Asia Berlato, Alessia Catelan, Debora Grotto, Anna Zocca 15.11.
2020
Classe 5 CU
ELABORATO
“Alla Luna” - Giacomo Leopardi
INTRODUZIONE
Giacomo Leopardi nasce il 29 giugno 1798 a Recanati, in uno degli stati più
arretrati culturalmente d’Italia: lo Stato Pontificio. Lui dà un giudizio durissimo
sulla civiltà dei suoi anni e vede il suo tempo dominato dall’inerzia e dal tedio.
Afferma che l’Italia è decaduta rispetto al passato ed è contro le tendenze
progressiste dei liberali che esaltano il progresso, alle quali contrappone il suo
pessimismo nella concezione della vita umana. Inoltre è anche contro le tendenze
spiritualistiche, in quanto oppone il suo materialismo che nega ogni speranza di
vita all’aldilà. Dal punto di vista culturale è il periodo in cui inizia il grande dibattito
tra classicisti e romanticismi, nel quale Leopardi si è inserito affermando il suo
classicismo romantico.
Il pensiero di Leopardi è predominato da un pessimismo per l’infelicità dell’uomo
e in quegli anni egli affermava l’esistenza del pessimismo storico che affermava
che la condizione negativa del presente viene vista come effetto di un processo
storico, di una decadenza e di un allontanamento progressivo da una condizione
originaria di felicità. Al pessimismo storico più tardi, subentra un pessimismo
cosmico nel senso che l’infelicità non è più legata ad una condizione storica, ma
ad una condizione assoluta quindi diviene un dato eterno e immutabile di natura.
L’idillio Alla Luna viene composto da Leopardi molto probabilmente a Recanati
tra il 1819 e il 1820, ed è una delle 41 liriche contenute nei Canti. Questo
componimento è assai significativo nella sua produzione, in quanto va a toccare
un tema particolarmente importante e presente in tutta la sua composizione
poetica: la ricordanza, che come l’immaginazione trasfigura il reale e lo abbellisce,
anche se la realtà è triste e angosciosa. Proprio per questo, in origine il titolo della
poesia era “La Ricordanza”.
O graziosa luna, io mi rammento 1
Che, or volge l'anno, sovra questo colle
Io venia pien d'angoscia a rimirarti:
E tu pendevi allor su quella selva
Siccome or fai, che tutta la rischiari. 5
Ma nebuloso e tremulo dal pianto
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Che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci
Il tuo volto apparia, che travagliosa
Era mia vita: ed è, né cangia stile,
O mia diletta luna. E pur mi giova 10
La ricordanza, e il noverar l'etate
Del mio dolore. Oh come grato occorre
Nel tempo giovanil, quando ancor lungo
La speme e breve ha la memoria il corso,
Il rimembrar delle passate cose, 15
Ancor che triste, e che l'affanno duri!
PARAFRASI
O graziosa luna, mi ricordo che, un anno fa, venivo pieno di angoscia su questo
colle a contemplarti e che anche allora, come adesso, tu stavi sospesa su quella
selva che rischiari interamente. Ma a causa del pianto che sgorgava dalle ciglia ai
miei occhi il tuo volto appariva annebbiato e tremulo, perché la mia vita era
dolorosa, e lo è ancora, né dà segno di voler cambiare, o mia cara luna. Eppure mi
dà sollievo il ricordare, e il contare gli anni della mia sofferenza. Oh come giunge
gradito nell'età giovanile, quando la speranza ha ancora dinanzi a sé un lungo
cammino e la memoria si lascia dietro un tratto breve, il ricordo del passato,
benché esso sia stato triste e il dolore perduri ancora!
ANALISI TEMATICA
Il tema dominante proposto nella lirica è quello tipicamente leopardiano della
rimembranza (che è anche il titolo originario della lirica) e come in molti altri suoi
scritti, anche in "Alla luna", Leopardi affronta il tema del ricordo con il pretesto di
un anniversario di un giorno qualunque, tanto che il primo titolo del poema era
proprio "La ricordanza". È questo uno dei fenomeni che, secondo il poeta, esaltano
la compresenza nell'uomo di due sentimenti contrapposti: il dolore e il piacere.
Questi sono confusi tra loro (ma non conciliati) in un'unica emozione, che è la
caratteristica principale dell'animo umano. Il ricordo del passato è sempre fonte
di piacere nonostante possa essere doloroso poiché se ne rievocano le illusioni. Il
poeta osserva la Luna, la quale simboleggia la forza rasserenatrice della natura, e
le parla come fosse una creatura a lui cara. Egli ricorda che l’anno prima era salito
sul colle Tabor, nei pressi della casa paterna, e anche all’ora guardava la Luna ma i
suoi occhi erano velati di pianto per l’angoscia che lo opprimeva. In realtà nulla è
mutato dall’anno prima ma il ricordo del passato, anche se triste, racchiude in sé
una dolcezza particolare: il tempo rende vaghi gli eventi e attenua l’intensità del
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dolore rendendo ogni cosa appunto vaga e indeterminata. Poiché per Leopardi
tutto ciò che appare infinito e senza limiti precisi procura piacere, ecco che il
ricordo, sia pure di eventi tristi, risulta dolce e gradevole, proprio perché è sfumato
e incerto.
Questo componimento è, sostanzialmente, un monologo dell'autore alla Luna,
protagonista e spettatrice muta del suo poetare. L'aspetto relativo alla natura è
ricorrente nella dialettica leopardiana, infatti quest'ultima è vista come una
madre, un'amica ma anche un'avversaria spietata. Ogni volta assume aspetti
diversi e in questo componimento è personificata - quasi trasfigurata in donna -
nel satellite terrestre. Il lessico in questa fase è pervaso da parole che, sia
fonicamente che semanticamente, esprimono pace e intimità.
La poesia può essere suddivisa in due parti principali. La prima parte, che va dal
verso 1 a 10, può essere a sua volta divisa in due sezioni: dai versi 1-5 a 6-10. Nella
prima sezione troviamo l'equilibrio spaziale, dato dallo spazio finito rappresentato
dalla selva illuminata e dal colle Tabor, e dallo spazio infinito rappresentato dalla
Luna; nella seconda sezione invece troviamo l'equilibrio temporale, dato dal
momento presente che mette in moto il ricordo del tempo passato. La seconda
parte dell’opera, che va dai versi 11 a 16, è caratterizzata dalla riflessione del poeta
sulla funzione consolatrice del ricordo e sulla dolcezza che da esso può scaturire.
Entrambe le parti si aprono con le invocazioni "o graziosa Luna" e "o mia diletta
Luna" che rispecchiano la prima fase del pessimismo leopardiano, quando la
Natura appare agli occhi del poeta come una madre benigna e confortatrice, per
questo tutti i termini riferiti alla Luna hanno connotazione positiva e le sue
immagini comunicano sensazioni di vastità e di luminosità.
ANALISI STILISTICA
“Alla luna” di Giacomo Leopardi è un breve idillio1 composto da 16 versi
endecasillabi senza rima. Il lessico risulta essere denso di arcaismi, tesi a nobilitare
il componimento, e ricco di parole che evocano efficacemente una sensazione di
vago e di indeterminatezza. La sintassi è semplice e prevalentemente piana: la
stessa presenza di enjambement (vv. 1-2; vv. 8-9; vv. 10-11; vv. 11-12; vv. 13-14)
conferisce al testo un ritmo armonioso, senza spezzare eccessivamente la
struttura. Sono presenti diverse allitterazioni, ma in particolare quella della lettera
“i”. Le lettere “r” e “s”, particolarmente frequenti, veicolano il senso di angoscia e
dolore radicato nell’esperienza di vita dell’io lirico.
Per quanto riguarda le figure retoriche, il componimento è strutturato come una
lunga apostrofe alla luna, scandita dall’anafora “ con variatio” ai vv. 1 e 10.
Inoltre sono presenti figure retoriche come:
1
Quadretto georgico o pastorale, realizzato in un breve componimento poetico o musicale, di solito
improntato a una incantata serenità.
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-metonimia: “ ciglio” (v. 7)
-metafora: “ luci” (v. 7)
-iperbato: “ma nebuloso e tremulo dal pianto / [...] il tuo volto apparia” (vv. 6-8)
-parallelismo: “lungo la speme e breve ha la memoria” (vv. 13-14)
COMMENTO
“La medesima, ed anche un sito, un oggetto qualunque, effetto poetico in sé
sarà poeticissimo a rimembrarlo. La rimembranza è essenziale e principale nel
sentimento poetico […] e il poetico […] si trova sempre a consistere nel lontano,
nell’indefinito, nel vago” – parole tratte da “Zibaldone” 14 dic. 1828.
Il linguaggio della poesia, a differenza di quello della scienza che definisce con
precisione gli oggetti, deve suscitare sentimenti vaghi e indefiniti, far scaturire da
una parola una molteplicità di idee e di sensazioni (infatti il linguaggio della
poesia è detto polisemico). Ecco allora che “le parole lontano, antico e simili sono
poeticissime e piacevoli perché destano idee vaste e indefinite” (Zibaldone 28
sett. 1821).
“Le parole notte, notturno, ecc…, le descrizioni della notte, ecc…sono poeticissime
perché la notte confondendo gli oggetti, l’animo non ne concepisce che un
immaginazione vaga, indistinta, incompleta, sia di essa, sia di quanto essa
contiene. Così oscurità, profondo, ecc…” –Zibaldone 28 sett. 1821.
Sono parole che si discostano dall’uso quotidiano, per esempio arcaiche,
“peregrine” come Leopardi le definisce, che comunicano un'impressione di
lontananza, di indeterminatezza e quindi distanziano il lettore dalla banalità
quotidiana. Rientrano in questo filone parole come ermo, ostello, verone,
donzelletta e così via. Naturalmente il poeta userà con misura inserendole come
dettagli preziosi e raffinati in un contesto che sia il più possibile vicino alla lingua
viva, familiare, moderna nella quale il lettore possa facilmente riconoscersi.
In conclusione per Leopardi:
1. La poesia deve suscitare il senso del vago e dell’indefinito;
2. Deve arricchirsi della componente della rimembranza;
3. Deve adoperare un linguaggio vivo e famigliare impreziosito da parole
rare che non costituiscono un esteriore ornamento stilistico, ma servono a
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creare quell’atmosfera vaga e indeterminata dalla quale scaturisce il
piacere della poesia.