PASCAL (Blaise Pascal, 19 giugno 1623 - 19 agosto 1662,
Clermont, Francia)
1. La curvatura esistenziale del pensiero
Nel 1654 la vocazione religiosa divenne chiara in lui. Da quel momento
Pascal entrò a far parte dei solitari di Port-Royal, in cui si affermarono
decisamente le idee del vescovo Cornelio Giansenio. Secondo Giansenio,
la dottrina agostiniana implica che il peccato originale ha tolto all’uomo
la libertà del volere e lo ha reso incapace del bene e inclinato
necessariamente al male. Dio soltanto concede agli eletti, per i meriti di
Cristo, la grazia della salvezza. Queste tesi erano contrapposte da
Giansenio alla rilassatezza della morale ecclesiastica, specialmente
gesuita, secondo la quale la salvezza è sempre a portata dell’uomo, il
quale, se vive nel senso della Chiesa, possiede una “grazia sufficiente”,
che lo salva se è suffragata dalla buona volontà. Contro questa tesi il
giansenismo prospettava un rigorismo morale e religioso alieno
da ogni compromesso, facendo dipendere la salvezza soltanto
dall’azione efficace della grazia divina riservata a pochi.
A difesa della dottrina agostiniana della grazia, bisogna riconoscere,
secondo Pascal, che le nostre azioni sono nostre a causa del libero
arbitrio che le produce; e che esse sono anche di Dio, a causa della sua
grazia, la quale fa sì che il nostro arbitrio le produca. Così, come
Agostino dice, Dio ci fa fare ciò che gli piace, facendoci volere ciò che
potremmo non volere affatto.
Pascal non arrivò a condurre a termine quella che avrebbe dovuto essere
la sua grande opera, Apologia del cristianesimo. I frammenti della sua
opera apologetica furono raccolti e ordinati dai suoi amici di Port-Royal e
pubblicati per la prima volta nel 1669 con il titolo di Pensieri.
2. Il problema del senso della vita
Secondo Pascal la questione più importante e decisiva dell’uomo è
l’interrogativo sul senso della vita, del cui mistero egli ha una coscienza
tormentosa ed esasperata.
Le tematiche esistenziali, quindi lo studio dell’uomo e quello
correlativo di Dio e dell’anima, sono le sole ad essere appropriate
all’uomo. Tutto il resto è «svago». Nello stesso tempo, Pascal è
persuaso che l’enigma dell’uomo e della vita non abbia alcuna possibilità
di soluzione al di fuori della fede. Di conseguenza, la traccia o il filo delle
sue meditazioni consiste nel mostrare lo scacco, l’insuccesso, della
mentalità comune, della scienza e della filosofia di fronte al
problema dell’esistenza, e nel mettere in rilievo la capacità del
cristianesimo di darvi una risposta adeguata.
3. I limiti della mentalità comune: il divertissement, o lo stordimento di
sé
Pascal ritiene che l’atteggiamento della mentalità comune nei
confronti dei problemi esistenziali sia quello del divertissement
(“distrazione”, “divertimento”), ossia, in termini filosofici, oblio e
stordimento di sé nella molteplicità delle occupazioni quotidiane e degli
intrattenimenti sociali. Il divertimento è quindi una “fuga da sé”,
ovvero fuga dalla propria infelicità costitutiva e dai supremi interrogativi
circa la vita e la morte.
Infatti niente è così insopportabile all’uomo come l’essere in pieno
riposo, senza passioni, senza da fare, senza divertimento, senza
applicazione. Egli sente allora il suo niente, la sua impotenza, la sua
insufficienza, il suo vuoto interiore. Immediatamente usciranno allora dal
fondo della sua anima l’umor nero, la perfidia, la tristezza, il cruccio, la
disperazione e, soprattutto, la noia, attraverso la quale si rivelano
all’uomo la sua insufficienza e la sua strutturale miseria. Il pregio
fondamentale di tutte le occupazioni risiede proprio nel distrarre
l’uomo dalla considerazione di sé e della sua condizione.
Da qui deriva che il gioco, la conversazione, la guerra, le cariche elevate
siano così ricercate. Queste cose non cercate in vista della felicità, né si
cerca il loro uso; ma si ricerca il trambusto che ci distoglie dal pensare a
quella condizione o ci distrae. Pertanto, noi non cerchiamo mai le
cose, ma la ricerca delle cose, non viviamo mai nel presente, ma
in attesa del futuro.
Ma il divertimento, essendo una continua fuga da noi stessi, nel
tentativo illusorio di raggiungere una situazione di completo
appagamento, non genera certo felicità. Esso viene all’uomo
dall’esterno e lo rende soggetto a essere turbato da mille accidenti, che
costituiscono le sue inevitabili afflizioni. Così la sola cosa che può
consolarlo delle sue miserie è la più grande delle sue miserie.
Senza il divertimento saremmo nella noia e la noia ci spingerebbe a
cercare un mezzo più solido per uscirne. Ma il divertimento ci riesce
piacevole e così ci fa smarrire e arrivare insensibilmente alla
morte. Tuttavia il divertimento non è l’alternativa propria e degna
dell’uomo. L’uomo non deve chiudere gli occhi di fronte alla sua
miseria, ma deve saper accettare, lucidamente, la propria
condizione e tutto ciò che essa implica.
4. I limiti del pensiero scientifico: «spirito di geometria» e «spirito di
finezza»
Pascal è convinto che la scienza presenti alcuni limiti strutturali, sia in sé
medesima, sia in relazione ai problemi dell’uomo.
Il primo limite della scienza è l’esperienza, con la quale la ragione deve
fare i conti, ossia che frena e circoscrive i suoi poteri, che non sono
mai assoluti, come invece tendevano a credere, nel loro deduzionismo
aprioristico, Cartesio e i cartesiani.
Il secondo limite della scienza è costituito dall’indimostrabilità dei
suoi primi principi. Infatti, le nozioni che stanno alla base del
ragionamento scientifico (lo spazio, il tempo, il movimento ecc.)
sfuggono al ragionamento stesso, poiché nel campo del sapere non
risulta mai possibile una regressione all’infinito dei concetti, per
cui ci si deve per forza arrestare a dei termini primi, che rappresentano
il limite oltre il quale non si può procedere, ma dal quale è costretta a
partire la catena deduttiva dei ragionamenti.
Pascal, dunque, respinge dal dominio delle conoscenze naturali ogni
intrusione metafisica o teologica e ogni principio di autorità (la ragione
scientifica è arbitra). Dove la ragione dimostra la sua totale e congenita
incapacità è nel campo dei problemi esistenziali. Alla ragione
scientifica e dimostrativa Pascal oppone infatti, come via
d’accesso all’uomo, la comprensione istintiva o, come egli chiama
per lo più, il «cuore», ossia l’«organo» capace di captare gli
aspetti più profondi e problematici dell’esistere: «il cuore ha le sue
ragioni, che la ragione non conosce».
Quest’antagonismo tra ragione e cuore viene espresso talora con il
celebre binomio tra esprit de géométrie ed esprit de finesse. Lo spirito
di geometria è la ragione scientifica, che ha per oggetto le cose
esteriori o gli enti astratti della matematica e procede
dimostrativamente. Lo spirito di finezza ha per oggetto l’uomo e
si fonda sul cuore, sul sentimento e sull’intuito. Si può esprimere
con buona approssimazione la differenza stabilita da Pascal tra spirito di
geometria e spirito di finezza dicendo che il primo “ragiona”
intellettivamente, il secondo “comprende” intuitivamente. Un certo
grado di finezza, ossia di comprensione, è indispensabile anche per
fondare il ragionamento geometrico. Anzi, i primi principi del sapere di
cui si è parlato vengono colti proprio attraverso lo spirito di finezza,
poiché si “sente”, ad esempio, che vi sono tre dimensioni dello spazio e si
intuisce che i numeri sono infiniti. Lo spirito di finezza, tuttavia, ha per
oggetto specifico il mondo degli uomini, mentre lo spirito di geometria le
figure ideali e il mondo della natura.
In conclusione, la cosa più preziosa, per l’uomo, non è la scienza, bensì
la conoscenza dell’uomo stesso.
5. I limiti della filosofia
5.1 I filosofi e il problema di Dio
A differenza della mentalità comune e della scienza, la filosofia si pone i
massimi problemi esistenziali e metafisici, e in ciò risiede la sua nobiltà
umana; essa però non li risolve.
Ad esempio, la pretesa dei metafisici di dimostrare, a partire dalla
natura, che Dio esiste è falsa, giacché solo l’ordine e le “meraviglie” del
creato non provano di per sé l’esistenza di Dio. Per Pascal l’esistenza di
un Creatore, razionalmente parlando, non è né chiara né certa, bensì
oscura e problematica quanto la sua inesistenza. Inoltre le prove
metafisiche dell’esistenza di Dio hanno il limite di giungere a una divinità
puramente astratta, cioè a un semplice «Dio dei filosofi e degli
scienziati», che appare inutile e lontano rispetto all’uomo, essendo un
puro ente di ragione.
5.2 I filosofi e la condizione umana
La filosofia è altrettanto inabile a spiegare la specifica condizione
dell’uomo nel mondo.
Il centro dell’analisi esistenziale di Pascal è la tesi della posizione
mediana dell’uomo nell’ordine delle cose. La sua stessa dislocazione
spaziale nel cosmo ne è una prova: compreso tra l’infinitamente
grande e l’infinitamente piccolo, anzi tra il tutto e il nulla, l’uomo è
un nulla di fronte al tutto e un tutto di fronte al nulla, un misto di
essere e non essere.
Nella scala del conoscere, l’intelletto occupa lo stesso posto del corpo
nell’immensità della natura, poiché se in relazione all’essere si può dire
che l’uomo sia e non sia, in quanto è qualcosa di mezzo tra il tutto e il
nulla, così, in relazione al sapere, si può dire che egli conosca e non
conosca, in una via di mezzo tra l’ignoranza assoluta e la scienza
assoluta. Non così ignorante da non sapere nulla, né così dotto da sapere
tutto, l’uomo, pur avendo un illimitato desiderio di conoscere, è
nell’impossibilità di cogliere il principio e il fine delle cose, e deve
accontentarsi di apprendere qualche cosa della zona mediana
dell’universo. Infatti tutte le nostre capacità sono limitate da due
estremi, al di là dei quali le cose ci sfuggono perché sono troppo al di
sopra o troppo al di sotto di esse.
La stessa duplicità e medietà che caratterizza l’uomo nell’ordine
dell’essere e in quello del conoscere, lo qualifica in relazione al bene e
alla felicità. L’uomo non fa che proporsi il bene e inseguire la felicità
totale, ma nello stesso tempo risulta inetto a realizzare effettivamente il
bene e a ottenere la felicità, sebbene la mascherata sociale tenti di
convincere del contrario e corra dietro al mito dello star bene e del
piacere.
Questa situazione esistenziale mediana determina, nell’uomo, uno scarto
incolmabile tra aspirazione e realtà e fa sì che egli, filosoficamente
parlando, sia un desiderio frustrato. Incapace di appagarsi di quel che
è, come di attingere quel che vorrebbe essere, l’uomo pascaliano, preso
tra volere e non potere, si trova in uno strutturale dissidio con sé
medesimo, che ha qualcosa di tragico. Da ciò la sua miseria
costitutiva.
Dall’altro lato, se nell’uomo vi sono la spinta verso la verità assoluta, la
nostalgia di un bene totale e l’istinto di una felicità piena, vuol dire che
in lui vi è la vocazione naturale verso un ordine superiore di essere e di
valore, ossia un barlume di grandezza e di nobiltà. La medesima facoltà
di pensiero, in cui risiede l’umanità stessa dell’uomo, è di per sé
grandezza, poiché se dal punto di vista spaziale l’uomo non è che una
parte infinitesima del Tutto, in balìa delle forze della natura, dal punto di
vista del valore egli è ben superiore alla materia e ai suoi inconsapevoli
meccanismi.
L’essenza dell’uomo, la specificità della sua condizione, sta proprio in
questa ambiguità comprensiva di miseria e di grandezza, che fa di
lui un «mostro incomprensibile», una «chimera», un «prodigio», un
«paradosso di fronte a se stesso», ossia qualcosa di unico al mondo,
«giudice di tutte le cose e debole verme della terra, depositario della
verità e cloaca d’incertezza e d’errore, gloria e rifiuto dell’universo. Chi
sbroglierà questo garbuglio?» (Pensieri, 434).
Ma se la condizione umana è tutta in questa duplicità ineliminabile di
grandezza e di miseria, ogni tentativo di sottolineare un aspetto a
scapito dell’altro è destinato a fallire. Incapaci di spiegare la dualità
insita nella nostra specie, i maestri della filosofia umana (“dogmatici” e
“pirroniani”, ossia gli scettici) hanno dunque cercato di annullarla,
elidendo l’uno o l’altro dei due termini.
5.3 I filosofi e i principi pratici
Secondo Pascal il fallimento della ragione filosofica avviene anche in un
altro settore di fondamentale importanza: quello dei principi pratici e
politici. Così, su tutto ciò che si riferisce al bene regna da sempre la
massima confusione. Filosofi o non filosofi, sta di fatto che non appena si
riflette su di una qualunque norma etica, subito si profilano, dinanzi alla
mente, dubbi insolubili. I cosiddetti principi “universali” del
comportamento sono nient’altro, a ben vedere, che frutto di
convenzione, di abitudine, di storia, di interesse, di forza o di arbitrio. I
cosiddetti principi etici dipendono da fattori extra-etici.
Per Pascal, il relativismo – secondo lo schema di tutta la sua filosofia – è
solo uno strumento per mostrare come la ragione, con le sole sue forze,
non risulta in grado di fondare solide norme comportamentali e come
l’uomo in generale, senza la luce della fede, sia destinato a vagare
nell’incerto e ad approdare allo scetticismo.
6. La meta-filosofia di Pascal e la “ragionevolezza” del cristianesimo
I limiti della filosofia nei confronti dei problemi di Dio, della condizione
esistenziale concreta dell’uomo e dei principi pratici sono i limiti stessi
della ragione e il segno della sua impotenza di fronte ai massimi
problemi. Di conseguenza, secondo Pascal, l’unica vera filosofia è una
sorta di meta-filosofia consapevole dei limiti della filosofia. La meta-
filosofia di Pascal, essendo la cerniera che unisce ragione e religione,
risulta al servizio della fede e ne costituisce un originale preambolo, in
quanto mette dialetticamente capo al cristianesimo, visto come
messaggio sovranazionale che risolve quei nodi che la ragione, da sola,
non riesce a sciogliere. Quindi, pur essendo sterile, la filosofia, nella
prospettiva di Pascal, risulta pur sempre fondamentale, poiché, lasciando
insoluti l’enigma della nostra natura e l’incognita del nostro destino,
funge da stimolo a cercare altrove le risposte, e precisamente in quella
superiore forma di conoscenza che è la rivelazione religiosa. Infatti,
contro ogni concezione naturalistica e autonomistica dell’uomo, che
vorrebbe rinvenire nell’uomo la spiegazione dell’uomo stesso, Pascal
ritiene che l’uomo sia un problema la cui soluzione si trova soltanto in
Dio.
Ora, secondo Pascal, tra tutte le religioni, l’unica vera è quella cristiana,
poiché essa soltanto fornisce una risposta al problema dell’uomo che si
accorda con i dati di fondo della nostra condizione. Infatti, che uno
stesso soggetto accolga in sé due opposti o è una tragica assurdità
oppure è il segno che l’uomo non è come dovrebbe essere e che risulta
privo di qualcosa che un giorno deve aver posseduto. Così l’uomo, pur
avendo perduto, dopo Adamo, la Verità, il Bene e la Felicità, avverte la
sofferenza della loro mancanza e l’anelito al loro possesso.
Gettando un decisivo fascio di luce sulla simultanea dignità e bassezza
dell’uomo, la religione cristiana spiega, nel contempo, la perenne
inquietudine e frustrazione dell’uomo, che, nato per l’infinito, in quanto
ad Deus creatus, cerca vanamente nel finito la soddisfazione del
proprio desiderio di felicità, dimenticando che il vuoto abissale e la
carenza ontologica che porta dentro di sé possono essere colmati solo da
Dio.
Ma se il cristianesimo possiede la chiave esplicativa del mistero
dell’uomo significa che esso – pur non essendo un sistema “razionale”,
ossia un corpo dimostrato di verità cui si accede attraverso il solo
intelletto – è tuttavia “ragionevole”, ossia conforme a ragione. Di
conseguenza, secondo Pascal, la fede non intende essere una fuga
gratuita nell’irrazionale, poiché consiste nel credere in qualcosa che, pur
essendo meta-razionale, cioè superiore alla ragione, risulta pur sempre
l’unico modo per spiegare ciò che la ragione, con le sue sole forze, non
spiega.
Dunque, solo la teoria cristiana della caduta giustifica la sua condizione
di «re spodestato», ossia di essere particolare che, essendo stato in
rapporto con la Verità, il Bene e la Felicità, ne sente la mancanza e la
nostalgia.
7. La “scommessa” su Dio
Per mostrare ulteriormente la “ragionevolezza” della fede, Pascal
elabora anche il celebre argomento della scommessa, il quale afferma
che l’uomo deve scegliere tra il vivere come se Dio ci fosse e il vivere
come se Dio non ci fosse; né può sottrarsi a questa scelta, giacché non
scegliere è già la scelta negativa.
Si tratta di un gioco, di una scommessa, nella quale bisogna considerare
da un lato la posta, dall’altro la perdita o la vincita eventuale. Ora, chi
scommette sull’esistenza di Dio, se guadagna, guadagna tutto, se perde,
non perde nulla. In altri termini, l’uomo ha interesse a scommettere su
Dio perché in caso di perdita perderà solo dei beni “finiti” (per Pascal: i
piaceri mondani) e in caso di vincita guadagnerà quel bene infinito che è
Dio e la beatitudine eterna. In un gioco in cui vi sono uguali probabilità
di vincere o di perdere, arrischiare il finito per guadagnare l’infinito ha
evidentemente la convenienza massima.
Di notevole interesse la tesi generale per cui l’uomo, a parte eventuali
calcoli di convenienza, è obbligato a “scommettere” su Dio, cioè a
“decidersi” nei confronti di una divinità la cui esistenza o non-esistenza
appare “problematica”.
Nonostante tutto, Pascal riconosce che l’uomo non possa impegnarsi
nella fede con la sola ragione, che tutt’al più lo conduce alle soglie di
essa: deve impegnarsi con tutto se stesso, anche nell’esteriorità delle sue
abitudini e nel meccanismo delle sue azioni. Trovato Dio, anche la
morale, secondo Pascal, diventa qualcosa di saldo, poiché i suoi precetti
vengono derivati dall’“amor di Dio” e fondati su di esso.
8. Dalla ragione alla fede: il “cuore” e Dio
Che il cristianesimo, spiegando alcuni dati di base della condizione
umana, sia conforme alla ragione non significa tuttavia, secondo Pascal,
che esso: 1. sia completamente riportabile alla ragione e totalmente
giustificabile per mezzo di essa; 2. si fondi sulla ragione.
Circa il primo punto, per quanto riguarda lo stesso peccato originale,
Pascal dichiara le difficoltà e perfino le offese alla ragione che vi sono
implicite, pur ribadendo nello stesso tempo, non senza una sorta di
circolo vizioso, che solo l’accettazione di tale mistero rende
comprensibile il mistero dell’uomo e la scissione primordiale del suo
essere, ovvero «nulla ci urta più fortemente di questa dottrina, eppure,
senza questo mistero, il più incomprensibile di tutti, noi siamo
incomprensibili a noi stessi […] sicché l’uomo è più inconcepibile senza
questo mistero di quanto questo mistero non sia inconcepibile per
l’uomo».
Di conseguenza, per Pascal, tra ragione e fede non ci è solo passaggio,
ma anche rottura e salto, poiché la logica della fede è, per propria
natura, metarazionale, in quanto se le cose di natura trascendono la
ragione «che dire di quelle soprannaturali?». E poiché la fede,
nonostante la sua “ragionevolezza” di base, è, in concreto e in ultima
istanza, qualcosa di fondamentalmente extra-razionale, il suo organo
autentico è il cuore. Ora, sebbene il cuore di cui discorre Pascal non sia
qualcosa di puramente emotivo e sentimentale, esso è pur sempre
qualcosa di diverso dalla ragione e che va ben oltre il suo orizzonte.
Per quanto riguarda il secondo punto, non si può certo dire che la fede
sia fondata dalla ragione. Anzi, a rigor di termini, non si può neanche
asserire che ne sia preparata.
9. Ricerca umana e grazia divina
Pascal, sulla scia del modello agostiniano, afferma infatti che le azioni
dell’uomo da un lato sono sue, in virtù del libero arbitrio che le produce,
ma dall’altro sono anche di Dio, che, in virtù della grazia, fa sì che la
nostra volontà le generi. Pertanto, la posizione di Pascal sulla grazia
rimane sostanzialmente giansenista, e quindi oggettivamente più vicina
alla tesi protestanti. Questo spiega perché egli, nonostante sembri
valorizzare la ricerca umana, di fatto l’annulli, come dimostra
emblematicamente la dottrina del Deus absconditus, secondo la quale
Dio si manifesta e si nasconde al tempo stesso, risultando, per gli
uomini, non così manifesto da non poter essere negato e non così occulto
da non poter essere affermato.
Tuttavia Pascal lascia intendere che i segni chiaro-scuri attraverso cui
Dio si manifesta, pur essendo, in linea di principio, davanti a tutti,
acquistano la loro effettiva rilevanza solo per gli animi che, avendo già in
sé la grazia, sono predisposti a raccoglierli. Pertanto è Dio, in ultima
analisi, che, con la grazia, ci dà l’occhio per vedere e l’orecchio per
udire, cioè la sensibilità per captare le sue manifestazioni,
scegliendo, nel suo imperscrutabile giudizio, pochi “eletti” e
lasciando nella gran “massa dei dannati” tutti gli altri.
Ma se l’iniziativa della fede, secondo Pascal, parte in ogni caso da Dio,
l’ombra del mistero della predestinazione risulta così fitta da abolire ogni
libera iniziativa da parte dell’uomo. In tal modo la stessa costruzione
apologetico-filosofica di Pascal, volta a “persuadere” lo scettico della
“ragionevolezza” del cristianesimo e a predisporlo a esso, rischia di
essere svuotata di senso. A meno di ammettere che l’apologia conservi il
suo valore anche in una rigorosa prospettiva giansenista, poiché
potrebbe rientrare nei piani divini che taluni ottengano la fede tramite
prove e apologie. In realtà quest’ultima supposizione, pur nella sua
sottigliezza teologica, costituisce nient’altro che “un’ipotesi di
salvataggio”, la quale mette ulteriormente a nudo l’equivocità di fondo
della posizione pascaliana, che, in virtù del suo giansenismo, rischia, a
ogni passo, di pervenire a un misticismo fideistico in cui il problema
dell’uomo sparisce come tale e in cui il Pascal teologo mette
praticamente a tacere il Pascal filosofo.