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Seneca

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L. A.

Seneca
tra sapere e potere
CONTESTO STORICO: L’ETÀ GIULIO-CLAUDIA

14-37 d.C. 37-41 d.C. 41-54 d.C. 54-68 d.C.


VITA 4.a.C.
LUCIO ANNEO SENECA nasce a Cordova in una data incerta
1.d.C.
appartiene a una ricca famiglia il padre è il retore Lucio Anneo Seneca detto
equestre spagnola Seneca padre

molto giovane va a studiare a Roma poi ad Alessandria (26 d.C.) 31 d.C. intraprende la carriera politica
e forense a Roma

dal 41 al 49 d.C. in esilio in Corsica per ordine di Claudio

nel 54 d.C. muore Claudio e sale al trono Nerone Seneca diviene consigliere
politico e amicus di Nerone

nel 59 d.C. Nerone elimina la madre Agrippina


il cosiddetto quinquennium Neronis, fu
caratterizzato da buon governo
nel 62 d.C. Seneca, deluso da Nerone, si ritira a vita
privata e si dedica agli studi

nel 65 d.C. è sventata una congiura contro Nerone il 19 aprile del 65 d.C. Seneca
è condannato al suicidio

non si sa se Seneca fosse coinvolto


direttamente o ne fosse solo a conoscenza
Morte di Seneca – Jaques Luis David - 1773 // Petit Palais, Parigi

Tacito,
Ann. XV 62-64
Seneca: Scrittore e filosofo
PENSIERO
ma è influenzato anche da cinica, neopitagorica, epicurea
Seneca si richiama altre scuole filosofiche
apertamente allo
stoicismo
sincretismo filosofico

Seneca riflette sul rapporto tema affrontato nel


contrapposizione tra
tra filosofia e potere De tranquillitate animi e nel De otio
otium e negotium

per Seneca lo scopo della


Compresenza di tema affrontato nelle Epistulae
filosofia è ottenere la sapienza
discere e docere

necessità di esercitarsi a non temere la morte


temi affrontati
il presente è il bene più grande che possediamo nelle Epistulae e
il tempo e la morte nel De brevitate
vitae
la morte come liberazione dal “carcere” della vita

il suicidio è un atto supremo di rivendicazione di libertà

le passioni sono
malattie dell’anima tema affrontato nel De ira, nel De clementia, nelle Epistulae e nelle tragedie
OPERE
● 10 dialoghi
● De beneficiis
● De clementia
● Naturales quaestiones
● Epistulae ad Lucilium
● 9 tragedie
● Apokolokyntosis
● Epigrammi ?
● altre opere andate perdute
L’immagine di Claudio
nei testi di Seneca.

Leggere i passi tratti da:


- Consolatium ad Polybium
- Apokolokyntosis

Evidenziare le differenze
nel modo in cui viene tratteggiata
la figura dell’imperatore e spiegarne
la motivazione.
Claude proclamé empereur (Charles Lebayle)
APOKOLOKÝNTOSIS sarcastica dissacrazione del
è un esempio di satira menippea
(54 d.C.) defunto imperatore Claudio

«apoteosi di una zucca»

trattato in due libri, che delinea il


De clementia
programma di governo del dedicato a Nerone
(55-56 d.C.) sovrano illuminato
I trattati

esprime l’atteggiamento disilluso


De beneficiis
e amareggiato di Seneca alla fine
(58-62 d.C.) della sua carriera

[Il principe] infatti è il legame per mezzo del quale lo Stato rimane unito, egli è lo spirito di vita
che migliaia di uomini respirano [...]. Infatti da tempo l'imperatore è così saldamente legato
allo Stato, che non si possono staccare l'uno dall'altro senza che rovinino entrambi, infatti
egli ha bisogno di forze, lo Stato ha bisogno di un capo» (De clementia 1,4)
Seneca riprende
DIALOGI sono dieci in tutto
la filosofia stoica

De providentia

dialoghi scritti per consolare il destinatario


Consolationes
dall’assenza di una persona cara

in realtà Seneca
parla sempre in Ad Marciam Ad Polybium Ad Helviam matrem
prima persona
rivolgendosi solo al
destinatario De ira (41 d.C.)
dell’opera
dialoghi di tipo
De brevitate vitae composto dopo l’esilio
speculativo

De via beata (58 d.C.)

il pensiero è
trilogia dei dialoghi che rappresentano un percorso filosofico
sviluppato in modo
dialoghi a Sereno di perfezionamento verso la saggezza
NON
SISTEMATICO

De tranquillitate De constantia De otio


animi sapientis (62 d.C.)
De otio 3,1-5

FILOSOFIA E POLITICA
De otio 3, 1-5

FILOSOFIA E POLITICA
De otio 3, 1-5

FILOSOFIA E POLITICA
De otio 5, 8; 6,1-5

FILOSOFIA E POLITICA
De otio 5, 8; 6,1-5

FILOSOFIA E POLITICA
IL TEMPO De brevitate vitae
● Dedicatario: Paolino
● Data composizione: 49 d.C. o 62 d.C.
● Struttura: 19 capitoli
● TEMATICHE:
○ Tempo: otium - negotium, occupati - sapiens
○ Bozzetti vita quotidiana
○ Invito a vivere il presente e ricercare la virtù
○ Distacco dalla politica
● Passi da analizzare in latino: 1, 1-2; 5, 9
Da leggere in traduzione: tutto il dialogo
LA VIRTÙ SOMMO BENE De vita beata 9
"Ma anche tu" mi puoi dire "non coltivi la virtù per altro se
non perché speri di ricavarne qualche piacere." Per prima
cosa, anche se la virtù procurerà piacere, non è per questo
che la si cerca. Infatti non procura piacere, ma "anche"
piacere, e non si affatica per questo, ma la sua fatica, per
quanto miri ad altro, ha come conseguenza anche questo.
Come in un campo seminato a frumento nascono qua e là i
fiori, ma non è per queste piantine (anche se sono belle da
guardare) che è stata fatta tanta fatica (diverso era il
proposito di chi seminava, il resto è venuto da sé), allo
stesso modo il piacere non è il prezzo né la causa della
virtù ma un suo accessorio e non piace perché diletta, ma,
se piace, allora diletta.
LA VIRTÙ SOMMO BENE De vita beata 9
Il sommo bene consiste proprio nella convinzione e nel comportamento di una
mente perfetta che, quando ha compiuto il suo corso e fissati i suoi limiti, ha
pienamente realizzato il sommo bene e non desidera niente di più: fuori del tutto
non esiste nulla, nulla oltre la fine.
Per questo sbagli a chiedere il motivo che mi spinge ad aspirare alla virtù: cerchi
qualcosa al di sopra di ciò che è sommo. Vuoi sapere cosa mi aspetto dalla virtù?
La virtù. Infatti non ha nulla di più prezioso del suo stesso valore. Ti sembra poco?
Se ti dico: "il sommo bene è la fermezza di un animo saldo e la sua previdenza e
la sua elevatezza e il suo equilibrio e la sua libertà e la sua armonia e la sua
dignità", pretendi ancora qualcosa di più grande cui riferire questi beni? Perché mi
nomini il piacere? lo cerco il bene dell'uomo, non del ventre, che, del resto, è più
capiente negli animali.”
sono una raccolta di lettere di dedicate a Lucilio Iuniore
Le Epistules morales argomento etico
ad Lucilium
(62-65 d.C.)
124 lettere raccolte in 20 libri altri due libri sono andati perduti

il tono è colloquiale e discorsivo


sono l’espressione Seneca rinnova
del pensiero filosofico di Seneca il genere dell’epistola la dimensione teoretica convive
con quella pratica

l’obiettivo delle lettere è Modelli: Epistole di Epicuro,


varietà di dimensione e di stile
il progresso morale diatriba cinico-stoica

la miseria dell’uomo di fronte alle avversità della vita

il ruolo essenziale dell’introspezione


affrontano le più grandi tematiche
etiche
dello stoicismo il rifugio nella solitudine della saggezza (secessus) e insieme la partecipazione
al destino di tutti gli altri uomini

la riflessione sul tempo, sulle sventure umane e sulla morte


Incontro con i testi…

- Epistula I: in latino
- Epistula XLVII: in italiano,
in latino paragrafi 10-12
- Epistula LXXX, 5-10:
in italiano

“Questo è lo scopo per cui mi sono ritirato e per cui ho chiuso le porte di
casa: per poter essere utile a un maggior numero di persone” (Ep. 8, 1).
EPISTOLA I
EPISTOLA I

[5] Quid ergo est? non puto pauperem cui quantulumcumque superest sat est; tu tamen
malo serves tua, et bono tempore incipies. Nam ut visum est maioribus nostris, “sera
parsimonia in fundo est”; non enim tantum minimum in imo sed pessimum remanet. Vale.
EPISTOLA I
SENECA SALUTA IL SUO LUCILIO
Fai così, mio Lucilio: rivendicati a te stesso, e il tempo che finora o veniva portato via o veniva sottratto o andava perduto raccoglilo e
mettilo in disparte. Convinciti che le cose stanno così come scrivo: alcuni momenti ci vengono portati via, alcuni vengono sottratti, alcuni
scorrono via. Tuttavia il danno più sconveniente è quello che si verifica per negligenza. E se vorrai badarci, una grande parte della vita
scorre mentre ci comportiamo male, la massima parte mentre non facciamo nulla, tutta la vita mentre facciamo altro. Chi mi potrai
indicare che assegni qualche prezzo al tempo, che valuti la giornata, che si renda conto di morire ogni giorno? In questo infatti ci
sbagliamo, per il fatto che la morte la consideriamo come evento futuro: gran parte di essa è già passata; tutta l'esistenza che sta alle nostre
spalle la tiene la morte. Fai dunque, mio Lucilio, quello che scrivi di fare, afferra tutti i momenti; così accadrà che tu dipenda meno dal
domani, se porrai mano all'oggi. Mentre si rinvia la vita scorre via. Tutte le cose, Lucilio, sono degli altri, soltanto il tempo è nostro; la
natura ci ha collocati nel possesso di quest'unica cosa fuggevole e labile, dalla quale ci caccia chiunque vuole. E così grande è la stoltezza
dei mortali che le cose che sono meno importanti e di minor valore, certamente recuperabili, accettano che siano loro messe in conto
quando le hanno ottenute, (e invece) nessuno che abbia ricevuto del tempo ritiene di essere debitore di alcunché, mentre in realtà esso è
l'unica cosa che neppure una persona grata può restituire. Mi chiederai forse che cosa faccia io che ti impartisco questi suggerimenti. Ti
confesserò francamente: quello che accade presso una persona dispendiosa ma attenta, mi torna il conto della spesa. Non posso dire di non
perdere nulla, ma potrei dire che cosa perdo e perché e come; potrei fornire i motivi della mia povertà. Ma capita a me ciò che (capita) alla
maggior parte di coloro che sono stati ridotti all'indigenza non per propria colpa: tutti perdonano, nessuno aiuta. Quale è dunque la
conclusione? Non ritengo povero colui per il quale quel poco che resta è abbastanza; tu tuttavia preferisco che risparmi i tuoi beni, e
incomincerai a tempo utile. Infatti, come sembrò ai nostri antenati, 'è tardiva la parsimonia alla fine'; infatti al fondo rimane non solo il
meno, ma il peggio. Stammi bene.
EPISTOLA XLVII
SENECA SALUTA IL SUO LUCILIO
Con piacere ho saputo da coloro che vengono da te che tu vivi familiarmente con i tuoi schiavi: questo si addice
alla tua saggezza, questo alla tua educazione. "Sono schiavi." Anzi, uomini. "Sono schiavi". Anzi, compagni di
vita. "Sono schiavi." Anzi, umili amici. "Sono schiavi." Anzi, compagni di schiavitù, se terrai presente che
altrettanto è concesso alla sorte nei confronti di entrambi. Quindi rido di costoro che ritengono disdicevole cenare
col proprio schiavo: per quale motivo, se non perché una superbissima consuetudine ha collocato una folla di
schiavi che stanno in piedi attorno al padrone che cena? Quello mangia più di quanto contiene e con smodata
avidità carica il ventre teso e ormai disabituato al ruolo di ventre, per emettere tutto con maggior fatica di quando
ha ingerito. Invece agli sventurati schiavi non è consentito muovere le labbra neppure a questo scopo, (cioè) per
parlare; ogni bisbiglio è represso col bastone, e neppure i rumori fortuiti, tosse, starnuti, singhiozzi, sono esenti
da percosse; con un grave malanno viene punito il silenzio interrotto da una qualche parola; per tutta la notte
stanno in piedi continuamente digiuni e muti. Così accade che parlino del padrone costoro ai quali non è
permesso parlare in presenza del padrone. Invece quelli per i quali c'era possibilità di parola non solo in presenza
dei padroni, ma anche con loro, la cui bocca non veniva cucita, erano disposti a porgere il collo per il padrone, a
rivolgere sulla propria testa un pericolo che lo minacciava; nelle cene parlavano, ma sotto tortura tacevano. E poi
si cita un proverbio della stessa arroganza, cioè che ci sono altrettanti nemici che schiavi: non li abbiamo nemici,
ma li rendiamo. Tralascio per ora altri comportamenti crudeli, disumani, per il fatto che ne abusiamo neppure
Quando ci siamo distesi per cenare, uno deterge gli sputi, un altro, messo sotto al divano, raccoglie gli avanzi
degli ubriachi. Un altro taglia volatili costosi; attraverso il petto e le cosce muovendo con tratti sicuri la mano
abile stacca i pezzi, sventurato, lui che vive per quest'unica cosa, (cioè) per tagliare il pollame in maniera
raffinata, se non che è più infelice chi insegna questo a motivo di piacere di chi impara per necessità. Un altro,
dispensiere del vino, agghindato in modo femminile, lotta con l'età: non può fuggire la fanciullezza, vi è
trattenuto, e, già di portamento militare, liscio essendogli stati rasati i peli o completamente strappati veglia tutta
la notte, che divide tra l'ubriachezza e la libidine del padrone e in camera è uomo, in sala da pranzo servo. Un
altro, al quale è stata assegnata la valutazione dei convitati, sta in piedi, sventurato, e osserva quali l'adulazione e
l'intemperanza o della gola o della lingua richiami per l'indomani. Aggiungi i vivandieri, che hanno una
conoscenza precisa del palato del padrone, che sanno di quale cosa lo ecciti il sapore, di quale lo diletti la vista,
dalla cui novità lui schizzinoso possa essere stuzzicato, che cosa ormai lo infastidisca per la sazietà stessa, di che
cosa abbia fame in quel giorno. Non accetta di cenare con costoro e ritiene una menomazione della propria
superiorità accedere alla stessa mensa con il proprio schiavo. Gli dei ci scampino! Quanti tra questi ha come
padroni! Ho visto stare in piedi davanti alla soglia di Callisto il suo padrone e colui che gli aveva attaccato il
cartello, che lo aveva messo in vendita tra gli schiavi di scarto, essere escluso mentre gli altri entravano. Gli rese
gratitudine quello schiavo gettato nella prima decina, nella quale il banditore prova la voce: anche lui a sua volta
lo respinse, anche lui non lo ritenne degno della propria casa. Il padrone vendette Callisto: ma quante cose
Callisto ha fatto pagare al padrone!
Vis tu cogitare istum quem servum tuum vocas ex isdem
seminibus ortum eodem frui caelo, aeque spirare, aeque vivere,
aeque mori! tam tu illum videre ingenuum potes quam ille te
servum. Varianā clade multos splendidissime natos, senatorium
per militiam auspicantes gradum, fortuna depressit: alium ex
illis pastorem, alium custodem casae fecit. Contemne nunc eius
fortunae hominem in quam transire dum contemnis potes.
Nolo in ingentem me locum immittere et de usu servorum
disputare, in quos superbissimi, crudelissimi,
contumeliosissimi sumus. Haec tamen praecepti mei summa
est: sic cum inferiore vivas quemadmodum tecum superiorem
velis vivere. Quotiens in mentem venerit quantum tibi in
servum tuum liceat, veniat in mentem tantundem in te domino
tuo licere. 'At ego' inquis 'nullum habeo dominum.' Bona aetas
est: forsitan habebis. Nescis quā aetate Hecuba servire
coeperit, quā Croesus, quā Darei mater, quā Platon, quā
Diogenes?
Vuoi tu tener presente che costui che chiami tuo schiavo, nato dallo stesso seme gode dello stesso cielo, respira
allo stesso modo, vive allo stesso modo, muore allo stesso modo! Tanto tu puoi vedere lui libero quanto lui te
schiavo. Per la sconfitta di Varo molti, nati da origini nobilissime, che tramite la vita militare aspiravano al grado
senatorio, la sorte li abbattè: qualcuno di quelli lo rese pastore, qualche altro custode di una capanna. Disprezza
ora una persona di quella sorte nella quale, mentre lo disprezzi, puoi passare! Non voglio cacciarmi in un
argomento impegnativo e discutere del trattamento degli schiavi, verso i quali siamo estremamente superbi,
crudeli, offensivi. Questa tuttavia è la sintesi del mio insegnamento: vivi col tuo inferiore nel modo in cui vorresti
che il superiore vivesse con te. Ogni volta che ti verrà in mente quanto ti è concesso nei confronti del tuo schiavo,
ti venga in mente che altrettanto è concesso al tuo padrone verso di te. "Ma io" dici "non ho nessun padrone." La
tua età è buona: forse lo avrai. Non sai a che età Ecuba iniziò a essere schiava, a quale Creso, a quale la madre di
Dario, a quale Platone, a quale Diogene? Vivi con lo schiavo in modo clemente, anche in modo gentile, ed
ammettilo al dialogo ed al consiglio ed alla convivenza. A questo punto tutta la schiera dei raffinati mi griderà
"nulla di più umiliante, nulla di più disdicevole di questo." Io potrei sorprendere queste stesse persone mentre
baciano la mano di schiavi altrui. Neppure quello vedete, quanto i nostri antenati abbiano tolto ogni motivo di
ostilità verso i padroni, ogni offesa verso gli schiavi? Chiamarono il padrone padre della famiglia, gli schiavi -
cosa che rimane ancora anche nei mimi - familiari; istituirono un giorno festivo non nel quale solo i padroni
mangiassero con gli schiavi, ma nel quale certamente (lo facessero); permisero loro di gestire incarichi di
responsabilità nella casa, di amministrare la giustizia e ritennero che la casa fosse un piccolo stato.
"Che dunque? ammetterò tutti gli schiavi alla mia mensa?" Non più che tutti i liberi. Ti sbagli se pensi che io
intenda rifiutare alcuni come se fossero di professione troppo umile come, per esempio, quel mulattiere e quel
bifolco. Non li valuterò in base ai mestieri, ma in base ai comportamenti: ciascuno dà a se stesso i
comportamenti, gli incarichi li assegna il caso. Alcuni cenino con te perché ne sono degni, alcuni perché lo siano;
se infatti in loro c'è qualche cosa di servile in seguito a una frequentazione umile, la compagnia di persone più
onorate la eliminerà. Non c'è motivo per cui, mio Lucilio, tu debba cercare un amico solo nel foro e nella curia:
se osserverai attentamente lo troverai anche in casa. Spesso un buon materiale va sprecato senza un artefice: tenta
e prova. Come è stolto colui che, quando sta per comprare un cavallo, guarda non quello ma la sua sella e i freni,
così è stoltissimo colui che valuta una persona o dalla veste o dalla condizione sociale, che ci è stata messa
addosso a mo' di veste. "È schiavo." Ma forse libero nell'animo. "È schiavo". Questo gli nuocerà? Mostrami chi
non lo sia: uno è schiavo della libidine, uno dell'avidità, uno dell'ambizione, tutti della speranza, tutti della paura.
Ti mostrerò un ex-console che è schiavo di una vecchietta, ti mostrerò un ricco schiavo di una servetta, ti farò
vedere giovani nobilissimi schiavi di pantomimi: nessuna schiavitù è più disdicevole di quella volontaria. Perciò
non c'è motivo per cui codesti schizzinosi ti scoraggino dal mostrarti cordiale con i tuoi schiavi e non
superbamente superiore: ti rispettino piuttosto che temerti. Qualcuno dirà che adesso io spingo gli schiavi al
pilleo e che abbatto i padroni dalla loro posizione privilegiata, perché ho detto "rispettino il padrone piuttosto che
temerlo". "Proprio così?" dice "Lo rispettino come clienti, come quelli che fanno visita di cortesia?" Colui che
dirà questo dimenticherà che non è poco per i padroni ciò che basta per un dio. Chi è rispettato, è anche amato:
l'amore non può essere mescolato con la paura.
Penso dunque che tu faccia benissimo per il fatto che non vuoi essere
temuto dai tuoi schiavi, perché usi la correzione delle parole: con le
percosse si ammoniscono i muti animali. Non tutto ciò che ci offende
anche ci danneggia; ma i piaceri obbligano a giungere alla rabbia, tanto
che qualsiasi cosa non si realizza secondo il desiderio provoca l'ira. Ci
mettiamo addosso animi da re; infatti anche quelli dimenticandosi sia
delle proprie forze sia dalla debolezza altrui, così danno in
escandescenze, così infieriscono, come se avessero ricevuto un'offesa,
dal pericolo della quale situazione la grandezza della loro sorte li rende
del tutto sicuri. Né ignorano questo, ma lamentandosi cercano di
cogliere l'occasione di fare del male; hanno ricevuto un'offesa per farla.
Non voglio trattenerti più a lungo; infatti non c'è per te bisogno di
esortazione. Questo vantaggio hanno tra gli altri i buoni comportamenti:
piacciono a se stessi, durano. Incostante è la malizia, spesso cambia, non
in meglio, ma in altro.

Stammi bene.
EPISTOLA LXXX 5-10
Anzitutto, liberati dalla paura della morte, la povertà. Se vuoi sapere come in essa
non ci sia nulla dei poveri con quello dei ricchi: il povero ha un sorriso più
frequente e più schietto; non si affanna nel suo intimo: anche se ha qualche
preoccupazione, questa passa subito come una nuvoletta. Ma l'allegria dei ricchi,
che la gente giudica felici, è falsa e inquinata da profonda tristezza, tanto più
profonda in quanto talvolta non possono neppure mostrar- la apertamente e,
mentre gli affanni rodono il loro cuore, devono rappresentare la parte dell'uomo
felice. Devo servirmi spesso di questo paragone. Infatti, non ce ne sono altri che
possano esprimere con più efficacia la commedia della vita umana,' ove recitiamo
così male le parti assegnateci. Quello che avanza imponente sulla scena e dice a
testa alta: «Sono il re di Argo; Pelope mi lasciò un regno che dall'Ellesponto si
estende fino all'istmo battuto dal mare Ionio»2 è uno schiavo e riceve cinque
moggi di farina e cinque denari³ di paga. Quell'altro che, pieno di boria e di
tracotanza, dice: «Se non stai quieto, o Menelao, morirai per mia mano»> è
pagato a giornata e dorme sopra un pagliericcio
Lo stesso può dirsi di tutti questi smidollati che passano in lettiga sulle teste della
folla La felicità di tutti costoro è una farsa; se togli loro la maschera, li disprezzerai.
Se vuoi comprare un cavallo, gli fai togliere la gualdrappa. Così pure fai spogliare
gli schiavi posti in vendita, perché gli eventuali difetti fisici non rimangano nascosti.
E giudichi un uomo dalle ricche vesti che lo adornano? I mercanti di schiavi
nascondono con qualche artif cio tutto ciò che non è gradevole a vedersi; perciò
proprio gli ornamenti destano sospetto nel compratore. Se tu vedessi un ginocchio
o un braccio fasciato, lo faresti scoprire, per vedere a nudo. Vedi quel re di Scizia
o di Sarmazia col capo adorno di un diadema? Se vuoi giudicarlo e conoscerlo
integralmente, sciogli la benda regale: quante miserie essa nasconde! E che
dovrei dire degli altri? Se vuoi dare un giudizio esatto sulle tue qualiti, lascia il
denaro, il palazzo, la tua posizione sociale e ossèrvati bene nel tuo intimo. Invece
tu ti affidi al giudizio superficiale degli altri. Addio.
Le Naturales opera dossografica in
dedicata a Lucilio Iuniore
questiones sette libri indipendenti
(62-64 d.C.) tra loro
raccolta di la discussione scientifica è unita all’intento morale di
argomenti eruditi migliorare l’uomo

I: fuochi celesti e specchi


II: l’aria, i tuoni, i fulmini e i lampi
III: le acque terrestri
IV: la piena del Nilo, le nubi, la grandine e la neve
V: i venti
VI: il terremoto
VII: le comete

Molte cose che noi oggi ignoriamo saranno conosciute dalla gente dell'evo futuro; molto
è riservato a generazioni ancora a noi lontane nel tempo, quando di noi anche il ricordo
si sarà cancellato: il mondo sarebbe ben piccola cosa se in esso tutto il mondo non
trovasse materia per le sue ricerche
(Naturales quaestiones VII, 30, 2-5, trad. di D. Vottero).
Naturales quaestiones II, 27: i tuoni
Naturales quaestiones IV, 13, 4-8: il prezzo dell’acqua
Naturales quaestiones VI, 5, 1-3: le teorie scientifiche
la praetexta Octavia non è probabilmente opera sua,
LE TRAGEDIE 9 cothurnatae ma di autore più tardo

tragedie di argomento greco sono le uniche tragedie latine a essere giunte intere fino a noi

caratteristiche

rappresentazione di passioni sconvolgenti

gusto del macabro

linguaggio espressionistico

spesso gli eroi sono negativi

GLI EPIGRAMMI sono attribuiti a Seneca alcune decine di epigrammi l’autenticità è però dubbia
in distici elegiaci
Medea, 891-997 Lucido delirio
NUTRICE Porta rapida il piede fuori dalla terra di Pelope, Medea,
cerca in fretta qualunque altro paese.

MEDEA Io andarmene? Se fossi in esilio, tornerei apposta: assisto


a un nuovo genere di nozze. Esiti, cuore? Segui un impulso
fortunato. Che piccola parte della vendetta è questa di cui godi!
Ami ancora, folle, se ti contenti di Giàsone senza moglie. Pensa a
un genere di castigo mai sentito, e preparati a non avere nulla di
sacro, a bandire ogni ritegno: è lieve la vendetta di una mano
pura. Abbandonati all'ira, svegliati dal torpore, ritrova nel profondo
del tuo petto la violenza di un tempo. Tutto quello che hai fatto
sinora vada sotto il nome di bontà. All'opera! Farò che sappiano
com'erano lievi e ordinari i crimini da me commessi per altri. Non
fu che un preludio del mio odio: che potevano osare di grande
mani inesperte? O un furore di ragazza? Ora sono Medea, il mio
io è maturato nel male: sono lieta, sì, lieta di avere strappato la
testa a mio fratello, lieta di averne segate le membra, lieta di aver
spogliato mio padre della sua occulta reliquia, lieta di aver dato
alle figlie un'arma contro il vecchio genitore.
Medea, 891-997 Lucido delirio
Cercati un oggetto, mio odio: qualunque sia il delitto, non sarà inesperta la mano. Dove dunque, mia collera, ti
scagli, che armi punti contro il nemico traditore? Non so che ha deciso il mio cuore nel suo intimo: non osa
ancora confessarlo a se stesso. Che sciocca sono stata ad aver fretta! Se il mio nemico avesse un figlio dalla
sua amante! Ma ogni creatura che tu hai da lui l'ha partorita Creùsa. Mi va questo genere di castigo, e
giustamente: ricorri con animo grande al supremo delitto. Figli un tempo miei, pagate voi il fio delle colpe
paterne. Il cuore ha brividi di orrore, il corpo è di ghiaccio, palpita il petto. L'ira è dileguata, la moglie ha
lasciato il posto alla madre. Io spargere il sangue dei miei figli, del mio sangue? No, folle furore, lungi da me
questo inaudito misfatto, questa infamia contro natura: che delitto espieranno questi sventurati? Delitto è
avere Giàsone per padre e delitto anche maggiore Medea per madre. Muoiano, non sono mici; periscano,
sono miei. Non hanno ombra di colpa, sono innocenti, lo ammetto. Ma lo era anche mio fratello. Cuore,
perché vacilli? Perché lacrime mi bagnano la faccia e sono divisa fra ira e amore? Fluttuo in balia di una
doppia corrente: come quando i venti rapaci si scontrano in guerre selvagge e il mare ribelle è sconvolto dalla
discordia dei flutti, così ondeggia il mio cuore. L'ira mette in fuga l'affetto, e l'affetto l'ira. Cedi all'affetto, odio.
Venite, figli cari, stringetevi al mio petto. Li abbia sani e salvi il padre, purché li abbia anche la madre. Ma
m'incalza l'esilio e la fuga. Già saranno strappati dal mio seno, fra lacrime e lamenti: ne perda i baci il padre, li
ha perduti la madre. Di nuovo monta il dolore e si arroventa l'odio; l'Erinni di un tempo mi forza la mano. Ira, ti
seguo dove mi conduci. Magari fosse uscita dal mio grembo la numerosa prole della superba Tantalide e fossi
madre di due volte sette figli! Per la vendetta sono stata sterile: solo due figli, quanto basta per mio fratello e
per mio padre.
Medea, 891-997 Lucido delirio
Dov'è diretta questa folla sfrenata di Furie? Chi è il suo bersaglio?
A chi sta per vibrare colpi di fiamma, contro chi punta le fiaccole
sanguigne lo stuolo infernale? Sibilano e si contorcono grandi
serpenti al moto delle sferze. Chi prende di mira Megera con la
torcia minacciosa? Di chi è l'ombra indistinta che viene avanti con
le membra in pezzi? È mio fratello, chiede vendetta: l'avrai, ma
pagheremo tutti. Trafiggi i miei occhi con le fiaccole, dilania,
brucia: ecco, il mio petto è aperto alle Furie. Di', fratello, alle dee
della vendetta di lasciarmi e di tornarsene tranquille negli abissi
infernali: lasciami a me stessa e serviti, fratello, di questa mano
che ha snudato la spada. Con questa vittima placo la tua ombra.
(Uccide uno dei figli) Un rumore improvviso: che annunzia? Si dà
mano alle armi, mi cercano per uccidermi. Salirò sul tetto del
palazzo: la strage è solo all'inizio. (All'altro figlio) Tu vieni con me.
(Al figlio morto) Anche il tuo corpo porterò via di qua insieme a
me. E orà all'opera, cuore: il tuo potere non deve rimaner segreto.
Fa' vedere alla gente di che sei capace.

(trad. di A Traina)
LINGUA E STILE
prosa paratattica
rottura con il
inconcinnitas andamento irregolare e asimmetrico modello ciceroniano

variatio diseguaglianza continua e studiata


STILE
ampio uso dell’ellissi
frasi a effetto usate per
ricerca della brevitas uso frequente di sententiae dispensare consigli e
insegnamenti
stile drammatico soprattutto nelle tragedie

ARTIFICI ampio uso di Lo stile di Seneca


soprattutto metafore riscosse grande
RETORICI figure retoriche
successo ma fu criticato
da Caligola (“sabbia
senza calce”) e da
lessico molto ricco attinge da molti campi semantici Quintiliano (“per quanto
riguarda l’aspetto
stilistico per lo più è
LINGUA corrotto e tanto più
il lessico filosofico è lo ma mostra aperture al lessico dannoso in quanto ricco
stesso coniato da dell’introspezione di vizi allettanti”).
Cicerone
LINGUA E STILE Epistulae ad Lucilium 115,1
Nimis anxium esse te circa verba et compositionem, mi Lucili, nolo: habeo maiora quae cures.
Quaere quid scribas, non quemadmodum; et hoc ipsum non ut scribas, sed ut sentias...
Cuiuscumque orationis videris sollicitam et politam, scito animum quoque non minus esse pusillis
occupatum. Magnus ille remissius loquitur et securius; quaecumque dicit, plus habent fiduciae
quam curae... Oratio cultus animi est: si circum tonsa est et fucata et manufacta, ostendit illum
quoque non esse sincerum et habere aliquid ficti. Non est ornamentum virile concinnitas.

Non voglio, o mio Lucilio, che tu ti preoccupi troppo dei termini e della forma espressiva: ho cose
più importanti che tu devi curare. Quando scrivi, preoccupati del contenuto, non della forma; e lo
stesso contenuto devi ricercarlo non tanto per scriverlo, quanto per sentirlo nell'animo... Se noti
un discorso di un qualunque scrittore elaborato e raffinato, sappi che pure l'animo dell'autore è
non meno occupato in quegli aspetti marginali. Il vero animo grande, invece, si esprime con più
semplicità e spontaneità; tutto ciò che esprime è più sincero che elaborato... Il linguaggio è l'abito
dello spirito: se è sofisticato, imbellettato, manierato rivela che anche l'animo non è sincero, anzi
ha qualcosa di falso: la concinnitas non è un ornamento virile.
(trad. di A. Diotti)
Critiche a Seneca
“colebat quod reprehendebat, agebat quod arguebat, quod culpabat adorabat”
Agostino

“riconosci con me, o uomo venerando, […] l'errore della tua vita. Sei incappato nel
principe più crudele di tutti i tempi … Che sei rimasto a fare, penoso vecchio, per così
tanto tempo in un palazzo simile, con un allievo disumano e sanguinario, con una
compagnia così diversa da te? […] La radice prima di tutte le tue miserie deriva dalla
leggerezza, per non dire dalla viltà del tuo animo. Hai concupito, o duro vecchio, la
vana gloria letteraria con troppa debolezza, per non dire, ancora, fanciullagine”
Francesco Petrarca

“Nel busto di Seneca […] vediamo un volto che somiglia molto più a quello di un
corrucciato usuraio, pieno di rughe e di pensieri. E' la sua apparenza esatta,
poiché è ben noto che egli era avaro ed avido, e che s'occupava volentieri
d'ipoteche e di prestiti, e che conduceva affari spregiudicati anche per quei tempi.
E' ferreo e inflessibile e non sarebbe disdicevole neanche a un agente di Wall Street"
Herman Melville
Una video sintesi
Giovanni Reale: La filosofia come medicina dell’animo

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