LOCKE (John Locke, 1632-1704, Wrington, Inghilterra)
1. L’empirismo inglese e il suo fondatore
Una lunga tradizione (che risale a Hegel) vede in Locke il fondatore del
cosiddetto “empirismo inglese”. Filosoficamente parlando, nei confronti
del razionalismo, l’empirismo risulta caratterizzato dalla teoria della
ragione come un insieme di poteri limitati dall’esperienza, intesa,
quest’ultima: come fonte e origine del processo conoscitivo; come
criterio di verità delle tesi dell’intelletto, che risultano valide solo se
suscettibili di controllo empirico.
Il richiamo costante all’esperienza fa sì che l’empirismo, in antitesi al
razionalismo, tenda ad assumere un atteggiamento limitativo o critico
nei confronti delle possibilità conoscitive dell’uomo e a seguire un
indirizzo anti-metafisico che respinge fuori dalla filosofia e da ogni
ricerca legittima i problemi riguardanti realtà che non sono accessibili
agli strumenti mentali di cui l’uomo dispone.
Dall’empirismo inglese, a cominciare da Locke, scaturisce quel concetto
della filosofia come analisi del mondo umano, nei suoi vari campi, che
sarà proprio dell’Illuminismo.
2. Ragione ed esperienza
Per Locke la ragione non possiede nessuno di quei caratteri che Cartesio
le aveva attribuito. Non è unica o uguale; non è infallibile e può essere
tratta in inganno; non può ricavare da sé idee e principi: deve ricavarli
dall’esperienza che ha sempre limiti e condizioni.
Ma debole e imperfetta com’è, la ragione è l’unica guida efficace di cui
l’uomo dispone e tutta l’opera di Locke è diretta a estendere il campo
della sua azione a tutto ciò che interessa l’uomo, quindi alla morale, alla
politica e alla religione. La stessa idea dell’opera maggiore di Locke, il
Saggio sull’intelletto umano (1690), nacque dal bisogno di affrontare
problemi non strettamente filosofici. Prima di incamminarsi verso
indagini di quella natura, era necessario esaminare le capacità proprie
dell’uomo e vedere quali oggetti il suo intelletto fosse o non fosse capace
di considerare.
Il Saggio è la prima indagine critica della filosofia moderna, la
prima indagine cioè diretta a stabilire le effettive possibilità
umane con il riconoscimento dei limiti che sono propri dell’uomo.
Questi limiti sono propri dell’uomo perché sono propri della sua ragione;
ma sono propri della sua ragione perché essa deve fare i conti con
l’esperienza. È l’esperienza infatti che fornisce alla ragione il materiale
che essa adopera.
Le idee semplici sono gli elementi di ogni sapere umano. La ragione può
bensì combinare e ordinare questo materiale a suo modo, formando idee
complesse e ragionamenti; ma anche in questa sua attività dev’essere
controllata dall’esperienza, perché altrimenti le sue costruzioni sono
arbitrarie o fantastiche. E la ragione controllata dall’esperienza
impedisce all’uomo di avventurarsi in problemi che sono al di là delle sue
capacità, come per esempio quelli della metafisica tradizionale. Ed è
sempre la ragione, guidata dall’esperienza, che consente all’uomo di
intendere i fondamenti della morale e della politica, nonché l’essenza
permanente della religione.
3. Le idee semplici e la passività della mente
Locke desume da Cartesio il punti di partenza della sua indagine:
l’oggetto della nostra conoscenza è l’idea. Pensare e avere idee sono la
stessa cosa. E qui subito Locke introduce la prima fondamentale
limitazione: le idee derivano esclusivamente dall’esperienza, cioè
sono il frutto non di una spontaneità creatrice dell’intelletto umano, ma
piuttosto della sua passività di fronte alla realtà.
Le idee per l’uomo possono derivare dalla realtà esterna (le cose
naturali) o dalla realtà interna (il suo spirito). Le prime si chiamano idee
di sensazione (i colori, gli odori, i sapori ecc.), mentre le seconde si
chiamano idee di riflessione (la percezione, il pensiero, il dubbio ecc.).
Locke si mantiene fedele al principio cartesiano che avere un’idea
significa percepirla, cioè esserne cosciente, e di questo principio si
avvale nella critica delle idee innate esposta nel primo libro del Saggio.
Le idee non ci sono quando non sono pensate; giacché, per l’idea,
esistere significa essere pensata.
Se tutta la nostra conoscenza risulta di idee e se le idee derivano
dall’esperienza, l’analisi della nostra capacità conoscitiva dovrà in primo
luogo fornire una classificazione di tutte le idee che l’esperienza
fornisce. L’esperienza ci fornisce soltanto idee semplici; le idee
complesse sono prodotte dal nostro spirito mediante la riunione, la
combinazione di varie idee semplici. La conoscenza umana è la
costruzione che risulta da questa capacità di combinazione che è propria
dell’intelletto. Ma neppure l’intelletto più potente può inventare o creare
un’idea semplice nuova, o distruggerla. Qui è il limite insuperabile
dell’intelletto umano.
Per ciò che riguarda le idee di sensazione, Locke distingue la sensazione
stessa dalla qualità della cosa che la produce in noi. Non ogni idea o
sensazione è la copia o immagine di una qualità oggettiva. Locke
riprende la distinzione tra qualità oggettive e qualità soggettive,
chiamando qualità primarie quelle oggettive, qualità secondarie quelle
soggettive. Le qualità primarie sono quelle originarie dei corpi e
inseparabili da essi, ossia proprietà oggettive quali l’estensione, la
figura, il movimento ecc.; le qualità secondarie sono quelle che non
esistono nei corpi, ma sono prodotte in noi dalle varie combinazioni delle
qualità primarie, ossia proprietà soggettive quali i colori, i suoni, i
sapori, gli odori ecc.
4. L’attività della mente e le idee
Nel ricevere le idee semplici lo spirito è passivo: diventa attivo nel
servirsi di tali idee come di un materiale per le sue costruzioni, cioè nel
riunire e organizzare in vario modo le idee semplici. Questa attività dello
spirito può dar luogo a idee complesse o a idee generali.
Le idee complesse si lasciano ricondurre a tre categorie: modi, sostanze
e relazioni:
- modi sono quelle idee complesse non considerate sussistenti di per sé,
ma solo come manifestazione, di una sostanza: ad esempio triangolo,
gratitudine, delitto ecc.;
- sostanze sono le idee complesse che vengono considerate come
esistenti di per sé: ad esempio uomo, piombo, pecora ecc.;
- relazioni sono le idee che scaturiscono dal mettere a confronto più idee,
istituendo un rapporto.
Le sostanze sono le idee di ciò che è percepito come esistente di
per se stesso. In realtà, noi percepiamo soltanto idee semplici; ma non
sapendo immaginare in quale maniera queste idee semplici possano
sussistere da sole, ci abituiamo a supporre che ci sia qualche
substratum, in cui sussistono e dal quale risultano, che chiamiamo perciò
sostanza. Tuttavia, di tale substratum noi non possediamo alcuna
nozione chiara e verificabile. Pertanto, l’idea a cui noi diamo il nome
generale di sostanza non è altro che il sostegno supposto ma
sconosciuto di quelle qualità che scopriamo esistenti.
Questo discorso vale non solo per la sostanza corporea, ma anche per
quella spirituale: col supporre una sostanza in cui sussistano il pensare,
il conoscere, il dubitare ecc., abbiamo un’idea della sostanza dello spirito
altrettanto chiara quanto quella che abbiamo del corpo. Infatti si
suppone che l’una (senza sapere che cos’è) sia il substratum di quelle
idee semplici che riceviamo dall’esterno e l’altra (senza sapere che
cos’è) il substratum di quelle operazioni che avvertiamo all’interno di noi
stessi.
L’intelletto non si limita mai alla considerazione di una cosa nel suo
isolamento, ma procede sempre al di là di essa per riconoscere i rapporti
in cui essa sta con le altre. Nascono così le relazioni e i nomi relativi con
cui si indicano le cose che sono poste in relazione. Tra le relazioni sono
fondamentali quelle di causa-effetto, e di identità e diversità.
Le idee generali non indicano alcuna realtà, ma sono soltanto
segni di cose particolari che hanno tra loro qualche affinità. Tali
idee sono ottenute mediante un processo di astrazione che, prescindendo
dalle differenze specifiche, si fissa su ciò che è comune a esse.
I nomi generali sono segni delle idee generali; e le idee generali sono
segni di un gruppo di cose particolari, tra le quali è possibile riconoscere
una certa somiglianza. Alle idee generali corrisponde soltanto un
certo rapporto di somiglianza tra le cose particolari, che sono le
sole esistenti. Non c’è una realtà “uomo”; il nome, l’idea generale di
uomo sono segni di quegli esseri ai quali, dati i loro comuni caratteri, noi
appunto riferiamo il termine “uomo”. La specie “uomo” è quindi soltanto
un segno, cioè una parola adoperata nei discorsi in luogo di un gruppo di
cose particolari.
5. La conoscenza e le sue forme
La conoscenza consiste nella percezione di un accordo o di un
disaccordo delle idee tra di loro. Come tale, la conoscenza può essere di
due specie diverse.
È conoscenza intuitiva quando l’accordo o il disaccordo di due
idee è visto immediatamente e in virtù di queste idee stesse, senza
l’intervento di altre idee (così si percepisce che il bianco non è nero).
Questa conoscenza è la più chiara e la più certa che l’uomo possa
raggiungere ed è quindi il fondamento della certezza e dell’evidenza di
ogni altra conoscenza.
È conoscenza dimostrativa quando l’accordo o il disaccordo tra
due idee non è percepito immediatamente ma viene reso evidente
mediate l’uso di idee intermedie che si chiamano “prove”. La
conoscenza dimostrativa consiste evidentemente in una catena di
conoscenze intuitive. La certezza della dimostrazione si fonda su quella
dell’intuizione; ma specialmente nelle lunghe dimostrazioni l’errore
diventa possibile.
Accanto a queste due specie di conoscenze, ce n’è un’altra ed è la
conoscenza delle cose esistenti al di fuori delle idee. In che modo si
può giungere a conoscere una realtà diversa dalle idee? È certo, secondo
Locke, che la conoscenza è vera solo se c’è una conformità tra le idee e
cose reali. Ma come può essere verificata questa conformità, se le cose
reali ci sono conosciute solo attraverso le idee?
Ora, ci sono tre ordini di realtà: l’io, Dio e le cose; e ci sono tre modi
diversi di giungere alla certezza di queste tre realtà. Noi abbiamo la
conoscenza dell’esistenza del nostro io attraverso l’intuizione;
dell’esistenza di Dio attraverso la dimostrazione; e dell’esistenza delle
cose attraverso la sensazione.
Per ciò che riguarda l’esistenza dell’io, Locke si avvale del procedimento
cartesiano. Io penso, ragiono, dubito e con ciò intuisco la mia propria
esistenza e non posso dubitare di essa. Per ciò che riguarda l’esistenza di
Dio, Locke rielabora la prova causale della tradizione. Se qualcosa c’è,
vuol dire che è stata prodotta da un’altra cosa, e non potendo risalire
all’infinito, si deve ammettere un essere eterno che ha prodotto ogni
cosa. Quanto all’esistenza delle cose, l’uomo non ha altro mezzo di
conoscerla tranne che la sensazione e precisamente la sensazione
attuale. Non c’è alcun rapporto necessario tra l’idea e la cosa a cui essa
si riferisce: l’idea potrebbe esserci anche se non ci fosse la cosa. Ma il
fatto che noi riceviamo attualmente l’idea dall’esterno ci fa conoscere
che qualcosa esiste in questo momento fuori di noi e produce in noi
l’idea (nel momento in cui noi riceviamo una sensazione, siamo certi che
esiste la cosa che la produce in noi). Non è ammissibile che le nostre
facoltà ci ingannino a tal punto; una fiducia nelle nostre facoltà è
indispensabile dal momento che non possiamo conoscere queste stesse
facoltà se non adoperandole. La certezza che la sensazione attuale ci dà
dell’esistenza delle cose esterne, pur non essendo assoluta, è sufficiente
per tutti gli scopi umani.
Ragioni supplementari a favore dell’esistenza delle cose esterne:
le idee vengono a mancarci quando ci manca l’organo di senso adeguato;
le idee sono prodotte nel nostro spirito senza che noi le possiamo
evitare; molte idee sono prodotte in noi dall’oggetto esterno con piacere
o con dolore quando colpisce i nostri sensi; i sensi si fanno testimonianza
reciproca, rafforzando la certezza dell’esistenza delle cose. Queste
ragioni, come la prima e fondamentale certezza della realtà esterna
dovuta alla sensazione, valgono soltanto per l’istante in cui la sensazione
è ricevuta. Quando l’oggetto non è più testimoniato dai sensi, la certezza
della sua esistenza sparisce ed è sostituita da una semplice probabilità.
Perciò Locke ammette anche il dominio della conoscenza probabile.
Conoscenza probabile è quella nella quale si afferma la verità o la falsità
di una proposizione, non già per la sua evidenza (che manca), ma per la
sua conformità con l’esperienza o con la testimonianza di altri uomini
(oppure per analogia). La conoscenza certa e quella probabile
costituiscono il dominio della ragione. Dalla ragione si distingue la fede,
che è fondata soltanto sulla rivelazione.
6. La politica
6.1 Il diritto naturale
Sulla morale Locke affermava il carattere razionale o dimostrativo
dell’etica, in quanto sosteneva che non si può proporre alcuna regola
morale di cui non si debba dar ragione; e che la ragione di tali regole
dovrebbe essere la loro utilità per la conservazione della società e per la
felicità pubblica.
Nel dominio del pensiero politico e religioso, invece, Locke ci ha lasciato
contributi fondamentali nelle opere pubblicate, l’Epistola sulla
tolleranza, i Due trattati sul governo, la Ragionevolezza del
cristianesimo. Il primo dei Due trattati è destinato a confutare le tesi
contenute nel Patriarca o la potenza dei Re di Robert Filmer. Il secondo
dei Due trattati contiene la parte positiva della dottrina. Esiste, secondo
Locke, una legge di natura che è la ragione stessa in quanto ha per
oggetto i rapporti tra gli uomini e che prescrive la reciprocità
perfetta di tali rapporti. Locke, come Hobbes, connette strettamente
questa regola di reciprocità con quella dell’uguaglianza originaria degli
uomini; ma, a differenza di Hobbes, ritiene che questa regola limiti il
diritto naturale di ciascuno con il pari diritto degli altri. Questa legge di
natura vale per tutti gli uomini in quanto uomini. Nello stato di natura,
essa è la sola legge valida, sicché la libertà degli uomini in questo stato
consiste nel non sottostare ad alcuna volontà o autorità altrui ma nel
rispettare soltanto la norma naturale. Il diritto naturale dell’uomo è
limitato alla propria persona ed è quindi diritto alla vita, alla libertà e
alla proprietà in quanto prodotta dal proprio lavoro.
6.2 Stato e libertà
Lo stato di natura può diventare uno stato di guerra quando una o più
persone ricorrono alla forza per ottenere ciò che la norma vieterebbe di
ottenere. Proprio per evitare questo stato di guerra, gli uomini si
pongono in società e abbandonano lo stato di guerra. Ovviamente, la
costituzione di un potere civile non toglie agli uomini i diritti di cui
godevano nello stato di natura.
Il consenso dei cittadini da cui si origina il potere civile fa di questo
potere un potere scelto dagli stessi cittadini e quindi nello stesso tempo
un atto e una garanzia di libertà dei cittadini medesimi.
7. Tolleranza e religione
Nell’Epistola sulla tolleranza (1689) Locke mette a confronto lo Stato e
la Chiesa, individuando nel concetto di “tolleranza” il punto d’incontro
tra i compiti e gli interessi delle due istituzioni.
Lo Stato, dice Locke, è una società di uomini costituita per conservare e
promuovere soltanto i beni civili (la vita, la libertà, l’integrità del corpo,
il possesso delle cose esterne ecc.). Questo compito dello Stato stabilisce
i limiti della sua sovranità; e la salvezza dell’anima è chiaramente al di
fuori di questi limiti. L’unico strumento, infatti, di cui il magistrato civile
dispone è la costrizione; ma la costrizione è incapace di condurre alla
salvezza. La salvezza dipende dalla fede. Come società libera e
volontaria, la Chiesa non fa né può far nulla che concerna la proprietà
dei beni civili o terreni, né può far ricorso alla forza per alcun motivo.
Locke afferma e difende la possibilità del carattere razionale della
religione e riconosce nel cristianesimo una religione razionale. La
Ragionevolezza del cristianesimo è intesa a scorgere nel cristianesimo
quel nucleo essenziale e spoglio di superstizioni che lo rende accettabile
alla ragione e ne fa l’alleato migliore della ragione stessa per ciò che
riguarda la vita morale del genere umano.