INFERNO – CANTO 5
Argomento del Canto
Ingresso nel II Cerchio. Incontro con Minosse. La pena dei lussuriosi; i morti violentemente per
amore. Incontro con Paolo e Francesca.
È la sera di venerdì 8 aprile (o 25 marzo) del 1300.
Ingresso nel II Cerchio. Minosse
Usciti dal Limbo, Dante e Virgilio entrano nel II Cerchio, meno ampio del precedente ma
contenente molto più dolore. Sulla soglia trovano Minosse, che ringhia con aspetto animalesco: è il
giudice infernale, che ascolta le confessioni delle anime dannate e indica loro in quale Cerchio
siano destinate, attorcigliando intorno al corpo la lunghissima coda tante volte quanti sono i Cerchi
che il dannato deve discendere. Non appena vede che Dante è vivo, lo apostrofa con durezza e lo
ammonisce a non fidarsi di Virgilio, poiché uscire dall'Inferno non è così facile come entrare.
Virgilio lo zittisce ricordandogli che il viaggio di Dante è voluto da Dio.
I lussuriosi (25-72)
Superato Minosse, Dante si ritrova in un luogo buio, dove soffia incessante una terribile bufera che
trascina i dannati e li sbatte da un lato all'altro del Cerchio. Quando questi spiriti giungono davanti
a una «rovina», emettono grida e lamenti e bestemmiano Dio. Dante capisce immediatamente che
si tratta dei lussuriosi, i quali volano per l'aria formando una larga schiera simile agli stornelli
quando volano in cielo.
Dante vede poi un'altra schiera di anime, che volano formando una lunga linea simile a delle gru in
volo. Chiede spiegazioni a Virgilio e il poeta latino indica al discepolo i nomi di alcuni dannati, che
sono tutti lussuriosi morti violentemente: tra questi ci sono Semiramide, Didone, Cleopatra, Elena
(moglie di Menelao), Achille, Paride, Tristano, in compagnia di più di mille altre anime. Dopo aver
sentito tutti questi nomi, Dante è colpito da profonda angoscia e per poco non si smarrisce.
Incontro con Paolo e Francesca (73-108)
Dante nota che due di queste anime volano accoppiate e manifesta il desiderio di parlare con loro.
Virgilio acconsente e invita Dante a chiamarle, cosa che il poeta fa con un appello carico di
passione. I due spiriti si staccano dalla schiera di anime e volano verso di lui, come due colombe
che vanno verso il nido: sono un uomo e una donna, e quest'ultima si rivolge a Dante
ringraziandolo per la pietà che dimostra verso di loro. Poi si presenta, dicendo di essere nata
a Ravenna e di essere stata legata in vita da un amore indissolubile con l'uomo che ancora le sta
accando nella morte; furono entrambi assassinati e la Caina, la zona del IX Cerchio dove sono
puniti i traditori dei parenti, attende il loro uccisore.
Il racconto di Francesca. Dante sviene (109-142)
A questo punto Dante resta turbato e per alcuni momenti resta in silenzio, gli occhi bassi. Virgilio
gli chiede a cosa pensi e Dante risponde di essere colpito dal desiderio amoroso che condusse i
due dannati alla perdizione. Poi parla a Francesca, chiamandola per nome, e chiedendole in quali
circostanze sia iniziata la loro relazione adulterina.
Francesca risponde dapprima che è doloroso ricordare del tempo felice quando si è miseri, ma se
Dante vuole sapere l'origine del loro amore allora glielo racconterà. La donna narra che un giorno
lei e Paolo leggevano per divertimento un libro, che parlava di Lancillotto e della
regina Ginevra. Più volte la lettura li aveva indotti a cercarsi con lo sguardo e li aveva fatti
impallidire. Quando lessero il punto in cui era descritto il bacio dei due amanti, anch'essi si
baciarono e interruppero la lettura del libro, che fece da mezzano della loro relazione amorosa.
Mentre Francesca parla, Paolo resta in silenzio e piange; Dante è sopraffatto dal turbamento e
sviene.
Interpretazione complessiva
Il Canto V è il primo dell'Inferno che ci mostra la pena di una categoria di dannati e Francesca è il
primo peccatore a dialogare con Dante: troviamo anche una figura demoniaca, Minosse, che qui
rappresenta il giudice dei dannati ed è ridotto a una bizzarra parodia della giustizia divina, essendo
descritto come un essere mostruoso e animalesco, con una lunga coda che avvolge intorno a sé
per indicare ai dannati il luogo infernale cui sono destinati (Guido da Montefeltro aggiungerà il
particolare del dosso duro, cfr. Inf., XXVII, 125). Non sappiamo da dove Dante abbia tratto questa
curiosa trasformazione, di cui non c'è traccia nei testi classici cui può essersi ispirato, ma è certo
che Minosse qui si limita ad essere esecutore della volontà divina, una sorta di strumento che
agisce senza la profonda dignità che aveva in Virgilio o negli altri poeti antichi; è probabilmente
anche il custode del II Cerchio, anche se nulla autorizza a collegarlo al peccato di lussuria in
quanto nel mito classico egli era descritto piuttosto come re saggio e giusto.
I lussuriosi sono trascinati da una bufera incessante, che simboleggia la forza della passione
sessuale cui essi non seppero opporsi in vita (Dante li definisce peccator carnali, / che la ragion
sommettono al talento). Molto probabilmente tra essi si distingue un'altra schiera, costituita dai
lussuriosi morti violentemente, tra cui oltre ai due protagonisti del Canto ci sono vari personaggi
del mito e della letteratura, come Didone, Achille, Tristano. Dante intende svolgere un discorso
intorno alla letteratura amorosa, per condannarla in quanto fonte potenziale di peccato e
pericolosa per quei lettori che potrebbero essere indotti a mettere in pratica i comportamenti
descritti nei libri. Non a caso i lussuriosi nominati da Virgilio appartengono quasi tutti alla sfera
letteraria o mitologica e Dante li definisce donne antiche e' cavalieri, con un riferimento preciso alla
letteratura francese del ciclo arturiano (cui appartengono sia Tristano sia Lancillotto e Ginevra,
citati dopo da Francesca). Dante stesso non ha bisogno di spiegazioni per capire che in questo
Cerchio sono puniti i lussuriosi e ciò per il fatto che il poeta era stato avido lettore e produttore di
letteratura amorosa, quindi si sente coinvolto in prima persona nel loro peccato (di qui il
turbamento angoscioso che prova dall'inizio dell'episodio): la sua intenzione è condannare la
letteratura che celebra l'amore sensuale e non spiritualizzato, quindi ritrattare parte della sua
precedente produzione poetica, rappresentata dalle Petrose e forse anche dallo Stilnovo.
Francesca è un personaggio significativo a riguardo, perché il caso suo e di Paolo era un episodio
di cronaca che doveva essere ben presente ai lettori contemporanei. La vicenda, di cui non c'è
comunque traccia nei cronisti del tempo, era quella di un adulterio tra Francesca da Polenta, figlia
del signore di Ravenna, e il cognato Paolo Malatesta, fratello di Gianciotto che la donna aveva
sposato in un matrimonio combinato per riappacificare le due famiglie. Gianciotto aveva scoperto
la relazione e aveva ucciso entrambi.
Dante non intende affatto risarcire i due amanti clandestini della loro morte, né giustificare in alcun
modo il loro peccato, ma piuttosto mettere in guardia tutti i lettori dai rischi insiti nella letteratura di
argomento amoroso. Francesca, infatti, è una donna colta, esperta di letteratura: cita
indirettamente Guinizelli e lo stesso Dante, dei quali riprende alcuni versi nella famosa
anafora Amor... amor... amor, nonché le leggi del De amore di A. Cappellano, testo notissimo nel
Medioevo e base teorica della lirica provenzale. Il suo amore con Paolo è nato per una reciproca
attrazione fisica e l'occasione è venuta proprio dalla lettura di un libro, il romanzo cortese di
Lancillotto e Ginevra (che Dante sicuramente non conosceva direttamente, ma attraverso qualche
volgarizzamento tardo). La loro colpa non è tanto di essersi innamorati, ma di aver messo in
pratica il comportamento peccaminoso dei due personaggi letterari; hanno scambiato la letteratura
con la vita e ciò ha causato la loro irrevocabile dannazione.
La pietà provata da Dante verso di loro non è dunque una generica compassione né la
riabilitazione del loro amore clandestino (errata è dunque l'interpretazione dei critici romantici,
come De Sanctis), ma è il turbamento angoscioso di uno scrittore che prende coscienza della
pericolosità della poesia amorosa da lui prodotta in passato. Non è del resto un caso che una
lussuriosa sia il primo dannato descritto da Dante, mentre gli ultimi penitenti del Purgatorio (Canto
XXVI) saranno Guido Guinizelli e Arnaut Daniel, condannati proprio in quanto poeti amorosi.4
Note e passi controversi
Minosse (vv. 4 ss.) è descritto da Dante con attributi animaleschi, in modo molto diverso quindi da
quello virgiliano nel libro VI dell'Eneide (non è chiaro a quali fonti faccia riferimento). Virgilio lo
zittisce con la stessa formula già usata con Caronte in Inf., III, 95-96.
Al v. 20 Minosse sembra citare Matth., VII, 13: spatiosa via est, quae ducit ad perditionem («la via
che conduce alla perdizione è assai larga»).
Non è chiaro cosa sia la ruina citata al v. 34, di fronte alla quale i lussuriosi bestemmiano Dio: si è
pensato a una frana prodotta dal terremoto il giorno della morte di Cristo, simbolo per i dannati
della giustizia divina.
Le similitudini con gli uccelli ai vv. 40, 46, 82-84 (stornelli, gru, colombe) si spiegano col fatto che
essi erano spesso usati come immagini nella poesia amorosa. I lai (v. 46) sono le strida emesse
dalle gru, ma il riferimento è anche ai Lais, genere di poesia franco-provenzale e ai lamenti
amorosi citati dai trovatori occitanici. Le colombe appartenevano al corteo di Venere, dea
dell'amore, e vengono mostrate mentre vanno al dolce nido, dove si accoppieranno.
La terra che 'l Soldan corregge (v. 60) è Babilonia in Egitto, ma qui Dante la confonde
probabilmente con la Babilonia capitale del regno assiro.
Al v. 90 sanguigno indica il colore rosso del sangue, come perso (v. 89) indica un colore scuro
misto di porpora e nero (Francesca intende dire che lei e Paolo sono morti di morte violenta).
Il re de l'universo citato da Francesca (v. 91) è probabilmente Dio, ma alcuni commentatori hanno
ipotizzato che potrebbe essere il dio Amore, cui la donna era devota in vita.
La rima ai vv. 95, 97, 99 (voi / fui / sui ) è siciliana (al v. 95 alcuni mss. leggono vui).
Al v. 96 ci tace vuol dire «qui tace» (ci è avv. di luogo), ma alcuni mss. leggono si tace.
Il v. 100 (Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende) riprende due versi di Guinizelli e Dante,
ovvero Foco d'amore in gentil cor s'aprende (dalla canzone Al cor gentil rempaira sempre amore)
e Amore e 'l cor gentil sono una cosa (Vita Nuova, XX). Invece il v. 103 (Amor, ch'a nullo amato
amar perdona) riprende un concetto espresso nel De amore, di A. Cappellano.
I vv. 121-123 sono una citazione di un passo di Boezio (De consolatione philosophiae, II, 4), ma
non è certo che il dottore di Dante sia Virgilio, poiché Francesca potrebbe alludere proprio a
Boezio.
Nel romanzo cortese citato da Francesca (vv. 133 ss.) è in realtà la regina Ginevra a baciare
Lancillotto, nell'ambito del rituale dell'omaggio amoroso che ricalcava l'investitura cavalleresca:
può darsi che Dante avesse letto un tardo volgarizzamento del testo francese in cui la situazione
era rovesciata o descritta in modo ambiguo. Galeotto è Galehaut, il siniscalco di Ginevra che
faceva da mallevadore ai due amanti del romanzo.
Il verso finale del Canto (142) è assai simile a quello che chiudeva il III (v. 136: e caddi come l'uom
cui sonno piglia).