1999 - Millevite
1999 - Millevite
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PERSONAGGI
CHARLIE
IL PADRE
LA MADRE
SHEILA
THOMAS
LAYLA
MARY
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Interno di una abitazione. Sul fondale, sulla parte sinistra, la porta di ingresso. Sulla
sinistra davanti, una scrivania con una sedia. Sopra la scrivania una macchina da
scrivere, fogli, libri, una lampada. Sulla destra una porta. Una porta anche a sinistra.
Due sedie ai due lati del palcoscenico.
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PRIMO TEMPO
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All’aprirsi del sipario è tutto buio, tranne la lampada sulla scrivania. Charlie sta
scrivendo a macchina. Sulle sedie ai due lati del palcoscenico sono la madre e il
padre di Charlie, che quando inizieranno a parlare saranno illuminati da due occhi
di bue, alternativamente. Musica, “Straight into the sunrise”, di Gato Barbieri. Va
avanti per almeno un minuto mentre Charlie scrive, rilegge ciò che ha scritto, cor-
regge gli errori e riprende a scrivere. Poi di sottofondo mentre il padre e la madre
parlano. Lui legge il giornale, lei fa maglia.
SCENA PRIMA
Madre e padre
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PADRE: E magari anche una bella nuora.
MADRE: E invece chissà che donnacce frequenta. In un’altra città. Da solo. Il mio
bambino. Spero non sia dimagrito troppo.
PADRE: L’ho sempre detto che avrebbe dovuto iscriversi ad architettura.
MADRE: L’università non l’ha nemmeno fatta. Se si fosse iscritto...
PADRE: Ma non l’ha fatto. E ormai è tardi.
MADRE: Non è mai troppo tardi.
PADRE: Che sonno.
MADRE: Uffa. Sono quarant’anni che appena ti metti davanti alla televisione ti ad-
dormenti.
PADRE: Non è la televisione. E’ parlare con te che mette sonno.
MADRE: Non credere di essere tanto più divertente di me. Sei sempre stato una pizza.
PADRE: Avevi solo da non sposarmi.
MADRE: Sei tu che me l’hai chiesto.
PADRE: E tu potevi dirmi di no.
MADRE: Charlie non sarebbe nato.
PADRE: E io e te chissà dove saremmo. Forse mi sarei imbarcato. Avrei lavorato in
marina. Avrei girato il mondo. Invece non ho mai girato nemmeno tutta la
città.
MADRE: E io magari avrei sposato un milionario. Ora farei la bella vita. Non dovrei
fare i conti di quello che spendo e cercare di risparmiare per arrivare alla fi-
ne del mese.
PADRE: Potresti già anche essere morta.
MADRE: In fondo sarebbe bastato che una sola volta nella vita avessi scelto in manie-
ra diversa e adesso vivrei una vita completamente diversa. Avrei potuto vi-
vere mille vite diverse e di certo sarebbero state tutte più divertenti di questa.
Mi senti? Ci avrei scommesso, si è già addormentato. Chissà cosa starà fa-
cendo mio figlio. (Si addormentano entrambi).
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SCENA SECONDA
Charlie poi Sheila
(Charlie toglie il foglio dalla macchina da scrivere. Leggerà ad alta voce ciò che ha
scritto, e compierà le stesse azioni che sta leggendo nel momento in cui le legge).
CHARLIE: Interno notte. Lui ha iniziato a scrivere la sua nuova commedia. Toglie il
foglio dalla macchina da scrivere e legge ad alta voce ciò che ha appena
scritto. Si gratta gli occhi arrossati mentre passeggia per la camera. E’
stanco. Si avvicina alla finestra e guarda fuori poi improvvisamente quando
si sta di nuovo avvicinando alla scrivania, suona il campanello. Lui
getta il foglio sulla scrivania e guarda l’ora. Si chiede ad alta voce ma chi
diavolo potrà essere a quest’ora? (Si accendono le luci). Ma chi diavolo
potrà essere a quest’ora? (Al citofono). Chi è? Ciao, ma che ci fai qua a
quest’ora? Ma certo, sali pure, ti apro la porta. (Si va a prendere una lat-
tina. Mentre esce entra Sheila. Charlie rientra). Sheila.
SHEILA: Oh, Charlie.
CHARLIE: Sheila.
SHEILA: Oh, Charlie.
CHARLIE: Sheila.
SHEILA: Oh...
CHARLIE: Basta. Non continuare. Dimmi che cosa è successo.
SHEILA: Oh, Charlie.
CHARLIE: Sheila. Adesso che non ci sono più dubbi sulle nostre identità puoi andare
avanti a raccontare?
SHEILA: Sono scappata da casa. Oh, Charlie, abbiamo litigato io e Thomas e sono
volate anche parole grosse e io sono scappata da casa perchè abbiamo liti-
gato io e Thomas, e sono volate parole grosse e sono scappata da casa perchè
CHARLIE: Avete litigato e sono volate parole grosse.
SHEILA: Oh, Charlie.
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CHARLIE: Sheila.
SHEILA: Come hai fatto a capirlo?
CHARLIE: Ormai ti conosco, Sheila, e riesco a leggere nei tuoi occhi tutto ciò che ti
succede e tutto ciò che pensi, senza che tu debba parlare.
SHEILA: Oh, Charlie.
CHARLIE: Sheila. Ma perchè avete litigato?
SHEILA: Non lo so.
CHARLIE: Come non lo sai? Sei arrivata al punto di scappare da casa e non sai nem-
meno perchè avete litigato?
SHEILA: Volavano parole grosse.
CHARLIE: Ma che cosa ti diceva? Quali erano le parole grosse che volavano?
SHEILA: Non le ho sentite.
CHARLIE: Non le hai sentite? Allora, fammi capire. Avete litigato ma non sai per-
chè, volavano parole grosse ma non le hai sentite, e sei scappata da casa?
SHEILA: Ma urlava, urlava come un pazzo, avresti dovuto sentirlo. Saresti scappato
anche tu. E poi non sei contento che sono venuta da te? Adesso possiamo
stare insieme.
CHARLIE: Ma certo che sono contento, amore. E’ solo che è successo tutto così in
fretta che non me lo aspettavo. E se poi tuo marito viene a cercarti qua?
SHEILA: Perchè dovrebbe venire proprio qua?
CHARLIE: Potrebbe non averti creduto quando gli hai detto che non stavamo più
insieme.
SHEILA: Perchè, non stiamo più insieme?
CHARLIE: Ma no. E’ lui che deve crederlo. Glielo avevi detto, vero?
SHEILA: Ma sarebbe stata una bugia. Io non dico mai bugie a Thomas, so che lo
farebbero soffrire e io non voglio che soffra.
CHARLIE: E’ vero. Va bene. Non pensiamoci adesso. Vuoi qualcosa da bere?
SHEILA: Ce l’hai un po’ di latte? Con i biscotti.
CHARLIE: Hai ancora il vizio di bere il latte con i biscotti tutte le sere?
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SHEILA: Mi piace.
CHARLIE: Va bene. Ti faccio scaldare un po’ di latte. Intanto siediti.
SHEILA: Va bene: (Si siede alla scrivania).
CHARLIE: Poi ti preparo anche un letto per la notte. (Entra ed esce da sinistra. To-
glie tutto dalla scrivania, mette una tovaglia, la trasforma in tavolo). Ti
capitava spesso ultimamente di litigare con tuo marito?
SHEILA: Ma no, anzi. Andava tutto bene. Figurati che ultimamente non solo non li-
tigavamo più ma non ci parlavamo nemmeno.
CHARLIE: Un matrimonio normale, quindi.
SHEILA: Già. Tranne questa sera. Non ci devo pensare. Urlava, volavano parole
grosse, sembrava impazzito.
CHARLIE: Eccoti il latte. Per questa notte puoi dormire nel mio letto. Io... mi siste-
merò in qualche modo sul divano.
SHEILA: Va bene.
CHARLIE: Mi sembra la cosa migliore. Starò scomodo ma...
SHEILA: Certo.
CHARLIE: Mi sveglierò con il mal di schiena, le cervicali, ma forse è meglio.
SHEILA: Hai ragione.
CHARLIE: E’ così piccolo che non ci sto nemmeno. Non riuscirò a chiudere occhio
tutta la notte ma così non penserai che voglio approfittare della situazione.
SHEILA: Di quale situazione?
CHARLIE: E se dormissimo insieme?
SHEILA: Tutti due sul divano?
CHARLIE: Sei sorprendente, Sheila. Eccoti il latte e i biscotti. Ho deciso, dormiremo
insieme, nel letto. Vado a preparare. (Esce a destra. Scendono le luci e si
accendono i riflettori sui genitori, che si svegliano).
SCENA TERZA
Padre, madre.
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MADRE: Papà, ti sei di nuovo addormentato?
PADRE: Chi? No, stavo leggendo il giornale.
MADRE: Sai cosa stavo pensando? Che se tuo figlio non si è sposato in fondo è col-
pa tua.
PADRE: Ti è caduto un gomitolo. (Lei si volta, lui tira fuori una fiaschetta e beve).
MADRE: Dove?
PADRE: Da quella parte là, non lo vedi?
MADRE: Io non trovo niente.
PADRE: Scusa, mi ero sbagliato. Perchè dici che è colpa mia?
MADRE: Ti ricordi che Charlie usciva sempre con quel suo amico, come si chiama-
va? Ah sì, Thomas. Ti ricordi che giravano sempre insieme?
PADRE: Era così stupido quel Thomas.
MADRE: Non era stupido. Solo un po’ noioso, ecco.
PADRE: Chiamalo noioso.
MADRE: Comunque quando lui decise di andarsene da qui per andare a fare lo scrit-
tore, ti ricordi? Se glielo avessi impedito adesso magari sarebbe sposato.
PADRE: Con chi?
MADRE: Con quella ragazza, Sheila, che poi ha sposato Thomas.
PADRE: Se ha sposato Thomas non era poi tanto intelligente.
MADRE: Ma era carina ed era innamorata di lui. Se Charlie non se ne fosse andato...
PADRE: Magari si sarebbe sposato. (Si addormenta).
MADRE: E se si fosse sposato adesso chissà che cosa farebbe. In fondo è il sogno di
tutte le mamme, no? E sono sicura che sarebbe felice. (Si addormenta).
SCENA QUARTA
Charlie e Sheila
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SHEILA: Così presto?
CHARLIE: Come, così presto. Sono le sette e dieci. Sono sei anni che tutte le sere tor-
no a casa dal lavoro alle sette e dieci.
SHEILA: Me n’ero dimenticata.
CHARLIE: Stai già mangiando? Cosa hai preparato di buono?
SHEILA: Niente.
CHARLIE: Come niente? Sei stata a casa tutto il giorno e non hai preparato niente?
Nemmeno un piatto di pasta?
SHEILA: Non avevo voglia della pasta.
CHARLIE: Io sì, invece.
SHEILA: E allora preparatela tu.
CHARLIE: Ma io sono arrivato a casa adesso dal lavoro. Mi piacerebbe che anche
solo una volta nella vita potessi arrivare a casa e trovare la cena fatta.
SHEILA: Non posso prepararti la cena se non so se arrivi a casa puntuale.
CHARLIE: Ma arrivo sempre alla stessa ora. Da sei anni alle sette e dieci.
SHEILA: Ma potresti anche ritardare una volta, no? E poi la roba si fredderebbe, la
pasta diventerebbe colla e dovrei buttare via tutto.
CHARLIE: E corriamo il rischio.
SHEILA: Con tutta la gente che nel mondo muore di fame tu vorresti sprecare tutta
quella roba?
CHARLIE: Va bene, lasciamo stare.
SHEILA: E non arrabbiarti.
CHARLIE: Non mi sto mica arrabbiando.
SHEILA: Non alzare la voce, va bene? Sono stufa di sentirti alzare la voce.
CHARLIE: Ma sei impazzita?
SHEILA: E non provarti ad alzare le mani su di me.
CHARLIE: Ma quando mai l’ho fatto.
SHEILA: Potresti sempre cominciare. Siete tutti uguali voi uomini.
CHARLIE: Che cosa hai fatto di bello oggi?
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SHEILA: Perchè me lo chiedi? Non ti fidi di me?
CHARLIE: Te l’ho chiesto solo così, per fare conversazione. Sinceramente non è
nemmeno che me ne freghi più di tanto di quello che fai tu durante il gior-
no. Se non me lo vuoi dire non fa niente.
SHEILA: Certo. A te non te ne frega mai niente di quello che faccio o penso io.
CHARLIE: Ma si può sapere che cos’hai oggi? Sei peggio del solito.
SHEILA: Non ho niente. E’ solo che non ho voglia di litigare oggi.
CHARLIE: Ma non stiamo litigando.
SHEILA: Non ti voglio sentire urlare.
CHARLIE: Non sto urlando. In che modo te lo devo dire?
SHEILA: A volte mi sembra che tu non mi capisca. E’ così difficile parlare con te.
CHARLIE: Ti dispiace se vado a farmi qualcosa da mangiare?
SHEILA: Ecco, cambia sempre discorso.
CHARLIE: E’ che sono le sette e un quarto, ho lavorato tutto il giorno ed ho fame.
SHEILA: E allora vai. Sei ancora qua?
CHARLIE: (Uscendo a destra). Ce ne sono ancora bistecche in frigo?
SHEILA: Penso di sì.
CHARLIE: Il pan grattato per impanare le bistecche?
SHEILA: Nello scaffale in alto. Attento che non l’ho fatto ancora aggiustare.
CHARLIE: (Grosso rumore. Urlando). Ahia, accidenti, m’è caduto tutto addosso.
SHEILA: Basta, non urlare.
CHARLIE: Sheila! Oh mio Dio, Sheila!
SHEILA: La vuoi smettere? Non ne posso più, non ne posso più, non ne posso più. Ce
l’hai sempre con me.
CHARLIE: Aiutami, cazzo, ho tutto addosso.
SHEILA: Ti ho detto di non urlare o me ne vado. Sono stufa di sentirti urlare.
CHARLIE: Aiutami. Presto. Ho lo scaffale sulla pancia.
SHEILA: Basta, ti avevo avvertito. Non voglio litigare con te. Non lo voglio più fare.
Non voglio più sentirti urlare con me.
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CHARLIE: Ti prego. Sono incastrato.
SHEILA: Anch’io sono incazzata e me ne vado. Non cercarmi mai più. (Esce, si ab-
bassano le luci e si accendono i fari su madre e padre).
SCENA QUINTA
Madre, padre.
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amico Thomas non avrebbe sposato Sheila, gliel’ha fatta conoscere Charlie,
e Sheila avrebbe sposato qualcun altro. Ora magari Thomas scriverebbe com-
medie e Charlie le prediche.
MADRE: Vieni, andiamo a dormire. (Vanno verso la porta di destra). Hai l’alito che
ti puzza di alcool. Hai di nuovo bevuto?
PADRE: Io? No. Figurati. Siamo stati tutto il pomeriggio insieme, come avrei potuto?
SCENA SESTA
Sheila, Thomas, Layla poi Charlie
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SHEILA: Ma non ci devo andare.
THOMAS: Come no? Ti si è rovinato il trucco.
SHEILA: Ma non ne avevo. Lui urlava vola...
THOMAS: Lo so, ma avanti, vai in bagno lo stesso.
SHEILA: Uffa. (La spinge fuori da destra. Apre la porta di fondo. Entra Layla).
THOMAS: Ciao Layla, cosa fai qua?
LAYLA: Oh mio Dio, Thomas, ho litigato con il mio ragazzo.
THOMAS: Anche tu?
LAYLA: Come sarebbe a dire, anche tu?
THOMAS: Niente, è solo che capita spesso di litigare, a tutti, per cui può capitare an-
che a te, no? E’ normale.
LAYLA: Gli ho dato uno schiaffo, al bar, ed è volato su un tavolino. Credo si sia an-
che fatto male. Oh, amore mio, cosa ho fatto.
THOMAS: Forse se lo meritava.
LAYLA: Se lo merivata sì. E se lo avessi qui davanti adesso credo proprio che gliene
darei un altro.
THOMAS: E allora perchè ti disperi?
LAYLA: Perchè mentre lo colpivo mi sono fatta tanto male alla mano. Vado in bagno
a prendermi una pomata.
THOMAS: No, aspetta. siediti qui. Te la vado a prendere io.
LAYLA: Come sei gentile stasera.
THOMAS: Lo sai che per te farei qualsiasi cosa.
SHEILA: (Da fuori). Amore, dove sono gli asciugamani?
LAYLA: Hai ospiti?
THOMAS: Chi io? No.
LAYLA: E quella voce di donna che ti ha chiamato amore?
THOMAS: Posso spiegarti tutto. Dopo. Adesso ti prego, nasconditi un attimo dietro il
tavolo, solo un secondo.
LAYLA: Io non mi nascondo da nessuna parte.
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THOMAS: Per favore, amore. Solo un attimo. Ti giuro che poi ti spiego tutto.
LAYLA: Spero per te sia una spiegazione convincente. (Si nasconde).
SHEILA: (Uscendo). Amore, non riesco a trovare gli asciugamani.
THOMAS: Sono nel mobile di fianco alla doccia.
SHEILA: Ho guardato ma non ne ho visti. (Si va a sedere al tavolo). Valli a prendere
tu per favore, poi me li porti.
THOMAS: Adesso che mi ricordo non ne ho più di puliti. Fai così, asciugati col fon.
SHEILA: Ma volevo lavarmi la faccia.
THOMAS: Appunto, fa molto bene alla pelle, non lo sapevi? (La trascina fuori).
LAYLA: Si può sapere chi è quella donna?
THOMAS: E’ una mia amica.
LAYLA: Quello lo avevo capito anch’io. E mi sembra siate anche molto amici. (Suo-
nano di nuovo al citofono).
THOMAS: E chi può essere adesso? Pronto? Charlie. No, non disturbi affatto. Sali
pure. Forse sono salvo.
LAYLA: Chi arriva adesso? Un’altra tua amichetta?
THOMAS: No, sta arrivavando il marito della ragazza che c’è di là.
LAYLA: Viene a spaccarti la faccia?
THOMAS: No, per ben altro che nemmeno ti immagini. Vai in cucina un attimo a
prepararti qualcosa da bere e vedrai che serata. Sorpresa.
LAYLA: Se continua come è iniziata non lo metto in dubbio. (Esce. Dal fondo entra
Charlie, è un prete).
THOMAS: Charlie, è la provvidenza che ti manda.
CHARLIE: Accidenti che accoglienza. Sei sicuro di sentirti bene?
THOMAS: Non sono mai stato meglio. Ho bisogno di te, Charlie. Tu sei un prete, ve-
ro? E un prete deve aiutare il prossimo.
CHARLIE: Certo che sono un prete.
THOMAS: Bene e io sono il tuo prossimo. Aiutami.
CHARLIE: Va bene, ma dimmi di cosa hai bisogno.
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THOMAS: Ho due donne in casa. Ed ho bisogno che tu finga di essere il marito di
Sheila. Te la ricordi, no?
CHARLIE: Ma ti rendi conto che cosa mi stai chiedendo? E poi come posso essere il
marito di Sheila visto che sono vestito da prete.
THOMAS: Vai in camera a metterti qualcosa di mio.
CHARLIE: Ma non posso, Thomas. Non ne sono capace.
THOMAS: Ti prego.
CHARLIE: Ma ti rendi conto che cosa mi stai chiedendo?
THOMAS: Non lo saprà mai nessuno.
CHARLIE: Thomas, lo so che siamo amici e... Non guardarmi così, sembri un cane
bastonato. E va bene. Ma guarda tu cosa mi tocca fare. (Esce a destra).
THOMAS: Grazie. Tra l’altro poi mi devi spiegare cosa ci fai qua a quest’ora.
LAYLA: (Entrando). Allora? Dov’è la sorpresa?
THOMAS: Ecco, questa mia coppia di amici, amano molto giocare. Un gioco molto
eccitante, che sono sicuro ti piacerà.
LAYLA: Di che gioco si tratta?
THOMAS: Hai mai sentito parlare di scambio di coppie?
LAYLA: Scambio di coppie? Vuoi dire due coppie che si incontrano, si scambiano e
fanno sesso?
THOMAS: Hai capito benissimo. E questo mio amico sa giocare molto bene.
LAYLA: Scambio di coppie. Potrebbe essere interessante. (Entra Charlie).
THOMAS: Eccolo qua, lui è il marito di Sheila. Lei è Layla.
CHARLIE: Molto piacere.
LAYLA: Il piacere è tutto mio. (Entra Sheila).
THOMAS: Sheila.
SHEILA: Chi sono quelli?
THOMAS: (A parte). Una coppia di amici. Sai, hanno il matrimonio un po’ in crisi e
si sono trovati qui. Stanno tentando di riappacificarsi. Lasciamoli soli.
SHEILA: Già, hai ragione.
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THOMAS: Noi ce ne andiamo di là. Voi giocate pure di qua. (Escono).
LAYLA: Io non ho mai fatto una cosa del genere, sai?
CHARLIE: Credimi, neppure io.
LAYLA. Lo dici solo per tranquillizzarmi. Però lo trovo così eccitante.
CHARLIE: Già, anch’io.
LAYLA: Tu cosa fai nella vita?
CHARLIE: Mi occupo di... pubblicità.
LAYLA: Ah sì? E cosa pubblicizzi?
CHARLIE: Diciamo che parlo con la gente, le predico, ecco. Per modo di dire.
LAYLA: In pratica sei cone una guida turistica.
CHARLIE: Più o meno.
LAYLA: Scusami se parlo molto ma io sono un po’ nervosa. Sai, è la prima volta per
me e non so come funzionano queste cose.
CHARLIE: Nemmeno io sono molto esperto.
LAYLA: Ma non sei geloso che tua moglie stia di là con Thomas?
CHARLIE: Perchè dovrei essere geloso? E’ un amico. Sarebbe assurdo non permet-
tessi a mia moglie di andare con i miei amici.
LAYLA: Già. E’ normale. Meglio che con uno sconosciuto.
CHARLIE: Allora? Cosa facciamo mentre aspettiamo che tornino loro?
LAYLA: Decidi tu.
CHARLIE: Non lo so, potremmo giocare a qualcosa. Conosco un sacco di giochi.
LAYLA: Non lo metto in dubbio.
CHARLIE: Coi giovani dove lavoro io facciamo tanti giochi di gruppo.
LAYLA: Di gruppo? Tutti insieme?
CHARLIE: Sì, sono ragazzini giovani, quattordici, sedici anni, ed hanno tanta voglia
di giocare.
LAYLA: Così giovani?
CHARLIE: Ci sono anche gruppi di ragazzini delle elementari.
LAYLA: Oh mio Dio.
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CHARLIE: Allora?
LAYLA: Dammi solo un minuto per prendere il coraggio.
CHARLIE: Ma a cosa ti serve il coraggio, scusa?
LAYLA: Hai ragione. In fondo è solo un gioco.
CHARLIE: E poi non stiamo facendo niente di male. Siamo qui, parliamo, ci raccon-
tiamo un po’ le nostre vite, ed è finita lì.
LAYLA: E allora giochiamo. (Gli salta addosso. Lui urla. Buio. Escono padre e ma-
dre, a braccetto sotto un ombrello. Un fascio di luce su di loro).
SCENA SETTIMA
Padre, madre.
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MADRE: La verità. Anch’io allora ero così innamorata.
PADRE: La vita è [Link] le volte che riesci ad avere una certezza succede subito
qualcosa che te la sgretola.
MADRE: Ma forse è proprio questo il bello della vita. Non avere certezze, non sapere
mai cosa ti potrà succedere domani.
PADRE: Chi vuol essere lieto sia, del doman non c’è certezza.
MADRE: D’altra parte anche tu, ti ricordi, eri convinto che Charlie avrebbe fatto il
professore e che avrebbe insegnato in una scuola superiore.
PADRE: Più che esserne convinto lo speravo. Mi sarebbe piaciuto moltissimo fare il
professore. Una vita tranquilla, sempre a contatto con i giovani. E invece no.
Non l’ho mai potuto fare. E allora speravo potesse farlo lui.
MADRE: E’ un lavoro sicuro. Forse non avrebbe avuto uno stipendio molto alto ma
per lo meno sicuro.
PADRE: E poi vuoi mettere la tranquillità? Pochi problemi, molto tempo libero.
MADRE: Avrebbe dovuto studiare lettere.
PADRE: O magari matematica.
MADRE: Bastava che desse retta ad Harold. Lui glielo aveva detto ma sai com’era
Charlie. Più gli dicevano le cose e più lui faceva il contrario.
PADRE: Tutto il tuo carattere.
MADRE: Tu pensi d’averlo tanto migliore? Dai, vieni, torniamo a casa che fa freddo.
PADRE: E io sono stanco di camminare. (Escono).
SCENA OTTAVA
Charlie, Thomas, poi Sheila e Mary
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CHARLIE: E’ solo che non si applica.
THOMAS: Quello? Secondo me è ancora convinto che piantando in terra una radice
quadrata nasca un albero.
CHARLIE: In che classe sei adesso?
THOMAS: Sono in quarta. Anzi, è meglio che vada perchè si sta facendo tardi. (Esce.
Contemporaneamente entra Sheila).
CHARLIE: Buongiorno professoressa Reminton.
SHEILA: Buongiorno professor Brown.
CHARLIE: Com’è elegante questa mattina.
SHEILA: Grazie.
CHARLIE: Sono riuscito a recuperarle dei lapis colorati dai bidelli. Gliene posso re-
galare qualcuno se vuole. Sono così difficili da trovare.
SHEILA: La ringrazio molto. Ha lezione?
CHARLIE: No, io avrei finito. E lei?
SHEILA: Non ho lezione nemmeno io però mi devo fermare un’ora con il direttore
per finire di predisporre gli orari degli insegnamenti per il prossimo anno.
CHARLIE: Tocca farli a lei quest’anno?
SHEILA: Sì, tocca a me. Mi diverte molto muovere i destini dei colleghi. E’ diffi-
cile, sa? C’è quello che non vuole lavorare il sabato, chi vuole iniziare più
tardi o più presto al mattino, quelli che non vogliono incontrarsi.
CHARLIE: Un gran bel lavoro. Mi raccomando, mi tratti bene.
SHEILA: Non si preoccupi. Avrò un trattamento di riguardo nei suoi confronti.
CHARLIE: Com’è fortunato suo marito ad avere vicino una donna come lei.
SHEILA: Lei dice? Lui invece non la pensa allo stesso modo.
CHARLIE: Potessi essere io al suo posto.
SHEILA: Cosa farebbe? (Entra Mary).
CHARLIE: Non lo so. Però le starei sicuramente vicino. Vorrei vederla sempre felice.
SHEILA: Ma non è possibile.
MARY: Professor Brown, scusi se la disturbo ma dovrei parlarle un attimo, ha tempo?
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CHARLIE: Aspetta un attimo, arrivo subito.
SHEILA: Ha già mangiato pranzo?
CHARLIE: No, non ancora.
SHEILA: Ha dei progetti?
CHARLIE: Di solito vado a mangiare col professor Carter.
SHEILA: Perchè non mi fa compagnia oggi? Fra un’ora ho finito.
CHARLIE: Mi farebbe molto piacere.
SHEILA: Bene. Andiamo in mensa? Oppure potremmo comprarci qualche panino e
andarcene a mangiare al parco. C’è un bel sole.
CHARLIE: Certo. E’ una bella idea. Le dispiace se lo dico anche al professor Carter?
Sa, eravamo d’accordo che saremmo andati a mangiare insieme.
SHEILA: Come vuole. Se proprio non se ne può fare a meno diciamolo anche al pro-
fessor Carter. La aspetto nell’ufficio del Preside tra un’ora. Però è meglio
andare in mensa.
CHARLIE: Ma il parco era così carino.
SHEILA: Ho paura che faccia ancora un po’ freddo. Arrivederci. (Esce).
CHARLIE: Non riesco a capirci più nulla.
MARY: Ma come, professore, non ha capito? Altro che panini, se andava al parco og-
gi come minimo se la scopava.
CHARLIE: Ma come ti permetti di usare questo linguaggio con me. Non dimenticarti
che sono un tuo professore e mi devi portare rispetto. Ma lo pensi proprio?
MARY: Professore, mica poteva dirglielo spudoratamente in faccia.
CHARLIE: Fatti gli affari tuoi. Cosa vuoi?
MARY: Volevo solo chiederle se pensava di darmi la sufficienza in pagella.
CHARLIE: La sufficienza? Mary, la media dei tuoi voti arriva appena al cinque. Co-
me puoi pensare che ti dia la sufficienza?
MARY: Se non me la da mi bocciano.
CHARLIE: Io non ci posso fare nulla. E’ anche una questione di giustizia nei confron-
ti dei tuoi compagni. Avresti dovuto studiare durante l’anno.
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MARY: Professore, lei la sa la mia situazione.
CHARLIE: E con questo?
MARY: Se mi bocciano io sono finita. A casa mi ammazzano.
CHARLIE: Non esagerare. Cosa vuoi che ti facciano?
MARY: La prego, ho bisogno del suo aiuto.
CHARLIE: Ma io non posso fare niente.
MARY: Non mi costringa a ricorrere ad altri metodi.
CHARLIE: Che cos’è una minaccia? Mary, ho da fare, se non hai altre cose da dirmi
dovresti tornare in classe anche perchè la tua lezione è già iniziata.
MARY: Io non torno più in classe se non mi da la sufficienza.
CHARLIE: Ma ti ho detto che non posso.
MARY: (Tira fuori un coltello). Professore.
CHARLIE: Mary, che cos’è quel coltello? Non fare la stupida.
MARY: Professore, mi dia la sufficienza.
CHARLIE: Mary, metti via quel coltello e torna in classe. Non costringermi a chiama-
re i bidelli. Potrebbe finire male.
MARY: Sta già finendo male. (Lo accoltella e scappa).
CHARLIE: No! Mary! Aiuto! Aiuto! Professoressa Reminton! Aiuto! Mary! (Buio.
Trenta secondi di musica, “Bordertown” di Grover Washington Jr. poi
torna la luce, in scena c’è il padre).
SCENA NONA
Padre, madre
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che anche nostro figlio adesso potrebbe essere in polizia.
PADRE: Già. Avesse studiato e avesse passato il concorso. E invece neanche di anda-
re lì non gliene fregava niente.
MADRE: E’ sempre stato molto pigro, ma in questo caso sono contenta. Non sarei più
riuscita a dormire sapendono là fuori, in pericolo. (Si siedono).
PADRE: Accendi la televisione.
MADRE: Perchè?
PADRE: E’ l’ora del telegiornale. Voglio sentire se dicono qualcosa di quel profes-
sore che hanno accoltellato ieri.
MADRE: Nemmeno a scuola si può più stare tranquilli.
PADRE: I ragazzini di dieci anni vanno già a scuola armati. Avanti di questo passo
non so proprio dove andremo a finire.
MADRE: E dire che speravamo che Charlie facesse il professore.
PADRE: Non sai più cosa sperare coi tempi che corrono. Forse avesse fatto il poliziot-
to era più sicuro, almeno sarebbe andato in giro armato.
MADRE: Zitto, sentiamo cosa dicono.
SCENA DECIMA
Charlie. Thomas, Layla
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le balle e i soldi ce li dividiamo Layla e io.
THOMAS: Ti piacerebbe eh? Mi dispiace bello ma io rimango.
LAYLA: E allora smettila di lamentarti.
CHARLIE: Le sirene si sono allontanate. Non cercavano noi.
THOMAS: Io non ci dormo più di notte. Abbiamo ammazzato un uomo. Un mio a-
mico. E nella trappola ce l’ho portato io. E lui che pensava di curarmi.
CHARLIE: Era un figlio di puttana, lo vuoi capire? Non meritava di vivere e quella
valigia di soldi fa più comodo a noi che a lui. E poi non era nemmeno un
buon psichiatra. Non s’era accorto neppure che fingevi soltanto di es-
sere depresso. Non avrebbe mai fatto carriera.
LAYLA: Quando potremo andarcene di qua?
CHARLIE: Domani. Ci dividiamo i soldi e ce ne andiamo ognuno per la sua strada.
LAYLA: Perchè non cominciamo a dividerceli oggi i soldi?
CHARLIE: E allora fallo tu.
LAYLA: Se vi fidate va bene. (Esce).
CHARLIE: (Ridendo). Tanto t’ho capito, sai? Hai una voglia matta di fartela.
THOMAS: Chi?
CHARLIE: Layla. Si vede lontano un chilometro.
THOMAS: Ma fatti furbo.
CHARLIE: T’ho detto che si vede benissimo.
THOMAS: La smetti? Da cosa si vede?
CHARLIE: Hai la faccia da merluzzo.
THOMAS: Perchè, che faccia hanno i merluzzi?
CHARLIE: Specchiati. Non lo hai mai visto un merluzzo?
THOMAS: Ho visto solo quelli sottosale ma non hanno la testa.
CHARLIE: E allora specchiati.
THOMAS: Che stronzo che sei.
CHARLIE: Perchè, non è forse vero che te la faresti?
THOMAS: No. Vabbè, magari una volta. Due.
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CHARLIE: E magari anche tre, dai.
THOMAS: Che merda che è la vita. Quello che mi fa ridere è che tu volevi fare il po-
liziotto. Avevi pure dato il concorso, ti ricordi? Che stronzo. E invece sei
finito proprio dall’altra parte del muro.
CHARLIE: Ci sono solo due parti. O stai di qua o stai di là.
THOMAS: Potevi metterti a cavallo, no? Una gamba per parte.
CHARLIE: E il culo in mezzo. Invece di stare qua a sparare cazzate perchè non te ne
vai di là? C’è la tua bella, gliela racconti un po’ e ci provi.
THOMAS: E’ meglio. (Esce).
CHARLIE: Tom. Sottovoce, eh? Che non ci sentano i vicini. E non vi voglio sentire
nemmeno io. Quando avete finito mi fate un fischio. (Tira fuori un cellu-
lare e fa un numero). Pronto? Ciao Sheila. Come stai? Si anch’io. No, so-
no... a casa. Sì, stavo guardando la tele. Che canale? Niente di particolare.
No, non posso uscire. No che non sono in castigo, il fatto è che sono... nu-
do. Ho tutti i vestiti in lavatrice. Mi manca una gamba. Va bene, dammi
solo mezz’ora e vedo cosa posso fare. (Riattacca. va verso la porta).
Thomas! Thomas! Disturbo? Posso entrare? Tengo gli occhi chiusi. Sto
venendo avanti, se siete nudi copritevi. (Esce Layla arrabbiata).
LAYLA: Sentimi bene, io con quello stronzo non ci voglio più lavorare. Ha cercato di
baciarmi.
CHARLIE: E con questo?
LAYLA: Io sono venuta qua per i soldi, non per farmi toccare da quello.
THOMAS: (Entrando) Quella stronza mi ha dato uno schiaffo.
CHARLIE: Sentite, io mi sono rotto le palle di voi due, va bene? Vado via un’ora.
THOMAS: Ma sei matto? Vorrai mica uscire di qua?
CHARLIE: E’ proprio quello che ho intenzione di fare.
THOMAS: Ma la polizia ci sta cercando.
CHARLIE: E io non mi faccio trovare. Sono furbo, non vi preoccupate.
LAYLA: Io da sola con quello non ci rimango.
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CHARLIE: Torno subito. Stringi le gambe per un’ora e mordi se si avvicina.
THOMAS: Non ti preoccupare. Non ti tocco più. Charlie, non farti la cazzata di u-
scire. La polizia ci sta cercando.
CHARLIE: Non mi troverà, stai tranquillo. E non cercate di spartirvi i soldi e di spari-
re o vengo a cercarvi e vi strappo le budella per farmi una collana. (Esce).
THOMAS: Effettivamente tutti quei soldi divisi per due non sono male.
LAYLA: Se ti avvicini alla valigia ti castro.
THOMAS: Lo sai dove è andato quello?
LAYLA: No e non lo voglio sapere.
THOMAS: E’ andato a trovare Sheila.
LAYLA: Non me ne frega un cazzo. Stai zitto.
THOMAS: Tanto quello non ti caga. Nemmeno se gliela metti su un piatto d’oro.
LAYLA: Non mi rompere le palle. (Esce a destra).
THOMAS: (La segue). E vieni qua, stupida. (Buio)
SCENA UNDICESIMA
Charlie (Da fuori)
CHARLIE: (Al buio). Sheila! Una sirena. Hai chiamato una ambulanza? Brava. Ma
adesso vieni ad aiutarmi, ti prego, ho l’armadio sulla pancia. Mi fa male.
Sheila, sei sotto shoc? Aiutami. Sto male, mi schiaccia e si è rovesciato
anche il barattolo della mostarda e mi sta gocciolando in bocca. Io odio la
mostarda. Sheila! Ma... la sirena si sta allontanando, allora non era l’am-
bulanza. Sheila, ma che numero hai fatto? Sto male.
SCENA DODICESIMA
Sheila, Charlie.
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CHARLIE: (Entrando). Hai sentito quante sirene sono passate? Deve essere succes-
so qualcosa di grosso.
SHEILA: Di grosso? Anche Thomas diceva parole grosse. Come urlava.
CHARLIE: Ti ho preparato il letto. Beh, ho aggiunto un cuscino al mio.
SHEILA: Sei così dolce.
CHARLIE: E tu sei bellissima.
SHEILA: Ma tu dove dormi?
CHARLIE: Dove dormo io? Credevo fossimo già d’accordo.
SHEILA: Ah già, scusa. Ma non sarai scomodo sul divano?
CHARLIE: No, figurati. Certo il letto è tutt’altra cosa però te l’ho detto, non vorrei tu
pensassi che voglio approfittare della situazione, anche se certo potrei star-
ti vicino, consolarti.
SHEILA: C’è una cosa che potresti fare.
CHARLIE: Che cosa?
SHEILA: Mi farebbe piacere un po’ di nutella.
CHARLIE: Nutella?
SHEILA: Sul pane.
CHARLIE: Ma ti sembra il momento di mangiare?
SHEILA: Perchè no? Ho fame.
CHARLIE: Va bene, cercherò di procurarti un po’ di nutella. Amore, ti voglio bene,
sai? E sono contento che tu sia qui.
SHEILA: E io sono contenta di essere qua.
CHARLIE: Sembriamo i nipoti di paperino. Ci manca solo quo.
SHEILA: Ma quo potremmo farlo questa notte.
CHARLIE: Non potremmo farlo senza fare quo?
SHEILA: Forse è meglio. Non ho nemmeno più voglia della nutella.
CHARLIE: Neanche se al posto del pane ci fossi io?
SHEILA: Beh, in questo caso, vada per la nutella.
CHARLIE: Se vuoi ho anche marmellata, maionnaise, miele. fragole.
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SHEILA: Così poi al posto dell’amore ci fanno una lavanda gastrica.
CHARLIE: Mi piacerebbe rischiare.
SHEILA: E allora porta il frigorifero in camera. Io ti aspetto.
CHARLIE: Mi raccomando, non cominciare prima che arrivi io.
SHEILA: A fare che cosa?
CHARLIE: A mangiare, che cosa hai capito? Ma sei sicura che tuo marito non verrà a
cercarti qua?
SHEILA: Ma no, figurati. (Escono. Appena fuori bussano alla porta).
SCENA TREDICESIMA
Padre, madre, Mary.
MADRE: Non hai sentito che bussano alla porta? Vai ad aprire.
PADRE: Sì, ci vado subito. (Apre la porta di fondo. Entra Mary urlando e piangen-
do). Credo ci sia qualche problema in vista.
MADRE: Che cos’hai, Mary?
MARY: Quello stronzo se n’è andato.
PADRE: Ho l’impressione che ce l’abbia con tuo figlio, mamma. (Tra sè).Ma perchè
non ha sposato quell’altra ragazza con cui era uscito per tanti anni, quella
Sheila. Era così brava e bella. No, ha conosciuto questa psicopatica di dieci
anni più giovane e ha mollato tutto.
MADRE: Adesso calmati, Mary. Non fare così. Spiegaci cosa è successo.
MARY: Mi sta rovinando la vita.
PADRE: Tutto sua madre.
MARY: E’ uno stronzo, uno stronzo, uno stronzo.
MADRE: Calmati, Mary, e ricordati che stai comunque parlando di mio figlio.
MARY: Se n’è andato.
PADRE: Ma certo, lo sapevo.
MADRE: Sei incinta?
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MARY: Sembrava felice che lo fossi quando gliel’ho detto.
PADRE: Oh mio Dio, sono il nonno di un orfano che ha ancora i genitori.
MADRE: Non ci credo. Sono sicura che c’è una spiegazione. Conosco bene mio fi-
glio e sono sicuro che se ha fatto questo la colpa è tua. altrimenti non fuggi-
rebbe mai davanti ad una responsabilità.
PADRE: E’ tutta colpa tua, mamma. Se tu non avessi insistito tanto che facesse il me-
dico, sono sicuro che questo non sarebbe successo. Dovevamo lasciarlo anda-
re via quando ci aveva detto che voleva fare lo scrittore. Magari avrebbe fat-
to successo. Non erano poi così male le commedie che scriveva. Ma tu no, tu
volevi che facesse il medico e lui l’ha fatto quel fallito. Il dottore dei matti.
MADRE: E’ uno psichiatra, non è un dottore dei matti.
PADRE: Ma ti sembra un lavoro serio? I matti sono matti, c’è poco da fare.
MADRE: Non ho più nemmeno voglia di starti a sentire.
PADRE: E io non ho più voglia di starti a parlare. (Si siede poi si addormenterà).
MADRE: Raccontami bene che cosa è successo.
MARY: Non lo so, sono arrivata a casa ieri sera e lui non c’era più.
MADRE: Non ci potrebbe capitare nulla di peggio di questo. Un figlio che scappa e
abbandona la sua donna in questo modo.
MARY: So che si era portato a casa il lavoro.
MADRE: Delle pratiche?
MARY: No, un cliente. Capitava a volte che qualcuno venisse a cena da noi.
MADRE: E chi era la cliente con cui sarebbe fuggito?
MARY: Il cliente. Thomas Winter, un depresso.
PADRE: Al peggio non c’è mai fine.
MADRE: E sarebbe scappato con questo Thomas Winter?
MARY: E’ un suo vecchio amico. Hanno fatto l’università insieme.
MADRE: Ma non è un buon motivo per scappare insieme.
MARY: E allora trovamene un altro di buon motivo.
MADRE: Andavate d’accordo ultimamente?
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MARY: Ma certo. Anzi, Charlie, mi aveva detto che voleva cambiare città. Voleva
andare a vivere lontano. Aveva detto che era riuscito a guadagnare molti
soldi e in fretta. Voleva comprare una villa in Brasile, sull’oceano.
MADRE: Magari è scappato con i soldi.
MARY: E si sarebbe dimenticato di me?
MADRE: E che ne so io. Papà, hai sentito? Si è già di nuovo addormentato quello.
Non so come faccia ad addormentarsi così in fretta. Vieni, andiamo in cu-
cina, ti faccio un caffè. (Escono).
SCENA QUATTORDICESIMA
Charlie, Thomas.
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CHARLIE: Ah, per psicanalizzarti. Avevo capito un’altra cosa.
THOMAS: Quello al limite dopo. Dai, cominciamo.
CHARLIE: Sai, a volte mi sembra di essere fuori dal mondo, di non capire quello che
mi succede attorno. E’ come se fossi due persone allo stesso tempo.
THOMAS: Ti capita spesso?
CHARLIE: Spesso no. Solo qualche volta.
THOMAS: E senti anche un senso di angoscia, di paura?
CHARLIE: Sì, mi chiude lo stomaco.
THOMAS: Aspetta un po’. Sdraiati un attimo tu sul tavolo. Raccontami tutto.
CHARLIE: In certi momenti vedo tutto che mi passa davanti veloce, come se fossi
su un autobus in movimento e io guardassi fuori del finestrino.
THOMAS: A che velocità ti passa davanti la roba?
CHARLIE: Almeno cinquanta miglia l’ora.
THOMAS: E che cosa vedi, case, boschi, campagna.
CHARLIE: Soprattutto prati verdi. E’ grave?
THOMAS: No, probabilmente è il quindici barrato, quello che passa in collina. Gli al-
tri non possono raggiungere quelle velocità, con il traffico che c’è.
CHARLIE: Certe volte mi viene il capogiro, mi sento male.
THOMAS: E’ solo mal d’auto, non preoccuparti.
CHARLIE: Sull’autobus?
THOMAS: E sarà mal d’autobus, che vuoi che ti dico.
CHARLIE: In quel momento vorrei poter scendere ma non ci riesco, è tutto chiuso,
sono come in una scatola senza via di uscita. Tutte le porte sono chiuse.
THOMAS: Ci credo, se l’autobus è in movimento.
CHARLIE: Secondo te che cosa posso fare?
THOMAS: Intanto tienti forte che stiamo frenando.
CHARLIE: C’è qualcuno che deve salire?
THOMAS: Sì, i miei amic... No, non preoccuparti, ci siamo soltanto noi due.
CHARLIE: E allora tienimi la mano.
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THOMAS: Se invece della mano ti grattassi la testa?
CHARLIE: Ma è per sentirmi il polso, idiota.
THOMAS: Ah, scusami. Non avevo capito. Non sento niente. Ma scusami, quella
bella valigia che avevi questa mattina, dove l’ hai messa?
CHARLIE: Perchè lo vuoi sapere?
THOMAS: Perchè... Ecco, perchè mi sembrava che se avessi avuto un cuscino sotto la
testa avresti potuto viaggiare più tranquillo.
CHARLIE: Dici?
THOMAS: Certo, ti farebbe un po’ da poggiatesta.
CHARLIE: Hai ragione, così non correrei il rischio di un colpo di frusta nel caso
l’autobus frenasse di colpo.
THOMAS: Vedi che hai capito tutto dalla vita?
CHARLIE: Certo, non per niente faccio lo psichiatra.
THOMAS: Allora, dov’è?
CHARLIE: Ma non potremmo metterci qualcos’altro?
THOMAS: No, una valigia è meglio. Così se il viaggio fosse un più lungo e non riu-
scissi a tornare a casa prima di notte avresti anche il ricambio.
CHARLIE: Non ci avevo pensato. E’ in camera, sotto il letto.
THOMAS: Bene. Dunque, dove eravamo rimasti? Ah già dovevo grattarti la testa.
CHARLIE: No, dovevi sentirmi il polso.
THOMAS: E non posso sentirtelo in testa, il polso?
CHARLIE: E’ vero. La giugulare. Non ci avevo pensato.
THOMAS: Non vorrai mica giugulare adesso, non è il momento.
CHARLIE: Ma no, la giugulare, sul collo. Appoggiagli la mano sopra.
THOMAS: Va bene.
CHARLIE: Mi fai il solletico. (Thomas strozza Charlie). Non così, sei proprio nega-
to nel sentire le pulsazioni. (Musica, “Shadow dancer” di Lokua Kanza.
Buio, poi la penombra, entrano la madre e Mary).
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SCENA QUINDICESIMA
Padre, madre, Mary.
MADRE: (Posa un soprabito). Finalmente a casa. Papà, siamo arrivate. Papà! Stai
di nuovo dormendo?
PADRE: Eh? No, stavo riflettendo.
MADRE: Scommetto che hai bevuto di nuovo.
PADRE: Ma se non tocco i liquori da mesi.
MADRE: Hai imparato a bere senza tenere la bottiglia con le mani? Vieni, Mary, non
farci caso. I matrimoni non sono tutti così. Le coppie fortunate divorziano
prima di ridursi così.
MARY: Io non potrei mai divorziare.
PADRE: Mai dire mai.
MARY: Ma se non sono nemmeno sposata.
MADRE: Io mi ero sposata che ero più giovane di te. Pazza, ero pazza. Alla tua età a-
vevo già un figlio, Charlie.
MARY: E’ tanto che non lo vedo.
MADRE: Insegna in una scuola superiore. Professore.
PADRE: Bel lavoro. Ho sempre sognato di farlo.
MADRE: Ecco, allora continua a sognare e riaddormentati.
PADRE: E’ proprio una soddisfazione vivere in questa casa.
MARY: Adesso devo proprio andare. E’ tardi.
MADRE: Va bene, Mary, ti accompagno alla porta. (Mary esce). E’ così dolce Mary.
E’ un peccato che Charlie non se la sia mai filata.
PADRE: Sai come sono i figli. Le donne che piacciono alle madri sono le ultime che i
figli guardano. E fanno bene.
MADRE: Certo che se invece di un figlio avessimo fatto una figlia.
PADRE: Adesso saresti qua a lamentarti perchè vorresti un figlio maschio.
MADRE: Non mi sto lamentando.
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PADRE: Sarebbe tutto uguale.
MADRE: No, sarebbe molto diverso. Le donne hanno una sensibilità diversa. Sono
sicura che se Charlie fosse una donna avrebbe fatto strada. Chissà, forse
adesso avrebbe una famiglia sua, un buon marito, dei figli, una bella casa.
PADRE: Perchè la vorresti vedere così infelice?
MADRE: Ma cosa capisci, tu. Continua a dormire che è meglio. Così almeno se dor-
mi non dici stupidaggini e non bevi.
PADRE: Ancora con questa storia? Ti ho detto che ho smesso.
MADRE: E allora smettila di rovinare i miei sogni ad occhi aperti. Visto che non pos-
so avere una figlia, non posso avere dei nipoti, ho un figlio che non mi darà
mai nemmeno una nuora, lasciameli almeno sognare.
PADRE: Poi ti viene la malinconia. Magari ti metti pure a piangere e io ormai sono
vecchio per consolarti.
MADRE: Sei vecchio perchè sei vecchio dentro. Tu sei sempre stato di quelli che se
uno ti indica la luna tu gli guardi il dito.
PADRE: Il dito almeno lo posso toccare.
MADRE: Ma la luna è così bella. Mi piacerebbe mi portassi ancora una volta al parco
a guardarla.
PADRE: Al parco ci sono soltanto più drogati e violentatori.
MADRE: Chi vuoi che mi violenti ancora alla mia età.
PADRE: E sentiamo, come la vorresti questa figlia? Come Mary?
MADRE: No, non come Mary. Mary ha un carattere troppo debole. La vorrei più for-
te, più decisa, che sappia quello che vuole.
PADRE: Come Sheila, magari.
MADRE: No, Sheila ha un carattere troppo forte, troppo deciso, la vorrei un po' più
dolce, meno energica, meno irruenta.
PADRE: Come quell’altra amica di Charlie, allora, come si chiavama? Layla.
MADRE: No, Layla no, troppo slavata.
PADRE: Guarda che non stiamo cercando una moglie per nostro figlio, qualcuna te
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la puoi anche far piacere. Tanto è per finta.
MADRE: Va bene, vada per Layla.
PADRE: Finalmente. Senti, mi sembra che questa sera sia tiepida. Non so se ci sia la
luna ma potremmo anche uscire a farci due passi alla faccia dei miei reuma-
tismi.
MADRE: Vado a prendermi il cappotto. (Esce).
PADRE: Ci vuole così poco per farla felice. E per far felice me? Forse mi basterebbe
restare vedovo. Ma una figlia no. (Si addormenta).
MADRE: (Entra). Papà, eccomi. Papà! Si è addormentato. Mi sembrava troppo bello.
sarà per un’altra volta. Speriamo almeno si metta a piovere. (Buio).
SCENA SEDICESIMA
Layla, Thomas
LAYLA: (Entra dal fondo con due enormi borse della spesa. Un bambino piange).
THOMAS: (Voce da fuori). Layla, è questa l’ora di arrivare? Portami una birra.
LAYLA: Arrivo subito, caro. (Il bambino piange. Da fuori. nella scena se ne sentirà
solo sempre la voce. Idem per Thomas che entrerà solo alla fine).
THOMAS: Fai stare zitto il marmocchio.
LAYLA: Subito. Morgan, su, non fare così.
THOMAS: La birra.
LAYLA: Arrivo. (Le cade una borsa). Accidenti. Morgan, smettila. Thomas, arrivo
subito. Ho ancora tutta la roba da stirare per domani
THOMAS: Non trovo più delle camicie pulite. Dove diavolo le hai messe?
LAYLA: Te ne prendo una.
THOMAS: Prendimi anche la birra e fai stare zitto il marmocchio, accidenti.
LAYLA: Morgan, Ti ho detto di non piangere, accidenti.
THOMAS: Svegliati. Layla, o finiremo di nuovo per mangiare pranzo a metà pome-
riggio, come tutti i giorni.
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LAYLA: Ti porto la tua birra. E poi pranzo lo preparo. Vorrà dire che le camicie le
stirerò più tardi.
THOMAS: Come più tardi. E con cosa vado a lavorare, io?
LAYLA: Morgan, hai fame? Vengo subito, dammi un attimo di tempo. Thomas, per-
chè non vieni a darmi una mano?
THOMAS: Ma io ho lavorato tutto il giorno e sono stanco. Mi meriterò un’ora di ri-
poso no? Accidenti a te.
LAYLA: Hai ragione, scusami. Io non ho fatto niente invece oggi.
THOMAS: Sicuramente quello che hai fatto te non ci aiuta a portare soldi in casa.
LAYLA: Morgan, smetti di piangere che disturbi tuo padre. (Suona il telefono). Pron-
to? Oh, buongiorno signor Tucson. Come dice? La prego si scusarlo, e non
si preoccupi, che non succederà più glielo assicuro. Mi dica quanto le devo
che ovviamente glielo ripagherò. Va bene. Buon giorno, signor Tucson.
THOMAS: Chi era al telefono?
LAYLA: Il signor Tucson, nostro figlio gli ha di nuovo rotto un vetro col pallone.
THOMAS: Nostro figlio? Tuo figlio piuttosto. Non sei nemmeno capace ad educarlo.
LAYLA: E’ anche figlio tuo. Perchè non ci provi tu?
THOMAS: Ti assicuro che l’avrei fatto molto meglio ma sono lavori da donna quelli.
LAYLA: Morgan, ti prego, smetti di piangere un attimo. Arrivo subito. Hai ragione,
caro, scusami, ti prendo subito la birra.
THOMAS: E’ un’ora che me lo dici. Svegliati.
LAYLA: Subito amore. Morgan, arrivo.
THOMAS: Chiama tuo figlio, fallo entrare in casa, sono stufo di sentire il rumore di
quel dannato pallone contro il muro.
LAYLA: Subito, amore. (Dalla porta). Robert! Tuo padre ha detto che devi tornare in
casa. Avanti. Niente cinque minuti, rientra e basta.
THOMAS: E non urlare in quel modo.
LAYLA: Scusami, sono un po’ nervosa in questi giorni.
THOMAS: Me ne sto accorgendo. A che cosa pensi? Me ne accorgo sai, che mi tra-
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scuri da un po’ di tempo a questa parte.
LAYLA: E’ che ho tante cose da fare.
THOMAS: Ma se stai a casa tutto il giorno.
LAYLA: Ecco la tua birra, amore.
THOMAS: (Entra. E’ in canottiera e boxer. Ha la pancia. Aspetto trasandato). Non
hai nemmeno messo via le borse della spesa. E la birra è calda.
LAYLA: Non è colpa mia. Il frigo era quasi al massimo.
THOMAS: Già, quasi niente funziona in questa casa e non è mai colpa tua. Magari
troverai anche il modo di dare la colpa a me di questo. Ma credimi, io in
casa non ho mai fatto niente quindi non puoi darmi nessuna colpa.
LAYLA: Non voglio dare colpe a te. E’ che non ho il tempo per fare tutto e non ho
nessuno che mi da’ una mano. Ho i figli da seguire, tu da seguire, la casa da
tenere, devo cucinare, lavare e non ho più nemmeno un attimo per me.
THOMAS: Infatti. Guardati che faccia hai. Sei sciupata. Non ti curi. Dovresti tenerti
di più. Dimostri vent’anni più di quanti ne hai.
LAYLA: Vorrei avere il tempo per... Morgan, ti prego, stai zitto. Per potermi curare.
Vorrei andare in palestra, avessi il tempo per farlo. Morgan, ti prego.
THOMAS: Ma che palestra e palestra. Se vuoi fare un po’ di palestra ci sono qua io.
Fatti bella questa sera, che ho voglia di fare un po’ di ginnastica anch’io.
Ti faccio arrampicare sulla pertica.
LAYLA: Potresti essere un po’ dolce, qualche volta.
THOMAS: Ma che dolce e dolce. Siamo mica femminucce. (Esce. A poco a poco
si abbassano le luci).
LAYLA: Va bene, caro. Morgan, arrivo subito. Robert, rientra in casa. (Prende le
borse della spesa ed esce). Morgan, eccomi, sto arrivanto.
SCENA DICIASSETTESIMA
Charlie
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(Musica, “Fields of gold” di Tommy Emmanuel, che farà da sottofondo a tutta la
scena. Entra Charlie, con un foglio in mano. Legge).
CHARLIE: Interno notte. Lui è entrato nella camera leggendo l’introduzione della sua
nuova commedia. Va verso la scrivania e tira fuori la vecchia macchina
da scrivere. Ripensa a tutto quello che ha fatto nella vita, a tutto quello
che avrebbe voluto fare ma non ha mai fatto, a tutte le persone che ha in-
contrato e a tutte quelle che avrebbe potuto incontrare. Improvvisamente
suonano alla porta e lui si chiede “ma chi diavolo sarà”. (Luci e stop alla
musica). Ma chi diavolo sarà? Chi è? Come? Maledetti ragazzini, uno
scherzo. Tutte le sere lo fanno. Giocano. E’ la vita. Tutto uno scherzo.
Tutto un gioco.
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SECONDO TEMPO
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SCENA PRIMA
Charlie e Sheila
SCENA SECONDA
Padre
PADRE: Come? Ah, sì dottore, io sono il marito. Sa, sono trent’anni di matrimonio.
Sono passati così in fretta che mi sembra ieri. Forse avremmo fatto meglio
a dividerci prima. E’ difficile sa, invecchiare vicino a una persona, vedere
le rughe sul suo viso farsi sempre più profonde ed accorgersi che il suo viso
in fondo è soltanto uno specchio nel quale vedo il mio. Uno specchio che
tante volte vorresti rompere, non vederlo più, dimenticare tutto, ma che ogni
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mattina ritorna sempre uguale, a tormentarti, a spaccarti la testa, è la prima
cosa che vedi quando ti svegli e ti ricorda che hai davanti un altro giorno da
vivere. Non mi specchio neanche più per farmi la barba. Ormai il mio viso lo
conosco a memoria. Sì, dottore, abbiamo un figlio ma vive lontano, in un’al-
tra città. Non ricordo nemmeno che lavoro fa. Forse scrive commedie o forse
fa il professore. Non c’è differenza. Va bene, se lei mi dice che non devo
preoccuparmi, non lo farò. Quando si sveglia le dica che io l’aspetto a casa e
che le prometto che non berrò. Senza di lei che mi controlla non c’è nemme-
no più gusto e le cose che bevo non hanno più lo stesso sapore.
SCENA TERZA
Charlie, Thomas, Sheila, Layla
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CHARLIE: Per cui secondo lei uno potrebbe provarci.
THOMAS: Amico, se lei questa sera non lo fa è un perfetto idiota.
CHARLIE: Ma perchè dovrei farlo proprio io. Ci sono anche altri colleghi, magari ce
n’è qualcuno che le piace di più di quanto potrei piacerle io.
THOMAS: Sento dei passi, forse è proprio lei che arriva. Professore, si dia da fare.
CHARLIE: Ma non so nemmeno come comportarmi.
THOMAS: La inviti a fare una passeggiata in giardino. La porta da qualche parte, le
fa passare una bellissima serata e poi va in immersione.
CHARLIE: Come in immersione?
THOMAS: Professore, se non ci prova lei, lo faccio io.
CHARLIE: Guardi che si sbaglia. La professoressa Reminton è molto diversa da come
pensa lei. E se ci prova dovrà vedersela con me. (Entra Sheila).
SHEILA: Professore, è qui, la stavo cercando. Che bella serata, vero? E’ così tiepida
che è quasi un peccato passarla chiusi in casa.
CHARLIE: E’ vero, era proprio quello che stavamo dicendo anche con il professor
Carter, non è vero, professore?
THOMAS: Infatti. Meriterebbe farsi due passi in giardino.
SHEILA: Che magnifica idea. Professore, che ne dice?
CHARLIE: Sarebbe stupendo. Ho mangiato pesante e due passi mi farebbero certa-
mente bene. Professor Carter, vuole farci compagnia?
THOMAS: Assolutamente. Andate avanti voi due, io poi vi raggiungo.
CHARLIE: Ma mi dispiace lasciarla qui sola. E poi, uscire da solo con la professores-
sa, non vorrei che gli altri colleghi malignassero. Lo dico solo per la repu-
tazione della professoressa, non per altro.
SHEILA: E’ gentile a preoccuparsi per me.
THOMAS: professor Brown, esca dal retro, così nessuno vi vede.
CHARLIE: Dal retro? Va bene. (Entra Layla).
LAYLA: Ah siete qua, non vi vedevo più. Hanno portato la torta.
THOMAS: professoressa Newton. Benissimo, andiamo a mangiarci la torta.
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LAYLA: Voi due non venite?
SHEILA: Volevamo prima farci due passi in giardino. Per digerire.
LAYLA: Che idea bellissima. Posso venire con voi?
THOMAS: Lasciamoli soli, professoressa. Venga, la invito a ballare.
LAYLA: Ah, va bene. Ho capito.
CHARLIE: Ma no, cosa ha capito, se vuole venire non disturba affatto.
LAYLA: Davvero? Ne è sicuro?
CHARLIE: Certamente, si immagini.
SHEILA: (Arrabbiata). Avanti, venga professoressa Newton, andiamo avanti noi, lo-
ro ci raggiungeranno poi. (Escono).
CHARLIE: Oh mio Dio, sono proprio un idiota.
THOMAS: Professore, posso dirle cosa penso di lei?
CHARLIE: E’ molto volgare?
THOMAS:Credo proprio di sì.
CHARLIE: Dica pure, credo davvero di meritarmelo.
THOMAS: Sono senza parole.
CHARLIE: Ma tanto non ci sarebbe stata con me. Ne sono sicuro. Non credo di pia-
cerle. Che cosa ho io che potrebbe colpire una donna così bella?
THOMAS: Sa cosa possiamo fare? Consoliamoci con una fetta di torta. (Escono).
SCENA QUARTA
Padre, madre
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hai incantato a parole. Come tutti gli uomini. A parole sono sempre dei fe-
nomeni, quando poi si passa ai fatti, è finita.
PADRE: Tu credi di essere tanto migliore?
MADRE: Le donne hanno sempre per qualcosina in più, chiamalo sesto senso, o come
vuoi tu, ma il succo non cambia.
PADRE: Sesto senso? E secondo te io non avrei il sesto senso?
MADRE: No, tu fai solo senso e basta.
PADRE: Mi fa molto piacere vedere che sei perfettamente guarita e che non hai asso-
lutamente perso il tuo buon umore.
MADRE: E’ l’unica cosa che mi aiuta a vivere con un vecchio ubriacone come te. A-
vanti, dai, prendimi lo scialle, che ho freddo.
PADRE: Va bene. Vuoi andare a dormire? Ti accompagno.
MADRE: Non ti è mai piaciuto andare a dormire da solo, vero?
PADRE: A tutto ci si abitua. Sembra difficile ma non è così. E io mi sono abituato ai
tuoi piedi gelati contro le mie gambe. Mi sono abituato anche a sentirti rus-
sare. Credo che senza quella musica non riuscirei ad addormentarmi.
MADRE: Preparati. Come mi sto preparando io. A quando uno dei due resterà solo.
PADRE: Vedi come è puttana la vita?
MADRE: Non usare quelle parole.
PADRE: Ma è vero. Quando più hai bisogno di compagnia rischi di restare solo.
MADRE: Ci fossimo separati prima ci saremmo abituati.
PADRE: Anche questo è strano. Sono trent’anni che parliamo di divorzio ma siamo
ancora insieme.
MADRE: Che ci vuoi fare? Da giovane credi sempre di cambiare chi ti sta vicino, poi
il tempo passa, chi ti sta vicino non cambia, e a un certo punto sei troppo
vecchio anche solo per cambiare idea.
PADRE: Vieni, dai, andiamo a dormire.
MADRE: Credi che nostro figlio dorma da solo?
PADRE: E che ne so io. E’ così lontano che a volte mi scordo di avere un figlio. Ma
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credo che una donna a scaldargli il cuore ce l’abbia.
MADRE: Sarà una donnaccia?
PADRE: ma no.
MADRE: Spero gli voglia bene. Certo avesse fatto il prete non avrei questa preoccu-
pazione.
PADRE: Non è detto, mamma. (Escono).
SCENA QUINTA
Thomas. Charlie.
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THOMAS: La rivedi?
CHARLIE: Ma stai scherzando?
THOMAS: Quando?
CHARLIE: Ha detto che mi telefona lei. (Suona il telefono).
THOMAS: Magari è proprio lei. Vai a rispondere tu, per favore.
CHARLIE: E se è una donna?
THOMAS: Me la passi. Non te ne basta una al giorno?
CHARLIE: Pronto? Ciao, amore. Come stai? Ma certo che mi sei mancata. Sì, anche
tu. Ma certo che ho tanta voglia di vederti. Va bene, te lo passo, ciao, amo-
re. E’ per te, Thomas.
THOMAS: E’ lei?
CHARLIE: No, è tua moglie.
THOMAS: Mia moglie? Ma che caz... Pronto? Ciao, cara. Ma certo che ci sono casca-
to. Comunque non mi piacciono questi scherzi, va bene? Come dici? Fra
due ore? Va bene, ti aspetto. Ciao. (Riattacca). Mia moglie arriva fra due
ore. Non l’aspettavo così presto.
CHARLIE: Bene, sono contento di rivederla. Ti spiace se l’aspetto qua?
THOMAS: Ma no, figurati. Ho solo un problema e tu mi devi aiutare.
CHARLIE: Basta donne, grazie. Questa volta sono irremovibile.
THOMAS: Nessuna donna. Giuro. Solo mia moglie.
CHARLIE: Perchè, tua moglie non è una donna?
THOMAS: Ma che c’entra, dai. Per questa sera io aspettavo una donna, un’altra don-
na, e allora devo andare a raggiungerla per impedirle di venire qua. Non
vorrei che s’incontrasse con mia moglie.
CHARLIE: Senti Thomas, io di piacere oggi te n’ho già fatto uno e ne ho avuto abba-
stanza. Ho ancora male ai reni solo a pensarci. Non puoi chiedermene un
altro subito dopo.
THOMAS: Potrebbe aiutarti a scrivere un bel sermone su, che so io, un comandamen-
to a caso, per esempio il quinto. Qual’è il quinto?
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CHARLIE: Non commettere atti impuri.
THOMAS: E’ meglio fare il sesto. O il settimo. Fai tu, in fondo quello è il tuo mestie-
re, mica il mio. Io non ti ho mai chiesto di andare a vendere yogurt al mio
posto, no? Quindi il sermone scrivitelo da solo. Magari mentre vai al-
l’aeroporto a prendere mia mogllie. (Lo spinge fuori).
CHARLIE: Thomas, Thomas, aspetta. Non lasciarmi solo con tua moglie. Thomas.
Per favore, valla a prendere tu all’aeroporto.
THOMAS: Zitto e vai. Sei un pastore no? E lei è una è una pecorella smarrita.
CHARLIE: Non scherzare su queste cose. (Esce).
THOMAS: Davvero, lei all’aeroporto si perde sempre. Più smarrita di così. Bene, an-
che mia moglie è sistemata. Adesso non ci rimane che buttare fuori Sheila
e poi siamo a posto. (Esce).
SCENA SESTA
Charlie da fuori.
CHARLIE: Sheila. Sheila, sei ancora lì? Avanti, vieni a tirarmi fuori, sono stufo di
stare qua sotto. Sono completamente bloccato e sto male. Ho fame. E’
anche finita la mostarda. Sheila. Non vorrai mica lasciarmi qua sotto tut-
ta la notte. Non posso andare a lavorre in queste condizioni. Mi si è an-
che sgualcita la camicia. Se proprio non voui tirarmi fuori preparami al-
meno una camicia pulita per domani mattina. Mi hai sentito? Sheila. Ri-
spondi, ti prego. Va bene, rimango qua sotto questa notte, come vuoi, se
solo riuscissi a girarmi di lato. Lo sai che a pancia in su non riesco a dor-
mire bene. E poi non lamentarti se questa notte russo, va bene? (Si sentono
delle sirene).
SCENA SETTIMA
Thomas, Layla.
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LAYLA: (Entrando). Le hai sentite? Dio santo, le hai sentite, le hai sentite?
THOMAS: Certo che le ho sentite ma mica posso andarci da solo.
LAYLA: Ma dove vorresti andare?
THOMAS: Dalle sorelle Benson, no? Le ho sentite mezz’ora fa solo che loro sono due
e io mica posso andarci da solo. Le due sorelle Benson in una volta, no, sa-
rebbe troppo anche per me.
LAYLA: Per te sarebbe troppo anche Olivia.
THOMAS: Olivia Newton John?
LAYLA: No, Olivia di braccio di ferro.
THOMAS: Non mi rompere. le sorelle Benson hanno i due più bei culi della città.
Quando le vedi passeggiare... Ah, non ci devo pensare.
LAYLA: E’ meglio. Tanto tu pensi solo con il culo.
THOMAS: meglio di te che pensi solo con...
LAYLA: Non lo dire o ti sgozzo. Cominci a rompermi tu.
THOMAS: Va bene, non ti arrabbiare. Quando pensi a lui ti arrabbi sempre, vero?
Perchè sai che si sta divertendo. Con Sheila.
LAYLA: Stai zitto.
THOMAS: Sheila. Ma come può farti una cosa del genere. Proprio a te che sei così
bella, così dolce. Così sensibile. Simpatica poi. Capisco ancora andasse
con una delle sorelle Benson, ma con Sheila.
LAYLA: A proposito, spero non gli sia successo niente, sta tardando. Comincio ad es-
sere un po’ preoccupata per lui.
THOMAS: Io sarei più preoccupato se fosse già arrivato. Vorrebbe dire che è andato
in bianco. Non ti devi preoccupare per lui, e poi al limite vuol dire che po-
tremmo dividere i soldi in due. Ce ne sarebbero di più.
LAYLA: Non azzardarti a toccarli.
THOMAS: Sei una stupida, Layla. Non puoi continuare tutta la vita a correre dietro a
quello mentre lui va con tutte quelle che incontra.
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LAYLA: A te non te ne deve fregare niente di quello che faccio io.
THOMAS: Dicevo solo così per dire.
LAYLA: Ma tu che ti preoccupi tanto delle mie storie, ce l’hai una donna?
THOMAS: Io? Ma Certo. Cosa credi. Vabbè, non in questo momento, sai, è un pe-
riodo di quelli in cui mi va di concedermi una pausa di riflessione, stare
un po’ da solo, ti è mai capitato?
LAYLA: Mai.
THOMAS: Mai? Allora non puoi capire.
LAYLA: E in passato ne hai avute?
THOMAS: Io? Hai voglia. Quante ne ho avute. Una.
LAYLA: Una?
THOMAS: Una però è stata una storia allucinante, sai? Mi spremeva fino all’osso.
LAYLA: Racconta.
THOMAS: Ma non mi va di raccontare le mie storie.
LAYLA: Le tue storie? La tua storia, piuttosto.
THOMAS: E va bene, devi proprio puntualizzare? Si chiamava Mary, io allora avevo
sedici anni e lei tredici. Siamo stati insieme per quasi sei mesi. Era bella,
aveva degli occhi stupendi, un viso fantastico, e una voce così sensuale.
LAYLA: Ma che mi frega della voce che aveva. Il sesso?
THOMAS: Ne avrei da raccontare. Allucinante. Sai, eravamo molto giovani, però
quando ne parlavo con gli amici avevo una fantasia che non ti puoi imma-
ginare. Vuoi che ti racconto cosa dicevo agli amici?
LAYLA: Raccontami cosa facevate.
THOMAS: Quello che facevamo. Ti sembra facile. Sbaglio o hanno bussato?
LAYLA: Non ha bussato nessuno. Ti ho capito, sai? Sei di quelli che parlano molto.
THOMAS: Però ho avuto un sdacco di occasioni. Quante donne avrei potuto farmi se
solo avessi voluto. Vuoi che te ne racconti qualcuna? Ci sono anche parti-
colari molto piccanti, sai? Ho capito non ti interessa.
LAYLA: Non è che non mi interessa, però, non me ne frega niente.
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THOMAS: Il fatto è che io ho sempre pensato che non mi andava il sesso solo per il
sesso. Se non c’è amore non mi piace.
LAYLA: Quante volte l’ho sentita questa frase.
THOMAS: Ma parliamo di te, piuttosto. Parlami dei tuoi uomini.
LAYLA: Degli uomini non mi importa nulla. Lo sai benissimo che io sono innamorata
di Charlie. Spasimanti ne ho tanti. Ho solo l’imbarazzo della scelta. Ma io
non li guardo. Comunque se solo volessi.
THOMAS: E da quanto è che sei innamorata di Charlie?
LAYLA: Otto anni.
THOMAS: Otto anni che gli corri dietro? E in questi otto anni sei riuscita almeno ad
andarci a letto una volta?
LAYLA: Certo. Beh, proprio a letto no, però... Ci siamo baciati.
THOMAS: Attenzione a non spingerti troppo avanti, al primo appuntamento.
LAYLA: Ridi pure, stronzo, tu non puoi capire. Pensi solo al sesso.
THOMAS: Per lo meno raccontami qualcosa dei tuoi incredibili baci. Sono stati ap-
passionati? Descrivimeli. Quanti sono stati?
LAYLA: Cinque. E tutti alla stessa ora. Mezzanotte.
THOMAS: E dove ti ha baciata?
LAYLA: Sapessi. Quattro volte sulle guance, in quattro capodanni che abbiano fatto
insieme. Per festeggiare l’anno nuovo mi ha presa nel bel mezzo della festa
e mi ha baciata. Non ho fatto nemmeno in tempo a rendermi conto di quello
che faceva che lui ne stava già baciando un’altra.
THOMAS: E la quinta volta?
LAYLA: La quinta volta sulla bocca.
THOMAS: Dai raccontami questa, che forse è più interessante. C’è del sesso?
LAYLA: Giudica tu. E’ stato quest’anno. A Capodanno. Sapevo che l’avrebbe fatto e
allora mi sono preparata per tempo. Ho girato la testa di scatto mentre mi ba-
ciava sulla guancia. E’ iniziato tutto così.
THOMAS: E poi lui cosa ha fatto?
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LAYLA: E’ stato molto galante. Non ha voluto approfittarne. Mi ha chiesto scusa e
se ne è andato via con Sheila.
THOMAS: Beh, io non avrò avuto una gran vita sessuale, ma in compenso tu hai dav-
vero una vita sessuale così frenetica. Occhio alle malattie.
LAYLA: Ma che cosa vuoi da me? Me lo spieghi?
THOMAS: Niente. In fondo la gente è così diversa da come sembra.
LAYLA: Perchè io come ti sembravo?
THOMAS: E’ difficile da spiegare. Daciamo, diversa, rendo l’idea?
LAYLA: Anche tu in fondo sei diverso da come sembravi. All’inizio ti giudicavo un
grandissimo stronzo. Adesso invece ritiro il grandissimo.
THOMAS: E’ già qualcosa. Sai come si dice, chi si accontenta gode.
LAYLA: Non montarti la testa.
THOMAS: E intanto mentre io e te siamo qua che ce la raccontiamo Charlie è a casa
di Sheila che se la spassa alle nostre spalle. Bello, vero? E di là ci sono un
sacco di soldi che aspettano soltanto di essere divisi. Non male.
LAYLA: Non azzardarti a toccare quei soldi.
THOMAS: Non lo faccio, non ti preoccupare. Non ci penso nemmeno.
LAYLA: Senti, di là in frigo c’è una bottiglia di vino. Che ne diresti se mentre aspet-
tiamo che torni Charlie ci facciamo un brindisi?
THOMAS: Mi sembra una buona idea. Dai, andiamo. (Escono).
SCENA OTTAVA
Madre, Mary.
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come se guardasse da una finestra). Eccolo là. Guarda come cammina.
Sembra un oppopotamo con le emorroidi.
MARY: Non dica così. In fondo è sempre suo marito.
MADRE: Già. Ma fammi la cortesia di non ricordarmelo troppo spesso.
MARY: Lo ama ancora?
MADRE: L’amore. Non lo so. Ma sai, poi alla fine ci si abitua. Ma tu come stai?
MARY: Sto molto meglio, adesso. Ho dei dolori alla pancia che vanno e vengono ma
ormai sto cominciando a farci l’abitudine.
MADRE: Dovrai farcela l’abitudine. E dovrai fare l’abitudine anche a molte altre co-
se. Ma se avrai bisogno io ti starò vicino. Farò quello che avrebbe dovuto fa-
re mio figlio, se ci fosse ancora.
MARY: Poverino. Non so come farò a consolarmi.
MADRE: Ci si consola sempre. Anche dai dolori più grandi. Già. E dire che ero con-
tenta quando aveva deciso di fare il dottore, anche se come diceva mio ma-
rito era soltanto il dottore dei matti. Si guadagna bene, è un mestiere tran-
quillo, puoi fare carriera, farti una bella casa. Avrebbe potuto cercarsi una
donna alla sua altezza e farsi una famiglia.
MARY: Ma la donna ce l’aveva già. Io.
MADRE: Come? Ah già, è vero. Fa lo stesso. E io che gli ho impedito di partire quan-
do voleva andare in città a fare lo scrittore di commedie. Perchè non glielo
ho permesso? Ma a scuola andava così bene che era un peccato non facesse
l’università. Adesso forse avrebbe fatto strada, probabilmente avrebbe una
bella moglie che lo renderebbe felice.
MARY: Quella l’avrebbe avuta di sicuro. Io.
MADRE: Tu o un’altra, che differenza fa. Dai, vieni, andiamo a preparare qualcosa
per pranzo, che si sta facendo tardi. (Escono).
SCENA NONA
Thomas, Sheila.
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THOMAS: (Entrando). Allora, le senti ancora volare le parole grosse, Sheila?
SHEILA: (Entrando). Senti, mi sono stufata di sentirti, va bene? Sei come mio mari-
to, siete solo capaci a urlare con me, non siete mai contenti.
THOMAS: Ma che cosa stai dicendo?
SHEILA: Certo, fai pure finta di non capire. Non sono mica stupida, sai, anche se a
prima vista potrebbe sembrare. Sappi che le apparenze ingannano e non è il
monaco a fare l’abito, semmai è... il sarto a farlo.
THOMAS: Credo di non capire il filo del tuo discorso.
SHEILA: E allora fattelo spiegare da qualcun altro.
THOMAS: E da chi diavolo vuoi che me lo faccia spiegare se ci siamo solo noi due.
SHEILA: Ma certo, è facile per te, trovare scuse, e non voglio nemmeno che mi dai
ragione perchè lo so benissimo che la ragione si da soltanto ai matti.
THOMAS: Ma io non ti do affatto ragione.
SHEILA: Ecco, vedi, sempre a contraddirmi in tutto. Se sapevo rimanevo con Char-
lie, lui almeno quando parlavo aveva la compiacenza di stare zitto, a volte
se ne andava anche via, pur di non contraddirmi.
THOMAS: Se è questo che vuoi me ne posso andare via anch’io.
SHEILA: E dove vai in mutande?
THOMAS: Non sono mutande queste, ma un costosissimo pigiama di seta. Io le mu-
tande non le uso mai.
SHEILA: Come non usi le mutande?
THOMAS: Le mutande mi segano. Non ci credi? Guarda. (Si tira giù di colpo il pi-
giama, rimane in mutande). Ci sei cascata, eh? Funziona sempre. Tutte le
volte che lo faccio in pubblico prima rimangono tutti senza fiato, e poi
sorridono sonno i baffi. Non ho mai capito se è sollievo o delusione.
SHEILA: Non cercare di cambiare discorso. Io voglio soltanto sapere una cosa da te:
ma mi ami veramente?
THOMAS: Sbaglio o hanno bussato alla porta?
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SHEILA: Nessuno ha bussato alla porta. Rispondimi, avanti.
THOMAS: Eppure mi sembrava di aver sentito bussare. Qual’è già la domanda che
mi hai fatto? Ah già, è vero, se ti amo. Ma... in che senso?
SHEILA: Oh, smettila, hai capito benissimo la mia domanda. Una donna ha bisogno
qualche volta di avere delle certezze.
THOMAS: Certo. E’ una della domanda, sai? Così bella che quasi quasi dispiace per-
fino darle una risposta. Ma se proprio lo vuoi sapere... Non c’è un’altra co-
sa che vorresti sapere oltre a questa?
SHEILA: Smettila di perdere tempo e dammi una risposta.
THOMAS: L’amore in fondo è una parola così grossa.
SHEILA: Zitto, non voglio sentirti dire parole grosse. C’era già Charlie che diceva
sempre parole grosse e io non volevo mai starlo a sentire. Comunque ho de-
ciso, Thomas, vengo a vivere qui con te. Mi vuoi, vero?
THOMAS: Qui a casa mia? E’ questo che intendi?
SHEILA: Certo. Io da qui non mi muovo più.
THOMAS: Sono contento. Non potevi prendere una decisione migliore di questa. Ma
non pensi a tuo marito?
SHEILA: Certo che ci penso. E più lo faccio più mi rendo conto che è uno stronzo.
THOMAS: Stronzo o no io credo che abbia ancora tanto bisogno di te.
SHEILA: Tanto meglio, così sentira di più ancora la mia mancanza.
THOMAS: Ma io non posso permettere che un uomo che in fondo è anche un mio a-
mico debba soffrire così per colpa mia.
SHEILA: Oh, Thomas, non ti facevo così altruista. Mi commuovi, sul serio.
THOMAS: Io sono stato altruista. Nella vita ho sempre cercato di accontentare tutte le
persone che ho incontrato. Specialmente le donne. Comunque va bene,
facciamo così, adesso magari te ne torni un po’ a casa, guardi come sta tuo
marito e poi torni e decidiamo se è il caso di vivere insieme.
SHEILA: Ma non possiamo deciderlo subito?
THOMAS: Certo, solo che adesso aspetto una persona, sai, per lavoro, e non ho pro-
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prio tempo da dedicare a te.
SHEILA: Ma io me ne starò lì in un angolo, tranquilla, senza disturbare.
THOMAS: Ma sai, la persona che deve venire a casa mia mi deve parlare di cose mol-
to riservate e non vuole orecchie indiscrete.
SHEILA: Ma se fai il rappresentante di yogurt, quali segreti vuoi che ci siano?
THOMAS: Cose di mercato, cose anche molto noiose, ti addormenteresti.
SHEILA: A me basta guardare te e non mi annoio mai.
THOMAS: E’ tardi. Va bene, allora facciamo così, vieni a vivere qui. Sei contenta?
SHEILA: Ma certo amore, ne sono felice.
THOMAS: Benissimo, allora vai subito a casa a fare le valigie e poi torni.
SHEILA: Ma io non voglio andare a casa a fare le valigie. Ci vado poi un’altra volta.
Adesso stiamo un po’ insieme per festeggiare.
THOMAS: festeggiamo questa sera, vuoi? Avanti, vatti a prendere i vestiti a casa.
SHEILA: E va bene, se proprio insisti ci vado.
THOMAS: Finalmente. (Bussano). Oh mio Dio, è troppo tardi. Senti, ho cambiato i-
dea, non andare più a prenderti i vestiti.
SHEILA: Mi preferisci nuda?
THOMAS: Sì, vai in camera e aspettami lì. Mi raccomando, non uscire. (Sheila esce
lui apre la porta). Mary, Charlie, che piacere vedervi.
MARY: Se ti faceva tanto piacere potevi venire tu a prendermi all’aeroporto.
THOMAS: Non sono potuto venire perchè ho avuto un impegno di lavoro.
MARY: Ho capito, stavi con una donna, dove l’hai nascosta, nell’armadio?
THOMAS: Stupida. Puoi chiedere a Charlie se c’era una donna in casa mia. Siamo
stati tutta la sera in casa a discutere del suo nuovo sermone. Vero?
CHARLIE: Naturalmente. Ed è stato davvero molto istruttivo.
MARY: Charlie, ti stai facendo corrompere anche te? Ti credevo un prete tutto d’un
pezzo non un pezzo di...
THOMAS: Ma fatti vedere bene, Mary. Bentornata a casa.
CHARLIE: Che bel quadretto coniugale. Mi dispiace davvero non avere una macchina
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fotografica per immortalarlo. Scherzavo. Va bene, io me ne vado a casa.
THOMAS: Aspetta, Charlie, dimentichi una cosa, il tuo sermone in camera da letto.
CHARLIE: Ma che cosa stai dicendo?
THOMAS: Quello che hai capito. Avanti, vai a recuperare il tuo sermone. Non vorrai
mica dimenticarlo qua.
CHARLIE: Non riesco proprio a capirti. (Esce).
THOMAS: Quando hai intenzione di fermarti a casa?
MARY: Solo due giorni. Lo sai benissimo che finchè non avrò finito questo lavoro
sono costretta a fare questa vita. Non sei contento?
THOMAS: Certo. No volevo dire, certo che no. E’ così noiosa la mia vita senza di te.
CHARLIE: (Entrando). Credo proprio sia meglio che mi fermi ancora un attino a fini-
re di correggere il mio sermone.
THOMAS: Fatti aiutare da Mary. Lei è bravissima d’italiano. Ha fatto le scuole alte.
MARY: Di cosa trattava il tuo sermone, Charlie.
CHARLIE: Trattava delle tentazioni del pesce, cioè della carne.
MARY: Allora credo che Thomas sia molto più preparato di me.
THOMAS: Su, avanti, andate a fare qualcosa. (Mary e Charlie escono. Entra Sheila
mangiando uno yogurt). Forza, vieni, dobbiamo uscire.
SHEILA: Dove dobbiamo andare?
THOMAS: E parla sottovoce, stupida.
SHEILA: Perchè dovrei parlare sottovoece?
THOMAS: Perchè potrebbe sentirti... qualche fermento lattico e se poi si spaventa
magari ti resta sullo stomaco.
SHEILA: Ma che cosa stai dicendo?
THOMAS: Ti prego, te lo chiedo per piacere, usciamo.
SHEILA: Se proprio ci tieni così tanto, andiamo. Vado solo a posare lo yogurt.
THOMAS: Non c’è tempo. Portatelo dietro, così mi fai anche un po’ di pubblicità.
Charlie, Mary, noi usciamo un attimo.
SHEILA: Chi sono Charlie e Mary?
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THOMAS: Il mio amico Charlie, quello che hai conosciuto ieri sera. Adesso è di là
con mia mo... con mia sorella.
SHEILA: E che cosa ci fa di là con tua sorella?
THOMAS: Che cosa vuoi che ci faccia, visto che è figlio unico quando ha bisogno di
una sorella gli presto la mia. Andiamo, avanti.
SHEILA: Come sei altruista. (Escono. Entrano Charlie e Mary).
CHARLIE: Thomas, Thomas, sei ancora in casa? E’ uscito.
MARY: Ne sei sicuro? Scommetto che quel porco aveva un appuntamento con una
donna. Non cambierà proprio mai.
CHARLIE: Va bene, dai, non pensiamoci più.
MARY: Hai ragione. Finiamo il lavoro che avevamo cominciato?
CHARLIE: E tu lo chiami lavoro?
MARY: Hai ragione, scusami, amore mio. Finalmente soli.
CHARLIE: Già, finalmente soli. Da quanto tempo sognavo questo momento, amore.
SCENA DECIMA
Layla, Thomas, Charlie.
LAYLA: (Entra dal fondo con un grosso scatolone). Sono arrivata, caro.
THOMAS: (Da fuori). Ti sembra questa l’ora di arrivare? Sono due ore che tuo fi-
glio piange, vorrai mica che mi metta anch’io a cullarlo.
LAYLA: No, amore, non preoccuparti.
THOMAS: Non sono nemmeno riuscito a dormire, oggi.
LAYLA: Scusami, caro. Il fatto è che ai grandi magazzini c’era un sacco di gente e
il pacco con l’aspirapolvere nuovo pesava parecchio. Tu non hai voluto ac-
compagnarmi in macchina e me lo sono dovuto portare a braccia.
THOMAS: Ci avrei scommesso che avresti trovato il modo di dare ala colpa a me.
LAYLA: io non ti do nessuna colpa, caro. Morgan, la mamma arriva.
THOMAS: Senti, tra poco deve arrivare un assicuratore per farci firmare dei docu-
menti. Firmali tu, hai capito? Io non ne ho voglia, devo riposarmi perchè
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oggi devo andare a lavorare.
LAYLA: Va bene, caro. Morgan, amore mio, smettila di piangere, la mamma è arri-
vata a casa, adesso non se ne va più via.
THOMAS: Se te ne andassi sarebbe molto meglio e potresti portarti via anche quel
moccioso che io non lo sopporto più.
LAYLA: Morgan, caro, smettila di piangere, che disturbi il papà.
THOMAS: E stirami una camicia per oggi, porcaccia la miseria.
LAYLA: Le hai già finite? Te ne avevo preparate due l’altro ieri.
THOMAS: Infatti sono passati due giorni e di camicie pulite non ne ho più. Layla, ac-
cidenti a te, negli ultimi tempi mi stai trascurando moltissimo.
LAYLA: Scusami, amore, è che ho tante cose da fare.
THOMAS: Ma se non lavori nemmeno. Stai tutto il giorno a casa e ti lamenti.
LAYLA: Scusami, amore. Adesso ti stiro le camicie, dammi solo il tempo di cambiare
Morgan, che credo che ne abbia bisogno.
THOMAS: Devi anche andare a cercare quel delinquente di Robert. Sta tutto il giorno
a correre in strada, prima o poi si caccerà in un guaio e sarà tutta colpa tua.
LAYLA: Se tu gli parlassi una buona volta come dovrebbe fare un padre qualsiasi non
sarebbe così. Basterebbe una volta sola.
THOMAS: Stai zitta. Non sei capace a fare la madre e allora scarichi tutte le colpe su
di me. E’ proprio tipico tuo. (Bussano alla porta). Vai ad aprire credo che
sia l’assicuratore.
LAYLA: Va bene, amore. (Apre). Buongiorno.
CHARLIE: Buongiorno, signora.
LAYLA: E’ qui per l’assicurazione?
CHARLIE: No, a dire la verità io sarei il nuovo vicino di casa. Volevo soltanto venire
a presentarmi perchè sono venuto a vivere qui solo ieri.
LAYLA: Mi scusi se c’è un po’ di disordine. Aspetti, sposto questa scatola.
CHARLIE: Lasci che l’aiuti. Dove devo metterla?
LAYLA: La metta lì nell’angolo, va bene così.
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THOMAS: Layla, chi è, l’assicuratore? Mi raccomando trattalo bene.
LAYLA: Sì... E’ l’assicuratore.
CHARLIE: L’assicuratore?
LAYLA: Lo stavamo aspettando. Sa, mio marito è molto geloso, e se sapesse che sto
parlando con uno sconosciuto si arrabbierebbe molto.
CHARLIE: Ma lei mi sta conoscendo e tra pochi minuti non sarò più uno sconosciuto
per lei. (Morgan piange). Suo figlio?
LAYLA: Sì, mi scusi, torno subito.
CHARLIE: La posso aiutare? Sa, io sono molto bravo con i bambini.
LAYLA: Oh, non si deve disturbare.
CHARLIE: Nessun disturbo. Anzi, mi fa molto piacere esserle d’aiuto. (Escono).
THOMAS: Layla, accidenti a te, se n’è già andato l’assicuratore? Sei riuscita a fare
tutto o come al tuo solito hai fatto soltanto casino? Layla, le mie camicie
scommetto che sono ancora da stirare, e il pranzo è ancora da fare. Ma chi
me l’ha fatto fare di sposare una donna come te che non è capace a fare
niente in casa.
LAYLA: (Entrando con Charlie). Eccomi, amore, non preoccuparti, adesso faccio
tutto. Dammi solo un attimo che mando via l’assicuratore. La devo proprio
salutare, ho molte cose da fare, oggi.
CHARLIE: Lo capisco. Vado. Le posso soltanto chiedere due piaceri?
LAYLA: Ma certo, dica pure.
CHARLIE: Il primo è che mi piacerebbe molto poterla invitare a cena una sera.
LAYLA: Ma non so se posso. Che cosa dico a mio marito?
CHARLIE: Gli dice che ha incontrato un principe e che una sera vuole farle fare un
giro sul suo cavallo bianco.
LAYLA: Vedrò che cosa posso fare.
THOMAS: Layla, allora, il mio pranzo è pronto?
LAYLA: Subito, caro. E il secondo piacere?
CHARLIE: Si sciolga i capelli. E’ molto più carina.
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LAYLA: Ma a mio marito non piace così.
CHARLIE: Suo marito non capisce nulla. Si fidi di me, si sciolga i capelli. Ci vedia-
mo. Spero il più presto possibile.
LAYLA: Aspetti. Non mi ha nemmeno detto il suo nome.
CHARLIE: Mi dia il nome che preferisce lei. Per me vanno bene tutti. Ma se proprio
non sa come chiamarmi mi chiami Charlie, che va bene. Facciamo domani
sera per la cena, Layla?
LAYLA: Lei sa il mio nome. Chi glielo ha detto?
CHARLIE: I principi sanni sempre tutto. Arrivederci. (Esce).
THOMAS: Allora, Layla, ne hai ancora per molto?
LAYLA: Arrivo subito, amore. (Si scioglie i capelli). Dammi solo un attimo (Esce).
SCENA UNDICESIMA
Padre, madre.
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PADRE: Non capisci niente, tu. In fondo è come quando tu ti attacchi agli album del-
le fotografie.
MADRE: Io non mi attacco agli album delle fotografie. Sono mesi che non li apro e
quello delle nozze almeno sei anni.
PADRE: Vuoi andare al cinema questa sera?
MADRE: Cosa vuoi andare a vedere?
PADRE: Qualsiasi cosa va bene. Ce ne andiamo in galleria.
MADRE: In mezzo ai ragazzini? Così ci prendono per pedofili. Guardiamocelo in te-
levisione il film che è meglio.
PADRE: A teatro non ci sono mai andato. Chissà cosa starà facendo tuo figlio.
SCENA DODICESIMA
Charlie, Sheila.
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SHEILA: Gliel’ho detto. Gli ho anche detto che se non smetteva di urlare tu gli avresti
spaccato la faccia.
CHARLIE: E lui cosa ha detto?
SHEILA: Ha continuato ad urlare. Anzi, forse urlava ancora di più.
CHARLIE: Gli hai detto che sei venuta qua? Ma sei impazzita?
SHEILA: Io non mento a mio marito. So che lo farebbe stare male.
CHARLIE: E’ vero. Va bene, per prima cosa allora chiudiamo a chiave la porta.
SHEILA: Ma insomma, non sei contento che sono venuta a stare qua?
CHARLIE: Te l’ho detto, Sheila.
SHEILA: E allora ridimmelo un’altra volta.
CHARLIE: Eh? Un’altra volta? Sheila.
SHEILA: Oh, Charlie.
CHARLIE: Sheila. Tu non cambierai mai.
SHEILA: Io mi sento così sicura tra le tue braccia. Mi dai tanta forza. Sei qui, calmo,
sicuro di te stesso, non hai paura di nulla, nemmeno sapendo che se Thomas
ti trova in giro ti spacca la faccia.
CHARLIE: Ma no, conosco Thomas e so benissimo che capirà.
SHEILA: Se lo dici tu.
CHARLIE: Perchè non capisce?
SHEILA: Non lo so.
CHARLIE: Vabbè. Non pensiamoci adesso. Dai, porta le tue valigie di là, poi io vado
a prendere le tre che hai ancora sul taxi.
SHEILA: Quattro.
CHARLIE: Quattro. Vuol dire che farò due giri.
SHEILA: Mi ami, Charlie? Ho bisogno di sentirtelo dire.
CHARLIE: Ma certo che ti amo, Sheila. E sono contento che sei venuta a stare da me.
L’ho sognato tante volte questo momento e adesso che è arrivato non mi
sembra nemmeno vero. Tu sei qua. Con me. Tutto il mondo è fuori, la not-
te, la vita degli altri, tutto là fuori, compreso un uomo che se mi trova mi
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spacca la faccia. Magnifico.
SHEILA: Non ci troverà mai.
CHARLIE: Ma se gli hai pure dato l’indirizzo.
SHEILA: No perchè stiamo vivendo un sogno. E nei sogni il bene trionfa sempre sul
male. Ricordatelo.
CHARLIE: Speriamo di non svegliarci troppo presto. A calci in culo. Dai, vatti a si-
stemare in camera che io intanto vado a prendere le altre valigie. (Escono).
SCENA TREDICESIMA
Thomas, Layla.
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THOMAS: Vedrai quando avrò in tasca tutti quei soldi. Come cambieranno le cose.
LAYLA: Non ti azzardare a toccarli. (Cade, finisce tra le braccia di Thomas).
THOMAS: Fai attenzione. Non ti reggi neanche più in piedi.
LAYLA: Non mi sento molto bene, mi gira la testa.
THOMAS: Vuoi che ti faccio un caffè?
LAYLA: No, rimani qua. Tienimi stretta. Ho esagerato.
THOMAS: Non ci sei abituata. Il vino fa brutti scherzi.
LAYLA: Stammi vicino, Thomas. Io odio stare male.
THOMAS: Basta che vomiti e starai subito meglio, te lo giuro.
LAYLA: Non voglio vomitare. Sentire lo stomaco che si strizza come una spugna mi
spaventa. Preferisco tenermi tutto dentro.
THOMAS: Come vuoi.
LAYLA: Sai una cosa? A vederti da così vicino sembri molto meno stronzo di quanto
immaginavo. Davvero.
THOMAS: Se è un complimento mi fa piacere.
LAYLA: Thomas, lo sai che... tutti quei soldi. Certo che divisi in due fanno un bel
gruzzolo. Ci si sistema per tutta la vita.
THOMAS: Sei ubriaca, Layla. Non sai nemmeno cosa stai dicendo.
LAYLA: No, improvvisamente mi è passata la sbronza. Non lo so, forse è stare tra le
tue braccia. Mi sento strana, però sto da Dio.
THOMAS: Anch’io sto da Dio, Layla. E stavo pensando una cosa, sai? Perchè divi-
derli quei soldi? Se li lasciamo tutti insieme il gruzzolo è ancora più gran-
de, non trovi?
LAYLA: Che cosa vuoi dire?
THOMAS: Layla, io pensavo che tra un’ora c’è un aereo per Kinshasa, credi che ci
troverebbe là?
LAYLA: Chi?
THOMAS: Charlie. Mica ci starà tutta la vita da Sheila, quando torna potrebbe accor-
gersi che qua non ci siamo più noi e nemmeno i soldi e credo che si incaz-
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zarebbe un pochino.
LAYLA: Io credo che si incazzerà molto di più. Prendi i soldi. (Thomas li prende poi
escono dalla porta centrale). Aspetta un attimo. Ho ancora una cosa da fa-
re. Tu intanto scendi a chiamare un taxi.
THOMAS: Va bene. Layla. Io ti...
LAYLA: Zitto. Non dire nulla. Aspettami sotto. (Thomas esce. Layla prende un tele-
fono e compone un numero). Sheila? Ciao, sono Layla. Mi passi Charlie?
Grazie. Charlie? Sono Layla. Ti prego corri, vieni subito, Thomas sta tirando
a fregarti. Vuole scappare con i soldi. Io lo trattengo finchè posso ma non so
quanto ci riuscirò. Va bene. Ma non metterci più di un quarto d’ora. (Comin-
cia a singhiozzare. Fa un altro numero di telefono). Pronto polizia? Venite
subito, 123 Lincoln street, terzo piano, l’assassino dello psicanalista è qui. Se
arrivate tra un quarto d’ora lo prendete di sicuro. Chi sono io non ha impor-
tanza. Mi raccomando non più di un quarto d’ora. Grazie. (Esce).
SCENA QUATTORDICESIMA
Padre, madre, Mary.
PADRE: (Entra e va a sedersi a destra). Mamma, sei fuori? Meglio. (Tira fuori una
bottiglia e beve).
MADRE: Mi chiamavi, papà?
PADRE: (Nasconde la bottiglia). Io? E’ che non trovavo il giornale.
MADRE: Fa niente. Non ne hai bisogno. Indovina chi sta arrivando?
PADRE: No. Di nuovo quella. E magari anche col nipotino.
MADRE: Ma certo. Così finalmente lo possiamo vedere.
PADRE: Che bello. Potrò anche prenderlo in braccio? Così magari quel piccolo mo-
stro senza collo mi fa la pupù sulla camicia.
MADRE: Non dire così. In fondo è pur sempre nostro nipote.
PADRE: Nostro nipote? Ma se non abbiamo neppure un figlio, come diavolo possia-
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mo avere un nipote?
MADRE: Zitto. La sento che sta arrivando. Mi raccomando, sii gentile.
PADRE: Non ti preoccupare. Ma se non se ne va prima che inizi Beautiful mi metto a
soffiare, capito? E comincio anche a brontolare.
MADRE: Sei sempre il solito rompiscatole.
PADRE: Se non mi sopporti più divorzia, no? Non ti trattiene nessuno.
MARY: (Entrando). Ciao mamma, ciao papà, come state?
MADRE: Benissimo. Mary cara, è questo il mio nipotino?
MARY: Certo. E’ bello, vero?
MADRE: E’ bellissimo. papà, vieni a vederlo.
PADRE: Lo vedo anche da qui. Tutto suo padre.
MADRE: Non lo stai nemmeno guardando. Sei il solito orso. E che nome hai deciso
di mettergli?
MARY: Mi sembrava giusto chiamarlo come suo padre.
MADRE: Oh che bello. Vieni in braccio alla nonna, Charlie.
MARY: David.
MADRE: Come David? Ma non hai detto che gli avevi messo il nome di suo padre?
MARY: Infatti. Suo padre si chiama David.
MADRE: Io credo di non capire.
PADRE: Te lo spiego io. Questa ci ha preso per il culo per nove mesi.
MARY: Ecco, io volevo chiedervi scusa. Con Charlie non stavamo più insieme da
mesi. Vivevamo ancora sotto lo stesso tetto ma niente di più. Quando ho sa-
puto che aspettavo un bambino avevo bisogno di avere qualcuno vicino, che
mi potesse aiutare. Avevo soltanto voi. Se vi avessi detto che non stavo più
con Charlie, non mi avreste certo aiutato. E invece siete stati così buoni con
me. Non lo dimenticherò mai..
PADRE: Nemmeno noi, credimi.
MARY: Adesso devo andare. David mi aspetta sotto in macchina. Tornerò a trovarvi.
MADRE: Non ti devi disturbare. (Mary esce). E’ già iniziato Beautiful?
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PADRE: Non prendertela. In fondo quella ragazza non ti piaceva. Non la sopportavi.
MADRE: Nemmeno te sopporto. Ma ti rimango vicino.
PADRE: Cos’è, una minaccia?
MADRE: (Si siede). Vorrei dormire. Improvvisamente mi è venuto sonno.
PADRE: Se avessino trent’anni di meno avremmo potuto fare un altro figlio. Magari
sarebbe anche venuto meglio. Per essere migliore sarebbe bastato che somi-
gliasse un po’ più a te. Mamma, dormi? Per una volta che ti faccio un com-
plimento non mi stai nemmeno a sentire.
SCENA QUINDICESIMA
Sheila, Charlie.
(Entra Sheila con uno scatolone. Raccoglie alcuni libri. Entra Charlie).
CHARLIE: Oh, professoressa Reminton, anche lei qua. Che piacere vederla.
SHEILA: Professore.
CHARLIE: Sta mettendo un po’ in ordine le sue cose? E’ una buonissima idea, d’al-
tra parte siamo arrivati all’ultimo giorno di scuola. Dovrei farlo anch’io.
Me lo riprometto tutti gli anni ma poi alla fine mi trovo così bene nel mio
disordine che rinvio sempre l’operazione pulizia.
SHEILA: A volte però finiamo per essere obbligati a farla.
CHARLIE: Sa cosa penso io? Che tanto in un paio di giorni sarà di nuovo tutto da ca-
po e bisognerebbe farla un’altra volta. Per cui meglio lasciar stare e farla
poi soltanto una volta alla fine. Se si convince di questo riuscirà a non far-
la mai e ad essere sempre a posto con la sua coscienza.
SCHEILA: A dire la verità non sto facendo esattamente pulizia.
CHARLIE: E’ quasi estate ormai. Cosa farà di bello nelle vacanze?
SHEILA: Non lo so. Non ho ancora organizzato niente. E lei?
CHARLIE: Stessa spiaggia stesso mare. Sono diciott’anni, sa? Diciott’anni che vado
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al mare nello stesso posto. Non lo sopporto più. Mi sembra di passare le
ferie a casa.
SHEILA: Cambi posto.
CHARLIE: Cambiare? Non saprei dove andare. E poi non è molto bello viaggiare da
soli. Lì per lo meno conosco tutti.
SHEILA: Tutte le donne magari. Chissà quante avventure.
CHARLIE: Avventure? Non sono tipo da avventure io. Non mi interessano. Anche
perchè non so se se ne è mai accorta ma io non sono bravo nell’approc-
cio con le donne.
SHEILA: Davvero? Non si direbbe.
CHARLIE: E’ la timidezza che mi frega. Sono un po’, come dire...
SHEILA: Imbranato?
CHARLIE: Beh, imbranato forse è un po’ forte. Diciamo... imbranato.
SHEILA: Già. Imbranato. E’ un peccato. Dovrebbe essere più coraggioso professore,
avere più fiducia. D’altra parte è un bell’uomo perchè non dovrebbe piacere
alle donne?
CHARLIE: Dice sul serio? Se lei fosse una donna le piacerei? Scusi.
SHEILA: Perchè no? Solo che io sono sposata.
CHARLIE: Mi scusi, non volevo sembrare importuno.
SHEILA: Lei non è mai importuno, professore. Ed io come le sembro?
CHARLIE: Bellissima.
SHEILA: E allora perchè non mi ha mai fatto la corte ? Tanti suoi colleghi l’hanno
fatto, sa? Ma io ho sempre rifiutato.
CHARLIE: per questo non l’ho mai fatto. Sapevo che avrebbe rifiutato.
SHEILA: Ne è proprio sicuro?
CHARLIE: Vuol dire che con me sarebbe uscita a cena? Avrebbe accettato il mio cor-
teggiamento? Non sta scherzando.
SHEILA: No, professore.
CHARLIE: Ma allora facciamo ancora in tempo, possiamo recuperare il tempo che ho
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perso, Dio che stupido sono stato, pofessoressa Reminton. Aspetti, che la
aiuto a mettere ordine nelle sue cose.
SHEILA: Non sto mettendo ordine, professore. Sto prendendo tutte le mie cose.
CHARLIE: Per fare che cosa?
SHEILA: Lo scorso anno avevo chiesto il trasferimento, per potermi avvicinare un po’
più a casa. Non ci avevo più pensato a quella domanda, ma qualcun altro sì
e l’hanno accettata. Sono stata trasferita.
CHARLIE: Come trasferita? E dove?
SHEILA: Millequattrocento chilometri da qui.
CHARLIE: No. Non è possibile. Non adesso.
SHEILA: Parto questa sera. Speravo di non vederla più perchè sapevo che l’addio sa-
rebbe stato molto brutto.
CHARLIE: No. Non può andarsene via adesso.
SHEILA: E’ tutto l’anno che aspettavo. Non ha visto gli orari delle lezioni? Non ha vi-
sto che avevo fatto sì che le pause pranzo e le ore di riposo sue coincidessero
con le mie? Non se ne è mai accorto?
CHARLIE: Io pensavo fosse stato casuale.
SHEILA: Le donne non sono mai casuali, professore. Se lo ricordi. Per la prossima
volta. Sono sicura che le servirà.
CHARLIE: Io non voglio prossime volte. Io voglio lei. Io la amo.
SHEILA: Non mi ami. Non le servirebbe a niente. Mi aiuta a portare fuori i libri?
CHARLIE: Possiamo uscire oggi pomeriggio? Per salutarci.
SHEILA: Sarebbe troppo pietoso. E troppo doloroso per tutti due. Lo sa benissimo an-
che lei.
CHARLIE: Sì.
SHEILA: Addio, professore. Non soffra per me. Non servirebbe a niente. E non lo
merito proprio.
CHARLIE: Io credevo che il suo matrimonio fosse così felice.
SHEILA: Sì. Da quando avevo conosciuto lei. Non la dimenticherò mai. (Esce).
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CHARLIE: (Comincia a scendere la luce). Professoressa. professoressa (La insegue).
SCENA SEDICESIMA
Layla, Thomas.
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LAYLA: Giuro di no. Me lo scrivo. Vedrai che non me ne dimentico.
THOMAS: Lo spero proprio. Tra l’altro quel delinquente di tuo figlio ieri ha spaccato
un altro vetro. Lo sai già?
LAYLA: A chi lo ha rotto questa volta?
THOMAS: Ai Palmer. Dovrai andare giù da loro, scusarti e ripagarglielo.
LAYLA: Non ci potevi andare tu?
THOMAS: Lo sai che i Palmer mi sono antipatici.
LAYLA: Va bene, caro, anzi, quasi quasi ci vado subito.
THOMAS: Ma sei pazza? Adesso è ora di cena. Lo sai che io voglio mangiare alle set-
te in punto. Alle sette e mezzo inizia Beautiful e per quell’ora io voglio es-
sere davanti alla televisione con la mia lattina di birra in mano. Ce ne sono
ancora vero? Non è che ti sei dimenticata di comprarle.
LAYLA: Non preoccuparti, caro. Ce n’è una buona scorta in frigo. Lo riempo tutte le
sere. potrei dimenticare qualsiasi cosa ma sicuramente non le tue birre.
THOMAS: Ci mancherebbe altro.
LAYLA: Senti, io vado in cucina a finire di prepararti la cena. Mi raccomando, appe-
na ti dico di venire fai in fretta. Altrimenti poi ricominci a lamentarti che la
pasta è scotta.
THOMAS: Certo, se non sei capace a cucinare. Mia madre non la faceva mai scuoce-
re. Nemmeno se arrivavo dopo un’ora.
LAYLA: (Sottovoce). E allora vai a mangiare da tua madre.
THOMAS: Come dici?
LAYLA: Ho detto che... Mi piacerebbe essere come tua madre. (Esce).
THOMAS: Puoi dirlo forte. Io non so chi me l’ha fatto fare di sposarmi una come te.
Non sai cucinare, non sai accudirmi, non sai nemmeno stirare una camicia.
(Durante la battuta di Thomas, Layla rientra con delle valigie, arriva alla
porta di ingresso, tentenna, si scioglie i capelli, poi sente Morgan piange-
re, posa le valigie, torna indietro, prende il bambino, le valigie e se ne va.
Dopo che è uscita scendono le luci e parte la musica). Devo insegnarti
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tutto io. E poi ti dimentichi tutto. Se non ci fossi io. E almeno fai smettere
di piangere quel maledetto bambino, che non ne posso proprio più.
SCENA DICIASSETTESIMA
Charlie, Sheila, Thomas.
CHARLIE: (Da destra, vestito da prete due bicchieri in mano). Arrivo, amore.
SHEILA: (Da fuori, a sinistra). Aspetta, non entrare. Ho una sorpresa per te.
CHARLIE: Adoro le sorprese. Di cosa si tratta?
SHEILA: Preparati a un bombardamento. (Gli butta fuori, uno per uno, tutti i suoi ve-
stiti). Fuori uno, due, tre...
CHARLIE: E’ meglio di Pearl Arbor. Posso entrare adesso?
SHEILA: Hai così tanta fretta?
CHARLIE: Fretta? Tu pensi che io abbia fretta? No. Sì. Arrivo. (Esce).
SHEILA: Aspetta, dammi almeno il tempo di bere il cocktail che hai preparato.
CHARLIE: Mi raccomando, tutto di un fiato.
SHEILA: Ma non ci hai messo il ghiaccio?
CHARLIE: Ghiaccio? L’avevo messo ma la tua sorpresa l’ha fatto sciogliere subito.
SHEILA: Non si può bere senza ghiaccio.
CHARLIE: Va bene, vado subito a prenderti il ghiaccio.
SHEILA: No, lascia stare. vado io. Così magari tu nel frattempo puoi preparare una
sorpresa anche a me.
CHARLIE: Fai in fretta, ti prego, le sorprese più belle sono quelle che durano poco.
SHEILA: (Entrando avvolta in un asciugamano). Nel frattempo per ingannare l’at-
tesa potresti pensare ad un sermone adatto all’occasione (Esce da destra).
CHARLIE: Un sermone? Non è tempo di pensare ai sermoni questo.
THOMAS: (Entrando). Sheila, Charlie, Sorpresa. Sono qua. Sono arrivato prima, sie-
te contenti? Sheila, Charlie. Dove siete? Avete finito di scrivere il sermo-
ne? Ma... E questi cosa sono? Ho come l’impressione che in mia assenza
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sia successo qualcosa che se venissi a sapere di cosa si tratta non mi piace-
rebbe per niente. Sheila, Charlie, dove siete? (Va verso la porta di sinistra.
Da destra entra Sheila, lo vede scappa di nuovo dentro).
CHARLIE: Sei tu amore che ti nascondi dietro la porta? Vieni avanti, orsacchiotta
mia, che il tuo panda ti sta aspettando.
THOMAS: Ma cosa diavolo sta succedendo?
CHARLIE: Avanti, non fare la timida, passerottino.
THOMAS: (Entra). Charlie, che cosa ci fai nudo nel mio letto? (Sheila esce in fretta,
raccoglie tutti i vestiti ed esce dalla porta di fondo. Nella fretta dimentica
però il reggiseno).
SCENA DICIOTTESIMA
Padre, madre.
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quello che fa la gente senza essere visto.
MADRE: Se fossi invisibile io potrei vederti tutte le volte che bevi di nascosto.
PADRE: Io non bevo di nascosto.
MADRE: Sai benissimo che lo so.
PADRE: Senti, domani è sabato, ed io stavo pensando a una cosa. E’ tanto tempo
che vorrei proportelo: perchè non ce ne andiamo via pr il week end. E’ co-
sì tanto tempo che non lo facciamo.
MADRE: Ma dove vorresti andare?
PADRE: potremmo andare a trovare nostro figlio.
MADRE: Ma che cosa dici?
PADRE: Da nostro figlio. Perchè non lo andiamo a trovare?
MADRE: Non sappiamo nemmeno dove abita.
PADRE: Tu non lo sai. Io sì. Mi ha scritto delle lettere, e mi ha lasciato il suo indi-
rizzo. Mi ha chiesto molto volte di andarlo a trovare.
MADRE: E perchè non me l’hai mai detto?
PADRE: Avevi sofferto troppo quando se n’era andato e mi ero accorto che ormai a-
vevi iniziato a rassegnarti alla sua lontananza e a dimenticare. La posta la
prendo sempre io e allora ho preferito non farti vedere quelle lettere per non
farti ricordare e soffrire.
MADRE: Ma come...
PADRE: Ma adesso è venuta un po’ di malinconia anche a me ed ho voglia di riveder-
lo. Anche se so benissimo che la cosa ci farà molto male.
MADRE: Mi hai tenuto nascosto le sue lettere?
PADRE: Vai a preparare i bagagli, avanti. Io voglio riposarmi un pochino perchè mi
sento molto stanco.
MADRE: Mio figlio. Oh mio Dio. (Esce).
SCENA DICIANNOVESIMA
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(Charlie e Thomas entrano da destra).
THOMAS: E io che mi fidavo di te.
CHARLIE: Ma Thomas, posso spiegarti tutto.
THOMAS: Non c’è niente da spiegare. Ci sono tutti i vestiti di mia moglie per terra.
CHARLIE: Dove? Non c’è niente. Guarda, Ti assicuro che ti sei sognato tutto.
THOMAS: Dove sono finiti? Eppure... Ecco la prova. Un reggiseno. E’ il suo.
CHARLIE: Ma no, non può essere il suo.
THOMAS: Se ti dico di sì.
CHARLIE: E va bene, Thomas, ti dico la verità.
THOMAS: Finalmente. Sto aspettando e che sia convincente.
CHARLIE: Quel reggiseno. E’ mio.
THOMAS: Tuo? Non ci credo.
CHARLIE: Te lo giuro. E’ mio.
THOMAS: Non è possibile.
CHARLIE: Perchè non dovrebbe essere vero? In fondo sono un uomo anch’io.
THOMAS: Ma sei un prete, non un uomo.
CHARLIE: L’avevo messo per farti una sorpresa.
THOMAS: A me? Beh, ti assicuro che la sorpresa me l’hai fatta. Davvero l’hai fatto
per me? Non è una balla?
CHARLIE: Ma ti sembra che ti potrei mentire in una faccenda così importante? A te?
Io, un tuo amico. E poi tu sei troppo intelligente per non capire quando un
uomo ti mente.
THOMAS: Questo è vero.
CHARLIE: Io ti voglio bene.
THOMAS: Anch’io ti voglio bene.
CHARLIE: Fidati, Thomas.
THOMAS: Va bene, amico mio. Ma sei sicuro che ti vada?
CHARLIE: Fidati.
THOMAS: Andiamo allora, voglio aiutarti a scrivere un nuovo sermone.
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CHARLIE: Su che argomento?
THOMAS: I piaceri della carne.
CHARLIE: Ma lo scriviamo soltanto, vero?
THOMAS: Certo. Perchè, lo vuoi anche recitare?
CHARLIE: No, volevo dire... va beh, lasciamo stare. (Esxono a destra).
SCENA VENTESIMA
Charlie da solo.
CHARLIE: Amore, non mi sento più le gambe. Sto male. Aiutami, ti prego, ti giuro
che non mi arrabbierò. Rischio di fare tardi al lavoro. Amore. Dove sei?
Almeno passami il telefono, chiamo in ditta e dico che mi prendo un gior-
no di ferie. Al massimo mi do malato. Prendo un mese di aspettativa.
Dico che sono morto. Amore. Sheila. Amore. Stronza!
SCENA VENTUNESIMA
Padre, madre, Charlie.
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CHARLIE: Interno notte. Lui sta finendo di scrivere la sua nuova commedia. Toglie il
foglio dalla macchina da scrivere e legge ad alta voce ciò che ha appena
scritto. Si gratta gli occhi arrossati mentre passeggia per la camera. E’
stanco. Si avvicina alla finestra, guarda fuori e vede un’ombra in fondo al
viale. Magari sarà un amico che lo viene a trovare, o magari sarà il suo a-
more che ha trovato la strada, una volpe quando viene l’inverno o forse
sarà soltanto un’altra sua vita, che non ha vissuto e che adesso viene a por-
targli il conto. (Buio).
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