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La tradizione cavalleresca in Italia e in Europa.

Orlando innamorato di Boiardo segna una svolta nel poema cavalleresco in quanto
trasforma i cantari popolari (componimento in rima prodotti dai giullari, e diffusi
essenzialmente tramite recite nelle piazze) in in un genere destinato alla corte. Il poema
cavalleresco quindi diventa un genere ampiamente diffuso fino all’inizio del Seicento.
Quando, nel 1516, uscii la prima edizione dell’Orlando Furioso di Ariosto, il poema
cavalleresco entrò a far parte della letteratura alta e da questo momento, può
addirittura essere accostato al genere più elevato, cioè quello tragico.
Alla fortuna che il poema cavalleresco ha nel cinquecento in Europa, contribuisce anche
il successo del genere in Spagna dove si svilupparono in prosa il romanzo sentimentale,
e il romanzo cavalleresco, che ebbe il suo prototipo nell’Amadigi di Gaula.
La ragione del successo del romanzo cavalleresco di Montalvo, che racconta la storia di
amore puro tra Amadigi e Oriana, sta nel fascino di favola e avventura delle sue storie.
Per quanto riguarda invece il Furioso, i due grandi filoni che lo attraversano, quello
d’armo e quello d’amore, vanno ricondotti a due diverse tradizioni letterarie: la prima è
quella epico-carolingia, la seconda invece è quella del romanzo arturiano (re Artù).
Nel quattrocento l’attenzione della cultura alta andava sul ciclo carolingio. Il letterato
quattrocentesco non rifiuta infatti di trattare anche generi popolari. A Firenze, i poemi
canterini sono letti e contemporaneamente vengono guardati con sufficienza; perciò
quando Pulci decide di affrontare il tema carolingio, di distanzia dalla sciatteria dei
canterini e con il Morgante esprime l’ironia della borghesia medicea a un genere che
veniva considerato rozzo e non colto. Ed è in questo senso che l’opera di Pulci è una
parodia del poema cavalleresco.
Le cose però sono diverse a Ferrara dove regna la dinastia degli Este, che sono una
casata di antica nobiltà feudale. I borghesi di Firenze hanno la necessità di evidenziare
la loro distanza dal popolo perché, in quanto popolo grasso, appartengono allo stesso
ordine. Mentre gli aristocratici non hanno bisogno di muoversi per questa strada,
perché ne sono inequivocabilmente lontani. Perciò l’atteggiamento di Boiardo no è
parodico nei confronti del poema cavalleresco; infatti egli è molto più vicino allo stile
canterino di quando non sia Pulci. Boiardo però con l’orlando innamorato vuole riempire
la forma del poema cavalleresco di contenuti cortigiani, dunque con il suo progetto
encomiastico si avvicina al poema epico classico e inoltre alterna al racconto
carolingio , il racconto romanzesco che trova le sue radici nella tradizione arturiana.

Ideazione e stesura dell’orlando furioso

Ariosto inizia la stesura dell’orlando furioso intorno al 1505 come “gionta”, cioè
continuazione, dell’orlando innamorato di Boiardo. Ariosto all’interno dell’orlando furioso,
non solo inserisce il seguito dell’innamorato, ma apporta anche delle modifiche, sia da
un punto di vista struttura, che di trama.
Ariosto come anche Boiardo ha ben chiara la trama che vuole portare avanti e nel
poema intreccia vicende di guerra e vicende d’amore, e ancora come Boiardo, Ariosto
adotta il progetto celebrativo o encomiastico di Virgilio, esaltando la casata degli Este.
Anche il titolo è una ripresa del poema boiardesco; Orlando infatti da “innamorato”
passa ad essere “furioso”, cioè pazzo d’amore. Ma orlando furioso è come quasi un
paradosso perché persino un guerriero come Orlando cede alla forza dell’amore e
quindi porta a dedurre che la ragione umana è un bene abbastanza fragile.
La struttura e i personaggi

L’Orlando furioso è differente da un poema epico-classico ma rimane fedele


all’innamorato; infatti non ha né un unico protagonista né una trama lineare. Ciascuno
dei cavalieri di Ariosto ha una sua storia, continuamente interrotta e ripresa durante
l’intero poema. È comunque possibili individuare e distinguere due filoni.
Il primo è quello del racconto d’armi, quindi epico, che fa da scenario e riguarda tutti gli
eroi del poema. Esso si apre mentre infuria l’assedia di Parigi che vede contrastarsi i
cristiani di Carlo Magno con i Saraceni di Agramante, re di Africa, e di Marsilio, re di
Spagna. L’antefatto però lo si trova in Boiardo: per sanare la l’ostilità tra Orlando e
Rinaldo, Carlo Magno ha affidato Angelica al duca Namo stabilendo che la otterrà
soltanto chi ucciderà più nemici. Ma nell’inizio del “furioso” si legge che angelica fugge:
Rinaldo, orlando e altri cavalieri allora si mettono in sua ricerca abbandonando il campo
anche se, mentre questi vagano, la guerra continua. Rodomonte, re saraceno, fa strage
di nemici, finché Rinaldo non torna dall’Inghilterra con i rinforzi. I pagani, sconfitti, sono
costretti a ritirarsi e giunti ad Arles sono costretti a imbarcarsi per fare ritorno in Africa
ma sono annientati in una battaglia navale. Nel frattanto Astolfo, duca inglese, ha
guidato i cristiani alla conquista del regno di Agramante. Quest’ultimo trova nel
frattempo rifugio a Lipadusa e propone a Carlo di risolvere il conflitto con un duello tra
tre campioni saraceni e tre Cristiani. Quindi Orlando, Bradimante e Oliviero combattono
contro Agramante, Gradasso e Sobrino, con la vittoria dei cristiani.
Il secondo filone è invece quello delle vicende romanzesche vissuto da ogni singolo
cavaliere.
Orlando, in piena guerra, parte alla ricerca di Angelica. Giunge ad Anversa, dove libera
olimpia dal tiranno Cimosco e la aiuta a raggiungere l’amato Bireno, ma questo la
tradisce; e quando orlando giunge all’isola di Ebùda, la ritrova legata a uno scoglio e
offerta in pasto a un’orca. Ucciso dunque il mostro, Orlando la affida al re Oberto e
riparte. Non sa però che allo strazio è stata era stata sottoposta la stessa Angelica.
Viaggiando il paladino (orlando) resta vittima di un incantesimo nel castello del mago
Atlante e sciolta la magia riprende la ricerca. Libera dunque la giovane Isabella e la
ricongiunge con Zerbino. In seguito a un duello con Mendricardo, giunge in un bosco.
Qui scopre che la sua amata Angelica ha sposato un soldato saraceno, Medoro, e per la
gelosia, impazzisce. Come conseguenze ha una sorta di accecamento dalla ragione:
comincia a distruggere villaggi e si batte persino con rodomonte e addirittura incontra
la stessa Angelica senza però riuscire a riconoscerla; poi attraversa a nuoto lo stretto di
Gibilterra per approdare in Africa dove è riconosciuto dai suoi compagni. Il paladino
Astolfo lo fa riprendere e quindi adesso Orlando è pronto per battersi insieme ai
Cristiani e a concludere vittoriosamente la guerra.
Le vicende degli altri cavaliere poi si ricollegano più o meno a quella di Orlando.
Più autonoma è la storia di Ruggiero. Bradamante, guerriera cristiana sorella di Rinaldo,
già nel poema di Boiardo, si è innamorata di lui e adesso lo cerca con insistenza. Il
giovane saraceno è prigioniero di Atlante: il mago africano, cerca di tenerlo lontano
dalla guerra in cui lo ha trascinato Agramamante. Sa infatti che il suo destino è
diventare cristiano e morire per mano dei Maganzesi (traditori che vivono alla corte di
Carlo). Bradamante libera Ruggiero; ma questo è subito porta via dall’ippogrifo che lo
conduce all’isola della fata Alcina, di cui si innamora. Guidato dalla maga Melissa e da
Logistilla, Ruggiero riesce a vincere tutte le sue insidie. Ancora per merito dell’ippogrifo
riparte per compiere il giro del mondo. Sull’isola di Ebùda libera angelica esposta
all’orca, ma la principessa gli sfugge. Attirato ancora una volta con una nuova illusione in
un palazzo sempre costruito dal mago africano Atlante, vi resta finché non lo libera
Astolfo. Nel palazzo c’è anche Bradamante alla quale promette di battezzarsi e
chiederla in sposa, ma sfortunatamente i due si perdono di vista a causa di una zuffa.
Ritorna così al campo dai suo re Agramante. Qui trova Marfisa: Bradamente vuole
vendicarsi di Ruggiero e e quindi lo sfida a duello. La voce di Atlante, però li interrompe:
rivela che Ruggiero e Marisa sono in realtà fratelli e hanno rovini cristiane. Ruggiero,
che non ha il coraggio di abbandonare Agramante, rinvia la conversione. Combatte
ancora contro i paladini; poi naufraga su un’isola dove finalmente un santo eremita lo
battezza ed è sempre qui che lo trovano orlando e Rinaldo. Nel frattempo, però, il padre
di bradamente lo promette a leone, figlio dell’imperatore bizantino. La giovane ottiene
di sposare soltanto colui che sarà vincente nel duello, poiché spera che intervenga
Ruggiero che è stato fatto prigioniero di Leone che gli chiede di combattere per lui.
Bradamente si scontra dunque, senza saperlo, con l’amato. Ruggiero rivela la realtà a
leone che, commosso, rinuncia alle sue pretese. Quindi Ruggiero e bradamente possono
finalmente sposarsi e dare origine alla dinastia estense. Ma il giorno delle nozze il
pagano rodomonte accusa il giovane di aver tradito Agramante. Il furioso si conclude
con il duello tra i due e la morte del saraceno.

La poetica del furioso: tra epica e romanzo

L’invenzione di uno stile epico illustre è la prima grande innovazione di Ariosto e questa
segna la netta differenza rispetto alle varie poetiche del quattrocento.
L’inaugurazione di questo nuovo linguaggio è resa possibile grazie a una profonda
volontà di avvicinamento ai modelli epici. Quella di Ariosto però è un’epicità che a volte
viene negata o affermata dal conflitto delle interpretazioni.
Quello che ci permette di definire un racconto epico è la presenta all’interno di questo
di temi e situazione che possono essere riconosciuti come epici. Nel furioso i temi a cui
ci si riallaccia sono quelli del ciclo carolingio e della tradizione classica.
Ma l’epica deve contenere anche un’autorità ideologica; è in questa infatti che si trova la
sua sostanza. L’epica è la forma con cui una comunità celebra la sua nascita. L’ideologia
epica è quindi una risposta a una situazione storica. Il furioso è dunque definibile come
epico in quanto afferma l’individualità dello stato estense, i suoi diritti, la giustezza delle
sua politica e delle sue alleanze. Ma oltre a questo, lo è anche perché si presenta come
un poema leggibile in tutta la nostra penisola; cioè dopo i regionalismi del Quattrocento,
Ariosto per primo dà alla nostra letteratura un’unità nazionale.
Tuttavia è lo stesso Ariosto a porre dei forti limiti al carattere epico del Furioso. I valori
dell’epica sono valori collettivi e popolari, cioè a dire che la classe sociale dominante li
impone e quelle subalterne.
I valori collettivi proposti dal furioso dovrebbero essere quelli della lotta cristiana contro
i Saraceni: lo impone la materia carolingia; ed effettivamente, i cavalieri di Ariosto
sentono quest’obbligo che però non si riflette sul lettore. Ariosto riflette bene prima di
proporre a coloro che stanno a corte nel cinquecento un’anacoretica guerra di fede;
restano gli ultimi canti a dirigerci verso l’epos, e lo fanno per suggellare il carattere
ufficiale del poema. Se l'epica propaganda valori collettivi, il romanzo celebra valori
individuali. Ariosto, come già faceva Boiardo, gioca su questo contrasto all'interno del
suo poema: ma a differenza del suo predecessore quale Boiardo, vi investe con aperta
consapevolezza.
Il furioso è un poema romanzesco e aperto. Le strutture epiche vorrebbero un racconto
sostanzialmente stabile: tutti i cavalieri dovrebbero quindi rimanere sul campo di
battaglia a combattere per la fede. La struttura romanzesca, qui Ariosto si spira, che
scrivono invece un racconto che più dinamico: il cavaliere quindi qui deve viaggiare
perché altrimenti non può conoscere il proprio destino. Ecco quindi perché la struttura
di Ariosto si dice che aperta; va verso la divagazione.
Ariosto infine del romanzo riprende la mescolanza dei generi infatti nel furioso vi sono
momenti lirici assunti dalla tradizione petrarchesca o quella boccacciana, psicologica e
introspettiva, e aspetti tipici della poesia bucolica e del romanzo pastorale e infine vi è
anche l'inserimento di novelle messe direttamente all'interno del poema in quanto
narrate da qualche personaggio.
Inoltre Ariosto interpreta gli eventi del suo tempo con l'ottica del cortigiano ferrarese
ma lo fa con grande attenzione a tutto lo scenario europeo. Quindi spesso, gli
inserimenti storici sono legati al tema encomiastico.

I temi: la quète, il labirinto, la follia

Nel furioso la quetes, vanno spesso a vuoto. Infatti si faccia caso al fatto che Angelica
non è mai raggiunta né da Orlando né da Rinaldo e ne dà nessun altro fra quelli che la
cercano. Questa invece cede a un semplice soldato mai visto prima che ha incontrato
per un caso fortuito: Medoro.
La quete diviene nel furioso l'inseguimento di un fantasma interiore. E questo ce lo
suggerisce Ariosto quando costruisce un episodio come quello del palazzo di Atlante in
cui tutti credono di trovarsi sulle giuste tracce del loro oggetto di desiderio ma in realtà
sono semplicemente vittime di un inganno. Quindi se nella quete il romanzo esprime il
senso dell’esistere, questo per Ariosto è l'inseguimento di un sogno o comunque il lungo
affaticarsi in un labirinto e quindi perdita di sé.
Fin dalla mitologia greca il labirinto è l'emblema da una parte dalla ricerca umana della
giusta via per attraversare la vita e dall'altro il rischio del perdersi dell’errore, che nel
mondo-selva di Ariosto È inteso come rischio della perdita di un'identità tutta è solo
umana e terrena. Ariosto è comunque sempre consapevole di usare il verbo errare in
tutta la sua ambiguità semantica infatti errare dal latino significa tanto pagare quella
quanto uscire di strada essere incerto o comunque sbagliare; nell’Orlando furioso infatti
i personaggi errano continuamente sia perché aderiscono ad una concezione della vita
come “viaggio” e “ricerca”, sia perché questo comporta il rischio dello sbaglio e
dell’inganno. Mentre invece il il mondo terreno in Ariosto rischia di perdere il significato
perché i cavalieri che lo attraversano non concludono mai con successo la loro ricerca
del <<senso>>. Realtà delle cose del mondo per Ariosto è però comunque mobile,
variabile, plurale; infatti il mondo non è riconducibile al nostro singolo desiderio ma è
piuttosto un continuo intreccio dei desideri di tutti che spesso sono tra loro diversi e/o
opposti.
Pertanto la salva di cui parla Ariosto è il luogo forse più altamente simbolico di questo
“mettersi in gioco” della vita delle persone senza una garanzia di successo ma in un
modo del tutto laico e terreno in cui sembra che a dominare sia rischio addirittura la
follia.
La quete che compiuta da Orlando è letteralmente una pazzia perché pazzia in genere
è l'esistenza umana. Quando Astolfo giunge sulla luna a recuperare il senno del paladino
si comprende che la sua storia è solo una delle tante che accadono agli uomini e sullo
stesso piano di Orlando stanno sia gli amanti che hai ricercato di onori e ricchezze sia i
cortigiani, sia gli estimatori delle arti e sia gli artisti stessi.
La forza che mette in moto l'azione romanzesca all'amore che Ariosto rappresenta in
tutta la sua verità. La bellezza sensuale di Angelica incarna tutte le seduzioni del
sentimento amoroso ma comunque l'amore è una passione travolgente razionale che
distrai cavalieri dalla guerra; le armi per Ariosto sono un altro tema importante infatti
con questi Ariosto recupera i valori epici dell'eroismo e la contrapposizione tra cristiani
e saraceni: ma nella realtà dei fatti la differenza tra Paladini e cavalieri pagani si
attenua fino a scomparire; di fatto gli uni e gli altri condividono la stessa ideologia
cortese e sono mossi dagli stessi identici impulsi.
Orlando furioso è il poema del disincanto della consapevole rinuncia a molte illusioni
della civiltà rinascimentale. In quanto poi emanato per la corte esso non può
assolutamente mancare di tracciare la figura esemplare del cortigiano e la figura
prescelta per svolgere questo scopo è quella di Ruggero che è il fondatore della dinastia
Estense e a livello ideale anche della corte. Il cammino di Ruggero è un cammino
definibile di formazione che inizia con l'inconsapevolezza di sé e va a terminare con
l’assunzione del proprio ruolo. Perciò la sua quete, diversamente da quanto accade per
gli inseguitori di Angelica, si conclude con successo.

La voce narrante: Ariosto demiurgo e Ariosto innamorato

Questa complessa struttura narrativa letterario funziona anche grazie un'esplicita


volontà ordinatrice da parte di Ariosto infatti sin dall'inizio del poema egli si mette in
scena in una duplice veste.
La prima è quella del narratore onnisciente ovvero del narratore che sogni cose della
vicenda narrata è che dall'alto muove e controlla ogni singolo personaggio. Si potrebbe
infatti dire che Ariosto si presenta come il regista dell’azione.
Questa formulazione insiste sulla capacità demiurgiche del poeta. Secondo Platone la
filosofia umanistica che a lui si spira è che comunque Ariosto aveva studiato in gioventù
il demiurgo è l'artefice divino che plasma il mondo sensibile immagine delle idee eterne
e immutabili. Nella cultura del primo Rinascimento il demiurgo invece diventa una figura
analoga a quella dell'artista e a differenza del Dio ebraico cristiano il demiurgo non
crea dal nulla; effettivamente si nota che comunque il “furioso” è la continuazione di un
testo che già esiste. Ariosto è quindi autore di una letteratura che si alimenta di un'altra
letteratura. Eppure questo aspetto non costituisce per il lettore del cinquecento uno
scandalo o un plagio; anzi se è sufficientemente colto si sentirà chiamato a confrontare
il tasto con i suoi modelli per apprezzarne le varianti. Il poeta rinascimentale infatti non
cerca l’originalità, ma vuole essere ammirato per la scelta dei suoi materiali e per le
capacità di riuscire a lavorarli, montarli e combinarli.
In quest'opera di costruzione del poema Ariosto assume spesso un atteggiamento
ironico e autoironico quindi. Nel poema non esistono solo le quetes dei personaggi, ma
esiste anche il viaggio che compie Ariosto nell’inseguire tutti i personaggi.
Si arriva così al secondo modo in cui si mette in scena Ariosto. Egli è, sin dalle prime
ottave, un personaggio vero e proprio: assimila infatti la sua storia d'amore a quella di
Orlando e questo paragone si fa più intenso quando orlando impazzisce. Chiaramente
anche qui Ariosto non manca di ironizzare e l’effetto che ottiene è duplice: da una parte
avvicina il lettore al poeta e dall’altra parte propone un’immagine del mondo che non si
lascia appiattire su quella ironia ariostesca che è ormai diventata un luogo comune.

Armonia e ironia: equilibrio rinascimentale e dissoluzione dei valori

Ariosto agli sconvolgenti della sua epoca, oppone la serenità della vita domestica e
l’impegno del valore letterario. E si faccia attenzione a non confondere questa scelta
come un modo per sfuggire dalla realtà; anzi è la ricerca di un equilibrio al di sopra
degli avvenimenti storici. Quesì equilibrio è però condizionato dalla posizione sociale
del letterato come uomo di corte. Il signore dunque gli concede l’agio di vita, ma il
letterato deve piegarsi alle sue direttive sia in senso pratico che in senso ideologico. In
un sstema sociale di questo tipo secondo Ariosto l’arma migliore è l’ironia sempre
mediata e sottile che coinvolge la vita umana, ma si indirizza specificatamente alla
corte; e per rendersene conto bisogna leggere circa il viaggio di Astolfo sulla luna e il
suo dialogo con san Giovanni da cui si deduca che l’arte è strettamente condizionata
dal potere e questo non può fare a meno della prima.
Che il “furioso” sia colmo di menzogne è vero anche per la trama: in essa ciò che è
fantastico ha un ampio spazio e il magico nel poema di Ariosto rappresenta un
espediente letterario.

La presentazione dell’opera

Sin dal proemio si coglie la varietà dei temi che Ariosto tratta e la presenza dei due
grandi filoni (amori e armi). Però con la fuga di Angelica si sottrae dello spazio letterario
al filone delle armi per far posto all’intreccio romanzesco.
Per un duplice incantesimo, Rinaldo si ritrova ad amare Angelica, mentre quest’ultima si
ritrova nella sfera opposta all’amore e si rivela infatti, l’amore rappresentato tra i due,
irrealizzabile: e angelica di questo amore diventa l’emblema proprio perché tutti la
inseguono e lei da tutti sfugge. Il centro della azioni romanzesche è dunque la bellezza
in continuo movimento e ne sono i primi esempi l’abbandono da parte di Rinaldo del
campo e il duello con Ferraù. Le donne del “Furioso” si impongono spesso come
creatrici del proprio stesso destino e sono sempre altere e intelligenti.
Quindi nel proemio la guerra sembra avere poco spazio: infatti possiamo notare Ferraù
affannato nella ricerca del suo elmo; Rinaldo corre dietro al proprio cavallo; sacripante è
sconfitto da una donna; e tutti sono ovviamente vittime di Angelica.
Nel poema quello che sembra avere più importanza è la comune appartenenza a una
casta feudale: la condivisione del codice cavalleresco. Rinaldo e Ferraù quindi
rappresentano due modelli per i cortigiani del cinquecento: anche nelle dispute
personali, rispettano lo stesso galateo.

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