LEOPARDI (1798-1837)
BIOGRAFIA
Giacomo Leopardi è stato un poeta, filosofo e filologo italiano. Nasce nel 1798 dal conte Monaldo
Leopardi e dalla marchesa Adelaide degli Antici, a Recanati, un piccolo borgo delle Marche che
appartiene allo Stato Pontificio. Il fatto di essere nato in un borgo isolato e di appartenere ad una
famiglia di nobili decaduti, fa sì che la formazione di Leopardi, fino ai 10 anni, fosse erudita
(caratterizzata da una cultura ricca di nozioni, approfondita attraverso lo studio accademico), che
però risente della chiusezza culturale. Successivamente per 7 anni Leopardi si formerà all'interno
della biblioteca paterna, contenente tutti i manuali e i libri proibiti della letteratura moderna,
romantica e progressista; inoltre impara da solo l’ebraico e traduce dal greco il libro primo di
Omero, il secondo di Ulisse e gli idilli di Mosco. Tra il 1816 e il 1817 Leopardi conosce Pietro
Giordani, che per lui rappresenta l’apertura alla cultura progressista e sensistica.
Inizialmente si pensava che Leopardi soffrisse di depressione ma un neurochirurgo svizzero, sulla
base di documenti, afferma che possa aver sofferto di una malattia autoimmune, la spondilite
anchilopoietica giovanile, che solitamente si manifesta dopo i 16 anni e causa dolori fisici,
l'infiammazione e l'incurvatura delle articolazioni molli con successivi problemi agli occhi,
portando alla cecità. Nel 1821 si recò a Roma dallo zio: egli si aspettava di trovare una cultura
liberale e progressista, ma ebbe invece a che fare con intellettuali accademici, cultura che già
possedeva. Dalla fine del 1822, dopo il soggiorno romano, Leopardi vive una crisi d'ispirazione,
anche a causa del fallimento dei moti risorgimentali del 1820/1821, non scriverà più componimenti
in versi bensì prose filosofiche, cioè le Operette Morali: è un silenzio poetico che durerà circa 6
anni, durante i quali scrive lo Zibaldone, un diario intellettuale che raccoglie teorie e riflessioni di
varia natura che ci permette di ricostruire l'evoluzione del suo pensiero. Grazie all’editore milanese
Stella, che gli propose una collaborazione, Leopardi lascerà Recanati, spostandosi a Bologna, a
Firenze (in cui conosce intellettuali liberali, tra cui Ranieri), a Milano (dove incontra Manzoni) e a
Pisa, in cui vi è la cosiddetta “fase del Risorgimento”; inoltre scriverà i Grandi Idilli o “canti
pisano-recanatesi", chiamati così perché iniziati a Pisa e conclusi a Recanati, che costituiranno il
secondo nucleo, il quale confluirà nella raccolta intitolata “I Canti”. Conclusa la collaborazione con
Stella dovette ritornare a Recanati ma, con l'aiuto del padre, riuscì a trasferirsi a Napoli vivendo con
Ranieri e furono anni sereni per Leopardi. Negli anni 30, però, l'Italia viene colpita da un'epidemia:
Leopardi morì nel 1837 di colera ma Ranieri, per evitare che il corpo venisse gettato in una fosse
comune, fece falsificare il referto di morte, per far credere che fosse morto per edema polmonare.
ZIBALDONE (1817-1832, costituito da 4526 pagine)
È un diario intellettuale che raccoglie teorie e riflessioni filosofiche di varia natura. Solo dalla
seconda metà del Novecento si riconosce la grandezza filosofica di Leopardi, finora negata perché
non si conosceva lo Zibaldone e anche perché, una volta conosciuto, gli si negava validità in
relazione alla a-sistematicità del suo pensiero. Siccome Leopardi non ha mai scritto trattati
filosofici e i suoi pensieri sono sparsi nello Zibaldone, si pensava non fosse un filosofo: ma sostiene
che il linguaggio deve possedere dei requisiti di eleganza e chiarezza, non per esigenza formalistica.
FORMAZIONE LEOPARDI
Per quanto riguarda la scuola filosofica di appartenenza, Leopardi (come Foscolo) ha una
formazione razionalistica e illuministica: egli fu un filosofo materialista, nonché sensista, per cui
il presupposto filosofico da cui parte Leopardi è il sensismo e il materialismo meccanicistico
settecentesco. Per cui non fu un filosofo idealista o positivista bensì pessimista.
RICORDA: il pessimismo di Leopardi nasce assoluto, ma per l’individuazione della responsabilità si
distinguono pessimismo cosmico e storico.
POETICA DI LEOPARDI
Il pensiero filosofico e poetico di Leopardi possono essere suddivisi in 3 fasi, che evidenziano un
percorso evolutivo del suo pensiero e della sua poetica.
● PRIMA FASE (1816-1819) natura benigna, pessimismo storico, teoria del piacere
È la fase segnata dal cosiddetto pessimismo storico ed è la stagione della poesia idillica del vago e
indefinito, per cui la tesi ontologica da cui parte è l'infelicità dell'uomo.
Leopardi sostiene che l'uomo pensi e razionalizzi attraverso degli interrogativi, e uno dei primi
che si pone riguarda il concetto di felicità: se per Epicuro il “sommo bene” consiste in un piacere,
per Leopardi e i sensisti coincide con IL piacere (indefinito, infinito, assoluto), e cioè con il
soddisfacimento dei bisogni intellettuali e materiali; essi sono però momentanei, in quanto si
configurano come cessazione del dolore, e per questo ne sorgono subito degli altri, per cui la
felicità provata è limitata e temporanea.
In un secondo momento si chiede di chi sia la responsabilità dell’infelicità dell'uomo: Leopardi
essendo un filosofo materialista, razionalista e non concependo trascendenza, ritiene che ricada
sulla natura la quale, in questa prima fase, è concepita come madre benevola perché, nonostante
abbia creato nell'uomo il desiderio inappagato di piacere assoluto, gli ha dato la capacità di
illudersi, di sperare e di immaginare. La responsabilità è quindi dell'uomo stesso che, facendo uso
della ragione e non degli strumenti forniti dalla natura, si è allontanato dalla strada maestra, così
da avviare un processo di evoluzione e di progresso. Leopardi, come Rousseau, afferma che
l’umanità abbia vissuto una fase iniziale di felicità, in cui aveva un rapporto armonioso con la
natura e con gli altri esseri umani, improntato al rispetto e che fosse dotato da una particolare
capacità di immaginazione; col progresso e con l'uso della ragione, l'uomo diventa consapevole
del fatto che morirà e che rimarrà sempre insoddisfatto. In questa prima fase il pessimismo è
definito storico perché la responsabilità dell’infelicità dell’uomo è attribuita al suo agire storico,
che è razionale: Leopardi sostiene che l'uomo è un ingranaggio utile per la vita dell'universo
(analogia con Foscolo) ed è una concezione appartenente all’uomo civilizzato, quindi differente da
quella degli antichi. Leopardi individua l’inconsapevolezza della propria infelicità nell'infanzia,
dato che crescendo aumenta la consapevolezza della realtà e dei suoi meccanismi.
TEORIA DEL PIACERE
Sulla base delle teorie del materialismo illuministico e del sensismo settecentesco (materia come
unica realtà e i sensi gli strumenti principali che permettono all'uomo di conoscere), Leopardi
elabora la teoria del piacere. La felicità, per Leopardi, consiste in un soddisfacimento infinito e
assoluto legato ai sensi, che però non esiste in natura, e che causa nell’uomo infelicità e percezione
della propria nullità. Nonostante questa impossibilità, l’uomo può figurarsi, tramite immagini
vaghe e indefinite suggestive (stimolano l’immaginazione), un piacere infinito espresso attraverso
il linguaggio poetico: la teoria filosofica del vago e indefinito, diventerà poetica del vago e
indefinito, che si traduce in componimenti in versi e canti definiti Idilli, il cui vertice è “l’Infinito”.
OPERE (1817-1822) - I CANTI
È una raccolta curata dal poeta costituita da 41 componimenti di diversa lunghezza e struttura
metrica scritti fra il 1816 e il 1837, ad esclusione del poemetto in ottave satirico "paralipomeni della
baldracolomachia” (battaglia tra rane e topi), un poemetto satirico in ottave in cui descrive il
fallimento dei moti rivoluzionari del 20/21. La raccolta è stata pubblicata in 3 momenti diversi (1831
edizione fiorentina, 1835 edizione napoletana, 1845 edita a Firenze) e al suo interno si possono
distinguere 3 grandi gruppi di testi, corrispondenti alle 3 fasi della produzione dell’autore.
1. (1818-1823) è costituita dalle canzoni e dagli Idilli, differenti per lo stile nonostante siano
stati composti nello stesso arco di tempo. Le canzoni le pubblicò prima in una rivista, poi in
raccolte parziali con il titolo di “Versi”, e infine in una seconda raccolta con il nome di
“Canzoni”, finché questo nucleo non entra a far parte della raccolta definitiva di tutti i
componimenti in versi di Leopardi, ossia I Canti. La raccolta è aperta da 9 canzoni, scritte nel
periodo del “pessimismo storico”, durante cui Leopardi vede l’infelicità umana come frutto
dell’evoluzione storica della civiltà e dell’allontanamento dell’uomo dalla natura. Le canzoni
sono accomunate da uno stile aulico, vicini ai modelli classici sia per la complessità della
sintassi, sia nella frequenza delle metafore e nella ricchezza del lessico. Sono definite civili
perché Leopardi presenta una tematica patriottica civile, in cui cerca di stimolare l’azione
civile patriottica ed eroica del popolo italiano, ed è la contrapposizione con i tempi antichi.
Gli Idilli è il titolo utilizzato da Leopardi per definire i componimenti poetici in endecasillabi,
e sono L’infinito, la sera del dì di festa, Alla luna, Il sogno e La vita solitaria. Si differenziano
dalle Canzoni sia per i contenuti più autobiografici, sia per la forma caratterizzata da una
metrica più aperta. Leopardi sperimenta un nuovo linguaggio lirico, basato sulla fluidità del
verso e sulla poetica del vago e indefinito; questi versi si ricollegano idealmente al genere
dell’idillio bucolico, ossia al “quadretto” di vita campestre, tipico della poesia pastorale
greca, in particolare alla produzione di Teocrito, che scrisse brevi componimenti poetici
(idillio rimanda alla brevità del componimento, e con lui assume il significato di canto
pastorale). Leopardi chiama i suoi componimenti Idilli sia per la brevità che perché rimanda
a dei “quadretti di vita” e di natura di borgo, ma non vi è più alcun riferimento al mondo
pastorale in quanto li utilizzi per dare voce a sensazioni e stati d’animo dell’io lirico.
(silenzio letterario)
2. (1828-1830) è la stagione poetica dei canti pisano-recanatesi o “Grandi idilli” (Il
risorgimento, A Silvia, Le ricordanze, Il Canto notturno di un pastore errante dell'Asia, Quiete dopo
la tempesta, Sabato del villaggio). In questa fase, poesia e filosofia si fondono insieme con lo
scopo di prendere coscienza del vero e diffonderla tra gli uomini, affinché accettino la
propria condizione. Rispetto agli Idilli, presentano un linguaggio più elaborato e viene
adottata la canzone libera; inoltre Leopardi, attraverso l'approfondimento della sua
riflessione, approda al pessimismo cosmico, per cui la natura non è più madre benevola
bensì maligna, e l'uomo ricorre al recupero memoriale. Al centro del gruppo dei canti vi è Il
Canto notturno di un pastore errante dell'Asia (composta per ultima) il cui tema è esistenziale e
riguarda il senso della vita umana: qui abbandona l'ambientazione recanatese e non utilizza
la poetica idillica.
(si apre nuova fase poetica)
3. (1831-1837) è costituita da una nuova stagione poetica anti-idillica e l'ultimo gruppo di testo
che costituiscono i canti sono il ciclo di Aspasia e gli ultimi canti, tra cui la Ginestra; il ciclo di
Aspasia comprende 5 liriche scritte tra il 1830 e il 1833 (Il pensiero dominante, Amore e Morte,
Consalvo, Aspasia e A se stesso), e sono legate all'amore (rappresentato come passione che
produce effetti devastanti) non corrisposto per Fanny Tozzetti, nobildonna fiorentina
cantata col nome di Aspasia. Lo stile si allontana dalla lirica e la critica ritiene che vi sia una
nuova fase poetica leopardiana, definita “eroica” dall’atteggiamento combattivo di Leopardi
e “aspra” perché la verità dell’infelicità dell’uomo non è più filtrata da immagini vaghe
indefinite ma viene rappresentata nella sua purezza.
INFINITO
L’Infinito, composto a Recanati tra la primavera e l’autunno del 1819, viene pubblicato per la prima
volta nel 1825 sulla rivista milanese “Il Nuovo Raccoglitore”. La Poesia entra a far parte dei Canti a
partire dall’edizione del 1831, aprendo quindi la serie degli Idilli. È considerato il capolavoro della
prima stagione poetica di Leopardi, nonché la più alta realizzazione della poetica del vago e
indefinito, che tratta nello Zibaldone: scrive che vi sono sensazioni derivanti dalla percezione
uditiva e visiva, che suscitano l'immaginazione di un infinito indefinito. L'uomo, in questa
esperienza razionale, vive un istante di felicità per poi rientrare nelle sue facoltà razionali: proprio
per la presenza di attività razionali, nell'Infinito non è presente un'esperienza mistica o religiosa.
● SECONDA FASE (1823-1830) natura maligna, pess. cosmico, poetica della rimembranza
Nella seconda stagione poetica vi è la codificazione del suo pensiero filosofico che approda al
“pessimismo cosmico” e il concetto chiave, dal punto di vista filosofico, è la “natura maligna”.
In questa fase la concezione rimane materialistica meccanicistica, ma Leopardi non concepisce più
la natura come una madre benevola, bensì come un meccanismo crudele, il cui unico scopo è la
conservazione dell'esistenza secondo un ciclo incessante, che comporta la nascita e la morte
(produzione e distruzione) dell’uomo (materia) e non si cura della sua sofferenza. Quindi nella
prima fase la causa dell'infelicità dell'uomo era l'uomo stesso che, con la sua ragione, si era
allontanato dalla via maestra indicata dalla natura (concezione filosofica finalistica della natura), la
quale però, in questa seconda fase, è responsabile dell'infelicità dell'uomo. Leopardi radicalizza il
suo pessimismo (allontanandosi da Rousseau) sostenendo che l'uomo nasce infelice perché, nel
corso della sua vita, non potrà mai raggiungere la felicità, perché si tratta di un desiderio
inappagato ed è una consapevolezza data dall'uso della ragione, che si manifesta nel poeta con un
atteggiamento di distacco ironico nei confronti della realtà, attraverso la pietas, cioè la
comprensione del fatto che l'uomo non è consapevole. Quindi l’uomo attraverso la ragione prende
atto della realtà e conosce il meccanismo e il funzionamento dell'universo, motivo per cui non vi è
più la forte contrapposizione tra natura e ragione. Leopardi affronta il problema dell’impoeticità
dei suoi tempi attraverso un dibattito tra classicisti e romantici: il poeta e i romantici tedeschi
affermano che solo i “poeti omerici”, greci e latini, hanno potuto realizzare la poesia di
immaginazione in quanto furono i primi imitatori della natura. Nei tempi moderni l’uomo, in virtù
della razionalità e del progresso, è consapevole dell’infelicità e del funzionamento della realtà
(brutta e arida), per cui ritiene che siano tempi impoetici e l’unica poesia che può scrivere è
filosofica e sentimentale. Dato che gli antichi furono i primi imitatori della natura e il principio di
imitazione appartiene a ogni pensiero classicistico, per Leopardi scrivere in tempi moderni poesia
di imitazione significa diventare imitatori degli imitatori. Inoltre afferma che la poesia è un tentativo
di rappresentare e raffigurare la visione fanciullesca, che ogni uomo porta con sé, attraverso un
recupero memoriale e con l’uso del linguaggio: per Leopardi la capacità di immaginare realtà
parallele appartiene agli antichi e, per l’uomo, solo all’infanzia (poetica della rimembranza).
LE OPERETTE MORALI (24)
Leopardi, dal 1823 al 1827, non scrive più componimenti in versi bensì prose filosofiche, ossia le
Operette Morali: vengono definite “operette” perché sono brevi dialoghi filosofici che fanno
riferimento alla tradizione filosofica, lontana da quella accademica erudita e dalla speculazione
teorica, motivo per cui utilizza l'aggettivo “morali” e non “etiche”; infatti l’etica consiste in una
teorizzazione dei principi e dei valori, mentre la morale è la concretizzazione del valore etico. Lo
scopo di Leopardi è pratico e l’impegno è di natura civile: vuole rendere gli uomini consapevoli
della propria infelicità e del fatto che la natura non è stata creata affinché l’uomo possa servirsene;
quindi rovescia tutti gli ideali celebrati dall'Umanesimo, dal Rinascimento e dall'Illuminismo,
sostenendo che l’uomo è un semplice ingranaggio del grande meccanismo dell’universo. Leopardi,
per manifestare il suo distacco ironico, utilizza strumenti formali che partendo dall'ironia, con cui
riesce a trasmettere concetti pessimistici con una sensazione di leggerezza, diventano meno
raffinati e più espliciti (satira e comico). Il modello utilizzato per le Operette Morali e per i dialoghi
è Luciano di Samosata, autore greco vissuto nel II sec d.C. che ha scritto diverse opere satiriche: nei
dialoghi emerge la tematica della vanità del mondo e Leopardi inserisce personaggi storici come
Torquato Tasso e creature immaginarie ([Link]).
TERZA FASE
L'ultima fase della sua stagione poetica riguarda gli ultimi 7 anni di vita di Leopardi (1830-1837) il
quale sperimenta e dà il via ad un rinnovamento radicale poetico. L'abbandono di Recanati e le
nuove esperienze sentimentali sia di natura amicale, come l’amicizia con Ranieri, sia di natura
amorosa, ossia verso Fanny che però non ricambia il suo amore, portano ad un atteggiamento
poetico diverso: prende posizione e si impegna a livello politico. Leopardi nelle operette morali
esprime il suo sdegno nei confronti delle idee progressiste del tempo, e la grande novità sta nel
fatto che ora non giudica più tutti coloro che pensano che la natura dell'uomo sia perfettibile e che
si possa evolvere in forme sempre migliori: subentra il sentimento dei pietas, di commiserazione:
nonostante sostenga che di tutta l’umanità non rimarrà nessun ricordo, non approda al nichilismo
(non si toglie la vita perché il suo è un pessimismo di resistenza e non rinunciatario) e sostiene che
tutti gli uomini devono rivelare la verità e non illudere l’umanità con i falsi miti, come la religione
che illude l’uomo dell'esistenza di una vita eterna dopo la morte. Nella Ginestra, estrema sintesi di
poesia e pensiero, rivolge a tutta l’umanità un alto insegnamento morale e civile e una proposta
utopica. Una volta presa coscienza della propria fragilità di fronte alle forze distruttrici, anziché
combattersi a vicenda, gli uomini dovrebbero unirsi a “social catena” di fronte al vero nemico,
ossia la natura matrigna. Dovrebbero confrontarsi per ridurre il dolore, giungendo a costruire una
nuova società sulla base della conoscenza del vero, della fratellanza e della funzione demistificante
della poesia, attraverso l’accettazione di un destino di sofferenza (uomini affratellati dalla stessa
infelicità). Nella terza fase il rinnovamento poetico si muove verso 3 direzioni di ricerca:
- rappresentazione del sentimento d’amore concepito come passione, non quello idealizzato
dello stilnovo, che si concretizza nel Ciclo di Aspasia;
- riflessione filosofica ed estetica contro le filosofie idealistiche che mistificavano l’attività
dell’uomo;
- pessimismo eroico, tradotto poi nella poetica anti-idillica che non consiste in un atto di
rinuncia, ma di volontà attraverso una poetica aspra ed eroica, antitetica a quella utilizzata
nella seconda stagione della ginestra;
INNOVAZIONE INTRODOTTA DA LEOPARDI
È il primo poeta in Italia a scrivere poesia lirica, nella quale sembra che tutto sia espressione diretta
del sentimento, delle emozioni vissute, e quindi sembra una poesia spontanea. Nonostante queste
siano le sensazioni prodotte, non c’è niente di tutto questo: si tratta invece di una consapevole
tendenza estetica in cui non esiste poesia come espressione autentica del sentimento.