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La tirannide dell'economia politica (political

economics o new political economy)


di Dani Rodrik

CAMBRIDGE – C'è stato un tempo in cui gli economisti si tenevano alla larga dalla politica,
poiché pensavano che il proprio lavoro consistesse nel descrivere il funzionamento, così come il
malfunzionamento, delle economie di mercato, e nel sottolineare come delle buone politiche
potessero aumentare l'efficienza. Analizzavano le forme di compromesso tra obiettivi concorrenti
(ad esempio, equità contro efficienza), e prescrivevamo ricette politiche volte all'ottenimento dei
risultati economici auspicati, come la ridistribuzione. Compito dei politici era seguire (o meno) il
loro consiglio, e dei burocrati metterlo in atto.

A un certo punto, però, alcuni di loro sono diventati più ambiziosi. Frustrati dal fatto che, nella
maggior parte dei casi, il consiglio dato restava inascoltato (sono così tante le soluzioni per il libero
mercato ancora in attesa di essere considerate!), hanno tarato i propri strumenti di analisi sul
comportamento degli stessi politici e burocrati, e cominciato a esaminarlo in base allo stesso
sistema concettuale utilizzato per le decisioni riguardanti consumatori e produttori nell’ambito di
un'economia di mercato. I politici sono, così, diventati dei fornitori di favori politici tesi alla
massimizzazione del profitto, i cittadini dei gruppi d'interesse a caccia di rendite, e i sistemi politici
una sorta di mercati in cui si barattano sostegno politico e voti con vantaggi economici.

Questa è stata la genesi dell'economia politica (political economics o new political economy) basata
sulla scelta razionale e di uno stile improntato alla teorizzazione, che molti scienziati della politica
si sono affrettati a emulare. L'apparente tornaconto era che ora si riusciva a spiegare il motivo per
cui i politici hanno così spesso agito contro la razionalità economica. In realtà, non vi era alcun
malfunzionamento economico che l'espressione "interessi di parte" non fosse in grado di spiegare.

Perché così tante industrie appaiono blindate nei confronti della concorrenza reale? Perché nelle
tasche di chi miete profitti vi sono i politici. Perché i governi innalzano barriere al commercio
internazionale? Poiché i beneficiari della protezione commerciale sono raggruppati e politicamente
influenti, mentre i consumatori sono sparsi e disorganizzati. Perché le élite politiche bloccano
riforme in grado di stimolare la crescita e lo sviluppo economico? Poiché crescita e sviluppo
indebolirebbero la loro presa sul potere politico. Infine, perché esistono le crisi finanziarie? Poiché
le banche assumono il controllo del processo di definizione delle politiche in modo da potersi
assumere rischi maggiori a spese dei cittadini.

Per cambiare il mondo, bisogna capirlo, e questa modalità di analisi sembrava offrire agli
economisti l’accesso a una migliore comprensione dei risultati economici e politici.

Ma in tutto questo si annidava un paradosso profondo. Più loro sostenevano di fornire spiegazioni, meno
margine di miglioramento c’era. Se il comportamento dei politici è determinato dagli interessi di parte
(vested interests) verso cui sono debitori, la difesa delle riforme politiche da parte degli economisti è
destinata a cadere nel vuoto. Più è completa la scienza sociale degli economisti, più diventa irrilevante la
loro analisi politica.

Qui è dove l'analogia tra scienze umane e scienze naturali s'interrompe. Consideriamo il rapporto tra
scienza e ingegneria. Man mano che la comprensione delle leggi fisiche da parte degli scienziati si fa più
sofisticata, gli ingegneri sono in grado di costruire ponti ed edifici sempre più solidi. I progressi nell'ambito
della scienza naturale rafforzano, anziché ostacolare, la nostra capacità di plasmare l'ambiente fisico
circostante.

Il rapporto tra economia politica (political economics o new political economy) e analisi politica non è
affatto così. Rendendo endogeno il comportamento dei politici, l'economia politica indebolisce gli analisti
politici. È come se dei fisici avanzassero teorie che non solo spiegano i fenomeni naturali, ma stabiliscono
anche che tipo di ponti e di edifici gli ingegneri debbano costruire. Se così fosse, le facoltà d’ingegneria
diventerebbero pressoché superflue.

Se sentite che in questa situazione c'è qualcosa che non va, allora siete sulla buona strada. In realtà, gli
attuali quadri di riferimento della politica economica (political economics o new political economy) sono
pieni di congetture inespresse sul sistema d’idee alla base del funzionamento dei sistemi politici. Rendendo
esplicite queste congetture, verrebbe meno il ruolo decisivo degli interessi di parte (vested interests). E
l'elaborazione delle politiche, la leadership politica e l'azione umana (human agency) riprenderebbero vita.

Sono tre i modi in cui le idee influenzano gli interessi. In primo luogo, le idee determinano il modo in cui le
élite politiche definiscono se stesse e i propri obiettivi: il denaro, l'onore, lo status, la longevità al potere, o
semplicemente un posto nella storia. Queste domande d’identità sono fondamentali nel determinare la
modalità secondo cui scelgono di agire.

In secondo luogo, le idee determinano la visione del mondo da parte degli attori della politica. Potenti
interessi economici spingeranno per politiche diverse nel momento in cui credono che lo stimolo fiscale
produca solo inflazione, anziché generare una domanda aggregata più elevata. D'altro canto, governi
affamati di entrate imporranno tasse più basse se pensano che vi sia un rischio di evasione rispetto a
quando pensano il contrario.

Ma ancora più importante dal punto di vista dell'analisi politica è che le idee determinano le strategie che
gli attori della politica credono di poter perseguire. Ad esempio, un modo per le élite di restare al potere è
sopprimere qualunque attività economica. Un’alternativa, però, consiste nel sostenere lo sviluppo
economico diversificando la propria base economica, creare coalizioni, favorire un'industrializzazione a
controllo statale, o perseguire una gamma di altre strategie limitata solo dall'immaginazione delle élite.
Ampliando la gamma di strategie realizzabili (che è ciò che una buona programmazione politica e una
buona leadership fanno), comportamenti e risultati subiscono una radicale trasformazione.

In effetti, questo spiega alcune delle performance economiche più sorprendenti degli ultimi decenni, come
la rapida crescita della Corea del Sud e della Cina (rispettivamente negli anni '60 e verso la fine degli anni
'70). In entrambi i casi, i maggiori vincitori sono stati gli "interessi acquisiti" (l'establishment industriale
coreano e il Partito comunista cinese). Ciò che, in questi casi, ha reso possibili le riforme non è stata una
nuova configurazione del potere politico, ma l'emergere di nuove strategie. Il cambiamento economico
spesso ha luogo non quando gli interessi acquisiti sono sconfitti, ma quando si ricorre a strategie alternative
per perseguirli.

L'economia politica (political economics o new political economy) resta senza dubbio un ambito importante.
Senza una chiara comprensione di chi guadagna e chi per de dallo status quo, è difficile dare un senso alle
nostre politiche attuali. Tuttavia, un’eccessiva concentrazione sugli interessi di parte (vested interests) può
facilmente distoglierci dal contributo critico che l'analisi e l'imprenditoria politica possono offrire. Le
possibilità di cambiamento economico sono limitate non solo dalla realtà del potere politico, ma anche
dalla povertà delle nostre idee.
Traduzione di Federica Frasca

Dani Rodrik, docente di economia politica internazionale presso l'Università di Harvard, è autore del libro
intitolato Il paradosso della globalizzazione. La democrazia e il futuro dell'economia globale.

Copyright: Project Syndicate, 2013.

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