesi dell’area mediterranea si sono succedute senza soluzione di continuità, per cui in molti casi si è fatto
96 96,1
94a questo periodo come a un unico periodo di recessione. Inoltre, va evidenziato che dal punto di vista della datazione ciclica il periodo post-2021
riferimento
rappresenta
94 una fase di ripresa a tutti gli effetti, per cui a rigore stiamo confrontando un ciclo completo con due fasi di recessione.
92
92
90
90 2019 2020 2021 2022 2023
2019
2011 2020
2012 2021
2013 2022
2014 2023
2015
2011
2007 2012
2008 2013
2009 2014
2010 2015
2011
2007 2008 2009 2010 2011
2011 2012 2013 2014 2015
2007 2008 2009 2010 2011

1. Nord e Sud nel contesto internazionale

Figura 4a Pil (numeri indice in base 100), Centro-Nord


2007 = 100 2011 = 100 2019 = 100
106
2007 = 100 2011 = 100 2019 = 100
104
106 103,4
102
104
103,4
100
102
98
100 97,1
96
98 96,1
97,1
94
96 96,1
92
94
90
92
2019 2020 2021 2022 2023
90
2011 2012 2013 2014 2015
2019
2007 2020
2008 2021
2009 2022
2010 2023
2011
2011 2012 2013 2014 2015
2007 2008 2009 2010 2011

Fonte: elaborazioni Svimez su dati Istat per gli anni 2007-22 e stime Svimez per il 2023.

Figura 4b Pil (numeri indice in base 100), Mezzogiorno

2007 = 100 2011 = 100 2019 = 100


106
2007 = 100 2011 = 100 2019 = 100
104
106 103,7
102
104 103,7
100 9
102
98
100
96
98 95,4
94
96
95,4
92,9
92
94
90 92,9
92
2019 2020 2021 2022 2023
90
2011 2012 2013 2014 2015
2019
2007 2020
2008 2021
2009 2022
2010 2023
2011
2011 2012 2013 2014 2015
2007 2008 2009 2010 2011
Fonte: elaborazioni Svimez su dati Istat per gli anni 2007-22 e stime Svimez per il 2023.

economie dell’area euro (+3,9%).


Lo stesso tipo di analisi è poi replicato nella Figura 4, dove si pongono questa volta a confronto gli andamenti
territoriali, evidenziando negli stessi sottoperiodi l’andamento del Pil nel Centro-Nord e nel Mezzogiorno2. In questo
caso, è interessante osservare come le ultime recessioni avessero determinato non solo un’ampia caduta del Pil
italiano, ma anche un ampliamento ulteriore dei divari territoriali, cosa che invece non è avvenuta nel periodo post-
2019, quando le regioni del Mezzogiorno hanno mostrato un andamento in linea con il resto del Paese (+3,7% contro
+3,4% del Centro-Nord).
I risultati degli ultimi anni sono quindi lusinghieri. L’economia italiana, sulla base di quanto evidenziato nel corso
dell’ultimo quadriennio, avrebbe chiuso il proprio gap di crescita rispetto alle altre economie dell’area euro, ponendo

2
I dati relativi alle ripartizioni territoriali non tengono conto della revisione delle serie storiche di contabilità apportata dall'Istat lo scorso mese di settembre.
Figura 1.7 PIL reale (var. %) - (a) 2023 su 2022
Rapporto Svimez 2024 L’economia e la società del Mezzogiorno PARTE PRIMA _ Europa, Italia, Mezzogiorno

Figura 1.7 PIL reale (var. %) - (a) 2023 su 2022

Figura 5 Pil reale (var. %)


0,5
-0,2
Pil reale (a)
0,82023 su 2022
Regioni 0,9 1,6
e macroaree 1,2 0,5
2023 2019-23 -0,2
0,8 1,4 0,9 0,6
1,6
Piemonte 1,2 0,8 1,2

Valle d’Aosta 0,8 -4,8 1,4 -0,4


0,6 -0,2
0,3
Lombardia 0,9 4,7
-0,4 -0,2 1,4
Trentino Alto Adige 0,5 0,4 1,1
0,3 1,4

Veneto 1,6 5,9 1,4 1,3 0,7


1,1
1,4 0,9
Friuli-Venezia Giulia -0,2 4,7 1,0
1,3 0,7
Liguria 1,4 0,3 0,9 1,2
1,0
Emilia-Romagna 0,6 5,8

Toscana -0,4 0,9 1,2


2,2
Umbria 0,3 -2,5

Marche -0,2 1,5 2,2

Lazio 1,1 2,8


10
Abruzzo 1,4 0,2 (b) 2023 su 2019

Molise 1,4 3,1 0,4


4,7
-4,8
Campania 1,3 4,9 4,7 5,9
0,8 0,4
Puglia 0,7 6,1 -4,8
4,7
0,3 4,7 5,8
5,9
Basilicata 0,9 -5,7 0,8

Calabria 1,2 1,3 0,3 0,9


5,8 1,5
-2,5
Sicilia 2,2 4,3
0,9 1,5 0,2
Sardegna 1,0 1,6 2,8
-2,5 3,1

Nord-Ovest 1,0 3,4 0,2 4,9 6,1


2,8
3,1 -5,7
Nord-Est 0,9 5,1 1,6
4,9 6,1
Centro 0,4 1,7 -5,71,3
1,6
Centro-Nord 0,8 3,4

Mezzogiorno 1,3 3,7 1,3


4,3
Italia 0,9 3,5
4,3
Fonte: per l’Italia Istat; per le macroaree e le regioni elaborazioni su dati Istat fino al 2021 e stime Svimez per il 2022 e il 2023.
1. Nord e Sud nel contesto internazionale

un argine al processo di costante allargamento dei differenziali di crescita territoriale osservato negli anni precedenti.
L’importanza di tali esiti giustifica quindi una riflessione volta a comprendere se effettivamente i dati evidenzi-
no una discontinuità di tipo strutturale, oppure se si tratti di andamenti legati ai tratti peculiari del periodo recente.
Una peculiarità della fase di ripresa post-pandemia è rintracciabile, soprattutto, nei differenziali di crescita
osservabili a livello regionale (Fig. 5), di entità tale da non replicare il tradizionale pattern Nord/Sud (Focus L’anno
della crescita differenziata: le regioni italiane nel 2023).

1.5 La crescita record degli investimenti in costruzioni

Una valutazione delle differenze fra gli andamenti dell’economia italiana e l’area euro è possibile a partire innan-
zitutto dall’evoluzione delle principali componenti della domanda.
La crescita italiana negli ultimi anni ha trovato un sostegno soprattutto nella crescita degli investimenti, che
ha sopravanzato ampiamente quella degli altri paesi europei3. La dinamica degli investimenti è stata sostenuta
principalmente dalla crescita eccezionale della componente delle costruzioni, una variabile rivelatasi cruciale nel
determinare l’andamento favorevole della congiuntura post-Covid. Ciò soprattutto nel biennio 2021-22, per effetto
del superbonus, che ha mostrato una notevole capacità di attivare produzione e valore aggiunto. Rinviando al
successivo Capitolo 3 per una valutazione degli impatti sui conti pubblici, il ciclo dell’edilizia ha avuto un ruolo fon-
damentale nel guidare la crescita della domanda in Italia, e in particolare nel trainare l’economia del Mezzogiorno4.
Guardando all’intero periodo 2019-23, gli investimenti in costruzioni complessivi, pubblici e privati, sono au-
mentati in termini reali del +40,7% nel Mezzogiorno, oltre cinque punti in più della media del Centro-Nord. Peraltro,
l’incidenza degli investimenti in costruzioni sul Pil prima dell’accelerazione degli ultimi anni era già leggermente
più alta al Sud, e questo più a causa della minore presenza di altri settori che per una effettiva maggiore rilevanza 11
dell’edilizia sull’economia del territorio (Fig. 6). Dopo il rally degli ultimi anni la maggiore incidenza delle costruzioni
sull’economia del Mezzogiorno si è ulteriormente accentuata, anche in termini di numero di occupati.

Figura 6 Il peso degli investimenti in costruzioni (in % del Pil a prezzi costanti)

2019 2023
16,0 14,8
14,0 13,3
11,7 12,0
12,0
10,0 9,0 9,3
7,7 7,5
8,0
6,0

4,0
2,0

0,0
Nord-Ovest Nord-Est Centro Mezzogiorno

Fonte: elaborazioni Svimez su dati Istat per il 2019 e stime Svimez per il 2023.

3
In questa sezione, i dati di contabilità utilizzati sono quelli precedenti la revisione operata dall'Istat a settembre.
4
Sul punto si veda Ref-Svimez (2024), L’anno della crescita differenziata. Le regioni italiane nel 2023, Informazioni Svimez, n. 1.
19)
%
Rapporto Svimez 2024 L’economia e la società del Mezzogiorno PARTE PRIMA _ Europa, Italia, Mezzogiorno

Ne deriva, tuttavia, che l’economia del Mezzogiorno è adesso più vulnerabile rispetto al cambiamento delle po-
litiche che, dovendo puntare a ridimensionare gli effetti dei bonus edilizi sul deficit pubblico, hanno dovuto frenare
fortemente l’entità dei flussi di risorse destinati a questo tipo di interventi.

1.6 Il sostegno della politica di bilancio ai redditi delle famiglie

Un altro aspetto che ha caratterizzato le tendenze dell’economia italiana è rappresentato dalla risposta sala-
riale rispetto agli aumenti dell’inflazione, inferiore a quella degli altri paesi europei, soprattutto della Germania. In
parte, tale andamento potrebbe essere riconducibile ai ritardi nei rinnovi di alcuni contratti; tuttavia, l’andamento
generale dei salari ha comportato una perdita di potere d’acquisto delle retribuzioni italiane maggiore rispetto agli
altri paesi, con riflessi sul potere d’acquisto delle famiglie.
Guardando ai differenziali territoriali, in Italia le dinamiche salariali non sono state uniformi, anche per un
effetto di composizione settoriale. In generale, i contratti che hanno evidenziato una maggiore vivacità sono pre-
valentemente quelli dell’industria; fra i servizi privati, aumenti maggiori hanno caratterizzato il settore bancario.
Mediamente, questi sono settori più forti, con una maggiore presenza nelle regioni settentrionali, e questo ha com-
portato una differenza nella crescita delle retribuzioni a vantaggio delle aree più forti del Paese.
A questo si deve poi aggiungere che l’inflazione nel Mezzogiorno ha superato quella delle regioni settentrionali.
La maggiore inflazione al Sud è derivata dalla crescita dei prezzi nei capitoli dell’alimentare e delle bevande, dove
i divari cumulati sono stati molto ampi: nel periodo 2019-24 tra l’area più virtuosa, il Nord-Ovest, e le regioni del
Mezzogiorno si registra un differenziale cumulato di quasi 5 punti percentuali nell’inflazione alimentare. Peraltro,
si tratta di una classe di beni che ha un peso significativo sulla spesa delle famiglie, e in particolare delle famiglie
12 meno abbienti, e per questo incide in misura maggiore al Sud rispetto alle altre aree del Paese.
Se i divari in termini di dinamiche di salari e prezzi hanno portato a un peggioramento relativo dei redditi delle
famiglie del Mezzogiorno, i dati sull’occupazione mostrano invece una tendenza più equilibrata (si veda il Capitolo 2).
Difatti, nel periodo post-pandemia gli incrementi occupazionali sono stati maggiori nelle regioni del Mezzogiorno, e
questo ha limitato le perdite di reddito per le famiglie del Sud. Un miglioramento che però sconta il problema strut-
turale di salari reali bassi e calanti: il calo del potere d’acquisto dei salari osservato nel 2020 è stato più marcato
in Italia e il recupero del biennio 2021-22, legato ai rinnovi contrattuali, non ha consentito di tornare sui livelli del
pre-pandemia. L’Italia è l’unica tra le maggiori economie europee con retribuzioni reali al di sotto dei livelli del 2013
(si veda il Capitolo 7 del Rapporto).
I differenziali nelle dinamiche dei salari, nominali e reali, hanno effetti sull’andamento del potere d’acquisto
delle famiglie, che tuttavia negli scorsi anni sono stati compensati almeno in parte dalla politica di bilancio, che ha
fornito un sostegno maggiore alle famiglie delle regioni del Mezzogiorno.
In particolare, un’analisi degli impatti diretti della politica di bilancio sul potere d’acquisto delle famiglie è pos-
sibile attraverso il confronto fra l’andamento del reddito primario, che ha evidenziato differenze di crescita rela-
tivamente ampie fra le diverse aree del Paese, e quello del reddito disponibile, che tiene conto del pagamento di
imposte e contributi e delle entrate per trasferimenti.
I dati di contabilità nazionale mostrano innanzitutto come la variabilità negli anni del reddito disponibile sia sta-
ta nel complesso contenuta: la contrazione del 2020 è difatti meno pronunciata di quella del reddito primario, così
come più graduale è stata la ripresa successiva. È qui evidente l’effetto di stabilizzazione determinato dai diversi
interventi che hanno caratterizzato le politiche degli scorsi anni.
In secondo luogo, si osserva anche un impatto di tali politiche più ampio nelle regioni del Mezzogiorno.
L’entità delle risorse a carico del bilancio pubblico stanziate negli anni scorsi a favore dei bilanci familiari è
descritta nella Figura 7 attraverso un indicatore che misura l’effetto delle poste del bilancio pubblico che hanno un
impatto diretto sul reddito disponibile. L’indicatore è dato dalla differenza tra reddito primario e reddito disponibile
1. Nord e Sud nel contesto internazionale

Figura 7 Sostegno diretto della politica di bilancio ai redditi delle famiglie


del reddito disponibile (var. % ripspetto alla media 2015-19)
Differenza tra reddito primario e reddito disponibile in %

Nord-Ovest Nord-Est Centro Mezzogiorno


6
5
4
3
2
1
0
-1
-2
2015 2016 2017 2018 2019 2020 2021 2022 2023

Fonte: elaborazioni Svimez su dati Istat per gli anni 2015-22 e stime Svimez per il 2023.

(in percentuale del reddito disponibile), del quale nella Figura 7 viene esposta la variazione percentuale rispetto alla
media 2015-19, in modo da isolare gli effetti delle politiche introdotte nel periodo post-pandemia.
In generale, questo indicatore dovrebbe evidenziare un andamento stabile in assenza di politiche specifiche,
presentando aumenti quando le politiche incrementano il reddito disponibile a parità di reddito primario (e quindi
provocando un aumento del deficit pubblico), e viceversa quando lo riducono.
L’indicatore nel periodo pre-pandemia presenta variazioni di lieve entità, mostrando quindi quale è l’effetto 13
delle politiche in condizioni “ordinarie”. Si osserva poi un aumento repentino nel 2020, quando si verifica un impe-
gno straordinario di risorse pubbliche a favore dei redditi delle famiglie, pari al 4-6% a seconda delle macroaree.
Il peso della politica diREDDITO
bilancio nel 2020-21 è evidentemente legato a tutte leREDDITO
PRIMARIO misureDISPONIBILE
introdotte per contrastare la
pandemia, che si sono sovrapposte all’effetto del reddito di cittadinanza, il cui avvio è precedente5. Dal14,4 2022, queste
14,2 a esaurirsi, ma vengono in parte sostituite dai numerosi
misure tendono 14,2 interventi a contrasto del caro-energia
introdotti nel 2022 e poi gradualmente superati nel corso del 2023, anno che di fatto vede un rientro dell’effetto di
questo genere di politiche in tutte le ripartizioni ad eccezione delle regioni del Mezzogiorno.
Gli interventi a sostegno delle famiglie che si sono avvicendati nel corso del tempo sono di diversa natura.
Una misura importante, la cui introduzione risale a metà 2019, e quindi è precedente 12,4 12,5arrivo della pandemia,
all’
12,1 12,1
è stata il Reddito di cittadinanza, sostituito dal 2024 dall’Assegno di inclusione, che si rivolge a una platea meno
ampia di beneficiari.
Fra le misure di contrasto alla pandemia, a11,2 valere quindi sul biennio 2020-21, si ricordano il reddito di emergen-
za, il bonus baby-sitting, i bonus una tantum per i lavoratori non coperti dalle integrazioni salariali, e le integrazioni
salariali con causale Covid-19. Dall’ottobre del 2020, è stata anche introdotta la “decontribuzione Sud”.
Circa gli interventi contro il caro-energia, molti sono stati indirizzati al sistema delle imprese (si pensi ai crediti
di imposta per le imprese
Nord-Ovest Nord-Estdei settori energivori),
Centro con effetti quindiNord-Ovest
Mezzogiorno solo indiretti sul potereCentro
Nord-Est d’acquisto delle famiglie.
Mezzogiorno
Vi sono però anche misure che ne hanno sostenuto direttamente il reddito; in particolare, nel corso del 2022, sono
stati introdotti i bonus sociali sulle utenze domestiche riconosciuti ai nuclei familiari più svantaggiati oltre ad alcu-
ne indennità una tantum a favore di alcune categorie di lavoratori con redditi
REDDITO DISPONIBILE REALE
medio-bassi.
CONSUMI DELLE FAMIGLIE
Un altro intervento significativo, in questo caso slegato dai fattori contingenti, è rappresentato dalla nuova
disciplina sull’Assegno Unico e Universale introdotto in via transitoria nel 2021, e incrementato nel 2022. Questa
1,3

5
Istat (2024), Condizioni di vita e reddito delle famiglie, anno 2023.

-1,3
0,3
0,0
3

del reddito disponibile (var. % ripspe


Differenza tra reddito primario e re
2
1
Rapporto Svimez02024 L’economia e la società del Mezzogiorno PARTE PRIMA _ Europa, Italia, Mezzogiorno

-1
-2
misura ha portato2015 2016
ad aumentare 2017
la spesa sociale2018 2019
per il sostegno 2020
dei carichi 2021
familiari. 2022 2023

Se questo è lo scenario dei redditi delle famiglie, un aspetto significativo è relativo all’andamento dei consumi.
In Italia, nel 2023 i consumi delle famiglie si sono posizionati su un livello marginalmente superiore rispetto al dato
pre-pandemia, a fronte di un livello ancora inferiore del reddito disponibile reale.
Il tasso di risparmio delle famiglie, dopo essere aumentato molto nel periodo della pandemia, si è quindi ridotto
progressivamente, sino a portarsi nel 2023 su livelli inferiori a quelli del 2019. Questo fenomeno, che può essere
apprezzato dal confronto fra la variazione del reddito disponibile reale e quella dei consumi a prezzi costanti nell’in-
tero periodo 2019-23, qualifica la risposta delle famiglie alle conseguenze dell’aumento dei prezzi (Fig. 8).

Figura 8 Reddito primario, reddito disponibile e consumi delle famiglie (var. % cumulate 2019-23)

REDDITO PRIMARIO REDDITO DISPONIBILE


14,4
14,2 14,2

12,4 12,5
12,1 12,1

11,2
14

Nord-Ovest Nord-Est Centro Mezzogiorno Nord-Ovest Nord-Est Centro Mezzogiorno

REDDITO DISPONIBILE REALE CONSUMI DELLE FAMIGLIE

1,3

-1,3
0,3
0,0

- 2,6 -0,2
- 2,8

- 3,5

Nord-Ovest Nord-Est Centro Mezzogiorno Nord-Ovest Nord-Est Centro Mezzogiorno

Fonte: elaborazioni Svimez su dati Istat per gli anni 2019-22 e stime Svimez per il 2023.
REDDITO PRIMARIO REDDITO DISPONIBILE
14,4
14,2 14,2

1. Nord e Sud nel contesto internazionale

12,4 12,5
In particolare, la variazione
12,1 12,1
del potere d’acquisto delle famiglie fra il 2019 e il 2023 è compresa fra il -3,5% del
Nord-Est e il -1,3% del Nord-Ovest; dal punto di vista dei consumi interni le variazioni sono invece prossime a zero
in tutte le ripartizioni, con l’eccezione delle regioni
11,2 del Centro, evidenziando da una parte un aumento della spesa
legata ai consumi degli stranieri, e dall’altro la contrazione del tasso di risparmio avvenuta lo scorso anno. Si tratta
di un comportamento in parte riconducibile al fatto che alcuni segmenti della popolazione, principalmente le fasce
di reddito medio-alte, avevano accumulato negli anni precedenti un flusso di cosiddetto “extra-risparmio”: con tale
espressione ci si riferisce
Nord-Ovest al risparmio
Nord-Est Centro indesiderato
Mezzogiornoaccumulato Nord-Ovest
durante la pandemia
Nord-Est a seguito
Centro delle restrizioni ad
Mezzogiorno
alcuni comportamenti di spesa, principalmente nei servizi legati alla condivisione di spazi comuni, come le attività
legate al turismo e agli spettacoli. D’altra parte, gli aumenti dei prezzi hanno generato uno schiacciamento del po-
tere d’acquisto delle famiglie delle fasce di reddito più basse, che hanno azzerato il flusso di risparmio, e aumentato
REDDITO DISPONIBILE REALE CONSUMI DELLE FAMIGLIE
il ricorso all’indebitamento.
In definitiva, i consumatori hanno cercato di tenere i livelli del tenore di vita a fronte di una erosione della rispet-
1,3
tiva capacità di spesa, e questo poi concorre a spiegare la lentezza con cui la domanda sta rispondendo nel 2024
alla frenata dei prezzi e al conseguente avvio della fase di ripresa del potere d’acquisto delle famiglie.
Su quest’ultimo punto, un indicatore significativo è costituito dai risultati delle inchieste congiunturali presso i
consumatori-1,3condotte dall’Istat, e in particolare alle valutazioni delle0,3famiglie riguardo al bilancio familiare.
La Figura 9 mostra da una parte la quota di famiglie italiane che dichiara di riuscire a risparmiare, e dall’altra
0,0
la quota di famiglie che attingono ai risparmi per finanziare le spese correnti oppure che stanno contraendo debiti.
Si osserva come nell’ultimo anno la quota di famiglie che dichiara di decumulare il proprio risparmio o di ricorrere
- 2,6 -0,2
a indebitamento, quindi con livelli- di 2,8spesa che superano il reddito familiare, sia rimasta su livelli elevati, quasi una
famiglia su cinque. La difficoltà a finanziare le spese con le entrate correnti è un indicatore di fragilità del contesto
socio-economico. - 3,5
Peraltro, lo stessoNord-Est
Nord-Ovest indicatoreCentro
può essere espresso in forma sintetica
Mezzogiorno Nord-Ovestattraverso
Nord-Est il saldo
Centrodei giudizi favorevoli e
Mezzogiorno 15
di quelli sfavorevoli sulle condizioni dei bilanci familiari. Tale saldo, una volta declinato territorialmente come nella
Figura 10, consente di apprezzare come le differenze a livello territoriale si siano ampliate nel corso dell’ultimo
periodo.
I giudizi delle famiglie settentrionali sul bilancio familiare sono tornati sui livelli pre-pandemia; inoltre, è signifi-
cativo come, analogamente a quanto accaduto per le regioni del Centro Italia nel 2020-21, questi fossero addirittura

Figura 9 Giudizi sul bilancio familiare (frequenze %, media mobile a tre mesi)

RISPARMIA ATTINGE AI RISPARMI O SI INDEBITA

39 22
37 20
35
18
33
16
31
14
29
12
27
25 10
2018 2019 2020 2021 2022 2023 2024 2018 2019 2020 2021 2022 2023 2024

Fonte: elaborazioni Svimez su dati Istat .


Rapporto Svimez 2024 L’economia e la società del Mezzogiorno PARTE PRIMA _ Europa, Italia, Mezzogiorno

Figura 10 Giudizi sul bilancio familiare (saldo delle risposte favorevoli e sfavorevoli, media mobile a tre mesi)

Nord Centro Mezzogiorno


40

30

20

10

-10
2018 2019 2020 2021 2022 2023 2024

Fonte: elaborazioni Svimez su dati Istat .

migliorati, coerentemente con il processo di formazione di un “extra-risparmio” che ha caratterizzato soprattutto i


ceti medio-alti. Nelle regioni del Mezzogiorno, invece, il peggio è arrivato con la crisi energetica, e ancora in tutta la
prima parte del 2024 non sono emerse evidenze di recupero. Questo è un segnale del fatto che la caduta del reddito
disponibile e la contrazione della propensione al risparmio hanno portato le famiglie dei ceti più deboli in una situa-
zione difficile, nella quale il vincolo di bilancio morde, limitandone la capacità di consumo.
16

1.7 La debolezza del commercio internazionale

La convergenza fra gli andamenti delle diverse aree del Paese negli ultimi anni è stata in parte un riflesso delle
politiche, che hanno inciso sulle dinamiche della domanda interna. Alla convergenza nei tassi di crescita hanno con-
tribuito però anche alcuni aspetti meno positivi, e in particolare le difficoltà che hanno caratterizzato la domanda
internazionale e il commercio mondiale, penalizzando la crescita delle esportazioni, e quindi ridimensionando i
risultati delle aree industriali con una maggiore vocazione all’export.
La performance relativa dell’economia italiana va del resto collocata nel contesto di debolezza della domanda
internazionale. Difatti, la frenata del commercio mondiale e il concomitante guadagno di quote di mercato a prezzi
costanti da parte dell’economia cinese hanno comportato una frenata dell’attività industriale e delle esportazioni di
tutte le economie europee. Particolari difficoltà sono emerse nei paesi a maggiore specializzazione nel comparto
dell’auto, come la Germania. Il contesto economico non ha quindi giocato a favore delle esportazioni anche in Italia.
Tuttavia, in un quadro complessivo di debolezza degli scambi internazionali, la performance relativa dell’indu-
stria italiana sui mercati esteri non è andata male. Le quote di mercato dell’Italia sul commercio mondiale si sono
difatti riportate nel 2023 sui livelli pre-pandemia. La performance relativa delle esportazioni italiane da alcuni anni
sta beneficiando del miglioramento della competitività di prezzo-costi, legata anch’essa alla fase di moderazione
salariale, che ha portato i settori esposti alla concorrenza estera a registrare una buona capacità di tenuta.
A nostro favore hanno giocato anche la specializzazione produttiva e il peso inferiore dell’industria dell’auto,
che ha penalizzato molto soprattutto l’economia tedesca. D’altra parte, l’Italia ha registrato andamenti molto ne-
gativi delle esportazioni nella filiera del tessile-abbigliamento e del calzaturiero, che hanno un peso maggiore nella
struttura produttiva nazionale.
La debolezza complessiva della domanda internazionale naturalmente ha avuto un impatto diverso sulle regioni,
1. Nord e Sud nel contesto internazionale

penalizzando maggiormente quelle con una base produttiva manifatturiera e quindi con una maggiore vocazione
all’export (Focus L’anno della crescita differenziata: le regioni italiane nel 2023).
Va anche menzionato il ruolo della domanda estera nel trainare la ripresa delle attività del turismo, che negli
ultimi anni hanno registrato una crescita vivace, fornendo un contributo significativo alla creazione di occupazione.
Tuttavia, in questo caso la performance delle regioni del Sud è stata deludente. Difatti, l’andamento dei soggiorni
turistici nelle regioni meridionali nel 2023 era ancora inferiore rispetto al 2019 (-0,5%), a fronte di aumenti del
2,2% del Nord e del 5,3% del Centro. In particolare, le regioni del Mezzogiorno hanno registrato sia un aumento
più debole con riferimento ai turisti stranieri, sia una contrazione dei turisti provenienti dall’Italia. Anche le regioni
settentrionali sono state caratterizzate da una contrazione delle presenze di viaggiatori italiani, che però è stata
più che compensata dall’andamento molto positivo del turismo dall’estero. Il Centro Italia, invece, è l’unica area in
cui sono aumentati sia i soggiorni da parte di turisti esteri sia nazionali, sulla spinta del turismo verso le città d’arte.
Secondo l’indagine Banca d’Italia sul turismo internazionale, difatti, nel 2023 il 53,6% dei turisti che viaggiavano per
motivi di vacanza, ha dichiarato la visita di città d’arte come motivo principale del viaggio. Tale quota era del 47,6%
nel 2019. A livello regionale, la crescita maggiore dei soggiorni tra il 2019 e il 2023 è stata difatti registrata nel Lazio,
mentre le contrazioni più marcate hanno interessato alcune regioni particolarmente vocate al turismo balneare,
come Campania, Calabria e Sardegna.

1.8 Le prospettive

La riduzione del differenziale di crescita dell’economia italiana rispetto all’area dell’euro, e il ridimensionamento
dei divari di crescita territoriali interni al Paese, sono due risultati estremamente positivi. Non è però semplice
stabilire se questi risultati riflettano un cambiamento di tipo strutturale piuttosto che un andamento di carattere 17
contingente, che rispecchia aspetti peculiari della congiuntura del recente passato.
I dati della prima metà del 2024 hanno evidenziato una fase interlocutoria in cui l’economia italiana ha eviden-
ziato una crescita modesta, ma non distante dai tassi di crescita delle altre economie dell’area euro.
A partire da questi andamenti, le previsioni dei maggiori organismi internazionali formulate prima dell’estate
indicavano una situazione di sostanziale tenuta della crescita dell’economia italiana, con incrementi del Pil prossimi
all’1% tanto quest’anno quanto il prossimo (Tab. 1). La caduta dell’inflazione sarebbe confermata anche nel 2025,
evidenziando un differenziale negativo rispetto alla media dell’eurozona.

Tabella 1 La revisione delle previsioni per il 2024-25 per l’Italia e l’Area Euro (a)
(a) Le stime sul Pil della Banca d’Italia si riferiscono al dato corretto per il numero di giorni lavorativi;
per il Governo, le stime si riferiscono al Piano Strutturale di Bilancio di Medio termine.

Area Euro Italia


Data Fonte Pil Inflazione Pil Inflazione
2024 2025 2024 2025 2024 2025 2024 2025
apr '24 Imf 0,8 1,5 2,4 2,1 0,7 0,7 1,7 2,0
apr '24 Ocse 0,7 1,5 2,3 2,2 0,7 1,2 1,1 2,0
mag '24 Commissione Ue 0,8 1,4 2,5 2,1 0,9 1,1 1,6 1,9
giu '24 Bce 0,9 1,4 2,5 2,2
giu '24 Banca d’Italia 0,6 0,9 1,1 1,5
set '24 Governo 1,0 1,2 1,2 2,0
Rapporto Svimez 2024 L’economia e la società del Mezzogiorno PARTE PRIMA _ Europa, Italia, Mezzogiorno

Lo scenario vede quindi un assestamento su ritmi di crescita prossimi all’1%, un valore inferiore ai risultati che
hanno caratterizzato il periodo di uscita dalla pandemia, che rispecchia la normalizzazione dei livelli di attività eco-
nomica, con il ritorno del prodotto in prossimità del livello potenziale. La crescita attesa è d’altra parte in linea con
le stime correnti della crescita potenziale italiana; tale risultato sarebbe quindi da leggere favorevolmente, anche
considerando la elevata creazione occupazionale che ha caratterizzato la fase più recente, e la corrispondente
riduzione della disoccupazione.
Si tratta di risultati che andrebbero quindi valutati in maniera favorevole anche alla luce della fase di aggiu-
stamento dei conti pubblici in corso da quest’anno, e che dovrebbe portare a un drastico miglioramento dei conti
dell’Italia dopo la fase di elevati deficit che ha caratterizzato l’intero periodo post-pandemia.
Tuttavia, in prospettiva, restano diversi elementi di incertezza. In generale vi sono almeno tre punti principali,
che è utile mettere in evidenza.
Il primo aspetto è relativo all’incertezza sul contesto economico esterno all’area euro. I maggiori rischi derivano
innanzitutto dal quadro geopolitico, dato anche il peggioramento delle relazioni fra le maggiori potenze internazio-
nali. Pesano anche le incertezze sul versante finanziario; nel corso del periodo estivo le quotazioni di alcuni titoli
tecnologici hanno registrato delle correzioni dopo una fase di crescita sostenuta.
Il secondo riguarda le politiche economiche che prevarranno nei prossimi trimestri in Europa. La fase di norma-
lizzazione delle politiche, monetarie e fiscali, è già avviata. La politica di bilancio resterà orientata al miglioramento
dei saldi, come commentato più diffusamente nel Capitolo 3 del Rapporto. Un policy mix europeo di segno restrittivo
potrebbe quindi penalizzare le economie dell’area, anche attraverso il canale degli scambi interni fra i paesi.
Il terzo è relativo alle tendenze specifiche dell’economia italiana. In particolare, le maggiori incertezze sono
relative alla capacità di tenuta del ciclo delle costruzioni, dopo la fase di sostenuta crescita degli anni scorsi, anche
in considerazione del minore sostegno delle politiche alle attività della filiera dell’edilizia a partire da quest’anno.
18 Diviene fondamentale quindi che si confermi l’accelerazione degli investimenti pubblici in linea con i programmi di
spesa del Pnrr in modo da attenuare gli impatti sulla crescita dell’economia.
1. Nord e Sud nel contesto internazionale

> Focus

L’ANNO DELLA CRESCITA DIFFERENZIATA: LE REGIONI ITALIANE NEL 2023

I differenziali regionali di crescita. La dinamica del prodotto è stata eterogenea tra macroaree e regioni italiane
nel 2023. La crescita del Pil delle regioni meridionali è stata superiore a quella delle altre macroaree: +1,3% contro
+1% del Nord-Ovest, +0,9% del Nord-Est e +0,4% del Centro.
La congiuntura del 2023 completa la fase di ripresa post-Covid, iniziata nel 2021, che ha visto il Mezzogiorno
partecipare attivamente alla crescita nazionale, collocandosi stabilmente al di sopra della crescita media europea.
Il dato di crescita cumulata 2019-23 del Pil meridionale (+3,7%) ha superato la media nazionale (+3,5%), quest’ultima
sintesi di andamenti differenziati nel Centro-Nord: il Nord-Est è cresciuto del +5,1%, il Nord-Ovest del +3,4%, molto
più indietro il Centro (+1,7%).
Il Sud non cresceva più del resto del Paese dal 2015, quando il differenziale di crescita favorevole al Mezzogiorno
fu determinato anche dall’accelerazione della spesa per investimenti pubblici connessa alla fine del ciclo di pro-
grammazione 2007-13. Andando più indietro negli anni, la crescita del Pil meridionale è stata superiore al dato del
Centro-Nord anche nel triennio 1997-99, ma con un differenziale sensibilmente più contenuto.
Diversi fattori hanno contributo al divario di crescita favorevole al Sud: l’inedita intonazione espansiva della po-
litica di bilancio, i cui effetti, a differenza del passato, si sono dispiegati in maniera piuttosto omogenea tra territori;
il rallentamento delle regioni esportatrici del Nord, che hanno risentito della frenata della congiuntura tedesca; la
dinamica stagnante del Pil delle regioni centrali.
Nelle regioni del Nord, nel 2023, si segnala la crescita di Piemonte (+1,2%) e Veneto (+1,6%); in negativo il Friu-
li-Venezia Giulia (-0,2%), mentre la Lombardia è cresciuta in linea con la media nazionale (+0,9%) e l’Emilia-Romagna
tre decimi di punto percentuale al di sotto (+0,6%). Tra le regioni meridionali, emerge in particolare la variazione 19
positiva del Pil siciliano (+2,2%); più contenuta la crescita in Basilicata (+0,9%) e Puglia (+0,7%). Al Centro, negativo
il dato di Toscana (-0,4%) e Marche (-0,2%); solo +0,3% il dato dell’Umbria, mentre il Lazio (+1,1%) è cresciuto più
della media nazionale.

I settori. La diversa composizione settoriale della crescita spiega i differenziali nelle variazioni di Pil osservati a
livello territoriale nel 2023. In sintesi: la congiuntura favorevole del Mezzogiorno è stata sostenuta dalle costruzioni
e dai servizi; al Nord, soprattutto nel Nord-Ovest, l’arretramento del valore aggiunto industriale e lo stimolo più
contenuto esercitato dalle costruzioni hanno rallentato la crescita; nelle regioni centrali, il calo del valore aggiunto
industriale e il rallentamento dei servizi hanno sterilizzato l’effetto espansivo delle costruzioni.
Nel 2023, il valore aggiunto delle costruzioni è cresciuto nel Mezzogiorno al 4,5%, meno che nel Centro (+6,2%),
ma uno e due punti in più del Nord-Est (+3,4%) e del Nord-Ovest (+2,5%). Va ricordato che la crescita delle costruzio-
ni genera tipicamente effetti espansivi più intensi al Sud, intervenendo in un contesto nel quale l’edilizia contribu-
isce in maniera significativamente più rilevante alla formazione del valore aggiunto. Il ruolo di traino dell’economia
meridionale dell’edilizia si è esteso a tutto il periodo 2019-23 (+38% circa, 7 punti sopra la media nazionale).
Sulla crescita del valore aggiunto del terziario meridionale dello scorso anno (+1,8% contro una media nazionale
del +1,6%) ha inciso innanzitutto la performance relativamente più sostenuta delle attività più connesse all’espan-
sione del ciclo economico, quali trasporto e comunicazioni. Nell’intero periodo 2019-23, nel Mezzogiorno i servizi
hanno visto un incremento di valore aggiunto inferiore alla media nazionale (+3,6% contro +4%). La Puglia è la
regione meridionale che ha registrato nel periodo la crescita più sostenuta del terziario (+5,4%).
Il calo del valore aggiunto industriale meridionale del 2023 (-0,5%) si somma alle dinamiche poco soddisfacenti
del biennio 2021-22, determinando un dato cumulato del -2,4% nel periodo 2019-23.
Rapporto Svimez 2024 L’economia e la società del Mezzogiorno PARTE PRIMA _ Europa, Italia, Mezzogiorno

> Focus

• Pil (var. %, prezzi costanti)

Regioni e macroaree 2019 2020 2021 2022 2023 2019-23

Piemonte -0,5 -9,6 8,3 1,7 1,2 0,8


Valle d’Aosta -0,3 -9,8 5,4 -0,6 0,8 -4,8
Lombardia 0,2 -7,5 9,8 2,3 0,9 4,7
Trentino Alto Adige 1,5 -8,2 6,0 2,7 0,5 0,4
Veneto 0,9 -9,8 8,8 6,4 1,6 5,9
Friuli-Venezia Giulia 0,9 -8,4 8,7 5,4 -0,2 4,7
Liguria 0,3 -11,5 7,4 4,1 1,4 0,3
Emilia-Romagna 0,1 -8,3 9,3 5,0 0,6 5,8
Toscana 2,6 -13,1 8,5 7,5 -0,4 0,9
Umbria -0,4 -9,9 7,9 0,0 0,3 -2,5
Marche 0,5 -9,2 7,8 3,9 -0,2 1,5
20
Lazio 0,7 -8,9 5,5 5,8 1,1 2,8
Abruzzo 0,6 -9,1 7,8 0,8 1,4 0,2
Molise 1,3 -8,4 6,4 4,5 1,4 3,1
Campania 0,7 -9,2 7,6 6,1 1,3 4,9
Puglia 0,0 -7,4 8,1 5,3 0,7 6,1
Basilicata -1,4 -9,9 10,2 -5,8 0,9 -5,7
Calabria -0,1 -8,7 7,2 2,3 1,2 1,3
Sicilia -0,1 -8,1 8,0 2,8 2,2 4,3
Sardegna 1,3 -9,5 7,8 3,3 1,0 1,6
Nord-Ovest 0,0 -8,4 9,2 2,3 1,0 3,4
Nord-Est 0,6 -8,9 8,7 5,3 0,9 5,1
Centro 1,2 -10,3 6,8 5,7 0,4 1,7
Centro-Nord 0,6 -9,1 8,4 4,1 0,8 3,4
Mezzogiorno 0,3 -8,6 7,8 3,8 1,3 3,7
Italia 0,5 -9,0 8,3 4,0 0,9 3,5

Fonte: per l’Italia Istat; per le macroaree e le regioni elaborazioni su dati Istat per gli anni 2019-22 e stime Svimez per il 2023.
1. Nord e Sud nel contesto internazionale

I fattori climatici avversi che hanno caratterizzato gran parte dell’anno hanno penalizzato l’agricoltura. Il valore
aggiunto del comparto è diminuito in tutte le macroaree del Paese nel 2023, con l’eccezione del Nord-Ovest (+6,4%
dopo la forte flessione del 2022): -6,1% al Centro, -5,1% nel Nord-Est, -3,2% nel Mezzogiorno.
A determinare la debole congiuntura delle regioni del Centro hanno contribuito un calo del valore aggiunto in-
dustriale più che doppio rispetto alla media nazionale (-2,6%; -1,1% il dato Italia) e una crescita dei servizi che si
è fermata al +1,1% (+1,6% la media nazionale), che hanno sterilizzato la buona dinamica delle costruzioni (+6,2%).
La crescita del Pil nel Nord-Ovest (+1%) è stata condizionata dal calo del valore aggiunto industriale (-1,4%) e dal-
la crescita molto più contenuta della media nazionale delle costruzioni (+2,5%). Nel Nord-Est, la dinamica fortemen-
te negativa del settore agricolo e la minore spinta espansiva dei servizi hanno contenuto la crescita del Pil al +0,9%.
In Piemonte, la crescita è stata sostenuta dall’andamento favorevole dell’agricoltura (+5,9%) e dell’industria in senso
stretto (+1,7%); buona in Veneto la crescita delle costruzioni (+4,7%) e dei servizi (+2,3%), questi ultimi favoriti dal
buon andamento del turismo. Il dato della Lombardia (+0,9%) è stato influenzato dal calo registrato nel comparto
industriale (-2,5%). Il Pil dell’Emilia-Romagna è cresciuto nel 2023 solo dello 0,6%, per effetto della dinamica piatta
dell’industria che ha scontato la forte integrazione con la manifattura tedesca. Da segnalare anche il calo di oltre il
10% del valore aggiunto agricolo emiliano.
Tra le regioni centrali, il deludente risultato della Toscana (-0,4%) è stato guidato dal forte calo dell’industria
(-3,2%) e dalla dinamica stagnante delle costruzioni, in controtendenza rispetto al resto del Paese; nelle Marche
(-0,2%), la deludente dinamica dei servizi (solo +0,4%) si è sommata al calo del valore aggiunto industriale (-1,5%); si
registra, inoltre, il calo marcato del valore aggiunto dell’agricoltura marchigiana (-15,2%). In Umbria, la crescita del 21
Pil si ferma a +0,3% nel 2023: il valore aggiunto dei servizi cresce al +1,6%, agricoltura e servizi sono in negativo
(rispettivamente -9,8 e -3,1%). Il Pil della regione è ancora al di sotto dei livelli pre-crisi (-2,5% tra il 2019 e il 2023).
Positiva la dinamica del Pil in tutte le regioni meridionali, anche se in presenza di rilevanti differenziali di cresci-
ta. Emerge in particolare la variazione positiva del Pil siciliano (+2,2%). Hanno inciso, in Sicilia, dinamiche ancor più
favorevoli che nel resto del Mezzogiorno delle opere pubbliche (+60,4% in termini nominali) e più in generale degli
investimenti pubblici (+26%); anche l’industria è cresciuta significativamente (+3,4%), arrestando una tendenza di
medio periodo alla deindustrializzazione.
Abbastanza omogenea e sostenuta è stata la crescita del Pil in Abruzzo (+1,4%), Molise (+1,4%), Campania (+1,3%)
e Calabria (+1,2%), con alcune differenze di carattere settoriale. In Abruzzo (+1,4%), la crescita ha riguardato anche
il settore industriale (+2%), che invece ha registrato una riduzione in Campania (-0,7%). In Calabria, l’incremento di
valore aggiunto delle costruzioni (+7,4%) ha sostenuto la crescita regionale insieme al terziario (+1,7%), nonostante
il netto calo del settore industriale (-4,8%). Anche la Basilicata ha risentito di un calo dell’industria (-2,7%) più inten-
so di quello osservato per la media delle regioni del Mezzogiorno, compensato dalla buona performance del settore
delle costruzioni (+8,4%, la crescita più intensa tra le regioni meridionali). La congiuntura dell’economia pugliese è
stata segnata dalla caduta del valore aggiunto agricolo (-8,7%), che ha sottratto oltre tre decimi di punto percen-
tuale alla crescita del Pil nel 2023, e dalla flessione del valore aggiunto industriale (-1,2%). Va tuttavia segnalato che,
nel complesso del periodo 2019-23, la regione Puglia è risultata la regione italiana più dinamica, con una crescita del
6,1%. All’opposto, la Basilicata è la regione italiana più lontana dai livelli pre-crisi (-5,7%). La crescita della Sardegna
nel 2023 (+1,0%), infine, è stata stimolata dal settore delle costruzioni e, soprattutto, data la sua diffusione e il mag-
gior contenuto di valore aggiunto rispetto ad altre realtà meridionali, dai servizi (+1,9%). Molto negativo è risultato
invece il dato dell’industria sarda: -6,2% nel 2023 (-22,2% nell’intero periodo 2019-2023).
Rapporto Svimez 2024 L’economia e la società del Mezzogiorno PARTE PRIMA _ Europa, Italia, Mezzogiorno

> Focus

• Valore aggiunto per settori (var. %, prezzi costanti)


Industria
Agricoltura Costruzioni Servizi
Regioni e macroaree in senso stretto
2023 2019-23 2023 2019-23 2023 2019-23 2023 2019-23
Piemonte 5,9 -10,1 1,7 -0,1 -0,1 20,6 1,3 0,8
Valle d’Aosta 9,9 -11,0 -8,2 -18,4 5,6 31,2 2,5 -3,6
Lombardia 7,0 -1,2 -2,5 -3,2 3,4 28,3 2,0 6,9
Trentino Alto Adige 1,2 -8,6 -1,8 -16,8 8,1 24,9 0,5 4,0
Veneto -2,4 -0,4 0,1 5,6 4,7 27,2 2,3 5,5
Friuli-Venezia Giulia -9,4 -12,8 -1,9 3,6 3,3 26,7 0,7 5,0
Liguria 2,3 -10,8 -0,2 -14,2 2,7 38,1 1,8 2,0
Emilia-Romagna -10,3 -7,5 0,0 9,7 0,2 25,9 1,5 4,2
Toscana -5,7 -14,9 -3,2 5,5 -0,1 24,5 0,9 -0,5
Umbria -9,8 -23,1 -3,1 -9,2 4,8 14,3 1,6 0,0
Marche -15,2 -32,9 -1,5 1,4 7,2 37,0 0,4 1,2
Lazio -2,2 -2,5 -2,2 -17,7 10,3 38,7 1,2 4,5
Abruzzo -9,5 -12,3 2,0 -7,7 4,8 20,0 1,6 2,3
Molise -0,2 -5,5 -1,1 -13,5 3,9 52,7 1,9 4,6
22
Campania -1,7 7,3 -0,7 2,3 3,2 42,1 1,8 3,6
Puglia -8,7 -5,4 -1,2 5,1 5,4 42,4 1,3 5,4
Basilicata -0,3 -6,7 -2,7 -25,1 8,4 23,3 1,7 1,6
Calabria -0,4 -0,5 -4,8 -7,0 7,4 39,1 1,7 0,9
Sicilia -2,1 -3,2 3,4 4,6 4,4 38,4 2,4 3,5
Sardegna 0,0 -4,1 -6,2 -22,2 3,1 34,5 1,9 3,9
Nord-Ovest 6,4 -4,8 -1,4 -3,2 2,5 27,3 1,8 5,0
Nord-Est -5,1 -5,4 -0,2 5,4 3,4 26,4 1,6 4,8
Centro -6,1 -14,1 -2,6 -4,1 6,2 32,1 1,1 2,5
Centro-Nord -2,0 -7,5 -1,2 -0,3 3,8 28,3 1,6 4,2
Mezzogiorno -3,2 -2,3 -0,5 -2,4 4,5 37,9 1,8 3,6
Italia -2,5 -5,4 -1,1 -0,8 3,9 30,7 1,6 4,0
Fonte: per l’Italia Istat; per le macroaree e le regioni elaborazioni su dati Istat per gli anni 2019-22 e stime Svimez per il 2023; spesa per
consumi e investimenti a prezzi costanti, esportazioni a prezzi correnti.

Le componenti della domanda. Nel 2023, i consumi delle famiglie, la componente quantitativamente più impor-
tante della domanda, sono aumentati del +1,1% nel Mezzogiorno, appena due decimi di punto percentuale in meno
che nel resto del Paese (+1,3%). La spesa in consumi è stata la componente della domanda maggiormente influen-
zata dalle misure di policy succedutesi negli ultimi anni insieme agli investimenti in costruzioni.
Dopo l’inusuale e ampia caduta osservata nel 2020 (-10,5% nel Sud e -11,5% nel Centro-Nord), la spesa delle
famiglie si è mostrata in forte ripresa nel biennio successivo: +10,6% nel Mezzogiorno, +12,1% al Centro-Nord. La
variazione della spesa delle famiglie nel 2023, sebbene contenuta rispetto ai due anni precedenti, segna di fatto il
1. Nord e Sud nel contesto internazionale

ritorno ai livelli pre-pandemia. In ottica regionale, spicca il calo dei consumi delle famiglie del Friuli-Venezia Giulia
(-0,4%), che ha contribuito all'analoga dinamica negativa del Pil regionale. Stessa osservazione vale per l’Umbria,
dove la stagnazione della spesa delle famiglie (+0,3%) si è riflessa in una dinamica del Pil di entità analoga.
In generale, la spesa delle famiglie presenta un’elevata variabilità territoriale, al Sud in particolare, dove più
elevata è la dipendenza della congiuntura dalla domanda interna. Specularmente, nelle regioni meridionali gli an-
damenti della domanda estera incidono meno sulla dinamica del Pil. Nel 2023, la crescita della spesa delle famiglie
varia tra il +0,8% di Campania e Abruzzo e il +2,6% del Molise. Soprattutto nei casi di Molise e Sicilia, l’andamento
relativamente più favorevole di questa componente di spesa è associata a un tasso di crescita del Pil più intenso
nel 2023.
Nel 2023, i consumi della PA sono cresciuti a tassi omogenei tra macroaree, intorno al +1,4%, in fisiologico rallen-
tamento dopo il biennio 2021-22. Positivo, infatti, è stato il sostegno alla ripresa post-Covid offerto dai consumi della
PA, cresciuti del +2,1% nel Mezzogiorno e del +4,4% nel Centro-Nord tra il 2019 e il 2023. Per quanto il dato relativo
alle regioni centro-settentrionali sia maggiore di quello del Sud, va tenuto presente che da inizio anni Duemila il
contributo di questa componente della spesa complessiva è spesso risultato negativo al Sud, a differenza di quanto
avvenuto nel resto del Paese. Perciò il dato 2019-23 sembra mostrare un cambio di passo di non poco conto rispetto
al passato. Inoltre, il differenziale di crescita favorevole al Centro-Nord è attribuibile anche alla componente delle
Istituzioni Sociali Private (ISP), in parte sovrapponibile alle attività del “terzo settore”, di gran lunga più diffuse nelle
regioni centro-settentrionali. Si può quindi presumere che la spesa delle Amministrazioni Pubbliche si sia mossa in
maniera non molto difforme tra le due macroaree. 23
Gli investimenti sono stati la componente più vivace della domanda interna nel 2023, crescendo del 5,5% nel
Mezzogiorno e un punto percentuale in meno nel Centro-Nord. Ancora più favorevole al Mezzogiorno si è mostrata la
dinamica degli investimenti nell’intero periodo 2019-23: +29,6%, contro il +25,2% delle regioni centro-settentrionali.
Le regioni meridionali che nel 2023 hanno fatto registrare la più intensa accumulazione di capitale sono la Calabria
(+8,7%), la Basilicata (+8,5%) e l’Abruzzo (+7,6%).
Infine, l’export di merci al netto della componente energetica, a prezzi correnti, nel 2023 è aumentato del +14,2%
nel Mezzogiorno, a fronte di una dinamica sostanzialmente piatta nel resto del Paese (-0,1%), essenzialmente trai-
nato dalla domanda di beni strumentali (+16,7%, contro il +6,6% del Centro-Nord) e di beni non durevoli (+26,1%,
+0,8% nel resto del Paese). Tale evoluzione ha inciso, in negativo, soprattutto sul livello della domanda delle regioni
centro-settentrionali, caratterizzate da una propensione all’export nettamente più elevata. Sul già segnalato calo
del valore aggiunto industriale lombardo ha inciso il dato deludente dell’export (+1,2%), una componente della do-
manda che in altre fasi di ripresa aveva sostenuto l’economia regionale. Anche un’altra export-economy del Paese,
l’Emilia-Romagna, ha subìto la frenata del commercio estero (+1,3%) e, più in generale, il rallentamento dell’economia
tedesca, in stagnazione nel 2023.
Nell’intero periodo 2019-23, il differenziale di crescita dell’export a favore del Mezzogiorno risulta molto meno
ampio rispetto al dato relativo all’ultimo anno (+32,3% nel Sud, che si raffronta al +28,2% del Centro-Nord). Per le re-
gioni meridionali, nel 2023, la dinamica delle esportazioni è risultata particolarmente sostenuta in Calabria (+22,5%
rispetto al 2022 e +102% rispetto al 2019) e, soprattutto, in Campania (+31,6% nell’ultimo anno, +81% rispetto al
2019); di contro, si registra una flessione dell’export in Puglia (-2,4% nel 2023; +1,8% rispetto all’anno pre-Covid),
in Sardegna (-4,3%; +8,8% nel 2019-23) e in Sicilia (-4,5%; +27% nel quadriennio). La Basilicata è l’unica regione
italiana a registrare un calo dell’export tra il 2019 e il 2023 (-17,6%).
Rapporto Svimez 2024 L’economia e la società del Mezzogiorno PARTE PRIMA _ Europa, Italia, Mezzogiorno

> Focus

• Componenti della domanda (var. %)

Spese per consumi Esportazioni di merci


Spese per consumi Investimenti fissi
finali delle AAPP al netto dei prodotti
Regioni e macroaree finali delle famiglie lordi
e delle ISP energetici
2023 2019-23 2023 2019-23 2023 2019-23 2023 2019-23
Piemonte 0,6 0,0 1,4 3,6 3,4 24,3 7,1 35,8
Valle d’Aosta 1,6 2,6 1,4 5,0 8,3 25,2 -22,1 7,0
Lombardia 1,3 0,4 1,4 2,5 5,5 20,0 1,2 28,3
Trentino Alto Adige 3,4 -0,2 1,5 5,6 9,0 32,7 3,1 34,6
Veneto 0,7 -0,9 1,4 5,2 5,2 24,2 -0,4 24,8
Friuli-Venezia Giulia -0,4 -1,3 1,4 2,4 4,7 27,6 -13,6 22,2
Liguria 0,8 0,7 1,4 0,2 5,1 30,8 6,8 49,2
Emilia-Romagna 1,7 0,9 1,4 6,8 2,0 25,2 1,3 27,9
Toscana 2,2 0,4 1,4 4,9 0,2 26,1 2,2 29,6
Umbria 0,3 -0,8 1,3 4,1 3,5 20,3 -3,9 30,3
24
Marche 1,3 0,4 1,4 2,2 4,5 29,7 -12,3 64,0
Lazio 1,7 2,6 1,6 7,2 5,7 32,4 -11,1 1,9
Abruzzo 0,8 -0,2 1,3 5,5 7,6 14,5 13,3 15,4
Molise 2,6 4,2 1,3 0,7 6,1 53,0 13,4 52,2
Campania 0,8 0,9 1,3 0,8 4,0 28,2 31,6 80,9
Puglia 1,0 -1,3 1,3 4,5 5,1 38,4 -2,4 1,8
Basilicata 1,8 0,9 1,3 -0,7 8,5 27,3 5,5 -17,6
Calabria 0,6 -1,3 1,3 -0,2 8,7 37,5 22,5 101,9
Sicilia 1,5 0,2 1,3 2,7 5,4 26,1 -4,5 27,0
Sardegna 1,0 -0,4 1,3 1,4 4,9 30,0 -4,3 8,8
Nord-Ovest 1,1 0,3 1,4 2,6 4,9 22,1 2,8 30,8
Nord-Est 1,3 -0,2 1,4 5,5 4,4 26,0 -1,0 26,4
Centro 1,7 1,3 1,5 5,6 3,7 29,3 -4,6 26,0
Centro-Nord 1,3 0,4 1,4 4,4 4,5 25,2 -0,1 28,2
Mezzogiorno 1,1 0,0 1,3 2,1 5,5 29,6 14,2 32,3
Italia 1,2 0,3 1,4 3,6 4,7 26,0 1,0 28,6

Fonte: per l’Italia Istat; per le macroaree e le regioni elaborazioni su dati Istat per gli anni 2019-22 e stime Svimez per il 2023; spese per
consumi e investimenti a prezzi costanti, esportazioni a prezzi correnti.
1. Nord e Sud nel contesto internazionale

> Focus

I PRESTITI E LA QUALITÀ DEL CREDITO NEL 2023

Prestiti e tassi d’interesse. Nella prima metà del 2023 i prestiti bancari alla clientela residente nel Mezzogiorno
hanno progressivamente rallentato e si sono contratti a partire da agosto. La flessione, che si è intensificata nella
prima metà dell’anno in corso, è stata meno marcata rispetto a quella osservata al Centro-Nord. Nel Mezzogiorno il
calo ha riflesso quello dei prestiti alle imprese, mentre i finanziamenti alle famiglie hanno continuato a espandersi
seppure a un ritmo inferiore rispetto al 2022 (a fronte di una contrazione nel resto del Paese).

• Prestiti bancari per settore di attività economica (dati di fine periodo; var. % sui 12 mesi) (1)
Mezzogiorno Centro-Nord Italia
giu. giu. giu.
2022 2023 2022 2023 2022 2023
2024 2024 2024
Amministrazioni pubbliche -2,6 -5,3 -5,2 0,8 -6,3 -5,2 0,5 -6,2 -5,2
Società finanziarie e assicurative 6,4 -5,2 -2,7 8,2 -6,0 4,0 8,2 -6,0 3,8
Imprese 2,3 -1,6 -2,8 -0,8 -4,4 -3,9 -0,4 -4,0 -3,7
di cui: medio-grandi 3,4 0,0 -1,6 -0,2 -3,8 -3,0 0,3 -3,3 -2,8
piccole (2) -0,9 -6,1 -6,5 -3,9 -8,0 -8,4 -3,3 -7,6 -8,0
di cui: famiglie produttrici (3) 0,1 -5,5 -5,7 -2,3 -7,1 -7,0 -1,7 -6,7 -6,7 25

Famiglie consumatrici 3,7 0,8 0,6 4,1 -0,9 -0,3 4,0 -0,5 -0,1
Totale 2,6 -0,8 -1,3 1,8 -3,8 -2,2 1,9 -3,3 -2,1

(1) I dati includono i pronti contro termine e le sofferenze. Il totale include anche le istituzioni senza scopo di lucro al servizio delle famiglie e le unità non
classificabili o non classificate. La ripartizione per area geografica si basa sulla residenza della clientela. Le variazioni sono corrette per tenere conto
dell’effetto di cartolarizzazioni, riclassificazioni, altre cessioni diverse dalle cartolarizzazioni, variazioni del tasso di cambio, svalutazioni e rivalutazioni.
(2) Società in accomandita semplice e in nome collettivo, società semplici, società di fatto e imprese individuali con meno di 20 addetti.
(3) Società semplici, società di fatto e imprese individuali fino a 5 addetti.

Fonte: Banca d’Italia, segnalazioni di vigilanza.

Nel 2023, in un contesto caratterizzato da tassi di interesse crescenti, i prestiti alle imprese si sono contratti. Il
calo, che ha interessato il Centro-Nord dalla fine dell’anno precedente, si è esteso al Mezzogiorno a partire da mag-
gio ed è proseguito nel primo semestre dell’anno in corso. In entrambe le aree la flessione ha riguardato le imprese
sia medio-grandi sia, in misura più intensa, piccole.
Al Centro-Nord i prestiti si sono ridotti in tutti i settori fin dai primi mesi del 2023; nel primo semestre dell’anno
in corso la flessione si è intensificata nella manifattura e nell’edilizia. Nel Mezzogiorno il calo ha progressivamente
coinvolto i diversi comparti a partire dalla primavera del 2023. In entrambe le aree a giugno del 2024 la contrazione
dei finanziamenti, rispetto a dodici mesi prima, è stata meno intensa nel terziario.
Secondo l’indagine regionale sul credito bancario condotta dalle filiali della Banca d’Italia (Regional Bank Len-
ding Survey), nel primo semestre del 2024 la domanda di prestiti da parte delle imprese è tornata a espandersi nel
Nord e nel Mezzogiorno, riducendosi invece al Centro. In un contesto di lieve diminuzione dei tassi di interesse, le
Rapporto Svimez 2024 L’economia e la società del Mezzogiorno PARTE PRIMA _ Europa, Italia, Mezzogiorno

> Focus

• Prestiti bancari alle imprese (dati mensili; var. % sui 12 mesi) (1)

(a) TOTALE IMPRESE (b) PER DIMENSIONE (2)


Mezzogiorno medio-grandi Mezzogiorno piccole Mezzogiorno
Centro-Nord medio-grandi Centro-Nord piccole Centro-Nord
15 15

10 10

5 (a) TOTALE IMPRESE 5 (b) PER DIMENSIONE (2)

0 Mezzogiorno 0 medio-grandi Mezzogiorno piccole Mezzogiorno


Centro-Nord medio-grandi Centro-Nord piccole Centro-Nord
15-5 15-5
-10
10 -10
10
20

20
22

22
23

23
18

18
15

16

24

15

16
21

24
19

21
19
17

17
20

20

20

20

20

20

20

20

20

20

20

20
5
20

20
20

20

20

20
5
20

20
0 0
(1) I dati includono i pronti contro termine e le sofferenze. La ripartizione per area geografica si basa sulla residenza della clientela. Le variazioni sono
corrette
-5 per tenere conto dell’effetto di cartolarizzazioni, riclassificazioni, altre
-5 cessioni diverse dalle cartolarizzazioni, variazioni del tasso di cambio,
svalutazioni e, da gennaio 2022, rivalutazioni.
-10Imprese piccole: società in accomandita semplice e in nome collettivo, società
(2) -10 semplici, società di fatto e imprese individuali con meno di 20 addetti.3
Società semplici, società di fatto e imprese individuali fino a 5 addetti.
20

20
22

22
23

23
18

18
15

16

24

15

16
21

24
19

21
19
17

17
20

20

20

20

20

20

20

20

20

20

20

20
20

20
20

20

20

20
20

20
26 Fonte: Banca d’Italia, segnalazioni di vigilanza.
MANIFATTURA COSTRUZIONI SERVIZI

Mezzogiorno Centro-Nord
15 15 15
• Prestiti bancari per branca di attività economica (dati mensili; var. % sui 12 mesi) (1)
10 10 10

5 MANIFATTURA 5 COSTRUZIONI 5 SERVIZI


0 0 0Mezzogiorno Centro-Nord
15 15 15
-5 -5 -5
10 10 10
-10 -10 -10
2019 2020 2021 2022 2023 2024 2019 2020 2021 2022 2023 2024 2019 2020 2021 2022 2023 2024
5 5 5

0 0 0

-5 -5 -5

-10 -10 -10


2019 2020 2021 2022 2023 2024 2019 2020 2021 2022 2023 2024 2019 2020 2021 2022 2023 2024

(1) II dati includono i pronti contro termine e le sofferenze. La ripartizione per area geografica si basa sulla residenza della clientela. Le variazioni sono
corrette per tenere conto dell’effetto di cartolarizzazioni, riclassificazioni, altre cessioni diverse dalle cartolarizzazioni, variazioni del tasso di cambio,
svalutazioni e, da gennaio 2022, rivalutazioni.

Fonte: Banca d’Italia, segnalazioni di vigilanza.


0 0 0

-5 -5 -5

-10 -10 -10


2019 2020 2021 2022 2023 2024 2019 2020 2021 2022 2023 2024 2019 2020 2021 2022 2023 2024
1. Nord e Sud nel contesto internazionale

richieste di prestiti per il sostegno degli investimenti e per la ristrutturazione del debito sono aumentate ovun-
que fuorché al Centro, mentre la domanda per il finanziamento del capitale circolante è scesa in tutte le aree ad
eccezione del Nord-Est. Nello stesso periodo, i criteri di offerta alle imprese sono divenuti più restrittivi in tutte
le ripartizioni, soprattutto nel Mezzogiorno. La maggiore selettività delle banche, riconducibile principalmente al
peggioramento della rischiosità percepita per alcune tipologie di imprese, ha contraddistinto soprattutto le banche
di media e grande dimensione. Le banche hanno richiesto garanzie più consistenti e hanno aumentato sia il rating
minimo per l’accesso al credito sia gli spread sui prestiti più rischiosi, sebbene gli spread medi si siano ridotti.
In entrambe le aree del Paese nei primi tre trimestri del 2023, in connessione con i successivi rialzi dei tassi di
interesse ufficiali, i tassi applicati alle imprese sono progressivamente aumentati per poi stabilizzarsi tra l’ultimo

• La domanda e l’offerta di credito alle imprese (indici di diffusione) (1)


Nord-Ovest Nord-Est Centro Sud e Isole
(a) DOMANDA (2)
1,0

0,5

0,0

-0,5 27

-1,0
1° 2° 1° 2° 1° 2° 1° 2° 1° 2° 1°
2019 2020 2021 2022 2023 2024

(b) OFFERTA (3)


0,2

0,1

0,0

-0,1

-0,2
1° 2° 1° 2° 1° 2° 1° 2° 1° 2° 1°
2019 2020 2021 2022 2023 2024

(1) L’indice di diffusione è costruito aggregando le risposte qualitative fornite dalle banche partecipanti all’indagine. I dati sono ponderati per l’ammonta-
re di prestiti erogati alle imprese dalle banche del campione. Ha un campo di variazione compreso tra -1 e 1. Per ulteriori informazioni sulla costruzione
dell’indice, cfr. La domanda e l’offerta di credito a livello territoriale, in Economie regionali, Banca d’Italia, n. 21, 2024.
(2) Valori positivi (negativi) dell’indice segnalano un’espansione (contrazione) della domanda.
(3) Valori positivi (negativi) dell’indice segnalano una restrizione (allentamento) dell’offerta.

Fonte: Banca d’Italia, Indagine regionale sul credito bancario (RBLS).

Mezzogiorno Centro-Nord
-0,5

-1,0
Rapporto Svimez 20241°L’economia2°e la società1°del Mezzogiorno
2° 1° 2° 1° 2° 1°PARTE PRIMA
2°_ Europa, Italia,
1° Mezzogiorno
2019 2020 2021 2022 2023 2024
> Focus
(b) OFFERTA (3)
0,2

0,1

0,0
trimestre del 2023 e il primo del 2024 e, infine, ridursi nel secondo trimestre dell’anno in corso riflettendo l’inizio
dell’allentamento monetario.
-0,1
Il tasso annuo effettivo (Tae) medio sui prestiti connessi con esigenze di liquidità è cresciuto, nel 2023, con
intensità
-0,2 simile nel Mezzogiorno e nel Centro-Nord; in entrambe le aree l’aumento ha interessato tutte le branche
di attività economica
1° ed2°è stato 1°meno marcato
2° per
1° le imprese
2° di minore
1° dimensione,
2° 1° che hanno
2° però 1°continuato a
2019 2020 2021 2022 2023
sostenere condizioni di costo più onerose. Nel primo semestre del 2024 il tasso di interesse mediamente 2024 applicato

a questa tipologia di finanziamenti è rimasto sostanzialmente stabile in entrambe le aree.


Il tasso annuo effettivo globale (Taeg) medio sui nuovi prestiti con scadenza superiore all’anno, tipicamente
destinati al finanziamento degli investimenti, è cresciuto di due punti percentuali sia nel Mezzogiorno sia al Cen-
tro-Nord nel corso del 2023, per poi ridursi di circa mezzo punto nella prima metà del 2024. Il divario di costo tra
Mezzogiorno e resto del Paese, sfavorevole alla prima area, a giugno del 2024 era pari a 1,1 e 0,7 punti percentuali
rispettivamente per i finanziamenti connessi a esigenze di liquidità e per quelli a più lunga scadenza (1,1 e 0,9 alla
fine del 2022).

• Tassi di interesse bancari praticati alle imprese (dati trimestrali; valori %) (1)
Mezzogiorno Centro-Nord

(a) TASSO ANNUO EFFETTIVO SUI PRESTITI (b) TASSO ANNUO EFFETTIVO GLOBALE
28 CONNESSI A ESIGENZE DI LIQUIDITÀ (2) SUI PRESTITI CONNESSI A ESIGENZE DI INVESTIMENTO (3)
8 8

6 6

4 4

2 2

0 0
2019 2020 2021 2022 2023 2024 2019 2020 2021 2022 2023 2024

(1) Sono escluse le ditte individuali e le esposizioni in sofferenza.


(2) Tasso annuo effettivo riferito ai seguenti tipi di finanziamento: scoperti di conto corrente, factoring, finanziamenti revolving e finanziamenti con
finalità di import o export. I dati si riferiscono alle operazioni in essere alla fine del trimestre.
(3) Tasso annuo effettivo globale sulle nuove operazioni con durata almeno pari a un anno, riferito ai seguenti tipi di finanziamento: leasing, pronti
contro termine e finanziamenti non revolving (come ad es. i mutui). Le operazioni con finalità di import o export sono escluse.

Fonte: AnaCredit, Rilevazione analitica dei tassi di interesse attivi.

La qualità del credito. Nel 2023 il flusso dei nuovi prestiti deteriorati al settore produttivo in rapporto a quelli in
bonis di inizio periodo (tasso di deterioramento) è rimasto stabile nel Mezzogiorno a fronte di un aumento di un de-
cimo di punto percentuale al Centro-Nord. In un contesto di elevati tassi di interesse, nel primo semestre dell’anno
in corso l’indicatore è cresciuto in entrambe le aree mantenendosi, tuttavia, su valori bassi nel confronto storico.
Il tasso di deterioramento dei prestiti alle imprese si è confermato più elevato nel Mezzogiorno: a giugno del 2024
1. Nord e Sud nel contesto internazionale

il divario con il Centro-Nord era pari a 0,6 punti percentuali, valore sostanzialmente in linea con quello della fine
dell’anno precedente.
Nonostante l’aumento del flusso dei prestiti deteriorati e il calo dei finanziamenti in essere, a giugno del 2024 la
quota dello stock dei crediti deteriorati sul totale dei finanziamenti al settore produttivo è rimasta sostanzialmente
invariata rispetto alla fine del 2022: al lordo delle rettifiche di valore, a giugno era pari al 7,6 e al 4,8% rispetti-
vamente nel Mezzogiorno e al Centro-Nord. Alla stabilità dell’incidenza delle posizioni anomale hanno contribuito
le operazioni di smobilizzo degli attivi: in entrambe le ripartizioni territoriali, nel 2023 le banche hanno ceduto o
cartolarizzato quasi un quinto dei prestiti che risultavano in sofferenza alla fine del 2022. Queste operazioni sono
state realizzate anche nella prima parte dell’anno in corso, seppure con intensità più contenuta.

• Tasso di deterioramento del credito alle imprese (valori %) (1)

Totale imprese Manifattura Costruzioni Servizi


Centro Centro Centro Centro
Mezzogiorno Mezzogiorno Mezzogiorno Mezzogiorno
Nord Nord Nord Nord
Dic. 2022 2,2 1,4 1,2 1,2 4,0 3,5 2,4 1,4
Giu. 2023 2,0 1,6 1,4 1,4 2,8 3,6 2,2 1,5
Dic. 2023 2,2 1,5 1,3 1,5 2,7 2,2 2,4 1,5
Giu. 2024 2,5 1,9 1,7 2,2 2,4 2,4 2,8 1,7 29

(1) I dati si riferiscono alle segnalazioni di banche, società finanziarie e società veicolo di operazioni di cartolarizzazioni. Flussi dei nuovi prestiti dete-
riorati (default rettificato) in rapporto ai prestiti non in default rettificato alla fine del periodo precedente. I valori riportati sono calcolati come medie
dei quattro trimestri terminanti in quello di riferimento.

Fonte: Banca d’Italia, Centrale dei rischi.


Rapporto Svimez 2024 L’economia e la società del Mezzogiorno PARTE PRIMA _ Europa, Italia, Mezzogiorno

30
2. Il lavoro nel post-Covid

2. Il lavoro
nel post-Covid

2.1 Le discontinuità

La dinamica dell’occupazione ha mostrato diversi aspetti di discontinuità nel post-Covid rispetto alle tendenze
osservate dopo la grande crisi finanziaria e nel periodo successivo alla crisi dei debiti sovrani.
La crescita dell’occupazione è andata molto al di là del semplice recupero degli effetti della crisi Covid, facendo
anche emergere la novità di un Mezzogiorno protagonista del recupero occupazionale, diversamente dalle prece-
denti fasi di ripresa ciclica, durante le quali l’occupazione era ripartita solo nel Centro-Nord.
La crescita dell’occupazione è stata d’altra parte molto differenziata a livello regionale, tanto da non poter es-
sere letta nella tradizionale dicotomia Nord-Sud. Sui differenziali regionali ha inciso soprattutto la disomogenea
composizione settoriale della ripresa, favorendo soprattutto le regioni dove maggiore si è rivelato il contributo di
costruzioni e servizi.
Sono migliorati anche diversi aspetti qualitativi del lavoro. Il principale elemento di novità è rappresentato dalla
crescita delle posizioni a tempo indeterminato, soprattutto al Sud. Hanno inciso fattori contingenti quali il ricorso
diffuso alle stabilizzazioni, i nuovi ingressi nella Pubblica amministrazione e l’accentuarsi del grado di competizione
nella domanda di lavoro all’aumentare delle difficoltà di reperimento di mano d’opera.
Accanto agli aspetti positivi, vanno annoverati due elementi critici. A consuntivo della ripresa post-Covid, il mer- 31
cato del lavoro italiano appare: “più vecchio”, soprattutto al Sud, per la concentrazione della crescita occupazionale
nella fascia meno giovane di lavoratori; “meno donna”, per un contributo della componente femminile non suffi-
cientemente forte da lasciare intravedere segnali di convergenza di genere; ancora lontano dagli standard europei,
soprattutto per i tassi di mancata partecipazione.

2.2 Regioni e settori: la crescita differenziata dell’occupazione

All’interno di una crescita che ha riguardato tutto il Paese, nell’ultimo triennio l’andamento dell’occupazione
mostra una tendenza al rafforzamento della dinamica positiva del Mezzogiorno e un rallentamento nelle regioni del
Centro-Nord (Fig. 1).
La domanda di lavoro è stata favorita dalla moderata dinamica salariale, soprattutto al Sud, che ha reso il lavoro
relativamente più conveniente rispetto ad altri fattori di produzione, interessati da forti rincari nel biennio 2021-22.
La crescita degli occupati ha tratto beneficio anche dall’aumento della redditività delle imprese connesso al forte
aumento delle vendite soprattutto nel biennio 2021-221.
Tali andamenti sembrano confermarsi nella prima metà del 2024: rispetto alla prima metà del 2023, l’occupazio-
ne è cresciuta del 2,5% nel Mezzogiorno, circa il doppio del resto del Paese (1,2%).
A metà 2024, l’occupazione in Italia ha superato i livelli raggiunti nello stesso periodo del 2019 di circa 750mila
unità (+3,2%), a conferma di un’espansione che è andata ben al di là del semplice recupero degli effetti della crisi
Covid. Nello stesso periodo, nel Mezzogiorno il numero di occupati è cresciuto di 330mila unità (+5,4%). Va rilevato

1
Nel 2023 più dell’80% delle imprese ha registrato utili a livello nazionale; la redditività è aumentata in misura maggiore nei servizi (Banca d’Italia, Relazione
Annuale sul 2023, Roma, 2024).
Rapporto Svimez 2024 L’economia e la società del Mezzogiorno PARTE PRIMA _ Europa, Italia, Mezzogiorno

Figura 1 Occupati (numero indice IV trim. 2019 = 100, dati destagionalizzati)

Mezzogiorno Centro-Nord
107
106
105
104
103
102
101
100
99
98
97
96
95
Mezzogiorno Centro-Nord
IV trim. 2020
III trim. 2020

IV trim. 2022

IV trim. 2023
III trim. 2022

III trim. 2023


IV trim. 2021

II trim. 2024
IV trim. 2019

II trim. 2020

III trim. 2021

II trim. 2022

II trim. 2023

I trim. 2024
II trim. 2021

I trim. 2022

I trim. 2023
I trim. 2021
I trim. 2020

107
106
105
104
103elaborazioni Svimez su dati Istat .
Fonte:
102
101
100
che la ripresa
99 dell’ultimo triennio ha riportato lo stock occupazionale delle regioni meridionali ai livelli, mai recupe-
98
rati fino a tutto il 2019, di metà 2008.
97
A questo
96 risultato ha concorso una crescita occupazionale di intensità inedita, soprattutto se raffrontata con le
tendenze 2007 = 100 e nel periodo
95 di segno opposto osservate dopo la grande crisi finanziaria 2011 = 100
successivo 2019
alla =crisi
100 dei debiti
104
IV trim. 2020
III trim. 2020

IV trim. 2022

IV trim. 2023
III trim. 2022

III trim. 2023


IV trim. 2021

II trim. 2024
IV trim. 2019

II trim. 2020

III trim. 2021

II trim. 2022

II trim. 2023

I trim. 2024
sovrani.
II trim. 2021

I trim. 2022

I trim. 2023
I trim. 2021
I trim. 2020

32
Nel102
quadriennio post-2007 e in quello successivo alla crisi dei debiti sovrani, solo le regioni centro-settentrionali
101,5
avevano recuperato i livelli occupazionali pre-shock, mentre nel Mezzogiorno l’occupazione era calata 99,8
rispettiva-
100
mente di 5 e 5,6 punti percentuali (Fig. 2). Tra il 2019 e il 2023, viceversa, l’espansione dell’occupazione
99,5 ha interes-
sato in 98
prevalenza le regioni meridionali +3,5% nel 2023 contro il +1,5% nel resto del Paese.
Questo dato aggregato favorevole al Sud va d’altra parte letto alla luce di andamenti regionali interni alle due
96

94
Figura 2a Occupati (numeri indice in base 100), Centro-Nord
92 2007 = 100 2011 = 100 2019 = 100
104 2019 2020 2021 2022 2023
2011 2012 2013 2014 2015
102 2007 2008 2009 2010 2011
101,5
100 99,8
99,5
98

96
2007 = 100 2011 = 100 2019 = 100
94
104
103,5
92
102
2019 2020 2021 2022 2023
100 2011 2012 2013 2014 2015
2007 2008 2009 2010 2011
Fonte:
98 elaborazioni Svimez su dati Istat .

96 95,6
95,0
94
2019 2020 2021 2022 2023
2011 2012 2013 2014 2015
2007 2008 2009 2010 2011

2. Il lavoro nel post-Covid

Figura 2b Occupati (numeri indice in base 100), Mezzogiorno


2007 = 100 2011 = 100 2019 = 100
104
103,5
102

100

98

96 95,6
95,0
94

92
2019 2020 2021 2022 2023
2011 2012 2013 2014 2015
2007 2008 2009 2010 2011
Fonte: elaborazioni Svimez su dati Istat .

macroaree molto differenziati per entità e composizione settoriale (Tab. 1 e Fig. 3).
Il 45% degli occupati in più sul pre-pandemia (+471mila a livello nazionale nel 2023 rispetto al 2019) si concentra
nel Mezzogiorno: 213mila (+98mila nelle regioni centrali; +89mila nel Nord-Est; +71mila nel Nord-Ovest). A fine 2023,
solo Piemonte (-0,6%), Emilia-Romagna (-0,1%) e Molise (-2,0%) non avevano recuperato i livelli occupazionali del
pre-pandemia. Le regioni più dinamiche risultavano, invece, Puglia
Agricoltura (+6,3%),
Industria in sensoLiguria
stretto (5,2%) e Sicilia (+5,2%),
Costruzioni Servizi seguite
120
da Campania (+3,6%) e Basilicata (+3,5%). 104 33
100 97
L’espansione del numero di occupati ha interessato tutti i settori ad eccezione dell’agricoltura. Le costruzioni
80
e i comparti dell’alloggio e della ristorazione hanno sostenuto la dinamica dell’occupazione già dal 2021; dal 2022,
60
60 si è poi rafforzata55anche nei servizi
la crescita 47 a maggior valore aggiunto, come quelli dell’informazione e della co-
37 42
municazione
40 – che, tuttavia, interessano una quota relativamente bassa31di lavoratori nel confronto
32 con i principali
23 19
paesi europei,
20 soprattutto al Sud – e nella Pubblica amministrazione.
6
I servizi,
0
dopo il forte calo sperimentato durante l’emergenza sanitaria, a fine 2023 registravano 215mila occu-
pati in più a livello nazionale, di cui 104mila nel Mezzogiorno (Fig. 3a). Valle d’Aosta (+4,9%), Puglia (+4,5%), Liguria
-20 -16 (+4,2%) risultavano le
(+4,3%) e Abruzzo -19regioni caratterizzate dalla crescita percentuale -20 più ampia (Tab. 1). Erano
-40 -28
ancora al di sotto dei livelli pre-pandemia di occupazione terziaria, invece, Sardegna (-3,1%), Piemonte (-1,4%), Um-
Nord-Ovest Nord-Est Centro Mezzogiorno
bria (-1,8%), Emilia-Romagna (-0,6%) e Lazio (-0,2%).
Nelle regioni del Sud, la crescita dell’occupazione terziaria si è concentrata nei servizi collettivi e alla persona e
in quelli ICT e alle imprese (Fig. 3b). Nel primo caso, hanno inciso le esigenze legate al rafforzamento dell’assistenza
sanitaria e sociale legate alla crisi pandemica. Per il secondo comparto, va evidenziato il segnale positivo di un’ac-
cresciuta domanda di lavoro dei servizi a maggior valore aggiunto, fenomeno, connesso al ricorso alle tecnologie
digitali cresciuto nel post-pandemia, da monitorare per i suoi potenziali effetti di cambiamento duraturo.
Commercio Attività finanziarie, servizi ICT e alle imprese
Al Sud, a fine 2023 l’occupazione nelle eattività
Alberghi di ricezione ePAristorazione era viceversa appena sopra i livelli
ristorazione
pre-pandemia (+28mila gli occupati Trasporto
del comparto nelle regioni delServizi
e magazzinaggio Centro, +14mila
collettivi nelpersona
e alla Nord-Est, +11mila nel Nord-O-
vest) segno della debolezza del comparto di creare nuova occupazione, nonostante la ripresa dei flussi84turistici.
90

Le costruzioni
70 hanno avuto un ruolo determinante nel recupero occupazionale, grazie allo stimolo esercitato
prima dalle politiche che54hanno sostenuto gli investimenti in costruzioni attraverso gli incentivi53del superbonus, e
50
successivamente dall’avvio dei cantieri delle opere38 finanziate dal Pnrr: 37 +212mila occupati a livello nazionale a fine
2023 rispetto
30 al 2019, di cui 97mila nel Mezzogiorno. Sicilia (+48,1%), 28 Molise (+38,6%) e Puglia (+36%) risultavano
le prime tre regioni 17
11 in termini 10
di incremento percentuale sul pre-pandemia.
14 10
9
Le uniche due regioni14 a registrare una
10 6 3

-10
-12 -7 -8
Rapporto Svimez 2024 L’economia e la società del Mezzogiorno PARTE PRIMA _ Europa, Italia, Mezzogiorno

Tabella 1 Occupati per settore (var. % 2019-23)

Regioni Industria in senso


Agricoltura Costruzioni Servizi Totale
e macroaree stretto
Piemonte -4,9 -0,8 11,6 -1,4 -0,6
Valle d’Aosta -4,7 -11,6 9,4 4,9 2,9
Liguria -41,0 12,3 15,4 4,3 5,2
Lombardia -12,6 -2,9 17,8 1,6 1,1
Trentino-Alto Adige -21,8 0,3 2,3 3,5 1,5
Veneto -2,9 7,4 9,4 1,4 3,3
Friuli-Venezia Giulia -11,2 2,0 -5,8 3,9 2,3
Emilia-Romagna -12,5 0,1 12,7 -0,6 -0,1
Toscana -3,3 8,5 -3,6 1,9 2,8
Umbria -34,0 15,5 12,1 -1,8 0,9
Marche 17,6 -5,5 31,6 1,6 1,4
Lazio 19,3 6,6 18,5 -0,2 1,8
Abruzzo -13,3 -4,6 10,9 4,2 1,9
Molise -37,0 -12,5 38,6 0,0 -2,0
Campania -4,5 1,7 10,8 3,8 3,6
Puglia 0,0 5,4 36,0 4,5 6,3
Basilicata 5,6 5,2 25,9 0,4 3,5
34
Calabria -19,1 6,6 21,6 0,7 0,1
Sicilia 0,7 13,8 48,1 1,8 5,2
Sardegna -0,4 5,2 20,5 -3,1 0,9
Nord-Ovest -11,2 -1,7 15,9 1,2 1,0
Nord-Est -10,3 3,5 8,0 1,1 1,7
Centro 4,5 5,3 11,6 0,5 2,0
Mezzogiorno -4,5 3,9 25,5 2,3 3,5
Italia -5,4 2,0 16,0 1,3 2,0

Fonte: elaborazioni Svimez su dati Istat.

variazione negativa 2019-23 sono Toscana (-3,6%) e Friuli-Venezia Giulia (-5,8%).


Gli occupati dell’industria in senso stretto sono cresciuti, tra il 2019 e il 2023, in tutte le ripartizioni con l’eccezio-
ne del Nord-Ovest (-28mila; -1,7%). In termini percentuali, la crescita è stata più accentuata nelle regioni del Centro
(+5,3%), seguite da quelle del Mezzogiorno (+3,9%) e del Nord-Est (+3,5%). Le differenze tra regioni risultano molto
marcate. Umbria (+15,5%), Sicilia (+13,8%) e Liguria (+12,3%) mostrano le dinamiche più favorevoli. Al contrario, a fine
2023, erano al di sotto dei livelli pre-pandemia, gli occupati del comparto in Molise (-12,5%), Valle d’Aosta (-11,6%),
Marche (-5,5%), Abruzzo (-4,6%), Lombardia (-2,9%) e Piemonte (-0,8%).
Gli occupati in agricoltura, infine, sono diminuiti tra il 2019 e il 2023 nel Mezzogiorno (-20mila), nel Nord-Est
(-19mila) e nel Nord-Ovest (-16mila), registrando un debole aumento solo nelle regioni del Centro (+6mila). La flessione
dell’occupazione agricola ha interessato tutte le regioni, con l’eccezione di Marche (+17,6%), Lazio (+19,3%), Basili-
cata (+5,6%) e Sicilia (+0,7%). Particolarmente marcate le riduzioni in Liguria (-41%), Molise (-37%) e Umbria (-34%).
2011 2012 2013 2014 2015
2007 2008 2009 2010 2011
2007 2008 2009 2010 2011

2. Il lavoro nel post-Covid

Figura 3a Occupati per settore (var. in migliaia 2019-23)

Agricoltura Industria in senso stretto Costruzioni Servizi


120 Agricoltura Industria in senso stretto Costruzioni Servizi
120 104
100 97 104
100 97
80
80 60 55
60 60 55
60 47
47 37 42
40 37 42 31 32
40 23 31 32
23 19
20 19
20 6
6
0
0
-20 -16
-20 -16 -19 -20
-28 -19 -20
-40 -28
-40
Nord-Ovest Nord-Est Centro Mezzogiorno
Nord-Ovest Nord-Est Centro Mezzogiorno

Fonte: elaborazioni Svimez su dati Istat.

Figura 3b Occupati, i comparti dei servizi (var. in migliaia 2019-23)


Commercio Attività finanziarie, servizi ICT e alle imprese
Commercio Attività finanziarie, servizi ICT e alle imprese
Alberghi e ristorazione PA
Alberghi e ristorazione PA
Trasporto e magazzinaggio Servizi collettivi e alla persona
90 Trasporto e magazzinaggio Servizi collettivi e alla persona 84
90 84
70
70 35
54 53
54 53
50
50 38 37
38 37
28
30 28
30 17
11 17 14 14
10 11 10
10 6 14 10
10 9
9 3
14
10 6 3
-10
-10 -12 -7 -8
-12 -7 -8
-30 -25 -24 -23 -24 -24 -26
-30 -25 -24 -23 -24 -24 -26
Nord-Ovest Nord-Est Centro Mezzogiorno
Nord-Ovest Nord-Est Centro Mezzogiorno

Fonte: elaborazioni Svimez su dati Istat .

2.3 Le caratteristiche del recupero occupazionale

La scomposizione del recupero occupazionale 2019-23 per carattere dell’occupazione evidenzia lo sbilancia-
mento favorevole al tempo indeterminato, un risultato in aperta discontinuità con le precedenti fasi di ripresa
ciclica.
I dipendenti permanenti sono cresciuti in tutte le macroaree, con aumenti di 173mila unità nel Nord-Est (+5,1%),
212mila nel Nord-Ovest (+4,5%), 140mila al Centro (+4,4%), 218mila nel Mezzogiorno (+6,1%) (Fig. 4).
Il tempo indeterminato è cresciuto in tutte le regioni, ad eccezione del Molise (-1,4%), con particolare intensità
in Puglia (+9%), Umbria (+7,7%) e Liguria (+8,9%).
I dipendenti a termine si sono ridotti in tutte le regioni del Nord, ad eccezione della Liguria (+7,9%), e sono cre-
Rapporto Svimez 2024 L’economia e la società del Mezzogiorno PARTE PRIMA _ Europa, Italia, Mezzogiorno

Figura 4 Occupati dipendenti per carattere dell’occupazione (var. in migliaia 2019-23)

Tempo determinato Tempo indeterminato


250 218
212
200 173
140
150

100
40
50 20
0

-50
-42 Tempo determinato Tempo indeterminato
250
-100 -66
212 218
Nord-Ovest Nord-Est Centro Mezzogiorno
200 173
Fonte: elaborazioni Svimez su dati Istat. 140
150

100
40
sciuti al50Centro e nel Mezzogiorno, meno che in Calabria (-5,8%) e, soprattutto, Sardegna (-19,7%).
20
Spostando il focus sulla tipologia d’orario, l’incremento degli occupati a tempo pieno è apprezzabile in tutte le
0
macroaree. Le uniche regioni in controtendenza sono Molise Tempo e Sardegna.
pieno In termini assoluti,
Part-time Part-time la crescita del tempo
involontario
pieno 250
è-50
particolarmente marcata nel Mezzogiorno (+225mila unità; +4,5% nel 2023 sul 2019) 225 (Fig. 5).
-42
36 di
200particolare-66interesse segnalare la contrazione del part-time involontario: particolarmente significativa
-100 147 141
nel Nord-Ovest
150 (-189mila; -25,3%) e nel 104
Nord-Ovest Nord-Est (-168mila; -32%), rilevante
Nord-Est Centro al Centro (-104mila; -16,4%) e, meno
Mezzogiorno
pronunciata
100 nel Mezzogiorno (-90mila; -9,9%). Sotto questo profilo, la ripresa post-pandemica pare aver favorito,
almeno50temporaneamente, una ricomposizione dell’occupazione maggiormente vicina alle scelte personali e meno
0
-50 -16 -11
-43
-100 5 Occupati per
Figura -76 tipologia d’orario (var. in migliaia 2019-23)
-104 -90
-150
-200 -168 Tempo pieno Part-time Part-time involontario
-189
250
-250 225
200 Nord-Ovest Nord-Est Centro Mezzogiorno
147 141
150 104
100
50
0
-50 -16 -11
-43
-100 -76 15-34 35-49 50 e-90
oltre
-150 -104
300
-200 228 -168 212
-189 183
200
-250 171
Nord-Ovest Nord-Est Centro Mezzogiorno
100 80 76 61 62
Fonte: elaborazioni Svimez su dati Istat.
0

-100 -60

-135
-200 -170 15-34 35-49 50 e oltre
Tempo determinato Tempo indeterminato
250 218
212
200 173
140 2. Il lavoro nel post-Covid
150

100
40
50 20 ai dati regionali, il
orientata alle convenienze relative offerte dall’ampia gamma di contratti previsti. Guardando
fenomeno 0 appare diffuso a livello territoriale (l’unica eccezione è il Molise).
Va comunque tenuto presente che la dinamica declinante del part-time, in analogia con la diffusione dei con-
-50
tratti più stabili, è stata favorita dall’andamento
-42 positivo della domanda di lavoro e dalle crescenti difficoltà di
-66
reperimento
-100 per alcune figure professionali che hanno indotto le imprese a offrire in maggior misura rispetto agli
Nord-Ovest
anni precedenti contratti a tempo pieno. Nord-Est Centro Mezzogiorno
Infine, è interessante guardare alla composizione per età (Fig. 6) e genere (Fig. 7) del recupero dell’occupazione
rispetto ai livelli del pre-pandemia nelle diverse macroaree. Per questi aspetti, il Mezzogiorno sembra uscire dalla
ripresa post-pandemica in posizione più critica, soprattutto per l’ampliarsi dei divari generazionali.
Nel 2019-23 si è infatti accentuata la tendenza al progressivo invecchiamento degli occupati avviatasi dall’i-
nizio degli anni Duemila. Un fenomeno che riflette da un lato l’ingresso ritardato nel mercato del lavoro dei più
giovani per l’allungamento dei percorsi formativi, dall’altro il prolungamento della permanenza delle generazioni più
Tempo pieno Part-time Part-time involontario
anziane indotto dall’aumento dell’età pensionabile.
250 225
La concentrazione dell’espansione dell’occupazione nella fascia di età “50 e oltre” ha interessato tutte le ma-
200
croaree con la stessa
147 intensità (intorno al +9%), più che compensando 141 le perdite della fascia centrale “35-49”, e
150
superando la crescita degli occupati più104 giovani. Se però gli occupati più anziani sono cresciuti allo stesso ritmo
100
in tutto il Paese, la ripresa occupazionale post-pandemica pare aver reso “più vecchio” soprattutto il mercato del
50
lavoro meridionale.
0
Al Sud, infatti, è più contenuto il calo della fascia “35-49” (-2,5% contro -6,6% al Centro e -8% al Nord) e meno
-50 -16 -11
marcata la crescita dell’occupazione giovanile (+4,6% contro una media -43 nazionale del +5,5%). Tra le regioni meri-
-100 -76e la Sicilia (+8,8%) sono in controtendenza per la crescita più sostenuta della
dionali, la Puglia (+12%) -104 -90 componente
-150
giovanile che viceversa è cresciuta poco soprattutto in Basilicata (+0,8%) e Campania (+2,8%).
-200 -168
Quanto alla composizione -189per genere, sono osservabili dinamiche molto eterogenee tra territori: in valore as- 37
soluto,-250
nelle regioni meridionali e del Centro è cresciuta di più la componente maschile, nel Nord-Ovest e nel Nord-
Nord-Ovest Nord-Est Centro Mezzogiorno
Est quella femminile (Fig. 7). In presenza di una crescita percentuale media dell’occupazione femminile superiore
all’analogo dato degli uomini (+3,8% contro +3,3%), al Sud con la ripresa non si osservano segnali apprezzabili

Figura 6 Occupati per età (var. in migliaia 2019-23)

15-34 35-49 50 e oltre


300
228 212
183 171
200

100 80 76 61 62

-100 -60

-135
-200 -170
-237
-300
Nord-Ovest Nord-Est Centro Mezzogiorno

Fonte: elaborazioni Svimez su dati Istat.

Uomini Donne
-135
-200 -170
-237
-300
Nord-Ovest Nord-Est Centro Mezzogiorno
Rapporto Svimez 2024 L’economia e la società del Mezzogiorno PARTE PRIMA _ Europa, Italia, Mezzogiorno

Figura 7 Occupati per genere (var. in migliaia 2019-23)

Uomini Donne
140 128
120

100 85
80 74

51 55
60

40 34
20 24
20

0
Nord-Ovest Nord-Est Centro Mezzogiorno

Fonte: elaborazioni Svimez su dati Istat.

di convergenza di genere. La regione del Mezzogiorno dove la nuova occupazione è “meno donna” è la Campania
(+4,8% gli uomini, +1,5% le donne); in Sardegna, l’occupazione Tempoa determinato
fine 2023 era calataTempo indeterminato
più nella componente fem-
minile che in quella maschile; di segno opposto la tendenza in Puglia e Basilicata, dove l’occupazione 4,4 femminile è
3,6
38 crescita4 a ritmi più sostenuti. 1,8
2,8
Il post-pandemia si è dunque caratterizzato per una significativa ripresa dell’occupazione, che si è accompa-
gnata con -1 la positiva evoluzione di alcuni aspetti qualitativi, in particolare tempo indeterminato e a tempo pieno,
che tuttavia, soprattutto nel Mezzogiorno-2,3 non mutano la natura frammentata del mercato del lavoro con livelli
anomali, -6
rispetto agli indicatori europei, di precarietà giovanile e di discriminazione della componente femminile.
-4,9
La ripresa occupazionale si è riflessa in un miglioramento dei principali indicatori del-5,4
mercato del lavoro, so-
stanzialmente in linea con quanto avvenuto per la media Ue a 27 paesi (Tab. 2). Oltre al miglioramento dei diversi
-11
indicatori “tradizionali”, va segnalato quello di due misure allargate-9,9 di mancata partecipazione al mercato del lavo-
Nord-Ovest Nord-Est Centro Mezzogiorno
ro: il tasso di mancata partecipazione e l’indice di labour slack stimato dalla Svimez, entrambi in calo soprattutto
nel Mezzogiorno, dove d’altra parte partivano, e restano, su valori strutturalmente più elevati rispetto al resto del
Paese e della media europea.
Il tasso di mancata partecipazione è una misura di sottoutilizzo del lavoro che prende in considerazione, oltre ai
disoccupati, anche gli scoraggiati (persone disp. Tra il 2019 e il 2023, il tasso di mancata partecipazione si è ridotto
dal 34,1 al 28% nel Mezzogiorno; rimanendo tuttavia superiore di oltre tre volte al valore del Centro-Nord (8,7%).
Il labour slack Svimez è calcolato, per dar conto delle peculiarità del mercato del lavoro italiano, aggiungendo
agli scoraggiati e a coloro che cercano ma non sono disponibili, il 50% dei lavoratori in part-time involontario.
Questo indice del “non lavoro”, tra il 2019 e il 2023 è calato nel Mezzogiorno dal 39,3 al 33%. Al di là di questa favo-
revole tendenza, però, il “non lavoro” nel MezzogiornoTempo restapieno
su valori più che doppi che
Part-time
nel resto del Paese. Le tre
Part-time involontario
regioni meridionali con i tassi di “non lavoro” più elevati sono Sicilia (38%), Campania e Calabria (entrambe 36,8%).
6
Nel Mezzogiorno si contano circa tre milioni di lavoratori “sottoutilizzati”, di cui quasi un
3,9 milione rientranti nella
4
definizione ufficiale di persone in cerca di occupazione, circa 1,62,1milioni di forze lavoro potenziali e circa 400 mila
2,5
occupati2 in part time involontario mentre0,9nel Centro-Nord l’area del sottoutilizzo
0,2 si attesta sotto a circa 2,8 milioni
di unità.0
-2 -1,0
-4 -2,7 -3,1
-3,7
-6
-5,6
-8
-8,2
2. Il lavoro nel post-Covid

Tabella 2 I principali indicatori del mercato del lavoro

Tasso di Tasso di
Tasso Tasso di Tasso di
disoccupazione mancata Slack
Regioni di attività occupazione disoccupazione
giovanile partecipazione
e macroaree
2019 2023 2019 2023 2019 2023 2019 2023 2019 2023 2019 2023

Piemonte 71,6 71,6 66,0 67,1 7,6 6,1 26,8 20,3 12,1 9,5 17,5 13,7

Valle d’Aosta 73,1 74,8 68,3 71,8 6,5 4,0 21,9 16,6 10,3 6,7 15,0 10,4

Liguria 70,1 71,9 63,2 67,4 9,5 6,1 23,9 20,3 15,1 10,5 20,5 11,0

Lombardia 72,5 72,2 68,4 69,3 5,6 4,0 18,3 15,4 9,6 7,4 14,4 11,2

Trentino-Alto Adige 74,4 74,4 71,4 72,3 3,9 2,8 9,7 9,0 6,7 5,3 10,8 8,3

Veneto 71,6 73,6 67,5 70,4 5,6 4,2 18,2 14,1 9,1 6,6 14,0 10,0

Friuli-Venezia Giulia 71,0 72,1 66,6 68,7 6,1 4,6 20,0 14,1 10,4 7,7 15,2 11,5

Emilia-Romagna 74,6 74,4 70,4 70,6 5,5 4,9 18,4 17,0 9,7 8,2 14,9 11,7

Toscana 71,8 73,3 66,8 69,3 6,7 5,2 23,5 17,8 11,9 8,8 17,9 13,7

Umbria 70,6 70,7 64,5 66,5 8,5 6,0 26,5 18,3 13,7 10,0 19,8 15,2

Marche 71,2 71,2 64,9 67,4 8,6 5,1 23,4 17,7 13,7 8,9 18,5 13,2

Lazio 68,0 68,2 61,1 63,2 9,9 7,1 29,6 21,4 17,0 12,7 23,1 18,2
39
Abruzzo 65,6 66,9 58,2 61,3 11,1 8,0 34,8 20,6 18,9 14,0 24,6 19,1

Molise 62,4 63,1 54,7 56,9 12,0 9,6 44,6 25,7 24,4 20,6 29,4 26,2

Campania 52,1 54,1 41,4 44,4 20,1 17,4 46,7 40,8 37,5 32,3 42,3 36,8

Puglia 54,6 57,5 46,3 50,7 14,9 11,6 40,5 32,5 30,1 23,0 35,1 28,0

Basilicata 57,0 59,5 50,7 54,9 10,8 7,5 31,3 25,1 27,2 20,8 32,2 25,9

Calabria 53,3 53,3 41,9 44,6 20,9 15,9 48,6 44,4 37,6 32,1 43,0 36,8

Sicilia 51,7 53,5 41,2 44,9 19,9 15,8 51,1 42,0 40,0 32,6 45,2 38,0

Sardegna 63,4 62,5 53,7 56,1 14,9 10,0 46,4 26,7 26,8 22,0 33,5 28,1

Nord-Ovest 72,0 72,0 67,3 68,6 6,5 4,8 20,9 17,0 10,8 8,2 15,8 9,8

Nord-Est 72,9 73,8 68,9 70,5 5,5 4,4 17,4 14,5 9,3 7,2 14,2 11,0

Centro 69,7 70,3 63,6 65,9 8,6 6,2 26,5 19,5 14,8 10,8 20,7 15,9

Centro-Nord 71,6 72,1 66,6 68,3 6,8 5,1 21,2 16,8 11,5 8,7 16,8 12,0

Mezzogiorno 54,6 56,3 44,8 48,2 17,6 14,0 45,6 36,7 34,1 28,0 39,3 33,0

Italia 65,7 66,7 59,0 61,5 9,9 7,6 29,2 22,7 18,9 14,8 24,1 18,6

Ue a 27 paesi 73,4 75,0 68,4 70,4 6,7 6,1 15,0 14,5 9,6 8,7 12,4 11,2

Fonte: elaborazioni su dati Istat e Eurostat.


Rapporto Svimez 2024 L’economia e la società del Mezzogiorno PARTE PRIMA _ Europa, Italia, Mezzogiorno

2.4 Le tendenze recenti

Le tendenze più recenti segnalano che il differenziale di crescita occupazionale favorevole al Sud si è progres-
sivamente ampliato dalla fine del 2022 fino alla prima metà dell’anno in corso.
Gli andamenti tendenziali relativi ai primi sei mesi del 2024 – variazioni tra la media dei primi due trimestri del
2023 e lo stesso periodo dell’anno in corso – mostrano l’allargamento della forbice di crescita favorevole al Sud:
+2,5% contro +1,2% nel Centro-Nord.
Questa accelerazione si è accompagnata all’accentuazione delle peculiari caratteristiche qualitative osservate
nel biennio precedente, relative a contributi settoriali, tipologia contrattuale e di orario prevalenti, e composizione
per età e genere dell’occupazione.
L’analisi settoriale evidenzia che la crescita dell’occupazione nazionale ha riguardato tutti i settori tranne l’agri-

Tabella 3 Occupati per settore (var. % 2023-24, media dei primi due trimestri)

Regioni Industria in senso


Agricoltura Costruzioni Servizi Totale
e macroaree stretto
Piemonte -8,0 3,7 17,7 2,3 3,2
Valle d’Aosta 13,0 -6,7 1,0 1,9 1,2
Liguria 1,0 6,3 -6,2 -0,6 0,0
Lombardia 1,6 -1,7 -1,9 2,5 1,2
Trentino-Alto Adige -1,5 -2,8 14,7 0,2 0,5
Veneto -12,2 1,0 3,3 -2,0 -1,1
40
Friuli-Venezia Giulia 3,0 -3,5 7,1 2,4 1,4
Emilia-Romagna 7,3 -0,6 0,5 1,7 1,2
Toscana -4,0 2,7 3,0 3,3 2,9
Umbria 13,4 -9,3 -8,3 5,4 1,2
Marche -19,5 5,6 -4,7 1,8 1,7
Lazio -9,0 -2,3 6,3 1,3 1,0
Abruzzo -18,9 -3,6 -5,6 2,8 -0,1
Molise 38,3 -14,2 -15,9 1,3 -1,8
Campania 2,6 -8,6 17,8 3,8 2,9
Puglia -8,2 2,4 11,7 1,5 1,7
Basilicata -1,5 -5,4 1,9 6,9 3,5
Calabria -2,1 9,5 -4,1 1,4 1,2
Sicilia -14,3 12,4 12,5 4,8 4,3
Sardegna 25,0 6,3 27,9 -1,3 2,8
Nord-Ovest -2,9 0,1 2,5 2,1 1,6
Nord-Est -2,0 -0,3 3,9 0,1 0,2
Centro -7,5 0,8 2,6 2,2 1,7
Centro-Nord -4,1 0,1 3,0 1,6 1,2
Mezzogiorno -5,2 -0,2 11,1 2,8 2,5
Italia -4,7 0,1 5,4 1,9 1,5

Fonte: Elaborazioni Svimez su dati Istat.


2. Il lavoro nel post-Covid
15-34 35-49 50 e oltre
300
228 212
183 171
200
coltura (Tab. 3). Gli occupati agricoli sono calati del 4,7%; sono risultati ancora in aumento gli occupati nelle costru-
zioni (+5,4%),
100
mentre
80 sono rimasti sostanzialmente
76 sui livelli del primo semestre 2023 gli occupati dell’industria in
61 62
senso stretto. Nei servizi (+1,9%) sono cresciuti più lentamente i comparti del commercio e delle attività di alloggio
e ristorazione
0 (+1,5%) rispetto alle altre attività (2,1%). Più in dettaglio, sono cresciute sensibilmente le attività
finanziarie e assicurative (+7,9%) e la Pubblica amministrazione (+4,1%).
Le-100
dinamiche più recenti confermano anche gli andamenti alquanto differenziati a livello-60territoriale: l’occu-
pazione agricola flette in tutte le ripartizioni, ma con ritmi meno accentuati -135 nel Nord. Nel Mezzogiorno crescono
-200
sensibilmente le costruzioni e i servizi, mentre-170 al Centro-Nord risulta più contenuta la dinamica delle costruzioni e
gli occupati
-300
industriali-237
si rilevano in moderato aumento.
La dinamica piùNord-Ovest
accentuata dell’occupazione nel Mezzogiorno è Centro
Nord-Est ascrivibile a una forteMezzogiorno
crescita degli occupati
delle costruzioni (+11,1%), mentre flettono moderatamente gli occupati nell’industria in senso stretto (-0,2%), in calo
anche nel Nord-Est (-0,3%) e stabili nel Nord-Ovest (+0,1%). La dinamica molto favorevole degli occupati delle co-
struzioni, territorialmente diffusa anche se con ritmi differenziati, riflette presumibilmente il trascinamento degli
effetti del superbonus e all’avvio delle opere finanziate dal Pnrr.
Nell’ambito dei servizi, al Sud cresce sensibilmente il comparto commerciale legato al turismo (+4,8%), a fronte
di una crescita dell’1,9% del complesso degli altri servizi. Nelle ripartizioni del Nord il comparto Uomini più dinamico
Donne è inve-
140 degli altri servizi (+2,1%), mentre è in calo l’occupazione nel comparto commerciale
ce quello 128e turistico. Nelle regio-
ni del120Centro cresce in misura più accentuata il comparto commerciale (+3% a fronte del +1,9% degli altri servizi).
Guardando più in dettaglio all’interno delle attività terziarie, nel Mezzogiorno i comparti più dinamici sono infor-
100
mazione e comunicazione (+7,3%), alloggio e ristorazione e pubblica amministrazione (+5,2%) e commercio 85 (+4,6).
Nel Nord-Ovest
80 74
i trasporti (+15,2%), le attività finanziarie e assicurative e la pubblica amministrazione. Nel Nord-Est
le attività finanziarie e assicurative
51
(+12,5%) e i servizi
55 alle imprese (+5,6%), mentre nelle regioni centrali spiccano
60
i servizi di informazione e comunicazione (+8,7%) e il commercio. 41
40 Mezzogiorno la flessione del settore 34
Nel agricolo è essenzialmente ascrivibile
24 ai forti cali in Abruzzo, Puglia e
20
Sicilia.20Gli occupati agricoli flettono con minore intensità anche in Calabria e Basilicata. All’interno di una dinamica
sostanzialmente stagnante dell’occupazione industriale nel Mezzogiorno vanno sottolineati gli aumenti sensibili
0
registrati in Puglia, Calabria e, soprattutto, in Sicilia. Cali sensibili si rilevano in Campania, Abruzzo e Molise. Nei
Nord-Ovest Nord-Est Centro Mezzogiorno
servizi, nell’ambito di un andamento positivo che interessa tutte le regioni, le regioni più dinamiche sono Campania,
Basilicata e Sicilia. Il comparto commerciale e turistico cresce in particolare in Abruzzo, Basilicata, Campania,
Calabria e Sardegna, mentre gli altri servizi crescono sensibilmente in Molise, Basilicata e Sicilia.

Figura 8 Occupati dipendenti per carattere dell’occupazione (var. % 2023-24, media dei primi due trimestri)

Tempo determinato Tempo indeterminato

4,4
3,6
4 2,8
1,8

-1
-2,3
-6 -4,9 -5,4

-11 -9,9
Nord-Ovest Nord-Est Centro Mezzogiorno

Fonte: elaborazioni Svimez su dati Istat.


Tempo determinato Tempo indeterminato
Tempo determinato Tempo indeterminato
4,4
3,6
4 2,8
1,8 4,4
3,6
4 2,8
Rapporto Svimez 2024 L’economia e la società del Mezzogiorno 1,8 PARTE PRIMA _ Europa, Italia, Mezzogiorno
-1
-1 -2,3
-6 -4,9 -2,3 -5,4
Le tendenze più recenti sulla qualità dell’occupazione appaiono in continuità con quanto evidenziato nel prece-
-6 -4,9
dente biennio. -5,4
-11 -9,9
Nella prima metà del 2024, le regioni meridionali si caratterizzano per una crescita più accentuata dei dipen-
-11 Nord-Ovest Nord-Est Centro Mezzogiorno
denti a tempo indeterminato (+4,4% rispetto al 2023, seguite dal-9,9 Nord-Ovest +3,6%). Crescite più contenute dei
Nord-Ovest Nord-Est Centro Mezzogiorno
permanenti si rilevano nel Nord-Est (+1,8%) e nel Centro (+2,8%). In calo in tutte le ripartizioni il lavoro a termine
con particolare intensità nelle regioni del Centro (-9,9%). I dipendenti a termine flettono del 5,4% nelle regioni me-
ridionali, del 4,9% e del 2,3% nel Nord-Ovest e nel Nord-Est.
Il miglioramento dell’occupazione caratteristico della ripresa è comunque intervenuto in un mercato del lavoro
divenuto sempre più flessibile nell’ultimo ventennio, e nel quale, soprattutto nel Mezzogiorno, la precarietà è diven-
tata un fenomeno tutt’altro che marginale, in comparazione ad altre economie europee. Nelle regioni meridionali,

Figura 9 Occupati per tipologia d’orario (var. % 2023-24, media dei primi due trimestri)
Tempo pieno Part-time Part-time involontario

6 Tempo pieno Part-time Part-time involontario


3,9
64 2,5 2,1 3,9
42 0,9
2,5 2,1 0,2
20 0,9
0,2
-2
0 -1,0
-4
-2 -2,7 -3,1 -1,0 -3,7
-6
-4 -2,7 -3,1
-3,7 -5,6
-8
-6
-8,2 -5,6
42 -10
-8
-12
-10 -8,2 -10,8
-12 Nord-Ovest Nord-Est-10,8 Centro Mezzogiorno
Nord-Ovest Nord-Est Centro Mezzogiorno

Fonte: elaborazioni Svimez su dati Istat.

Figura 10 Occupati dipendenti a termine (in % del totale dipendenti) e in part-time involontario
(in % del part-time), 2023
% Dipendenti a termine Part-time involontario
80
% Dipendenti a termine Part-time involontario
72,9
70
80
60 72,9
70
53,4
50
60 48,5 46,2
40 53,4 41,2
50 48,5 46,2 35,3
30
40 21,5 41,2
16,0 17,2 17,4 35,3 23,1
20
30 14,1 18,3 12,0
21,5 10,8
16,0 17,2 17,4 15,7 23,113,5
10
20 14,1 18,3 12,0 5,1
10,8
15,7 13,5
100 5,1
no rno

rd rd

llo llo

ia ia
na na

ia ia

27 e 27
lia talia

0
cia ci
No No

an an
ga oga
ec Grec
ag Spag
ior io

an an

rm Germ
o- ro-
og og

U
Fr Fr
rto Port
zz ezz

ntr Cent
Ita
M

Ue
Gr
Sp

Ge
Po

Fonte: elaborazioni Svimez su dati Istat e Eurostat .


Me

Ce
2. Il lavoro nel post-Covid

più di un lavoratore su cinque è assunto con contratti a termine: 21,5%, contro una media europea del 13,5% (Fig.
10). Le forme contrattuali a tempo determinato sono più diffuse fra le donne e i giovani. Al Sud, inoltre, si permane
in posizioni temporanee più a lungo: quasi un quarto dei dipendenti a termine nel Mezzogiorno lo è da almeno 5 anni
(23,9%; il dato del Centro-Nord è del 14,9%). La minore diffusione di posizioni permanenti è spiegata soprattutto
dalla presenza di una struttura produttiva che più si presta a ricorrere al lavoro flessibile, soprattutto per la più
marcata specializzazione nel terziario tradizionale e la più contenuta dimensione media delle imprese.
Nonostante l’inversione di tendenza sopra rilevata, l’Italia, a fronte di una quota di occupati part-time simile alla
media europea (17,6%), è caratterizzata da una quota di tempo parziale involontario strutturalmente più elevata,
per effetto della dinamica crescente osservata nel ventennio pre-pandemia (35% nei primi anni Duemila; 65% nel
2020). In Italia il fenomeno è spesso l’esito involontario di una marginalizzazione del lavoro – che colpisce soprat-
tutto le donne, i giovani, i lavoratori meno istruiti e i dipendenti a termine – che sottende una gestione degli orari,
soprattutto nelle imprese di grandi dimensioni, orientata a ridurre il costo del lavoro. Le clausole flessibili permet-
tono inoltre di variare l’orario di lavoro del contratto part-time trasformandolo all’occorrenza “di fatto” in full-time,
in presenza di picchi di lavoro.
Nell’Unione europea, dove è in calo ormai dal 2014, la percentuale del part-time involontario è al di sotto del
20%, con valori particolarmente contenuti in Germania (5,1%) è relativamente elevati, superiori al 40%, in Grecia
e Spagna. Il dato medio italiano sottende un netto dualismo territoriale: nel Mezzogiorno quasi i tre quarti degli
occupati part-time (72,9%) si trovano in questa condizione, a fronte del 46,2% nel Centro-Nord (Fig. 10).

Figura 11 Salari reali (var. %, IV trim. 2019 - II trim. 2024)

3,2 2,8
3 2,2 43
2
1
0
-1
-2 -1,4
-1,9
-3
-4 -3,3
-5 -4,5 -4,8
-6
-5,7
d
o

no
ea

nia

cia
na

lia
A

or
nit
US

ior
Ar

Ita
ag

-N
a

an
oU

rm

og
ro
Sp

ro
Fr
gn

Ge
Eu

nt

zz
Re

Ce

Me

Fonte: elaborazioni Svimez su dati Ocse.

Infine, la criticità più rilevante per la quale va scontata la ripresa occupazionale italiana, e meridionale in parti-
colare, è il duro colpo inferto dall’inflazione al potere d’acquisto dei redditi da lavoro nella fase di ascesa e succes-
sivo parziale rientro dallo shock inflazionistico: tra il II trimestre 2021 e II trimestre 2023, nel Mezzogiorno i salari
reali sono calati di quasi l’11%, contro una media europea del 6%.
A consuntivo dello shock, si conferma il crollo del potere d’acquisto dei salari reali in Italia, e nel Mezzogiorno
in particolare: tra il quarto trimestre 2019 e la prima metà dell’anno in corso, al Sud l’inflazione ha eroso i salari
con una riduzione di 5,7 punti percentuali, contro -1,4 della media dell’eurozona. Un vero e proprio crollo causato
dall’agire di fattori congiunturali sfavorevoli (più sostenuta dinamica dei prezzi e ritardi nei rinnovi contrattuali) in
un mercato del lavoro che ha raggiunto livelli patologici di flessibilità, nel quale si è ampliata a dismisura la platea
di lavoratori precari e non tutelati.
Rapporto Svimez 2024 L’economia e la società del Mezzogiorno PARTE PRIMA _ Europa, Italia, Mezzogiorno

44
3. Cambiano le politiche

3. Cambiano
le politiche

3.1 Le scelte

La fase straordinaria che ha caratterizzato il periodo successivo all’inizio della pandemia è stata affrontata in
tutti i maggiori paesi adottando politiche di bilancio fortemente espansive.
I paesi dell’eurozona hanno utilizzato la leva della politica di bilancio, anche se i livelli del deficit pubblico rag-
giunti nell’area sono rimasti inferiori a quelli registrati in altre economie, come quella americana. All’interno del qua-
dro europeo, il deficit italiano si è disallineato da quello degli altri paesi, soprattutto perché il costo degli incentivi
fiscali alle ristrutturazioni immobiliari è risultato più elevato di quanto preventivato. La politica di bilancio italiana è
stata quindi più espansiva rispetto agli altri paesi europei.
Già da quest’anno l’Italia è chiamata a realizzare un drastico miglioramento dei saldi di finanza pubblica. Il mi-
glioramento del saldo è già incorporato nel quadro tendenziale riflettendo soprattutto il venir meno delle misure di
carattere transitorio introdotte durante gli anni scorsi: principalmente le misure contro il caro energia, i bonus edi-
lizi e gli interventi di riduzione del cuneo fiscale che erano stati introdotti a valere sul 2024 e che il governo intende
rendere permanenti.
Tuttavia, l’aggiustamento del saldo programmato nei prossimi anni nel Piano strutturale di bilancio di medio
termine (Psb) è particolarmente severo e gli spazi fiscali a disposizione limitati. 45
Cosa accadrà allora nei prossimi anni, quando la politica di bilancio sarà orientata da obiettivi ben più severi
rispetto agli anni scorsi?
Evidentemente andranno individuate delle priorità, tra le quali l’investimento pubblico in istruzione e sanità dovreb-
be avere un ruolo preminente. Dalle scelte che saranno fatte dipenderanno gli ambiti dell’intervento pubblico più inte-
ressati dal ridimensionamento della spesa, quali saranno i ceti e quali i territori che ne subiranno maggiormente i costi.

3.2 L’eredità della crisi sul quadro di finanza pubblica

La difficile fase attraversata dalle economie europee con l’arrivo della pandemia prima, e la crisi energetica
poi, ha sollecitato il ricorso a misure di politica economica straordinarie. Questo è avvenuto non solo attraverso
politiche monetarie del tutto eccezionali, ma anche a seguito della sospensione delle regole del Patto di Stabilità
europeo, che ha portato ad adottare politiche di bilancio fortemente espansive. Si è osservato un ampliamento dei
deficit pubblici, portatisi su livelli non sperimentati nei paesi europei almeno dai primi anni Novanta. La politica
di bilancio ha trovato un impulso ulteriore nella prima esperienza di creazione di una capacità fiscale autonoma
dell’Unione europea, a seguito dell’emissione di titoli comuni per il finanziamento del NGEu.
L’ampio ricorso alla leva fiscale ha rappresentato un cambiamento importante nell’impostazione delle politiche,
che negli ultimi decenni erano state guidate dall’idea che le recessioni andassero contrastate soprattutto con gli
strumenti della politica monetaria, mentre la politica fiscale avrebbe dovuto limitarsi a fare variare i saldi di bilan-
cio entro i limiti necessari per lasciare operare gli stabilizzatori automatici. Questa articolazione delle politiche, che
ispirava le regole della governance economica europea, puntava a evitare che un utilizzo eccessivo della politica di
bilancio potesse tradursi in un eccesso di debito pubblico da finanziare, che a sua volta avrebbe ridotto la capacità
di intervento della banca centrale, condizionandone le scelte. Alcune analisi suggerivano anche l’eventualità che
Rapporto Svimez 2024 L’economia e la società del Mezzogiorno PARTE PRIMA _ Europa, Italia, Mezzogiorno

Figura 1 Stati Uniti, Giappone, Regno Unito e Area euro, eficit pubblico (in % del Pil)
Area euro
Usa Giappone Regno Unito Area euro
1

-1

-3

-5

-7

-9

-11

-13

-15

2024
2023
2022
2021
2019

2020
2018

Fonte: Commissione Ue, Spring forecast per il 2024.

forzature da parte delle politiche di bilancio in una direzione restrittiva potessero innescare miglioramenti delle
condizioni finanziarie tali da determinare addirittura effetti netti positivi sulla domanda.
Già prima della pandemia questa impostazione delle politiche europee era stata tuttavia oggetto di critiche
46 severe, legate soprattutto agli elevati costi economici e sociali emersi dopo la grande crisi finanziaria del 2008,
protrattasi per i paesi della periferia con l’arrivo della crisi dei debiti sovrani, e delle conseguenti manovre di con-
solidamento dei conti pubblici.
Con l’arrivo della pandemia, i paesi europei hanno quindi adottato
Germania
misure di segnoItalia
Francia
fortemente espansivo, con
Spagna
l’obiettivo
3 di limitare le perdite di output e occupazione. Si è cercato soprattutto di evitare che la crisi potesse
intaccare la struttura produttiva, generando effetti di tipo permanente sui livelli del prodotto, ovvero riduzioni
del livello
1 del Pil potenziale e incrementi del tasso di disoccupazione di equilibrio, come invece era accaduto dopo
la crisi del 2008. Molte misure hanno cercato difatti di prevenire chiusure definitive di imprese (come nel caso
-1
dell’erogazione di sussidi e prestiti agevolati con garanzie pubbliche) e limitare le interruzioni dei rapporti di lavoro
(soprattutto
-3 attraverso il largo utilizzo degli schemi di lavoro a orario ridotto).
Il nuovo ruolo attribuito alla politica di bilancio dal 2020 è anche stato legato all’obiettivo di fornire un sostegno
alla domanda,
-5 nel timore che le condizioni macroeconomiche prevalenti potessero ostacolare la trasmissione della
politica monetaria. Il rischio era che le economie occidentali potessero entrare in una fase di deflazione, e che
-7
la politica monetaria, andando incontro al limite dei tassi d’interesse pari a zero, potesse perdere di efficacia. In
particolare,
-9 diverse stime del tasso d’interesse naturale ne avevano evidenziato una caduta dopo la grande crisi
finanziaria, portando di fatto il livello dei tassi reali coerente con una politica monetaria neutrale vicino a zero1.
Questo-11avrebbe reso quindi necessario un livello dei tassi reali di segno negativo per potere rendere la politica
2020
2018

2024
2019

2021

2023
2022

monetaria accomodante, cosa evidentemente difficile da ottenere con tassi d’inflazione nulli o negativi. Di fatto, si
era entrati in una situazione prossima alla deflazione, che avrebbe potuto limitare la capacità delle banche centrali
di sostenere la domanda portando i tassi al di sotto del tasso neutrale. Anche per superare tale limite, le banche
centrali hanno optato per un allargamento degli strumenti, con le politiche di cosiddetto monetary easing.

1
Ad esempio, le stime del tasso neutrale della Fed di New ork seguendo l’approccio di Holston, Laubach, and illiams, https: [Link] rese-
arch policy rstar.

0
-1
3. Cambiano le politiche

In questo contesto, anche la politica di bilancio è stata chiamata ad assolvere un ruolo sostitutivo e di potenzia-
mento della politica monetaria, con la sospensione delle regole del Patto di Stabilità europeo per ben quattro anni,
dal 2020 al 2023.
Questa strategia di politica economica non è stata d’altra parte adottata esclusivamente dai paesi europei. Anzi,
Area euro
l’ampiezza dei deficit pubblici dell’insieme dei paesi dell’eurozona è stata nettamente inferiore a quella osservata
nelle altre maggiori economie avanzate, come Usa, GiapponeUsa e RegnoGiappone Regno
Unito. Gli Stati Unitonel 2020
Uniti Areahanno
euro raggiunto
1
un livello del deficit pubblico pari addirittura al 15% del Pil, e anche negli ultimi anni hanno mantenuto un disavanzo
intorno-1all’8% (Fig. 1).
Pertanto, dopo il superamento della crisi economica post-Covid, dal 2023 è iniziata una nuova fase, tutt’ora in
-3
corso, caratterizzata dalla gestione del percorso di normalizzazione delle politiche economiche.
Dal-5punto di vista della politica monetaria, la normalizzazione è già in una fase avanzata. Il ciclo dei rialzi dei
tassi d’interesse è terminato nel 2023, e già il 2024 ha visto le prime riduzioni da parte della Bce e di altre banche
-7
centrali. Inoltre, è stato avviato il quantitative tightening, con la graduale riduzione dello stock di titoli detenuti dalla
banca-9centrale.
Anche
-11 la politica di bilancio europea ha modificato la propria intonazione, avviando una fase di rientro del de-
ficit pubblico dei paesi membri. In generale, la discesa del deficit delle economie della zona euro è stata piuttosto
marcata-13 già da alcuni anni: da un livello sopra il 7% raggiunto nel 2020, il 2022-23 si è chiuso con un saldo dei paesi
dell’area
-15 prossimo al 3,5% del Pil, e il 2024, secondo le stime dei principali organismi internazionali, dovrebbe chiu-
dersi a consuntivo con un saldo vicino al 3%. Tale andamento suggerisce quindi che anche il consolidamento fiscale

2024
2023
2022
2021
2019

2020
2018

è in una fase avanzata, soprattutto se si confrontano i dati dell’eurozona con i livelli delle altre maggiori economie,
principalmente gli Stati Uniti.
Tuttavia, tale percorso di rientro non è stato uniforme fra i paesi europei: basti considerare che il 2023 ha regi-
strato un deficit pubblico al di sotto del 2% del Pil in Germania, e ancora sopra il 7% in Italia (Fig. 2). 47
Il fatto che il deficit pubblico italiano si sia posizionato su un livello superiore a quello delle altre maggiori
economie modifica a sua volta le prospettive della politica di bilancio italiana, considerando il maggiore sforzo di
correzione che ciò comporta nei prossimi anni.

Figura 2 Germania, rancia, Italia e Spagna, eficit pubblico (in % del Pil)
Germania Francia Italia Spagna
3

-1

-3

-5

-7

-9

-11
2020
2018

2024
2019

2021

2023
2022

Fonte: Commissione Ue, Spring forecast per il 2024.


Rapporto Svimez 2024 L’economia e la società del Mezzogiorno PARTE PRIMA _ Europa, Italia, Mezzogiorno

3.3 Il peso del superbonus e la spinta degli investimenti pubblici

Lo scostamento del deficit pubblico italiano durante gli anni scorsi è stato anche dovuto a errori di valutazione
degli oneri derivanti dai cosiddetti bonus fiscali per le ristrutturazioni di immobili. In particolare, la differenza fra
previsioni e consuntivi è stata molto ampia nel 2023. Il rally delle fatturazioni a fine 2023 ha superato largamente
quanto era stato preventivato, portando a chiudere l’anno con un deficit del 7,2%. Anche nei primi mesi del 2024,
le autorizzazioni del superbonus si sono mantenute su livelli elevati, spingendo poi il Governo a intervenire ancora
una volta, modificando nuovamente i criteri di eleggibilità al beneficio. Questo ha quindi portato a quasi azzerare le
autorizzazioni a partire dai mesi primaverili.
D’altra parte, le spese legate al superbonus, per quanto d’importo rilevante e superiore a quanto preventivato,
hanno un impatto sui conti pubblici di carattere transitorio, circoscritto al periodo di validità della misura. Non a
caso, il percorso di riduzione del deficit atteso da quest’anno è ampiamente guidato dall’esaurimento dell’impatto
del superbonus sui conti pubblici.
La fine degli effetti del superbonus è rilevante anche rispetto all’impatto sulla domanda interna, e quindi sui
livelli di attività economica, soprattutto con riferimento alla filiera delle costruzioni. Un punto significativo è che,
sebbene le fatturazioni di fine 2023 siano interamente classificate nei conti dello scorso anno in termini di compe-
tenza economica, è possibile che una quota non marginale di esse non sia stata legata a una semplice accelerazio-
ne dei lavori in prossimità della scadenza dei termini degli incentivi. In parte, si tratterebbe invece di fatturazioni
su lavori che sono stati poi realizzati nel corso del 2024. Una quota delle risorse del superbonus avrebbe pertanto
esercitato il rispettivo sostegno alla domanda oltre il termine di fine 2023. Ne deriverebbe che nel 2023 la politica di
bilancio sarebbe stata meno espansiva rispetto a quanto apparentemente evidenziato dai dati di finanza pubblica,
ma d’altra parte sarebbe meno restrittiva quest’anno.
48 Se la prosecuzione della spinta del superbonus è uno dei fattori che hanno sostenuto l’attività dell’edilizia nel
2024, resta tuttavia incerto l’effetto che il termine degli incentivi potrà produrre soprattutto nel corso del 2025, una
volta esauritasi la coda dei lavori.
Al proposito, un altro aspetto importante rispetto alla tenuta del ciclo delle costruzioni è l’eventualità che l’ar-
retramento degli investimenti privati possa essere compensato da una fase di rafforzamento degli investimenti
pubblici. Il tema delle opere pubbliche acquisisce un ruolo centrale nella strategia di politica economica dell’Italia.
Già con l’arrivo della pandemia era emersa una maggiore attenzione al tema dopo un lungo periodo in cui questa
voce della spesa pubblica aveva subìto forti riduzioni, con effetti particolarmente negativi sulla dotazione infra-
strutturale del Paese. In una prima fase, la maggiore attenzione al tema degli investimenti si era concretizzata in
un aumento delle risorse a disposizione degli enti locali. A ciò si è poi aggiunta la spinta legata alle opere finanziate
dal Pnrr, che portano a realizzare un importante programma di investimenti entro la metà del 2026, almeno sulla
base delle scadenze ufficiali.
Nella fase di avvio, l’impatto del Pnrr sugli investimenti pubblici è stato in realtà inferiore a quanto programma-
to. Tuttavia, dopo un periodo iniziale in cui le attività di carattere procedurale e amministrativo hanno assorbito il
maggiore sforzo dei rispettivi soggetti attuatori, la maggior parte dei progetti è ora in avanzata fase di realizza-
zione. Già nel 2022, e poi ancora nel 2023, è emersa un’accelerazione degli investimenti pubblici; una tendenza di
rilievo, anche per gli effetti diffusi sull’intero territorio nazionale che discendono da tali politiche.
In particolare, gli investimenti pubblici in costruzioni sono cresciuti del 41,5% nel 2023 a livello nazionale. Se-
condo le stime Svimez, l’accelerazione è stata più intensa al Centro (+56,1%), seguito dal Mezzogiorno (+50,1%);
più staccate, le due macroaree del Nord: +28% nel Nord-Ovest e +32,7% nel Nord-Est. Questa crescita annua si
somma a quella del biennio precedente, determinando un’espansione cumulata degli investimenti pubblici rispetto
al pre-pandemia dell’82,6% a livello nazionale; sono raddoppiati nella media delle regioni del Mezzogiorno (Fig. 3).
Oltre alla spesa in opere pubbliche, l’insieme degli investimenti pubblici è cresciuto in maniera significativa nel
2023, anche in questo caso più nel Mezzogiorno (+16,8%) rispetto al Centro-Nord (+7,2%). Come per la sola com-
3. Cambiano le politiche

Figura 3 Investimenti pubblici in costruzioni (var. %, prezzi correnti)

Regioni 2019 (a) 2023 su 2022


2023
e macroaree 2023
10,2
Piemonte 41,6 91,6 25,2
16,2
34,5 29,7
alle d’Aosta 16,2 85,5
41,6
Lombardia 34,5 70,4 -2,2 55,0

Trentino Alto Adige 10,2 10,6


48,6
49,8
eneto 29,7 57,3 58,9

riuli- enezia Giulia 25,2 31,5 31,6


62,8
52,1
Liguria -2,2 103,0
39,7 57,6
Emilia-Romagna 55,0 98,8
57,2
42,1
Toscana 48,6 91,0

Umbria 58,9 130,2 69,8

Marche 49,8 99,5

Lazio 62,8 86,9 60,4

Abruzzo 31,6 41,4


49
Molise 52,1 81,0 (b) 2023 su 2019

Campania 39,7 97,1 10,6


31,5
85,5
Puglia 57,6 117,6 70,4 57,3
91,6
Basilicata 57,2 73,0
98,8
103,0
Calabria 69,8 133,7
91,0
Sicilia 60,4 141,3 99,5
130,2
Sardegna 42,1 85,8
41,4
86,9
Nord-Ovest 28,0 80,6 81,0

Nord-Est 32,7 53,4 97,1 117,6


73,0
Centro 56,1 92,6 85,8

Centro-Nord 37,6 74,9 133,7

Mezzogiorno 50,1 100,0

Italia 41,5 82,6


141,3

Fonte: per l’Italia dati Istat; per le regioni e le macroaree stime Svimez.
Investimenti pubblici (var. %, prezzi correnti)
Fonte: per l’Italia dati ISTAT; per le regioni e le macroareeePARTE
Rapporto Svimez 2024 L’economia e la società del Mezzogiorno stimePRIMA
SVIMEZFonte: per l’Italia
_ Europa, Italia, dati ISTAT; per le regio
Mezzogiorno

Investimenti pubblici (var. %, prezzi correnti)


Fonte: per l’Italia dati ISTAT; per le regioni e le macroareee stime SVIMEZFonte: per l’Italia dati ISTAT; per le regio
Figura 4 Investimenti pubblici (var. %, prezzi correnti)
-0,5
3,2
Regioni 2019 (a)
-4,32023 su 2022
2023 5,6
e macroaree 2023 3,7
20,9 -0,5
Piemonte 20,9 61,6 3,2
-4,3 16,6
-15,3 5,6 3,7
alle d’Aosta -4,3 45,1
20,9
11,4
Lombardia 5,6 59,8 16,6 18,3
-15,3 14,6
Trentino Alto Adige -0,5 7,6
11,4 5,1
6,3 18,3
eneto 3,7 36,6 14,6 15,6

riuli enezia Giulia 3,2 23,6 5,1 12,1 17,9


6,3
15,6 16,6
Liguria -15,3 79,8 8,6
12,1 17,9
Emilia-Romagna 16,6 61,7 16,628,2
8,6
Toscana 11,4 65,1

Umbria 14,6 83,4 28,2


26,0
Marche 18,3 75,6

Lazio 6,3 97,7 26,0

Abruzzo 5,1 27,2 79,8


50
Molise 15,6 69,2 (b) 2023 su 2019
7,6 79,8
Campania 12,1 40,0
23,6
45,1
Puglia 17,9 70,5 59,8 36,6
61,6 7,6
Basilicata 16,6 30,8 23,6
45,1 61,7
79,8 59,8 36,6
Calabria 28,2 98,8 61,6
65,1
Sicilia 26,0 84,4 61,7 75,6
79,8 83,4
Sardegna 8,6 54,3
65,1 27,2
97,7 75,6
Nord-Ovest 5,4 62,5 83,4 69,2

Nord-Est 7,0 35,4 27,2 40,0 70,5


97,7
69,2 30,8
Centro 9,5 84,3 54,3
40,0 70,5
Centro-Nord 7,2 59,7 98,8
30,8
54,3
Mezzogiorno 16,8 58,9

Italia 10,3 59,4 98,8


84,4

84,4
Fonte: per l’Italia dati Istat; per le regioni e le macroaree stime Svimez.
3. Cambiano le politiche

ponente in costruzioni, gli investimenti pubblici sono cresciuti rispetto al 2019 a tassi elevati, in particolare nelle
regioni centrali (+84,3%); gli incrementi però sono stati sostenuti in tutte le regioni (Fig. 4).
Si può affermare, quindi, che l’Italia ha chiuso il periodo della crisi post-2019 non solo con un deficit pubblico più
elevato, ma anche con una ricomposizione della struttura del bilancio pubblico spostata decisamente sugli investi-
menti pubblici e sugli incentivi agli investimenti privati. Le politiche hanno giocato un ruolo fondamentale non solo
nell’orientare la domanda, ma anche nel guidare la composizione della crescita, che non a caso è stata sostenuta
soprattutto dalla ripresa dell’attività nella filiera dell’edilizia.
Tuttavia, a fronte di ciò, vi sono diverse voci della spesa pubblica che hanno evidenziato negli anni scorsi un
andamento molto debole. Questo è avvenuto non tanto attraverso misure esplicite di revisione della spesa, quanto
piuttosto limitando la dinamica della spesa a prezzi correnti, in un contesto di vivaci aumenti dei prezzi; ciò ha
quindi comportato una contrazione della spesa espressa in termini reali, come nel caso della sanità.
Nella Tabella 1 si confronta la struttura delle principali voci delle entrate e della spesa pubblica in termini di inci-
denza sul Pil nel 2019 e nel 2023. In tal modo si dispone di una rappresentazione sintetica delle poste di bilancio che
hanno concorso maggiormente al deterioramento del saldo. In particolare, dal confronto fra i due anni emerge come
l’aumento del deficit pubblico, quasi sei punti percentuali di Pil nel periodo, rifletta essenzialmente un aumento della
spesa (+6,7% del Pil), a sua volta largamente dipendente dall’aumento delle spese in conto capitale (+5,7% del Pil),
all’interno delle quali gli investimenti pubblici vedono un incremento di quasi un punto di Pil, mentre le “altre spese
in conto capitale” aumentano di quasi cinque punti di Pil (di cui circa quattro legati ai contributi agli investimenti
pagati alle famiglie, che comprendono il superbonus).

Tabella 1 Conto economico delle Amministrazioni pubbliche (in % del Pil, dal 2024 scenario tendenziale Pbs)
51
var. var.
2019 2023 2024 2025 2026 2027
2019-23 2023-27
Totale entrate 47,0 46,6 -0,4 46,7 47,5 47,6 46,9 0,3
Imposte indirette 14,5 13,7 -0,8 14,1 14,0 13,9 13,9 0,2
Imposte dirette 14,3 15,1 0,8 15,4 15,3 15,3 15,4 0,3
Contributi sociali 13,4 12,7 -0,8 12,7 13,4 13,4 13,4 0,7
Altre entrate 4,8 5,2 0,5 4,5 4,8 5,0 4,2 -1,0

Totale spese correnti 48,4 53,8 5,4 50,4 50,4 49,8 48,5 -5,3
Retribuzioni 9,6 8,8 -0,8 8,9 8,8 8,6 8,3 -0,5
Consumi intermedi 8,1 8,2 0,1 7,9 8,0 7,9 7,6 -0,6
Prestazioni sociali 20,0 19,9 -0,1 20,4 20,2 20,1 20,1 0,2
Altre uscite correnti 3,9 4,1 0,2 3,9 4,2 4,0 3,9 -0,2
Interessi 3,3 3,7 0,3 3,9 3,9 3,9 4,1 0,4
Spese in conto capitale 3,4 9,0 5,6 5,3 5,3 5,2 4,5 -4,5
di cui: investimenti 2,3 3,2 0,8 3,4 3,5 3,6 3,4 0,2
di cui: altre spese
1,1 5,9 4,8 1,9 1,8 1,6 1,1 -4,8
in conto capitale
Saldo -1,5 -7,2 -5,7 -3,8 -2,9 -2,1 -1,5 5,7
Saldo primario 1,9 -3,5 -5,4 0,1 1,0 1,8 2,5 6,0

Fonte: Istat e Pbs.


-9

-11

-13
Rapporto Svimez 2024 L’economia e la società del Mezzogiorno PARTE PRIMA _ Europa, Italia, Mezzogiorno
-15

2024
2023
2022
2021
2019

2020
2018
3.4 L’inizio del percorso di rientro

A partire da questa struttura dei conti, si possono esprimere alcune valutazioni riguardo al percorso di rientro
del deficit avviato da quest’anno, e atteso proseguire nei prossimi.
Per valutare la traiettoria dei conti pubblici, possiamo partire inizialmente dal quadro di finanza pubblica ten-
denziale, elaborato dal governo nel mese di settembre nel Psb. Tale quadro, costruito come da tradizione secondo
il criterio della legislazione vigente, affianca gli obiettivi descritti nel Piano, e che discutiamo nel paragrafo suc-
cessivo.
In particolare, come evidenziato dalla Figura 5, che illustra l’evoluzione dei saldi di bilancio, il deficit nel quadro
tendenziale mostra una discesa dal 7,4% del Pil nel 2023 sino alGermania
3,7% già nelFrancia
2025. Quindi
Italiauna correzione
Spagna di entità
clamorosa,3 quasi quattro punti in un biennio, destinata a protrarsi poi negli anni successivi. Un miglioramento di
questa entità, se effettivamente conseguito, costituirebbe uno degli episodi di più ampio aggiustamento fiscale mai
realizzato1 in Italia. Per vedere un aggiustamento altrettanto marcato bisogna difatti tornare indietro alla seconda
metà degli anni Novanta, quando l’Italia realizzò uno sforzo di correzione dei conti del tutto straordinario, allo
-1
scopo di conseguire il rispetto dei requisiti di Maastricht ai fini dell’ingresso nella moneta unica. Tuttavia, in quella
occasione-3 l’aggiustamento dei conti dipese largamente dalla caduta della spesa per interessi dovuta all’aspettativa
di ingresso nell’euro. In questa occasione, invece, l’aggiustamento è largamente guidato dal miglioramento del
-5
saldo primario, con un recupero la cui entità supererebbe anche quella osservata all’inizio dello scorso decennio
con la manovra Monti (Fig. 6). Sebbene la situazione attuale veda l’aggiustamento fiscale prodursi in un contesto
-7
evidentemente meno sfavorevole, questo cambiamento di regime determina incertezze in relazione alle prospettive
dell’economia
-9 italiana nei prossimi anni.
Sebbene si tratti di un miglioramento di entità notevole, un aspetto da sottolineare è che questa riduzione del
-11
saldo caratterizza già il quadro tendenziale di finanza pubblica, ovvero si materializzerebbe senza bisogno di in-
52
2020
2018

2024
2019

2021

2023
2022

terventi di correzione.
Questo andamento dipende in buona misura dal fatto che il saldo del 2022-23 incorpora misure di carattere
transitorio, che come già anticipato si esauriscono del tutto nel 2024-25: oltre al superbonus per le ristrutturazioni
edilizie, tali misure includevano anche i pacchetti contro il “caro energia” del 2022, in parte ancora confermati
nuovamente nel 2023.

Figura 5 eficit pubblico (in % del Pil), andamento storico e previsioni - quadro tendenziale, Italia
0
-1
-2
-3
-4
-5
-6
-7
-8
-9
-10
2024

2027
2004

2025
2026
2023
2022
2007
2008
1997
1998

2001

2010
2005
2006
2003
2002

2020
1995
1996

2009

2014
1999

2017
2018
2011
2000

2015
2016
2013
2012

2019

2021

Fonte: Istat e Psb, quadro tendenziale.


3. Cambiano le politiche

Figura 6 Saldo primario (in % del Pil), andamento storico e previsioni - quadro tendenziale, Italia

-1

-3

-5

-7
2002
1995
1996

2009

2014

2020
1999

2017

2024
2018

2027
2011
2000

2015
2016
2013
2012
2004

2019

2021

2025
2026
2023
2022
2007
2008
1997
1998

2001

2010
2005
2006
2003

Fonte: Istat e Psb, quadro tendenziale.

L’ordine di grandezza relativo a tali interventi è significativo. Il superbonus ha pesato sui conti del 2023 per ben
80 miliardi, mentre gli interventi contro il caro-energia, sono quantificabili in circa 15 miliardi2.
In definitiva, sui conti del 2023 pesano misure di carattere straordinario per un valore di quasi 100 miliardi di
euro, ovvero poco meno del 5% del Pil. Naturalmente, una volta esauritisi l’effetto di queste misure, i conti pubblici
sono destinati a migliorare spontaneamente. E difatti il miglioramento del saldo evidenziato nel quadro di finanza
pubblica tendenziale deriva largamente dal venir meno di questi impegni di carattere transitorio. Questo è quanto 53
viene evidenziato sempre nella Tabella 1, dove i dati del 2024 e degli anni successivi sono quelli del quadro tenden-
ziale.
Tuttavia, occorre anche ricordare che il quadro tendenziale di finanza pubblica disegna una discesa del deficit
anche perché considera come di carattere transitorio, cioè limitati al solo 2024, due interventi importanti: la con-
ferma per un altro anno della riduzione del cuneo contributivo e un primo intervento di attuazione della riforma
fiscale, relativo all’Irpef e alla deducibilità dei costi dal reddito di impresa (ai fini Ires e Irpef), oltre alla decontribu-
zione per le lavoratrici madri di due figli e la detassazione dei premi di produttività e del welfare aziendale.
La conferma del pacchetto di riforme avviate richiede dunque coperture aggiuntive dell’ordine di 0,9 punti per-
centuali di Pil, pari a circa 20 miliardi di euro, per il 2025, e di un punto percentuale all’anno per gli anni successivi.

3.5 Il Piano strutturale di medio termine

A partire dal quadro tendenziale appena descritto, il governo ha disegnato il programma della politica di bilancio
per i prossimi anni. La principale innovazione da questo punto di vista è rappresentata dalla cornice definita dalle
nuove regole europee.
La riforma della governance europea è l’esito di un lungo processo di contrattazione avviato prima dell’arrivo
della pandemia, ed ha sortito solo parzialmente gli esiti auspicati; il processo era stato difatti ispirato dall’obiettivo
di costruire dei piani di finanza pubblica in grado di garantire un andamento tendenzialmente decrescente del

2
In particolare, gli interventi principali hanno riguardato il contenimento dei prezzi dell’energia, attraverso la riduzione degli oneri di sistema e la riduzione
dell’Iva sul gas (per un ammontare pari a 7,8 miliardi); in entrambi i casi tali agevolazioni sono terminate nel 2024. In secondo luogo, vi sono i bonus sociali rela-
tivi alle utenze domestiche (circa 2 miliardi). Infine, vanno ricordati i crediti d’imposta a favore delle imprese per i maggiori costi dell’energia (per 6,3 miliardi).
Rapporto Svimez 2024 L’economia e la società del Mezzogiorno PARTE PRIMA _ Europa, Italia, Mezzogiorno

rapporto fra debito pubblico e Pil nei paesi ad alto debito, ma cercando di tenere conto delle specifiche condizioni
macroeconomiche dei diversi paesi. Fondamentalmente, si intendeva mantenere l’obiettivo della sostenibilità delle
finanze pubbliche, limitando alcune rigidità dell’impostazione che aveva caratterizzato lo scorso decennio dopo
l’adozione del Six Pack, e in particolare allentando i vincoli quantitativi in modo da evitare l’adozione di politiche di
bilancio di carattere pro-ciclico.
Nella versione finale, questo intento non ha trovato piena realizzazione, dato che sono stati nuovamente in-
trodotti vincoli quantitativi uniformi per tutti gli Stati membri. Tuttavia, gli obiettivi sono stati allentati rispetto
all’impostazione adottata dal 2011; l’obiettivo di medio termine per il deficit è posto adesso all’1,5% del Pil, meno am-
bizioso rispetto al pareggio (un avanzo dello 0,5% per l’Italia), mentre per il rapporto debito Pil si indica ai paesi che
superano il 90% un sentiero di discesa di almeno un punto percentuale all’anno (rispetto alla regola del “ventesimo”
che, ad esempio, avrebbe richiesto all’Italia una riduzione del rapporto di oltre tre punti all’anno nei prossimi anni).
In questo quadro, l’Italia da quest’anno è entrata, insieme ad altre sei economie, nella procedura per deficit
eccessivo che prevede in una prima fase un miglioramento annuo del saldo primario strutturale di mezzo punto
percentuale di Pil. Per i paesi nella procedura non operano invece gli obiettivi di discesa sul debito. Dati questi
obiettivi, il governo lo scorso mese di settembre ha varato il Psb 2025-29, indicando quindi le traiettorie che guide-
ranno l’azione della politica di bilancio nei prossimi anni.
Va ricordato che i vincoli europei, espressi in base all’andamento del saldo primario strutturale, sono tradotti,
nella nuova governance europea, in nuovo indicatore, la cosiddetta “spesa netta”3, la cui crescita è coerente ex ante
con la traiettoria del saldo primario strutturale. Tuttavia, la dinamica della “spesa netta” indicata nel Piano, una
volta quantificata, continua a rappresentare l’unico benchmark di cui tenere conto per verificare ex-post il rispetto
degli obiettivi. Essendo quantificato in termini monetari, questo indicatore non cambia in base alla revisione delle
stime del Pil potenziale, né tantomeno a seconda dell’andamento del ciclo economico, sino all’adozione di un nuovo
54 Piano da parte del governo successivo, e questo dovrebbe aumentare la trasparenza dell’intero processo di bilancio
da parte dei governi e dei parlamenti nazionali.
La variazione della spesa netta di fatto definisce un limite alla spesa pubblica primaria; è possibile per i paesi
membri fare aumentare la spesa a ritmi superiori a quanto stabilito per tale variabile, ma a condizione di fare au-
mentare le entrate in maniera corrispondente.
Dalla Tabella 2, che riporta l’andamento delle principali variabili di finanza pubblica secondo il Psb, si osserva
come l’Italia nei prossimi anni debba mantenere variazioni della spesa primaria tutti gli anni inferiori al 2%, una
crescita quindi più bassa rispetto all’inflazione prevista, e questo comporta una contrazione della spesa primaria
in termini reali, se non si vorrà intervenire con provvedimenti di aumento delle entrate.
In un quadro in cui gli obiettivi porteranno a ridurre il livello della spesa primaria complessiva, resta da capire
quali saranno le voci più sacrificate.
Il Piano mette in luce alcuni aspetti delle politiche della spesa attese nei prossimi anni. Innanzitutto, il governo
ha sottolineato di volere evitare che dopo il 2026 si verifichi una brusca contrazione degli investimenti pubblici, una
volta completato il Pnrr. Per questo, la spesa per investimenti negli anni finali del Piano è attesa su livelli ancora
elevati 4.
In secondo luogo, è stato esplicitato l’obiettivo di sostenere la spesa sanitaria, evitando che questa si contragga
in quota di Pil.
Terzo, sono stati ribaditi gli obiettivi di riduzione del cuneo fiscale rendendolo permanente dal 2025.
Naturalmente, dati questi obiettivi, e considerando l’ambizioso sforzo di miglioramento dei conti dettato dalle

3
Spesa pubblica al netto: della spesa per interessi; delle variazioni delle entrate dovute a misure discrezionali; dei programmi europei pienamente finanziati
da fondi europei; della componente nazionale della spesa su programmi cofinanziati dalla Ue; delle variazioni cicliche della spesa legate all’andamento della
disoccupazione; da altre misure di carattere temporaneo.
4
Gli investimenti post-2026 in realtà sono attesi su livelli elevati già nel quadro tendenziale, visto che questo incorpora il completamente del Pnnr sino al
2026, e le spese relative al Piano complementare nel periodo successivo.
3. Cambiano le politiche

Tabella 2 Traiettoria di riferimento della spesa netta secondo il piano del governo (in % del Pil, s.d.i.)

2024 2025 2026 2027 2028 2029


Indebitamento netto -3,8 -3,3 -2,8 -2,6 -2,3 -1,8
Saldo primario 0,1 0,6 1,1 1,5 1,9 2,4
Spesa interessi 3,9 3,9 3,9 4,1 4,2 4,2

ebito Pil 135,8 136,9 137,8 137,5 136,4 134,9


variazione ebito Pil
1,0 1,1 0,9 -0,3 -1,1 -1,5
(p. p. del Pil)

Saldo primario strutturale -0,5 0,0 0,6 1,1 1,6 2,2


ariazione saldo primario
4,0 0,5 0,5 0,5 0,7 0,6
strutturale (p. p. del Pil)

Spesa netta (var. %) -1,9 1,3 1,6 1,9 1,7 1,5

Fonte: Psb.

regole europee, gli spazi per sostenere le altre voci della spesa sono molto limitati. Per una quantificazione dello
“spazio fiscale” a disposizione del governo, si può confrontare l’andamento del deficit del quadro tendenziale con gli
obiettivi del Piano. Gli obiettivi sul deficit del Piano sono peggiorativi rispetto all’andamento del quadro tendenziale,
il che vuol dire che la manovra di finanza pubblica dispone di un ammontare di risorse da utilizzare per le politiche
che il governo intenderà introdurre: secondo le stime del Piano tale spazio fiscale, definito dalla differenza fra il 55
saldo tendenziale e il saldo programmatico, è di quattro decimi di Pil nel 2025, sette nel 2026, salendo all’1,1% del Pil
nel 2027. Si tratta evidentemente di un ammontare di risorse importante, ma insufficiente per ridare fiato alle voci
del bilancio più significative. Necessariamente, quindi, il percorso di miglioramento dei conti pubblici comporterà
scelte non semplici all’interno di un “sentiero stretto”, segnato da un andamento compresso della spesa. Natural-
mente, si tratta di un compito non semplice, nella misura in cui vi sono anche delle voci della spesa pubblica, come
la spesa pensionistica, che tendono a seguire un trend crescente in virtù delle tendenze demografiche, per cui l’ag-
giustamento da realizzare a carico di altre voci, come i redditi da lavoro e i consumi intermedi, appare significativo.

3.6 Nuove priorità

In questo quadro, un tema importante è rappresentato dal fatto che i processi di contenimento della spesa pub-
blica negli ultimi anni non sempre hanno seguito un approccio di selezione delle voci da ridimensionare in base ad
analisi delle priorità e delle modalità di erogazione delle prestazioni. La dinamica è stata quindi molto differenziata
fra le diverse voci della spesa, con l’alternanza di fasi di crescita o rallentamento relativo, seguendo più ragioni di
opportunità, anche politica, e la presenza o meno di spazi fiscali, ben diversi a seconda delle fasi storiche.
Se nel ventennio pre-pandemia i tagli si erano concentrati sugli investimenti pubblici, penalizzando soprattutto
il Sud, negli ultimi anni questi ultimi sono risultati in crescita vivace, fornendo un supporto decisivo alla ripresa so-
prattutto nelle regioni meridionali. Negli ultimi anni si è osservato invece un processo di contenimento delle spese
correnti che ha seguito soprattutto le caratteristiche delle diversi voci, in funzione del fatto che le regole di deter-
minazione dei rispettivi livelli si basassero o meno su meccanismi di indicizzazione automatica all’inflazione. Alcu-
ne voci, come le retribuzioni della Pa, ne hanno quindi risentito in misura maggiore, mentre altre, come le pensioni,
hanno retto meglio, almeno quelle sino alla soglia di quattro volte la minima, che hanno mantenuto l’indicizzazione
Rapporto Svimez 2024 L’economia e la società del Mezzogiorno PARTE PRIMA _ Europa, Italia, Mezzogiorno

piena ai prezzi. Ma nel complesso tutta la spesa primaria corrente è stata tenuta sotto controllo. Basti considerare
che, come evidenziato nella Tabella 1, fra il 2019 e il 2023 la spesa primaria corrente si è già ridotta, passando dal
41,7% al 41,1% del Pil, un risultato che evidentemente sorprende se si considera che questi sono anni in cui il deficit
pubblico ha raggiunto livelli elevatissimi.
Cosa accadrà allora nei prossimi anni, quando la politica di bilancio sarà orientata da obiettivi ben più severi
rispetto agli anni scorsi?
Se prendiamo a riferimento il quadro tendenziale del governo, la spesa primaria corrente dovrebbe ridursi an-
cora, scendendo al 39,9% del Pil. E, d’altra parte, come abbiamo visto, sappiamo anche che lo spazio fiscale, già
ristretto, è ampiamente assorbito dal taglio del cuneo fiscale. In definitiva, se questo è il quadro, nei prossimi anni
si potrà fare poco, e quel poco dovrà trovare apposite misure di copertura.
Queste premesse sollevano molti quesiti, perché in base alle modalità di tale contenimento si definirà anche
quali ambiti dell’intervento pubblico saranno i più interessati dal ridimensionamento della spesa, quali saranno i
ceti e quali i territori a subirne maggiormente i costi.
Tra le aree della spesa pubblica più delicate, quella sanitaria ha un ruolo preminente. Dopo la pandemia, sulla
sanità italiana si erano accesi i riflettori dell’opinione pubblica e della politica. Poi il sipario è sceso, ma i problemi
sono rimasti. Il governo non a caso si è impegnato a dare priorità alla spesa sanitaria. Nel quadro tendenziale di
finanza pubblica, le leggi vigenti già comportano che questa aumenti nei prossimi anni più della “spesa netta”, ma
questo non basta neanche a garantire l’invarianza di questa voce in quota di Pil (nel periodo passa dal 6,3% al 6,2%
del Pil).
Il sistematico sottofinanziamento della sanità pubblica ha già conseguenze per le fasce della popolazione che
riescono a integrare con risorse personali i servizi offerti dal pubblico, e per quanti invece vedono ridimensionarsi
le possibilità di cura, sino addirittura a rinunciarvi. È un terreno questo sul quale i divari territoriali sono molto
56 ampi5.
Bisognerà fare di più, e probabilmente qualcosa si farà, ma con ogni probabilità resteremo molto distanti
dall’8% che alcune ipotesi di policy indicano come l’obiettivo da raggiungere per portare il sistema sanitario in una
posizione adeguata alle esigenze della popolazione.

5
Svimez, Un paese due cure. I divari Nord-Sud nel diritto alla salute, Informazioni Svimez n. 1, febbraio 2024.
3. Cambiano le politiche

> Focus

L’AUTONOMIA DIFFERENZIATA: REFERENDUM E PROSPETTIVE PER UNA VISIONE CONDIVISA

a cura di Adriano Giannola | Presidente Svimez

La legge 86 per l’attuazione dell’articolo 116 comma 3 della Costituzione ha scatenato in pochissimi giorni una
forte reazione, da Nord a Sud, che ha portato a raccogliere circa 1,3 milioni di firme per un referendum abrogativo,
spazzando via l’afona nebbia nella quale era stata avvolta nel dibattito pubblico.
Quale che sia il responso della Suprema Corte interpellata dai cittadini e da alcune regioni, torna alla mente,
ironia della sorte, la vicenda della soppressione dell’intervento straordinario per il Mezzogiorno (che rinvia proprio
all’articolo 119 pre-riforma 2001), e che avvenne con una legge frettolosamente confezionata proprio per sfuggire a
una consultazione indetta per un referendum abrogativo.
L’auspicio è che questa mobilitazione popolare possa essere l’occasione per una riflessione sulla compatibilità
delle diverse riforme in pista.
L’urgenza di superare questo stallo fa emergere con ineludibile e logica concretezza nodi che non possono es-
sere sciolti né dall’indifferenza, né dall’astuzia con la quale è stata tessuta la trama della legge Calderoli.
Non si spiega, se non con l’imbarazzo sul da farsi, il fatto che il tema dell’Autonomia, caposaldo del programma
di legislatura, non venga mai evocato nel Piano strutturale di Bilancio 2025-2029, il vasto documento progettuale di
lungo termine presentato all’Ue e al Paese. Nella rassegna degli adempimenti riformatori correlati al Pnrr, realizzati
o in agenda, non compare neanche il riferimento al completamento del federalismo fiscale, che rappresenta una
delle riforme inserite nel Piano italiano e che dovrebbe concludersi entro il primo semestre 2026.
Non c’è stato verso nella fase dibattimentale di correggere i principali elementi che inquinano il percorso verso
l’Autonomia differenziata imposto con la legge 86 agli italiani tutti, favorevoli o contrari che siano all’avventura del 57
116 comma 3.
In primo luogo, l’attuale impianto della legge impedisce il superamento del criterio della spesa storica nell’attri-
buzione delle risorse erariali. Non un rischio, ma un fatto chiaramente sancito dalle regole della legge, tese, come
dice il Ministro per gli affari regionali e le autonomie, a realizzare “subito il massimo di autonomia possibile”.
A conferire una ragionevole certezza a questa considerazione sono i due tempi previsti nell’articolo 4.
Nel primo tempo, le intese sono immediatamente possibili per funzioni e materie non Lep, che sono da finan-
ziare “nei limiti delle risorse previste a legislazione vigente” (art. 4 comma 2). Con intese - inemendabili e di fatto
irreversibili - si costituzionalizza, così, il vigente criterio della spesa storica, contravvenendo all’impegno sempre
ribadito di superarlo con opportune politiche perequative da finanziare con i due fondi senza vincoli di destinazione
previsti nella legge 42 2009. Non meraviglia in questo contesto il definanziamento del fondo di perequazione infra-
strutturale, previsto - per la prima volta – dalla legge di bilancio nel 2022 (4,4 miliardi di euro per un quinquennio) e
successivamente ridimensionato (890 mln di euro per un decennio) nella legge di bilancio 2023.
Nel secondo tempo, la spesa storica rimane come criterio - senza nessuna urgenza di costituzionalizzazione
- anche per le materie Lep (art. 4 comma 1) per un duplice motivo: la mancata definizione dei Lep e, quando e se
definiti, la carenza di risorse, stante la clausola che il loro finanziamento è a condizione di saldi di bilancio invariati.
Alla luce di queste considerazioni, la legge Calderoli più che realizzare subito il massimo di autonomia possibile,
in realtà garantisce la massima rendita possibile a chi ne beneficia grazie al criterio della spesa storica: costituzio-
nalizzata ove possibile da intese inemendabili e sostanzialmente irreversibili e, parimenti, perpetuata per incapien-
za finanziaria laddove -in carenza dei Lep e di risorse- non si può procedere a intese.
Oggi sarebbe invece auspicabile un “lodo”, che maggioranza e opposizione potrebbero siglare nell’interesse na-
zionale, per cogliere e superare le obiezioni emerse e rimettere il percorso sui binari giusti predisposti fin dal 2009
Rapporto Svimez 2024 L’economia e la società del Mezzogiorno PARTE PRIMA _ Europa, Italia, Mezzogiorno

> Focus

dalla legge 42 (a firma sempre dell’on. Calderoli). Binari fino a oggi non solo disertati, ma dai quali, o per eccesso di
presunzione o per disperazione, la 86 2024 deraglia vistosamente con le sue contorsioni smaccatamente elusive.
Non si tratta di attardarsi in un’inutile contesa, ma di arrendersi al buon senso per intraprendere e ripristinare
con pazienza, e soprattutto buona volontà, un percorso chiaramente tracciato da anni per adempiere all’oppor-
tunità (agognata da alcuni, esorcizzata da altri, non un obbligo) contemplata nella riforma costituzionale (bella o
brutta che sia) del 2001. L’astuzia o - peggio ancora - la prepotenza non giova alla causa dell’autonomia, che rimane
un’opzione offerta a ben definite condizioni.
Va detto chiaramente che, quale che sia l’esito sulla richiesta del referendum abrogativo o il pronunciamento
sui quesiti delle regioni da parte della Corte costituzionale, esso non interverrà sul 116 comma 3, (il “problema”), ma
sulla legge di attuazione (il “percorso”). Al “problema” mirava la proposta di legge di iniziativa popolare di riforma
costituzionale approdata in Senato nel 2023 e inopinatamente accantonata, nel silenzio sostanzialmente unanime
di maggioranza e opposizione.
Al popolo referendario, giustamente ebbro di gloria per la lezione impartita da Nord, Centro e Sud, va riconosciu-
to che in ogni caso esso potrà legittimamente vantare di aver agito nell’interesse di tutti, estimatori e oppositori,
dell’Autonomia. A prescindere che si arrivi o meno al referendum, si denuncia che il voto parlamentare su contenuti
così rilevanti interviene disattendendo norme di legge vigenti, condivise dal 2009 in attuazione dell’articolo 119, mai
applicate, che a chiarissime lettere dettano le condizioni per attuare l’autonomia prevista dal 116 comma 3.
La contestazione delle modalità di attuazione disinquina e fa meritoriamente chiarezza sul metodo, non sul
58 problema sostanziale posto dal 116 comma 3. Ne discende l’esigenza di un “lodo riparatore che, in forma istituzio-
nalmente adeguata e condivisa, ripristini la strada chiaramente tracciata con tratti di assoluta cogenza dalla legge
42 2009.
Né, in merito a questo percorso, si può sfuggire all’esigenza di accendere una luce sulle conseguenze - finora
accuratamente o opportunisticamente sottaciute del percorso intrapreso. Appare infatti doveroso prospettare e –
finalmente - illustrare le prospettive che si aprono dall’attuazione dell’opzione offerta dal 116 comma 3.
Particolarmente rilevante appare il trasferimento dallo Stato alla regione della capacità di legislazione esclusiva
sulle funzioni oggetto delle intese, soprattutto con riferimento a funzioni extra Lep (quali grandi reti di trasporto,
energia, commercio con l’estero). Un ben peculiare trasferimento di sovranità, più o meno temperata, che potrebbe
costituire una condizione propedeutica a incentivare la realizzazione di ulteriori intese tra regioni sovrane secon-
do le modalità chiaramente definite in Costituzione all’articolo 117 comma 8 inserito nella riforma del Titolo V del
2001. Si potrebbe arrivare alla costruzione di una macroarea sovrana nelle competenze esclusive ricevute, ma non
indipendente.
Nella Repubblica del dualismo storico ed economico, quest’ultimo oggi più forte (sia all’interno che rispetto
all’Ue) di quello ereditato dall’intervento straordinario cessato nei primi anni Novanta, si profila un realistico sbocco
nel Grande Nord sovrano.
Si tratta di pure opportunità future, al momento, ma non prive di realismo. Una risposta totalmente eccentrica
rispetto alle condizionalità imposte in solido dall’intervento straordinario dell’Ue (il Pnrr) accorso in aiuto al gran
malato d’Europa. Un disegno che pone il quesito di come e con chi dialogherà l’Ue nell’Italia del 116 comma 3 e 117
comma 8.
Questa legittima prospettiva conduce il Paese a inevitabili evoluzioni che lo portano fatalmente al bivio di dover
scegliere se proseguire nel solco che ha ispirato la 42 2009 nel proposito di realizzare compiutamente il federali-
3. Cambiano le politiche

smo liberale incardinato sul principio di equità (Buchanan) o se privilegiare la transizione verso un confederalismo
regionale teso a garantire i diritti costituzionali richiamati dalla legge in primis ai propri cittadini. Un percorso che
sarà tanto più facile, rapido e consensuale se preventivamente avrà fissato regole condivise e non forzature per
eluderle.
In questa fase è, a nostro avviso, mutualmente opportuno e conveniente che ci si attenga saggiamente alle
procedure codificate nel 2009, mai attuate, ma sempre richiamate come patrimonio comune.
L′onere di aver correttamente adempiuto alla realizzazione di quel comune progetto è il miglior viatico per una
dialettica consapevole che indirizzi la scelta non necessariamente unanime tra l’equità del federalismo “compiuto”
e il destino confederale competitivo. Una scelta resa più semplice e sostanzialmente più efficiente se e perché
avviene a valle e non forzosamente a monte della fissazione dei Lep.
In questo quadro un “lodo” sulle “leggi Calderoli 2009-2024” potrebbe sortire un miracoloso effetto ricostituente
di cittadinanza attiva. Il testo del lodo, che faccia da ponte per recuperare la 42 2009 superando con eleganza la
86 2024, potrebbe consistere in un preambolo reso parte integrante e non negoziabile in ogni Intesa, da inserire in
forma cogente e incondizionata per decisione del governo centrale. Il preambolo condiziona - quale che sia l’intesa
raggiunta pro tempore - a recepire e applicare qualsiasi intervento normativo e regolamentare derivante dall’im-
plementazione della 42 2009 di attuazione dell’art. 119 per le parti che attengono alla realizzazione del federalismo
fiscale, confermando il prioritario impegno a superare, in qualsiasi funzione attribuita, il principio della spesa sto-
rica quale criterio di finanziamento. Stato e regione vengono vincolate a trovare soluzioni cooperative a questo
riguardo, in carenza delle quali lo Stato è tenuto inderogabilmente a modificare l’intesa per renderla compatibile 59
con gli immanenti, o comunque sopravvenuti e legittimi interventi legislativi.
Rapporto Svimez 2024 L’economia e la società del Mezzogiorno

60
Rapporto Svimez 2024
L’economia e la società del Mezzogiorno

PARTE SECONDA
DINAMICHE
DEMOGRAFICHE
E DIRITTI

61

| 4. Squilibri generazionali e migrazioni |


| 5. Il diritto all’istruzione |
| 6. Il diritto alla salute |
| 7. Il diritto al lavoro e all’inclusione |
| 8. Il diritto alla legalità |
Rapporto Svimez 2024 L’economia e la società del Mezzogiorno PARTE SECONDA _ Dinamiche demografiche e diritti

62
4. Squilibri generazionali e migrazioni

4. Squilibri generazionali
e migrazioni

4.1 La crisi

La progressiva perdita di giovani e l’allungamento dei tempi di vita hanno reso l’Italia il paese più vecchio d’Eu-
ropa. L’Italia è anche poco attrattiva nel contesto europeo: gli italiani continuano a trasferirsi all’estero, soprattutto
i più giovani con elevate competenze.
Denatalità, declino demografico e crescenti squilibri generazionali rappresentano una questione nazionale che
al Sud diventa emergenza.
Nell’ultimo ventennio, la decrescita demografica del Mezzogiorno si è prodotta per il sommarsi di saldi naturali e
migratori negativi. E il Sud ha subìto perdite consistenti di giovani. La tendenza al degiovanimento della popolazione
delle regioni centro-settentrionali è stata invece in parte controbilanciata dagli arrivi di giovani dal Sud e dall’estero.
Secondo le proiezioni demografiche al 2050, l’Italia sarà un paese con meno abitanti, meno giovane e meno
attrattivo. Ma emergono diverse Italie dal futuro. Spopolamento e degiovanimento della popolazione interesseranno
soprattutto il Mezzogiorno: l’80% della perdita secca di popolazione interesserà le regioni meridionali. Nel Mezzo-
giorno i giovani e le persone in età da lavoro dovrebbero ridursi di un terzo: le migrazioni continueranno a sottrarre
risorse umane alla società e all’economia del Mezzogiorno. Sono preoccupanti anche le proiezioni demografiche
per le regioni del Centro, mentre i flussi dal Sud e dall’estero attenueranno la recessione demografica delle regioni 63
settentrionali.
Il contrasto al gelo demografico necessita di politiche di lungo periodo orientate al rafforzamento del welfare
familiare, degli strumenti di conciliazione dei tempi di vita-lavoro, dell’offerta dei servizi per l’infanzia, dei sostegni
effettivi ai redditi e alla genitorialità, superando la frammentarietà degli interventi. Tra queste politiche rientrano a
pieno titolo quelle per la cittadinanza e l’integrazione economica e sociale, a partire dai minori, per favorire l’attra-
zione in Italia di nuove famiglie.

4.2 La demografia delle regioni italiane nel 2023

Nel 2023, la popolazione residente in Italia è calata di 7mila unità, per effetto di un calo di 81mila unità che ha
interessato le regioni meridionali non compensato dalla crescita registrata nel resto del Paese (+74mila).
La sostanziale stabilità della popolazione è stata assicurata dalla crescita dei cittadini stranieri (+166mila), in
larga parte al Centro-Nord (+121mila), che ha quasi sterilizzato il calo di quelli italiani (-174mila), in prevalenza resi-
denti nel Mezzogiorno (-126mila). Si conferma dunque un dato strutturale: il contributo degli stranieri alla dinamica
demografica nazionale interessa solo in maniera marginale le regioni meridionali.
Il saldo naturale (differenza tra nascite e decessi) è risultato negativo in tutto il Paese: -85mila nel Mezzogiorno;
-131mila al Nord; -65mila al Centro. Nel 2023 è infatti proseguita la tendenza alla riduzione delle nascite: 374mila nati
vivi a livello nazionale, 14mila in meno rispetto al 2022.
La contrazione delle nascite si è manifestata con analoga intensità in tutto il Paese (-3,5%): 137mila nel Mezzo-
giorno (-5mila rispetto all’anno precedente); 243mila nel Centro-Nord (-9mila). Tra le regioni meridionali, le nascite
sono calate con maggiore intensità in Sardegna (-6,1%), Abruzzo (-5,7%) e Sicilia (-3,7%); in quelle del Centro-Nord
la riduzione ha interessato la Valle d’Aosta (-8,3%), il Lazio (-5,1%), il Trentino Alto Adige (-5,0%); in Lombardia le
a orto ime 24 L’economia e la società del Mezzogiorno PARTE SECONDA _ Dinamiche demografiche e diritti

Figura 1 Saldi netti, naturali e migratori nel 2023

saldo naturale saldo migratorio interno saldo migratorio estero saldo complessivo

300

200
207
274
100
74
67 63
0 -7
-85
-81
-100 -196
-63
-281
-200

-300
Mezzogiorno Centro-Nord Italia

Fonte: elaborazioni Svimez su dati Istat .

nascite sono diminuite del 2,8%, in Campania del 3,6%.


Sono diminuiti sia i nati di cittadinanza italiana, sia quelli di cittadinanza straniera. Questi ultimi sono stati circa
50mila (3mila in meno dell’anno precedente), il 13,3% del totale delle nascite in Italia. Il contributo alle nascite degli
stranieri risulta particolarmente elevato nel Centro-Nord (17,7%), raggiungendo i valori massimi in Emilia-Romagna
64 (21,3%) e Lombardia (19,3%). Tra le regioni meridionali, dove i nati di residenza straniera rappresentano solo il 5,4%
del totale, si distingue l’Abruzzo con il 9,6%; la Sardegna registra il valore più contenuto (3,8%). Nonostante il forte
calo delle nascite, il Trentino Alto Adige conserva il più elevato tasso di natalità nel 2023 (7,9 a fronte di una media
nazionale di 6,4 ), seguito da Campania (7,7 ), Sicilia (7,4 ) e Calabria (7,2 ); i valori più bassi si rilevano in
Liguria (5,5 ) e Sardegna (4,6 ) (Tab. 1).
Nel 2023, si sono registrati 661mila decessi a livello nazionale, 54mila in meno dell’anno precedente: 439mila
nel Centro-Nord (-39mila); 222mila nel Mezzogiorno (-15mila). I più bassi livelli di mortalità interessano le regioni più
giovani: Campania (10,3 ) e Trentino Alto Adige (9,7 ); quelli più elevati si rilevano tra le regioni più invecchiate:
Liguria (14,2 ) e Molise (13,4 ).
La riduzione dei decessi ha consentito un aumento della speranza di vita di circa sei mesi su base annua, da
82,5 a 83,1 anni. La speranza di vita è aumentata in tutte le regioni e in particolare in quelle del Nord che in media
hanno raggiunto 83,6 anni, relativamente meno al Centro (83,5 anni) e nel Mezzogiorno (82,1 anni).
Il calo della popolazione femminile in età feconda e la contrazione della fecondità sono all’origine del processo
di progressiva riduzione delle nascite, calate a livello nazionale di circa un terzo dal 2008. Le donne in età feconda
sono diminuite, tra il 2002 e l’inizio del 2024, da 13,7 a 11,5 milioni (-16%); nel Mezzogiorno da 5,2 a 4 milioni (-22,6%),
nel Centro-Nord da 8,5 a 7,5 milioni (-12%). Il tasso di fecondità (numero medio di figli per donna), tra il 2022 e il 2023,
è diminuito da 1,24 a 1,2, un valore prossimo al minimo storico di 1,19 del 1995. Nel Mezzogiorno il valore è passato
da 1,26 a 1,24; al Centro da 1,15 a 1,12; nel Nord da 1,26 a 1,21. Tutti livelli ben lontani da quelli del 1964, anno di inizio
della lunga fase di denatalità che interessa tuttora l’intero territorio nazionale: 2,37 figli per donna nel Nord, 2,38 nel
Centro e 3,31 nel Mezzogiorno. La riduzione della fecondità è legata alla progressiva posticipazione della maternità.
L’età media al parto nel 2023 ha raggiunto i 32,4 anni: 32,8 al Centro; 32,5 nel Nord; 32 nel Mezzogiorno. L’età media è
inversamente correlata con i tassi di fecondità: è più alta nelle regioni con una più bassa fecondità, come nel caso
della Sardegna (32,9), e meno elevata in Trentino Alto Adige (32,2).
Nel 2023 il saldo migratorio dell’Italia con l’estero è stato di 274mila unità, +13mila rispetto all’anno precedente.
4. Squilibri generazionali e migrazioni

Tabella 1 Indicatori demografici nel 2023 (valori per mille abitanti)

Tasso Tasso Tasso Tasso Tasso


Regioni Tasso Tasso
di crescita migratorio migratorio migratorio di crescita
e macroareee di natalità di mortalità
naturale interno estero totale totale

Piemonte 5,9 12,6 -6,7 1,7 5,2 7,0 0,3


alle d’Aosta 5,8 11,1 -5,3 0,3 4,1 4,4 -0,9
Lombardia 6,6 10,3 -3,8 2,0 6,2 8,2 4,4
Trentino Alto Adige 7,9 9,0 -1,1 2,1 3,7 5,7 4,6
eneto 6,3 10,5 -4,2 1,3 3,4 4,7 0,5
riuli- enezia Giulia 5,8 12,2 -6,3 2,2 5,4 7,6 1,3
Liguria 5,5 14,2 -8,7 1,9 7,5 9,5 0,8
Emilia-Romagna 6,4 11,5 -5,0 3,4 5,6 9,0 4,0
Toscana 5,7 12,0 -6,3 1,3 5,8 7,1 0,8
Umbria 5,6 12,5 -7,0 -0,3 4,9 4,6 -2,4
Marche 5,9 11,9 -5,9 0,7 5,3 6,0 0,1
Lazio 6,0 10,7 -4,7 0,1 4,5 4,6 0,0
Abruzzo 6,0 12,3 -6,3 -0,2 4,4 4,2 -2,1
Molise 5,7 13,4 -7,7 -4,8 8,3 3,5 -4,2
Campania 7,7 10,3 -2,6 -3,7 2,9 -0,9 -3,5
Puglia 6,6 11,0 -4,5 -2,6 2,6 0,0 -4,5
65
asilicata 5,8 12,3 -6,5 -6,2 5,3 -0,9 -7,4
Calabria 7,2 11,7 -4,5 -5,3 5,3 -0,1 -4,6
Sicilia 7,4 11,5 -4,1 -3,3 3,4 0,0 -4,1
Sardegna 4,6 11,8 -7,2 -0,4 2,3 1,9 -5,3
Mezzogiorno 6,9 11,2 -4,3 -3,2 3,4 0,2 -4,1
Nord-Ovest 6,3 11,3 -5,0 1,9 6,0 7,9 2,9
Nord-Est 6,4 10,9 -4,5 2,3 4,5 6,7 2,3
Centro 5,9 11,4 -5,5 0,5 5,1 5,6 0,1
Italia 6,4 11,2 -4,8 0,0 4,6 4,6 -0,1

Fonte: elaborazioni Svimez su dati Istat.

I flussi migratori hanno quasi compensato le perdite naturali della popolazione (-281mila).
Nel Centro-Nord il saldo migratorio totale è stato di +270mila unità; vi hanno contribuito un saldo migratorio
interno di +63mila e uno estero di +207mila unità. I due canali migratori hanno così potuto compensare le perdite
naturali consentendo, per il secondo anno consecutivo, una sia pur modesta crescita della popolazione.
Nel Mezzogiorno il saldo migratorio totale del 2023 di +4mila unità fa seguito a un decennio di continui saldi ne-
gativi. Mentre si è confermata la perdita secca di residenti a favore del Centro-Nord (-63mila unità), si è registrato
un a usso netto di 67mila residenti dall’estero, un risultato che tuttavia ha potuto solo marginalmente contribuire
ad attutire la perdita naturale di 85mila residenti (Fig. 1).
La popolazione è cresciuta in nove regioni del Centro-Nord, a ritmi più sostenuti in Lombardia, Emilia-Romagna
e Trentino Alto Adige (Tab. 1); è risultata sostanzialmente stazionaria nel Lazio, calando invece in Valle d’Aosta e,
300 74

200
a orto ime 24 L’economia e la società del Mezzogiorno 207 PARTE SECONDA _ Dinamiche demografiche e diritti
274
100
67 63
0
soprattutto, in Umbria. Tutte
-85 le regioni del Mezzogiorno hanno perso popolazione su base annua; la prima regione
-100
meridionale per calo demografico è la Basilicata (-7,4 ), seguita
-196 dalla Sardegna (-5,3 ); più contenuta la decrescita
-63
-281
demografica solo in Abruzzo (-2,1 ). Avanza anche lo spopolamento delle aree interne meridionali (-35mila residenti).
-200 -81

-7
-300
4.3 Spopolamento e squilibri generazionaliCentro-Nord
Mezzogiorno Italia

Negli ultimi due decenni, la popolazione residente nel Centro-Nord è diminuita dal 2015 al 2021; il calo che ha
interessato il Mezzogiorno, invece, è proseguito dal 2012 più intensamente e senza soluzioni di continuità (Fig. 2).
La decrescita demografica del Mezzogiorno si è prodotta per il sommarsi nel tempo di saldi naturali e migratori

Figura 2 Popolazione residente per cittadinanza (migliaia)


Totale Cittadinanza italiana Cittadinanza straniera (scala a dx)

MEZZOGIORNO
21000 1000
900
20500 800
700
20000
600
500
66 19500
400

19000 300
200
18500 100
04

08
03

05
06
02

09

20
07

23
22
01

10

14

18
13

15
16
12

19

21
17
11
20
20
20
20
20
20
20
20
20
20
20
20
20
20
20
20
20
20
20
20
20
20
20

CENTRO-NORD
40500 5000
4500
39500
4000
38500
3500
37500 3000

36500 2500
2000
35500
1500
34500
1000
33500 500
04

08
03

05
06
02

09

20
07

23
22
01

10

14

18
13

15
16
12

19

21
17
11
20
20
20
20
20
20
20
20
20
20
20
20
20
20
20
20
20
20
20
20
20
20
20

Fonte: elaborazioni Svimez su dati Istat .


39500
4000
38500
3500
37500
4. Squilibri generazionali3000
e migrazioni
36500 2500
2000
35500
negativi, mentre gli a ussi netti di residenti dal Sud e dall’esterno hanno sostenuto la crescita demografica 1500 nel
34500
resto del Paese. Nell’intero periodo, nel Mezzogiorno la popolazione è diminuita di 730mila unità: a una 1000 perdita di
circa 1,5 milioni di cittadini italiani ha fatto riscontro un aumento di poco più di 720mila stranieri. Viceversa.
33500 500 nelle
regioni centro-settentrionali la popolazione è aumentata di oltre 2,7 milioni: la diminuzione dei residenti italiani
04

08
03

05
06
02

09

20
07

23
22
01

10

14

18
13

15
16
12

19

21
17
11
(-516mila) è stata di gran lunga compensata dalla crescita di cittadini stranieri (+3,2 milioni). Nel corso dell’ultimo
20
20
20
20
20
20
20
20
20
20
20
20
20
20
20
20
20
20
20
20
20
20
20
ventennio, si è perciò ampliato lo squilibrio nella distribuzione territoriale della popolazione: lo scorso anno la quota
di popolazione del Mezzogiorno sul totale nazionale è scesa al 33,5% (era il 36% nel 2001). Le Città metropolitane
meridionali hanno contribuito alla decrescita della popolazione (Focus Dinamiche e proiezioni demografiche nelle
Città metropolitane).
L’aumento della speranza di vita e la persistente denatalità hanno modificato profondamente la struttura per età

igura 3 Popolazione residente per classi di età (migliaia)


under 40 40 e oltre

CENTRO-NORD
24000

22000

20000

18000
67

16000

14000
04

08
03

05
06
02

09

20

24
07

23
22
10

14

18
13

15
16
12

19

21
17
11
20
20
20
20
20
20
20
20
20
20
20
20
20
20
20
20
20
20
20
20
20
20
20

MEZZOGIORNO
12000
11500
11000
10500
10000
9500
9000
8500
8000
7500
04

08
03

05
06
02

09

20

24
07

23
22
10

14

18
13

15
16
12

19

21
17
11
20
20
20
20
20
20
20
20
20
20
20
20
20
20
20
20
20
20
20
20
20
20
20

Fonte: elaborazioni Svimez su dati Istat .


a orto ime 24 L’economia e la società del Mezzogiorno PARTE SECONDA _ Dinamiche demografiche e diritti

della popolazione italiana. Il Paese perde sempre più giovani, e il peso delle giovani generazioni tenderà sempre più
a ridursi nei prossimi decenni, soprattutto nel Mezzogiorno.
Dal 2002 al 2024, gli under 40 anni sono diminuiti di 2,1 milioni nel Centro-Nord e di 3,1 milioni nel Mezzogiorno
(Fig. 3). In termini percentuali la contrazione è stata del -28% nel Mezzogiorno, contro “solo” il -12,5% nel Cen-
tro-Nord (Tab. 2). Nel 2002 la popolazione più giovane nel Mezzogiorno rappresentava il 54% del totale contro il 46%
nel Centro-Nord; nel 2024 il peso si è ridotto nel primo caso al 40% e nel secondo al 38%.
La tendenza al degiovanimento della popolazione delle regioni centro-settentrionali viene in parte controbilan-
ciata dagli arrivi di giovani dal Sud e dall’estero. Lo stesso non avviene nel Mezzogiorno che, pur conservando un
dato di età media ancora più contenuto, è collocato da molti anni su un sentiero di più rapido progressivo invec-
chiamento della popolazione.

Tabella 2 Popolazione residente per classi di età

Popolazione nel 2024 Composizione %


Classi di età ar. % 2022-2024
(migliaia) 2002 2024
Mezzogiorno
0-4 718 5,1 3,6 -31,3
5-14 1.761 11,7 8,9 -26,7
15-24 2.080 13,6 10,5 -25,5
25-34 2.185 15,4 11,0 -30,7
35-44 2.421 14,7 12,2 -19,8
45-54 2.976 12,8 15,1 13,8
68
55-64 3.012 10,4 15,2 40,9
65-74 2.357 9,3 11,9 24,0
75-84 1.588 5,3 8,0 45,1
85 e oltre 677 1,7 3,4 96,5
Totale 19.776 100 100 -3,6
0-39 7.907 53,5 40,0 -28,0
40 e oltre 11.869 46,5 60,0 24,6
Centro-Nord
0-4 1.313 4,3 3,3 -16,4
5-14 3.393 8,4 8,7 10,2
15-24 3.799 9,8 9,7 6,6
25-34 4.069 15,4 10,4 -27,5
35-44 4.619 15,6 11,8 -19,1
45-54 6.167 13,6 15,7 24,2
55-64 6.119 12,8 15,6 31,1
65-74 4.562 10,9 11,6 14,5
75-84 3.519 6,7 9,0 43,5
85 e oltre 1.654 2,4 4,2 86,8
Totale 39.214 100 100 7,5
0-39 14.769 46,2 37,7 -12,5
40 e oltre 24.445 53,8 62,3 24,6

Fonte: elaborazioni Svimez su dati Istat.


4. Squilibri generazionali e migrazioni

All’inizio del Duemila, nel Mezzogiorno l’indice di vecchiaia (rapporto tra la popolazione di 65 anni e più e quella
con meno di 15 anni) era pari a 96,9, rispetto a un Centro-Nord già particolarmente invecchiato (157,4). Negli anni
successivi, la progressiva perdita di giovani e l’aumento degli anziani hanno amplificato gli squilibri generazionali.
Alla fine del 2023, l’indice di vecchiaia ha raggiunto il valore di 186,5, a testimonianza di una rapida convergenza
della struttura demografica del Mezzogiorno verso quella del Centro-Nord (206,9).
Di pari passo è peggiorato l’indice di ricambio generazionale (rapporto tra la popolazione di 60-64 anni e quella
con 15-19 anni). Nel 2002, nel Mezzogiorno si contavano 79,5 anziani prossimi all’inattività ogni 100 giovani; nel 2024
l’indicatore è salito a 141,2. Nel Centro-Nord, l’indice è passato da 148,2 nel 2002 a 150,1 nel 2024.
Quanto al rapporto tra la prima infanzia (0-4 anni) e la senilità avanzata (85 anni e oltre), se nel 2002 i bambini
nel Centro-Nord erano il doppio dei grandi anziani, alla fine del periodo rappresentavano meno dell’80%; nel Mez-
zogiorno, invece, all’inizio del periodo si contavano oltre tre bambini per ogni grande anziano, alla fine del periodo
si è giunti alla parità.

4.4 Un paese poco attrattivo

Le emigrazioni degli italiani degli anni Duemila coinvolgono sempre più spesso giovani talenti che si dirigono
prevalentemente verso altri paesi europei. La tendenza all’aumento degli ultimi anni, si è avviata a partire dal 2008
come effetto della crisi economica globale, non si è arrestata durante la pandemia da Covid-19, ha conosciuto un
rallentamento nel biennio 2021-22, per poi riprendere nel 2023.
La mobilità internazionale interessa i cittadini di tutto il Paese, ma con intensità diversa. Nelle regioni cen-
tro-settentrionali, il numero degli espatri è passato da 18mila a 27mila dal 2002 al 2008 (+48%); nello stesso periodo
il Mezzogiorno ha registrato una flessione delle emigrazioni verso l’estero da 16mila a 13mila (-20%). A partire dal 69
2010, poi, gli espatri dalle regioni meridionali sono progressivamente aumentati fino al 2019 (Fig. 4).
Anche durante la pandemia si osservano differenti dinamiche tra Centro-Nord e Mezzogiorno. Il Centro-Nord ha
raggiunto il volume massimo di espatri nel 2020 (83mila, +6% sull’anno precedente), anche per effetto delle nume-
rose iscrizioni in Aire in seguito alla Brexit; nello stesso anno gli espatri nel Mezzogiorno sono calati su base annua
(-13%). Nel 2023, superata la fase pandemica, il trend sembra aver ripreso.
Per i rimpatri dall’estero si osserva un trend crescente dal 2017, con un numero medio di rientri annui pari a
circa 21mila verso il Centro-Nord e 13mila nel Mezzogiorno, plausibilmente anche per effetto delle misure messe in
atto per favorire il “rientro dei cervelli” che negli anni successivi sono diventate strutturali.
In termini assoluti, dal 2002 al 2023 la perdita complessiva di popolazione dovuta alle migrazioni internazionali
è di oltre 485mila abitanti al Centro-Nord e di poco meno di 213mila nel Mezzogiorno (Tab. 3). Gli espatri dal Cen-
tro-Nord sono in parte alimentati da emigrati di origine meridionale (6,5%) e da emigrati di origine straniera (36,8%)
che, una volta acquisita la cittadinanza, scelgono di muoversi verso un altro Paese.
Dal 2002 al 2008 in molte regioni italiane, soprattutto del Centro-Nord, il numero dei rimpatri ha superato gli
espatri traducendosi in guadagni di popolazione dall’estero (+8 mila). Nel Mezzogiorno, invece, nei primi anni Due-
mila, il bilancio con l’estero è negativo in molte regioni e fa registrare una perdita complessiva di 7mila abitanti. Nei
periodi successivi, l’intensificarsi del fenomeno si manifesta con saldi migratori negativi in particolare dal 2014 al
2018. Nell’arco di tutto il ventennio, è la Lombardia la regione che ha perso più residenti nello scambio con l’estero
(-138mila), seguita dal Veneto (-78mila) e dalla Sicilia (-70mila).
Un emigrante italiano su tre ha un’età compresa tra i 25 e i 34 anni. Le principali mete di destinazione sono il
Regno Unito (17,2%), la Germania (16,2%), la Svizzera (10,4%) e la Francia (9,7%). Tra le mete oltre oceano, gli Stati
Uniti e il Brasile accolgono complessivamente il 10% dei flussi di espatrio tra il 2002 e il 2023. Dal Mezzogiorno ci si
dirige prevalentemente verso la Germania (28,2%).
Dal 2002 al 2022, un emigrato su cinque al momento della partenza era in possesso di almeno la laurea; uno su
a orto ime 24 L’economia e la società del Mezzogiorno PARTE SECONDA _ Dinamiche demografiche e diritti

Figura 4 Cittadini italiani espatriati e rimpatriati (unità)


saldi espatri rimpatri

MEZZOGIORNO
45000

35000

25000

15000

5000

-5000

-15000

-25000
08
05
06

17
03
02

09
10

20
14

18
15
16

23
13

22
07

12
11

19

21
04

20

20
20

20
20
20
20
20

20
20

20
20
20

20
20
20
20
20

20

20
20
20

CENTRO-NORD
80000

60000
70
40000

20000

-20000

-40000

-60000
09
10

14

18
15
16

23
13

22
07

12

19

21
11
04

08
05
06

17
03
02

20
20
20

20
20
20
20
20
20
20
20

20
20

20
20
20
20
20
20
20
20

20

20

Fonte: elaborazioni Svimez su dati Istat .

tre, nel caso dei giovani con 25-34 anni. Il numero di giovani laureati che si trasferiscono all’estero è aumentato
negli anni, passando da 1.600 all’inizio del Duemila a poco meno di 18mila nel 2022. In controtendenza, invece, gli
espatri dei giovani 25-34enni con basso livello di istruzione (da 5mila nel 2002 sono aumentate fino a 12mila nel
basso medio alto
2019, anno di maggiore deflusso verso l’estero, per poi scendere a 4,7mila nel 2022), segnale inequivocabile del
cambiamento strutturale della nuova fase emigratoria VERSOche interessa prevalentemente giovani con qualifiche più
L’ESTERO
elevate.
7000
Inoltre, tra i cambiamenti strutturali, vale la pena sottolineare l’importanza crescente che hanno assunto negli
6000
ultimi due decenni i giovani espatriati con background migratorio nella composizione dei flussi. Nel 2022 essi
rappresentano
5000 oltre un quinto degli espatri dei giovani italiani mentre all’inizio del secolo erano appena il 16%. La

4000

3000
4. Squilibri generazionali e migrazioni

Tabella 3 Saldi migratori con l’estero dei cittadini italiani (unità)

Regioni e macroaree 2002-2008 2009-2013 2014-2018 2019-2023 2002-2023

Piemonte 65 -11.775 -26.989 -16.133 -54.832


alle d’Aosta 191 -461 -1.010 -786 -2.066
Lombardia 2.071 -28.785 -68.925 -42.847 -138.486
Trentino Alto Adige -424 -4.393 -9.413 -8.754 -22.984
eneto 855 -15.627 -34.587 -28.439 -77.798
riuli- enezia Giulia -685 -3.958 -8.207 -4.913 -17.763
Liguria 1.236 -4.033 -8.308 -2.390 -13.495
Emilia-Romagna 4.285 -10.397 -24.648 -18.775 -49.535
Toscana 2.155 -3.472 -13.956 -10.916 -26.189
Umbria 765 -1.973 -4.502 -3.189 -8.899
Marche 4.056 -3.750 -10.287 -8.705 -18.686
Lazio -6.771 -11.528 -31.768 -4.398 -54.465
Abruzzo 2.697 -2.138 -5.894 -4.550 -9.885
Molise 437 -567 -1.629 -1.295 -3.054
Campania 1.478 -6.730 -22.583 -16.934 -44.769
Puglia 925 -4.777 -17.775 -8.320 -29.947
71
asilicata -1.448 -336 -1.413 -1.639 -4.836
Calabria -6.550 -4.208 -12.001 -10.187 -32.946
Sicilia -4.631 -9.506 -37.724 -17.903 -69.764
Sardegna -315 -3.417 -8.892 -4.744 -17.368
Nord-Ovest 3.563 -45.054 -105.232 -62.156 -208.879
Nord-Est 4.031 -34.375 -76.855 -60.881 -168.080
Centro 205 -20.723 -60.513 -27.208 -108.239
Mezzogiorno -7.407 -31.679 -165.736 -65.572 -212.569
Italia 392 -131.831 -350.511 -215.817 -697.767

Fonte: elaborazioni Svimez su dati Istat.

distribuzione per livello di istruzione evidenzia che, soprattutto nell’ultimo decennio, i nuovi giovani italiani emigrati
rappresentano buona parte degli espatri con un livello di istruzione medio e basso (nel 2022, rispettivamente il 24%
e il 51,3%).
Con riferimento alle partenze di giovani qualificati dal Mezzogiorno, l’andamento dei flussi in uscita verso l’e-
stero mostra una flessione negli ultimi due anni dei laureati (in media 4mila espatri contro i 6mila del 2019 e 2020).
Nello stesso biennio, tuttavia, il trend dei giovani laureati che si dirigono verso il Centro-Nord è in netto aumento
(17mila nel 2022, +20% rispetto al 2020 e 2021), suggerisce che i giovani laureati del Mezzogiorno siano inizialmente
più propensi a cercare opportunità di lavoro e migliori condizioni di vita in altre aree del Paese prima di considerare
la possibilità di emigrare all’estero.
-60000

09
10

14

18
15
16

23
13

22
07

12

19

21
11
04

08
05
06

17
03
02

20
20
20

20
20
20
20
20
20
20
20

20
20

20
20
20
20
20
20
20
20

20

20
a orto ime 24 L’economia e la società del Mezzogiorno PARTE SECONDA _ Dinamiche demografiche e diritti

Figura 5 lussi migratori dei giovani dal Mezzogiorno per livello di istruzione (25-34 anni)

basso medio alto

VERSO L’ESTERO
7000

6000

5000

4000

3000

2000

1000

0
2011 2012 2013 2014 2015 2016 2017 2018 2019 2020 2021 2022

VERSO IL CENTRO-NORD
30000

25000

20000
72

15000

10000

5000

0
2011 2012 2013 2014 2015 2016 2017 2018 2019 2020 2021 2022

Fonte: elaborazioni Svimez su dati Istat .

4.5 Le migrazioni interne Sud-Nord

Lo scorso anno si sono trasferiti in una regione del Centro-Nord 124mila meridionali, 4mila in meno rispetto al
2022, anno caratterizzato per il forte rimbalzo dei trasferimenti-375di residenza dopo-348
-2000 -1.115 -981
il biennio pandemico 2020-21.
-680 -547 -400 -255
-921 -895
-1.760
dalle regioni a più ampia base demografica che -2.740 si registra il maggior numero di partenze: la Campania perde 35mila
-2.084

unità, la Sicilia 30mila, la Puglia 22mila. In-6.322


-7000 rapporto alla popolazione, la Basilicata è la regione meridionale con il
più elevato tasso migratorio (-5,4 ), seguono la Calabria (-5,2 ), il Molise (-4,1 ) e la Campania (-3,6 ). Dal
-10.173
-12000
Centro-Nord si sono trasferiti nel Mezzogiorno 62mila abitanti, come nel 2022; le regioni di destinazione prevalenti
-13.588
sono le-17000
stesse dalle quali si sono originati i più consistenti deflussi: Campania (15mila unità), Sicilia (14mila) e Puglia
(12mila).
-20.288
Tra-22000
le regioni centro-settentrionali destinatarie delle migrazioni dal Mezzogiorno, spicca la Lombardia nella
70-74
60-64

80-84
50-54
0-4

10-14

65-69
20-24

40-44

75-79
30-34

55-59
5-9

35-39
15-19

85-89
25-29

45-49

90 e oltre

quale si trasferisce il 27% dei migranti. La Lombardia è la principale meta di tutte le regioni meridionali, tranne la
VERSO IL CENTRO-NORD
30000 VERSO IL CENTRO-NORD
30000
25000
25000 4. Squilibri generazionali e migrazioni
20000
20000
15000
15000 che privilegia l’Emilia-Romagna, e l’Abruzzo e il Molise che privilegiano per ragioni di contiguità territo-
Basilicata,
10000
riale, ma anche per la presenza della Capitale, il Lazio. L’Emilia-Romagna con il 17,2% e il Lazio con il 16,6% sono le
10000
altre due regioni che assorbono una maggiore quota di migranti meridionali.
5000
La5000
natura selettiva della nuova migrazione dal Mezzogiorno è confermata dalla presenza prevalente dei giovani
0 adulti con un elevato grado di formazione di base. Poco meno del 70% degli individui che lasciano una
e dei giovani
2011 2012 2013 2014 2015 2016 2017 2018 2019 2020 2021 2022
regione 0del Sud ha 20-39 anni (Fig. 6).
L’età media2011dei migranti
2012
è2013
di poco2014 2015
superiore ai 342016 2017
anni, due in più2018 2019
del 2021. 2020
Nel 2022, 2021
l’82,4% 2022
degli emigrati ri-
sultava in possesso di almeno un titolo di istruzione secondaria: il 40% era diplomato; il 42,1% laureato. Nel corso
dell’ultimo decennio sono diminuiti sensibilmente gli emigrati in possesso della licenza della scuola dell’obbligo
(-42,8%), sono aumentati di un quinto i diplomati, sono raddoppiati i laureati.

igura 6 Saldo migratorio dal Mezzogiorno verso il Centro-Nord per classe di età nel 2023 (unità)
-2000 -1.115 -981 -921 -375 -895 -348 -680 -547 -400 -255
-1.760
-2.740 -2.084 -348 -680 -547 -400 -255
-2000 -1.115 -981
-1.760 -921 -375 -895
-7000 -2.740 -2.084
-6.322
-7000 -6.322
-12000 -10.173

-12000 -10.173 -13.588


-17000
-13.588
-17000
-22000 -20.288
70-74
60-64

80-84
50-54
0-4

10-14

65-69
20-24

40-44

75-79
30-34

55-59
5-9

35-39
15-19

85-89
25-29

45-49

90 e oltre
-22000 -20.288
70-74
60-64

80-84
50-54
0-4

10-14

65-69
20-24

40-44

75-79
30-34

55-59
5-9

35-39
15-19

85-89
25-29

45-49

90 e oltre
73

Fonte: elaborazioni Svimez su dati Istat.

igura 7 lussi migratori dei giovani dal Mezzogiorno al Centro-Nord (25-34 anni)

% laureati (scala dx) Laureati (numero)


30000 % laureati (scala dx) Laureati (numero) 60
30000 60
55
25000 55
50
25000 50
45
20000 45
40
20000
40
35
15000
35
15000 30
30
10000 25

10000 25
20
20
5000 15
5000 2002 2003 2004 2005 2006 2007 2008 2009 2010 2011 2012 2013 2014 2015 2016 2017 2018 2019 2020 2021 2022 15
2002 2003 2004 2005 2006 2007 2008 2009 2010 2011 2012 2013 2014 2015 2016 2017 2018 2019 2020 2021 2022
Fonte: elaborazioni Svimez su dati Istat .

2023 2051
a orto ime 24 L’economia e la società del Mezzogiorno PARTE SECONDA _ Dinamiche demografiche e diritti

La perdita di giovani laureati delle regioni del Mezzogiorno si è accentuata nell’ultimo ventennio: la quota di
laureati tra i meridionali con 25-34 anni che hanno lasciato l’area è passata dal 18 al 58% tra il 2002 e il 2022 (Fig. 7).
Se si considerano gli andamenti dei flussi migratori degli ultimi due decenni e con riferimento ai soli cittadini
italiani che emigrano sia verso un’altra regione italiana, sia verso un paese estero, si può osservare come dal 2002
al 2023 abbiano lasciato il Mezzogiorno 2 milioni e 842mila individui: più della metà (51,7%) giovani in età compresa
tra i 15 e i 34 anni, oltre un quinto laureati; il 19,3% si sono trasferiti all’estero. Al netto di rientri, il Mezzogiorno ha
perso oltre 1,2 milioni di residenti, 900mila giovani, quasi 300mila dei quali laureati.

Tabella 4 lussi migratori dal Mezzogiorno, cittadini italiani nel periodo 2002-2023
(a) dati 2002-22

Centro-Nord e estero Centro-Nord Estero


migliaia % migliaia % migliaia %
Emigrati dal Mezzogiorno 2.842 2.294 548
di cui laureati (a) 589 21,8 493 22,5 97 18,7
di cui giovani (15-34 anni) 1.471 51,7 1.209 52,7 261 47,7
di cui laureati (a) 383 27,4 328 28,4 56 22,8
Iscritti nel Mezzogiorno 1.606 1.270 335
di cui laureati (a) 213 13,9 169 13,9 44 13,7
di cui giovani (15-34 anni) 557 34,7 459 36,2 98 29,2
di cui laureati (a) 93 17,3 76 17,1 17 18,1
Saldo migratorio netto Mezzogiorno -1.236 -1.024 -213
74
di cui laureati (a) -376 32,1 -323 33,2 -53 26,9
di cui giovani (15-34 anni) -913 73,9 -750 73,3 -163 76,8
di cui laureati (a) -290 33,7 -252 35,4 -39 25,7

Fonte: elaborazioni Svimez su dati Istat.

4.6 Il pendolarismo di lungo raggio

La recente favorevole dinamica della domanda di lavoro nelle regioni meridionali ha attenuato il pendolarismo
esterno e favorito la crescita di quello interno alla macroarea. Gli occupati residenti nel Mezzogiorno che lavorano
nelle regioni del Centro-Nord sono nella media del 2023 poco meno di 177mila, in calo del 3,6% rispetto all’anno
precedente; si è ridotto anche il numero di meridionali che lavorano all’estero (-2,8%).
I pendolari occupati in agricoltura rappresentano una quota molto modesta (0,2%) dell’occupazione del settore;
l’incidenza è maggiore nelle costruzioni (4,1%), nei servizi (3,3%) e nell’industria in senso stretto (2,8%).
La quota del lavoro dipendente sul totale dei pendolari è nettamente superiore (93,7%) di quella relativa all’oc-
cupazione complessiva delle regioni meridionali (76,7%). Il lavoro a termine tra i pendolari che lavorano alle dipen-
denze ha un peso molto rilevante, quasi doppio di quello riferito al totale dei dipendenti a termine (32,1% contro
il 16,5%); lo scorso anno questa tipologia contrattuale ha subìto una flessione del 18,6%, la più alta tra le varie
tipologie contrattuali. Molto meno diffuso è il lavoro a tempo parziale. Il tempo pieno ha un peso relativo molto più
consistente, sia per la particolare composizione degli occupati pendolari, caratterizzati da una minore componente
femminile, sia perché le remunerazioni part-time sono difficilmente compatibili con i costi del pendolarismo.
I pendolari meridionali sono mediamente più istruiti e ricoprono livelli professionali più elevati rispetto agli oc-
cupati nell’area. La propensione al pendolarismo, crescente con il livello professionale, è incentivata dalle maggiori
4. Squilibri generazionali e migrazioni

Tabella 5 Occupati che lavorano fuori dalla macroarea di residenza o all’estero

2008 2019 2022 2023 2023 2008-2023

migliaia Var. %
Mezzogiorno Centro-Nord 160 164 183 177 -3,6 10,2
Mezzogiorno Estero 12 19 21 21 -2,8 79,2
Totale Mezzogiorno 172 183 205 197 -3,5 14,8

Centro-Nord Mezzogiorno 55 29 34 35 1,0 -36,6


Centro-Nord Estero 83 117 149 138 -7,3 65,9
Totale Centro-Nord 138 146 183 173 -5,7 25,2

Italia 215 193 218 211 -2,9 -1,7


Italia-Estero 95 135 170 159 -6,7 67,5
Totale Italia 310 328 388 370 -4,6 19,4

Fonte: elaborazioni Svimez su dati Istat.

retribuzioni e dalle migliori condizioni di lavoro che generalmente si associano a livelli professionali più elevati. I
pendolari di lungo raggio in possesso di un elevato livello professionale sono la maggioranza dei pendolari totali
(44,8%). Incidono sulla scelta del pendolarismo le minori opportunità di lavoro di qualità che il sistema economico
del Sud è in grado di offrire. Lo scorso anno questa categoria di pendolari ha mostrato una sostanziale stabilità a
fronte di una riduzione per i livelli medi (-2,7%) e per quelli bassi (-11,0%). 75
Il pendolarismo con l’estero per le regioni del Centro-Nord è un fenomeno prevalentemente transfrontaliero
verso i paesi confinanti, soprattutto Svizzera, Austria, Francia e Slovenia. Per le regioni del Mezzogiorno il pendola-
rismo assume i caratteri di una emigrazione temporanea non seguita dalla cancellazione dal comune di residenza.
I paesi verso i quali si muovono i flussi più consistenti di pendolari meridionali, analogamente per quanto rilevato
per gli emigrati, sono la Germania con valori intorno al 21% del totale, la Francia (13%), la Svizzera (8,5%) e gli Stati
Uniti (7,1%). Risultano in netto calo i flussi verso Spagna e Regno Unito.

4.7 La demografia europea

Nel 2023 la popolazione dell’Unione europea è cresciuta per il secondo anno consecutivo, dopo la riduzione
sperimentata nel biennio pandemico 2020-21. Alla fine del 2023 nell’Ue a 27 si contavano 449,2 milioni di residenti,
+404mila rispetto al 2022 (Tab. 6).
La crescita della popolazione, in presenza di un saldo naturale stabilmente negativo, è assicurata dagli a ussi
di immigrati. dal 2012 che le nascite non garantiscano il ricambio generazionale. Il tendenziale squilibrio naturale,
accresciutosi soprattutto dalla seconda metà dello scorso decennio, è stato però ampiamente compensato dalle
immigrazioni, che hanno ripreso vigore dopo il marcato rallentamento intervenuto nel periodo della pandemia. Il sal-
do migratorio netto è risultato pari a +1,6 milioni di persone, inferiore ai più di quattro milioni dell’anno precedente,
quando al rimbalzo associato alla fine delle misure restrittive adottate nel biennio della pandemia, si sono uniti gli
a ussi di profughi della guerra in atto in Ucraina. Il saldo naturale lo scorso anno è stato pari a -1,2 milioni di unità,
una perdita di popolazione solo di poco meno grave di quella del 2022 (-1,3 milioni di unità) risultata la peggiore dalla
costituzione dell’Unione.
Nel 2023, in soli sei paesi europei la popolazione è cresciuta con il contributo della componente naturale e di
a orto ime 24 L’economia e la società del Mezzogiorno PARTE SECONDA _ Dinamiche demografiche e diritti

Tabella 6 Principali indicatori demografici dei paesi dell’Ue a 27 al 1 gennaio 2023


(a) numero medio di figli per donna in età feconda; (b) rapporto percentuale fra la popolazione over 65
e la popolazione di 0-14 anni

Tasso di incremento Tasso di incremento


Tasso di Indice di
Paesi naturale migratorio
fecondità totale (a) vecchiaia (b)
(per mille abitanti) (per mille abitanti)
Italia -4,8 4,6 1,24 193,1
Mezzogiorno -4,3 0,2 1,26 179,8
Centro-Nord -5,0 6,9 1,22 200,1
Grecia -5,4 3,8 1,32 171,6
Portogallo -3,1 14,7 1,43 184,2
Spagna -2,4 13,2 1,16 148,0
Austria -1,3 7,2 1,41 135,3
elgio 0,0 7,6 1,53 119,1
animarca -0,2 5,0 1,55 127,9
inlandia -3,2 10,4 1,32 153,9
rancia 0,7 2,7 1,79 122,5
Germania -4,0 -6,9 1,46 156,2
Irlanda 3,7 10,0 1,54 78,4
Lussemburgo 2,8 14,0 1,31 93,6
Paesi Bassi -0,3 7,6 1,49 131,9
Svezia 0,5 2,3 1,53 117,2
ulgaria -6,8 6,4 1,65 165,9
Cipro 3,9 9,9 1,37 103,2
Croazia -5,0 7,8 1,53 159,5
76
Estonia -3,7 10,1 1,41 123,4
Lettonia -7,2 1,3 1,47 131,4
Lituania -5,7 15,7 1,27 133,8
Malta 0,8 37,9 1,08 146,0
Polonia -3,7 0,1 1,29 128,9
Repubblica Ceca -2,0 8,7 1,64 126,1
Romania -4,7 5,2 1,71 122,2
Slovacchia -1,0 0,3 1,57 110,9
Slovenia -2,1 5,4 1,55 142,8
Ungheria -4,3 2,7 1,56 141,5
Ue a 27 -2,6 3,5 1,46 143,1

Fonte: elaborazioni Svimez su dati Eurostat e Istat.

quella migratoria, in tredici grazie al solo apporto degli immigrati. Nei restanti otto paesi il saldo migratorio positivo
non è stato sufficiente a compensare il deficit naturale. Tra questi ultimi, che ospitano il 47% della popolazione com-
plessiva dell’Unione, figurano due dei paesi a più ampia base demografica dell’Ue: l’Italia, che limita tuttavia la per-
dita di popolazione a poco più di 7mila unità, e la Germania, che sperimenta un calo di 914mila residenti, il più ampio
nell’Ue. La Spagna è il paese con la più elevata crescita della popolazione (+525mila), seguita dalla Francia (+229mila).
Il sensibile calo della natalità e il continuo aumento della speranza di vita sono alla base del progressivo invec-
chiamento della popolazione dell’Ue. Un processo che ha coinvolto, pur con diversa intensità, tutti i paesi. Le uniche
eccezioni sono Irlanda e Lussemburgo.
L’Italia è il paese più invecchiato dell’Unione, presentando: la più bassa quota di popolazione di 0-14 anni: 12,4%
rispetto a una media Ue del 14,9%; la più elevata percentuale di anziani (oltre i 64 anni): 24% contro 21,3% della
4. Squilibri generazionali e migrazioni

media Ue; la più elevata percentuale di grandi anziani (80 anni e oltre): 7,6% rispetto al 6,0% dell’Ue.
La crescita dell’indice di vecchiaia sintetizza efficacemente questo processo. Nella media Ue, l’indicatore è au-
mentato da 84,4 nel 2002 a 143,1 nel 2023. In Italia, da 129 a 193,1, per effetto soprattutto degli squilibri generazionali
cresciuti nel Mezzogiorno.
La diminuzione del numero delle nascite, conseguenza della riduzione delle coorti di donne in età feconda e del
tasso di fecondità totale, interessa la gran parte dei paesi dell’Ue, in nessuno dei quali il tasso di fecondità totale
raggiunge il livello che assicurerebbe il ricambio generazionale (2,1 figli per donna).

4.8 Le proiezioni demografiche al 2050

Secondo le più recenti previsioni di andamento della popolazione rilasciate dall’Istat, l’Italia dovrebbe perdere
4,5 milioni di abitanti al 2050. A livello nazionale, peggiorerà progressivamente sia il saldo naturale (da -281mila nel
2023 a -446mila al 2050), sia quello migratorio (da 274mila a 166mila).
L’Italia sarà un paese con meno abitanti, meno giovane e meno attrattivo. Spopolamento e degiovanimento della
popolazione interesseranno soprattutto il Mezzogiorno.
L’82% della perdita secca di popolazione nazionale interesserà infatti le regioni meridionali: 3,6 milioni (Fig. 8 e
Tab. 7). Alla forte riduzione della popolazione meridionale dovrebbe contribuire un continuo calo delle nascite, dalle
137mila del 2023 alle 101mila del 2050, per la forte contrazione prevista per le donne in età feconda. In presenza
di un saldo migratorio quasi nullo, il risultato sarebbe una perdita del 18% della popolazione attuale. L’Abruzzo
presenterà un calo di popolazione meno intenso (-13,2%) della media meridionale; la decrescita sarà più intensa in
Sardegna e Basilicata, rispettivamente -22% e -22,5% (Fig. 9).
Non solo spopolamento, ma una struttura demografica sempre più invecchiata. In questo scenario, infatti, il 77
Mezzogiorno perderebbe 813mila giovani under 15, quasi un terzo di quelli attuali (-32,1%); la popolazione di 15-64
anni dovrebbe ridursi di 4,1 milioni (-32,1%); gli anziani con 65 anni e più aumenterebbero di 1,3 milioni (+29%).
L’indice di vecchiaia, espresso come rapporto percentuale tra le persone di 65 anni e più e i giovani con meno
di 15 anni, dà conto dell’atteso progressivo invecchiamento della popolazione meridionale. Nel 2023, nonostante i
cambiamenti già avvenuti nei due decenni precedenti, il Sud risultava ancora meno invecchiato del Centro-Nord.
L’indice era, infatti, pari a 180 (quasi due anziani ogni giovane under 15) contro 200 nel Centro-Nord. Al 2050, l’indi-
catore aumenterà fino a 339 (oltre tre anziani ogni giovane) a fronte di 296 nel resto del Paese.
Tutto ciò impatterà sulla sostenibilità sociale e economica dei rapporti tra generazioni, come mostra l’andamen-
to previsto per l’indice di dipendenza strutturale (IDS), espresso come rapporto tra la popolazione potenzialmente
non attiva (giovani con meno di 15 anni e anziani con oltre 64 anni) e la popolazione potenzialmente attiva (con 15-64
anni di età). L’IDS nel Mezzogiorno passerebbe in un trentennio dal 55,6% a oltre l’87%.
Una misura più significativa degli squilibri tra popolazione non attiva da sostenere e componente attiva della
popolazione è l’indice di sostenibilità economica (IDSE), che tiene conto della sola componente occupata tra gli
attivi, effettivamente in grado di farsi carico dei giovani in età scolare e degli anziani. Nel Mezzogiorno, già nel 2023
l’IDSE era pari a 115; nel 2050 dovrebbe salire fino a 180.
Anche per il Centro si prevede una decrescita demografica di una certa consistenza: -761mila residenti al 2050
(-6,5% rispetto al 2023). La regione con la perdita maggiore dovrebbe essere l’Umbria (-11,1%). Nel complesso delle
regioni centrali, i giovani under 15 dovrebbero diminuire di 447mila unità (-9,3%), la popolazione di 15-64 anni di 3,7
milioni (-15,1%); gli anziani con 65 anni e più dovrebbero aumentare di 3,3 milioni (+34,3%).
Il Nord-Ovest perderebbe 110mila residenti al 2050, mentre la popolazione del Nord-Est resterebbe sostanzial-
mente stazionaria. La popolazione dovrebbe crescere in Lombardia (+3,3%), in Emilia Romagna (+2,9%) e in Trentino
Alto Adige (+7,4%) grazie al consistente a usso di immigrati, dal Sud e dall’estero. Solo in queste regioni la compo-
nente estera dovrebbe svolgere un’azione di contrasto al declino demografico, direttamente e indirettamente soste-
20

5000 15
2002 2003 2004 2005 2006 2007 2008 2009 2010 2011 2012 2013 2014 2015 2016 2017 2018 2019 2020 2021 2022

a orto ime 24 L’economia e la società del Mezzogiorno PARTE SECONDA _ Dinamiche demografiche e diritti

igura 8 Popolazione al 2023 e al 2051


2023 2051
30000
27.417 27.299
25000
19.857
20000
16.276
15000
11.723 10.962
10000

5000

0
Nord Centro Mezzogiorno
Fonte: elaborazioni Svimez su dati Istat .

Tabella 7 Indicatori demografici al 2023 e al 2050 (a)


(a) IDS: rapporto % tra la popolazione non attiva (0-15 e oltre 64 anni) e popolazione attiva (15-64 anni);
IDSE: rapporto % tra la popolazione non attiva (0-15 e oltre 64 anni) e occupati (15-64 anni)

Saldo Saldo Saldo


Regioni 2023 2050 I S 2023 I S 2050 I SE 2023 I SE 2050
naturale migratorio totale
e macroareee
migliaia %
Abruzzo 1.273 -263 95 -168 1.105 59,1 89,7 96,4 146,2
Molise 291 -72 16 -56 234 59,3 85,1 104,2 149,6
78 Campania 5.610 -828 -112 -939 4.671 52,1 83,2 117,3 187,2
Puglia 3.908 -725 14 -711 3.197 56,5 90,0 111,5 177,7
asilicata 538 -121 0 -121 417 56,6 90,4 103,2 164,7
Calabria 1.847 -359 -10 -368 1.478 57,2 86,1 128,3 192,9
Sicilia 4.814 -804 -66 -870 3.944 56,6 85,7 126,0 190,8
Sardegna 1.578 -413 65 -347 1.231 57,8 101,3 103,0 180,5
Nord-Ovest 15.859 -2.405 2.295 -110 15.749 58,7 80,7 85,6 117,8
Nord-Est 11.559 -1.685 1.677 -8 11.551 58,1 82,5 82,4 116,9
Centro 11.723 -2.053 1.292 -761 10.962 58,2 85,0 88,3 129,1
Centro-Nord 39.140 -6.142 5.264 -879 38.262 58,4 82,5 85,4 120,7
Mezzogiorno 19.857 -3.584 4 -3.581 16.276 55,6 87,3 115,4 181,0
Italia 58.997 -9.726 5.267 -4.459 54.538 57,4 83,9 93,4 136,5
Fonte: elaborazioni Svimez su dati Istat.

nendo la natalità e rallentando il processo di invecchiamento della popolazione. Continuerà la tendenza al declino
nelle restanti regioni, con cali che variano da un minimo del -3,4% in Veneto a un massimo del -7,8% in Piemonte.
La pesante riduzione della popolazione attiva italiana non mancherà di riflettersi negativamente sul contribu-
to che essa potrà offrire alla crescita economica del Sud e del Nord del Paese. Ipotizzando che restino invariati
nel periodo il tasso di occupazione e la produttività del lavoro, nel 2050 il Pil nazionale si ridurrebbe del 20,9%;
nel Mezzogiorno, anche in ragione della più veloce riduzione della popolazione attiva, la diminuzione sarebbe del
-32,1%, il doppio del Centro-Nord (-15,1%). Il Pil pro capite si ridurrebbe nel Sud del 18% e del 13% nel Nord: aumen-
terebbe così il divario economico tra le due aree.
4. Squilibri generazionali e migrazioni

igura 9 ariazione % della popolazione, 2023-2050

Regioni var. % 7,4


-4,4
asilicata -22,5 -9,3
3,3 -3,4
Sardegna -22,0
Calabria -19,9 -7,8
Molise -19,4 2,9
Puglia -18,2 -6,4
Sicilia -18,1
-4,9 -9,6
Campania -16,7
-11,1
Abruzzo -13,2
Umbria -11,1 -13,2
Marche -9,6 -6,0
-19,4
alle d’Aosta -9,3
Piemonte -7,8 -16,7 -18,2
Liguria -6,4 -22,5
Lazio -6,0 -22,0
Toscana -4,9
riuli- enezia Gulia -4,4 -19,9
eneto -3,4
Emilia-Romagna 2,9
Lombardia 3,3
-18,1 79
Trentino Alto Adige 7,4

Fonte: elaborazioni Svimez su dati Istat.

4.9 Contrastare il gelo demografico

Gli effetti negativi del calo della popolazione potenzialmente attiva dovrebbero essere contrastati con con-
sistenti aumenti del tasso di occupazione, riconoscendo che i più ampi margini di miglioramento interessano le
donne, e della produttività del sistema; una vera sfida in un contesto dominato da una popolazione 79,8
in età avanzata
meno incline a percorrere i sentieri dell’innovazione e delle sfide tecnologiche che rappresentano invece il terreno
ideale per le giovani generazioni sempre più sguarnite e meno tutelate.
necessario mettere in campo politiche di lungo periodo, un ampio programma di rafforzamento del welfare
familiare territoriale, degli strumenti di conciliazione dei tempi di vita-lavoro, dell’offerta dei servizi per l’infanzia,
dei sostegni effettivi ai redditi e alla genitorialità, superando la frammentarietà degli interventi.
necessario perseguire gli obiettivi di coesione territoriale attraverso il miglioramento dei servizi pubblici
e l’accompagnamento alla localizzazione di attività produttive, creando pari opportunità lavorative e retributive,
rendendo così nella stessa misura attrattive tutte le aree del Paese e scongiurando il rischio di un ulteriore amplia-
mento dei divari economici e sociali tra Nord e Sud del Paese.
E occorre ribaltare la percezione di un pericolo immigrazione, inserendo a pieno titolo le politiche di cittadi-
nanza e integrazione economica e sociale, a partire dai minori, in un progetto che favorisca l’attrazione in Italia
di nuove famiglie. proprio la presenza di questi nuclei che consente di contrastare le dinamiche demografiche
avverse e di spezzare il circolo vizioso tra spopolamento, indebolimento dei servizi e aumento delle disuguaglianze
economiche e sociali.
a orto ime 24 L’economia e la società del Mezzogiorno PARTE SECONDA _ Dinamiche demografiche e diritti

> Focus

DINAMICHE E PROIEZIONI DEMOGRAFICHE NELLE CITTÀ METROPOLITANE

Le Città metropolitane sono enti territoriali di area vasta, che hanno sostituito le Province nelle aree urbane
più popolate, con competenze negli ambiti dello sviluppo strategico del territorio e della promozione e gestione
integrata dei servizi, delle infrastrutture e delle reti di comunicazione. Comprendono 1.268 comuni (il 16% dei co-
muni italiani), si estendono su 46.638 kmq (il 15,4% della superficie nazionale), con una popolazione di 21,3 milioni
di abitanti (il 36,2% della popolazione italiana). Torino, con 6.827 kmq, è la Città metropolitana più estesa, Napoli la
meno estesa (1.179 kmq); la più popolosa è Roma (4,2 milioni di abitanti), la meno abitata Cagliari (420mila residenti);
Napoli e Milano sono le più densamente popolate: rispettivamente 2.517 e 2.061 abitanti per kmq.

inamiche demografiche 2011-2023. Complessivamente, dal 2011 al 2023, la popolazione delle Città metropoli-
tane è diminuita di circa 146mila residenti, un calo che sottintende due tendenze opposte dal punto di vista territo-
riale: -331mila residenti nelle Città metropolitane del Mezzogiorno; +185mila in quelle del Centro-Nord.
Determinante nella decrescita delle Città metropolitane meridionali è stata la mobilità in uscita: -310mila re-
sidenti (-150milla dalla Città metropolitana di Napoli). Il Centro-Nord ha guadagnato da questo “scambio” circa
287mila abitanti, a favore, in valore assoluto, soprattutto di Roma (+140mila).
Nel periodo, la Città metropolitana di Napoli ha perso 114mila residenti, quelle di Palermo e Messina rispetti-
vamente 56mila e 55mila. Al Nord hanno subìto un calo di residenti Genova, Torino e Venezia. Viceversa, la Città
metropolitana di Milano ha guadagnato 153mila residenti; +145milla Roma, +32mila Bologna.
Messina, Napoli, Torino, Venezia e Cagliari sono accomunate da cali di popolazione che hanno interessato so-
80 prattutto il comune capoluogo; la decrescita è proceduta a ritmi simili nel capoluogo e negli altri comuni nelle Città
metropolitane di Reggio Calabria, Genova e Palermo; a Catania (dove la popolazione del capoluogo è cresciuta) e
Bari il calo si è concentrato negli altri comuni.
Tra le tre Città metropolitane dalla popolazione in crescita, risalta il caso di Milano, l’unica dove l’espansione
demografica ha interessato il comune capoluogo; all’opposto, nella Città Metropolitana di Roma, la crescita ha
riguardato di più gli altri comuni.

• ar. medie annue per mille abitanti 2011-2023


Città metropolitana Capoluogo Altri Comuni
8
6
4
2
0
-2
-4
-6
-8
-10
Reggio Calabria
Bologna

Napoli
Torino
Cagliari

Venezia

Catania

Genova
Firenze

Messina
Palermo
Milano

Bari
Roma

Fonte: elaborazioni Svimez su dati Istat


4. Squilibri generazionali e migrazioni

Città metropolitana Capoluogo Altri Comuni


8
6
4
2
0
-2
-4
Rispetto al decennio precedente, dapprima nelle Città metropolitane del Sud e dal 2014 in tutte le altre, sono
-6
peggiorati i saldi naturali, diffusamente negativi nel periodo 2011-2023. Il tasso di crescita naturale è rimasto so-
-8
stanzialmente stabile solo a Napoli. La dinamica naturale è stata particolarmente sfavorevole a Genova (-8 per mille
-10
abitanti in media annua). Simili i tassi di decrescita naturale di Messina, Torino, Firenze, Bologna e Venezia (tra il -5

Reggio Calabria
Bologna

Napoli
Torino
Cagliari

Venezia

Catania

Genova
Firenze

Messina
Palermo
Milano

Bari
Roma

e il -4 per mille).
I saldi naturali negativi sono stati compensati dai flussi migratori interni nelle Città metropolitane più attrattive:
Bologna, Roma, Milano. Le stesse Città metropolitane hanno beneficiato anche della mobilità estera, insieme a:
Firenze, dove gli arrivi dall’estero hanno sterilizzato la decrescita naturale; Genova, dove però non sono stati suffi-
cienti a compensare il saldo naturale particolarmente negativo; Reggio Calabria, che però ha registrato il massimo
deflusso di popolazione verso il resto del Paese (-6 per mille abitanti in media annua).

• Tassi medi annui per mille abitanti 2011-2023


tasso di crescita naturale tasso migratorio interno tasso migratorio estero
5
3
1
-1 81
-3
-5
-7
-9
Genova

Reggio Calabria
Messina

Palermo
Milano
Bologna

Roma

Napoli
Torino

Cagliari
Venezia

Catania
Firenze

Bari

Fonte: elaborazioni Svimez su dati Istat

Le previsioni al 2042. La tendenza alla decrescita demografica della maggioranza delle Città metropolitane si
accentuerà nei prossimi venti anni. Il fenomeno assumerà la massima intensità al Sud dove si prevede un ulteriore
calo delle nascite e non si arresteranno i flussi migratori in uscita.
Le Città metropolitane del Mezzogiorno dovrebbero perdere complessivamente quasi 950mila residenti. Si do-
Città metropolitana Capoluogo Altri Comuni
vrebbero osservare tassi di spopolamento pari a circa l’8 per mille abitanti in media annua a Palermo, Reggio
8
Calabria e Messina, interessando, nei primi due casi soprattutto i rispettivi comuni capoluogo (-100mila e -28mila
6
residenti
4 al 2042).
In valore
2 assoluto, il comune di Napoli sarà il capoluogo che perderà più residenti, -124mila, una perdita consi-
stente se
0 si considera che l’intera Città metropolitana ne perderà 356mila. Catania, Bari e Cagliari condividono un
tasso di
-2 spopolamento pari a circa il -5 per mille abitanti.
-4
-6
-8
-10
Calabria
Messina
Palermo
Bologna

Napoli
Torino

Cagliari
Venezia

Catania
Genova
Firenze
Milano

Bari
Roma
2
0
-2
-4
a orto -6ime 24 L’economia e la società del Mezzogiorno PARTE SECONDA _ Dinamiche demografiche e diritti
-8
> Focus -10

Reggio Calabria
Bologna

Napoli
Torino
Cagliari

Venezia

Catania

Genova
Firenze

Messina
Palermo
Milano

Bari
Roma
• Proiezioni demografiche al 2042 - ar. assolute sul 2023

Città metropolitane Capoluogo Altri Comuni Totale


Torino -49.491 -72.497 -121.988
Milano 115.853 63.543 179.396
tasso di crescita naturale tasso migratorio interno tasso migratorio estero
enezia -17.597 -15.900 -33.497
5
Genova -12.494 -19.416 -31.910
3
ologna 26.117 29.626 55.743
1
irenze -8.757 -4.446 -13.203
-1
Roma -73.062 -10.418 -83.480
-3
Napoli -124.354 -231.322 -355.676
-5
Bari -26.352 -92.632 -118.984
-7 Calabria
Reggio -28.166 -47.927 -76.093
Palermo
-9 -100.379 -66.469 -166.848
Genova

Reggio Calabria
Messina

Palermo
Milano
Bologna

Roma

Napoli
Torino

Cagliari
Venezia

Catania
Firenze

Bari
Messina -38.491 -46.788 -85.279
Catania -28.220 -73.469 -101.689
Cagliari -11.518 -30.502 -42.020
82

Centro-Nord -19.431 -29.508 -48.939


Mezzogiorno -357.480 -589.109 -946.589

Fonte: elaborazioni Svimez su dati Istat

• Proiezioni demografiche al 2042 - ar. medie annue per mille abitanti 2023-2042
Città metropolitana Capoluogo Altri Comuni
8
6
4
2
0
-2
-4
-6
-8
-10
Reggio Calabria
Messina
Palermo
Bologna

Napoli
Torino

Cagliari
Venezia

Catania
Genova
Firenze
Milano

Bari
Roma

Fonte: elaborazioni Svimez su dati Istat

Città metropolitana Capoluogo Altri Comuni


4. Squilibri generazionali e migrazioni

Al Centro-Nord, le uniche a sperimentare un incremento dovrebbero essere le Città metropolitane di Milano


(+179mila residenti) e Bologna (+56mila). Soprattutto nel primo caso sarà il comune capoluogo ad attrarre popo-
lazione (+115mila il comune di Milano). Roma passerà dalla crescita demografica del 2011-2023 a un tasso di spo-
polamento negativo (-1 per mille abitanti in media annua), soprattutto per la perdita di popolazione della Capitale
(-73mila al 2042).
Per Torino è previsto un peggioramento del trend demografico avverso del decennio precedente: -121mila resi-
denti nella Città metropolitana, -49mila nel comune capoluogo.
Anche le Città metropolitane di Genova e Venezia continueranno a perdere popolazione.

83
a orto ime 24 L’economia e la società del Mezzogiorno PARTE SECONDA _ Dinamiche demografiche e diritti

84
5. Il diritto all’istruzione

5. Il diritto
all’istruzione

5.1 Bene pubblico

L’Italia è all’ultimo posto tra le grandi economie europee per spesa in istruzione. Un sottofinanziamento che
pone l’istruzione tra le voci prioritarie di spesa pubblica sulle quali investire per perseguire finalità di equità e
crescita del Paese.
La progressiva riduzione del numero di iscritti nelle scuole italiane nell’ultimo quinquennio riflette il trend de-
mografico di un paese con sempre meno giovani, ma nel Mezzogiorno gli studenti sono diminuiti a un ritmo più che
doppio. Nel prossimo decennio, il degiovanimento procederà soprattutto al Sud, interessando anche le regioni del
Centro. Senza correttivi immediati e scelte politiche ambiziose, gli effetti sulla tenuta del sistema scolastico saran-
no dirompenti, mettendo a rischio i presìdi scolastici nelle aree marginali di tutto il Paese. Per la scuola primaria, il
rischio è concreto per circa 3mila comuni con meno di 125 bambini, numero sufficiente per una sola “piccola scuo-
la”: il 38% del totale dei comuni (quota che sale al 46% nel Mezzogiorno), localizzati soprattutto nelle aree interne,
al Nord e al Sud.
La dotazione di infrastrutture scolastiche, a partire da mense e palestre, è una condizione abilitante per garan-
tire agli studenti un’offerta educativa adeguata, ma è profondamente differenziata a livello territoriale. Le carenze
nell’offerta dei servizi che ne derivano incidono sull’accesso al tempo pieno nelle scuole primarie del Sud e con- 85
dizionano significativamente i processi di apprendimento degli studenti meridionali lungo l’intero ciclo scolastico,
spiegando buona parte dei divari Nord Sud nei livelli delle competenze maturate.
Per ridurre i divari di competenze e contrastare la dispersione scolastica, molto più alta al Sud, serve incremen-
tare la spesa nazionale per l'istruzione, riavvicinandola agli standard europei, e colmare i divari nelle infrastrutture
scolastiche, andando al di là delle opportunità di investimento offerte dal Pnrr.
L’istruzione è un bene pubblico essenziale, la cui qualità e diffusione capillare tra territori sono condizioni im-
prescindibili per uno sviluppo inclusivo. Dare priorità all’investimento in istruzione significa restituire alla scuola il
suo ruolo di primo presidio di contrasto alle disuguaglianze, garantendo a tutti gli studenti, indipendentemente dal
contesto familiare e sociale, pari condizioni di accesso a un diritto di cittadinanza fondamentale.

5.2 La spesa pubblica per istruzione

L’Italia è all’ultimo posto tra le grandi economie europee per spesa in istruzione, collocandosi anche al di sotto
della media Ocse.
Nel 2021 i paesi Ocse spendevano in istruzione in media il 5% del Pil, il 4,5% se si esclude il settore Research -
Development (R D) 1. La spesa media in istruzione nell’Ue a 25 paesi era pari al 4,4% del Pil, 4% senza considerare la
spesa in R D. Il dato italiano si fermava al 4% (3,7% senza settore R D). Per la sola istruzione non terziaria (Isced
0-3), la media Ocse si attestava al 3,4%, quella dell’Ue a 25 paesi al 3,1%, il dato italiano si fermava al 3%.
La spesa per i cicli che vanno dalla scuola primaria alla scuola secondaria di II grado (Isced 1-3) ammonta a circa
50,5 miliardi in Italia. Il 96% della spesa è corrente; il restante 4% è in conto capitale. Secondo le stime Ocse, la

1
Oecd (2024), Education at a Glance 2024: Oecd Indicators, Oecd Publishing, Paris, https: [Link] 10.1787 c00cad36-en.
a orto ime 24 L’economia e la società del Mezzogiorno PARTE SECONDA _ Dinamiche demografiche e diritti

Figura 1 Spesa pubblica in istruzione, 2021 (a)


(a) ISCED 0 Infanzia; ISCED 1 Primaria; ISCED 2 Secondaria I grado; ISCED 3 Secondaria II grado;
ISCED 4 Post-secondaria non terziaria; ISCED 5-7 Terziaria inclusa R D
ISCED 0 ISCED 1 ISCED 2 ISCED 3 ISCED 4 ISCED 5-7

a) IN % DEL PIL b) IN % DELLA SPESA PUBBLICA TOTALE

Regno Unito 0,4 1,9 1,0 1,3 2,1 OCSE 1,7 3,2 2,0 2,2

Francia 0,7 1,2 1,3 1,2 1,6 Regno Unito 0,5 3,6 1,9 2,3

OCSE 0,9 1,4 1,0 1,0 1,5 UE25 1,7 2,6 2,0 2,0

Stati Uniti 1,6 0,9 0,9 2,3 Germania 2,0 1,5 2,5 1,6

Germania 1,1 0,8 1,3 1,0 1,3 Spagna 1,3 2,5 1,8 2,0

Spagna 0,8 1,4 1,0 1,0 1,4 Stati Uniti 3,2 1,8 1,8

UE25 0,9 1,2 1,0 1,0 1,3 Francia 1,2 2,0 2,1 1,6

Italia 0,5 1,2 0,6 1,2 1,0 Italia 0,8 2,0 1,1 2,1

0 1 2 3 4 5 6 0 1 2 3 4 5 6 7 8 9

Fonte: elaborazioni Svimez su dati Ocse.

spesa pubblica in istruzione rappresenta il 6,7% della spesa pubblica italiana; un dato significativamente inferiore
alla media europea (9%) e a quella dei paesi Ocse (10%), e si inserisce in una tendenza che, dopo gli anni di crescita
sostenuta del 2017 e 2018, è tornata su valori inferiori a quelli del 2011.
Italia
86 Sempre inNord-Est
percentuale alla spesa pubblica, l’Italia destina
Nord-Ovest Centro
lo 0,75% alla scuola dell’infanzia,
Mezzogiorno
contro l’1,2% di
Francia,
0 l’1,3% di Spagna e il 2% di Germania. La scuola primaria italiana è finanziata con il 2%, mentre la media
-14.687 Trentino A.A.

Toscana

Basilicata
Friuli V.G.

Lazio

Sicilia
Piemonte
Liguria
Lombardia

Umbria

Mezzogiorno
Marche

Campania

Puglia

Sardegna
-68.413 Emilia Romagna

Valle d'Aosta
Veneto

Molise
Calabria

Abruzzo
Ue a 25 si attesta al 2,6%. Ancora più marcato è il differenziale nella spesa per la scuola secondaria di I grado: pari
all’1,1%
-10
in Italia e al 2% nella media europea. Fa eccezione la quota di spesa pubblica italiana destinata alla scuola
secondaria di II grado pari al 2,1%, contro il 2% della media europea.
-18.341

-20
-18.077

-171.818

-89.320
-36.007

5.3 Scuola e degiovanimento


-80.159

-5.219
-96.335

-122.923
-71.399

-420.661

-10.661
-84.082
-32.246

-28.122
-2.932

-30
-142.769
-20.631

In base ai dati forniti dal Ministero dell’Istruzione e del Merito (Mim), nell’anno scolastico 2022 23 gli alunni
iscritti
-40 ai cicli di istruzione non terziaria erano poco più di 7 milioni. Di questi, circa quattro milioni e mezzo (il 62,6%
-44.327

del totale) in scuole delle regioni del Centro-Nord, i restanti due milioni e mezzo (37,4%) in scuole del Mezzogiorno
(Tab. 1).
La progressiva riduzione del numero di iscritti nelle scuole italiane dell’ultimo quinquennio riflette il trend de-
mografico di un paese con sempre meno giovani, ma nel Mezzogiorno gli studenti sono diminuiti a un ritmo più che
doppio rispetto al Centro-Nord. Tra gli anni scolastici 2017 18 e 2022 23, la platea studentesca nazionale si è ridotta
da oltre sette milioni e mezzo a circa sette milioni (-6%). Negli stessi anni, il Centro-Nord è passato, all’incirca, da
4.650.000 a 4.463.000 alunni nel 2022 23 (-4%), il Mezzogiorno da quasi tre milioni a 2.670.000 (-9%).
Stando alle proiezioni demografiche Istat al 2035, nel prossimo decennio il differenziale territoriale di decre-
scita dovrebbe gradualmente smorzarsi, lasciando spazio a un fenomeno di degiovanimento di entità non troppo
difforme tra macroaree, e tuttavia più intenso al Centro e al Sud.
Al 2035, si stima che la popolazione di 5-14 anni (fascia d’età che sostanzialmente corrisponde agli alunni della
primaria e della secondaria di I grado) dovrebbe diminuire del 22%, passando dagli attuali 5,2 milioni a poco più di
quattro milioni (Fig. 2). Nelle regioni del Centro, la riduzione di studenti è stimata addirittura al -26%, con picchi del
5. Il diritto all’istruzione

Tabella 1 Alunni iscritti ai cicli di istruzione non terziaria, compresa la scuola dell’infanzia

a.s. 2022/23 Var. % a.s. 2017/18


Regioni e macroaree
Numero % a.s. 2022/23

Centro-Nord 4.462.910 62,6 -4,0


Emilia-Romagna 535.260 7,5 -1,5
Friuli Venezia Giulia 134.657 1,9 -5,6
Lazio 683.140 9,6 -3,4
Liguria 163.301 2,3 -3,8
Lombardia 1.128.338 15,8 -3,7
Marche 197.030 2,8 -5,5
Piemonte 500.493 7,0 -4,7
Toscana 451.488 6,3 -4,6
Umbria 111.282 1,6 -5,0
Veneto 557.921 7,8 -5,6

Mezzogiorno 2.670.838 37,4 -8,9


Abruzzo 163.073 2,3 -5,5
Basilicata 70.775 1,0 -10,6
Calabria 254.547 3,6 -7,4
Campania 789.845 11,1 -9,2
Molise 34.935 0,5 -9,6
87
Puglia 530.086 7,4 -8,7
Sardegna 182.956 2,6 -8,7
Sicilia 644.621 9,0 -10,0

Italia 7.133.748 100 -5,9

Fonte: elaborazioni Svimez su dati Mim.

-28% per Umbria (-20.631 alunni) e Lazio (-142.769). La perdita netta del Mezzogiorno è stimata al -21,3% (-420.661
alunni). Particolarmente drammatica la stima per la Sardegna: gli studenti di 5-14 anni dovrebbero ridursi di oltre un
terzo, dagli attuali 121mila a poco meno di 77mila. Nelle restanti regioni meridionali, le contrazioni sono comprese
tra il -22 e il -26%, fatta eccezione per la Sicilia dove la perdita dovrebbe essere intorno al 19%. Il Nord registra
le variazioni più contenute in Trentino Alto Adige e Liguria (rispettivamente -13,6 e -15,8%); nelle restanti regioni
settentrionali le perdite dovrebbero superare il 18%.
Queste previsioni riflettono il quadro di complessivo peggioramento dell’intera struttura demografica del Paese
discusso nel Capitolo 4 del Rapporto. Senza correttivi immediati e scelte politiche ambiziose, gli effetti sulla tenuta
del sistema scolastico saranno dirompenti, portando a rischio di chiusura i presidi scolastici nelle aree a maggior
degiovanimento. Per il solo ciclo della primaria, il rischio è concreto per circa 3mila comuni italiani, il 38% del totale
(con quote che oscillano tra il 27% del Nord-Est e il 46% del Mezzogiorno), localizzati nella maggior parte dei casi
nelle aree interne di tutto il Paese (Fig. 3). In questi comuni si contano meno di 125 alunni della primaria: un numero
sufficiente solo per una “piccola scuola”2.

2
Si veda “Atlante delle piccole scuole in Italia. Mappatura e analisi dei territori”, con dati aggiornati all’anno scolastico 2020 21, a cura della fondazione Indire
e del Mim consultabile al link https: [Link] wp-content uploads 2021 03 Piccolescuole mappatura-e-cluster-dei-contesti [Link].
Italia 0,5 1,2 0,6 1,2 1,0 Italia 0,8 2,0 1,1 2,1
OCSE 0,9 1,4 1,0 1,0 1,5 UE25 1,7 2,6 2,0 2,0
0 1 2 3 4 5 6 0 1 2 3 4 5 6 7 8 9
Stati Uniti 1,6 0,9 0,9 2,3 Germania 2,0 1,5 2,5 1,6

Germania 1,1 0,8 1,3 1,0 1,3 Spagna 1,3 2,5 1,8 2,0
a orto ime 24 L’economia e la società del Mezzogiorno PARTE SECONDA _ Dinamiche demografiche e diritti
Spagna 0,8 1,4 1,0 1,0 1,4 Stati Uniti 3,2 1,8 1,8

UE25 0,9 1,2 1,0 1,0 1,3 Francia 1,2 2,0 2,1 1,6

FiguraItalia
2 Previsioni
0,5 1,2 al 2035
0,6 della
1,2 popolazione
1,0 di alunni di 5-14 anni
Italia (var.
0,8 % e2,0assolute
1,1 sul 2023)
2,1

0 1 2 3 4 5 6 0 1 2 3 4 5 6 7 8 9
Italia
Nord-Est Nord-Ovest Centro Mezzogiorno
0
-14.687 Trentino A.A.

Toscana

Basilicata
Friuli V.G.

Lazio

Sicilia
Piemonte

Umbria

Mezzogiorno
Liguria
Lombardia

Marche

Campania

Puglia

Sardegna
-68.413 Emilia Romagna

Valle d'Aosta
Veneto

Molise
Calabria

Abruzzo
-10

-20 -18.341
-18.077

-171.818
Italia

-89.320
-36.007
-80.159

-5.219
-96.335

Nord-Est Nord-Ovest Centro Mezzogiorno

-122.923
-71.399

-420.661

-10.661
-84.082
-32.246
-30 0

-28.122
-2.932

-142.769
-14.687 Trentino A.A.

Toscana

Basilicata
Friuli V.G.

Lazio

Sicilia
Piemonte
Liguria
Lombardia

Umbria

Mezzogiorno
Marche

Campania

Puglia

Sardegna
-68.413 Emilia Romagna

Valle d'Aosta
Veneto

Molise
Calabria

Abruzzo
-20.631
-40-10

-44.327
-18.341

Fonte:
-20 elaborazioni Svimez su dati Mim.
-18.077

-171.818

-89.320
-36.007
-80.159

-5.219
-96.335

-122.923
-71.399

-420.661

-10.661
-84.082
-32.246

-28.122
-2.932

-30
-142.769
-20.631
Complessivamente, i bambini che frequentano l’unica piccola scuola del proprio comune sono circa 188mila,
l’8,4%-40degli alunni (6-10 anni) residenti in tutto il territorio nazionale. In Molise, frequentano piccole scuole il 31%

-44.327
degli alunni della primaria; in Sardegna e Basilicata un alunno su cinque; segue il Piemonte dove il 18,8% degli alunni
della primaria frequenta una piccola scuola (Fig. 3). Emilia-Romagna e Puglia sono le regioni con le percentuali più
basse, rispettivamente del 3,2 e del 2,6%.
88

Figura 3 Localizzazione comunale delle piccole scuole

% %
Regioni
Alunni Comuni
Abruzzo 13,9 62,4
Basilicata 20,7 68,0
Calabria 17,0 65,7
Campania 6,5 49,8
Emilia-Romagna 3,2 27,3
Friuli-Venezia Giulia 15,6 55,4
Italia 8,4 49,0
Lazio 3,9 46,8
Liguria 11,9 64,4
Lombardia 9,4 40,1
Marche 10,0 50,0
Molise 30,9 81,6
Piemonte 18,8 70,5
Puglia 2,6 24,5
Sardegna 20,9 67,3
Sicilia 4,3 40,1
Toscana 4,1 33,7
Umbria 6,8 48,8
Veneto 7,6 34,3
Fonte: elaborazioni Svimez su dati Mim.
25

20

15
-44
5. Il diritto all’istruzione

Queste evidenze sollevano la necessità di assicurare la presenza, in tutte le aree del Paese, di un presidio cultu-
rale primario che, oltre a sviluppare le opportunità formative di bambini e giovani, consente di arginare i processi di
spopolamento e invecchiamento. L’istruzione è un servizio essenziale, la cui qualità e diffusione capillare sono con-
dizioni imprescindibili per uno sviluppo socialmente e territorialmente inclusivo, soprattutto nelle aree più deboli
e remote. La granularità territoriale dell’offerta scolastica contribuisce a neutralizzare la condizione di svantaggio
delle “periferie”, salvaguardando le comunità che le abitano3.

5.4 Il personale e le retribuzioni

Nell’anno scolastico 2022 23, il corpo docente di tutti i cicli di istruzione non terziaria si attesta su circa 709mila
unità4. Il rapporto insegnanti studenti è, in media nazionale, di 1 a 10, contro rapporti medi Ocse e Ue a 25 paesi pari
a circa 1 a 13 e 1 a 12 (Fig. 4).
Il rapporto è di 11 alunni per docente nel Centro-Nord; nel Mezzogiorno il dato scende a 9. Le regioni con il numero
più alto di alunni per docente sono Lombardia (12,6), Emilia-Romagna e Veneto (12,4). Quelle con il rapporto più basso
sono Molise (7,5), Basilicata (8,2) e Sicilia (8,5).
Secondo i dati Ocse, il salario lordo medio annuo degli insegnanti italiani della scuola dell’infanzia e della scuola
primaria è di 44.940 dollari (pari a 30.141 euro; 2.318 euro al mese), quello degli insegnanti della scuola secondaria
di I grado di 47.829 dollari (32.079 euro; 2.467 euro mensili). Gli insegnanti della scuola secondaria di II grado gua-
dagnano in media 50.734 dollari (34.027 euro; 2.617 euro al mese) 5. Il livello medio delle retribuzioni degli insegnanti
italiani si attesta così a 47.111 dollari, al di sotto sia della media Ocse (54.241 dollari), sia di quella dell’Ue a 25 paesi
(52.975 dollari), collocandosi tra i valori più bassi in Europa.
89

Figura 4 Dimensione media delle classi, tutti i livelli di istruzione

25

20

15

10

0
i
o

o
rd

cia
ia
a

SE
lia

25

nit
n

nit
gn

an
No
ior

Ita

OC
UE

an
ti U

oU
a

rm
o-
og

Sp

Fr
Sta
ntr

gn
Ge
zz

Re
Me

Ce

Fonte: elaborazioni Svimez su dati Ocse.

3
Per un approfondimento si veda Svimez (2024), Il diritto alla cittadinanza dei bambini che studiano in Italia, Informazioni Svimez, n. 5.
4
Nel computo rientrano i docenti con contratto a tempo indeterminato, inclusi quelli di sostegno. Non vengono conteggiati gli insegnanti di religione e il
personale educativo. Centro-Nord Mezzogiorno
60,0%
5
Valori espressi in USD a parità di potere d’acquisto.
50,0%
40,0%
30,0%
a orto ime 24 L’economia e la società del Mezzogiorno PARTE SECONDA _ Dinamiche demografiche e diritti

Dei circa
25 709mila docenti italiani, 407mila sono impiegati al Centro-Nord (57,5%), i restanti 302mila nel Mez-
zogiorno (42,5%). Prevalgono di gran lunga le donne (85,8%). La quota di uomini è particolarmente contenuta nei
20
gradi di istruzione più bassi (1% nella scuola dell’infanzia e 4% in quella primaria); la componente maschile aumenta
considerevolmente, pur restando in netta minoranza, nella scuola secondaria di I e II grado (rispettivamente 23 e
15
31%). Non si registrano significative differenze Nord Sud nella composizione per genere del corpo docente.
Le differenze
10 tra macroaree tornano ad emergere quando si osserva la composizione per età dei docenti (Fig.
5). In media, il corpo docente meridionale è più anziano: la quota di docenti over 54 è del 38,3% al Centro-Nord e del
46,6% al 5Mezzogiorno. In tutte le regioni del Centro-Nord tale quota non supera mai il 43%, mentre rappresenta il
valore più basso registrato nelle regioni meridionali. Complessivamente, l’età media del corpo docente in Italia si at-
0
testa a quasi 52 anni: 51 al Centro-Nord, 53 nel Mezzogiorno. Le differenze territoriali sono particolarmente evidenti

i
no

ito
rd

cia
ia
na

SE
lia

25

nit
nei primi due cicli di istruzione: nel Centro-Nord la quota di docenti over 54 è del 37% nella scuola dell’infanzia e del

an
No
r

Un
ag

Ita

OC
UE

an
ti U
gio

rm
o-
Sp

Fr

o
zo

Sta
ntr

gn
Ge
36% nella scuola primaria; nel Mezzogiorno ammonta rispettivamente al 48% e al 47%. La componente più giovane
z

Re
Me

Ce

(under 35), si attesta su una media nazionale lungo tutti i cicli di istruzione non terziaria del 4%, con una marcata
differenza territoriale (5,3% al Centro-Nord e 2,5% al Mezzogiorno).

Figura 5 Distribuzione per fasce d’età del corpo docente a.s. 2022/23 (a))
(a) ISCED 0 Infanzia; ISCED 1 Primaria; ISCED 2 Secondaria I grado; ISCED 3 Secondaria II grado
Centro-Nord Mezzogiorno
60,0%
50,0%
40,0%
90 30,0%
20,0%
10,0%
0,0%
Under 34

Under 34

Under 34

Under 34
Over 54

Over 54

Over 54

Over 54
ISCED 1

ISCED 3
45-54

45-54

ISCED 2

45-54

45-54
35-44

35-44

35-44

35-44

ISCED 0 ISCED 1 ISCED 2 ISCED 3


Fonte: elaborazioni Svimez su dati Mim.

5.5 Mense, palestre e tempo pieno

Nelle scuole, la dotazione di ambiti funzionali come mense e palestre rappresenta un’importante condizione per
poter garantire agli studenti una migliore offerta educativa e uno stile di vita sano, almeno nelle mura scolastiche.
Oltre a garantire pasti equilibrati e spazi per l’attività fisica, momenti come il pranzo in mensa o le attività di edu-
cazione fisica in palestra sono anche occasioni per sviluppare le capacità relazionali.
La disponibilità di dati dell’anagrafe delle infrastrutture scolastiche del Mim, ha consentito negli ultimi anni nu-
merosi approfondimenti che hanno messo in relazione lo stato degli edifici scolastici con altri fattori direttamente
o indirettamente collegati alla vita scolastica ed extra-scolastica delle alunne e degli alunni. Già nell’edizione 2023
del Rapporto Svimez si evidenziava, infatti, l’importanza di frequentare una scuola con dotazioni infrastrutturali
adeguate. Edifici scolastici senza aule adibite a mensa o senza palestre riducono la domanda di tempo pieno delle
famiglie, generando effetti negativi diretti e indiretti. Gli effetti diretti afferiscono a risultati più deludenti degli
allievi nei test Invalsi, alla loro più alta propensione alla dispersione scolastica, alla riduzione del tempo dedicato
5. Il diritto all’istruzione

alla pratica sportiva, all’incremento del rischio di fenomeni di devianza sociale. Tra gli effetti indiretti vi sono quelli
che colpiscono le famiglie, soprattutto le meno abbienti, e riguardano l’incremento della spesa privata per attività
extra-scolastiche pomeridiane (sport, lingue, musica, laboratori), che la scuola non è in grado di offrire, e quelli che
si riverberano sul mercato del lavoro: con gli orari ridotti della scuola è di fatto scoraggiata la partecipazione al
mercato del lavoro, soprattutto tra le donne nelle regioni del Mezzogiorno.
I dati sulla percentuale di edifici scolastici dotati di mensa o palestra per ciascun ciclo di istruzione, disponibili
per diciotto regioni italiane (Valle d’Aosta e Trentino Alto Adige non sono riportate nell’anagrafe delle infrastrutture
del Mim) relativamente all’anno scolastico 2022 23, raccontano di un consistente divario territoriale6.
Con riferimento alla scuola primaria – probabilmente il ciclo di istruzione in cui l’impatto della dotazione infra-
strutturale è più rilevante – nel Mezzogiorno gli edifici scolastici dotati di mensa sono appena il 26%, contro il 54%
del Centro-Nord. La Sicilia è la maglia nera tra le regioni italiane, con appena il 18% degli edifici scolastici dotati di
mensa, mentre la regione meglio attrezzata è la Toscana con il 78%.
Lo scenario non cambia se si prende in considerazione la percentuale di edifici scolastici dotati di palestra,
sempre con riferimento alla scuola primaria: 34% al Mezzogiorno, 46% al Centro-Nord. Tra le regioni in fondo alla
classifica la Calabria con solo il 19% di edifici dotati di palestra. La regione più virtuosa è la Puglia, con il ben il 64%
degli edifici dotati di palestra.
In Italia circa il 54% (1,2 milioni di bambini sui 2,2 milioni circa) degli alunni della scuola primaria frequenta un
edificio scolastico che dispone di una mensa. Questo dato si ferma al 30% per il Mezzogiorno (240mila sui circa
800mila) e sale al 67% per il Centro-Nord (980mila sui circa 1,4 milioni). In Sicilia, meno del 20% degli alunni della
scuola primaria frequenta una scuola dotata di mensa (10,7% a Catania e 8,9% a Ragusa), mentre in Toscana e in
Liguria lo stesso dato si attesta intorno al 90%.

Figura 6 Alunni che frequentano una scuola dotata di mensa o palestra (in %, scuola primaria, a.s. 2022/23) 91

MENSE PALESTRE

8,99% 91,85% 17,63% 70,00%

Fonte: elaborazioni Svimez su dati Mim.

6
Si presenta la percentuale di edifici dotati di mensa palestra anziché la percentuale di scuole dotate di mensa palestra in quanto le scuole possono essere
costituite da più di un edificio, ciascuno con una dotazione infrastrutturale differente.
a orto ime 24 L’economia e la società del Mezzogiorno PARTE SECONDA _ Dinamiche demografiche e diritti

Questi divari denotanoMENSE PALESTRE


forti disuguaglianze regionali nell’accesso a un servizio pubblico che dovrebbe essere
offerto a cittadini e famiglie indipendentemente dalla residenza. La profonda spaccatura territoriale che emerge
diventa ancora più problematica se si prende in considerazione – come sarà fatto più avanti – il tema del tempo
pieno.
La percentuale di alunni che frequentano un edificio scolastico dotato di palestra, a fronte di un dato nazionale
del 54% (1,2 milioni di bambini sui 2,2 milioni circa), nel Mezzogiorno è pari solo al 46% (370mila su 800mila circa);
nel Centro-Nord il dato arriva al 58% (850mila su 1,4 milioni di bambini circa). La regione dove meno alunni dispon-
gono di una palestra a scuola è la Calabria (27%); quella dove più alunni beneficiano di tale possibilità è la Puglia
(77%). Analoghi valori e un analogo divario Nord Sud si registra anche per gli altri cicli di istruzione7.
Dai dati appena commentati emerge un quadro di profonda disuguaglianza tra Nord e Sud, con l’unica eccezione
della Puglia. Il divario territoriale è particolarmente marcato per quanto riguarda le mense della scuola primaria,
più contenuto nel caso delle palestre. Nel Mezzogiorno, dall’anno scolastico 2015 16 a quello 2022 23, si nota un mi-
glioramento in termini di mense, soprattutto a partire dall’anno scolastico 2020 21. Peggiorano invece le dotazioni
in termini di palestre. Complessivamente, meno di un bambino su tre nel Mezzogiorno frequenta una scuola dotata
di mensa, meno di uno su due una scuola dotata di palestra.
La possibilità per le scuole primarie di offrire il “tempo pieno” (40 ore settimanali) è strettamente legata alla
funzionalità degli ambienti scolastici e, soprattutto, alla presenza di un locale mensa. Offrire agli alunni la possibilità
di trascorrere più ore al giorno a scuola significa ridurne il rischio di abbandono precoce degli studi e offrire loro
maggiori opportunità di apprendimento, migliorandone la preparazione e – di conseguenza – il rendimento scolastico.
Inoltre, il tempo pieno rappresenta una grande opportunità per le famiglie e in particolare per le donne, che si vedo-
no sollevate dal tempo dedicato alla cura dei figli nelle ore pomeridiane, soprattutto nelle regioni meridionali dove

92
Figura 7 Dotazione di mensa e offerta del tempo pieno, a.s. 2022/23
Regioni Mezzogiorno Regioni Centro-Nord Mezzogiorno Centro-Nord Italia
100%

90%
Alunni che frequentano a tempo pieno

80%

70%
Lazio
60% Lombardia Piemonte Toscana
Emilia Romagna
50% Basilicata CENTRO-NORD Liguria
Friuli-Venezia G.
40% ITALIA Veneto
Sardegna
Marche
30% Calabria
Campania Umbria
Abruzzo
20% Puglia
MEZZOGIORNO
Sicilia
10% Molise

0%
0% 10% 20% 30% 40% 50% 60% 70% 80% 90% 100%
Alunni che frequentano scuole con mensa
Fonte: elaborazioni Svimez su dati Mim.

7
La percentuale di alunni che frequentano un edificio scolastico dotato di mensa è, per la scuola dell’infanzia, del 54% (39% nel Mezzogiorno, 67% al
Centro-Nord); per la scuola secondaria di I grado è del 33% (16% nel Mezzogiorno, 43% al Centro-Nord); per la scuola secondaria di II grado è del 5% (4%
nel Mezzogiorno e 6% al Centro-Nord). Per quanto riguarda la percentuale di alunni che frequentano un edificio scolastico dotato di palestra, questa si
attesta al 21% nella scuola dell’infanzia (22% nel Mezzogiorno, 21% al Centro-Nord); al 68% nella scuola secondaria di I grado (62% nel Mezzogiorno, 71% al
Centro-Nord); al 75% per la scuola secondaria di II grado (65% nel Mezzogiorno, 80% al Centro-Nord).
ITALIANO MATEMATICA
Scuola sec. I grado Scuola sec. I grado
Scuola sec. I grado - II Scuola sec. I grado - II
Scuola sec. II grado - V Scuola sec. II grado - V
5. Il diritto all’istruzione

i divari di genere sono ancora elevati nel lavoro come nella vita sociale. Questo rende più facile la conciliazione tra
vita familiare e vita lavorativa, incentivando l’occupazione femminile.
Incrociando i dati sulla percentuale di alunni che frequentano una scuola dotata di mensa con quelli relativi alla
percentuale di alunni che frequentano a tempo pieno, emergono due aspetti rilevanti (Fig. 7). Innanzitutto, come
facilmente prevedibile, vi è una sensibile correlazione tra la dotazione di mense e la diffusione del tempo pieno. In
particolare, per l’anno 2022 23, a livello nazionale il 41% degli alunni della scuola primaria frequenta il tempo pieno,
ma questa percentuale non è uniformemente distribuita sul territorio nazionale: tra gli studenti del Centro-Nord il
53% frequenta a tempo pieno, mentre nel Mezzogiorno solo il 21% fa altrettanto. La regione con la più alta percen-
tuale di alunni frequentanti il tempo pieno è il Lazio (60%), seguita da Toscana (57%), Lombardia (56%) e Piemonte,
Emilia-Romagna, Liguria con valori molto simili (55% circa). Vista l’ovvia correlazione tra dotazione infrastrutturale
e diffusione del tempo pieno, non sorprende che tra queste sei regioni vi siano le prime quattro per percentuale di
alunni che frequentano una scuola dotata di mensa (Toscana, Liguria, Piemonte, Emilia-Romagna). Allo stesso modo
tra le regioni nelle quali il tempo pieno è meno diffuso: Molise (11%), Sicilia (12%), Puglia (19%) e Campania (21%),
sono presenti le peggiori tre per dotazione di mense (Sicilia, Molise, Campania).

5.6 Infrastrutture scolastiche e competenze

Il “Rapporto Invalsi 2024” mostra che, a livello nazionale, la quota di alunni che raggiunge almeno il livello base
in Matematica è aumentata rispetto all’anno precedente, sia in II che in V primaria dove si è passati rispettivamente
dal 64 al 67% e dal 63 al 68%. In Italiano, invece, c’è stato un miglioramento in V primaria (dal 74 al 75%) e un calo in
II primaria (dal 69 al 67%). Sugli esiti delle prove Invalsi degli ultimi anni ha inciso negativamente il contesto deter-
minato dalla pandemia da Covid-19: dal 2021 al 2023 la percentuale di alunni che si attestano almeno al livello base 93
è diminuita sia in II che in V primaria, con un calo particolarmente pronunciato tra il 2022 e il 2023 nelle prove di
Matematica. Nel 2024 si osservano deboli segnali di un’inversione di tendenza, ma solamente nella prova di Italiano
in V primaria la percentuale di alunni che ha raggiunto almeno il livello base è tornata ai livelli pre-Covid del 2019
(75%). Più confortanti sono i risultati delle due prove di Inglese (Reading e Listening), i migliori dal 2018.
Più nel dettaglio, con riferimento alla prova di Italiano in II primaria (grado 2), a livello nazionale il punteggio
medio è di 196 punti. Marche, Abruzzo, Molise e Basilicata hanno registrato punteggi significativamente superiori,
mentre i punteggi della Provincia Autonoma di Bolzano e della Sicilia sono significativamente inferiori alla media
nazionale. Spiccano dunque le regioni del Centro Italia mentre tutte le restanti regioni e macroaree non presentano
risultati che si discostano in modo significativo dal dato nazionale.
Per la V primaria (grado 5), se da un lato il punteggio medio nazionale nella prova di Italiano resta invariato
rispetto a quello della II primaria (196), dall’altro si osserva l’amplificazione delle disparità territoriali rispetto ad
alcune regioni. In particolare: Liguria, Sardegna, Calabria, Sicilia e la Provincia Autonomia di Bolzano sono i territori
dai risultati sensibilmente inferiori alla media nazionale.
L’incidenza del fattore territoriale sugli esiti delle prove Invalsi emerge significativamente a partire dalle prove
sostenute dagli alunni della scuola secondaria (Fig. 8). A partire dalla scuola secondaria di I grado (grado 8), il “fat-
tore Sud” 8 si attesta intorno al -12,5% (Italiano) e -18,5% (Matematica). A livello nazionale, il 60% degli studenti che
ha sostenuto le prove ha raggiunto i traguardi minimi previsti in Italiano (solo il 56% in Matematica). Questa per-
centuale sale al 64% per le ripartizioni Nord-Ovest e Nord-Est e al 63% per il Centro (63% e 59,5% in Matematica),
mentre crolla al 49,5% per il Mezzogiorno (39,5% in Matematica). Particolarmente critica è la situazione della Sicilia,
i cui risultati medi si collocano sensibilmente al di sotto dei traguardi delle Indicazioni nazionali. Relativamente alle

8
Quello che per brevità viene in questa sede chiamato “fattore Sud” è un coefficiente che indica quanto i risultati al Mezzogiorno differiscono da quelli del
Centro, a parità di tutti gli altri fattori che Invalsi ha considerato rilevanti (sesso, regolarità del percorso di studio, indirizzo di studio, background sociale e
background migratorio). Rapporto Invalsi 2024.
a orto ime 24 L’economia e la società del Mezzogiorno PARTE SECONDA _ Dinamiche demografiche e diritti
Regioni Mezzogiorno Regioni Centro-Nord Mezzogiorno Centro-Nord Italia
100%

90%
prove di Matematica, si trovano nella stessa condizione anche Campania, Calabria e Sardegna.
Alunni che frequentano a tempo pieno
80%
I risultati delle prove del secondo anno di scuola della secondaria di II grado (grado 10) mostrano una persistenza
dei divari
70% territoriali particolarmente marcati nella prova di Matematica. Infatti, se nella prova di Italiano il 54%
Lazio
degli alunni
60% meridionali ha raggiunto i traguardi previsti a fronte di un valore nazionale delPiemonte
Lombardia 62,3%, nella prova di
Toscana
Emilia Romagna
Matematica
50% appena il 40,3% degli studenti meridionali ha raggiunto i traguardi previsti, contro un valore Liguria nazionale
Basilicata CENTRO-NORD
del 54,7%. Invalsi ha stimato che un alunno meridionale registra in mediaVeneto un punteggio
Friuli-Venezia G. inferiore del 7% in Italiano
40% ITALIA
e del 10% in Matematica rispetto a un alunno con le stesse caratteristiche Sardegna (sesso, background sociale, indirizzo di
Marche
studio30%e percorso di studio)Campania Calabria
di un’altra area del Paese. Umbria
Abruzzo
Gli 20%
esiti delle prove Invalsi che si tengono al termine Pugliadel ciclo di scuola secondaria di II grado (grado 13) con-
MEZZOGIORNO
fermano 10%ulteriormente la presenza
Sicilia di un divario territoriale più marcato sia per la Matematica che per l’Italiano. In
Molise
quest’ultima materia, il 56,5% degli studenti ha raggiunto i traguardi previsti. Nel Nord-Ovest e nel Nord-Est questa
0%
percentuale 0% sale al10%
66%, mentre20% al Mezzogiorno
30% scende al50%
40% 46,7%. Per 60%quanto70% riguarda 80%la prova di90%Matematica,
100% a
fronte di un dato nazionale del 52,5%, Nord-Ovest e Nord-Est
Alunni che frequentano si scuole
attestano rispettivamente al 64 e al 66%, mentre il
con mensa
Mezzogiorno si ferma al 39. Per il grado 13, il “fattore Sud” si attesta al -8,5% per la prova di Italiano e al -8,7% per
la prova di Matematica.

Figura 8 Studenti della scuola secondaria con competenze di base in Italiano e Matematica

ITALIANO MATEMATICA
Scuola sec. I grado Scuola sec. I grado
Scuola sec. I grado - II Scuola sec. I grado - II
Scuola sec. II grado - V Scuola sec. II grado - V
94
75% 70% Nord-Ovest
Nord-Ovest
70% 65%
65% 60%
60%
55%
55%
50% 50%
45% Nord-Est 45% Nord-Est
40% 40%
Mezzogiorno
35% Mezzogiorno 35%
30% 30%

Sud continentale
Sud continentale
Centro Centro

Fonte: elaborazioni Svimez su dati Mim.

Una delle missioni principali della scuola è quella di garantire a tutti gli studenti, indipendentemente dal con-
testo familiare e sociale in cui vivono, un’istruzione di qualità che fornisca loro conoscenze e competenze per
realizzare le proprie aspirazioni, migliorare la loro condizione e contribuire positivamente alla vita sociale, econo-
mica e culturale del Paese. In questo senso, la scuola è un fondamentale presidio di contrasto alle disuguaglianze,
Regioni Centro-Nord Regioni Mezzogiorno
consentendo a chi parte da una posizione svantaggiata di beneficiare dell’ascensore sociale e determinare, per sé
e per il220
Paese, un futuro migliore. Lo confermano gli studi empirici
220 che annoverano il background socioeconomico
dello studente tra le determinanti cruciali delle performance scolastiche.
215
215
Per mostrare, in una prospettiva territoriale, come gli esiti delle prove Invalsi siano connessi al contesto socioe-
210 210
024 - MAT 10
024 - ITA 10

205 205

200 200
65%
65% 60%
60%
55%
55%
50% 50%
45% Nord-Est 45% Nord-Est
40% 40%
Mezzogiorno 5. Il diritto all’istruzione
35% Mezzogiorno 35%
30% 30%

Sud continentale
conomico e culturale in cui crescono gli studenti, sono state calcolate le medie regionali relative al 2024 dell’indice
Sud continentale
Escs (Economic, Social and CulturalCentroStatus) misurato da Invalsi per ogni studente. Di tali medie
Centro regionali si è poi

calcolata la correlazione con i punteggi medi regionali per le prove Invalsi di Italiano e Matematica di grado 10 (II
anno della scuola secondaria di II grado) (Fig. 9). La correlazione tra valore medio regionale dell’indice Escs e risul-
tati delle prove di Italiano assume un valore di 0,42, leggermente inferiore a quello per le prove di Matematica (0,48).
Dai grafici in Figura 9 emerge come nelle regioni meridionali a livelli di status socioeconomico e culturale più bassi
corrispondano risultati mediamente peggiori nelle prove Invalsi.

Figura 9 Punteggi medi regionali prove Invalsi in Italiano e Matematica (grado 10) e indicatore ESCS

Regioni Centro-Nord Regioni Mezzogiorno

220 220

215 215

210 210
INVALSI 2024 - MAT 10
INVALSI 2024 - ITA 10

205 205

200 200

195 195

190 190

185 185
95
180 180
-0,2 -0,1 0,0 0,1 0,2 0,3 -0,2 -0,1 0,0 0,1 0,2 0,3
ESCS medio ESCS medio

Fonte: elaborazioni Svimez su dati Invalsi.

Oltre al contesto socioeconomico, vi è una parte della letteratura scientifica che supporta l’ipotesi che la fre-
quenza del tempo pieno si accompagni in genere a migliori risultati scolastici. Per esplorare questa relazione sono
stati raccolti i dati relativi agli esiti medi per provincia delle prove Invalsi 2024 di grado 10 (secondo anno di scuola
secondaria di II grado) e di grado 13 (quinto anno di scuola secondaria di II grado) ed è stato calcolato il coefficiente
di correlazione tra questi e la percentuale di alunni che ha frequentato una scuola dotata di mensa in ciascuna
provincia, e tra questi e la percentuale di alunni che ha frequentato il tempo pieno in ciascuna provincia. I dati per-
Province Centro-Nord Province Mezzogiorno
centuali su mensa e tempo pieno sono relativi all’anno scolastico 2015 16, quando gli studenti che hanno svolto nel
2023 24225le prove Invalsi di grado 13 (ultimo anno scuola secondaria superiore) frequentavano la V primaria, mentre
225
quelli che hanno svolto le prove di grado 10 (secondo anno scuola secondaria superiore) frequentavano la II elemen-
215 facendo, è stato possibile associare, a livello provinciale,
tare. Così 215 la diffusione del tempo pieno e la presenza di
INVALSI 2024 -MAT 10

mense 205
con gli esiti delle prove tenutesi otto anni dopo (Fig. 10).205
INVALSI 2024 -ITA 10

Dai grafici emerge una correlazione compresa tra 0,50 e 0,65 tra la percentuale di alunni che nel 2015 16 fre-
195 195
quentavano una scuola dotata di mensa e gli esiti delle prove Invalsi del 2024. La correlazione è leggermente più
forte per185le prove del grado 13. Minore, ma sempre di segno positivo,
185 è la correlazione tra la percentuale di alunni che
ha frequentato il tempo pieno del 2015 16 e le prove Invalsi del 2024. Dalla figura 10 è possibile osservare come le
175 175
province meridionali siano concentrate in basso a sinistra e siano quindi quelle alle quali sono associate una minore
diffusione
165 di mense e tempo pieno e peggiori esiti nelle prove Invalsi.
165
0 20 40 60 80 100 0 20 40 60 80 100
Alunni tempo pieno (%), 2015/16 Alunni tempo pieno (%), 2015/16

225 225
a orto ime 24 L’economia e la società del Mezzogiorno PARTE SECONDA _ Dinamiche demografiche e diritti

Figura 10 Punteggi medi provinciali Invalsi a.s. 2023/24 in Italiano e Matematica (gradi 10 e 13) e % di alunni
che hanno frequentato una scuola con tempo pieno nell’a.s. 2015/16
Province Centro-Nord Province Mezzogiorno

225 225

215 215

INVALSI 2024 -MAT 10


INVALSI 2024 -ITA 10

205 205

195 195

185 185

175 175

165 165
0 20 40 60 80 100 0 20 40 60 80 100
Alunni tempo pieno (%), 2015/16 Alunni tempo pieno (%), 2015/16

225 225

215 215
INVALSI 2024 -MAT 13
INVALSI 2024 -ITA 13

205 205

195 195

185 185

96 175 175

165 165
0 20 40 60 80 100 0 20 40 60 80 100
Aunni tempo pieno (%), 2015/16 Alunni tempo pieno (%), 2015/16

Fonte: elaborazioni Svimez su dati Mim e Invalsi.

5.7 La dispersione scolastica

La dispersione scolastica è un fenomeno complesso, dettato da un ampio spettro di cause. All’interno di questa
definizione rientrano tutti i casi di: totale assenza di scolarizzazione; abbandono precoce dei corsi di istruzione;
ripetenza e ritardo (interruzione temporanea della frequenza).
Nel 2022, l’Ufficio di Statistica del Mim ha condotto un’indagine longitudinale seguendo il percorso scolastico di
una coorte di alunni lungo otto anni scolastici, dal primo anno di scuola secondaria di I grado (a. s. 2012 13) al quinto
anno di scuola secondaria di II grado (a. s. 2019 20). Dallo studio emerge che dei 583.644 alunni iscritti al I anno di
scuola secondaria di I grado a settembre 2012, 96.177 (pari al 16,5%) hanno abbandonato il sistema scolastico senza
conseguire un titolo di studio nei sette successivi anni.
L’abbandono scolastico è particolarmente diffuso al Sud (17,4%) e nelle Isole (20,6%), mentre nel Centro-Nord
si attesta al di sotto del dato nazionale (14,6% per il Centro e 15,6% per Nord-Est e Nord-Ovest). Più in dettaglio
(Fig. 11), le regioni in cui si è registrato l’abbandono più alto sono Sicilia (21,1%) e Campania (19,9%), mentre quelle
in cui l’abbandono è risultato essere minore sono state Molise (11,3%) e Basilicata (9,8%). Relativamente alla carat-
terizzazione per genere, il fenomeno interessa i maschi più delle femmine (19% contro 13,7%), mentre per quanto
riguarda la provenienza, sono soprattutto gli alunni di cittadinanza straniera (in particolare quelli non nati in Italia)
ad abbandonare precocemente gli studi.
5. Il diritto all’istruzione
Figura 11. Abbandono scolastico nel periodo 2012-2022 (in % degli iscritti nel 2012 al I anno di scuola secondaria di I grado)

Figura 11 Abbandono scolastico nel periodo 2012-2022


(in % degli iscritti nel 2012 al I anno di scuola secondaria di I grado)

15,7 14,6
14,6 13,5 17,5
17,5
18,1
16,8

15,7 13,2
13,5

12,4
14,3
11,3
19,9 17,1
9,8 18,8
18,8

15,9

21,1

Fonte: elaborazioni Svimez su dati Mim.

Fonte: Elaborazioni Svimez su dati Mim


Un indicatore utile a misurare il fenomeno della dispersione è anche l’Elet (Early Leaving from Education and 97
Training). Quest’ultimo misura la quota di giovani di 18-24 anni che non frequentano corsi di istruzione o programmi
di formazione e che sono in possesso di un titolo di studio non superiore alla licenza media. Si tratta quindi di un
indicatore che restituisce una misura dell’abbandono scolastico a distanza di diversi anni dall’effettivo momento in
cui esso si è verificato. Negli ultimi decenni l’Italia ha fatto importanti passi in avanti nel contrasto alla dispersione
scolastica, passando dal 23,1% di Elet nel 2004 al 10,5% nel 20239. Ciononostante, il Paese si colloca al dì sopra
della media europea (9,5%), con un tasso di Elet inferiore a Germania (12,8%) e Spagna (13,7%) ma superiore a quello
della Francia (7,6%).
Le regioni insulari e meridionali sono quelle in cui il fenomeno è più acuto, con tassi di Elet rispettivamente del
17,2% e del 13,5%. Nel Centro il fenomeno si manifesta in forma più lieve (7%), mentre sono leggermente più alti –
ma pur sempre inferiori al valore nazionale – i tassi per Nord-Est (8,8%) e Nord-Ovest (8,3%). L’intensità del tasso
di dispersione scolastica varia anche in base al genere: i maschi sono interessati dal fenomeno in misura maggiore
delle donne, 13,3% contro 7,6%. La grande variabilità dell’intensità con cui la dispersione scolastica si manifesta è
ancor più evidente se, considerando sia il fattore territoriale che il genere, si prendono in esame i valori massimi e
minimi: il tasso di Elet nella popolazione femminile delle Marche è del 3,6%, mentre nella popolazione maschile della
Sardegna è del 23,4%.

9
Fonte: Istat, rilevazione sulle forze di lavoro (2024).
a orto ime 24 L’economia e la società del Mezzogiorno PARTE SECONDA _ Dinamiche demografiche e diritti

98
6. Il diritto alla salute

6. Il diritto
alla salute

6.1 Il sottofinanziamento della sanità

La spesa pubblica destinata alla sanità espressa in rapporto al Pil è una buona approssimazione dell’intensità
dell’intervento pubblico nel comparto, pur presentando il limite di non fornire indicazioni sulla qualità dell’offerta1.
Tra il 2010 e il 2019, in Italia la quota di Pil destinata alla spesa corrente sanitaria pubblica è stata in media del
6,6%, in linea con Spagna (6,5%) e Portogallo (6,7%), superiore alla Grecia (5,1%), ma sensibilmente inferiore a Re-
gno Unito (11,4%), Germania (9,4%) e Francia (8,9%). Negli stessi anni, per effetto delle politiche di consolidamento
fiscale implementate dopo la crisi dei debiti sovrani seguita alla recessione del 2009, nelle economie europee con
maggiori problemi di finanza pubblica si è ridotta anche la spesa sanitaria pro capite, indicatore correlato, tra
gli altri fattori, alla tipologia e qualità dei servizi offerti e alla composizione per età della popolazione. La punta
dell’iceberg del disinvestimento in sanità si è registrata in Grecia (-26%). L’Italia è l’unica tra le grandi economie
europee con un dato negativo: tra il 2010 e il 2019, le risorse pubbliche in termini reali allocate alla salute di ogni
cittadino italiano sono diminuite di oltre il 2%, in controtendenza rispetto a Portogallo (+15%), Regno Unito (+27%),
Francia (+32%) e Germania (+38%).
In tutti i paesi europei, la necessità di rafforzamento della sanità per far fronte all’emergenza da Covid-19 ha
interrotto questa lunga fase di disinvestimento pubblico. Dopo il picco del 2020, l’Italia ha manifestato la riduzione 99
più repentina della percentuale della spesa pubblica sanitaria sul Pil, registrando nel 2023 un valore del 6,2% a
fronte di una media nell’ultimo triennio del 6,7% (Fig. 1a). In termini reali, anche la crescita della spesa sanitaria
pubblica pro capite in Italia è stata più contenuta tra il 2019 e il 2022: +5% (+18% in Portogallo, +15% in Germania,
+13% in Francia, +10% in Spagna, +16% nel Regno Unito, +6% in Grecia). Questo trend ha contribuito a rendere
l’Italia l’unico paese in cui la spesa sanitaria in termini reali nel 2023, pari a 1.760 euro, è tornata ai valori del 2019,
diversamente da Germania, Francia e Spagna che mostrano una crescita nel tempo (Fig. 1b).
Pur in presenza di rilevanti differenze tra modelli di gestione e finanziamento dei Servizi sanitari nazionali
(Ssn), il settore pubblico rappresenta il principale soggetto erogatore dei servizi di cura e assistenza in tutte le
economie europee. La finalità è quella di favorire l’equità orizzontale garantendo a tutti i cittadini parità di acces-
so ai servizi di cura a parità di bisogni, indipendentemente da residenza, capacità contributiva e altre condizioni
socioeconomiche.
D’altra parte, un aspetto rilevante che distingue il Ssn italiano nel contesto europeo è il contributo relativamen-
te più contenuto del settore pubblico all’esborso complessivo: nel 2023 la spesa pubblica in Italia rappresentava
il 73,8% della spesa sanitaria totale, a fronte dell’86, 85 e 74% di Germania, Francia e Spagna. Questa differenza
sostanziale è legata alla progressiva riduzione delle risorse pubbliche allocate alla salute dei cittadini italiani. Il
contenimento dei costi ha interessato tutti i Servizi Sanitari Regionali (Ssr), ma i vincoli finanziari sono risultati
molto più stringenti per le regioni meridionali sottoposte a piani di rientro (gli accordi tra lo Stato e le Regioni con
disavanzi di una certa entità nei conti della sanità).
Perciò, la spesa privata - erogata sotto forma di schemi assicurativi volontari e spesa out-of-pocket come
ticket e pagamenti diretti - è andata via via sostituendosi alla spesa pubblica anziché aggiungersi, indebolendo le

1
Il dato di spesa pubblica include la spesa della pubblica amministrazione e quella che finanzia gli schemi obbligatori (assicurazioni obbligatorie previste
per lavoratori dipendenti e autonomi).
a orto ime 24 L’economia e la società del Mezzogiorno PARTE SECONDA _ Dinamiche demografiche e diritti

igura 1 Spesa sanitaria pubblica

a) IN % DEL PIL
Francia Germania Italia Spagna
12

11

10 9,8 10,1
9,2 9,2
9

8 8,6

7 7,0 7,2
6,4 6,2
6

5
2010 2011 2012 2013 2014 2015 2016 2017 2018 2019 2020 2021 2022 2023

b) IN PRO CAPITE, VALORI REALI


2010 2019 2023
4.000
3.758
3.500
3.186
100 3.000

2.500

2.000 1.760 1.918

1.500
Francia Germania Italia Spagna

Fonte: elaborazioni Svimez su dati Ocse.

finalità di equità del Ssn. Dal 2010 al 2023, la componente privata di spesa in Italia è aumentata dal 21,5 al 26,2%
(Fig. 2). 2010 2023
30
In altre parole, poco meno di 1 euro su 4 della spesa sanitaria italiana è, ad oggi, un costo sostenuto dai citta-
dini. Nello stesso periodo, in Germania si è ridotta dal 16,8 al 14,4%, 26,0 dal 23,7 al 15.3%.26,2
25,6in Francia Pertanto, mentre
nel 2010 l’Italia si caratterizzava per una componente privata della spesa sanitaria inferiore a Francia e Spagna,
25 23,7
nel 2023 appare come il Paese con la percentuale più elevata di questa componente. 21,5
La componente
20 privata cresce proporzionalmente alla capacità reddituale. Bassi livelli di reddito da lavoro
dipendente, ad esempio,
16,8 precludono l’accesso volontario alle coperture assicurative private integrative delle as-
sicurazioni obbligatorie. 14,4 15,3 alle assicurazioni sanitarie private è molto più problematico
Allo stesso modo, l’accesso
15
per i lavoratori dipendenti e per gli autonomi che sono esclusi (anche solo parzialmente) dai programmi pubblici.
Su questa categoria di soggetti è dunque particolarmente gravosa la spesa out-of-pocket (compartecipazioni alla
spesa e10pagamenti diretti) destinata ai servizi di cura improrogabili.
Germania Francia Spagna Italia
2.000 1.760 1.918

1.500
Francia Germania Italia Spagna
6. Il diritto alla salute

igura 2 Spesa sanitaria privata (in % della spesa sanitaria totale) (a)
(a) Spesa per assicurazioni private e spesa out-of-pocket (ticket e pagamenti diretti)

2010 2023
30
26,0 26,2
25,6
25 23,7
21,5

20
16,8
15,3
14,4
15

10
Germania Francia Spagna Italia

Fonte: elaborazioni Svimez su dati Ocse.

6.2 Un paese, due cure


2010 2021
30
Come discusso di recente dalla Svimez, nei Ssr meridionali i servizi di prevenzione e cura sono più carenti,
28
maggiori
26 i tempi di attesa per l’erogazione di molte prestazioni, minori i livelli di spesa . Il monitoraggio Lea (Li-
2

velli essenziali
24 di assistenza) 3 offre un quadro delle differenze nell’efficacia e qualità delle prestazioni fornite dai
diversi22Ssr, facendo emergere i deludenti risultati del Sud. L’ultimo monitoraggio predisposto dal Ministero della 101
20
Salute 18
per il 2022 (Tab. 1) evidenzia che, con l’eccezione di Puglia e Basilicata, le regioni del Mezzogiorno sono ina-
dempienti,
16 vale a dire che in almeno uno dei tre ambiti di assistenza (prevenzione, distrettuale e ospedaliera) non
raggiungono
14 il punteggio minimo (60 su una scala tra 0 e 100).
12
I divari sanitari appaiono particolarmente marcati nell’ambito della prevenzione. Questa area di assistenza è
10
valutata sullaUomini
base di indicatori
Donne relativi alle coperture
Uomini Donne vaccinali e agli screening
Uomini Donne oncologici
Uomini gratuiti a scopo pre-
Donne
ventivo, fondamentali per scongiurare l’insorgenza dei tumori poiché forniscono diagnosi precoci che evitano il
Nord-Ovest Nord-Est Centro Mezzogiorno
ricorso a interventi invasivi e riducono la mortalità oncologica.
La capacità di offerta e i tassi di adesione alle campagne di prevenzione sono sistematicamente più bassi nel
Mezzogiorno (Tab. 2). Per gli screening mammografici a cadenza biennale - controlli particolarmente raccomandati
per le donne tra i 50 e i 69 anni per le quali il tumore al seno rappresenta la più diffusa patologia oncologica - l’I-
stituto Superiore di Sanità indica che nel biennio 2022-2023, in Italia sette donne su dieci di 50-69 anni si sono
sottoposte ai controlli: la metà lo ha fatto aderendo ai programmi di screening gratuiti. La copertura è dell’83% al
Nord, del 78% al Centro e solo del 61% nel Mezzogiorno. La prima regione per copertura è il Friuli-Venezia-Giulia
(89%); l’ultima è la Calabria, dove solamente due donne su cinque di 50-69 anni si sono2010 sottoposte
2021ai controlli.
Sempre20in Calabria, risulta particolarmente bassa la quota di donne che hanno effettuato lo screening mammo-
grafico18su iniziativa organizzata: solamente il 9,7% del totale. Scende all’8,3% la quota di residenti in Calabria che
hanno 16
effettuato lo screening per il tumore al colon-retto – seconda causa più frequente di decesso per patologie
14
oncologiche
12 - nell’ambito di un programma organizzato dalla Asl, per una copertura totale del 19,4%. Per questa
area di10prevenzione, la variabilità da Nord a Sud a sfavore delle regioni meridionali è ancora più marcata: nelle
8
6
2
Svimez, Un
4 paese, due cure. I divari Nord-Sud nel diritto alla salute. Informazioni Svimez, febbraio 2024.
3 2 e servizi che il Ssn è tenuto a fornire a tutti i cittadini nel rispetto del principio di equità orizzontale, in base al quale ciascun cittadino dovrebbe
Prestazioni
0
ricevere medesimi livelli e qualità di cure e di servizi sanitari indipendentemente dal luogo in cui risiede.
Uomini Donne Uomini Donne Uomini Donne Uomini Donne
Nord-Ovest Nord-Est Centro Mezzogiorno
a orto ime 24 L’economia e la società del Mezzogiorno PARTE SECONDA _ Dinamiche demografiche e diritti

Tabella 1 Monitoraggio dei LEA per ambito di assistenza

Regioni Prevenzione istrettuale Ospedaliera Status


Abruzzo 49,31 62,18 73,10 Inadempiente
asilicata 68,46 61,92 78,03 Adempiente
Calabria 36,59 34,88 63,78 Inadempiente
Campania 69,68 55,76 68,66 Inadempiente
Emilia-Romagna 96,13 95,57 93,50 Adempiente
riuli- enezia Giulia 71,24 73,30 75,29 Adempiente
Lazio 74,08 72,07 81,30 Adempiente
Liguria 61,41 86,81 77,49 Adempiente
Lombardia 90,18 94,66 86,09 Adempiente
Marche 60,91 91,03 91,26 Adempiente
Molise 50,69 61,23 67,54 Inadempiente
P.A. olzano 54,14 77,03 75,23 Inadempiente
P.A. Trento 94,27 76,45 98,35 Adempiente
Piemonte 88,79 86,55 87,00 Adempiente
Puglia 75,97 70,02 79,69 Adempiente
Sardegna 46,55 50,45 69,11 Inadempiente
Sicilia 47,18 58,04 78,38 Inadempiente
Toscana 86,57 96,42 92,32 Adempiente
Umbria 79,59 83,88 84,42 Adempiente
102
alle d’Aosta 48,48 47,25 55,23 Inadempiente
eneto 94,08 96,40 91,36 Adempiente

Fonte: Ministero della Salute, 2022.

regioni del Mezzogiorno la quota di persone che si sottopone allo screening non raggiunge il 28%, valore che quasi
raddoppia nelle regioni del Centro fino a raggiungere il 67% fra i residenti nel Nord Italia. Per gli screening per il
carcinoma della cervice uterina causato dal Papilloma Virus, raccomandato per le donne di età superiore ai 30 anni
fino ai 64 anni, il dato nazionale si attesta a una copertura complessiva del 78%, di cui il 46% effettuato nell’am-
bito di programmi organizzati dalle Asl. La copertura complessiva raggiunge l’83% al Nord e al Centro, mentre si
ferma al 69% al Sud. Campania e Calabria registrano i risultati più deludenti, con tassi di adesione ai programmi
organizzati inferiori al 20% e tassi di copertura totale rispettivamente pari al 67,5% e al 58,0%. In generale, tutte
le regioni del Mezzogiorno presentano per questa tipologia di screening valori sempre inferiori alla media nazionale
sia per la copertura totale (77,5%), sia per la copertura mediante iniziativa organizzata (46,4%). L’unica eccezione
è la Puglia che registra una copertura totale di screening alla cervice del 76,1%, di cui il 49,7% effettuato presso
le Asl. Dallo studio delle caratteristiche sociodemografiche di coloro che si sottopongono agli screening oncologici
organizzati emerge che l’adesione aumenta quando il livello di istruzione è più alto e le condizioni economiche
sufficientemente buone. Inoltre, la mancata ricezione di una lettera di convocazione dalla Asl e o di un consiglio da
parte di un operatore sanitario sono i principali motivi della non esecuzione dei test.
Sul risultato deludente del Mezzogiorno nell’ambito della prevenzione oncologica incidono sia i bassi tassi di
adesione dell’utenza, sia la carente offerta di programma di screening. In generale, la correlazione tra predisposi-
zione individuale alla prevenzione – primaria (adottare stili di vita corretti) e secondaria (sottoporsi a controlli per
la ricerca di tumori piccoli asintomatici) – e fattori socioeconomici (come livello di istruzione e di reddito, stato
6. Il diritto alla salute

Tabella 2 Copertura screening oncologici, 2022-2023 (in % della popolazione target)

Screening mammografico Screening colorettale Screening cervicale


Regioni
Totale di cui organizzato Totale di cui organizzato Totale di cui organizzato
Abruzzo 55,8 33,6 36,8 26,8 63,9 30,6
asilicata 58,1 45,8 47,9 39,6 61,0 44,1
Calabria 44,8 9,7 19,4 8,3 58,0 19,0
Campania 60,6 26,2 26,6 15,0 67,5 18,0
Emilia-Romagna 87,1 76,2 67,4 59,8 83,2 66,0
riuli- enezia Giulia 89,3 67,5 73,2 67,6 90,9 70,0
Lazio 76,1 46,0 47,4 36,0 83,2 35,5
Liguria 82,3 61,3 48,6 41,8 82,3 42,2
Lombardia n.d. n.d. n.d. n.d. n.d. n.d.
Marche 80,2 49,0 55,3 42,2 81,4 44,9
Molise 66,8 41,6 38,5 25,3 70,6 31,9
Piemonte 74,7 60,8 n.d. n.d. 79,4 58,6
P.A. olzano 80,2 65,0 62,6 52,0 89,3 62,2
P.A. Trento 77,4 72,8 59,8 52,9 82,6 64,5
Puglia 64,0 44,3 18,5 13,4 76,1 49,7
Sardegna 62,9 43,8 36,4 28,9 67,8 45,7
Sicilia 64,1 50,8 31,7 27,4 71,6 43,1
Toscana 79,4 70,0 58,9 53,0 81,9 64,2 103
Umbria 85,6 76,1 59,6 54,2 87,4 69,5
alle d’Aosta 71,0 55,2 68,5 62,6 87,9 48,1
eneto 85,4 65,9 73,1 67,9 84,6 54,9
Italia 72,9 52,5 46,3 38,3 77,5 46,4

Fonte: Istituto Superiore di Sanità.

civile e cittadinanza) è un risultato ormai consolidato in letteratura4. Tuttavia, studi più recenti5 identificano tra le
determinanti della propensione individuale a partecipare alle campagne di prevenzione anche la percezione della
qualità e dell’accessibilità dei servizi sanitari. Indicativo, a questo proposito, è il dato sulla percentuale di donne
che in Calabria hanno ricevuto l’invito a partecipare al programma di screening mammografico: 16% contro una
media nazionale dell’89%6. Nel Piano Regionale della Prevenzione 2020-2025 della Calabria7, si elencano le princi-

4
Per il caso italiano si veda: Carrozzi, G. et al. (2015), Cancer screening uptake: association with individual characteristics, geographic distribution, and time
trends in Italy. Epidemiol Prev, 39(3 Suppl 1), 9-18; Stroffolini, T. et al. (2003), Factors affecting the compliance of the antenatal hepatitis B screening program-
me in Italy. Vaccine, 21(11-12), 1246-1249; Damiani, G. et al. (2012), Socioeconomic disparities in the uptake of breast and cervical cancer screening in Italy: a
cross sectional study. BMC public health, 12(1), 1-10.
5
Lemmo, D. et al. (2023), Clinical and psychosocial constructs for breast, cervical, and colorectal cancer screening participation: A systematic review. Inter-
national Journal of Clinical and Health Psychology, 23(2), 100354; Ampofo, A. G. et al. (2020). A cross-sectional study of barriers to cervical cancer screening
uptake in Ghana: An application of the health belief model. PloS one, 15(4), e0231459.
6
https: [Link] doc Indicatori [Link].
7
Rapporto del Ministero della Salute sui Piani di Prevenzione Regionale 2014-2019, https: [Link] portale prevenzione DELIBERE PRP 2020-
2025 Calabria PRP [Link].
a orto ime 24 L’economia e la società del Mezzogiorno PARTE SECONDA _ Dinamiche demografiche e diritti

pali cause di risultati così deludenti: (i) carenza di personale medico e tecnico; (ii) scarsa qualità delle strutture di
erogazione; (ii) obsolescenza delle apparecchiature nelle strutture di erogazione.
Il caso calabrese è emblematico della debolezza dei Ssr del Mezzogiorno. Al Sud più che nel resto del Paese,
alla strutturale sottodotazione di risorse si associano maggiori difficoltà di adempiere ai Lea. In tal senso, è utile
ricordare che il bilancio della sanità italiana viene definito a monte nel rispetto dei vincoli di bilancio pubblico e
non è commisurato ai fabbisogni di copertura dei Lea. Questi, di conseguenza, sono finanziati solo parzialmente.
La successiva assegnazione delle risorse ai Ssr si basa su criteri demografici. Circa il 60% delle risorse è allocato
proporzionalmente alla popolazione residente, riconoscendo a ciascun Ssr lo stesso ammontare pro capite (quota
capitaria secca). Per il restante 40% delle risorse complessive, l’ammontare pro capite assegnato è differenziato
per età (quota capitaria pesata), con pesi che riflettono i consumi sanitari per le diverse classi di età, maggiori per
la fascia neo-natale (0-1 anni) e per gli anziani (over 65), minori per le classi centrali. Di conseguenza, l’ammontare
delle risorse assegnate aumenta al crescere della popolazione residente (effetto popolazione) e dell’incidenza sulla
popolazione residente dei neonati e degli anziani (effetto età).
Integrare con fattori socioeconomici il riparto regionale del finanziamento per la sanità rafforzerebbe le fi-
nalità di equità del Ssn. Come discusso nel Rapporto Svimez 2023, il riparto regionale delle risorse per la sanità,
escludendo dai criteri di allocazione i fattori socioeconomici che impattano sui fabbisogni di cura e assistenza,
penalizza i cittadini delle regioni del Mezzogiorno. La presa in conto di fattori socioeconomici nei criteri di riparto
renderebbe la distribuzione del finanziamento nazionale tra Ssr più coerente con le finalità di equità orizzontale
del Ssn.
In questo contesto, la mancata copertura finanziaria integrale dei Lea è una questione nazionale, che impatta,
per i limiti dei criteri di riparto del fondo nazionale, soprattutto nelle regioni del Mezzogiorno. Allo stesso modo,
hanno inciso le misure di risanamento finanziario dei Piani di rientro che hanno consentito di “efficientare” la
104 spesa sanitaria e recuperare i disavanzi, ma a scapito di un peggioramento complessivo nell’offerta di assistenza
territoriale e ospedaliera, con effetti negativi tangibili sulla popolazione come l’intensificazione delle migrazioni
sanitarie. In molti casi, infatti, la correzione degli squilibri economico-finanziari è stata conseguita grazie a recu-
peri di efficienza e di appropriatezza nell’utilizzo delle strutture ospedaliere, senza tuttavia apportare guadagni di
efficacia nell’organizzazione complessiva dell’offerta dei servizi legati alla prevenzione, all’assistenza ospedaliera
e territoriale.
Il fabbisogno di servizi di cura e prevenzione risulta “strutturalmente” maggiore nel Mezzogiorno perché corre-
lato, tra le altre determinanti, alle condizioni socioeconomiche quali povertà relativa, disoccupazione e reddito pro
capite8. Come noto, questi fattori assumono inevitabilmente caratterizzazioni territoriali molto marcate in Italia,
in ragione dei differenziali Nord-Sud, incidendo direttamente sulla morbilità, l’incidenza con la quale una patologia
si manifesta nella popolazione.
A questo proposito, un recente studio sui differenziali territoriali riferiti al tasso di mortalità infantile docu-
menta come il fenomeno sia più intenso in Calabria, Sicilia, Campania e Puglia, dove il rischio di decesso in età
pediatrica aumenta del 70% rispetto alle regioni del Centro-Nord. Il gradiente Nord Sud si conferma anche per la
mortalità evitabile e la mortalità per tumori.
Nel primo caso, si osserva che tra il 2010 e il 2021 il tasso di mortalità evitabile – il numero di decessi per
10.000 abitanti trattabili e o prevenibili grazie a un’assistenza sanitaria tempestiva ed efficace e adeguate misure
di prevenzione secondaria – è diminuito per la componente maschile in tutte le aree del Paese, ma la riduzione è
stata meno significativa nel Mezzogiorno (da 29,7 a 28,9) e più accentuata nel Nord e nel Centro, dove si registrano
variazioni negative rispettivamente di 2,9 e 1,7 punti (Fig. 3a). Per le donne, il tasso di mortalità evitabile è sceso
nello stesso periodo sia nel Nord-Ovest (da 13,1 a 12,5) che nel Nord-Est (da 12,3 a 11,6), ma è addirittura aumentato

8
Per una review della letteratura si veda: Landi, S., Ivaldi, E., Testi, A. (2018), Socioeconomic status and waiting times for health services: An international
literature review and evidence from the Italian National Health System. Health Policy, 122(4), 334-351.
2010 6. 2023
Il diritto alla salute
30
26,0 26,2
25,6
2525 23,7
23,7
al Centro (da 12,8 a 13,1) e in misura maggiore al Sud (da 14,6 a 15,3).
21,5
Il rischio di mortalità per tumori – misurato come numero di decessi causati dalle patologie oncologiche su
10.000 20abitanti- si riduce negli ultimi vent’anni in tutto il Paese, e soprattutto per gli uomini, con un differenziale
di genere che tende 16,8quasi ad annullarsi nel 2021 (Fig. 3b). Da evidenziare come, anche in questo caso, i risultati
15,3
migliori15si registrano nelle 14,4regioni settentrionali e centrali dove il tasso di mortalità oncologica si riduce di oltre
3 punti per gli uomini e di oltre 1 punto per le donne, attestandosi rispettivamente in un range di 7,3-8 per la po-
polazione maschile e di 7-7,6 per quella femminile. Al Sud si registrano le incidenze più elevate e le variazioni più
10
contenute: tra il 2010 e il 2021 il tasso di mortalità
Germania Francia per tumori passa dall’11,2 al 9,4 per gli uomini,
Spagna Italia mentre rimane
sostanzialmente stabile per le donne (8,0 nel 2021).

igura 3a Tasso di mortalità evitabile (0-74 anni), valori per 10mila abitanti
2010 2021
30
28
26
24
22
20
18
16
14
12
10
Uomini Donne Uomini Donne Uomini Donne Uomini Donne 105

Nord-Ovest Nord-Est Centro Mezzogiorno

Fonte: elaborazioni Svimez su dati Istat.

igura 3b Tasso di mortalità per tumore (20-64 anni), valori per 10mila abitanti

2010 2021
20
18
16
14
12
10
8
6
4
2
0
Uomini Donne Uomini Donne Uomini Donne Uomini Donne
Nord-Ovest Nord-Est Centro Mezzogiorno

Fonte: elaborazioni Svimez su dati Istat.


a orto ime 24 L’economia e la società del Mezzogiorno PARTE SECONDA _ Dinamiche demografiche e diritti

Che i divari Nord-Sud nel diritto alla salute siano significativi e persistenti lo dimostrano i cittadini meridionali
che si rivolgono ai Ssr di altre regioni per curarsi. La mobilità sanitaria interregionale, infatti, riflette le disparità
tra diversi Ssr nella quantità e qualità (reale o percepita) di offerta assistenziale. La mobilità da Sud verso i Ssr
centro-settentrionali si è ormai cronicizzata, a testimonianza della persistenza delle difficoltà dei Ssr meridionali a
raggiungere standard assistenziali soddisfacenti. Viceversa, la presenza di centri di eccellenza per patologie speci-
fiche (come gli Istituti di Ricovero e Cura a Carattere scientifico pediatrici) e, più in generale, un’assistenza sanitaria
ritenuta qualitativamente migliore dai cittadini, determina la forte capacità attrattiva delle strutture sanitarie del
Centro e del Nord. Al Sud, però, non mancano le esperienze positive che andrebbero supportate per garantire per-
corsi di cura territorialmente omogenei e ridurre le diseguaglianze di accesso alle cure (Focus Il modello innovativo
della Rete Oncologica Campana).
La dimensione del fenomeno può essere desunta dai dati diffusi da Agenas: nel 2022 la mobilità passiva ha
interessato 629mila pazienti, il 44% dei quali residente in una regione del Sud. Nello stesso anno, i Ssr meridionali
hanno attirato 98mila pazienti, solo il 15% della mobilità attiva totale. In quasi tutte le regioni italiane il numero di pa-
zienti provenienti da altre regioni ricoverati per patologie oncologiche ha superato quello dei ricoverati in strutture
ospedaliere locali provenienti da fuori regione (saldo netto negativo). Fanno eccezione solo Lazio, Emilia-Romagna e
Friuli-Venezia Giulia. Le regioni dalle quali si “fugge” di più sono la Calabria e la Campania: in un solo anno, oltre 6mila
pazienti oncologici campani (3.299) e calabresi (3.090) hanno ricevuto assistenza fuori dai confini regionali. Seguono
Sicilia e Puglia, dove la mobilità oncologica ha interessato rispettivamente oltre 2.610 e 2.227 pazienti. Complessiva-
mente, i malati oncologici residenti al Mezzogiorno che ricevono cure presso un Ssr di una regione del Centro-Nord
sono 12.401, circa il 20% dei pazienti oncologici totali meridionali. Di questi, il 34% si è spostato in Lombardia (4.207),
il 26% nel Lazio (3.213), il 13% in Veneto (1.560) e l’8% in Emilia-Romagna (1.032) (Tab. 3).

106
Tabella 3 Mobilità oncologica, numero di pazienti, 2022

erso regioni del Centro-Nord


riuli- enezia Giulia

erso altre
Emilia-Romagna

regioni del
alle d’Aosta

Mezzogiorno
Lombardia

Piemonte
Trentino

Toscana
Marche

Umbria
Liguria

eneto
Totale

Lazio

Abruzzo 60 1.132 131 0 489 0 202 137 3 15 71 7 0 77

asilicata 332 420 34 3 146 2 143 5 2 15 37 6 0 28

Calabria 631 2.460 237 12 775 20 781 18 7 185 229 22 19 155

Campania 624 2.675 188 0 925 10 726 33 26 66 386 17 0 297

Molise 256 316 40 1 161 0 63 6 0 3 17 1 0 23

Puglia 175 2.051 202 22 405 11 765 45 11 67 270 4 0 247

Sardegna 12 798 40 4 72 14 466 2 7 72 40 2 0 78

Sicilia 60 2.550 160 26 241 26 1.060 8 5 157 209 3 0 655

Totale 2.150 12.401 1.032 69 3.213 83 4.207 253 62 581 1.260 62 19 1.560

Fonte: elaborazioni Svimez su dati Agenas.


6. Il diritto alla salute

6.3 La medicina territoriale

La medicina territoriale consiste nell’insieme dei servizi e delle attività sanitarie che possono essere più ef-
ficientemente erogati direttamente nella comunità, al di fuori delle tradizionali strutture ospedaliere. Si tratta,
pertanto, di un insieme di prestazioni che si svolgono principalmente sul territorio, con l’obiettivo di fornire cure e
assistenza ai pazienti nel loro ambiente quotidiano.
Più in particolare, i servizi della medicina territoriale sono orientati: a migliorare la prevenzione, la diagnosi
precoce e la gestione delle malattie, mirando: a garantire un accesso più facile e diretto alle cure; ad assicurare
l’uguaglianza nel soddisfacimento dei bisogni di salute, indipendentemente dalla residenza, dall’età, dal genere e
dalle condizioni socioeconomiche; a favorire la continuità delle cure per coloro che vivono in condizioni di cronicità,
fragilità o disabilità, che comportano il rischio di non autosufficienza; a evitare l’affollamento degli ospedali a causa
di patologie minori, garantendo invece un’assistenza continua ai pazienti dimessi dagli ospedali (fase post-acuta)
e a coloro che soffrono di patologie croniche; a monitorare costantemente i pazienti, adattando le terapie alle loro
esigenze e migliorandone la qualità di vita; a migliorare la risposta alle emergenze sanitarie.
In un’epoca in cui l’invecchiamento della popolazione, la cronicizzazione delle patologie e il crescente rischio
di emergenze sanitarie pongono sfide significative, la medicina territoriale rappresenta pertanto un importante
pilastro per garantire un uso più razionale delle risorse, maggiore equità e facilità nell’accesso alle cure, continuità
assistenziale e prevenzione delle malattie da parte del Ssn.
In Italia, tuttavia, la riqualificazione del Ssn operata attraverso il ridimensionamento della capacità degli ospe-
dali non è andato, sinora, di pari passo con il rafforzamento e la riorganizzazione delle prestazioni sul territorio, con
carenze più evidenti in alcune regioni. Si sono pertanto perpetrati, anche in questo ambito, rilevanti differenziali
territoriali nella dotazione di infrastrutture e nella qualità e quantità delle prestazioni erogate.
Questo implica, tra l’altro, che gli ospedali vengano spesso sovraccaricati con fenomeni di sovraffollamento 107
dei servizi di emergenza-urgenza, che ostacolano la salvaguardia degli standard qualitativi delle cure. Da ultimo,
l’ospedalizzazione di pazienti che potrebbero beneficiare di trattamenti presso il domicilio e o apposite strutture
non ospedaliere contribuisce a rendere ancora più difficoltosa la sostenibilità finanziaria non solo delle aziende
ospedaliere, ma anche del Ssn.

igura 4 Strutture sanitarie residenziali e semiresidenziali, posti per 100.000 abitanti, 2022 (a)

1.061 1.012
988 928
907 876

661 661 618


574 553 532
439
363
231 225 207 197 171
128 114 98
Ve e
PA eto
iul PA ento
ez no

mb a
dia
-R ria

Ma a
To he
a

U IA
lle ria

ta

a
zio

Ca zo
ria

Sa lise
Ba gna
Ca cata

ia
ilia
nt

Lo iuli

an

gli

an
L

os

z
rc
en lza

ag
ilia igu

Va mb

lab
La

Sic
ar

ITA
n
mo

ru

Mo
Pu

e
sc
G

mp
d'A

i
Tr

rd
om

sil
i-V Bo

Ab
L
ia
Pie

Em
Fr

(a) Residenze Sanitarie Assistenziali, Case protette, Hospice (anche quando situati in strutture ospedaliere oppure ne costituiscano articolazioni orga-
nizzative) e in generale strutture che svolgono attività di tipo residenziale. Strutture semiresidenziali: Centri diurni psichiatrici e in generale strutture
che svolgono attività di tipo semiresidenziale.

Fonte: Ministero della Salute.


1.061 1.012
988 928
907 876
a orto ime 24 L’economia e la società del Mezzogiorno PARTE SECONDA _ Dinamiche demografiche e diritti
661 661 618
574 553 532
439
363
231 225 207 197 171
128 114
Diversi indicatori relativi alle strutture disponibili e alla capacità di presa in carico dei pazienti mostrano98come
i Ssr si siano mossi a diversa velocità verso un sistema di assistenza sanitaria territoriale più avanzato. Tra i vari
Ve e
PA eto
iul PA ento
ez no

mb a
dia
-R ria

Ma a
To he
a
LI A

lle ria

ta

a
zio

Ca zo
ria

Sa lise
Ba gna
Ca cata

ia
ilia
indicatori, i più significativi sono quelli relativi ai pazienti anziani e in età pediatrica.
nt

Lo iuli

an

gli

an
os

z
rc
en lza

ag
ilia igu

Va mb

lab
La

Sic
ar

I TA
n
mo

ru

Mo
Pu

e
sc
G

mp
d'A

i
Tr

rd
om

s il
i-V Bo

Ab
L

U
ia
Pie

La Figura 4 riporta la disponibilità, a livello regionale, di posti letto nelle strutture sanitarie residenziali e semi-
residenziali, destinate a rappresentare sempre di più le strutture per il primo presidio di cura a livello territoriale.

Em
Fr

Le regioni del Mezzogiorno soffrono di una grave sottodotazione di strutture, registrando tutte valori inferiori alla
media nazionale di 553 posti per 100mila abitanti. Particolarmente deficitaria la situazione di Sicilia (98 posti),
Campania (114) e Basilicata (128).
Marcati differenziali regionali riguardano anche le dotazioni di posti residenziali per assistenza agli anziani (Fig.
5). Anche in questo caso, le situazioni più deficitarie sono quelle di Sicilia, Campania e Basilicata.

igura 5 Posti residenziali per assistenza agli anziani ( 65 anni) nelle strutture territoriali,
valori per 1.000 residenti anziani, 2022

42,6
36,4
29,9 28,5
25,9 24,9

17,1 16,5 15,8


15,2 15,2
10,8 9,7
6,0 5,9 5,6 5,4 4,3
2,5 1,8 1,4 1,2
108
Ma lia

Um ta
no

ez dia

Ba nia
ta
Pie nto

Ca gna
Ve e

-R na

Ab ia
o
ia
Lig e
iul Lom to

Em Tos ia

Sa e
a
lle IA

ilia
zio
na
nt

zz
h

lis
gli
os

r
br

ica
ur

Va AL
e

Giu
lza

ilia ca
rc

ag

lab
r

a
La
e
mo

Sic
n

ru
Mo

e
Pu
ba

d`A

mp
Tr

rd

sil
Bo

om

Ca
I
ia
PA
PA

en
i-V
Fr

Fonte: Ministero della Salute.

Anche i pazienti in età pediatrica beneficiano di servizi di assistenza territoriale differenziati su base regionale.
Numerosi studi mostrano che i bambini ricoverati frequentemente per asma tendono ad avere meno visite program-
mate a livello di assistenza territoriale e una minore aderenza alla terapia farmacologica9. Queste evidenze suggeri-
scono che una carente organizzazione dell’assistenza territoriale e una scarsa accessibilità alle cure possono esse-
re responsabili di un aumentato ricorso alle cure ospedaliere. Su queste basi concettuali, il tasso di ospedalizzazione
per asma può essere utilizzato per misurare la qualità dei servizi territoriali in termini di prevenzione, accesso alle
cure e trattamento, presupponendo che, al migliorare di queste, diminuisca il ricorso al ricovero in ospedale. Un
argomento analogo vale per la gastroenterite, una malattia comune nei bambini, nei confronti della quale una tem-
pestiva ed efficace cura a livello territoriale pare essere associata a una riduzione del rischio di ospedalizzazione.
La Tabella 4 misura pertanto l’ospedalizzazione potenzialmente evitabile in età pediatrica rispettivamente per
asma e gastroenterite, dal momento che per queste due malattie il tasso di dimissioni ospedaliere di pazienti in età
pediatrica può rappresentare un indicatore dell’appropriatezza e dell’efficacia del processo di assistenza rivolto al
bambino10.

9
Rapporto Osservasalute 2022. Stato di salute e qualità dell’assistenza nelle regioni italiane.
10
Inoltre, in via indiretta, può fungere anche da strumento per valutare la qualità dell’organizzazione delle cure primarie.
6. Il diritto alla salute

Dai dati disponibili al 2021, Liguria e Campania risultano le due regioni con i più elevati tassi di ospedalizzazione
pediatrica per asma, seguite da Lombardia, Umbria e Calabria. In relazione ai tassi di ospedalizzazione per gastroe-
nterite, le regioni del Mezzogiorno presentano performance significativamente peggiori (Abruzzo, Puglia, Basilicata
e Sicilia) o in linea con il dato nazionale (Molise, Campania, Calabria e Sardegna), mentre la maggior parte delle
regioni del Nord e del Centro mostrano tassi di ospedalizzazione significativamente inferiori al valore nazionale.

Tabella 4 Tasso di dimissioni ospedaliere, valori per 1.000 pazienti in età pediatrica (0-17 anni), 2021

Regioni affetti da asma affetti da gastroenterite


Piemonte 0,06 0,41
alle d’Aosta 0,21 0,68
Lombardia 0,29 0,73
olzano 0,08 0,59
Trento 0,21 0,20
eneto 0,09 0,35
riuli enezia Giulia 0,11 0,27
Liguria 0,36 0,60
Emilia-Romagna 0,15 0,70
Toscana 0,20 0,32
Umbria 0,24 0,87
Marche 0,16 0,64
109
Lazio n.d. 0,69
Abruzzo 0,22 2,07
Molise 0,10 0,75
Campania 0,34 0,72
Puglia 0,13 1,03
asilicata 0,20 1,02
Calabria 0,24 0,77
Sicilia 0,19 1,28
Sardegna 0,11 0,67
Italia 0,20 0,73

Fonte: Rapporto Osservasalute, 2022.

La mancanza delle risorse necessarie al finanziamento di nuovi investimenti e spesa corrente, soprattutto
per il personale medico, ha sicuramente rappresentato una delle cause dell’insufficiente diffusione delle attività
di medicina territoriale in diversi contesti locali. Tutto ciò, nonostante la considerevole disponibilità nelle regioni
del Mezzogiorno di risorse rinvenenti dai fondi europei e nazionali per la coesione potenzialmente utilizzabili per la
realizzazione di strutture sanitarie.
Vanno pertanto salutate positivamente sia l’introduzione nel Pnrr di una componente della Missione “Salute”
esclusivamente volta al rafforzamento della medicina territoriale, sia la scelta di prevedere per la prima volta, all’in-
terno dell’Accordo di partenariato, un Programma nazionale per l’equità nella salute indirizzato alle sette regioni del
Mezzogiorno “meno sviluppate”.
a orto ime 24 L’economia e la società del Mezzogiorno PARTE SECONDA _ Dinamiche demografiche e diritti

6.4 Il Programma nazionale Equità nella Salute 2021-2027

Parallelamente alle misure finanziate dal Pnrr discusse nel Capitolo 18 del Rapporto, per la prima volta, l’Italia ha
proposto l’introduzione di un Programma Nazionale (PN) in tema di salute nell’ambito del negoziato con la Commis-
sione europea sull’Accordo di Partenariato 2021-2027.
La proposta ha comportato un lungo negoziato con la Commissione sia sulle azioni del programma, sia sulla
possibilità di utilizzare le risorse dei fondi europei per la copertura di costi legati al personale sanitario aggiuntivo
necessario per la loro attuazione. L’evidenza di sensibili divari territoriali in alcune aree di assistenza relative alle
fasce più vulnerabili e a rischio di emarginazione ha però contribuito a giungere a una posizione condivisa che ha
consentito l’inserimento, all’interno dell’Accordo, del PN Equità nella salute.
Al di là della sua dimensione finanziaria, sicuramente inferiore rispetto alle misure del Pnrr, il programma rap-
presenta un elemento di importante novità nell’ambito delle politiche di coesione, che non hanno mai prestato
particolare attenzione alla sanità, nonostante i forti divari territoriali Nord Sud che caratterizzano le dotazioni
infrastrutturali in questo ambito. Una mancanza di attenzione ancora più difficilmente spiegabile nel caso del Fondo
per lo sviluppo e la coesione, che essendo alimentato esclusivamente da risorse nazionali, non è soggetto ai vincoli
di concentrazione tematica e di ammissibilità degli interventi propri dei fondi europei. L’auspicio è pertanto che
questo nuovo programma possa fare da apripista a un desiderabile maggior utilizzo dei fondi della coesione in un
settore fondamentale per realizzare gli obiettivi di equità fra cittadini.
Il PN Equità nella salute interviene nelle sette regioni meno sviluppate del Paese per rafforzare e migliorare la
qualità dei servizi sanitari e renderne più equo l’accesso, anche per le tipologie di pazienti che risentono maggior-
mente delle barriere di accesso al sistema.
Il programma individua quattro aree di politica sanitaria caratterizzate da ampie disuguaglianze territoriali che
110 presentano caratteristiche tali da consentire azioni coerenti con le tipologie di intervento previste dai regolamenti
europei sulla coesione: contrastare la povertà sanitaria; prendersi cura della salute mentale; il genere al centro
della cura; maggiore copertura degli screening oncologici.
L’area del contrasto alla povertà sanitaria prevede un investimento nell’ambito della medicina di prossimità
volto a soddisfare i bisogni di salute della popolazione target, essenzialmente attraverso interventi e azioni ope-
rati all’esterno del tradizionale servizio sanitario (outreaching) e l’attivazione di comunità, entrambi funzionali alla
quantificazione e qualificazione dei bisogni di salute inespressi. Attraverso l’adozione di un approccio di offerta
attiva extra moenia, l’azione mira a potenziare l’accessibilità dei servizi sociosanitari territoriali e la presa in carico
appropriata dei bisogni di salute delle persone vulnerabili dal punto di vista socioeconomico. L’erogazione delle pre-
stazioni sanitarie avverrà attraverso personale sanitario e sociosanitario aggiuntivo dedicato all’outreaching sia
utilizzando spazi messi a disposizione dalle strutture sanitarie e non, presenti sul territorio, sia mediante l’utilizzo
di motorhome dotati di attrezzature diagnostiche portatili o di medio-bassa complessità tecnologica o di “riuniti”
odontoiatrici, che possano raggiungere le persone e soddisfarne i bisogni di cura più urgenti.
L’obiettivo dell’area relativa alla cura della salute mentale è rafforzare i servizi sanitari orientati alla presa
in carico personalizzata delle persone con tali patologie, per favorirne il recupero dell’autonomia personale e il
ripristino delle competenze sociali. A tale finalità, le Asl Asp potranno stipulare accordi di coprogettazione con gli
Enti del terzo settore (Ets) che saranno coinvolti per identificare i bisogni da soddisfare, gli interventi necessari, le
modalità di realizzazione degli stessi. Le persone assistite, in condizioni di vulnerabilità anche economica, potranno
anche beneficiare, per il tramite degli Ets, di un contributo economico volto al sostegno abitativo. I Dipartimenti
di salute mentale, inoltre, saranno interessati da interventi di ammodernamento, adeguamento infrastrutturale e
potenziamento tecnologico.
Il genere al centro della cura ha per obiettivo il rafforzamento della rete dei consultori familiari, che saranno
interessati da interventi di ammodernamento, adeguamento infrastrutturale e potenziamento tecnologico per ren-
derli più funzionali alla presa in carico, in ottica di medicina di genere, tramite l’individuazione e la sperimentazione
6. Il diritto alla salute

di percorsi genere-specifici.
Infine, si prevede di rafforzare la capacità dei servizi di screening oncologici, accrescendo l’adesione ai pro-
grammi, anche attraverso l’introduzione di nuovi modelli organizzativi, ricorrendo a motorhome attrezzati per re-
alizzare l’offerta attiva e mobile, promuovendo modalità comunicative efficaci e adeguando le competenze del
personale. I punti screening saranno interessati da interventi di ammodernamento, adeguamento infrastrutturale
e potenziamento tecnologico.
Per quel che concerne la destinazione delle risorse finanziare del programma, la componente finanziata attra-
verso il Fseplus riguarda il costo del personale sanitario aggiuntivo da impiegare per la presa in carico sanitaria e
per il rafforzamento dei servizi sanitari relativi alle quattro aree di intervento. Si tratta pertanto di risorse che seb-
bene utilizzate per finalità “correnti”, sono essenziali per contrastare situazioni di disagio sociale che coinvolgono
particolari categorie di cittadini e territori. La possibilità di utilizzare per questi obiettivi di natura sanitaria le ri-
sorse europee per la coesione è stata negoziata non senza difficoltà nell’ambito dell’ultimo Accordo di Partenariato.
Allo stesso modo, le risorse rinvenienti dal Fesr sono finalizzate non solo a interventi infrastrutturali e all’acqui-
sto di attrezzature sanitarie durevoli, ma anche, dettaglio molto importante per future implementazioni di politiche
di coesione, attraverso i fondi strutturali, ad azioni di rafforzamento della capacità di erogazione dei servizi sanitari.
La Tabella 5 evidenzia il riparto delle risorse fra le sette regioni del Mezzogiorno beneficiarie del programma.

Tabella 5 Programma nazionale Equità nella Salute. Riparto regionale delle risorse. alori in euro

Enti ESR SE Totale


Regione asilicata 4.821.598 7.182.134 12.003.732
Regione Calabria 16.292.764 24.269.296 40.562.060
111
Regione Campania 48.321.474 71.978.467 120.299.941
Regione Molise 2.631.000 3.919.072 6.550.072
Regione Puglia 34.517.023 51.415.701 85.932.724
Regione Sardegna 14.203.388 21.157.014 35.360.402
Regione Sicilia 42.175.258 62.823.216 104.998.474
INMP 73.794.925 112.126.100 185.921.025
Ministero della Salute 13.242.570 20.129.000 33.371.570
Totale 250.000.000 375.000.000 625.000.000

Fonte: Ministero della Salute.


a orto ime 24 L’economia e la società del Mezzogiorno PARTE SECONDA _ Dinamiche demografiche e diritti

> Focus

IL MODELLO INNOVATIVO DELLA RETE ONCOLOGICA CAMPANA

I numeri allarmanti sulle migrazioni sanitarie da Sud verso Nord evidenziano i profondi divari territoriali nell’of-
ferta e nella qualità dei Ssr, specialmente per le patologie più gravi. Nel 2022, dei 66.885 malati oncologici residenti
al Sud, 12.401 hanno ricevuto cure presso una regione del Centro-Nord, circa il 20%. I pazienti che hanno percorso
la “rotta” inversa sono stati appena 800, pari allo 0,1% dei malati oncologici residenti al Centro-Nord.
In questo contesto non mancano però esperienze positive che, se supportate ed estese ai vari Ssr, potranno
garantire percorsi di cura territorialmente omogenei e ridurre le diseguaglianze di accesso alle cure. Un contri-
buto significativo in questa direzione è offerto dalla Rete Oncologica campana (Roc) istituita con la delibera n. 98
del 20.09.2016 e coordinata dall’Istituto Nazionale Tumori Fondazione Irccs G. Pascale. La Roc è un’infrastruttura
innovativa diffusa su tutto il territorio regionale1 che ha adottato un modello organizzativo basato su procedure
integralmente codificate per la prevenzione, diagnosi, cura e assistenza dei pazienti affetti dalle diverse patologie
oncologiche.

• La diffusione della Rete Oncologica in Campania

4 Corpus
Istituto tumori Napoli (Napoli)
A.O.U. Luigi Vanvitelli (Napoli)
A.O.U. Federico II (Napoli)
112
A.O.U. Ruggi d’Aragona (Salerno)

7 Corp
A.O. Cardarelli (Napoli) Caserta Benevento
A.O. Dei Colli (Napoli)
Ospedale del mare (Napoli)
A.O. Moscati (Avellino)
Napoli
A.O. Rummo San Pio (Benevento) Avellino
A.O. S. Anna S. Sebastiano (Caserta)
Ospedale Santa Maria delle Grazie (Pozzuoli)
Salerno
7 Asl
ASL Napoli 3 Sud
ASL Napoli 2 Nord
ASL Napoli 1 Centro
ASL Caserta
ASL Avellino
ASL Benevento
ASL Salerno

39 Case di cura accreditate

1
I centri di distinguono in: Centri II livello o Centri Oncologici di Riferimento Polispecialistici (CORP) con funzioni diagnostico-stadiative, terapeutiche e di
follow-up oncologico; Hospice e reparti ambulatori di Terapia del Dolore; Centri di Riferimento Regionali con attività specifica in campo oncologico (CORPUS)
6. Il diritto alla salute

Nella Roc, gli specialisti e i diversi operatori sanitari e sociali (Asl, medici di medicina generale, ospedali, centri
specializzati e associazioni di pazienti) lavorano in team tramite un sistema informatico integrato che facilita la
condivisione delle informazioni cliniche dei pazienti e consente di migliorare la tempestività delle cure, con una
riduzione significativa dei tempi della presa in carico e dei tempi di attesa per esami diagnostici. Più in dettaglio, a
ciascun paziente in cura presso la Rete è dedicato un gruppo di esperti (che formano diversi Gruppi Oncologici Mul-
tidisciplinari – Gom) che definiscono il migliore Percorso Diagnostico Terapeutico Assistenziale (PDTA) sulla base di
linee guida costantemente aggiornate su standard nazionali e internazionali2. Ogni paziente è inoltre individualmen-
te seguito da un proprio case manager, un infermiere con competenze specifiche che coordina anche le richieste
per le cure di continuità territoriale.
L’adozione della piattaforma Roc ha prodotto effetti visibilmente concreti già nel 2022, anno in cui la mobilità
oncologica passiva in Campania si è ridotta del 18,5% rispetto ai livelli del 2018, passando da 4.051 a 3.300 pazienti.
Nello stesso anno, sul totale dei malati oncologici campani, la mobilità sanitaria passiva è scesa al 15%, registrando
il valore minimo tra tutte le regioni del Mezzogiorno. Complessivamente, nel 2022, i malati oncologici presi in cura
da strutture afferenti alla Roc sono stati l’88% dei 795 casi operati in regione per il tumore del polmone, percentua-
le che sale al 96% per i 4.031 casi di tumore al seno operati in regione. I dati aggiornati al 2024 indicano che la Roc
monitora ogni due mesi circa 5.300 pazienti oncologici, il 20% dei quali provenienti da altre regioni. Ad oggi, la rete
coinvolge oltre un terzo (1.240 medici in totale) dei medici di base della regione da cui provengono, in media, circa
25 nuove segnalazioni a settimana. Tra il 2023 e il 2024, la Roc ha realizzato 1.182 test genomici per carcinoma alla
mammella con accesso a tutta la regione, prevenendo il sovratrattamento chemioterapeutico nel 30% dei casi, con 113
un risparmio netto per il Ssr campano di circa 2 milioni di euro.
La best-practice della Roc si sta progressivamente estendendo alle altre regioni. Sono stati finalizzati accordi
per riuso della piattaforma con Calabria, Basilicata, Lazio e Sicilia, e in quest’ultima la costruzione della piattaforma
è già in fase avanzata. La condivisione e la diffusione della piattaforma è un passaggio necessario al potenziamen-
to complessivo della qualità delle cure offerte dai diversi Ssr. Attraverso una gestione più coordinata, accessibile
ed efficace dei servizi oncologici, il percorso terapeutico e assistenziale offerto dalla Roc consente di ridurre le
differenze spaziali nell’accesso e nella qualità delle cure, avvicinando i pazienti alle strutture più prossime e con-
trastando fattivamente la mobilità sanitaria passiva. Inoltre, l’approccio di cura standardizzato adottato dalla Rete
per il trattamento delle diverse patologie oncologiche assicura che ogni paziente riceva il medesimo trattamento in
tempi rapidi e utili per intervenire precocemente. In definitiva, il percorso avviato dalla Rete in Campania, e in fase
di adozione nelle altre regioni del Centro-Sud, è un tassello fondamentale per la convergenza dei Ssr sui medesimi
standard qualitativi, una prerogativa essenziale affinché il diritto alla salute sia universalmente garantito a tutti i
cittadini.

2
La Roc definisce i tempi teorici di presa in carico per ciascuno percorso di cura. Con riferimento al tumore al reno è individuato un lasso di 7 giorni lavorativi
tra il primo accesso al Gruppo Oncologico Multidisciplinare e la prenotazione (effettuata con diagnosi accertata dal medico di base o altro specialista), un
periodo di 30 giorni tra la prima presa in carico dal Gruppo Oncologico Multidisciplinare e l’intervento chirurgico e un tempo di 40 giorni dal completamento
della fase diagnostico-stadiativa a una eventuale terapia sistemica.
a orto ime 24 L’economia e la società del Mezzogiorno PARTE SECONDA _ Dinamiche demografiche e diritti

114
7. Il diritto al lavoro e all'inclusione

7. Il diritto al lavoro
e all’inclusione

7.1 Occupazione per classi di reddito e questione salariale

La ripresa occupazionale discussa nel Capitolo 2 del Rapporto non ha interessato in egual misura le diverse
fasce di reddito e, come per altri aspetti della ripresa occupazionale dell’ultimo quadriennio, il fenomeno si è dispie-
gato con una certa differenziazione territoriale.
La Tabella 1 espone i dati sui tassi di occupazione disaggregati per quinti di reddito equivalente delle famiglie,
dalle più povere (primo) alle più ricche (quinto). Il differenziale sfavorevole al Mezzogiorno, presente in tutti i quinti,
è particolarmente marcato per le famiglie più povere (16 punti percentuali) e decresce con il reddito delle famiglie
(6 punti per il quinto più ricco).

Tabella 1 Tassi di occupazione per quinto di reddito equivalente (15-64 anni)

Quinti Nord-Ovest Nord-Est Centro Mezzogiorno


Primo 47,1 49,1 44,9 31,2
Secondo 55,4 56,3 55,1 44,6 115

Terzo 65,4 66,0 65,8 55,5


Quarto 74,3 74,9 74,2 66,6
Quinto 79,3 79,8 79,0 73,1

Fonte: elaborazioni Svimez su dati Istat

Figura 1 Variazioni 2019-2022 del tasso di occupazione (punti percentuali)

Primo Secondo Terzo Quarto Quinto


3,0
3,0 2,6
2,0 1,8
2,0 1,7 1,6 1,6
1,2 1,3 1,4
1,0
1,0 0,6 0,5 0,6
0,4 0,4 0,3
0,0

-0,4 -0,5
-1,0
-0,9
Nord-Ovest Nord-Est Centro Mezzogiorno

Fonte: elaborazioni Svimez su dati Eurostat e Istat.


a orto ime 24 L’economia e la società del Mezzogiorno PARTE SECONDA _ Dinamiche demografiche e diritti

Primo Secondo Terzo Quarto Quinto


3,0
3,0 dinamica
Nella 2,6 2019-2022, gli incrementi hanno riguardato in maniera piuttosto simile tutte le fasce di reddito
al Sud, mostrandosi 1,7
invece particolarmente differenziati lungo la distribuzione del reddito 2,0 al Nord.
1,8 Aumenti con-
2,0 1,6 1,6
sistenti si osservano nei due quinti più poveri al Nord-Ovest (+ 2,6 1,2 e + 1,7 punti percentuali)
1,3 e nel secondo quinto
1,4
al Nord-Est
1,0 (+ 1,6); per contro, la diminuzione riguarda 0,6 i quinti1,0più ricchi nel 0,6
Nord-Ovest (-0,9 e -0,4) e il penultimo
0,4 0,4 0,5
0,3
quinto nel Nord-Est (-0,5). Nel Centro-Sud si registrano variazioni positive per tutte le classi di reddito, in particolare
in quella più povera nel Mezzogiorno (+2 punti percentuali) e in quella mediana nelle regioni centrali (+3). Questa
0,0
evidenza sembra confermare -0,4come l’incremento dell’occupazione si sia concentrato prevalentemente in settori
-0,5
-1,0
dalla domanda di lavoro -0,9poco specializzata e con salari più bassi.
Come discussoNord-Ovest
nel Capitolo 2, il miglioramento
Nord-Estdell’occupazione caratteristico
Centro della ripresa ha solo leggermente
Mezzogiorno
attenuato i livelli di precarietà raggiunti nell’ultimo ventennio, durante il quale hanno conosciuto un’espansione
abnorme le forme di lavoro meno stabile e a tempo parziale, soprattutto per le donne, i giovani, gli stranieri e le
regioni meridionali.

Figura 2 Retribuzioni lorde annue per dipendente (2013 = 100)


Italia Francia Spagna Germania Mezzogiorno

RETRIBUZIONI NOMINALI
135 135

130

125
123
116 120 118

115 116
110 111
110
106
105

100 104

95
2013 2014 2015 2016 2017 2018 2019 2020 2021 2022 2023

RETRIBUZIONI REALI
111
110

104 106
105
103 103
102 101
100
100

95 96

92
90
2013 2014 2015 2016 2017 2018 2019 2020 2021 2022 2023

Fonte: elaborazioni Svimez su dati Eurostat e Istat.

120
7. Il diritto al lavoro e all'inclusione

La peculiarità italiana più rilevante, però, determinata tra gli altri fattori proprio da questo eccesso di flessibi-
lità, riguarda la questione dei bassi salari.
Dai dati esposti nella Figura 2, che propone una comparazione con Francia, Spagna e Germania, risulta che
le retribuzioni nominali mostrano un doppio divario: italiano rispetto agli altri paesi europei, e del Sud rispetto al
resto del Paese, nell’intero periodo osservato. È inoltre da rimarcare, che il recupero del triennio 2021-2023 delle
retribuzioni nominali in realtà nasconde una pesante perdita di potere d’acquisto dovuta allo shock inflazionistico:
le retribuzioni reali si sono ridotte di oltre 6 punti sia nella media italiana sia nel Mezzogiorno. Una dinamica recente
che rappresenta la coda di un processo di lungo periodo: l’Italia è l’unica tra le maggiori economie europee con
retribuzioni reali al di sotto dei livelli del 2013 (-8% nel Mezzogiorno).
Sulla questione è tornata di recente l’Istat, che ha segnalato come una quota consistente di dipendenti, sostan-
zialmente costante nel tempo, percepisca basse retribuzioni, al di sotto della soglia annuale di 12 mila euro lordi:
circa 9 milioni e 800mila dipendenti hanno avuto una bassa retribuzione almeno in un anno tra il 2015 e il 2022, il
59% delle persone con esperienze di lavoro dipendente nei sette anni considerati. Nello stesso periodo i lavoratori a
bassa retribuzione sono cresciuti di 466mila unità, raggiungendo 4 milioni e 400mila (poco meno del 30% del totale).
Sono soprattutto giovani, donne e lavoratori del Mezzogiorno i segmenti che presentano una più bassa retribuzione1.
L’espansione delle posizioni a tempo pieno e a tempo indeterminato osservata nel post-pandemia sconta dun-
que il problema strutturale di salari reali bassi e calanti. Una questione salariale che pesa sulle prospettive di
crescita, intaccando la capacità di spesa dei redditi da lavoro.
Più in generale, la questione salariale italiana riflette la tendenza globale del declino della quota del reddito da
lavoro dipendente sul prodotto, che però in Italia, e al Sud in particolare, è ancora più accentuata. Nei paesi più
sviluppati, la labour share (la quota di prodotto destinata alla remunerazione dei lavoratori) si è, infatti, progressi-
vamente ridotta dall’inizio degli anni Ottanta. L’Italia ne è risultata maggiormente penalizzata, la sua area in ritardo
ancor di più. La peculiarità del caso italiano è legata alle caratteristiche strutturali del tessuto produttivo nazionale. 117
Un tessuto produttivo che, soprattutto al Sud, rispetto alle altre grandi economie europee, è più orientato all’ado-
zione della leva competitiva della compressione dei costi, e meno caratterizzato da fenomeni diffusi di processi
produttivi innovativi e dall’utilizzo di tecnologie avanzate. Sotto questo profilo, rafforzare la politica industriale
volta a favorire l’upgrading dell’offerta significherebbe anche creare le condizioni per offrire retribuzioni migliori.

7.2 Il lavoro povero

Nel 2023, in base all’indicatore Eurostat “In work poverty” (Iwp), 2,3 milioni di lavoratori italiani si trovavano in
situazione di povertà: il 9,9%, 1,6 punti percentuali sopra la media europea. Un dato nazionale che sottende situa-
zioni differenziate tra tipologie di lavoro: 7,2% per i dipendenti permanenti, 16,1% per quelli a termine, 8,7% per chi
lavorava full-time, 16,9% per quelli in part-time.
L’Iwp, calcolato utilizzando i dati dell’indagine Eu-Silc (Statistics on Income and Living Conditions) definisce
poveri gli individui di 18-64 anni che: lavorano più di sei mesi all’anno e vivono in un nucleo familiare dal reddito
disponibile equivalente inferiore al 60% di quello mediano nazionale2. L’Iwp è perciò un indicatore ibrido: la platea di
riferimento è individuata in base alla condizione occupazionale dell’individuo, lo status di povertà in base al reddito
familiare.
L’Eurostat non diffonde dati regionali sull’Iwp, che sono invece stimati dalla Svimez sulla base del numero degli
occupati che lavorano più di sei mesi nell’anno di riferimento nel Mezzogiorno e nel Centro-Nord, e dell’incidenza

1
Istat, Rapporto annuale, 2024.
2
Limite principale dell’indicatore è quello di escludere dalla platea di riferimento i lavoratori più vulnerabili, con tempi di lavoro ridotti. Il maggior pregio,
rispetto agli archivi amministrativi sulle retribuzioni individuali, è che il campione Eu-Silc copre l’intera platea dei lavoratori, e non solo i dipendenti.
a orto ime 24 L’economia e la società del Mezzogiorno PARTE SECONDA _ Dinamiche demografiche e diritti

degli individui che nelle due macroaree vivono in famiglie a rischio povertà e a bassa intensità di lavoro.
Per il 2023, l’Iwp-Svimez è stimato al 22% nel Mezzogiorno, a fronte del 6% del Centro-Nord. Nel Mezzogiorno si
concentra il 60% dei 2,3 milioni di lavoratori poveri italiani (circa 1,4 milioni).
Dal confronto europeo esposto nella Figura 3, risalta come il dato del Mezzogiorno spinga il valore medio italiano
sopra la media europea dell’8,3%, al di sotto della quale si colloca la Germania (6,5%). Più vicina alla media dell’Ue
risulta la Francia (7,8%), più distante invece la Spagna (11,3%).

Figura 3 In-work poverty (valori in %)


2022 2023
25
22,5 22,0

20

15
11,8 11,3 11,5
9,9
10 8,5 8,3
7,1 7,4 7,8
6,5 6,7 6,0

0
Ue 27 Germania Spagna Francia Italia Centro-Nord Mezzogiorno
118 Fonte: Eurostat e elaborazioni Svimez su dati Eurostat e Istat .

La flessione dell’Iwp nazionale nel 2023 contrasta, come si vedrà in seguito, con l’aumento della quota di lavora-
tori in povertà assoluta. Al riguardo, va rilevato che l’Iwp è un indicatore di povertà relativo, che cambia di anno in
anno al variare del reddito corrente mediano, il cui trend in calo ha determinato anche l’abbassamento della soglia
di povertà relativa. Gli indicatori di povertà assoluta si basano invece su una soglia fissa - che cambia solo al varia-
re dei prezzi dei beni inclusi nel paniere di riferimento - e quindi riescono a cogliere l’impoverimento assoluto della
popolazione, ossia l’aumento del numero di coloro che non raggiungono livelli di consumo considerati essenziali3.
Un aspetto che aggrava le condizioni di disagio sociale dei lavoratori poveri è che le basse retribuzioni sono
tipicamente associate a una maggiore instabilità reddituale e, di conseguenza, a una maggiore vulnerabilità socioe-
conomica. Così risulta da una recente analisi dell’Istat che consente proprio di discriminare le tipologie di occupati,
disoccupati e inattivi più o meno interessate da instabilità reddituale4.
La Figura 4 mette in relazione, per diverse tipologie di lavoratori, il reddito medio percepito nel periodo 2015-
2021 e il suo coefficiente di variazione, vale a dire un indicatore della sua variabilità5.
Nel quadrante in alto a sinistra si collocano gli occupati più vulnerabili economicamente con elevata instabilità e
redditi bassi, in quello in basso a destra i meno vulnerabili con minore instabilità e redditi relativamente più elevati.
I più vulnerabili sono i dipendenti a tempo determinato (coefficiente di variazione pari a 113% e reddito di 7.200

3
Baldini, M. (2024), La povertà, misura per misura, la [Link], 28-05-2024; Franzini, M., Raitano, M. (2023), Diseguaglianza e povertà in Italia: proviamo a
fare il punto, Menabò, gennaio.
4
Istat, Mercato del lavoro e redditi, anno 2022.
5
Nello specifico, il coefficiente di variazione è definito come il rapporto tra la deviazione standard e la media; tale indice permette, quindi, di confrontare il
grado di dispersione intorno alla propria media di set diversi di dati, indipendentemente dalla loro unità di misura.
92
90
2013 2014 2015 2016 2017 2018 2019 2020 2021 2022 2023

7. Il diritto al lavoro e all'inclusione

Figura 4 Reddito medio e instabilità economica


120
Dip. a termine
110

20-34 anni
100

90 Part-time involontario

Stranieri extra Ue
oe ciente di aria ione

80

Stranieri Ue
70
Mezzogiorno
60 Diploma Titolo universitario
Donne
CentroItaliani Uomini
50 Nord-Ovest
35-44 anni Nord-Est
Fino licenza media
40 Dip. permanenti
45-54 anni
55-64 anni
30
5.000 10.000 15.000 20.000 25.000 30.000 35.000
Reddito medio lordo 2015-2021
Fonte: elaborazioni Svimez su dati Istat

euro); i giovani fino a 34 anni (coefficiente di variazione del 102% e reddito di 9.900 euro); gli occupati in part-time
involontario; gli stranieri; gli occupati residenti nelle regioni meridionali. 119
Specularmente, nel quadrante a minore vulnerabilità si collocano gli occupati con 45 anni e più, i residenti al
Nord-Ovest Nord-Est Centro Sud Isole
Nord, i45cittadini italiani, i dipendenti a tempo indeterminato. Gli uomini percepiscono redditi da lavoro più elevati
delle donne,
40 con condizioni38,8 39,3
di instabilità dei redditi sostanzialmente simili. Chi ha un livello di istruzione più alto
35,8
percepisce
35 redditi più elevati, ma sperimenta al tempo 31,5 stesso una maggiore variabilità.
30
25
19,6
7.320Disagio sociale e povertà assoluta 16
16,7 16,1
15 13,5 11,8
11,0 11,1
10 8,7 7,7
In Italia, nel 2023, 13,3 milioni di individui vivevano in famiglie con almeno una delle tre condizioni
4,0 3,5 5,6 che deter-
2,3 1,6 2,5materiale e sociale,
minano 5il rischio di povertà o esclusione sociale (bassa intensità di lavoro, grave deprivazione
0 povertà). Si tratta di poco meno di un quarto della popolazione italiana (22,8%). Di questi, 7,7 milioni, vale
rischio di
a ri chio di o ert a ri chio di o ert in condi ione di gra e in amig ie a a a
a dire circa seio esucdieci,
ionevivevano
ocia e nel Mezzogiorno, per un’incidenza
de ri a sulla popolazione
ione materia e locale
inten del 39%,
it di contro i valori
a oro
del 19,6% al Centro, del 13,5% nel Nord-Ovest e dell’11% nel Nord-Est (Fig.e5).
e ocia
Rispetto al 2022, il prolungarsi della ripresa occupazionale ha contribuito in tutto il Paese a ridurre le famiglie in
condizione a bassa intensità di lavoro e ha favorito la flessione delle famiglie a rischio povertà, mentre, contestual-
mente, a conferma di un ampliamento delle aree di marginalità sociale, la componente della grave deprivazione è
aumentata in tutte le aree, ma particolarmente nelle regioni del Mezzogiorno: dal 10,7 al 16,7% al Sud; dal 6,2 al 16,1%
nelle Isole.
Passando alla povertà assoluta, l’aumento che si è registrato nel 2023 si è concentrato nelle regioni del Cen-
tro-Nord, mentre nelle regioni meridionali si è verificata una moderata flessione, dopo il forte incremento del 2022
(Fig. 6). Il Mezzogiorno ha probabilmente beneficiato del positivo andamento dell’occupazione che, come discusso in
precedenza, ha favorito i due quinti più poveri della popolazione, ma tuttavia rimane al di sopra dei livelli del 2021.
L’incidenza della povertà assoluta si conferma più elevata nel Mezzogiorno sia a livello familiare (10,2%; era
55-64 anni
30
5.000 10.000 15.000 20.000 25.000 30.000 35.000
Reddito medio lordo 2015-2021
a orto ime 24 L’economia e la società del Mezzogiorno PARTE SECONDA _ Dinamiche demografiche e diritti

Figura 5 Indicatori di povertà o esclusione sociale nel 2023 (valori per 100 individui)

Nord-Ovest Nord-Est Centro Sud Isole


45
40 38,8 39,3
35,8
35 31,5
30
25
19,6
20 16,7 16,1
13,5 16
15 11,0 11,1 11,8
10 8,7 7,7
4,0 3,5 5,6
5 2,3 1,6 2,5
0
a ri chio di o ert a ri chio di o ert in condi ione di gra e in amig ie a a a
o e c ione ocia e de ri a ione materia e inten it di a oro
e ocia e
Fonte: elaborazioni Svimez su dati Istat.

Figura 6 Incidenza di povertà assoluta familiare (valori %)


Nord Centro Mezzogiorno
12

11

10
120
9

4
2014 2015 2016 2017 2018 2019 2020 2021 2022 2023
Fonte: elaborazioni Svimez su dati Istat.

al 10,7% nel 2022), sia a livello individuale (12,0%; era al 12,6% nel 2022). Al Centro-Nord si attesta al 7,6% per le
famiglie e all’8,6% per le persone (era rispettivamente al 7,2 e all’8,2% nel 2022).
Nel 2023 le famiglie in povertà assoluta sono 2 milioni e 217mila, per un totale di quasi 5,7 milioni di individui. La
povertà assoluta interessa: circa 860mila famiglie e 2,4 milioni di individui nel Mezzogiorno; un milione e 360mila
famiglie e 3,3 milioni di persone nel Centro-Nord (Tab. 2). Individui e famiglie in povertà assoluta sono aumentati
rispetto al 2021 in entrambe le macroaree.
Alquanto differenziata, nell’anno trascorso, è la dinamica della povertà per condizione professionale (Tab. 3).
Il reddito da lavoro dipendente ha visto affievolirsi la sua capacità di proteggere individui e famiglie dal disagio
economico. A livello nazionale, l’incidenza della povertà assoluta aumenta per gli occupati (dal 7,7 all’8,1%), ed è in
calo per le persone in cerca di occupazione, pur confermandosi su livelli sensibilmente più elevati (20,7%; era al
22,4% nel 2022), mentre resta stabile per gli inattivi (all’8,1%). Tra gli occupati l’incidenza della povertà assoluta
7. Il diritto al lavoro e all'inclusione

Tabella 2 Indicatori di povertà assoluta

Mezzogiorno Centro-Nord Italia


Indicatori
2021 2022 2023 2021 2022 2023 2021 2022 2023

Famiglie povere
843 906 859 1.179 1.281 1.358 2.022 2.187 2.217
(migliaia)

Persone povere
2.352 2.502 2.363 2.964 3.172 3.330 5.317 5.674 5.694
(migliaia)

Incidenza della povertà,


10,1 10,7 10,2 6,6 7,2 7,6 7,7 8,3 8,4
Famiglie (%)

Incidenza della povertà,


11,8 12,6 12,0 7,6 8,2 8,6 9,1 9,7 9,7
Persone (%)

Fonte: elaborazioni Svimez su dati Istat.

Tabella 3 Incidenza di povertà assoluta familiare per condizione professionale della persona di riferimento
(valori %)

2021 2022 2023


Condizione professionale
della persona 121
di riferimento Nord Centro Mezzogiorno Nord Centro Mezzogiorno Nord Centro Mezzogiorno

occupato 6,9 6,0 8,5 7,3 6,6 9,3 7,8 7,0 9,5

indipendente 4,7 3,9 8,1 4,9 5,2 8,0 3,9 3,9 7,5

dipendente 7,6 6,6 8,7 8,0 7,0 9,8 8,9 8,0 10,2

dirigente, quadro
1,9 1,9 3,3 2,5 2,0 3,3 2,6 2,1 3,7
e impiegato

operaio e assimilato 14,2 12,9 13,8 14,4 13,5 16,0 16,6 15,8 16,8

non occupato 6,8 5,9 11,2 7,8 6,1 11,8 8,2 6,4 10,7

in cerca di occupazione 22,6 18,5 24,8 25,3 16,9 22,8 23,0 25,2 17,8

inattivo 6,1 4,9 10,0 7,0 5,4 10,9 7,6 5,5 10,1

ritirato dal lavoro 4,2 3,1 6,3 5,9 3,3 7,7 5,9 3,7 6,9
in condizione diversa
14,4 10,7 16,0 12,6 12,1 15,9 16,5 12,0 15,2
da ritirato dal lavoro

Totale 6,9 6,0 10,1 7,5 6,4 10,7 7,9 6,7 10,2

Fonte: elaborazioni Svimez su dati Istat.


a orto ime 24 L’economia e la società del Mezzogiorno PARTE SECONDA _ Dinamiche demografiche e diritti

aumenta per i dipendenti (dall’8,3 al 9%), mentre flette per gli autonomi (5%; era al 5,9% nel 2022). Gli autonomi, pur
nella forte varietà delle figure comprese nella categoria, hanno generalmente maggiori opportunità di aggiornare
i propri tariffari e i propri prezzi all’andamento dell’inflazione, e quindi di limitare il peggioramento in anni di forte
accelerazione nella dinamica dei prezzi.
L’andamento positivo dell’occupazione non ha impedito l’aumento delle famiglie con persona di riferimento oc-
cupata in povertà assoluta nel Mezzogiorno, che sale al 9,5%, dal 9,3% del 2022 (Tab. 3). Il dato complessivo sotten-
de una flessione per gli indipendenti (7,5%; era all’8% nel 2022) e un aumento per i dipendenti (10,2%; era al 9,8%).
L’aumento interessa sia dirigenti, impiegati e quadri (3,7%; era al 3,3% nel 2022), sia le figure di operai e assimilati
(16,8%; era al 16,0% nel 2022).
In sensibile calo l’incidenza della povertà assoluta al Sud per le famiglie con persona di riferimento in cerca
di occupazione (17,8%; era al 22,8% nel 2022). Il miglioramento, sensibile anche a livello nazionale, riflette pro-
babilmente anche le ultime modifiche alla Naspi contenute nella legge di bilancio 2022, che ha esteso la tutela
pressoché alla totalità dei lavoratori subordinati del settore privato extra-agricolo, con un tasso di copertura che è
cresciuto nel tempo, soprattutto per i lavoratori a tempo determinato e per quelli stagionali. La Naspi viene inoltre
riconosciuta anche agli operai agricoli a tempo indeterminato delle cooperative e loro consorzi che trasformano
e commercializzano prodotti agricoli e zootecnici, che in precedenza accedevano alla disoccupazione agricola.
Tutte figure professionali maggiormente presenti nel Mezzogiorno. Va rilevato, inoltre, l’aumento dei massimali per
il calcolo della Naspi, che sono annualmente soggetti a rivalutazioni in base all’indice Istat dei prezzi al consumo6.
Dopo il deciso aumento del 2022, l’incidenza della povertà è in moderato calo fra i pensionati, probabilmente per
il più rapido adeguamento all’inflazione delle pensioni. L’incidenza scende a livello nazionale dal 5,9 al 5,7% e dal 7,7
al 6,9% nel Mezzogiorno.
Il quadro della povertà assoluta in Italia risulta preoccupante, anche se sostanzialmente stabile nell’ultimo anno.
122 In tale contesto, appare problematica la riforma del Reddito di cittadinanza (Rdc) e l’avvio dell’Assegno di inclusione
(Adi), i cui effetti si colgono solo in parte nel 2023 e saranno ancora più rilevanti nel 2024.

Tabella 4 Famiglie in povertà assoluta prima e dopo l’erogazione del Reddito di Cittadinanza

Famiglie in povertà assoluta


2020 2021 2022
Macroaree
pre-RDC post-RDC pre-RDC post-RDC pre-RDC post-RDC
migliaia % migliaia % migliaia % migliaia % migliaia % migliaia %

Nord-Ovest 593 8,1 536 7,3 548 7,5 495 6,8 568 7,8 531 7,2

Nord-Est 379 7,3 361 7,0 390 7,5 366 7,1 443 8,5 408 7,9

Centro 361 6,8 302 5,7 387 7,3 318 6,0 401 7,5 342 6,4

Sud 735 13,3 572 10,4 800 14,4 585 10,5 841 15,0 630 11,2

Isole 363 13,1 256 9,3 378 13,5 258 9,2 385 13,6 276 9,8

Italia 2431 9,3 2027 7,8 2503 9,6 2022 7,7 2638 10,0 2187 8,3

Fonte: Istat.

6
Inps, Rapporto annuale 2024.
7. Il diritto al lavoro e all'inclusione

I dati relativi al triennio 2020-2022 evidenziano il consistente impatto del Rdc nel ridurre l’incidenza della pover-
tà assoluta. In base alle valutazioni dell’Istat, nel triennio, tra le 400 e le 500mila famiglie hanno superato la soglia
della povertà assoluta per effetto della misura, di cui oltre 300mila nel Mezzogiorno, dove l’incidenza della povertà
sarebbe altrimenti salita di circa 4 punti, attestandosi intorno al 14% (Tab. 4).
Il Rdc, sia pure in calo nel 2023, ha probabilmente contribuito al moderato calo della povertà assoluta nel Mezzo-
giorno, leggermente aumentata invece al Centro-Nord. La flessione delle persone coinvolte rispetto al 2022 è stata
di circa il 29% al Nord e del 18% nel Mezzogiorno.

7.4 Dal Reddito di Cittadinanza all’Assegno di Inclusione

Il Rdc è stato sostituito dal Supporto per la Formazione e il Lavoro (Sfl), erogato a partire dal 1 settembre 2023,
e dall’Adi, dal 1 gennaio 2024.
Fin dalla sua introduzione, il Rdc ha svolto un ruolo chiave come strumento di protezione sociale. Le famiglie
beneficiarie (con almeno una mensilità nel corso dell’anno) sono state circa 1,6 milioni nel 2020, quasi 1,8 nel 2021
e circa 1,7 nel 2022. Complessivamente, ai beneficiari sono stati trasferiti oltre 7,1 miliardi nel 2020, circa 8,8 nel
2021, circa 8 nel 2022.
Nel 2023, il numero di famiglie percettrici del Rdc, già in calo anche per effetto della ripresa occupazionale
post-pandemica, si è ulteriormente ridotto a partire dal mese di agosto, quando per disposizione di legge7 solo i
nuclei con componenti minorenni, con almeno 60 anni di età, con disabilità o in carico ai servizi sociali territoriali
hanno continuato a ricevere le mensilità successive alla settima. Ciò ha comportato una ricomposizione della pla-
tea dei beneficiari; in particolare, si è ridotta la quota delle famiglie unipersonali, dal 30 al 22%.
I nuclei beneficiari, sono scesi poco al di sotto di 1,4 milioni (–19,1%) e le persone coinvolte, vicine ai 2,9 milioni, si 123
sono ridotte del 21,2% (Tab. 5). Il calo è stato diffuso a livello territoriale, ma più pronunciato nel Centro-Nord (–23,9
e –28,4% rispettivamente per nuclei e individui, a fronte del –16,1 e del –17,4% del Mezzogiorno) 8.
In complesso nel 2023, il 64% delle famiglie beneficiarie è residente nel Mezzogiorno, di cui oltre il 40% risiede in
sole due regioni, Campania e Sicilia; in termini di individui la quota del Sud sale al 68,6% (il 43,9% in Campania e Sici-
lia). Al Nord e al Centro si tratta rispettivamente del 20,7 e del 15,3% delle famiglie e del 17,8 e del 13,5% degli individui.
Nel complesso, circa 875mila famiglie e 2 milioni di persone residenti nel Mezzogiorno hanno usufruito del
beneficio, per un importo medio mensile di circa 596 euro. Il 10,4% delle famiglie del Mezzogiorno ha beneficiato
nel 2023 di almeno una mensilità di Rdc (il 12,4% nel 2022), a fronte del 2,3% delle famiglie del Nord e del 3,9% di
quelle del Centro.
L’incidenza dei beneficiari in rapporto alla popolazione, il cosiddetto tasso di inclusione, è piuttosto variabile fra
regioni italiane. Complessivamente, nel 2023 hanno ricevuto almeno una mensilità 50 persone ogni mille abitanti
(63 nel 2022). Guardando le ripartizioni, il dato sale a 101 per il Mezzogiorno, attestandosi su 19 e 34 percettori ogni
mille residenti, rispettivamente nelle regioni del Nord del Centro.
Campania, Sicilia e Calabria si confermano le regioni con i valori più elevati del tasso di inclusione: nella prima
quasi 131 residenti ogni mille, nella seconda 126 e nella terza 109. Allo stesso tempo, tre regioni del Mezzogiorno pre-
sentano un’incidenza inferiore a quella media nazionale: Abruzzo (38), Basilicata (42) e Molise (46). Nel Centro-Nord
il valore più elevato è quello del Lazio, comunque leggermente inferiore alla media nazionale. Tutte le regioni speri-
mentano cali significativi rispetto al 2022.

7
La Legge di Bilancio 2023 ha infatti modificato in senso restrittivo il Rdc, limitando il sostegno economico ai primi sette mesi dell’anno in corso per le
famiglie in cui non siano presenti componenti minorenni, o con più di 59 anni, o disabili ed ha previsto la sua piena abolizione dal 2024. Successivamente
il decreto-legge 4 maggio 2023, n. 48 (convertito con modificazioni dalla legge 3 luglio 2023, n. 85) ha introdotto per la prima tipologia di nuclei il Sfl a fare
data – in ragione del citato limite di 7 mensilità – dal 1 settembre 2023, e per la seconda tipologia l’Adi a decorrere dal 1 gennaio 2024.,
8
I dati si riferiscono ai nuclei che hanno beneficiato di almeno una mensilità del Rdc nel 2023 e includono anche i percettori di Pensione di Cittadinanza.
a orto ime 24 L’economia e la società del Mezzogiorno PARTE SECONDA _ Dinamiche demografiche e diritti

Tabella 5 Nuclei percettori di almeno una mensilità di Reddito di Cittadinanza

2022 2023
Regioni Numero Importo Numero Importo
e macroaree Numero tasso di Numero tasso di
persone medio persone medio
nuclei inclusione nuclei inclusione
coinvolte mensile coinvolte mensile

Piemonte 90.107 174.390 518 41 70.297 129.437 525 31

Valle d’Aosta 1.330 2.426 417 20 1.006 1.713 434 14

Lombardia 133.267 269.782 478 27 98.047 183.925 481 19


Trentino-Alto
5.896 13.176 406 12 4.488 9.544 404 9
Adige
Veneto 42.846 81.966 452 17 32.248 56.752 457 12
Friuli-Venezia
14.543 24.847 430 21 11.351 17.970 432 15
Giulia
Liguria 33.057 61.199 491 41 25.420 44.252 499 30

Emilia-Romagna 52.892 103.577 458 24 40.213 72.596 462 17

Toscana 54.021 106.249 474 29 40.118 73.067 478 20

Umbria 15.641 31.219 499 37 12.296 22.969 502 27

Marche 20.347 41.193 476 28 15.679 29.445 480 20


124

Lazio 183.402 358.324 528 63 140.827 266.422 539 47

Abruzzo 32.278 63.858 521 50 25.657 48.417 526 38

Molise 8.564 17.105 524 59 6.959 13.328 534 46

Campania 354.760 878.677 617 157 297.536 728.717 631 131

Puglia 154.184 346.253 551 89 128.411 279.448 561 72

Basilicata 14.167 27.454 509 51 11.981 22.453 523 42

Calabria 109.041 239.210 549 130 92.169 199.742 563 109

Sicilia 307.399 711.084 597 149 261.872 600.348 611 126

Sardegna 63.499 120.974 513 77 50.563 93.186 516 59

Nord 373.938 731.363 480 27 283.070 516.189 485 19

Centro 273.411 536.985 512 46 208.920 391.903 520 34

Mezzogiorno 1.043.892 2.404.615 583 122 875.148 1.985.639 596 101

Italia 1.691.241 3.672.963 551 63 1.367.138 2.893.731 563 49

Fonte: elaborazioni Svimez su dati Inps.


7. Il diritto al lavoro e all'inclusione

Nel 2024, il Rdc è stato sostituitio dall’Adi quale principale misura di contrasto della povertà. Per gli individui in
condizione di difficoltà economica ma ritenuti occupabili è, invece, prevista un’indennità di durata limitata volta ad
agevolarne l’impiego, il Sfl9.
Nei primi sei mesi dell’anno, i nuclei con domanda accolta di Adi sono stati circa 697mila e le persone coinvolte
quasi 1,7 milioni; circa 482mila nuclei (69% del totale) e 1 milione e 250 mila individui (74% del totale) residenti nelle
regioni meridionali (Tab. 6). I dati riflettono una sensibile differenza nel numero medio di componenti per nucleo
familiare pari a 2,4 persone a livello nazionale, a 2,6 nel Mezzogiorno e a circa 2 nel Centro-Nord. L’importo medio
percepito sale rispetto al reddito di cittadinanza, 618 euro a livello nazionale. I nuclei che ricevono gli importi medi
mensili maggiori sono quelli numerosi, con minori e con disabili. Gli importi medi mensili continuano, quindi, ad
essere più elevati nel Mezzogiorno (630 euro) – dove risiedono nuclei beneficiari più numerosi e poveri – rispetto
al Centro-Nord (intorno ai 590 euro), anche se il divario si riduce rispetto al Rdc. L’aumento del beneficio medio è
connesso a variazioni nella composizione dei beneficiari; in particolare, alla perdita dei requisiti di accesso per i
nuclei composti da single in età da lavoro o, più in generale, da nuclei che con il Rdc accedevano a prestazioni di
importo relativamente ridotto (percependo un reddito superiore ai limiti di accesso).
In definitiva, la riforma, rendendo fortemente categoriale l’accesso alla misura di reddito minimo, in ragione
di una distinzione basata sulla composizione familiare che nulla ha a che fare con l’effettiva occupabilità degli
individui, ha considerevolmente ridotto la platea dei beneficiari rispetto al Rdc. Considerando il primo semestre del
2023 e i beneficiari di almeno una mensilità di Rdc, nel primo semestre 2024 i nuclei beneficiari di Adi si riducono
di circa il 47%, in misura meno accentuata nel Mezzogiorno (-43,4% a fronte del -54,4% del Centro-Nord), mentre
le persone coinvolte flettono del 40% circa a livello nazionale: -35,4% nel Mezzogiorno a fronte del -50,5% del
Centro-Nord. Anche a livello regionale le flessioni sono più contenute per le regioni dove il Rdc era maggiormente
diffuso (Campania, Calabria e Sicilia).
Tra settembre e dicembre 2023, il numero di soggetti con domanda accolta Sfl è stato pari a 33mila; 93mila tra 125
gennaio e giugno 2024. Si conferma e accentua la concentrazione dei beneficiari nelle regioni del Sud e nelle Isole:
il 78% del totale; seguono le regioni del Nord con il 13% e quelle del Centro con il 9%. La regione con il maggior
numero di beneficiari è la Campania (28%), seguita da Sicilia (18%), Puglia (12%) e Calabria (11%); in queste quattro
regioni risiede il 69% dei soggetti beneficiari. Tra gennaio e maggio 2024, la media mensile di percettori è stata di
circa 47mila persone, il che evidenzia una forte transitorietà nel beneficio. Al riguardo, va rilevato che la misura del
Sfl è concessa a seguito della partecipazione a progetti di formazione, qualificazione e riqualificazione professio-
nale, orientamento, accompagnamento al lavoro e di politiche attive del lavoro comunque denominate.
Si tratta di un numero contenuto di beneficiari, meno di un terzo di quelli stimati come potenziali percettori
di Sfl. Sui primi risultati pesano probabilmente la macchinosità delle procedure, la mancanza di prospettive e di
corsi di formazione in alcuni contesti. La carenza di prospettive emerge dalle caratteristiche sociodemografiche
dei percettori, per oltre la metà persone di 50 anni e più, in maggioranza donne, e con una forte concentrazione
nel Mezzogiorno. Si tratta verosimilmente di persone molto povere, con un’età in cui è difficilissimo (re)inserirsi nel
mercato del lavoro.
L’Adi e il Sfl prevedono che il beneficiario del sostegno economico si faccia parte attiva, iscrivendosi al Sistema
Informativo di Inclusione Sociale e Lavorativa (Siisl), il nuovo sistema informativo digitale, istituito presso il Mini-
stero del Lavoro e delle Politiche Sociali e realizzato dall’Inps, che consente l’attivazione di percorsi personalizzati,
che iniziano con la firma del Patto di Attivazione Digitale e continuano, con la collaborazione dei servizi sociali del
comune di appartenenza. I beneficiari attivabili al lavoro possono anche avviare, in maniera autonoma, percorsi
personalizzati di ricerca di lavoro e rafforzamento delle proprie competenze.
Il calo delle prestazioni sociali connesso alla riforma è stato compensato dall’introduzione dell’Assegno unico
universale (Auu), a partire dal 1 marzo 2022. La nuova misura sostituisce una quota preponderante dell’Assegno

9
Capitolo 10 del Rapporto Svimez 2023.
a orto ime 24 L’economia e la società del Mezzogiorno PARTE SECONDA _ Dinamiche demografiche e diritti

Tabella 6 Nuclei con domanda accolta ADI e SFL (1° gennaio - 30 giugno 2024)

ADI SFL
Regioni
meridionali Numero Numero persone Importo medio Numero Numero medio
e macroaree nuclei coinvolte mensile in euro beneficiari mensilità percepite

Abruzzo 12.516 26.206 587 2.011 3,7

Molise 3.512 7.685 573 552 3,1

Campania 169.967 467.574 658 26.701 3,0

Puglia 67.744 164.651 614 11.404 3,6

Basilicata 6.146 13.148 566 560 2,8

Calabria 52.411 132.851 589 10.640 3,6

Sicilia 145.250 387.169 635 15.412 1,8

Sardegna 24.821 50.896 570 4.776 3,5

Nord 124.455 242.763 584 12.185