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GIUSEPPE UNGARETTI (1888-1970)
Vita
Giuseppe Ungaretti nasce nel 1888 ad Alessandria d'Egitto da genitori entrambi
lucchesi. I suoi genitori si erano trasferiti per lavoro, dal momento che il padre
lavorava alla costruzione del canale di Suez. Giuseppe avrà sempre un ricordo
profondo del deserto che osservava nella sua città di infanzia. Resta orfano del
padre che muore in un incidente di lavoro (1890). La madre fa di tutto per
mandare avanti la famiglia e garantire al figlio una discreta educazione.
Frequenta l'Ecole Suisse Jacot, dove scopre la passione per la letteratura.
Nel 1912 si stabilisce in Francia, a Parigi, per studiare alla Sorbonne. Prende
alloggio in un alberghetto, in rue Des Carmes, «appassito vicolo in discesa»,
insieme all’amico Mohammed Sceab, che morirà suicida. Parigi in quegli anni
brulica di artisti da tutto il mondo: Ungaretti ha l’occasione di stringere amicizie
importantissime, che lo legano all’avanguardia artistico-letteraria (come
Apollinaire, Picasso, Modigliani, De Chirico).
Nel 1915, poco dopo aver pubblicato le sue prime poesie sulla rivista «Lacerba»,
si arruola volontario in fanteria per lo scoppio della Prima Guerra: comincia
quella straordinaria e drammatica esperienza al fronte, circondato, asfissiato
dalla morte. Combatte sul Carso e sul fronte francese. In trincea Ungaretti scrive
«lettere piene d’amore»: le poesie che andranno a far parte della raccolta “Il
porto sepolto”. Sono poesie fulminanti, rapide, concise, dove l’emozione che le
sostiene cerca la costante complicità del lettore. Una seconda edizione è datata
1923, con l’introduzione di Benito Mussolini.
In questa raccolta Ungaretti rompe con tutte le regole tradizionali della forma
poetica e trionfa, invece, una tensione espressionistica che nasce dall’urgenza
biografica; quindi, si esalta la parola in sé stessa come in una sorta di «religione
della parola». Infatti, verso e parola molto spesso coincidono perché il poeta
aveva bisogno di dire molto con poche parole.
Nel 1919, a guerra finita, è a Parigi. A Firenze viene pubblicata la sua raccolta
“Allegria di naufragi”, un titolo leopardiano. Nel 1920 sposa Jeanne Dupoix,
un’insegnante di francese, dalla quale ha due figli Anna-Maria e Antonietto. Nel
1921 si trasferisce a Marino (Roma) e collabora con il Ministero degli Affari Esteri
e nel 1928 Ungaretti si converte al cattolicesimo a seguito di un tormentato
percorso interiore.
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Nel 1930 muore la madre, cui dedica una poesia piena che esprime un dolore
composto e la speranza di rivederla, un giorno. Nel 1931 pubblica l’Allegria che
raccoglie le poesie delle prime due raccolte.
Intanto viaggia molto tra il 1931 e il 1933 perché è inviato all’estero da «La
Gazzetta del Popolo». La sua fama cresce e durante una visita in Argentina, gli
viene offerta la cattedra di Letteratura Italiana presso l'Università di San Paolo,
che terrà fino al 1942. Nel 1937 muore il fratello Costantino, nel 1939 un altro
lutto: per un’appendicite malcurata muore Antonietto, suo figlio, di nove anni.
Questo lutto getta il poeta in uno sconforto senza apparente via d’uscita.
Rientrato in patria nel 1942, viene nominato Accademico d’Italia e insegna
letteratura italiana contemporanea all’Università di Roma. Mondadori comincia
a ristampare tutte le opere del poeta sotto il titolo “Vita di un uomo”. I lutti, i
viaggi, la lontananza creano la base per un’altra raccolta fondamentale di
Ungaretti: Il dolore, del 1947. In occasione degli ottant'anni viene onorato dal
governo italiano: a Palazzo Chigi è festeggiato dal Presidente del Consiglio Aldo
Moro, oltre che da Montale e Quasimodo. Nel 1969 esce “Vita di un uomo”.
Tutte le poesie. Muore a Milano nella notte tra il 1° e il 2° giugno del 1970.
Poetica
Ungaretti fu il poeta precursore dell'Ermetismo fra i più importanti del
Novecento italiano. Ungaretti influenzerà le opere letterarie successive in modo
massiccio. La prima fase della sua produzione era di carattere originale e
rivoluzionario, la seconda fase della sua produzione è post Prima guerra
mondiale, che è invece più classicista e tradizionalista. La prima parte è
caratterizzata dalla raccolta “L’Allegria”, nelle cui poesie Ungaretti rinuncia alla
punteggiatura e compone versi per lo più brevissimi, compone addirittura versi
di una sola parola. Secondo la concezione della rarefazione della parola rispetto
all’immensità dello spazio bianco, vuole dire che la parola (poesia) è sola di
fronte al nulla e che la parola deve essere scavata nell’abisso e portata in
superficie.
Dal punto di vista tematico L’Allegria ruota attorno all’esperienza autobiografica
della guerra: a contatto con l’esperienza tragica della guerra, Ungaretti ricerca il
perché di quella condizione umana, e lo ritrova in un dialogo con la natura e nel
sentimento di solidarietà tra i soldati. Cerca di reagire al proprio dolore tramite
la poesia.
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In contrapposizione all’Allegria, vi è la raccolta successiva “Sentimento del
tempo”, che è caratterizzata dall’allontanamento del vissuto e dalla ricerca di
una poesia pura, stilizzata e astratta; è ispirata ai poeti Petrarca e Leopardi.
Rintroduce la punteggiatura e la metrica tradizionale, importante è anche il
principio simbolistico delle “correspondances”, grazie alla quale mette in primo
piano le associazioni tra elementi e sentimenti. In lui vibrano i grandi
interrogativi dell’uomo con una chiarezza e un’urgenza che lo assimilano
certamente a Leopardi perché anche di fronte al dolore più insensato, come la
morte di un figlio, riuscì a mantenere viva la speranza.
Fu un poeta straordinario e la sua influenza sulle generazioni successive fu
profonda. Ungaretti non fu mai imitatore di sé stesso: il suo stile cambiò, sempre
seguendo il suo cuore indomito e il suo spirito guerriero. Infatti, nel giorno del
suo ottantesimo compleanno, Ungaretti, tracciando un bilancio della sua vita,
affermò: «Sono stato un uomo della speranza; anzi, il soldato della speranza».
Dal punto di vista stilistico le poesie di Ungaretti sono quasi sempre brevissime.
L'opera per le sue caratteristiche formali rappresenta una novità nel panorama
della letteratura del tempo. Basti osservare alcuni aspetti:
1. i continui “a capo”: deve essere il lettore a cogliere la continuità di senso
del messaggio che né la costruzione della frase né le regole della metrica
possono più assicurare;
2. il lessico essenziale: non viene dato spazio a giri di parole e artifici retorici;
3. l'abolizione della punteggiatura;
4. la brevità delle liriche;
5. l'uso dell'analogia (spesso in sostituzione della similitudine). L'analogia
consiste nell'accostamento immediato di due immagini, situazioni,
oggetti tra loro lontani, fondato su un rapporto di somiglianza o di
uguaglianza. Nella poesia tradizionale l'analogia era espressa attraverso
la similitudine, che veniva introdotta dalle particelle correlative «come...
così tale)». Con l'Ermetismo vengono soppresse tali particelle e i due
concetti vengono fusi insieme nell'analogia.
6. anche i titoli delle liriche contribuiscono a definire il significato della
poesia.
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L’Allegria
L’Allegria è una raccolta di poesie scritte in forma di diario (infatti annota anche
data e luogo) nel periodo tra il 1914 e il 1919. In questa raccolta di poesie
confluirono i testi scritti da Ungaretti negli anni tra il 1914 e il 1919 e già dati alle
stampe in due precedenti raccolte: “Il porto sepolto” e “Allegria di naufragi”. Il
titolo della raccolta ci appare paradossale, visto che si tratta di poesie scritte al
tempo della guerra: esso esprime il paradosso dell'amore per la vita, della gioia
di vivere che nasce dall'esperienza quotidiana della morte.
Lo stesso Ungaretti ha definito “L'Allegria” un “diario di guerra”. Il libro è infatti
nato dagli anni trascorsi sul fronte durante la guerra; il poeta vi partecipò come
fante. Oggi la raccolta è divisa in cinque sezioni: Ultime, Il porto sepolto,
Naufragi, Girovago, Prime. Le tematiche sono: la guerra, lo sradicamento, la
ricerca d’identità, il rapporto con la natura, il potere della parola poetica.
I versi sono liberi e in genere brevi e brevissimi, Ungaretti abolisce la rima, i nessi
sintattici e la punteggiatura. Il carattere autobiografico e la testimonianza
diretta dell’autore sono sottolineati dalla presenza del presente indicativo e
dalla prima persona singolare del verso. Numerose sono anche le analogie, tra il
poeta e oggetti lontani e diversi dal contesto, poiché cerca di connettere
immagini imprevedibili con sentimenti e sensazioni comuni. Nell’Allegria la
poetica ungarettiana è sospesa tra l’espressionismo e il simbolismo, i vocaboli
infatti, presentano un alone di indefinitezza e mistero ma al tempo stesso
presentano una potentissima espressività.
Il Porto sepolto
“Il porto sepolto” è una raccolta fondamentale per lo studio di Ungaretti, poiché
attraverso di essa è possibile rendersi conto della matrice di ispirazione
ungarettiana. Il titolo fa riferimento a una leggenda che circolava in Egitto: si
raccontava che l’antica Alessandria avesse un meraviglioso porto che poi, però,
per una serie di vicissitudini, rimase sepolto.
Questa leggenda e questo titolo sono connessi alla poetica ungarettiana perché
Ungaretti, un po’ come Saba (che dice “amai la verità che giace al fondo”), era
convinto che la verità non fosse visibile ma che bisognasse scavare per ottenerla.
Il porto è sepolto e la sua poesia rappresenta il tentativo di riportare alla luce ciò
che non è naturalmente visibile, ovvero la possibilità di conoscenza della verità
che ha a che fare col senso della vita.
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Il poeta, inoltre, ha anche una funzione sociale, perché è quell’essere superiore
agli uomini comuni (poeta veggente) che sa rintracciare all’interno della realtà
aspetti segreti e ignoti all’uomo comune, essenziali per capire il significato della
vita.
L’allegria di naufragi
Il titolo di questa raccolta di poesie è costruito sull’accostamento ossimorico di
due termini: “allegria” e “naufragio”; come può essere connessa l’idea della
gioia con l’immagine tragica del naufragio? Secondo Ungaretti, il naufrago è
colui che è scampato al pericolo della morte, cioè colui che, pur affaticato,
assetato, sporco ed affamato, arriva a toccare la riva e scopre di essere ancora
vivo nonostante tutti i pericoli che ha dovuto affrontare. Da qui deriva l’allegria
(“piacer figlio d’affanno” diceva Leopardi, il piacere nasce cioè dalla percezione
di aver scampato il pericolo). Questa allegria è la gioia di un attimo in cui ci si
rende conto di essere salvi. Questo stato d’animo, dunque, dura solo un attimo,
poiché dopo il naufragio ci rende conto di essere ancora in pericolo di vita.
Quindi l’allegria è una brevissima epifania con cui l’uomo sente la gioia di essere
vivo, per ripiombare, poi, nella disperazione.
POESIA – I FIUMI (1916)
La lirica “I fiumi” fa parte della seconda sezione “Il porto sepolto” ed è uno dei
testi più importanti della raccolta Allegria e anche dell’intera opera di Giuseppe
Ungaretti perché si tratta di una sorta di autobiografia in versi che il poeta ci ha
regalato.
La lirica in esame è la più lunga dell’intera raccolta e, come si desume dal titolo
che ha sempre grande importanza per Ungaretti, descrive i fiumi che più hanno
significato nel corso della sua vita. In sé raccoglie tutti i temi e i luoghi presenti
nella raccolta Allegria: il paesaggio assolato dell’Egitto, il Carso dove il poeta
combatté come soldato di trincea la Prima Guerra Mondiale, la città di Parigi
dove visse per una parte della sua vita.
Lo spunto per la scrittura della lirica “I fiumi” nasce con l’immersione del poeta
nelle acque del fiume Isonzo, che si trova nel Carso, che lo spinge a ricordare
tutti gli altri fiumi che hanno segnato la sua esperienza di vita: il Serchio (fiume
della Toscana dove sono cresciuti i genitori del poeta), il Nilo (fiume di
Alessandria d’Egitto dove è cresciuto il poeta) e la Senna (fiume di Parigi dove il
poeta ha vissuto e studiato).
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Non tutto ciò che dice Ungaretti nelle sue poesie appare chiaro, infatti, lui è il
poeta per eccellenza dell’oscurità, del vago e dell’analogia. Lui stesso dice che la
poesia va sentita non compresa.
La poesia è composta da 69 versi liberi prevalentemente brevi, divisi in strofette
irregolari di pochi versi. Il poeta inizia introducendo l’albero mutilato a causa
della guerra, che ci fa capire che l’albero rappresenta l’alter ego di Ungaretti,
anch’egli mutilato interiormente a causa della guerra, lui si riconosce nella
natura spogliata dalla guerra. Solo che di fronte la guerra, la natura resta mentre
l’uomo viene travolto.
Continua descrivendo sé stesso immerso nella sua condizione esterna,
ambientale, presso una dolina, (una formazione tipica del paesaggio carsico, una
cavità di forma approssimativamente circolare che si è creata ad opera
dell'acqua che scorre o precipita sulla roccia calcarea). Quindi descrive il suo
stato d’animo di reduce dalla guerra.
Disteso nel letto del fiume Isonzo si sente come una reliquia conservata in
un’urna, un frammento superstite di un resto mortale, si sente come uno dei
sassi levigati su cui cammina con movenze d'acrobata, sotto il sole, il cui calore
benefico riceve con la stessa familiarità di un beduino che cinque volte al giorno
deve pregare rivolgendosi verso est, dove sorge il Sole, per ricevere la grazia di
Dio.
Il circo senza spettatori rappresenta la metafora della vita del poeta che è ormai
stata devastata dalla guerra, mentre l’acrobata che sembra camminare
sull’acqua è una similitudine alla figura mitologica di Gesù Cristo. L’acrobata, che
rappresenta il soldato (ovvero Ungaretti) è stato restituito alla sua esistenza
primordiale, solo di fronte la natura spoglia, anche essere “levigato” dall’Isonzo
significa conservare una vita primordiale. Il soldato in guerra viene paragonato
al supplizio di Cristo per qualcosa di superiore.
L’esperienza del bagno nell’Isonzo, lo spinge, dunque, sia a ricordare sia a
purificarsi. L’acqua, infatti, ha il ruolo di purificatrice, diventa quasi una fonte
battesimale (il poeta viene paragonato a Gesù che cammina sulle acque) ed è il
simbolo della vita. Ungaretti viene, infatti, affidato alle “mani” amorevoli
dell’Isonzo in cui si riconosce parte dell’universo, cosciente che il suo rammarico
è frutto sempre di una disarmonia con il creato. Le acque del fiume lo lavano e
lo purificano e gli danno una rara innocente felicità, riducendolo a qualcosa di
più astratto.
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È come se il passato fosse nel presente, come se non ci fosse distacco. Lo scopo
di Ungaretti è quello di costruirsi una carta d’identità: lui è nato da due genitori
italiani, in una terra non italiana (in Egitto), quindi si tratta di una carta d’identità
confusa, lui è un espatriato, uno sradicato, un nomade. L’unica identità italiana
è la poesia che è l’unica che può dargli l’identità di poeta, e lo fa cercando di
enumerarle ed evocarle nella sua memoria, ripassa le epoche della sua vita,
rappresentate dai fiumi.
Quattro fiumi disposti in quattro diverse aree d’Europa che ricostruiscono la
fibra del poeta e lo aiutano ad entrare in armonia con il creato e con sé stesso,
sebbene permanga un forte senso di nostalgia, tanto è che la poesia si chiude
come è iniziata: con un paesaggio notturno che riflette l’angoscia e la
desolazione che il poeta prova di fronte al mondo sconvolto dall’atrocità della
guerra.
L’Isonzo, il fiume che scorre nel Carso devastato, su cui i fanti italiani
combatterono dodici battaglie terribili contro gli Austriaci. Questo fiume
rappresenta il periodo duro e terrificante della guerra, fiume in cui il poeta
si riconosce fino in fondo come una parte piccolissima dell’universo (“una
docile fibra dell’universo”), dopo aver compiuto un lungo processo per
acquisire la consapevolezza di essere comunque nella soavità dell’acqua,
così come nell’angoscia che deriva dal vedere la devastazione del Carso.
Si tratta del luogo in cui il poeta resiste nel paesaggio come un albero
mutilato e contempla la natura per ritrovare il senso delle cose.
La guerra mette Ungaretti a nudo e lo porta ad una maggiore
consapevolezza di sé e dei suoi rapporti con la natura, a conoscere
pienamente la condizione umana.
Il Serchio, fiume della Toscana, vicino Lucca, dove ha attinto l’acqua la sua
stirpe; rappresenta la sineddoche di 2000 anni di antenati e dell’origine di
entrambi i genitori che avrebbero preso l’acqua da quel fiume per vivere.
Il Nilo, fiume in Egitto, terra che lo ha visto nascere e crescere
adolescente. Il poeta dice, infatti, “ardere di inconsapevolezza”, si tratta
della metafora del desiderio puro d’infanzia e d’adolescenza. E quando
dice “distese pianure”, si riferisce al deserto, perché viveva in periferia.
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La Senna, il fiume di Parigi, dove il poeta trascorso la sua giovinezza prima
del servizio militare e dove ha conosciuto sé stesso. Parigi è anche la città
nella quale Ungaretti ha conosciuto il “torbido” malessere esistenziale (lo
spleen di cui ha parlato Baudelaire), e ha acquisito consapevolezza e si è
formato come letterato. L’acqua torbida sta a indicare il carattere
cosmopolitico e multiculturale delle città parigina, nel fiume si mescolano
acque diverse (che simboleggiano le etnie diverse), e quindi l’acqua
diventa torbida. Anche Ungaretti ha ricevuto tanti influssi di culture
diverse, quindi anche lui si sente rimescolato, con la sovrapposizione di
passato e presente.
Il ricordo di questi fiumi affolla la memoria nostalgica dell'uomo, ora che la sua
vita è oscura e che sembra una collana di tenebre, perché «le tenebre della notte
evocano l’immagine di una vita piena di incognite, racchiusa in un cerchio oscuro
di timori e di presagi di morte. Nell’ultima strofa l’immagine floreale usata per
descrivere la corolla di tenebre, si collega perfettamente all’immagine lunare
della prima strofa.
Il primo tema è, quindi, il recupero del passato attraverso la memoria e il
secondo tema è il ristabilimento di un rapporto di armonia con il creato, che
l’esperienza della guerra sembra aver infranto. Bagnandosi nelle acque
dell’Isonzo, il poeta ha la sensazione di essere in piena sintonia con l’universo e
con sé stesso. Ciò l'induce a ripensare a tutti i fiumi che ha conosciuto, simbolo
delle diverse tappe della sua vita.
La “corolla di tenebre” alla fine della poesia è un’analogia, la corolla è la parte
che avvolge il cuore del fiore, e in questo caso richiama l’idea della morte e della
precarietà della vita, in particolare nella situazione di guerra di cui è protagonista
Ungaretti.
Con l’immagine di una tenebra che diventa un fiore, Ungaretti vuole dirci che
dalle tenebre della sua anima, lui ha estrapolato la poesia. Si tratta di un fiore
che nasce dal dolore, dal buio della distruzione della morte, del passato
terrificante della guerra.
Alla fine della poesia, Ungaretti dice di aver ottenuto finalmente la sua carta
d’identità, questa è la poesia in cui lui si è conosciuto e riconosciuto, lui ha avuto
la parola (ovvero la poesia) grazie a Parigi, ma grazie all’Isonzo, ha avuto parola
originale, poesia con parole scavate nell’abisso, grazie alla sua esperienza di vita
al fronte che gli ha permesso di rinascere dal buio.
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Il poeta stesso sembra non conoscere il vero senso della propria poesia, perché
nasce dall’inconscio, dal dolore più profondo.
Altri temi presenti sono:
La metafora dei fiumi, che permea tutto il componimento e si rifà alla
concezione di Henri Bertson sulle languità: egli ritiene il fiume come la
metafora della vita in cui scorrono le generazioni umane che hanno dato
vita al mondo. Lo slancio vitale del flusso del fiume come flusso del tempo
che, però, viene evocato non a partire dalla sorgente (ovvero dal fiume
più antico: il Nilo) ma dal fiume in cui si trova Ungaretti (a Cotici).
Il tema del viaggio, del nomadismo sul fiume (riferito all’amico morto
suicida);
Il tema del dolore causato dall’esperienza terrificante della guerra (che si
può notare anche dall’impoverimento anche fisico “le mie 4 ossa” numero
indefinito per dire che ne sono rimaste poche), ma anche della nostalgia
per un luogo prenatale.
Non si tratta, però, di nostalgia in senso doloroso o distopico, ma in senso
di felicità, perché Ungaretti è in allegria nel senso di un uomo che sta
tentando un ritorno alla poesia, che è sepolta nell’acqua. Si tratta di un
componimento che nasce da un raro momento di felicità.
Ungaretti non utilizza la punteggiatura, ma utilizza molti participi passati nella
poesia, tipico del manifesto futurista che ritiene che si debbano utilizzare i modi
infinito e participio perché non hanno un pronome. È come se la poesia, così,
non avesse un soggetto, è la poesia stessa che parla, i futuristi, infatti, miravano
ad abolire l’io. Come figure retoriche incontriamo enjambements,
personificazioni, allegorie, deittici, con la ripetizione del pronome “questo”,
quando enumera i fiumi della sua vita.
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POESIA – IN MEMORIA (1916)
“In memoria” è una poesia che Ungaretti scrive a Locvizza, il luogo in cui avviene
il ricordo di un fatto riguardante la sfera personale dell'autore che rievoca la
sfortunata vita dell'amico Moammed Sceab, suicida nel 1913, con cui il poeta
aveva condiviso l'indirizzo di Parigi, all'albergo di rue des Carmes. Si tratta di uno
dei componimenti più amati di Ungaretti forse per l’emotività che esprime.
Moamed Sceab si toglie la vita perché si sente senza radici (déraciné), motivo
per cui non riesce a diventare un poeta. Esule in Francia e nel proprio paese,
subisce una crisi di identità. Rimane come sospeso tra la tradizione, che ha
lasciato alle spalle, e il nuovo orizzonte culturale, non sufficientemente
interiorizzato. La condizione di Moammed rispecchia molto da vicino quella del
poeta che, pur di origine italiana, era nato in Egitto, da dove era
successivamente emigrato in Francia. Anche il poeta si era sentito “senza patria”
in rue des Carmes, ma a differenza dell’amico, riesce ad “avere la parola”.
Questa poesia fa parte della seconda sezione dell’Allegria, “Il porto sepolto”,
costruito proprio sulla sopravvivenza di Ungaretti, sconvolto dopo essersi
trovato in una specie di fosso con il cadavere di un soldato. Ungaretti è
sopravvissuto all’atrocità, all’esposizione alla morte, Moamed no e nel poeta vi
è un grande senso di colpa.
Moamed è l’unico nome che appare nel “Porto sepolto”, oltre a quello
dell’autore e dell’editore. Non è un caso che “Il porto sepolto” inizia e finisce
con un nome proprio, in apertura vi è proprio quello dell’amico Moamed.
La poesia si apre con “si chiamava”, con un verbo al passato, che ci fa capire che
Moamed non vive più. Nel corso del componimento noteremo che tutti i verbi
sono al passato, anche l’amore per la Francia forse si era concluso prima della
morte dell’amico. Moamed era un arabo discendente nobile da amiri arabi di
nomadi. Al centro del componimento, oltre la negazione (che possiamo notare
dalla negazione rafforzata “ma non”), vi è la ricerca dell’appartenenza, della
carta d’identità. Moamed la cerca rinnegando le sue origini ma non la trova, a
differenza di Ungaretti che l’ha trovata tramite la sofferenza.
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Anche Moamed era uno sradicato, un disadattato ancor di più di Ungaretti dato
Moamed nasce in una famiglia di nomadi. Moamed rinnega le sue origini, che
possiamo notare anche dal fatto che non riesce più a comprendere il canto
arabo, ovvero la poesia. Questa rinnegazione gli renderà impossibile diventare
poeta.
Infatti, alla fine della poesia, Ungaretti utilizza una citazione di Vittorio Alfieri “E
forse solo io so ancora che visse” riferito all’amico Moamed, perché non è mai
riuscito a raggiungere la notorietà e a seguire il suo sogno come fece Ungaretti.
Il senso di vuoto che sente Ungaretti in riferimento alla fine della vita di
Moamed, è rievocata dall’elemento patetico del verso in cui dice “decomposta
fiera”, fiera finita e che viene sgomberata, allude alla sporcizia che rimane
accumulata in terra dopo il mercato. Ma "decomposta" richiama anche
l'immagine del camposanto (v. 29), stringendo in un unico rapporto le
manifestazioni della vita e il destino dell'amico.
Schema metrico
La poesia è composta da otto strofe di lunghezza irregolare, formate da versi
per lo più brevi. Nel testo vi sono due aspetti fondamentali: la commozione con
cui il poeta ricorda l'amico scomparso, compagno di studi ad Alessandria fin
dall'adolescenza; e la riflessione non tanto sul perché del suicidio, bensì sul
perché ai due amici sia toccata una sorte così differente, sebbene le premesse
fossero simili. Sia Ungaretti sia Mohammed Sceabs, infatti, sono dei sofferenti,
in quanto esuli (nomadi, per utilizzare un termine ungarettiano), sradicati dalla
terra d'origine, in cerca di stabilità.
Da ciò si intuisce che la figura di Mohammed è vista dal poeta anche come
simbolo dei cambiamenti in atto, di una crisi di civiltà (lo sradicamento sociale,
la Prima guerra mondiale) che tormenta la sua epoca. La sottolineatura
dell'integrazione mancata è assai forte: “non aveva più Patria; non era Francese
e non sapeva più vivere nella tenda; non sapeva sciogliere”, ecc.
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Lo stile
Sul piano dello stile, la lirica ha un andamento intimo e affettuoso. I versi, brevi
e rallentati, hanno il tono alto e severo di un'orazione funebre. I tempi verbali
oscillano tra passato e presente, ricordo e cronaca: i tempi passati (“amò, mutò,
fu”) incalzano il lettore; gli imperfetti, spesso di forma negativa (“si chiamava,
non aveva, non sapeva”), impongono una pausa; per la rievocazione usa il tempo
presente: "Riposa / nel camposanto d'Ivry".
La mancanza di punteggiatura sostituita dagli spazi bianchi i quali, oltre a
scandire i periodi separandoli uno dall'altro, hanno due funzioni: una semantica
(le parole acquistano respiro e, così isolate, esprimono a fondo il loro
significato); una espressiva come pausa di silenzio (prova a leggere ad alta voce
e a fare una breve pausa ad ogni spazio);
in questo silenzio che scandisce la lettura sentirai campeggiare le immagini che,
libere da ogni vincolo metrico e talvolta sintattico (nota nella seconda strofa
l'ellissi, cioè la soppressione del verbo) possono esprimere tutta la loro forza.
Figure retoriche
Enjambements: vv. 1-2; 3-4;
Ripetizione: "di emiri di nomadi" (v. 4), "non era francese / e non sapeva più
vivere" (vv. 11-12).
Metafore: "cantilena / del Corano" (v. 15). Deriva dal fatto che Corano significa
in arabo recitare ad alta voce. "sciogliere / il canto del suo abbandono" (vv. 19-
20). "L'ho accompagnato / insieme alla padrona dell'albergo / dove abitavamo"
(vv. 22-24). Allude al cimitero. "Una / decomposta fiera" (vv. 33-34). Allude alla
condizione di morte del protagonista.
Similitudine: "sobborgo che pare una decomposta fiera" (vv. 30-34)
Antitesi: "Fu Marcel ma non era Francese" (vv. 10-11).
Ellissi: "di emiri di nomadi suicida" (vv. 4-5). Soppressione del verbo.
Spiegazione per parola
“Emiri”: capi politici e militari arabi, discendenti di Maometto e dei califfi.
“Mutò nome”: tentò di mutare la propria identità storica e culturale, la propria
personalità senza riuscirvi. “Fu Marcel”, trasferitosi a Parigi, Mohammed aveva
scelto per sé il nome francese di Marcel.
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“La cantilena/del Corano”: la monocorde recitazione delle preghiere previste dal
Corano, allude anche alla perdita delle radici religiose da parte dell'amico.
“Canto”: è sinonimo di poesia, attraverso la quale ci si può "abbandonare",
mendicando le ferite dell'esistenza.
“L'ho accompagnato”: allude naturalmente alla bara, nel senso che ha seguito il
suo funerale fino al cimitero. Trasmette una condizione di solitudine desolata.
“Appassito vicolo”: l'aggettivo indica lo sfiorire della vita, il sentore della morte
che incombe. Si tratta di un linguaggio crepuscolare, che utilizza l’abbassamento
del linguaggio, non a caso la strada in cui abitavano si trova in discesa. L'amico
abitava in solitudine e povertà.
“Camposanto d'Ivry”: cimitero alla periferia di Parigi.
POESIA – VEGLIA (1915)
Veglia è un componimento poetico molto letto e famoso di Giuseppe Ungaretti,
compare per la prima volta nella raccolta “Il porto sepolto”; adesso fa parte della
seconda sezione “Il porto sepolto” nella raccolta “L’Allegria”.
Il testo si compone di due strofe di diversa lunghezza; i versi sono liberi, cioè non
collegati con delle rime, e senza punteggiatura e sono raggruppati in due strofe
(una di 13 e l’altra di 3 versi). Sul piano del contenuto si possono individuare due
temi fondamentali: l'orrore della guerra e l'attaccamento alla vita da parte del
poeta.
L’Allegria fu pubblicata nel primo dopoguerra. Il poeta rivive l’esperienza della
Prima guerra mondiale, dalla quale nascono profondi tratti di fratellanza e
umanità. Nonostante il dolore e la morte siano predominanti nel conflitto, da
essi nasce un amore per la vita e un ottimismo che è in piena sintonia con il titolo
dell’opera.
La poesia è preceduta da un’indicazione di luogo e tempo: Cima Quattro il 23
dicembre 1915; si tratta di una postazione militare sul monte San Michele. Una
prima osservazione merita proprio questa indicazione: il fatto che il poeta indichi
con precisione luogo e data testimonia la sua volontà di rendere tali poesie come
tante pagine di una sorta di diario di guerra, su cui annotare le riflessioni
determinate dalla tragica esperienza bellica.
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Questo è il primo componimento dopo il primo combattimento a cui aveva
assistito, in cui il poeta racconta la nottata trascorsa accanto al cadavere di un
compagno (prima parte della poesia vv. 1-11). L’incontro, anche fisico, con la
morte gli fa sentire un attaccamento alla vita mai conosciuto prima.
Si tratta di una condizione che ben presto diventava abituale per i militari: la vita
nella trincea era durissima sia per i disagi materiali che essa comportava (le
difficoltà di approvvigionamento di acqua e cibo, le condizioni atmosferiche che
in ogni caso risultavano moleste, i problemi igienici, la presenza di topi) sia per
quelli di tipo psicologico, in particolare la costante presenza della morte (sia al
momento dell'attacco nemico e dell'assalto alle postazioni avversarie sia per le
scene come quella descritta da Ungaretti nel suo testo).
Ma Ungaretti (e con questo passiamo al secondo momento del testo) non si fa
travolgere dalla situazione: egli non si arrende al dolore e alla morte, ma afferma
con forza il suo attaccamento alla vita, mediante la riscoperta dell'amore, cioè
la riaffermazione di un istinto naturale, a indicare la riconquista dei valori di
un'umana solidarietà (del resto la stessa veglia del poeta accanto al corpo morto
del compagno dimostra la volontà di non lasciarsi travolgere dall'orrore, ma di
riaffermare i sacri vincoli tra gli uomini). Si realizza, in sostanza, un vero
paradosso: la presenza della morte suscita una reazione opposta, una reazione
vitale che si esprime in un amore per l'umanità e per la vita tanto più forte
quanto più è tremenda e reale è l'esperienza della morte.
Notiamo subito molto spazio bianco, alcuni versi sono addirittura composti da
una sola parola, nessun uso della punteggiatura e diversi verbi al participio
passato, che rivelano tutta la crudeltà e l’orrore della guerra («buttato»,
«massacrato», «digrignata», «volta», «penetrata»), il poeta descrive la
condizione del compagno d’armi ucciso, con il volto caratterizzato da un ghigno
dovuto alla violenza della morte illuminato dalla luna piena e le mani paonazze
per l’assenza di circolazione. Eppure, dal v. 12, l’atrocità del contesto bellico
lascia spazio a sentimenti d’amore e di attaccamento alla vita, che nascono
proprio come contrapposizione dell’io al dolore e alla morte.
All’inizio e alla fine del componimento vi sono diverse allitterazioni, un eccesso
di consonanti dentali “t” che vengono ripetute, come se fosse una specie di
onomatopea che indica la paura, il digrignare dei denti per la paura, ma anche
per il freddo dentro quella fossa in cui Ungaretti deve restare tutta la notte.
Anche il suono “r” dà l’idea della condizione tragica in cui si trova il poeta.
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Ungaretti presta una particolare attenzione alla scelta delle parole. Il compagno,
ad esempio, non è solo morto, ma “massacrato”: il termine descrive l'orrore e la
violenza della sua morte. Allo stesso modo, la sua bocca è “digrignata” e non
semplicemente aperta: quel termine esprime un'azione animalesca piena di
rabbia
Quando il poeta dice “congestione delle sue mani penetrata nel mio silenzio”
mette in atto un’analogia, il suo silenzio è abitato dal compagno ucciso. In
contrasto al silenzio della morte vi è la parola, la scrittura d’amore per la vita,
per i compagni caduti. Questo provoca in Ungaretti un fortissimo sentimento e
attaccamento alla vita di fronte alla fugacità e velocità della fine della vita. Ciò
non significa desiderio di rimanere vivo, ma attaccamento alle emozioni provate
in vita, che possono essere perse in un solo secondo.
Nelle Note a L’Allegria Ungaretti, in riferimento alle poesie del Porto sepolto e
all’esperienza della guerra, spiega che: era in presenza della morte, in presenza
della natura, di una natura che imparava a conoscere in modo nuovo, in modo
terribile. Dal momento che arrivo ad essere un uomo che fa la guerra, non è
l’idea di uccidere o di essere ucciso che lo tormenta, perché lui era un uomo che
non voleva altro per sé se non i rapporti con l’assoluto, l’assoluto che era
rappresentato dalla morte, non dal pericolo, che era rappresentato da quella
tragedia che portava l’uomo a incontrarsi nel massacro.
Nella sua poesia non c’è traccia d’odio per il nemico, né per nessuno: c’è la presa
di coscienza della condizione umana, della fraternità degli uomini nella
sofferenza, dell’estrema precarietà della loro condizione. C’è volontà
d’espressione, necessità d’espressione, c’è l’esaltazione, quell’esaltazione quasi
selvaggia dello slancio vitale, dell’appetito di vivere, che è moltiplicato dalla
prossimità e dalla quotidiana frequentazione della morte. “Viviamo nella
contraddizione», diceva Ungaretti. Sta proprio in questo il significato
dell’Allegria di naufragi: dopo la distruzione e l’orrore, emerge lo slancio vitale.
Figure retoriche
Fra le figure retoriche presenti in Veglia si possono ricordare le seguenti:
l’allitterazione della lettera “t” nei vv. 1-2 (intera, nottata, buttato); i numerosi
enjambement (vv. 1-2; 2-3; 3-4; 4-5; 5-6; 6-7; 8-9; 9-10; 10-11; 12-13; 14-15; 15-
16); la metonimia ai vv. 8-9 (con la congestione / delle sue mani sta per mani
congestionate, gonfie); la metafora (la congestione / delle sue mani /penetrata
/ nel mio silenzio).
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POESIA – FRATELLI (1916)
Questa poesia fa parte della seconda sezione dell’Allegria, “Il porto sepolto”. La
prima stesura della poesia fu scritta da Ungaretti il 15 luglio 1916 intitolata
“Soldato”, la seconda versione che è quella definitiva, risale al 1943 con il titolo
di “Fratelli”. Nella poesia, come tutte le altre di Ungaretti, è segnalata anche la
località in cui il poeta si trovava al momento della composizione: Mariano,
sull'altopiano del Carso).
La poesia ha al centro il tema della precarietà dell'esistenza umana, ma anche
quello della fratellanza, che è la risposta alla fragilità dell’uomo che lo porta a
stringersi con i suoi simili nel dolore. Il testo, in generale, si presta ad
esemplificare il processo di scavo della parola e la ricerca dell'essenzialità propri
della raccolta intitolata L'Allegria. Inoltre, il componimento è di tipo bellicista e
non pacifista, perché non si pente dell’appoggio dato alla guerra, tanto che
Ungaretti dopo la guerra si avvicinerà al fascismo e pubblicherà addirittura un
libro con la prefazione scritta da Mussolini. Ungaretti si allontana poi dal
movimento perché le sue poesie non hanno avuto l’interesse che sperava da
parte del governo.
Da un brevissimo episodio, cioè l'incontro tra soldati appartenenti a reggimenti
diversi, scaturisce un appellativo (“fratelli”) che è come un lampo nel buio; nella
situazione limite della guerra l'uomo riscopre la sua fragilità e insieme la sua
spinta interiore a trovare una solidarietà più profonda con i suoi simili. Quella
parola pronunciata dal poeta (o da un suo compagno) è definita “un'involontaria
rivolta”: il poeta ci vuol far comprendere che i soldati, involontariamente, stanno
per istinto manifestando la loro opposizione a quella condizione di orrore in cui
la guerra li ha precipitati.
Si tratta di una parola fuori contesto su un campo di battaglia, ma essa si
trasforma in un disperato appello alla comune umanità e, dunque, al
superamento della diffidenza e dell'odio in nome di una comune e originaria
fratellanza.
La parola chiave del testo è, ovviamente, “fratelli”. Essa è presente al secondo
verso e alla fine del testo: sempre isolata e in forte evidenza, proprio perché è il
senso principale del componimento. A questa parola si collegano anche altre
immagini attraverso il meccanismo dell'analogia. In particolare, «foglia appena
nata» e «involontaria rivolta».
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La prima allude alla vita: come una foglia appena nata è segno della vita che
rinasce e della speranza, così quella parola «fratelli» è un segno di vita e di
speranza nel contesto di orrore in cui è pronunciata.
Ecco perché quell'appellativo appare come una rivolta, anche se involontaria,
dunque istintiva, alla morte e alla guerra, dunque alla sorte che costringe gli
uomini all'assurdità e ai rischi della guerra, nella piena consapevolezza della loro
fragilità.
SOLDATO FRATELLI
VERSIONE DEL 1916 VERSIONE DEL 1943
Di che reggimento siete Di che reggimento siete,
fratelli? fratelli?
Fratello Parola tremante
tremante parola nella notte
nella notte
come una fogliolina Foglia appena nata
appena nata
Saluto accorato nell’aria spasimante Nell’aria spasimante
imporazione involontaria rivolta
sussurrata dell’uomo presente alla sua fragilità
di soccorso
all’uomo presente alla sua Fratelli
fragilità
Le differenze più evidenti sono le seguenti:
1. la trasformazione del titolo;
2. la parola «fratello» del v. 3 viene spostata, al plurale, al v. 10;
3. al v. 4 la “tremante parola” si trasforma in “parola tremante”;
4. la similitudine ai vv. 6 e 7 scompare e il termine «fogliolina» viene
sostituita da «foglia».
La similitudine viene sostituita dall'analogia. Il diminutivo viene eliminato, in
quanto ne indica la fragilità e precarietà; il termine «foglia» permette di
evidenziare lo sbocciare di una grande speranza di sopravvivenza di fronte alla
furia distruttrice della guerra. Questo concetto viene ribadito anche dalla
ripetizione della parola «fratelli» alla fine del testo.
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POESIA – SONO UNA CREATURA (1916)
La poesia "Sono una creatura" è stata scritta da Giuseppe Ungaretti, porta
l'indicazione "Valloncello di Cima Quattro il 5 agosto 1916" e fa parte della
seconda sezione della raccolta L'Allegria, “Il porto sepolto”. I temi trattati sono:
l'assoluta disumanità della guerra - la solitudine, l'angoscia, il dolore. Si tratta di
un componimento di straordinaria abilità metrica e retorica, in cui il mistero e la
teatralità hanno un forte impatto emotivo nel lettore.
La poesia è composta da tre strofe di versi liberi senza punteggiatura, anche se
la parola con la quale inizia ogni strofa presenta la lettera maiuscola, questo ci
fa capire che c’è il punto prima e che Ungaretti in fondo non riesce a fare a meno
della punteggiatura. Quindi, i punti sono sostituiti dagli spazi bianchi (effetto di
solitudine e sofferenza) e la cadenza del ritmo sostituisce le virgole.
Varia il numero dei versi nelle strofe e varia anche la misura dei versi, che sono
senari, quinari, quaternari e ternari. La lirica è costruita secondo una struttura
molto semplice, sia per la brevità dei versi che per le immagini ridotte
all'essenziale, in modo da ottenere il massimo risultato espressivo (cioè evocare
sentimenti, emozioni, oggetti e paesaggi) con il minimo uso di parole poetiche.
Due sono i procedimenti adottati dal poeta:
1. il primo è quello dell'accumulazione ascendente, che tende, attraverso
una serie di immagini in successione, a culminare in un vertice emotivo
(climax) costituito da "totalmente disanimata".
2. Il secondo procedimento consiste nell'uso della figura retorica
dell'anafora: ancora una volta si raggiunge il vertice emotivo (climax)
attraverso quattro versi costituiti da aggettivi di spessore semantico
crescente (fredda, dura, prosciugata, refrattaria) introdotti dall'avverbio
"così", ripetuto all'inizio di ognuno dei quattro versi e anche nel penultimo
verso della strofa, seguito dall'avverbio "totalmente", così perentorio, il
quale, a sua volta, introduce l'ultimo verso della strofa, che è formato da
una sola parola: l'aggettivo "disanimata". L'altra ripetizione di verso
"Come questa pietra": serve a mettere in rapporto di comparazione le
prime due strofe (comparativo di uguaglianza).
La parola chiave della poesia è "pietra": viene, infatti, ripetuta per due volte. La
rima collega "prosciugata" a "refrattaria" con affinità di senso (entrambi i
termini suggeriscono un'idea di privazione).
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La poesia è ambientata nel monte di San Michele, presso Gorizia, alle pendici del
quale gli eserciti italiani erano schierati nell'agosto del 1916 in attesa
dell'imminente conquista della città.
In Ungaretti l'acqua è sempre un elemento positivo, mentre l'idea di morte è
espressa con i termini di aridità. In questa poesia vi è uno scenario duro e arido:
da una parte il pianto, segnale di dolore, ma anche di vita, dall'altra la pietra, in
cui il pianto stesso si è ridotto, pietrificandosi. Non è sparito il dolore: solo, è
penetrato nell'intimo dell'anima e non lascia più tracce all'esterno. L'aridità delle
rocce, carsiche, però è solo apparente: in profondità l'acqua scorre.
Alla pietra prosciugata del Carso corrispondono gli occhi asciutti del poeta, è un
riferimento al flusso vitale: la pietra che ha perduto l’acqua è la metafora della
morte, della durezza dell’esistenza bellica che ha fatto perdere l’anima a chi vi
ha assistito. Si tratta di una poesia triste, quasi come il paesaggio del Carso così
arido e freddo. La sofferenza del poeta Ungaretti è così tale che non ha più le
lacrime per piangere, o per meglio dire, si tratta di un pianto nascosto, intimo. Il
suo dolore lo possiamo paragonare a quella pietra così senza vita. Vivere è
uguale a soffrire, la sofferenza è uguale solo con la morte.
Di grande impatto emotivo è l’epifonema all’ultimo verso, che può non
significare nulla di ben preciso, i lettori devono sempre sforzarsi di trovarvi un
senso. Questa è una delle principali caratteristiche delle poesie ungarettiane:
non riescono mai a essere spiegate in modo definivo e certo. Probabilmente
Ungaretti voleva dire che coloro i quali sopravvivono scontano la pena di aver
visto la morte degli altri, indica una specie di accettazione della storia vissuta, in
modo da poter vivere la vita senza sofferenze. Noi riusciamo a superare la morte
solo se la viviamo in vita, quindi, dobbiamo vivere anche se si pensa di essere
morti, perché tutte le creature viventi sono sottoposte al dolore.
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Figure retoriche
Similitudine: "Come questa pietra" (v. 1 e 9);
Assonanza: "pietra-fredda"; "prosciugata/refrattaria/disanimata"; è una forma
di rima imperfetta che si ha quando, in due o più versi, le parole terminali
contengono le stesse vocali a cominciare da quella accentata (mentre le
consonanti sono diverse, ma per lo più di suono simile).
Allitterazioni: ripetizione (a fini per lo più di onomatopea) di lettere o sillabe (o
semplicemente di suoni uguali o affini), in una serie di due o più vocaboli, in
questo caso delle consonanti "t" ed "r": "questa pietra; prosciugata refrattaria";
Epanalessi: è una figura retorica che consiste nel ripetere all'inizio, al centro o
alla fine di una frase una parola o un'espressione per rafforzarne l'idea. "Come
questa pietra" (v. 1 e 9);
Anafora: è una figura retorica che consiste nel ripetere una o più parole all'inizio
di frasi o di versi successivi, per sottolineare un'immagine o un concetto: si tratta
del modulo tipico della ripetizione. "così…così", perché è all'inizio di più versi (vv.
3-7);
Anastrofe: è una figura retorica consistente nell'inversione dell'ordine abituale
di un gruppo di termini successivi. "come questa pietra / è il mio pianto" (vv. 9-
10);
Epifonema: "La morte si sconta vivendo”, cioè un’asserzione che ha valore di
sentenza, ogni giorno con la nostra sofferenza paghiamo il nostro tributo. (vv.
12-14);
Enjambement: vv. 1-2; 7-8.
Climax: "fredda, dura, prosciugata, refrattaria, disanimata".
Ossimoro: è una figura retorica che consiste nell'accostamento di due termini di
senso contrario o comunque in forte antitesi tra loro. "morte" e "vivendo" (vv.
12-14).
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POESIA – C’ERA UNA VOLTA
La poesia "C'era una volta" è stata scritta da Giuseppe Ungaretti, porta
l'indicazione "Quota Centoquarantuno l'1 agosto 1916" e fa parte del “Il porto
sepolto”, seconda sezione raccolta L'Allegria. Il componimento è formato da due
strofe in versi liberi senza punteggiatura.
Il titolo affettuoso "C'era una volta" è una tipica espressione utilizzata come
introduzione in numerose fiabe che sottolinea il tema della poesia:
l’affettuosità. Ungaretti, infatti, adotta di proposito parole dolci e serene tipiche
del mondo fiabesco e dei sognatori: "cappuccio, velluto, dolce, poltrona,
appisolarmi, fievole, luna". Inoltre, il "c'era una volta" si usa per raccontare
storie di un passato molto lontano e, quindi, Ungaretti che è in guerra e si sta
riposando all'aperto, ripensa a quando si poteva rilassare in luoghi più
confortevoli. Sebbene la guerra sia un tema dominante in molte poesie di
Ungaretti, in questa sembra non essere presente, perché non vi sono riferimenti
a trincee, distruzione, dolore e morte. Tuttavia, andando a rivedere la data in cui
è stata scritta "1 agosto 1916" vi è già un riferimento alla prima guerra mondiale,
e anche il luogo "Quota Centoquarantuno" è un altro riferimento, in quanto è il
nome di una località del fronte.
Questa poesia è stata scritta il 1° agosto 1916, nel pieno della stagione estiva.
Nell'arido pomeriggio carsico, in piena guerra, il poeta, osserva l'improvviso
cambiamento del colle di Bosco cappuccio lasciandosi trasportare in un primo
momento dall'immaginazione e poi dai ricordi. Egli non vede più l'arido
paesaggio intorno a sé, bensì un terreno in pendenza (un declivio), ricoperto di
erba verde, morbida e folta, come il velluto, che gli richiama alla mente la
comodità di una riposante poltrona.
E quando il poeta pensa alla poltrona, egli fisicamente si trova nel paese
straziato dalla guerra (il Carso), invece spiritualmente si trova a Parigi, in un caffè
remoto e appartato, in cui gli sarebbe piaciuto appisolarsi alla luce di una
lampada a bassa luminosità, come il chiarore della luna che imbianca Bosco
Cappuccio. Non si tratta della speranza di poter rivivere questi momenti bensì di
riviverli attraverso il dolce ricordo del passato: prima che partisse per la guerra,
il poeta viveva a Parigi ed era un assiduo frequentatore di caffè, dove incontrava
i suoi amici letterati e artisti. Tra questi vi era anche l'amico egiziano Moammed
Sceab a cui ha dedicato il componimento "In memoria". Per questo il titolo della
lirica è "C'era una volta": l’inizio consueto di tutte le favole.
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Lo stile
uso attento degli aggettivi (verde, dolce, remoto, fievole);
uso di pause, rese evidenti dalla scomposizione dei versi liberi;
ritmo lento, che serve a mettere in risalto alcune parole chiave (declivio,
velluto, dolce, poltrona, appisolarmi), e a trasmettere un effetto di
dolcezza e il desiderio di una pace perduta.
la sintassi accosta due sole frasi senza alcun segno di interpunzione.
nella prima strofa le parole tramutano ciò che il poeta vede (un declivio)
in un'immagine analogica e di fantasia (una poltrona), tale analogia si fa
più intensa nella seconda strofa, e ciò che era solo nella sua fantasia inizia
prendere forma anche nella memoria del poeta: il declivio è divenuto
veramente una poltrona, in un caffè remoto;
l'avverbio di luogo (là) indica la lontananza dal colle di Bosco Cappuccio,
invece l'aggettivo dimostrativo (questa, v. 10), che forma un deittico
perché si ripete per due volte, indica la vicinanza della località del Carso
in cui il poeta si trova;
il verbo all'infinito (appisolarmi) indica un'azione che non avviene in una
precisa dimensione temporale, ma che si compie soltanto nella mente del
poeta.
Figure retoriche
Similitudine: "come una dolce poltrona" (vv. 4-5), "come questa di questa luna"
(vv. 10-11).
Simploche: è una figura retorica che combina anafora ed epifora, ripetendo
parole o gruppi di parole sia all'inizio sia alla fine di ogni frase di una serie,
"questa... questa" (vv. 10-11). Questo tipo di costruzione ricorda quella di
Leopardi ne “L’Infinito”, che grazie al gioco dei deittici, riesce a far immaginare
“interminabili spazi”. Grazie all’indicazione di tempo, scandito con precisazioni
di luogo e spazio, noi ci sentiamo “qui” e “li”. Ungaretti, così, ci fa passare dal
passato, al presente, al futuro, dalla pace alla guerra, da Alessandria al Carso.
Enjambements: vv. 1-2; 2-3; 3-4; 4-5; 6-7; 8-9; 9-10; 10-11.
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POESIA – SAN MARTINO DEL CARSO (1916)
La poesia San Martino del Carso è stata scritta dal poeta Giuseppe Ungaretti nel
1916 e fa parte de Il Porto Sepolto, la sua prima raccolta di poesie. È stata scritta
quando aveva 28 anni e si trovava come soldato semplice sul fronte di trincea
nel Carso. La poesia San Martino del Carso va considerata all'interno del filone
tematico ispirato a Ungaretti dall'esperienza della Prima guerra mondiale. La
prima versione di questo componimento risale infatti al 1917, e fu pubblicata
nella raccolta Il porto sepolto. Successivamente, nel 1931, ne appare una
versione aggiornata, questa volta nel volume L'Allegria.
La versione del 1931 verrà editata nuovamente dall'autore nel 1969 in “Vita di
un uomo” con l'aggiunta dell'indicazione del luogo e della data in cui è stata
effettivamente scritta la poesia (Valloncello dell’Albero Isolato il 27 agosto
1916). Questa operazione editoriale viene applicata dall'autore a tutte le poesie
del Porto sepolto che risalgono al 1917. I versi che appaiono nel 1917 sono venti,
nel 1931 ne troviamo solo dodici: il lavoro compiuto dal poeta mira quindi in
questo caso a ripulire il testo da tutti gli elementi descrittivi e meditativi.
La poesia è composta da versi liberi distribuiti in quattro strofe, le prime due
composte di quattro versi, le ultime di due versi. Come sempre le strofe sono
prive di punteggiatura e scandite dagli spazi bianchi che le separano e dalle
maiuscole in apertura. Inoltre, La poesia, che presenta un linguaggio molto
semplice e ricorsivo, è intessuta di anafore e ripetizioni.
Stessa costruzione di “Veglia”, appena più complessa, troviamo quattro strofe
che esprimono ognuna un concetto, l’ultima esprime la sintesi.
1a strofa: descrizione della città di San Martino bombardata.
2a strofa: descrizione dei compagni.
3a strofa: constatazione del poeta.
4a strofa: sintesi fra la prima e la seconda strofa.
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La lirica crea un'analogia tra due elementi:
da una parte, il paese di S. Martino del Carso, semidistrutto dai
combattimenti e quel poco che resta delle case è associato ai tanti cari
scomparsi e abbattuti dalla guerra, anch’essi ridotti in cenere;
dall'altra, il cuore del poeta, che è prima di tutto il cuore di un uomo che
soffre e che instaura un rapporto strettissimo e circolare fra la distruzione
del paese di San Martino e la distruzione del proprio cuore, devastato
dalla guerra e dalle perdite subite.
Le prime due strofe si possono dire descrittive, pur trattandosi di una
descrizione scarna ed essenziale. Del paese carsico non sono rimasti che pochi
ruderi: la desolazione è ovunque. Ma la guerra ha creato un vuoto ancora più
grande, e più doloroso, fra le persone care al poeta. Tuttavia, con le due brevi
strofe conclusive, dove prevale la riflessione, nel cuore del poeta non manca
nessuno; lo scrittore ricorda tutti e soffre per tutti. Il suo cuore è un paese
ancora più distrutto e sconvolto di S. Martino. Infatti, negli ultimi due versi vi è
la sentenza morale del poeta.
La distruzione di un paese diventa l’emblema del dolore spirituale del poeta. È
una lirica scarna senza effusioni sentimentali. Il poeta rivive in essa lo strazio
provato in quelle ore lontane avvampanti di fuoco e cariche di dolore. Come è
facile osservare, la poesia è impostata sul confronto tra il paese e il cuore del
poeta: le case di S. Martino ridotte a brandelli, il cuore del poeta straziato dal
dolore e dalle rovine della guerra.
La parola "brandello" di solito si riferisce agli uomini (brandello di carne), ma
proprio questo è l'obiettivo del poeta: sottolineare l'identificazione fra il paese
e la vicenda umana.
Alla realtà spaventosa e drammatica della guerra, è possibile opporre solo il
potere del ricordo e la fragile arma della poesia: per tanti compagni sventurati
che la morte ha inghiottito, il ricordo straziante del poeta rappresenta l'ultimo
disperato legame con il mondo della luce e della vita. Ritorna dunque il valore
della poesia come testimonianza e memoria, che Ungaretti aveva già esplicitato
nella lirica In memoria.
Troviamo la presenza di deittici: Il termine “deissi” viene dal greco antico. Ogni
riferimento, all'interno della frase, a situazione di tempo o di spazio e alle
persone che parlano o alle quali ci si riferisce, è un elemento deittico.
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Analisi per parola:
Brandello di muro: metafora originale che richiama l’immagine di un corpo
lacerato.
Che mi corrispondevano: che ricambiavano il mio affetto.
Di tanti: Così accentato e isolato evoca tutto l’orrore tragico della guerra. È uno
dei tanti esempi in cui la parola, staccata dal contesto logico, vibra di una sola
vita propria.
Neppure tanto: neppure i brandelli dei corpi straziati dalle cannonate, il ritmo
della negazione è molto forte all’interno del componimento.
Nessuna croce manca: tutti quei cari morti sono presenti nel mio cuore.
Il paese più straziato: perché ogni croce è presente nella sua mente, ogni
brandello di muro gli ricorda quelle ore dolorose.
Figure retoriche
Anafora: "di" e "di" (vv. 1 e 5). Ripetizione della stessa parola a inizio del verso.
"non è rimasto" (vv. 2 e 7). Per la ripetizione delle stesse parole. “cuore” (vv. 9
e 11). Ripetizione della parola.
Metafora: "brandello di muro" (v. 4). Si parla di muro, un oggetto, ma richiama
l'immagine di un corpo lacerato, ovvero i brandelli di carne. "Ma nel mio cuore
nessuna croce manca" (vv. 8-9). Il poeta con questo intende dire che se pur i suoi
compagni sono morti, e di loro non restano nemmeno i corpi, nei suoi ricordi
(nel suo cuore) ci saranno tutti (nessuna croce manca), come in un grande
cimitero.
Epifora: "tanti" e "tanto" (vv. 5 e 8). Ripetizione di una stessa parola alla fine di
più versi per rafforzarne l'importanza.
Analogia: "È il mio cuore il paese più straziato" (vv. 10-11). Cuore-paese: con ciò
il poeta afferma allegoricamente che la sua anima è più martoriata quanto la
gente del paese, e il paese stesso.
Allitterazione della A: case-rimasto-qualche-tanti-tanto-manca-straziato
Allitterazione della R: rimasto-brandello-muro-corrispondevano-neppure-
cuore-croce-straziato
Allitterazione della C: cuore-croce-manca.
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POESIA – ITALIA (1916)
La poesia "Italia" è stata scritta da Giuseppe Ungaretti nel 1916, porta
l'indicazione "Locvizza, il 1° Ottobre 1916", e fa parte della raccolta Il porto
sepolto. È tra quelle poesie dedicate all'Italia che vengono usate in occasione
dell'anniversario dell'Unità d'Italia (17 marzo) o della Festa della Repubblica (2
giugno). Italia è la penultima poesia, insieme a “Porto sepolto”, di “Allegria di
naufragi” nel 1919. Questa lirica fa da chiusura alla raccolta. I versi sono liberi e
raggruppati in quattro strofe di diversa lunghezza e prive di punteggiatura. Si
tratta di una poesia autobiografica che racconta l'esperienza della guerra ma
anche l'amore per il paese e la “carta d’identità” finalmente ottenuta dal poeta.
Ungaretti parla del nostro Paese con ammirazione e fiducia, più precisamente si
sta parlando dell'Italia in epoca di guerra, un paese sofferente ma che deve
ritrovare il coraggio e la forza di ripartire. Una poesia dall'alto valore patriottico
che ha lo scopo di far riflettere le generazioni future per farci rivivere gli orrori
della guerra per raccontarci l’amore per il suo paese. Inoltre, Ungaretti analizza
la condizione esistenziale dell’essere umano, immerso nella precarietà e nella
sofferenza. Il poeta si rivolge alla sua patria e ai suoi compagni. Parla di un’Italia
sofferente, che, davanti alla guerra ha bisogno di rinascere.
Analisi strofa per strofa
“Sono un poeta un grido unanime sono un grumo di sogni”: nei primi versi,
dicendo che è un poeta, Ungaretti sta mettendo in chiaro che si sta parlando di
sé stesso. Inoltre, secondo Ungaretti la vita dell'uomo è collegata con quella
degli altri individui, per questa ragione il grido di paura e di terrore per gli eventi
di guerra non può che essere unanime, cioè di gruppo. E il grumo di sogni
potrebbe significare che in mezzo alle grida vi sono anche piccole (grumi)
speranze per il futuro (sogni).
“Sono un frutto d’innumerevoli contrasti d’innesti maturato in una serra”: in
questi versi il poeta si paragona a un frutto maturo di una pianta su cui sono
stati effettuati numerosi innesti (in botanica si tratta di un'operazione in cui in
una pianta viene inserita una parte di un'altra pianta per ottenere frutti di
qualità più pregiata). La pianta in questione potrebbe essere l'Italia, e lui è il
frutto di questa pianta i cui innesti sono le esperienze vissute e la serra potrebbe
essere la particolare condizione in cui è maturato, cioè nel corso della guerra.
Gli innesti potrebbe essere anche un riferimento ai fiumi della sua vita che si
uniscono e si riversano nell’Isonzo.
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“Ma il tuo popolo è portato dalla stessa terra che mi porta Italia”: qui Ungaretti
vuole esprimere un concetto di fratellanza con il popolo italiano attraverso un
legame di terra (la terra madre), sebbene siano nato ad Alessandria d'Egitto.
“E in questa uniforme di tuo soldato mi riposo come fosse la culla di mio
padre”: l'uniforme è quella del soldato e che accomuna Ungaretti agli altri
soldati italiani in guerra in difesa della madre terra (l'Italia), il poeta fa
riferimento, dunque, all’esperienza collettiva dell’italianità. Poi rivede il
bambino che è in lui che si lascia cullare da suo padre (che morì quando lui era
aveva solo 2 anni) e, quindi, oltre alla madre (la terra), il poeta ritrova anche il
padre, cioè "riscopre" le proprie origini italiane (nato da genitori italiani originari
della provincia di Lucca) e si sente a tutti gli effetti un italiano, mentre prima si
sentiva uno sradicato e uno straniero. Quando Ungaretti dice “mi riposo”
potrebbe riferirsi alla poesia “Fiumi” quando fa riposare le sue “quattro ossa” in
un’urna d’acqua, simbolo del grembo materno, qui invece c’è la culla di suo
padre. È come se “Italia” e “Fiumi” fossero i genitori. Quest’ultima strofa ci fa
capire che Ungaretti ha finalmente ottenuto la sua carta d’identità, e parla
dell’Italia come della sua patria, senza il quale non sarebbe diventato poeta, non
avrebbe mai avuto un’identità (a differenza dell’amico Moammed Sceab, che
non riuscì ad avere la “parola” perché rinnegò le proprie origini).
Figure retoriche
Anafora: “sono un” (v.1, v.3, v.4).
Allitterazione della G: “grido, grumo, sogni” (vv. 2-3).
Metafora: “sono un grumo di sogni” (v. 3).
Ossimoro: “grumo di sogni” (v. 3), con il termine grumi si fa riferimento a piccole
masse di liquido o di sostanze solide, ma i sogni sono astratti”.
Iperbato: “frutto / maturato in una serra” (vv. 4-6)
Figura etimologica: “portato, porta” (v.7, v.9).
Similitudine: “come fosse la culla” (v. 14).
Enjambement: “la culla / di mio padre” (vv. 14-15)
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POESIA – COMMIATO (1916)
La poesia "Commiato" è stata scritta dal poeta Giuseppe Ungaretti. Il titolo
originario della lirica era, semplicemente, “Poesia”. Il destinatario è Ettore Serra,
ufficiale dell'esercito e proprietario, a Udine, dello Stabilimento Tipografico
Friulano; fu lui, sul finire del 1916, a stampare in poche decine di copie “Il porto
sepolto”. Quella prima raccolta veniva conclusa appunto da questa poesia, il cui
titolo fu, perciò, mutato da “Poesia” a “Commiato”.
Il componimento è formato da due strofe in versi liberi, privi di punteggiatura,
l'assenza di segni di interpunzione, in questo caso, rende particolarmente densa
di significato la definizione di poesia con quell'accostamento de "il mondo
l’umanità la propria vita" senza interruzioni. Solo dopo lo spazio bianco, che
separa le due strofe, compare la lettera maiuscola. Gli ultimi cinque versi
esprimono il senso del lavoro del poeta, quasi in forma di sentenza.
Il poeta si rivolge al proprio editore nell'atto di congedare il suo volumetto (da
qui il titolo Commiato): il risultato è una dichiarazione di fede, ingenua ma
appassionata, nella poesia. La dedica all'amico Ettore Serra, considerato da
Ungaretti come una parte di sé, è significativa, perché, fin dall'esordio, il
concetto di poesia appare strettamente connesso con l’amicizia, con la
gentilezza, con la sfera degli affetti.
Nella prima strofa Ungaretti illustra le potenzialità della poesia su due versanti:
da un lato, la parola sa esprimere e far fiorire (cioè far conoscere e,
insieme, arricchire) ogni cosa perché la parola della poesia rende la realtà
più dura e viva;
dall'altro lato, aggiunge l'autore, poesia è anche fermento, è cioè
l'espressione palpitante della vita stessa, nella sua bruciante e
inafferrabile intensità.
Nella seconda strofa l'autore mette in gioco sé stesso: il suo essere poeta
dipende dal cercare, nel proprio silenzio interiore, una parola, una soltanto, si
noti, e quando la trova, essa è sufficiente a illuminare il mistero, l'abisso della
nostra vita ("scavata" ricorda il "penetrata" in Veglia). Effettivamente, tutte le
poesie di Ungaretti sembrano sgorgare da un silenzio interiore.
Figure retoriche
Sinestesia: "limpida meraviglia" (v. 7). Enjambements: vv. 1-2; 3-4; 4-5; 5-6; 6-
7; 7-8; 9-10; 10-11; 11-12; 12-13.
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Nella parola poetica, dice Ungaretti, si fondono ordine e caos, chiarezza e
mistero (due dimensioni molto diverse ma riassunte nella sinestesia "limpida
meraviglia" del v.7):
da un lato con la poesia il poeta introduce lo sforzo di un ordine razionale
(per gli antichi greci la "parola" era logos, "discorso ordinato");
dall'altro, però, egli continua anche a testimoniare il calore e la
complessità della vita, il suo delirante fermento.
In cosa consiste dunque il significato della "sua" poesia per il poeta?
Consiste in una miracolosa scoperta, in un’operazione di scavo. È una faticosa e
sofferta esplorazione sotterranea nell’"abisso" che viene rappresentato dal
silenzio e dalla meditazione e che ci consente di portare alla luce la parola (la
poesia), l’abisso de "Il Porto Sepolto" (la prima lirica della raccolta, mentre
"Commiato" è l’ultima) alla ricerca di una parola (l'unica che possa essere quella
"giusta"). In questo abisso insondabile e misterioso, l’abisso di sé, il poeta sfiora
per un attimo il mistero, è vicino ad una verità e continua a cercare.
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SAGGIO CRITICO – CORTELLESSA “UNGARETTI”
Andrea Cortellessa è un critico letterario e storico della letteratura italiana che
ha dedicato un saggio a Ungaretti nel 2000. Il suo saggio è diviso in due capitoli
e parte da una trasmissione televisiva in cui alcuni poeti sopravvissuti alla
guerra, venivano intervistati e ripresi mentre ripercorrevano le trincee, luoghi in
cui avevano combattuto e visto morire i loro compagni. Tutti i poeti sono molto
commossi, mentre Ungaretti sembra impassibile; a un certo punto strofina i
piedi a terra mentre cammina per far uscire la terra rossa del Carso. Solo dopo
aver rivisto quella terra rossastra si commuove, forse voleva ricordare la sua
poesia, in cui c’è il dolore eterno di un uomo carsico e la disanimazione delle
cose (pietra, case, ecc.).
Capitolo 1 – Quel meraviglioso paese del sentito dire
Il paese del sentito dire è l'Italia, patria dei genitori di Ungaretti ma non sua, che
è nato ad Alessandria d'Egitto da genitori immigrati; l’Italia è una patria lontana,
luogo dell'immaginazione ma non della memoria (ne sente parlare da amici dei
genitori e dai genitori stessi). Ungaretti nasce ad Alessandria nel 1888 (l'8
febbraio, ma all'anagrafe risulta il 10), pare in una notte di tempesta;
analizzando il cognome, si pensa che il padre Antonio discenda dai mercenari
ungheresi che arrivano in Italia nel '300 con i Valois; egli era originario della
Lucchesìa (provincia di Lucca in Toscana) e si era trasferito in Egitto per lavorare
come sterratore sul canale di Suez. Dopo qualche anno, sarebbe stato raggiunto
dalla fidanzata Maria Lunardini (anche lei toscana e lucchese), e avrebbero
messo al mondo Costantino, nel 1880. Il lavoro, ben presto, trasformerà il
vigoroso Antonio in un relitto. Una terapia sbagliata contro l'edema alle gambe
(per il troppo lavoro nella fanghiglia) lo porterà prima all'amputazione, poi alla
morte, quando Giuseppe Ungaretti ha solo due anni. Resta la madre, che manda
avanti una piccola impresa (un forno), e che, essendo sempre affaccendata e
rigida perché deve mandare avanti la famiglia da sola, non si abbandona molto
spesso alla tenerezza con i figli. Per Ungaretti la madre viene rappresentata nel
“Sentimento del Tempo”, come una “statua davanti all'Eterno” di marmorea
fissità. L'unico momento di debolezza è il ricordo del marito scomparso, ecco
perché ogni settimana Giuseppe viene condotto al camposanto attraverso una
lunga camminata nel deserto egiziano, i cui paesaggi desolati, gli strani scherzi
della luce e del calore, restituivano un senso di morte e catastrofe continuo,
qualsiasi cosa viene portata via, mutata e anche distrutta dal tempo (il
sentimento del tempo che darà il nome ad una delle raccolte più famose).
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Alessandria è divisa tra deserto e mare, entrambi spazi sterminati da traversare,
spazi di appartenenza ma anche di estraneità per il poeta. In Ungaretti troviamo
il personaggio dello straniero, il déraciné (privo di radici). Vi è un’antinomia tra
inquietudine esistenziale, che spinge a spostarsi sempre, e tensione al
radicamento, al riconoscimento di sé in una patria e all'adozione di immagini e
miti familiari (cardine della personalità poetica e umana di Ungaretti).
Alessandria è terra estranea anche perché è un luogo di incontro per tante etnie
e lingue diverse (il porto del mondo); Ungaretti avrà sempre uno spirito
cosmopolita, che lo farà sentire a casa in una metropoli come Parigi, o quando
emigrerà in Brasile, o quando ancora, anziano e famoso, viaggerà in tutto il
mondo per riscuotere i propri successi letterari. Questo cosmopolitismo però è
anche ragione di profonda inquietudine (perché non si ha una patria ben precisa,
si è un “senza terra”), sensazione diffusa anche tra gli amici del poeta, tra i quali
uno, Moammed Sceab, che pagherà con la vita questa sensazione.
Egli, infatti, come descritto nella poesia “In Memoria”, si toglierà la vita perché
si sentirà di non appartenere a nessuna delle due “civiltà” a lui care (quella
araba, delle origini, e quella francese d'adozione). Moammed Sceab si toglie la
vita perché si sente senza radici (déraciné). Esule in Francia e nel proprio paese,
subisce una crisi di identità. Rimane come sospeso tra la tradizione, che ha
lasciato alle spalle, e il nuovo orizzonte culturale, non sufficientemente
interiorizzato. La condizione di déraciné di Moammed rispecchia molto da vicino
quella del poeta che, pur di origine italiana, era nato in Egitto, da dove era
successivamente emigrato in Francia. Studia in una delle più prestigiose scuole
di Alessandria, la Svizzera École Suisse Jacot.
L'amore per la poesia nasce durante questo periodo scolastico e si intensificò
grazie alle amicizie che egli strinse nella città egiziana, così ricca di antiche
tradizioni come di nuovi stimoli, derivanti dalla presenza di persone provenienti
da tanti paesi del mondo; Ungaretti stesso ebbe una balia originaria del Sudan,
una domestica croata ed una badante argentina. In questi anni, attraverso la
rivista Mercure de France, il giovane si avvicinò alla letteratura francese e inizia
così a leggere le opere, tra gli altri, di Rimbaud, Mallarmé, Leopardi, Nietzsche,
Baudelaire. Nel 1912 Ungaretti parte per Parigi (il salto vitale, l'esperienza che
tutti i giovani intellettuali del tempo devono fare), ma prima fa tappa in Italia,
dove, tra le altre cose, scopre la montagna.
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Arrivato a Parigi, divide una camera d'albergo con l'amico Sceab. Si trova in un
vortice di nuove sensazioni, mille stimoli culturali che può veder nascere (e non
arrivare in ritardo, come ad Alessandria); conosce tantissimi intellettuali del
periodo, tra cui Aldo Palazzeschi che gli pubblica tre poesie sulla rivista Lacerba.
Studia alla Sorbona, frequenta le lezioni di Bergson e di filologi famosi a lui
contemporanei.
Parigi nell’itinerario esistenziale di Ungaretti significa l’assimilazione di una
cultura vitale, la presa di coscienza delle sperimentazioni in atto che tanto lo
attraevano, l’attenzione a tendenze artistiche che lasceranno il segno, la
scoperta, forse, della propria vocazione di poeta. Ma Parigi è anche la città
‘’straniera’’ in cui l’antico compagno di studi Moammed Sceab si toglie la vita
nel 1913, nell’alberghetto di una piccola via che sbocca proprio davanti alla
Sorbona. Il vero maestro di Ungaretti è, però, Apollinaire, “francese di nostalgia”
(nato a Roma da famiglia ebrea) con il quale il poeta stringerà una forte amicizia
(ogni licenza dalla guerra i due la passeranno insieme, e addirittura si
innamoreranno della stessa donna), arrivando a chiedergli di tradurre le sue
poesie in francese. Apollinaire tradurrà solo “In Memoria” e allora Ungaretti
inizia a scrivere pure in francese.
Da Apollinaire, Ungaretti prende l'abolizione dell'interpunzione, che conferisce
uno stile vorticoso. Giuseppe Ungaretti e Guillaume Apollinaire sono uniti da un
rapporto di reciproca stima, amicizia e affinità, sia artistica che personale.
L’esperienza della Prima guerra mondiale è il punto d’avvio della biografia
poetica di Ungaretti e rappresenta il contatto con la dimensione scarna ed
essenziale dell’esistenza. Egli si pone come testimone lirico della guerra.
Per lui la condizione sperimentata nel conflitto bellico diventa occasione di
ricerca della sua identità profonda e insieme indagine sulla condizione umana
messa a nudo dall’esperienza di trincea. Il poeta non si interroga sul perché della
guerra, ma su come la condizione militare e la presenza del rischio strappino
l’individuo a sé stesso spingendolo a ricercare l’innocenza perduta, ovvero
quella condizione originaria in cui l’io riconosce la sua fragilità di creatura e cerca
un intimo legame con i suoi simili e con il cosmo. La guerra diventa così una sorta
di “esame di coscienza” del poeta. In guerra si andava anche per risolvere i
propri problemi esistenziali (guerra farmaco). L’uomo della trincea come l’uomo
della metamorfosi di Kafka. Uomini che ovviamente tornano dalla guerra diversi,
cambiati, come in una metamorfosi.
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La nuova parola poetica deve essere vergine, pura, essenziale: la poesia emerge
dal silenzio, dagli abissi misteriosi della coscienza e della condizione umana.
Accanto alla parola rinnovata, anche la sintassi cambia: la frase si scarna, la
punteggiatura è quasi assente, il ritmo si spezza. Egli trae spunto dai simbolisti
(tensione verso l’assoluto, nell’importanza agli spazi bianchi e al silenzio) e dai
futuristi (adozione del verso libero, abolizione della punteggiatura e il procedere
delle analogie).
Allegria di naufragi è una raccolta di poesie
Il primo nucleo di poesie fu stampato a Udine nel 1916, durante la Prima guerra
mondiale, ed era intitolato “Il Porto sepolto”. Una seconda edizione, battezzata
appunto “Allegria di naufragi”, viene pubblicata nel 1919. In questa seconda
edizione vengono aggiunte alcune nuove poesie, fra cui quella che dà il titolo
alla raccolta. La raccolta contiene poesie scritte a partire dal 1914. Infine, a
partire da un'edizione del 1931, la raccolta viene presentata con il semplice
titolo di “L'Allegria”. “L'Allegria” si presenta come un diario del tempo di guerra,
e ognuno dei componimenti è seguito dall'indicazione del luogo e della data. La
raccolta si divide in cinque sezioni, ognuna dedicata a periodi differenti, prima,
durante e dopo la guerra:
1. Ultime, Milano 1914-1915;
2. Il Porto Sepolto, dal dicembre 1915 all'ottobre 1916;
3. Naufragi, dal dicembre 1916 ad agosto 1917, include la poesia Mattina;
4. Girovago, da marzo a luglio 1918, comprende la altrettanto celebre Soldati;
5. Prime, Parigi-Milano 1919.
Sono poesie fulminanti, rapide, concise, dove l’emozione che le sostiene cerca
la costante complicità del lettore. Una seconda edizione è datata 1923, con
l’introduzione di Benito Mussolini. In questa raccolta Ungaretti rompe con tutte
le regole tradizionali della forma poetica e trionfa, invece, una tensione
espressionistica che nasce dall’urgenza biografica; quindi, si esalta la parola in
sé stessa come in una sorta di «religione della parola». Infatti, verso e parola
molto spesso coincidono perché il poeta aveva bisogno di dire molto con poche
parole.
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Il mito del “porto”
Il componimento, che dà il titolo alla prima raccolta ungarettiana, assume una
particolare importanza per intendere l'idea di poesia che ne è alla base. Così ha
scritto Ungaretti:
«Si vuole sapere perché la mia prima raccolta s'intitolasse Il Porto Sepolto. Verso
i sedici, diciassette anni, forse più tardi, ho conosciuto due giovani ingegneri
francesi, i fratelli Thuile, Jean e Henri Thuile. Entrambi scrivevano. [...] Abitavano
fuori d'Alessandria. in mezzo al deserto, al Mex. Mi parlavano d'un porto, d'un
porto sommerso, che doveva precedere l'epoca tolemaica, provando che
Alessandria era un porto, che già prima di Alessandro era una città. Non se ne sa
nulla: quella mia città si consuma e s'annienta d'attimo in attimo. Come faremo
a sapere delle sue origini se non persiste più nulla nemmeno di quanto è successo
un attimo fa? Non se ne sa nulla, non ne rimane altro segno che quel porto
custodito in fondo al mare, unico documento tramandatoci d'ogni era
d'Alessandria. Il titolo del mio primo libro deriva da quel porto».
Ciò suscita in lui un’immediata analogia: il porto sepolto di Alessandria
corrisponde al luogo interiore in cui confluisce ogni segreto indecifrabile delle
nostre esistenze. Il poeta è colui il quale va alla ricerca del suo porto sepolto, che
rappresenta simbolicamente la dimensione dell'interiorità dell'animo. L’intimità
dell’animo è una dimensione "morta" in quanto non visibile alla luce del sole,
ma sepolta nelle profondità del cuore, a cui si può arrivare solamente con lo
scavo in sé stessi.
Per riuscire a scoprire questo segreto, il poeta non può far altro che scendere
dentro sé stesso, come gli archeologi in fondo al mare, per scandagliare il
proprio io, tornando al momento prenatale (in questo caso l’acqua è simbolo
della placenta materna). Il poeta diventa così un nuovo Orfeo, mitica figura di
cantore e poeta che era riuscito a commuovere gli dèi degli inferi e a farsi
restituire Euridice, sua giovanissima sposa da poco defunta. Fare poesia significa
così tirare fuori le parole dagli abissi, portarle alla luce e disperderle nel mondo,
affinché vivano di vita propria. Al poeta, di questa complessa operazione, non
resterà altro che “il nulla”, fatto però di un segreto inesauribile, che lo spingerà
a reimmergersi nel suo io profondo altre mille e mille volte. Il poeta si inabissa
nel proprio essere, prende la parola, torna alla luce (riemerge) e la disperde, ma
essa non è che un eco, non è più il concetto ma una reminiscenza di esso. La
parola poetica è, quindi, traccia di un abisso nella vita di chi la usa, che solo il
poeta può perlustrare.
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La lingua
Ungaretti sin da piccolo è abituato a parlare italiano, quindi sviluppa questo
amore per la patria mai vista, anche per questo è un italiano di nostalgia ma
ritorna ad un'origine invisibile (lui non l'ha mai vista), quindi è una reminiscenza.
L’idea della reminiscenza rimonta a Platone, perché la memoria “assoluta”, che
esplora un'esperienza mai vissuta, in realtà riporta a galla degli echi, delle tracce
(in questo caso gli archetipi dell'italianità).
Ai fratelli Thuile Ungaretti deve anche l'iniziazione alla letteratura europea. Essi,
infatti, erano scrittori e letterati, sebbene studiassero ingegneria. Cambia la
patria del “sentito dire”, non più l'Italia ma la Francia, e là Ungaretti si trasferirà
nel 1912. La formazione letteraria passa anche per le scuole: dove conosce
Sceab e dove gli insegnanti gli parleranno di Nietzsche, del decadentismo
francese. Gli anni della scuola sono anche forieri di amicizia e prime esperienze
con l'altro sesso. Amicizia perché Ungaretti stringerà un rapporto fortissimo con
Alcide Barriére, un suo compagno che poi si trasferirà in un'altra scuola dopo la
morte del padre, suscitando in lui un profondo sconforto (prima esperienza con
la separazione da una persona cara). Per l'amico scriverà il suo primo sonetto.
Prime esperienze con l'altro sesso perché Ungaretti racconta che un giorno,
sempre a casa dell'amico Alcide, vi si trovasse anche Louise, la figlia della
governante tedesca di lui. Questa ragazzina molto attraente convinse i
giovanotti a giocare “alle galline”, ossia li fece accovacciare, sbottonò ad uno ad
uno i pantaloni e tirò fuori l'arnese, ancora piccolo, di ognuno di loro. Eva entra
nell'immaginario del poeta, e in certi componimenti si capisce che Ungaretti non
è nuovo agli incontri occasionali con donne. Un'altra passione che si sviluppa
nel poeta durante gli anni di Alessandria è la politica la figura di Enrico Pea, ateo,
socialista e anarchico, diventa importante per il poeta, che con lui stringe una
solida amicizia, arrivando per un periodo a condividerne le idee “rosse” e a
frequentare la Baracca rossa, un centro di ritrovo per i socialisti alessandrini.
Negli anni egiziani Ungaretti è sicuramente una figura di un certo rilievo, nella
comunità italiana di Alessandria, ma la sua evoluzione è lenta e graduale, non
trova subito il proprio stile e linguaggio. I primi pezzi, in prosa, li firma col
nomignolo “giunga”, contrazione di nome e cognome, ma anche un auspicio a
sé stesso per trovare la propria maturità artistica. Quando nel 1914 scoppiò la
Prima guerra mondiale, Ungaretti partecipò alla campagna interventista, per poi
arruolarsi quando il 24 maggio 1915 l'Italia entrò in guerra.
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Capitolo 2 – Mai stato tanto attaccato alla vita
Nel 1966 Ungaretti torna sul Carso, la regione in cui aveva passato la maggior
parte del tempo durante la Prima Guerra Mondiale. Eppure, non degna di uno
sguardo le trincee, i memoriali...quello che tiene vivo l'interesse del poeta è la
terra, i sassi del luogo. In chi è stato in guerra, ciò che lascia il segno sono i piccoli
dettagli, gli odori, le luci, e soprattutto le materie con cui la carne umana è stata
a contatto (fango, pietre...). E proprio la pietra (quella del San Michele, sul Carso,
in una delle poesie appartenenti a Porto Sepolto, “Sono una creatura”) è la
prima cosa che il poeta va a cercare cinquant'anni dopo la guerra.
E la simbologia della pietra, correlata alla guerra, torna anche in un altro
famosissimo componimento ungarettiano, “San Martino del Carso”, insieme al
tema dello strazio: la tragedia e la morte si scontano sopravvivendo, con lo
strazio di chi resta, disanimati, ridotti a pietra rigida e insensibile, sia pure
pietrificati dall'orrore; ma si resiste, come i “brandelli di muro” delle case
distrutte dai bombardamenti, l'anima in macerie, il cuore come “il paese più
straziato”.
Dall'idea della pietra e dello strazio, secondo Andrea Zanzotto, poeta amico di
Ungaretti, viene fuori una delle caratteristiche più importanti di quello che sarà
poi l'esistenzialismo, ovvero la sofferenza dell'uomo estraneo, lo straniero, che
si vede gettato nel mondo (e di “gettatezza” e di “qui e ora” parlerà Heidegger,
uno dei principali esponenti dell'esistenzialismo in filosofia) e che deve fare i
conti con il proprio corpo, con il fardello (la pietra, appunto) della propria fisicità,
e quindi della propria vulnerabilità. In poche parole, il peso. “Peso” è anche il
titolo di una delle poesie contenute in Porto Sepolto, in cui l'anima viene
descritta come “nuda”, ossia indifesa e priva di leggerezza (condizione
dell'”uomo di pena”, altra proiezione di sé tipica di Ungaretti), che potrebbe
essere restituita solo dal “miraggio”, dalla vaghezza della percezione.
Miraggio e gettatezza sono le due facce nell'Allegria: da un lato la raccolta
funziona quasi come un diario (ogni poesia ha data e luogo; da qui il senso di
gettatezza, immediatezza e nudità), dall'altro ogni poesia è una
sperimentazione, è frutto di decenni di elaborazioni formali complesse (e qui
ritorna la vaghezza della percezione, insieme alle tendenze avanguardistiche di
“liberazione verbale”, ossia le varie tecniche legate sia alla creazione di immagini
ardite e suggestive, sia alla disposizione di queste nel foglio, con poesie
piccolissime che “naufragano” nel mare bianco del foglio di carta).
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In sostanza, l'esperienza della guerra non descrive “odio” verso il nemico, ma è
più un ritrarre l'”appetito di vivere”, la precarietà della condizione dei soldati
che si trovano a vivere faccia a faccia con la morte ogni giorno. In questo senso,
“Veglia” spiega perfettamente la contraddizione tra la ricerca dell'assoluto e
l'appetito di vivere, entrambi resi tali dalla vicinanza della morte. L'appetito di
vivere è qui però risvegliato dalla morte “vista fisicamente”, non da quella
idealizzata. Ed è ciò che manca all'Ungaretti africano, che viveva nel “mezzo
sonno”, “staccato dalla vita, staccato da tutto” (in contrasto con l'Ungaretti
soldato, che “non è mai stato così tanto attaccato alla vita”).
L'esperienza della guerra per Ungaretti è l'inaugurazione di un tempo fatto di
istanti, di occasioni, è un tempo che esprime finitudine, e che esiste solo perché
tutto intorno vi è la morte. (Allegria di Naufragi, il primo titolo di Allegria, deriva
da questo concetto qui, e in particolare dall'allegria che i naufraghi provano
quando capiscono che sono ancora vivi dopo tutto quello che è capitato). Ma
questo tempo è anche un nemico, con cui per vivere bisogna stabilire una
tregua. In guerra Ungaretti sviluppa un altro concetto fondamentale che
ritornerà in moltissimi componimenti, e cioè la fratellanza tra gli uomini. Difatti
si arruola in guerra proprio per “sentirsi di appartenere” al popolo italiano, per
curare quel suo smarrimento e quel senso di estraneità a lui tanto caro.
L’Allegria
L'allegria è un'opera abbastanza varia a livello tematico. Riunisce, infatti, al suo
interno versi legati all'esperienza diretta della Prima Guerra Mondiale a poesie
che ricordano alcuni momenti della vita privata dell'autore. Il titolo dell'opera
esprime la gioia che l'animo umano prova nell'attimo in cui si rende conto di
aver scongiurato la morte, drammaticamente contrapposto al dolore per essere
uno dei pochi sopravvissuti al "naufragio": questo sentimento si esprime con
particolare intensità durante il periodo al fronte, ma attraversa tutta la raccolta
e si concretizza nell'ossimoro del titolo.
Lo spiega Ungaretti stesso nella Nota introduttiva alla Allegria di naufragi del
1919 .In tal senso, una delle caratteristiche della poesia ungarettiana è quella
del vitalismo, dell’ansia di vita che si manifesta anche e soprattutto nelle
condizioni più difficili ed estreme, quali una notte in trincea accanto al cadavere
di un compagno (come in Veglia), la percezione della precarietà della vita (si
veda la celebre Fratelli) o il dolore indicibile peri lutti della guerra (San Martino
del Carso).
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Altrove, la tensione vitalistica emerge nella riflessione su di sé e sul senso della
propria esistenza (come nella poesia “I fiumi”), nella malinconia dei pochi istanti
di pace o nella riflessione sulla morte (come nella poesia “Sono una creatura”).
L’Allegria obbedisce così ad un proposito di poetica molto importante per
Ungaretti: la ricerca, anche attraverso il dolore, del nucleo originario e assoluto
dell’identità umana, attraverso cui riscoprire e ricostruire una fratellanza al di là
della sofferenza. Metafora di questa ricerca si fa il “porto sepolto”, ovvero un
fantomatico porto antico della città di Alessandria che per Ungaretti
rappresenta “ciò che di segreto rimane in noi indecifrabile”.
L'elemento comune a tutti i componimenti è soprattutto quello autobiografico:
Ungaretti stesso definiva L'allegria un diario. Prova ne è la scansione in capitoli
dell’opera (rispettivamente: Ultime, Il porto sepolto, Naufragi, Girovago, Prime),
come a narrare un romanzo in versi dell’autore dalle prime prove poetiche fino
all’esperienza della guerra, che caratterizza contenuti e stile della prima
stagione ungarettiana, contrapposta alle scelte più misurate e “classiche” del
Sentimento del tempo. Protagonista principale e indiscussa è sempre la parola,
considerata dal poeta un veicolo fondamentale nella riscoperta dell'io.
Per riconoscerle autonomia e libertà, Ungaretti sceglie di comporre sempre
liriche molto brevi e “scarne”, inframmezzate da pause che tendono a
focalizzare l'attenzione sul singolo vocabolo, per sottolinearne l'impatto
semantico e la forza comunicativa; il superfluo viene costantemente
accantonato. La preferenza per la “parola nuda” spiega così l’abolizione radicale
della punteggiatura e il ricorso insistito allo spazio bianco sulla pagina, che isola
i versi e spezza le misure strofiche classiche.
L’uso del verso libero smonta dall’interno le strutture metriche tradizionali,
modellando l’espressione poetica sull’urgenza comunicativa dell’io; questa
urgenza poi fa spesso ricorso alla figura retorica dell’analogia per consegnare
sulla pagina immagini particolarmente icastiche e pregnanti. Si tratta di tecniche
che Ungaretti mutua ampiamente dal Simbolismo francese ma che costituiscono
anche una importante novità nella lirica italiana e che quindi influenzeranno in
maniera significativa la poesia dei decenni successivi.
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Le Avanguardie
Le Avanguardie sono un momento di grandissimo stravolgimento delle forme,
degli stili e dei temi dell’arte precedente. Si diffusero in tutta Europa nei primi
anni del 20° secolo e persero gran parte della loro spinta innovatrice dopo la
Prima guerra mondiale. Il più famoso movimento avanguardista fu il Futurismo.
Nella raccolta “Allegria di naufragi”, il cui titolo rappresenta un ossimoro, cioè
l’accostamento di due termini contrapposti, come la vita e la morte, sono
presenti tutte le grandi novità poetiche novecentesche, sia dal punto di vista
metrico sia linguistico. Prima della composizione di Allegria di naufragi,
Ungaretti infatti fu fortemente influenzato dalle avanguardie, conosciute
soprattutto nel suo lungo soggiorno a Parigi. Le avanguardie ebbero il merito di
travolgere e di portare innumerevoli innovazioni. Ungaretti fu soprattutto
influenzato dal Futurismo e dal Surrealismo francese e da questi trasse alcune
novità poetiche come ad esempio:
1) i versi divennero molto brevi e alle volte furono addirittura formati da una
sola parola;
2) le parole furono scelte per la loro carica evocativa e per il loro suono;
attraverso il filtro della memoria, le parole dovevano rendere facilmente l’idea
del sentimento che volevano trasmettere;
3) la punteggiatura, in questa prima raccolta, non fu utilizzata: il compito di
comunicare era riservato soltanto alla parola;
4) i termini e i concetti lontani tra di loro furono collegati tramite delle analogie;
5) il verso, la strofa e la rima furono abolite;
6) la sintassi fu distrutta e l'aggettivo, inteso come un inutile ornamento, fu
ridotto al minimo.
Un'altra caratteristica importante della poesia di Ungaretti è la brevità e
l'essenzialità che pongono la sua poesia distantissima dallo stile dannunziano,
lungo e magniloquente. Simbolo della brevità di Ungaretti, e di tutta la poesia
del Novecento, è la poesia “Mattina” (“M’illumino d’immenso”). In questa
poesia il poeta mette in risalto soltanto l’alba, il mattino e la vita, l’allegria
insomma. Come lui stesso dice è la guerra ad avergli insegnato la brevità,
“perché in guerra non c’era tempo” nemmeno di pensare: in guerra dovevi
essere veloce e dovevi dire tante cose con poche parole.
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