SISTEMA DEI PERSONAGGI E COME VENGONO RAPPRESENTATI
La tecnica di descrizione dei personaggi alla quale si ricorrerà frequentemente in questo romanzo è una
tecnica che punta su alcuni particolari della figura da rappresentare, ma li isola e li enfatizza deformandoli
con un particolare compiacimento per il grottesco. Il particolare scelto è funzionale alla rappresentazione
globale: è una parte dalla quale è possibile intuire il tutto, la condizione psicologica o sociale del
personaggio. Verga preferisce questa tecnica sicuramente per rispettare il canone veristico del
privilegiamento sensoriale (visivo o acustico) ed è utilizzato per raggiungere il livello massimo di oggettività.
(Don Diego e Don Ferdinando Trao) Un esempio lampante dell’utilizzo di questa tecnica lo vediamo proprio
nelle primissime pagine, durante l’introduzione, nella narrazione, di Don Diego e Don Ferdinando Trao:
“Dietro alla faccia stralunata di Don Ferdinando Trao apparve allora alla finestra il berretto da notte sudicio
e i capelli grigi svolazzanti di don Diego. Si udì la voce rauca del tisico che strillava anch’esso…”
TEMI PRINCIPALI E STILE
La roba: è una parola-chiave dell’intero romanzo, ricorre con particolare e significativa frequenza. Nelle
pagine “la roba” diventa quasi un valore, un principio etico che impone sudore e sangue, e molte volte
viene contrapposta alla nascita e agli antenati. In alcuni punti della narrazione la “roba” viene sentita quasi
in modo fisiologico, il proprio sangue. La Roba è la ricchezza, il patrimonio ed è attraverso l’accumulazione
di questa roba che si spera di poter innalzare il grado sociale. Ad esempio nell’asta per le terre comunali,
vediamo come Mastro-Don Gesualdo sia in grado di mostrarsi testardo e di incaponirsi per ottenere sempre
più terreni. Il fatto che lui sposi Bianca, che era una donna senza dote, potrebbe addirittura sembrare un
controsenso, ma in realtà è spinto dal desiderio di rendersi amica la nobiltà.
La scalata sociale: Mastro-Don Gesualdo, nonostante si sia arricchito, non sia più un semplice muratore,
abbia sposato una donna appartenente alla nobiltà, molte volte viene messa in evidenza la sua origine e
quindi la sua costante inferiorità. Di certo viene elogiato come un uomo dedito al lavoro e all’ascesa, ma
Verga tratta questo argomento sempre con quell’ironia che esalta la labilità della sua condizione. Anche se
è definita come ascesa sociale, in questo processo è messo in evidenza il pessimismo di Verga, che rifiuta la
possibilità di un vero miglioramento. Infatti la condizione di inferiorità di Mastro-don Gesualdo permane
qualsiasi cosa lui faccia.
Altre costanti dei suoi romanzi sono: una passione amorosa travolgente, “romantica”, contrastata e
drammatica; una femminilità nella quale si intrecciano bellezza, bizzarria e lussuria; la società aristocratica…
Verga scrisse i suoi romanzi sempre nell’ambito del vero. Quindi per capire la sua posizione e la durezza dei
suoi racconti, bisogna sempre tenere conto dei valori di fondo della civiltà agricola e patriarcale siciliana
dalla quale egli proveniva (anche se da benestante e possidente) e dalla quale aveva preso suggestioni e
motivi di riflessione. Una civiltà che è stata formata da una visione della vita nella quale convergono il
rifiuto delle novità, sfiducia nell’intero genere umano, accettazione rassegnata al proprio status quo… Ed è
proprio a questa situazione collettiva che bisogna rifarsi per capire Verga, il quale, ovviamente, univa a
questi dati anche le proprie suggestioni. In quella cultura però c’erano anche l’dea di progresso, la fiducia
nell’ascesa sociale e nella liberazione dalla miseria, dalla malattia e dall’ignoranza, ma queste fiducie Verga
non le condivideva affatto. La riflessione sulla prospettiva materialistica, che quella cultura proponeva,
portava Verga ad una visione totalmente pessimistica.
TECNICA NARRATIVA
La falsità delle apparenze: la figlia di Zia Macrì viene presentata con la descrizione: “due occhioni neri come
il peccato che andavano frugando gli uomini”. Successivamente il personaggio, nel terzo capitolo, rivolge
una preghiera al santo patrono chiedendogli di avere un occhio di riguardo per lei. Questo evidenzia
l’ipocrisia della preghiera della ragazza, che avrebbe dovuto essere una “monaca di casa” (coloro che
vestivano l’abito monacale e facevano vita pia ma non vivevano in convento). La falsità delle apparenze,
l’antitesi tra le parole dette e le vere motivazioni dell’agire, cioè la “recita sociale” percorre l’intero
romanzo in svariate occasioni.
Eclissi: La tecnica narrativa tipica del Mastro-Don Gesualdo è il ricorso all’eclissi. Il narratore adotta un
particolare “montaggio”, procede per blocchi narrativi che sottolineano e contrappongono i momenti
salienti, gli snodi fondamentali dell’azione e tralascia di descrivere lo svolgimento regolare dei fatti, i nessi e
gli sviluppi. Un esempio è quando di tutto ciò che è avvenuto per imbastire il matrimonio fra Bianca e
Mastro-Don Gesualdo non se ne fa parola nella narrazione, ma tutto viene fatto intuire attraverso una
domanda posta da un terzo personaggio in merito.
Interferenza: inoltre Verga ricorre spesso alla tecnica dell’interferenza, o dell’interruzione. Questa tecnica
la ritroviamo in modo lampante nel dialogo tra Bianca e suo cugino Ninì, durante la festa, e prima ancora
nel dialogo fra Don Diego e la Baronessa Rubiera. Con l’uso di questa tecnica Verga interrompe di continuo i
dialoghi fra i personaggi, disturbati da eventi esterni, e questo permette di mettere in evidenza il contrasto
fra il mondo degli affetti da un lato e l’inesorabile logica degli interessi, o la banalità della vita, dall’altro.
Possiamo anche dire che questa tecnica era stata impiegata in Madame Bovary di Flaubert nel dialogo fra
Emma e Rodrigo.
Discorso indiretto libero: il ricorso al discorso indiretto libero permette al narratore di adottare un altro
punto di vista nella rappresentazione del protagonista. Prima egli era visto attraverso gli occhi degli altri,
poi (all’inizio del quarto capitolo) era visto dal narratore che oggettivamente rappresentava la giornata di
fatica, poi è presentata l’immagine che Mastro-Don Gesualdo ha di sé stesso e della sua vita: siamo di
fronte a tre tipi di “focalizzazione”. Quest’ultima, poi si risolve in un flashback che illumina la condizione di
“mastro” del protagonista, la faticosa strada che l’ha portato al “don”, alla ricchezza.
I PERSONAGGI
Mastro don Gesualdo: il titolo di “mastro” si dava in Sicilia a chi svolgeva umili attività manuali; il titolo di
“don” indicava la condizione di un relativo benessere. Il fatto che i due titoli siano stati affiancati, e che
quindi il “don” non abbia sostituito il “mastro”, notiamo già la storia passata e futura del protagonista: il
suo attuale benessere non ha cancellato (e non cancellerà mai) la sua umile origine. Inoltre questo concetto
verrà sottolineato da un particolare, che continua a ribadire che Mastro Don Gesualdo sia inchiodato
irrevocabilmente alla sua origine, su cui Verga insiste frequentemente, cioè le sue “mani mangiate di
calcina”, che sta ad indicare che la calce lascia sulle mani di chi la maneggia delle screpolature e quasi una
specie di ustioni. Anche in questo caso, appena il personaggio viene presentato, la prima cosa che viene
evidenziata è il suo attaccamento alla roba. Mastro-Don Gesualdo è presente indirettamente nei primi 3
capitoli, è oggetto dei discorsi degli altri delle paure e delle invidie dei notabili. Nel quarto capitolo viene
rappresentato direttamente, “a tutto tondo”. Sul piano delle tecniche narrative, in questo romanzo, così
facendo, si crea una varietà di prospettive e di punti di vista: prima è visto attraverso le apprensioni degli
altri, poi è visto direttamente nella sua giornata esemplare.
Diodata: la figura di Diodata è costruita con un progressivo integrarsi di particolari fisici e di
comportamenti. Diodata incarna un ideale di femminilità completamente diverso da quello delineato da
Verga nei romanzi giovanili. E la distanza fra un ideale e l’altro si può assumere come prova del cammino
fatto da Verga. In tutto il romanzo Diodata viene descritta come “umile e triste”, che sono anche i due
aggettivi che sigillano la sua ultima apparizione e richiamano perfettamente il suo modo di essere, la
specificità di questa figura femminile. L’ultimo incontro con Mastro-Don Gesualdo è in grado di scaturire
una parentesi affettiva importantissima che, pur antagonistica e soccombente a quella della “roba”, è
fondamentale nel romanzo.
Canonico Lupi: il canonico viene ritratto come insinuante ed ambiguo, estremamente abile nell’irretire
l’interlocutore. Per esempio: durante la conversazione in chiesa con Donna Bianca usa l’espressione “grosso
affare” che potrebbe richiamare alla mente di Bianca il matrimonio che si sta combinando; il canonico
invece parla dell’affare delle terre comunali, ma sfrutta questo argomento, per convincere Donna Bianca al
matrimonio.
Don Diego: il profilo di Don Diego viene tratteggiato soprattutto nelle ultime pagine del sesto capitolo ed è
abbastanza complessa per la contemporanea presenza di vari atteggiamenti del narratore nei riguardi del
personaggio. Vengono messe in evidenza costantemente l’allucinante follia, le deliranti speranze di Don
Diego che risultano ancora più assurde se inserite nel contesto di miseria e di decrepitudine fisica descritte.
E tuttavia, assieme a tutto ciò, il narratore non nega al personaggio la sua dignità: lui parla solo per gli altri,
per i superstiti, cosciente della sua prossima fine. Inoltre Don Diego accetterebbe il “sì” di Bianca al
matrimonio con Mastro-Don Gesualdo solo se fosse motivato dalla vergogna di stare con i fratelli, dopo la
disgrazia capitata. Quando Bianca lo informa che non è quella la vera motivazione, Don Diego capisce che il
suo culto dell’aristocrazia della famiglia non è condiviso dalla sorella. A quel punto capisce, nella parte più
profonda di sé stesso, di essere solo, lontano addirittura da colei che pensava gli fosse più vicina di
chiunque altro. È questo, la solitudine, un tema che tornerà molte altre volte nel romanzo.
Don Ferdinando: don Ferdinando è descritto come sciocco, stupido e come un allampanato. Ossessionato
dalle carte della lite, ossia la documentazione di una contesa giudiziaria secolare che oppone i nobili Trao
alla corona di Spagna. Quando quella lite sarà vinta, frutterà un'immensa ricchezza alla loro famiglia.
Don Ninì: Cugino e amante di Donna Bianca, viene presentato grandi linee per la prima volta durante la
festa patronale, nel dialogo con Bianca. Successivamente viene ripreso durante l’asta per le terre comunali,
dove vengono messi in evidenza alcuni suoi comportamenti. Il baronello Rubiera è rappresentato per tutta
la durata dell’asta come un vanitoso, irresponsabile, disprezzato da tutti gli altri: prima il notaro gli chiude la
bocca, poi balbetta fuori di sé. Nonostante parecchi notabili si sono coalizzati per opporsi a Mastro-Don
Gesualdo, il baronello, con le sue offerte dettate quasi da un infantile bisogno di ripicca, danneggia i suoi
soci in affari, li trascina in un gioco che gli altri non accettano.
Mastro Nunzio: padre di Mastro-Don Gesualdo. È un uomo molto testardo: vuole mettere le mani
ovunque, ma riesce solo a peggiorare la situazione e fare disastri. Mastro-Don Gesualdo poi dovrà riparare
e pagare la situazione di tasca sua (ad esempio è ricorrente la questione della fornace di gesso che Mastro-
Don Gesualdo ha dovuto ricomprare ben due volte al padre). Dal momento che il figlio si è arricchito da
solo, intraprendendo un altro mestiere, senza impararlo da nessuno, Mastro Nunzio si sente sempre come
screditato e come se gli si mancasse di rispetto, come se non avesse alcun potere decisionale tanto che
ribadisce più volte la frase “non son padrone di muovere un dito in casa mia… son padrone da burla…”
Santo Motta: fratello di Mastro-Don Gesualdo, descritto sempre come un povero disgraziato, incapace di
invidiare e odiare, sfaccendato sempre in giro per le osterie e fa la “bella vita” sulle spalle del fratello.
Speranza Motta: sorella di Mastro-Don Gesualdo, moglie di Burgio (uomo insulso e passivo), descritta come
un’arpia isterica, che tenta di appropriarsi della roba del fratello, arrivando addirittura, dopo la morte del
padre Nunzio, di intentare una causa contro il fratello. Tutti i sentimenti spontanei, disinteressati e sinceri
sono aboliti dato che i personaggi agiscono solo per un tornaconto personale.
SECONDA REDAZIONE
La composizione di Mastro-Don Gesualdo fu molto complicata ed è stato possibile ricostruire le varie fasi.
Verga comincia a lavorare nel 1881 e in un primo tempo si orienta verso una narrazione che si concentrava,
descrivendola minuziosamente, sul racconto delle avventure della giovinezza di Gesualdo e dei primi passi
della sua scalata economica-sociale. Nel 1884 questo impianto narrativo viene abbandonato, però nella
redazione finale l’infanzia e la giovinezza del protagonista non verranno ignorate del tutto, ma saranno
recuperate in modo un po’ più sintetico con la tecnica del flashback. A metà del 1877 il lavoro viene ripreso
e, dopo una serie di trattative e malitesi con un editore (il Casanova), il romanzo viene pubblicato a puntate
sulla “Nuova Antologia”: la prima puntata esce sul numero uno del primo luglio 1888, l’ultima su quello del
16 dicembre dello stesso anno. al momento delle trattative con la rivista per la pubblicazione a puntate, il
romanzo non era stato terminato e rifinito del tutto, e di conseguenza le scadenze da rispettare influirono
particolarmente sul lavoro anche perché Verga doveva essere in grado anche di dividere i capitoli in modo
soddisfacente per i lettori e chiudere ogni puntata lasciando la giusta curiosità. Ma prima che la
pubblicazione sulla rivista fosse terminata, Verga aveva iniziato una revisione che poi si trasformò in una
totale rielaborazione che lo impegnò per un anno. Il secondo Mastro-Don Gesualdo veniva pubblicato
infatti alla fine del 1889. La differenza fra il primo e il secondo Mastro-Don Gesualdo riguarda sia la
fisionomia (piscologica, comportamenti) dei personaggi, ma anche per i moduli stilistici e le tecniche di
rappresentazione. Per quanto riguarda il primo aspetto, nella prima stesura Bianca è quasi opposta a quella
che ne verrà data nella seconda: autoritaria, dotata di fredda energia si contrappone al marito e lo sovrasta.
Mastro-Don Gesualdo non emerge dalla narrazione come protagonista con una fisionomia chiaramente
individuata, ma risulta pieno di contraddizioni e piuttosto sfocato. Per il secondo aspetto (moduli stilistici e
narrativi) nel primo Mastro è molto frequente il ricorso ad uno stile ricco di amplificazioni e ridondanze.
Inclinazioni, queste, che nella seconda redazione verranno superate in una direzione di sintesi il cui
obiettivo è l’essenzialità. Inoltre la vicenda è più narrata che rappresentata, Verga riferisce e spiega ma
ricorre pochissimo al dialogo e al discorso indiretto libero che saranno, invece, nel secondo Mastro le
tecniche fondamentali portanti.
TRAMA
Gesualdo, che dopo un'infanzia e una giovinezza di disumano lavoro ha raggiunto ora la ricchezza, sposa
con l'intenzione di cattivarsi in tal modo la solidarietà dei notabili per i suoi affari una nobile decaduta,
Bianca Trao: ma il matrimonio è stato in realtà combinato dai parenti della ragazza per riparare alle
conseguenze di una sua relazione col cugino baronello Rubiera. Il calcolo di Mastro-don Gesualdo si
dimostra sbagliato: i nuovi parenti lo snobbano o lo ostacolano; i suoi familiari si sentono traditi pur
continuando a sfruttarlo; con la moglie e con la figlia Isabella (non sua, in realtà) non c'è alcuna affinità. Dal
comportamento di quest'ultima, anzi, deriverà al destino di Mastro-don Gesualdo un colpo mortale:
infatuatasi di un giovane spiantato, Isabella fugge con lui: per riparare all'accaduto, il padre è costretto a
darla in moglie ad un aristocratico palermitano, il Duca di Leyra, che in realtà mira al patrimonio del
suocero. Intanto le ostilità dei notabili contro la onnipresenza di Mastro-don Gesualdo negli affari locali si
moltiplicano. E di ciò si ha una prova vistosa durante i moti del 1848. A ciò si aggiungono la morte della
moglie e le prime manifestazioni di un male inesorabile che comincia a straziargli lo stomaco. Col pretesto
di farlo curare adeguatamente, ma in realtà per controllarlo e impedirgli di disporre del patrimonio che gli
resta, arriva il genero che lo porta a Palermo dove, relegato in uno stanzino dell'aristocratico palazzo
abitato dalla figlia, Gesualdo trascorre gli ultimi tempi della sua vita, ripensando ai vigneti e agli agrumeti
che ancora gli restano e che saranno scialacquati dal genero, aspirando inutilmente ad un momento di
sincera intimità con la figlia. E dove, una notte, muore, tra l'indifferenza e i lazzi della servitù.
FRASE
“Disperato di dover morire, si mise a bastonare anatre e tacchini, a strappar gemme e sementi. Avrebbe
voluto distruggere d'un colpo tutto quel ben di Dio che aveva accumulato a poco a poco. Voleva che la sua
roba se ne andasse con lui, disperata come lui.”
Questa frase si trova nelle pagine finali del romanzo, precedenti alla morte di Mastro-Don Gesualdo.
Affronta la morte in modo particolare: consapevole dell’imminente arrivo della sua fine continuava ad
“attaccarsi alla vita mani e piedi, disperato”. Nonostante i malesseri non si abbandonava, ma si costringeva
ad alzarsi dal letto 2 o 3 ore al giorno e trascinarsi in giro per la casa. In tutto ciò c’è anche sempre la
prospettiva di attaccamento alla roba: non accetta in alcun modo di dover morire senza la sua roba, senza
ciò per cui aveva faticato per l’intera durata della sua vita. Ma è significativo che dopo un alternarsi di
attaccamento alla vita e depressione, Mastro-Don Gesualdo approdi alla definitiva consapevolezza della
dine proprio di fronte e in mezzo alla sua roba. Sentita fisiologicamente, come parte costitutiva del proprio
essere e del proprio corpo, identificata con il sangue, la roba, in questa prospettiva, non può e non deve
sopravvivere al suddetto corpo: da ciò l’stinto di distruzione.
Rileggerei Mastro-Don Gesualdo? Assolutamente sì. Per quanto possa essere una lettura non molto
scorrevole e soprattutto per niente leggera, la cosa che mi ha colpita di più è stata capire quanto i romanzi
di questo tipo possano essere ricchi di significati. Ambientato nella prima metà dell’800 in Sicilia, Mastro-
Don Gesualdo è un romanzo che racconta una realtà durissima e che urla quanto possa essere ingiusto il
mondo. Penso che banalmente, durante la lettura di questo romanzo, il particolare che più salta all’occhio,
e che poi diventa la cosa su cui ci si concentra di più, sia la roba e l’attaccamento ad essa da parte di tutti i
personaggi. Sicuramente è il tema principale, ed è ciò che Verga voleva che fosse messo in evidenza, ma un
particolare che non mi è passato indifferente è anche la questione delle relazioni affettive. Mastro-Don
Gesualdo, per quanto possa essere avaro e tirato, in realtà ha mostrato, per tutta la durata della narrazione
un animo umano. Mi ha colpita quella particolare tenerezza nei confronti di Diodata. Diodata si è sempre
mostrata estremamente riconoscente nei confronti del suo padrone, riconoscente per avergli dato pane,
una casa, una dote e un marito. Mastro-Don Gesualdo si prende gioco scherzosamente più volte di Diodata,
che in silenzio si rattrista per le parole amare, ma mi ha colpito come in altre occasione fosse capace di
gioire delle piccole e dolci attenzioni del padrone. Mastro-Don Gesualdo ha sempre avuto un occhio di
riguardo per quella donna e per i figli avuti con lei, inizialmente trascurati, ma poi in punto di morte chiede
di far loro una donazione. Un altro elemento che mi ha particolarmente segnata è il fatto che fino alla fine
Mastro-Don Gesualdo abbia ricercato un confronto con la figlia, nella speranza di creare con lei quel
rapporto che non era mai stato in grado di creare con la madre. Durante il loro ultimo incontro trapela un
filo di tenerezza, ciò perché Isabella, pur conducendo una vita matrimoniale ipocrita ma impeccabile e
cordiale, ricerca anche lei affetto in altre relazioni. Il filo di tenerezza creatosi fra i due viene subito spezzato
dalla chiusura e dall’isolamento delle loro anime: Isabella si sente una Trao e Mastro-Don Gesualdo sa in
cuor suo di non essere il suo padre biologico. Alla fine, il particolare più straziante è proprio la morte di
Mastro-Don Gesualdo che muore in solitudine, nell’indifferenza generale tra dolori atroci e lamenti che per
di più infastidiscono i servi. Proprio nelle ultime pagine si può evincere la conclusione che addirittura i servi
servono solo chi è socialmente superiore, e Mastro-Don Gesualdo, che ha ancora le mani solcate dalla
calcina, non lo è affatto.
GIOVANNI VERGA
Ecco la vita di verga sintetizzata attraverso alcune date più importanti:
1840. Nasce a Catania il 2 settembre (ma permane ancora qualche incertezza su questa data: secondo
alcuni studiosi Verga sarebbe nato a Vizzini il 29 agosto)
1857. Scrive il romanzo storico “Amore e patria” che però non pubblica.
1858. Si iscrive alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Catania: ben presto abbandonerà gli studi.
1860. Si arruola, e vi presta servizio per ben quattro anni, nella Guardia nazionale, istituita dopo lo sbarco di
Garibaldi per garantire l’“ordine” e reprimere agitazioni popolari.
1862. Pubblica a sue spese a Catania “I carbonari della montagna”, romanzo in quattro tomi scritto negli
anni 1859-60.
1863. Pubblica a puntate in appendice al giornale fiorentino “La nuova Europa” il romanzo “Sulle lagune”
1865. Si reca a Firenze e vi resta per un paio di mesi.
1866. Pubblica presso l’editore “Negro” di Torino il romanzo “Una peccatrice”.
1869. Ritorna a Firenze ed entra in contatto con gli ambienti culturali e mondani. Lavora ad “Eva” e a
“Storia di una capinera”.
1871. Pubblica in volume “Storia di una capinera” già apparsa l’anno prima a puntate sul giornale milanese
di moda “La ricamatrice”.
1872. si trasferisce a Milano dove rimarrà per circa vent’anni. Entra via via in contatto con gli ambienti
letterari, frequenta salotti celebri (come quello della contessa Maffei).
1873. Pubblica il romanzo “Eva”.
1874. Pubblica sulla milanese “Rivista di scienza, lettere ed arti” il “bozzetto siciliano” “Nedda” e alla fine
dell’anno, ma con la data 1875, il romanzo “Eros”.
1875. Pubblica il romanzo “Tigre reale”.
1876. Pubblica la raccolta di novelle “Primavera” ed altri racconti. Vene raggiunto, a fine anno, a Milano
dall’amico Capuana.
1880. Pubblica la raccolta di novelle “Vita dei campi”.
1881. Pubblica “I malavoglia”.
1882. Pubblica il romanzo “Il marito di Elena”; viaggio a Parigi, si reca a Medan per incontrare Zola; viaggio
a Londra.
1883. Pubblica la raccolta delle “Novelle rusticane”.
1884. In gennaio al Teatro Carignano di Torino viene rappresentato “Cavalleria rusticana” che ottiene un
successo clamoroso.
1887. Pubblica la raccolta di novelle “Vagabondaggio”.
1888. Sulla rivista “Nuova antologia” esce a puntate “Mastro-Don Gesualdo”.
1889. Esce in volume, completamente rielaborato “Mastro-Don Gesualdo”.
1891. Pubblica la raccolta di novelle “Ricordi del capitano d’Arce”.
1893. Ritorna definitivamente a Catania.
1894. Pubblica la raccolta di novelle “Don Candeloro e C.i”.
1896. Pubblica in volumi i drammi “La lupa”, “In portineria”, “Cavalleria rusticana”.
1903. Prima rappresentazione al Teatro Manzoni di Milano del dramma “Dal tuo al mio” che nel 1906 verrà
pubblicato, una volta rielaborato come romanzo.
1915. Si dichiara favorevole alla guerra “santa” e “necessaria”.
1920. Si svolgono solenni onoranze per gli ottanta anni dello scrittore a Roma e a Catania dove al teatro
Massimo il discorso ufficiale è tenuto da Luigi Pirandello.
1922. Colpito da trombosi celebrale muore, la mattina del 27 gennaio, nella casa dov’era nato e vissuto.