Dispensa EGI
Dispensa EGI
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1. Evoluzione storica dei sistemi di governo
-I primi sistemi di governo delle imprese nacquero negli anni 30, quando si cominciarono a definire
modelli di pianificazione finanziaria, con lo scopo di gestire i processi di crescita delle imprese: le
tecniche di budgeting finanziario (per la redazione di un piano annuale). Il budgeting e l’analisi
degli investimenti risultavano essenziali per il coordinamento e il controllo dell’azienda. L’analisi
aveva come scopo l’equilibrio finanziario ed operativo dell’impresa, come oggetto della
pianificazione riguardava l’analisi di previsione a breve termine dei costi e dei ricavi e del
miglioramento della gestione di cassa. Il compito del management era quello di avere un equilibrio
tra target effettivamente raggiunti e target di budget. Negli anni 50 invece il governo dell’impresa
era basato su pianificazioni a lungo termine data la evoluzione della realtà economica. La crescita
dell’impresa era connessa all’espansione delle risorse interne. L’evoluzione ha portato poi ad un
approccio diverso al governo dell’impresa, quello di tipo strategico. Le caratteristiche fondamentali
dell’ambiente strategico (anni 60) sono:
-una maggiore complessità decisionale;
-la stabilità e, quindi, la prevedibilità dell’evoluzione dell’ambiente esterno.
La crisi economica degli anni 70 portò un ambiente dinamico e turbolento (tranelli ed inganni) e fu
necessario adottare approcci di tipo evolutivo.
SISTEMA:
Un insieme o un raggruppamento che la nostra mente riesce a concepire in modo unitario e
ordinato, in virtù delle connessioni e interdipendenze che, direttamente legano tutte le parti o
componenti separate, costituenti l'insieme.
L’impresa si definisce sistema in quanto identifica un insieme coordinato di parti e relazioni che
tendono, naturalmente o in maniera programmata, al raggiungimento di una comune finalità.
-L’impresa è costituita da un insieme di risorse di diversa natura, materiale e immateriale (risorse
umane, mezzi tecnici e tecnologici, finanziari, conoscenza, competenze, valori)
-Ciascun elemento comunica e interagisce con gli altri elementi
-L’impresa può essere considerata parte di un sistema più ampio che è l'ambiente nel quale e
inserita e può essere scomposta in una serie di sub-sistemi;
-Il valore dell'impresa così considerata nella sua complessità, risulta essere superiore al valore delle
singole parti che compongono il sistema stesso.
LE QUALIFICAZIONI SISTEMICHE DELL’IMPRESA
L’impresa è un sistema:
-Aperto (in continua relazione con l’ambiente esterno per la necessità di adattarsi ai continui
cambiamenti ambientali e rispondere rapidamente alle minacce della concorrenza, e per
l’approvvigionamento dei fattori produttivi e per l’erogazione dell’output);
-Relazionale (nel quale coesistono una componente sociale ed una componente tecnica);
-Cognitivo (l’impresa apprende informazioni e conoscenze, cioè trasformandole, coordinandole e
trasferendole all’organizzazione interna e all’esterno);
-Vitale (sistema in grado di sopravvivere in un particolare contesto caratterizzato da sovra-sistemi
capaci di condizionarne le dinamiche evolutive).
LE FINALITA’ DELL’IMPRESA
Gli studi sulle finalità dell’impresa possono fatti risalire a determinate teorie:
Teorie classiche e neoclassiche
Postulavano la massimizzazione del profitto come finalità principale. Tale obiettivo è fondato
sull’impresa che opera in un mercato di concorrenza perfetta e compie scelte razionali. Ciò
comporta che:
-le imprese, molto numerose, offrano prodotti omogenei;
-la rivalità tra i concorrenti sia assente;
-non esistano barriere all’entrate e alle uscite del mercato;
-il prezzo costituisca un dato.
Queste teorie non sono sufficienti a cogliere la complessità della realtà moderna!
Teoria della sopravvivenza
Riguarda la sopravvivenza dell’organismo aziendale. La volontà di sopravvivere costituisce, in
questo senso, la “molla” che spinge le imprese a diversificare le proprie attività, di innovare, ad
aumentare le proprie dimensioni, a cercare alleanze, a ricercare nuove nicchie di mercato ecc...
Teoria della creazione di valore
La creazione di valore consiste (in condizione di economicità) nella progettazione e nella
realizzazione di risposte utili ai bisogni espressi dal mercato attraverso un uso appropriato e
conveniente delle risorse. Quanto alla ripartizione del valore creato vi sono due posizioni:
-stakeholder view: la proprietà va assegnata alle aspettative di un numero più o meno ampio di
portatori di interessi, per il contributo che essi forniscono al successo dell’impresa;
-shareholder view: sostiene invece che la creazione del valore deve porsi l’obiettivo prioritario di
soddisfare le aspettative dell’azionista (possiede azioni in un'impresa e quindi ha un interesse
finanziario).
LE SCELTE DI GOVERNO
Nelle imprese vengono assunte decisioni aventi caratteristiche diverse sotto il profilo
dell'importanza della scelta, dei contenuti e della collocazione della responsabilità a livello
organizzativo.
Esse possono essere classificate in due livelli ordinati gerarchicamente:
-Decisioni strategiche: sono finalizzate al raggiungimento di obiettivi di lungo periodo. Il
management strategico definisce le linee di azione che meglio possano creare un vantaggio
competitivo, duraturo e sostenibile. Le caratteristiche fondamentali:
-si collocano in un orizzonte temporale di lungo periodo;
-sono centralizzate (accentrate) nel senso che vengono assunte da un numero circoscritto di
persone;
-scaturiscono in condizioni di incertezza, quindi, sono volte a cogliere i segnali deboli che
emergono nell’ambiente di riferimento;
-non sono ripetitive e quindi non possono essere confrontate con le decisioni formulate nel passato;
-richiedono un giusto trade-off (scambio) tra la razionalità del ragionamento scientifico e
l’intuizione propria della creatività manageriale.
-Decisioni operative: Finalizzate ad implementare le decisioni strategiche attraverso un uso
ottimale delle risorse disponibili ed acquisibili: gli effetti di queste decisioni si manifestano nel
breve periodo e non incidono in modo significativo sul rapporto tra impresa e ambiente di
riferimento. Possono tradursi in routine, attraverso il consolidamento nell’impresa delle azioni
sperimentate con successo nel passato.
L’impresa sopravvive se riesce a coniugare con efficacia ed efficienza strategie e scelte operative.
LE STRATEGIE: OVERVIEW
La strategia competitiva (Business) deve nascere da una conoscenza approfondita delle regole
della concorrenza e il suo scopo finale è quello di essere in sintonia con tali regole, e di arrivare a
cambiarle in favore dell’impresa. Sono:
-leadership di costo: un’impresa si propone di diventare il produttore a più basso costo nel proprio
settore industriale;
-la differenziazione: induce l’impresa mira ad essere “unica” nel proprio settore industriale in
rapporto ad alcune variabili ritenute molto importanti dai clienti. La differenziazione può basarsi
sulle caratteristiche del prodotto, il sistema di distribuzione, l’approccio al marketing.
-la focalizzazione: si basa sulla scelta di un’area ristretta di competizione all’interno di un settore
industriale, scegliendo un segmento o un gruppo di segmenti nel settore e adattando per essi la
propria strategia in modo da vincere la concorrenza. Ha due varianti: la focalizzazione sui costi, nei
casi in cui l’impresa persegua un vantaggio di costo nel segmento prescelto; la focalizzazione sulla
differenziazione, nei casi in qui l’impresa persegua la differenziazione nel segmento prescelto.
La strategia di sviluppo (Corporate) fa riferimento alle scelte che comportano una crescita
attraverso un aumento della propria struttura tecnica e/o patrimoniale (sviluppo dimensionale in
senso stretto), oppure attraverso l’aumento della quota di mercato (sviluppo del mercato), oppure
entrando in nuovi business o in mercati internazionali (strategie di diversificazione).
La strategia Oceano Blu è un ibrido tra la strategia competitiva e strategia di sviluppo. l'oceano blu,
in quanto privo di concorrenti, consente di operare con tranquillità e con profitto. Alla base della
strategia oceano blu c'è il concetto che per sviluppare business è necessaria l'innovazione.
All’Oceano blu si contrappone l'Oceano Rosso caratterizzato dalla concorrenza spietata.
IL RAPPORTO IMPRESA-AMBIENTE
In un sistema ambientale complesso ed in continua evoluzione, il vantaggio competitivo delle
imprese dipende in larga parte, non solo dalle scelte strategiche che l'impresa realizza per cogliere
le opportunità del mercato o per difendersi dalle minacce della concorrenza, ma anche dalla
capacità manageriale di creare relazioni competitive e collaborative con i fornitori dei fattori e delle
tecnologie. Inoltre, i manager d'impresa devono saper formulare strategie ben definite con obiettivi
coerenti e quantità e qualità delle risorse presenti nell'organizzazione o, eventualmente, all'esterno.
Pertanto, la formulazione della strategia, deve basarsi sull'analisi dell'ambiente da cui derivano
opportunità e minacce, sia sulle capacità dei manager d'impresa di saper utilizzare e combinare le
risorse possedute o acquisite per la realizzazione di determinati obiettivi strategici. L'approccio alla
formulazione strategica basato sulle risorse (resource-based), a erma che le strategie devono essere
ben definite nei loro confini spazio-temporali e gli obiettivi devono essere coerenti con la quantità e
qualità delle risorse presenti all’interno; quindi, la strategia viene formulata per allocare le risorse in
un'ottica di adattamento alle opportunità di mercato. Se l'impresa possiede competenze che la
rendono "unica" nel mercato, allora sarà difficilmente appropriabile dai competitors. Le
competenze distintive vengono suddivise in:
-Competenze tecnologiche
-Competenze di mercato
-Competenze finanziarie
-Competenze organizzative
-Competenze finanziarie
CAP 2
LA CATENA DEL VALORE
La catena del valore è uno strumento concettuale per l'analisi dell'ambiente interno che consente di
rappresentare l'impresa suddividendola in attività (primarie e di supporto). Le attività sono i blocchi
costitutivi con cui l'impresa crea un prodotto valido per i suoi consumatori (Porter).
-consente focalizzarsi sull'ambiente interno e di evidenziare il modo in cui effettivamente opera
l’impresa a livello di singole attività elementari e in funzione dei collegamenti esistenti tra esse e tra
i diversi processi aziendali;
-La catena di valore è funzionale sia in fase di analisi sia di attuazione. Con riferimento al momento
analisi la catena del valore è lo strumento analitico capace di individuare: i punti di forza (vantaggio
competitivo sostenibile) e i punti di debolezza (spiegano una posizione competitiva debole attuale o
prospettica). Con riferimento al momento dell’attuazione della strategia, la catena del valore
evidenzia il collegamento esistente tra gestione strategica e gestione operativa.
-Illustra la sequenza di attività generatrici di valore che costituiscono le unità fisicamente,
tecnologicamente e, soprattutto strategicamente, distinte nelle quali un'impresa può essere
suddivisa.
• La catena del valore visualizza il valore che un'impresa è in grado di creare per i suoi clienti -il
prezzo che i clienti sono disposti a pagare per quel prodotto o servizio-, misurato dal ricavo totale.
• Il margine è pari alla differenza tra il valore totale dell'output e il costo sostenuto per ottenerlo
Ogni attività generatrice di valore:
• Si serve di input
• di risorse umane e finanziarie
• adotta una specifica tecnologia
• utilizza e crea informazioni
Porter individua nove categorie di attività generiche che sono presenti in qualsiasi tipologia di
impresa. La catena scompone, il processo di generazione del valore in attività primarie e di
supporto e ad ognuna di esse è possibile attribuire specifici costi e ricavi. Le attività primarie
descrivono momenti definiti del processo di acquisizione degli input, di trasformazione, di
distribuzione e di assistenza post-vendita. Le attività di supporto identificano l’attività del
management finalizzata allo sviluppo delle risorse più complesse e fungono da meccanismi di
integrazione e di collegamento tra le attività primarie.
L’analisi della catena può esse utilizzata come strumento:
-Strumento descrittivo -> Consente di fotografare l’impresa individuando le attività strategicamente
rilevanti per il VC;
-di pianificazione strategica -> Consente di individuare il contributo al margine di ogni singola
attività;
-di valutazione delle strategie -> Consente la valutazione della corretta strategia modificandone la
configurazione ex-post.
LE ATTIVITA’ PRIMARIE
Le attività primarie si possono distinguere in 5 categorie:
1. La logistica in entrata comprende il ricevimento, il magazzinaggio e la distribuzione degli input.
Inoltre, comprende:
•COSTI GESTIONE DEPOSITI
-FITTI PASSIVI/AMMORTAMENTI
- SPESE DI MANUTENZIONE E RIPARAZIONE
• COSTI GESTIONE MATERIALI
- GESTIONE SCORTE
- GESTIONE ORDINI
- LAYOUT DI MAGAZZINO
- PROGRAMMAZIONE USCITE DAL MAGAZZINO
•COSTI DI DISTRIBUZIONE
- TRASPORTO
- AMMORTAMENTO/FITTI PASSIVI AUTOMEZZE
- SPESE DI RIPARAZIONE E DI MANUTENZIONE
2. Produzione: vale a dire la trasformazione degli input in output con costi relativi agli input, agli
impianti e al personale impiegato;
•COSTI VARIABILI DI PRODUZIONE (compreso i costi di acquisto dei semilavorati)
•COSTI DI COLLAUDO E DI CONTROLLO QUALITA' (personale, materiali, procedure
informatiche, servizi acquisiti da terzi)
•COSTI DI GESTIONE E MANUTENZIONE IMPIANTI (costi di licenze, brevetti...)
3. La logistica in uscita: La logistica in uscita si riferisce alle attività che gestiscono il flusso dei
materiali all'esterno dell'organizzazione. Queste attività sono le stesse che permettono di
raggiungere il mercato con i risultati prodotti delle attività operative.
•Raccolta, magazzinaggio e distribuzione fisica dei prodotti al compratore (comprese quote di
ammortamento e fitti passivi)
4. Il marketing e le vendite: Ora che il prodotto è sul mercato è essenziale pensare alle attività di
promozione e di gestione del processo di vendita. In questa fase l'azienda potrà ra orzare l'immagine
del prodotto o servizio, aumentando il vantaggio competitivo nei confronti delle altre aziende.
Mediante pubblicità, promozioni
• Attività di anticipazione e Interpretazione delle tendenze del mercato, quali pubblicità, scelta dei
canali, determinazione dei prezzi con i relativi costi;
• Compresi quelli per la gestione delle leve del marketing mix (prodotto, prezzo, distribuzione e
comunicazione)
5. I servizi di assistenza post-vendita: comprende attività di miglioramento e mantenimento del
valore dei prodotti, con i costi relativi alle installazioni, riparazioni ecc... Si tratta di un servizio che
viene spesso sottovalutato ma che permette di valorizzare l'intero processo, di costruire valore per il
consumatore e di rafforzare il legame con il cliente.
LE ATTIVITA’ DI SUPPORTO
Le attività di supporto si possono distinguere in quattro categorie:
1. Le attività infrastrutturali: attività di sostegno che comprendono la Direzione generale, la
pianificazione, l'amministrazione e la finanza. Costi relativi alla gestione degli uffici.
• COSTI PER LA GESTIONE DEGLI UFFICI:
» AMMINISTRATIVI
» FINANZIARI
» LEGALI
» DELLA PIANIFICAZIONE
» DELLA DIREZIONE GENERALE
Ovvero la pianificazione, la contabilità finanziaria, l'organizzazione, gli a ari legali e tutte le attività
legate all'infrastruttura.
2. La gestione delle risorse umane: attività di ricerca, assunzione, addestramento e sviluppo del
personale, tutto ciò che ha a che vedere con la gestione dei dipendenti di una organizzazione. È
importante per la creazione dello sviluppo nel capitale sociale.
•COSTI PER SELEZIONE, ASSUNZIONE E ADDESTRAMENTO DEL PERSONALE
•COSTI DELLE RICERCHE SULLO SVILUPPO DELLE CARRIERE E SULLA MOBILITA'
3. Lo sviluppo delle tecnologie riguarda tutte le attività finalizzate al cambiamento innovativo di
prodotti, processi, funzioni aziendali. La capacità innovativa è tra le fonti più importanti per la
creazione di valore e per la sopravvivenza duratura dell’impresa.
•COSTI PER MATERIALI, ATTREZZATURE E IMPIANTI DEI LABORATORI
•SPESE PER CONSULENZE DI R&S (ricerca e sviluppo)
•COSTO DEL PERSONALE ADDETTO ALLA R&S
4. Gli approvvigionamenti: acquisto input e costi relativi a ricerche di mercato, contatto con i
fornitori e personale addetto. La scelta dei fornitori non avviene solo in funzione delle
caratteristiche della fornitura ma anche in base alla reputazione delle aziende fornitrici,
•COSTI PER RICERCHE DI MERCATO
•SPESE RELATIVE AI CONTATTI CON FORNITORI (DI BENI, SERVIZI E TECNOLOGIE)
•COSTO DEL PERSONALE
Ovvero, le attività che permettono di acquistare le risorse necessarie per produrre prodotti/servizi e
che consentono il funzionamento dell'azienda;
OUTSOURCHING
Una scelta di outsourching consiste nella decisione dell’impresa di far realizzare a terzisti alcune
attività della catena del valore che prima svolgeva al proprio interno, oppure, nella decisione di
esternalizzare alcuni o tutte le attività relative ad un nuovo business che l’impresa intende attivare.
Comporta lo spostamento di un’attività della catena del valore o di un processo attraverso i confini
dell’impresa, uno spostamento che è alla base di una decisione di “make-or-buy” (teoria dei costi
transazionali di Williamson). Determinante per il successo dell'Outsourcing è non solo la ricerca di
un risparmio sui costi e l'ottenimento di risorse da riallocare, ma anche la capacità dell'impresa di
concentrarsi sulle attività della catena in grado di generare maggior valore. Negli anni le
organizzazioni sono profondamente mutate. Solo qualche decina di anni fa sarebbe stato
impensabile costruire aziende industriali senza una produzione interna. Oggi imprese di successo
adottano modelli di azienda snella, senza produzione, senza magazzini, alcune anche senza forza di
vendita diretta.
LE CRITICITA’ DEL MODELLO TRADIZIONALE
Negli anni la catena del valore di Porter è stato oggetto di numerose critiche, in particolare riguardo
la sua limitatezza sia dal punto di vista descrittivo (in quanto non riesce a cogliere la complessità
che caratterizza le attività dell'impresa moderna) sia dal punto di vista della pianificazione (in
quanto risulta essere statica).
• Trascura l'impatto che la tecnologia ha su tutte le attività.
• Evidenzia solo gli aspetti operativi del marketing, trascurandone il ruolo strategico.
• Il modello della catena del valore sembra non allontanarsi troppo dal concetto di filiera produttiva.
Questo modello è stato paragonato a quello di filiera produttiva, che identifica nella trasformazione
fisica del prodotto il processo fondamentale dell'impresa. Il modello della catena del valore di
Porter sembra quindi non allontanarsi molto dal concetto di filiera produttiva, che vede come
processo fondamentale la creazione fisica del prodotto mettendo in secondo piano altre importanti
attività.
•Non considera gli asset complementari delle competenze, Solo con essi l'impresa può difendersi
dall' appropriazione da parte degli imitatori di una competenza firm specific.
• Non è sufficiente come strumento di pianificazione strategica se l'attività dell'impresa fa parte di
un più vasto flusso di attività, chiamato «sistema del valore».
• Le imprese di successo non aggiungono solo valore, lo reinventano e le strategie devono mirare
alla configurazione dei ruoli e delle relazioni tra la costellazione di attori per la co-produzione di
valore.
SISTEMA E COSTELLAZIONI DEL VALORE
Il sistema del valore si configura attraverso le interdipendenze che legano tutti gli attori coinvolti:
l’impresa, i suoi fornitori, i canali di distribuzione di cui si serve, i clienti. Ogni impresa occupa una
posizione all'interno della catena del valore: i fornitori creano e consegnano gli input prodotti alle
imprese clienti, le imprese produttrici trasformano gli input aggiungendo prestazioni che possono
essere influenzate da fornitori, l'output delle imprese produttrici poi si dirige verso i compratori,
passando per la catena del valore dei canali di distribuzione. Per Normann e Ramirez, il valore non
si verifica in catene sequenziali (Fornitori-Impresa-Canali-
Clienti) ma in costellazioni complesse, e l'obiettivo di questa nuova logica di valore porta l'impresa
a coinvolgere clienti, fornitori, alleati per co-produrre o erte sempre più complesse e variegate così
da trarre vantaggio. Per i due autori, l’azienda deve aggiungere alla catena tradizionale una fitta rete
di relazioni web che assomiglia molto più ad una costellazione che ad una catena. Nella
costellazione del valore, la co-creazione di valore è un processo dinamico e può realizzarsi come
co-design, co-innovazione, co-produzione. In particolare, un co-learning, un apprendimento
condiviso può permettere che determinati cambiamenti o fatti avvenuti nell'ambiente esterno
vengano conosciuti e combattuti, in modo da migliorare la qualità dei prodotti, ridurre costi.
CAP 3
LA LOGISTICA
Il fondamento del concetto di logistica integrata è rappresentato dalla minimizzazione del costo
totale delle attività logistiche viste nel loro complesso, dato un obiettivo di livello di servizio da
garantire. È possibile suddividere i costi logistici in 5 grandi gruppi:
- costi di mantenimento delle scorte;
- costi di magazzinaggio;
- costi di trasporto e distribuzione;
- costi inerenti ai lotti;
- costi di gestione ordini e dei sistemi informativi.
Negli anni, il ruolo del magazzino è notevolmente mutato all'interno della supply chain, passando
da uno tra i tanti anelli della catena logistica ad anello fondamentale per far sì che il sistema
logistico sia in grado di erogare servizio logistico. I magazzini svolgono normalmente, all'interno
della rete logistica, una duplice funzione: quella di "contenitore" delle merci stoccate e quella di
"trasformatori" dei flussi in uscita, tale trasformazione riguarda sia gli andamenti temporali dei
flussi, sia la composizione delle unità di carico. Si possono in prima battuta classificare i depositi in
funzione del ruolo occupato dal deposito stesso nella supply chain. È possibile distinguere,
nell'ottica delineata, depositi di fabbrica e depositi distributivi. I depositi di fabbrica si possono a
loro volta distinguere in: depositi di materie prime, in cui vengono stoccate le materie prime
provenienti da diversi fornitori, in attesa che vengano utilizzate dal processo produttivo; magazzini
interoperazionali e rispondono a esigenze di controllo delle scorte dei semilavorati e di
disaccoppiamento dei flussi produttivi. I depositi distributivi venivano visti come depositi di
fabbrica, sono invece sistemi che nella catena logistica si possono inquadrare come facenti parte del
sistema distributivo vero e proprio.
LOGISTICA DELLA GESTIONE DELLA PRODUZIONE PUSH E PULL (RICEVIMENTO
DELLE MERCI)
Logica PUSH (gestione e Fabbisogno): PUSH (SPINGERE): COMPIERE UN'AZIONE IN
ANTICIPO RISPETTO AL FABBISOGNO (Sistema attivo o di pianificazione) La produzione
viene programmata in base a delle previsioni di vendita, in cui lo svolgimento dell'attività a monte
spinge quello a valle. Si cerca prima di tutto il minimo costo di produzione, minimizzando i set up e
le fermate per cambio produzione con grandi lotti produttivi: tali lotti venivano messi a scorta in
attesa di essere venduti.
Logica PULL: Logica PULL (gestione a scorta) PULL (TIRARE): COMPIERE UN'AZIONE SU
RICHIESTA (Sistema reattivo). Questo tipo di ha la capacità di soddisfare le richieste del mercato
nel momento in cui le stesse si originano.
Questo obiettivo ha portato ad una diminuzione della rete con la riduzione anche del numero di
depositi centrali e depositi periferici: ai primi spetta una funzione di smistamento e distribuzione
della merce piuttosto che sulla capacità di stoccaggio (Conservazione in deposito di merci e
prodotti per un breve periodo di tempo, nella quantità sufficiente per l'immissione periodica al
consumo), ai secondi si cerca di modificare la funzionalità trasformandoli in transit point, delle
specie di CEDI (significa Centro di Distribuzione) in cui i flussi di merce in ingresso permangono
per il tempo necessario (minor tempo possibile) per il loro smistamento e distribuzione (perde
dunque funzione di stoccaggio).
LA MAPPA DEL MAGAZZINO (STOCCAGGIO)
Prevede una classificazione su più livelli in cui si identificano:
• Il tipo di magazzino: Struttura fisica o una parte di essa che si caratterizza per il sistema di
stoccaggio adottato o la specifica funzione assolta (es.: climatizzazione);
• l'area: in cui sono raggruppate tutte le celle con uguali caratteristiche:
• la cella: Rappresenta l'unità di spazio più piccola accessibile in un tipo di magazzino, Con essa si
definisce il luogo preciso all'interno del quale il materiale può essere immagazzinato.
RICERCA DELLE CELLE DI MAGAZZINO
Per la ricerca della cella di magazzino, si utilizzano specifici criteri, tra i quali quelli maggiormente
utilizzati evidenziano diversi tipi di allocazione (significa assegnazione):
[Link] dedicata a ogni singolo articolo: prevede che ogni singola cella è assegnata a uno
specifico codice. Ciò facilita la reperibilità dei materiali a discapito della potenzialità ricettiva (e la
misura della "capacità statica" del magazzino e può essere espressa in termini di unità di carico
"stoccabili" nel magazzino) del magazzino siccome per ogni codice deve essere riservato uno
spazio che è pari alla giacenza massima prevista.
2. Allocazione per classi di prodotti: prevede la suddivisione dei prodotti in classi caratterizzate da
indici di rotazione decrescenti e l'assegnazione delle zone del magazzino più accessibili alle classi
con indice di rotazione maggiore.
3. Allocazione casuale, che si fonda su una logica opposta, garantendo massima potenzialità
ricettiva ma scarsa accessibilità alle celle.
Va, infine, notato che, per valutare il grado di sfruttamento degli spazi disponibili, si definiscono i
seguenti indici caratteristici:
- indice di saturazione superficiale (o rendimento superficiale), che esprime il rapporto tra la
superficie coperta dalle merci immagazzinate e la superficie totale del magazzino;
-indice di saturazione volumetrica (o rendimento volumetrico), che esprime il rapporto tra il volume
occupato dalle merci immagazzinate e il volume totale del magazzino;
- indice di selettività, che esprime il rapporto tra il numero dei movimenti utili e il numero totale dei
movimenti necessari.
MOVIMENTAZIONE INTERNA
Le operazioni di picking (significa scelta, selezione...) prevede il prelievo frazionato di alcuni beni
al fine di soddisfare le richieste dei clienti finali. Tali operazioni possono essere realizzate
attraverso un meccanismo più o meno intenso. Esistono diverse opzioni per la gestione del picking.
-Picking per ordine: da ogni cella dell'impianto di stoccaggio viene prelevato il numero di pezzi
richiesto da ogni singolo ordine. L'ordine viene evaso in sequenza.
-Picking per lotti: da ogni cella dell'impianto di stoccaggio viene prelevato il numero di pezzi
corrispondente alla quantità richiesta da un insieme di ordini. Questo riduce la durata del ciclo di
prelievo.
-Picking a zone: l'ordine viene suddiviso per zone, ogni operatore effettua prelievi relativi alla
propria zona e li invia in un apposito contenitore prima della spedizione.
-picking picking: presenti nelle realtà più evolute. La lista cartacea è stata sostituita da segnalatori
luminosi e display che indicano direttamente le voci da prelevare
Nel caso in cui l'ausilio dei sistemi di automazione sia circoscritto alla movimentazione di grossi
volumi, il prelevamento avviene "operatore verso materiale". Nel caso di magazzini automatici, i
contenitori vengono di volta in volta richiesti alla postazione fissa dell’operatore e a
movimentazione avviene "materiali verso operatore".
SPEDIZIONE
La spedizione rappresenta l'ultima attività di magazzino e si considera come la fase di estinzione dei
materiali all'interna del sistema logistico poiché essi vengono trasferiti al cliente che ne hanno
ordinato un determinato quantitativo.
LA GESTIONE DELLE SCORTE DEI MATERIALI
Tra i compiti più importanti della logistica industriale vi è quello di stabilire i livelli di materiali a
magazzino in modo da soddisfare la domanda prevista con il migliore utilizzo possibile delle risorse
a disposizione. Le scorte possono essere definite come un insieme di materie, semilavorati e
prodotti finiti che, in un determinato momento, sono in attesa di partecipare a un processo di
trasformazione o distribuzione. Le scorte assumono un ruolo cruciale nella gestione della supply
chain (un sistema logistico complesso costituito da strutture che convertono le materie prime in
prodotti finiti che vengono successivamente distribuiti ai consumatori finali o ai clienti finali)
poiché permettono di regolare lo svolgimento dei processi di acquisto, di trasformazione e di
distribuzione delle produzioni realizzate.
PERCHE' DETENERE DELLE SCORTE?
• Alimentare le lavorazioni in corso;
• Mantenere basso il costo di produzione;
• Far fronte alla variabilità della domanda;
• Tenere conto della variabilità dei tempi di riapprovvigionamento;
• Contenere i costi di acquisto - Trarre vantaggio dagli sconti di qualità;
• Tenere conto delle variazioni stagionali;
• Ridurre al minimo i ritardi di produzione per mancanza di pezzi di ricambio.
Le scorte svolgono diverse funzioni, in particolare:
- Scorte di materie prime servono a separare le necessità dei reparti di produzioni dalla irregolarità
della consegna dei fornitori:
-Scorte di semilavorati isolano un centro di lavoro rispetto alle fasi a monte e a valle, rendendolo
autonomo;
-Scorte di prodotto finito utili a sganciare, dal punto di vista temporale e quantitativo, le esigenze
dei clienti dai vincoli della produzione.
Proprio la funzione di regolazione è alla base delle più note classificazioni funzionali delle scorte,
suddividendole tra:
-scorte di transito si generano a causa del tempo necessario per trasferire un bene da uno stadio di
fabbricazione o da un punto di stoccaggio al successivo;
-scorte di ciclo si generano quando si produce in misura maggiore rispetto a quanto
serve effettivamente per il fabbisogno immediato (produzione a lotti);
-scorte di sicurezza necessarie a far fronte a eventi non previsti all'interno della catena
logistica;
-scorte di disaccoppiamento utile per fornire una certa indipendenza a ogni fase
logistica;
-scorte stagionali si originano per fronteggiare le variazioni stagionali tra andamento
della domanda e ritmo della produzione.
MODELLI TRADIZIONALI DI GESTIONE DELLE SCORTE
• STOCK CONTROL (look back): si controlla il livello di scorta a prescindere dall'andamento
della produzione e della vendita.
Le scorte sono reintegrate ogni qualvolta si scenda al di sotto di un certo livello ritenuto
Fisiologico -> logica reattiva
Le tecniche che si rifanno all’approccio “stock control” sono:
-tecniche a quantitativi fissi: che prevedono che la dimensione dell‘ordine sia pari ad un
quantitativo prefissato;
-tecniche a intervalli fissi: Il metodo di gestone scorte ad intervallo fisso è una tecnica utilizzata
all'interno delio stock control che prevedono che la dimensione dell'ordine sia effettuato ad
intervalli fissi il metodo suddetto prevede che il riordino delle scorte venga effettuato ad Intervalli
di tempo definiti quindi è utilizzato per prodotti con domanda prevedibile e regolare nel tempo.
PUNTI DI FORZA
•Pianificazione degli ordini dei singoli articoli con possibilità di raggruppare in un'unica data tutti
quelli provenienti da uno stesso fornitore
• Ordini proporzionali alle vendite previste
• Scorta di sicurezza variabile anche in funzione della domanda
PUNTI DI DEBOLEZZA
• Alto livello medio delle scorte
• Minore reattività a improvvise variazioni della domanda.
FLOW CONTROL (look ahead): le scorte sono determinate in funzione al flusso di ordini di
vendita. La gestione si sposta da uno stock ad un flusso di materiali. In questo caso non si postula
l'esistenza a priori di una scorta, bensì la pianificazione del flusso che attraversa i vari stadi di
approvvigionamento, produzione e distribuzione all'interno della supply chain.
Le aziende differenziano la politica di gestione delle scorte (stock control) in relazione alle
caratteristiche della domanda di ogni singolo articolo, in termini di:
- prevedibilità,
- regolarità nel tempo
Tale differenziazione prevede l'adozione di 3 modelli di gestione di scorte: ad intervallo fisso, a
punto di riordino e a ripristino.
Il modello ad intervallo fisso è utilizzato per prodotti con domanda sufficientemente prevedibile e
regolare nel tempo. Secondo tale modello, ogni articolo viene riordinato ad intervalli di tempo
costanti (intervallo di riordino) e prefissati, ma in quantitativi variabili.
In particolare, l'intervallo di riordino T:
Dove:
Ce = costo di emissione di una riga d'ordine;
p = prezzo unitario annuo di acquisto dell'articolo;
Cp = costo percentuale (annuo) di mantenimento delle scorte; Dpr =
vendite annue previste;
Trascorso l'intervallo di riordino T, viene riordinato un quantitativo di merci Q necessario a
riportare la scorta disponibile (Sd) ad un livello di scorta massimo desiderato (Smax) che consente
di coprire gli ordini previsti sia nel corso dell'intervallo di riordino, sia nel tempo di reintegro del
fornitore, cioè del periodo di tempo necessario ad esso per evadere l'ordine.
Pertanto: Q = Smax - Sd
Dove: Sd = Scorta in mano + scorta ordinata - scorta impegnata
Occorre precisare che:
-scorta in mano = scorta che fisicamente è presente all'interno del sistema logistico nei diversi
depositi e quindi immediatamente utilizzabile;
-scorta ordinata = quantità che pur essendo già stata ordinata non è ancora giunta all'interno del
sistema logistico e quindi non è ancora dichiarabile come disponibile;
- scorta impegnata - quantità di merce che risulta già ordinata ed attribuita ad un cliente ma che
per varie ragioni è fisicamente ancora presente nel sistema logistico.
La scorta massima (o scorta obiettivo) include, oltre la domanda futura Dpr prevista durante
l'intervallo di riordino T e il tempo di reintegro t, un quantitativo a titolo di scorta di sicurezza SS:
S max = Dpr (T + t) + SS
con: Dpr (T + t) = vendite previste nel corso dei tempi di riordino e di reintegro
SS=k*e (T + t)
dove: e (T + t) = errore previsionale mediamente commesso dal programma di previsione vendite in
riferimento alla somma dei tempi di riordino e di reintegro;
k= coefficiente di sicurezza = coefficiente moltiplicativo dell'errore previsionale.
Modello a Punto di riordino: viene utilizzato per prodotti con domanda sufficientemente
prevedibile ANCHE SE NON regolare nel tempo. Secondo tale modello, ogni articolo viene
riordinato in quantità costante ogni volta che la scorta raggiunge un livello prefissato detto "punto
d'ordine"
La quantità EOQ, detta lotto economico di acquisto è il punto di minimo della curva del costo totale
di approvvigionamento.
In ultima analisi è possibile definire economie di varietà le diminuzioni di costo (della varietà e
della variabilità della gamma produttiva) derivanti dalla possibilità di utilizzare sistemi flessibili
della produzione, che permettono un facile adattamento alle mutevoli esigenze dell'ambiente
circostante.
La dimensione e sofisticazione della domanda hanno condizionato in modo rilevante la
progettazione e lo svolgimento delle attività produttive, con un conseguente squilibrio tra domanda
ed offerta. Una delle criticità principali derivanti dallo squilibrio tra domanda e offerta è la presenza
di capacità produttiva in eccesso, tipica delle imprese che realizzano prodotti che si trovano nella
fase di maturità del loro ciclo di vita. L'Overcapacity rappresenta un forte vincolo per le imprese
che, nella ricerca di economie di scala e di scopo, si trovano a gestire elevati costi fissi e domanda
ridotta; coinvolge un gran numero di aziende- in particolare nei settori capital intensive. Questo
fenomeno è pericoloso soprattutto nel lungo periodo a causa dei sovrainvestimenti che possono
minacciare il livello di profittabilità.
Una risposta possibile può trovarsi:
•nelle attività di marketing: Le attività di marketing sono diventate più importanti che mai; infatti,
l’impresa ha la possibilità di collocare il proprio eccesso di offerta sul mercato e tentare di non
perdere margini di profitto rilevanti.
•nella modularità della produzione: la modularità è da interpretare come la possibilità di creare
processi produttivi complessi composted in piccoli subsistemi che possono essere progettati per
funzionare autonomamente o in modo integrato con le altre apparecchiature. Un'elevata modularità
della produzione permette la realizzazione di un mix produttivo variegato, ottenuto tramite l'utilizzo
delle medesime componenti.
•nei sistemi push-pull: infine, le aziende possono organizzarsi in modo da coniugare la logica push
e pull. Uno dei vantaggi di un sistema misto push-pull è quello di assicurare che i consumatori
ricevano i prodotti che soddisfano pienamente i propri bisogni, anche se dovessero verificarsi
situazioni imprevedibili (vantaggio della produzione push) ma che contemporaneamente le imprese
beneficino della possibilità di realizzare le scelte produttive solo dopo che i clienti abbiano
manifestato le proprie richieste (beneficio della produzione pull).
IL DIAGRAMMA DI REDDITIVITA’
Nella pianificazione delle attività produttiva ci si sofferma sulla valutazione delle scelte di
investimento. la break even analysis permette di focalizzare l'attenzione sulle relazioni costi-
volumi-risultati indicando la quantità di produzione a partire dalla quale l'impresa dovrebbe iniziare
a produrre utili. Dallo studio del punto di pareggio è cioè possibile individuare quello che Sciarelli
(2004) chiama "potenzialità economico strutturale" dell'azienda. Tale potenzialità, che dipende dalla
struttura dei costi e dei ricavi aziendali, delimita l'ampiezza dimensionale dell'area delle perdite e
dei profitti. È necessario rilevare o stimare i costi e i ricavi al livello massimo della potenzialità
produttiva o di vendita. I costi totali di produzione possono essere espressi come una funzione
lineare di Q considerata la quantità di prodotto finito realizzata in un determinato periodo di tempo
da una qualsiasi impresa. Tali costi di produzione (CT) sono a loro volta composti, in modo
semplificato:
-da una quota di costi fissi (CF), ovvero quelli il cui ammontare non dipende dalla quantità prodotta
in una certa unità di tempo;
-dai costi variabili (CV), ovvero i costi che si ottengono moltiplicando il costo variabile unitario
(cvu) per la quantità prodotta
CT = CF + cvu x Q.
Allo stesso modo, i ricavi di vendita possono essere espressi in funzione lineare della quantità
prodotta e del prezzo di vendita di un 'unità di prodotto finito. -> RT=p * Q.
Per la determinazione del punto di pareggio (BEP), ovvero di quel livello di produzione/vendita per
il quale il profitto è uguale a zero, bisogna uguagliare i ricavi totali ed i costi totali.
Risolvendo l’equazione:
CT = RT
CF + cvu x Q = p x Q
QBEP = CF/(p - cvu)
Il volume di produzione o di vendita di pareggio è
dunque dato dal rapporto tra i costi fissi e la
differenza tra ricavi unitari e costi variabili
unitari. Tale differenza, denominata "margine di
contribuzione", misura il "contributo" che ogni
unità di prodotto venduta apporta al risultato
operativo dell'impresa. Posizionando le unità
prodotte/vendute sull'asse delle ascisse e i costi e i
ricavi sull'asse delle ordinate. Il diagramma di
Redditività consente di determinare il grado di
sfruttamento della capacità produttiva, che
permette la realizzazione dell'equilibrio
economico dell'azienda.
Il diagramma di redditività consente di determinare il grado di sfruttamento della capacità
produttiva che permette la realizzazione dell'equilibrio economico dell'azienda.
RT e CT si incontrano nel punto QBEP
Se la potenzialità economico-strutturale migliora, QBEP si sposta verso destra (se l'azienda
produce/vende (Q2) e si amplia l'area dei profitti. Al contrario, si sposta verso sinistra (se l'azienda
produce/vende Q1) e l'impresa può correre il rischio di entrare nell'area delle perdite.
Il segmento Q2-QBEP si definisce margine di sicurezza, il segmento Q1- QBEP, invece, margine di
deficit.
L'analisi del punto di pareggio è spesso funzionale all'analisi della leva operativa, data da:
LO = variazione percentuale del reddito operativo/Variazione percentuale delle vendite
A un dato livello di fatturato, la leva operativa indica la propensione della struttura alla generazione
di maggiori utile. Analiticamente:
Tipologie di innovazioni
Nell’ambito dell’innovazione inteso come asset fisico, bisogna distinguere:
o L’innovazione di processo: riguarda interventi finalizzati ai miglioramenti dei processi
produttivi, consentono una più efficiente gestione dei processi, che si traduce in valore per
l’azienda sotto forma di sprechi, riduzione dei difetti di produzione ecc.
o L’innovazione del prodotto: riguarda il lancio sul mercato di prodotti completamente
nuovi o interventi finalizzati ad incrementare la gamma dei prodotti già esistenti.
Utterback e Abernathy costruiscono un modello al fine di spiegare come l’innovazione del prodotto
e l’innovazione dei processi, evolvano in modo interdipendente.
Tale modello si compone di tre momenti:
1. Performance maximizing, dove l’obiettivo è un cambiamento radicale dei prodotti per poter
ottenere un vantaggio competitivo dato da stimoli dell’innovazione provenienti dai bisogni
degli users.
2. Sales maximizing: gli stimoli all’innovazione sono ricercati nell’evoluzione delle
competenze interne finalizzate ad una maggiore varietà del prodotto.
3. Cost minimizing: consiste nella riduzione dei costi stimolando così, l’innovazione dei
processi.
In questo senso possiamo individuare due aree applicative della R&S: la R&S di prodotto, che mira
ad assicurare l’innovazione nell’offerta di mercato, e della R&S di processo, che mira ad
un’efficienza dei processi e quindi una riduzione dei costi.
(imprese che adottano strategie di bassi costi, adottano una R&S di processo, le imprese che
puntano ad una strategia di differenziazione, adottano una R&S di prodotto)
Tra le diverse classificazioni di innovazioni, quella di Freeman è la più nota, egli individua cinque
categorie di innovazione:
1. Innovazioni incrementali
2. Innovazioni maggiori
3. Innovazioni radicali
4. Innovazioni dei sistemi tecnologici
5. Innovazioni tecnologiche
Nel tempo si è enfatizzata la differenza tra le innovazioni incrementali e radicali. Le innovazioni
incrementali rappresentano i miglioramenti apportati al prodotto o ai processi produttivi, che si
manifestano con una successione costante nel tempo. Le innovazioni radicali si distribuiscono in
modo discontinuo nel tempo, tendono a diffondersi in tutte le imprese appartenenti al medesimo
settore e a spostarsi da un settore all’altro.
Questa dicotomia mira all’ottica di considerare le due innovazioni come complementari.
Processo di generazione dell’innovazione
Il processo di generazione dell’innovazione si articola in tre processi:
1. L’invenzione: questa fase è caratterizzata dalla ricerca del maggior numero di idee creative ed
innovative, collegate strettamente al concetto di creatività. Nello sviluppare il maggior numero
di idee creative, l’impresa può attingere informazioni sia dall’interno che dall’esterno,
dall’insieme di relazioni funzionali che legano l’impresa all’ambiente individuando le principali
fonti di innovazione. Per quanto riguarda le fonti di innovazione non si considerano solo i
produttori, ma anche i consumatori/ utilizzatori chiamati anche lead users, che ne rappresentano
la principale fonte. E’ di buon uso distinguere dagli utilizzatori, gli utilizzatori sofisticati, i quali
testano in prima linea il prodotto e forniscono linee guida e punti di debolezza all’impresa,
affinchè si raggiunga l’innovazione cercata (es. piloti di formula uno). Mentre la prima fase
dell’invenzione è caratterizzata dalla raccolta di idee creative, la seconda è caratterizzata dalla
selezione delle idee che presentano maggiori potenzialità soffermandosi su due aspetti
fondamentali: il primo, è che le idee meno attraenti possono essere quelle che portano ad un
maggiore successo. Il secondo, è la necessità di fare vari tentativi prima di trovare l’idea giusta.
2. L’innovazione: lo sviluppo di un’invenzione richiede un enorme dispendio di risorse e non tutte
le invenzioni si trasformano in innovazioni. Tale fase può essere più o meno complessa a
seconda del settore di riferimento o della natura dell’innovazione. Strettamente connessa con la
fase di sviluppo dei prodotti, è quello della sperimentazione dei nuovi prodotti che è frutto di un
processo molto rigido e articolato. Oggi quest’ultimo è molto semplificato per quanto riguarda i
test da eseguire e i prototipi dei nuovi prodotti, in quanto grazie ai pc non c’è bisogno di
costriuire dei protoipi fisici su cui effetturare i test. Un ruolo importante viene svolto dagli errori
in cui ci si può imbattere durante la fae di sperimentazioni, poiché sono la base per poter
migliorare le tecnologie prodotte. Come si può intuire, la fase di sviluppo richiede un enorme
dispendio economico da parte dell’impresa ed è per questo motivo, che quest’ultime cercano di
trovare dei partner, o di esternalizzare il processo di produzione dell’innovazione.
3. La diffusione: il processo di diffusione è un fenomeno sociale complesso che coinvolge fattori
economici e non economici. Attraverso vari studi è emerso che la principale causa alla non
diffusione di una tecnologia, è l’asimmetria informativa tra i potenziali adottanti. Gli elementi
che influenzano fortemente il processo produttivo sono:
3.1. I fattori connessi alle caratteristiche dell’adottante, cioè la probabilità con la quale
un’innovazione venga adottata da un soggetto e dipende:
(1) Searching costs: costi connessi alla difficoltà di acquisire le informazioni relative
ai benefici connessi all’acquisizione di tale innovazione;
(2) Switching costs: sono i costi che l’adottante deve sostenere per riorganizzare i
processi produttivi;
(3) Opportunity costs: connessi alla possibilità che il dispendio di risorse economiche
in una nuova tecnologia, sia meno convieniente rispetto all’impiego delle medesime
risorse, ma in tecnologie già impiegate;
3.2. Caratteristiche della tecnologia: maggiore è il costo di adozione della uova tecnologia,
minore è la sua probabilità di diffusione. Per costi relativi all’adozione, si intendono i costi
come brevetti, licenze, manutenzione.
3.3. La natura del network: anch’essa può influenzare il processo di diffusione in quanto
essere in contatto con soggetti che hanno già adottato la nuova tecnologia, può generare una
serie di esternalità positive che facilitano il processo di adozione. Al contrario, se
l’adozione comporta una modifica del network nella quale l’impresa è inserita, il processo
di diffusione può avvenire in una maniera molto più lenta.
Le alternative di sviluppo delle tecnologie
Lo sviluppo dell’innovazione può seguire tre percorsi fondamentali: lo sviluppo attraverso le risorse
interne, lo sviluppo attraverso le risorse esterne e combinazione tra risorse interne ed esterne.
1. Sviluppo attraverso le risorse interne: consentono all’azienda di spaziare tra lo sviluppo
interno vero e proprio. Nel processo di sviluppo attraverso risorse interne, possiamo far rientrare
due categorie: il processo di trasferimento delle conoscenze tacite e lo sviluppo di un reparto
R&S interno;
trasferimento delle conoscenze tacite Sviluppo di un reparto R&S
Conoscenze proprie delle risorse umane E’ una delle forme più sofisticate e impegnative
del’impresa frutto dell’esperienza. Sono le di creazione della conoscenza. L’azienda che
conoscenze che caratterizzano l’impresa e che sceglie tale strategia, deve disporre un’intero
sono difficilmente trasmissibili ad altre imprese. reparto messo a disposizione di un gruppo di
La diffusione interna di tali conoscenze avviene lavoro dedicato all’innovazione.
attraverso il lavoro di gruppo.
Vantaggi: difficilmente imitabili, permttono di Vantaggi: pieno controllo sull’innovazione e
sviluppare l’innovazione con costi bassi. sulle sue future evoluzioni, conoscenza della
tecnologia sviluppata consente all’impresa di
adattarsi al mercato.
Svantaggi: di difficile applicazione in quanto Svantaggi: processo dai costi elevati, richiede la
sono necessarie risorse umane con competenze disponibilità di risorse umane e tecnologie
adatte per lo sviluppo della tecnologia in adeguate, rischioso per l’aleatorietà della
questione. R&S,tempi lunghi di sviluppo.
2. Lo sviluppo attraverso le risorse esterne: facendo riferimento sviluppo di risorse attraverso
tecnologie esterne, ci sono diverse soluzioni:
• i contratti di licenza: attribuiscono all’azienda contraente il diritto di utilizzare
innovazioni sviluppate dall’azienda cedente saltando la fase di sviluppo e passando
direttamente alla fase di adozione, in cabio del pagamento di royalties legate al volume
del fatturato. Tali forme di contratto possono prevedere forme di licenza in termini
temporali e/o geografici.
• L’acquisto di tecnologie: esso rappresenta la forma più rapida di acquisizione della
tecnologia in quanto si acquista un bene che ha in sé l’innovazione. Numerosi sono i
vantaggi di tale approccio, tra cui il fattore tempo, rischio, affidabilità e supporto del
fornitore nelle fasi di implementazione.
• Acquisto si aziende con tecnologia propria: essa è una modalità particolarmente efficace
per entrare in possesso del patrimonio di conoscenza dell’azienda acquisita.
L’acquisizione può riguardare il pacchetto di conotrollo dell’azienda innovatrice, oppure
il 100% delle azioni. Numerosi sono i vantaggi di questa strategia, tra cui l’acquisizione
di una tecnologia già testata e molto spesso anche il mercato dell’azienda acquistata,
consentendo all’azienda acquistante di essere già operativi e competitivi. Ma la difficoltà
di tale strategia, risiede nella valutazione dell’acquisto di aziede che presentano
conoscenze tacite(intangibili).
3. Combinazioni tra sviluppo interno ed esterno: questa froma di acquisizione della
conoscenza, è di tipo combinato, infatti c’è un’impresa disposta a cedere la propria tecnologia
chiamata know-how e dall’altra, un’impresa receiver che deve disporre nel proprio staff
competenze e risorse adeguate per interpretare le conoscenze sviluppate da terzi. Ci sono molti
modi per acquisire la tecnologia con processi combinati:
• Contratti esterni di ricerca e sviluppo: sono dei contratti che istaurano delle alleanze
transitorie che per natura, permettono di avere delle relazioni flessibili tra i partner. Tali
contratti, vengono affidati a centri di ricerca specializzata come le università. Le imprese
fanno ricorso a tale tipo di collaborazione perché : per acquisire competenze di cui non
hanno disponibilità, oppure perché non hanno un reparto R&S adeguatamente
sviluppato. Gli svantaggi relativi a tale forma di sviluppo sono il non pieno controllo
dell’innovazione, enorme dispendio di risorse economiche e soprattutto il fattore tempo,
che potrebbe essere il medesimo dell’avere un R&S interno. I contract research
technology sono una forma singolare di contratti di ricerca e sviluppo, ma permettono di
mantenere un certo controllo sull’innovazione, di conseguire una certa economia di
grandezza senza moltiplicare gli sforzi organizzativi.
• Contratti esterni di ricerca e sviluppo con partnership: questa forma di sviluppo è molto
simile a quella precedente, ma la differenza è che con questo contratto, ci sono più
aziende in alleanza duratura a stipulare contratti al fine della ricerca con soggetti esterni.
In genere si opera in alleanza quando i progetti di ricerca sono troppo rischiosi e
richiedono un dispendio troppo elevato per una singola impresa, così le imprese si
consorziano per ripartire il rischio ed i costi.
Joint venture e consorzi: le joint venture sono un modello di acquisizione delle innovazioni
sviluppate da terzi; esse possono costituire vere e proprie società oppure possono
relazionarsi mediante accordi contrattuali, che nel caso di due o più imprese, prendono il
nome di consorzi. La joint venture comporta la condivisione con il partner degli obiettivi
strategici e dei risultati ottenuti nel campo della ricerca e sviluppo. Affinchè la joint venture
sia duratura, sono necessari progetti di durata definita e risorse proprie sufficienti a
sostenere il progetto.
Cap. 8
Le attività di gestione delle risorse umane
le attività di gestione delle risorse umane comprende l’insieme delle pratiche di reclutamento,
selezione, addestramento e formazione del personale impiegato all’interno dell’organizzazione
aziendale. Essa riguarda sia attività specifiche come l’assunzione di ingegneri, le attività del
marketing, oppure la catena del valore nel complesso attraverso la scelta dei meccanismi di
selezione e valutazione del personale. La gestione delle risorse umane influenza fortemente gli
obiettivi strategici prefissati dall’azienda, in quanto sono perseguibili solo se l’azienda, riesce a far
si che le proprie risorse umane sviluppino un senso di appartenenza e di un comune obiettivo, il fine
aziendale. Le risorse umane sono portatrici delle conoscenze necessarie a gestire e ad implementare
le diverse attività aziendali; esse attraverso la loro iterazione, costituiscono anche il capitale sociale
organizzativo che contribuisce alla creazione di valore per l’azienda.
Un requisito importante, affinché le risorse umane perseguano un unico obiettivo, risiede nella
capacità del manager di coinvolgere e motivare gli individui coinvolti nei vari livelli
dell’organizzazione. A tal proposito, il management strategico prevede una struttura gerarchica
dell’organizzazione, che può essere scalata attraverso un’efficiente qualità del lavoro; potendo
passare da un livello gerarchico all’altro, si offre agli individui anche la possibilità di incrementare
le proprie retribuzioni passando ad un livello gerarchico più alto. In questo modo il manager cerca
di ridurre il rischio di atteggiamenti inerziali da parte delle risorse umane nei confronti dell’azienda.
All’attività di gestione delle risorse umane vanno imputati i costi relativi al reclutamento, selezione,
formazione degli operai. Il processo di selezione può essere valutato in base ai tempi di risposta e
l’efficienza nell’assumere individui che coprono alla perfezione la mansione ricercata all’interno
dell’aria aziendale. Le mansioni possono essere più o meno specialistiche e di conseguenza, offrono
più o meno livelli di soddisfazione agli operai. Le mansioni sono caratterizzate dalla varietà, che fa
riferimento al numero di compiti previsti dalla mansione. In un’ottica di voler offrire il maggior
numero di servizi possibili, le aziende adottano delle tecniche che accrescono la varietà delle
mansioni come la job enlargement (ampliamento graduale dei confini della mansione), job rotation
(passaggio periodico dei dipendenti ad un altro compito) e il lavoro di gruppo.
Le difficoltà connesse al processo di selezione, spingono le imprese ad esternalizzare questa
attività, o per le aziende più grandi, fare un doppio processo di selezione sia interno (per le figure
manageriali importanti), che esterno.
Il reclutamento e la selezione
Le caratteristiche e la qualità delle risorse umane dipendono dai processi di formazione e
reclutamento/addestramento di quest’ultimi. L’instabilità dell’ambiente ha reso fondamentale la
capacità delle risorse umane di accrescere il proprio capitale cognitivo e di adattarsi a situazioni
continuamente in evoluzione. I successi conseguibili dall’attività di formazione e addestramento
sono legati alla qualità del capitale umano impiegato all’interno dell’azienda, motivo per cui il
reclutamento e la selezione, sono attività fondamentali nella gestione delle risorse umane.
• Il reclutamento: è lo strumento attraverso il quale l’impresa, esprime la propria domanda e
attiva l’offerta di lavoro. Le scelte relative a tale attività dipendono: dalle posizioni da
ricoprire all’interno dell’impresa, dalle caratteristiche dell’offerta di lavoro e dal mercato
esterno del lavoro. Gli strumenti utilizzabili per il reclutamento si distinguono in:
1. Interne come il job posting, che prevede che il management porti a conoscenza di
tutti i dipendenti e i ruoli da coprire;
2. Esterno come le:
▪ Autocandidature che i soggetti interessati presentano direttamente alla società
interessata o ad un intermediario, attraverso l’invio del proprio curriculum;
▪ La ricerca da parte delle imprese, dei talenti presso scuole, istituti di ricerca e
università;
▪ Il ricorso ad agenzie pubbliche o private;
▪ Con il rapporto di studi professionali e sindacati.
• La selezione: attiene alla scelta dei soggetti che entreranno a far parte dell’organizzazione.
Essa avviene nella rosa dei possibili candidati e prevede un processo di selezione attraverso
la verifica delle attitudini, conoscenze e dalla capacità di apprendimento. Questa fase può
essere suddivisa in due sottofasi:
1. La prima fase del processo di selezione, l’impresa esegue uno screening dei
curriculum ricevuti; quindi, la prima selezione avviene rispetto a caratteri di tipo
generale.
2. La seconda fase riguarda la scelta finale, basata su informazioni più dettagliate come
la motivazione dei candidati o la coerenza tra profilo ricercato e profilo presentato.
ci sono diverse tecniche di reclutamento, le principali sono i colloqui, prove professionali e
test psicologici. I costi relativi a tale processo sono:
▪ Costi per la raccolta e diffusione delle informazioni nel mercato del lavoro;
▪ Costi di reclutamento, che crescono in relazione al numero di candidati;
▪ Costi di selezione, che crescono in relazione al numero di candidati;
▪ Retribuzioni;
il reclutamento del personale non avviene sempre attraverso il mercato esterno, spesso le aziende
ricercano i candidati al proprio interno, considerando la possibilità il progredire di ciascun
individuo nella propria carriera lavorativa. Il ricorso al mercato interno del lavoro, riduce i costi
relativi al ricorso del mercato esterno, ma espone l’azienda a costi relativi alla rigidità dei
meccanismi di amministrazione, all’obsolescenza del personale ecc. Sono proprio i costi e i rischi
connessi a tale scelta che spingono le imprese ad un’esternalizzazione della gestione delle risorse
umane.
La convenienza dell’outsourcing risiede nella riduzione non solo dei meccanismi di reclutamento e
selezione, ma anche di addestramento e formazione. La scelta tra mercato interno (facilita al
manager la comprensione delle capacità di ogni singolo dipendente) e mercato esterno (riduce i
costi amministrativi e innalza il livello di flessibilità organizzativa) avviene in base all’unicità e
valore delle risorse umane. Per valore si intende il contributo che le risorse umane possono offrire
potenzialmente per il raggiungimento del vantaggio competitivo, per unicità invece, ci si riferisce al
grado di specificità e alla frequenza con cui le risorse umane vengono utilizzate nell’impresa.
L’addestramento e la formazione
I termini di addestramento e formazione vengono utilizzati per indicare due processi di
apprendimento diversi. Si definisce addestramento il trasferimento di abilità già definite e
controllabili e generalmente, riguardano i dipendenti con livello gerarchico inferiore, gli operai. Il
termine formazione attiene al processo che mira a sviluppare abilità nuove o relative al dominio di
situazioni incerte o diverse rispetto al passato.
Come tutti gli investimenti, anche quello del capitale umano comporta un certo livello di rischio
relativo al trasferimento delle conoscenze, oppure alla perdita di tali conoscenze. Proprio per la
valutazione di tali rischi, anche l’addestramento e la formazione possono essere esternalizzati.
L’esternalizzare o meno tali processi, dipende da ragioni di costo e dalla verifica che nel mercato
esista realmente la figura professionale ricercata. Oggi la scelta delle imprese sembra propendere
verso una soluzione ibrida.
La formazione può avvalersi di diverse tecniche:
• Lezione frontale: è utile per il trasferimento di modelli o informazioni;
• Il metodo dei casi: prevede la presentazione ai discendenti di un caso relativo ad una
situazione verificatasi nell’azienda e si chiede agli apprendisti di fare un’analisi del caso o
procedere alla soluzione;
• In basket: è una tecnica di simulazione che prevede la risoluzione di situazioni di difficoltà
da parte degli apprendisti attraverso comunicazioni scritte; (mira ad accrescere le capacità
decisionali e l’adattamento all’ambiente)
• Business game: è sempre una simulazione, ma che prevede la suddivisione degli apprendisti
in gruppi-imprese e farli competere in un determinato mercato; (mira ad accrescere le
decisioni strategiche-manageriali)
• Il lavoro di gruppo: mira a sviluppare le capacità di apprendimento del gruppo.
Una componente importante della formazione, è l’on the job training, nonché l’esperienza sul
campo.
Riguardo alla valutazione dell’attività di formazione occorre considerare i costi sostenuti per tale
attività ed inoltre, le performance ottenute. Rientrano tra i costi della formazione i docenti,
consulenti, sistemazione logistica, materiali didattici ed eventuale retribuzione dei partecipanti. Le
performance posso essere valutate attraverso il grado di soddisfazione del bisogno formativo dei
partecipanti.
Come per la selezione, anche la formazione assume forme diverse in base alle dimensioni
dell’azienda:
• Pmi: l’attività di formazione si esplica in un learning by doing basato sulla pratica
quotidiana;
• Imprese di maggiori dimensioni: più frequente è la programmazione di corsi di formazione
formali, basati sulla partecipazione di corsi periodici organizzati in azienda.
Cap 9
Il ruolo dell’attività finanziaria
La funzione finanziaria dell’impresa si inserisce nell’ambito delle attività infrastrutturali della
catena del valore, infatti si occupa:
• Del reperimento delle risorse finanziarie necessarie a coprire gli investimenti;
• Degli strumenti per la valutazione degli investimenti e delle strategie;
• Gestire la tesoriera;
• Gestire i rischi (risk management);
La funzione finanziaria può essere ricondotta a tre tipi di problematiche:
1. La definizione del volume complessivo e del tasso di sviluppo del capitale investito
nell’impresa;
2. La scelta degli investimenti e la struttura del patrimonio aziendale;
3. La composizione delle fonti di finanziamento utilizzate a copertura degli investimenti.
Come si può vedere, si tratta di problematiche connesse tra loro e che devono essere risolte
contemporaneamente, inoltre tutte riguardano la dinamica del capitale.
La figura del manager finanziario quindi si trova ad avere due responsabilità: quali investimenti
effettuare e come procurarsi le risorse per effettuare tali investimenti.
Quindi mentre il manager finanziario agisce come un intermediario tra l’impresa e gli investitori
dell’impresa, la finanza fornisce le metodologie utili per comprendere il grado di creazione o
distruzione di valore legata ad ogni singolo investimento.
Ci sono tre tipi di finanza:
1. Finanza subordinata: si occupa del reperimento dei mezzi necessari a soddisfare il
fabbisogno finanziario dell’investimento;
2. Finanza integrata: si occupa di decisioni relative all’efficace impiego del capitale
arrivando a valutare l’intera sostenibilità finanziari dei piani di sviluppo dell’azienda;
3. Finanza strategica: si occupa di dare supporto alle strategie aziendali, facendo da ponte tra
strategia e finanza.
Il supporto dell’attività finanziaria alle decisioni aziendali
La finanza presta supporto all’attività finanziaria predisponendo delle regole di disciplina e degli
strumenti per la valutazione degli investimenti.
Un investimento può essere inteso come un impiego di mezzi finanziari allo scopo di ottenere una
remunerazione futura in tempi non molto estesi.
Un investimento ha le seguenti caratteristiche:
• Riguarda tipicamente l’acquisizione di immobilizzazioni materiali o immateriali, funzionali
all’attuazione di determinate strategie;
• Concentra in esso un’uscita finanziaria certa, che costituisce un rischio per l’impresa in
quanto i flussi di ritorno di tali investimenti non lo sono;
• Implica un ciclo finanziario, inteso come gap temporale tra l’uscita finanziaria e i relativi
flussi di ritorno.
La metodologia più usata per valutare in via preventiva le decisioni aziendali è il Capital
budgeting.
IL CAPITAL BUGETING
Questo modello di valutazione preventiva degli investimenti si articola in quattro fasi:
1. La produzione di proposte di investimento;
2. Quantificazione dei flussi di cassa per ogni investimento;
3. Valutazione dei flussi di cassa attualizzati;
4. Selezione delle proposte in base ad un livello di accettazione.
Dal punto di vista applicativo il capital budgeting prevede in primo luogo di fissare un orizzonte
temporale per ogni proposta, basato sulla vita economica sull’oggetto dell’investimento;
successivamente viene calcolato il rendimento atteso di ciascun progetto di investimento attraverso
l’applicazione della discounted cash flow analysis. Secondo questo processo tutti i flussi di cassa
futuri generati dal bene oggetto dell’investimento, vengono attualizzati attraverso un fattore di
attualizzazione che tiene conto del costo dei capitali impiegati e del grado di rischio.
I flussi finanziari da prendere in considerazione sono i così detti flussi incrementali, ossia
quelli futuri e differenziali. Ci sono quattro categorie di flussi incrementali:
1. I flussi generati dall’acquisto dell’oggetto di investimento;
2. I cash flow derivanti dall’attività di produzione/erogazione dell’impresa;
3. I flussi generati dall’impiego del capitale circolante netto operativo (CNNO), dato dalla
differenza tra i crediti più scorte e i debiti;
4. I flussi ottenibili dal valore residuo dell’oggetto di investimento alla fine della sua vita
economica.
In parallelo avviene anche l’analisi del livello di rischio legato ai progetti più convenienti in base
alla redditività. Un investimento per essere intrapreso deve avere una redditività maggiore rispetto
al capitale investito ed in più, una certa remunerazione come premio al rischio. Il costo del capitale
è definito come costo medio ponderato dei diversi tipi di capitale utilizzato:
Dove:
• è il costo del capitale preso a prestito;
• è il costo del capitale proprio;
• è il valore di mercato del debito;
• è il valore di mercato del capitale proprio;
Dopo aver analizzato il costo del capitale al fine di applicare il discounted cash flow analysis (di
attualizzare i flussi di cassa derivanti dagli investimenti), il passaggio successivo è quello di
valutare le proposte sulla base di un criterio di accettazione.
Tra le metodologie di valutazione degli investimenti troviamo il VAN (valore attuale netto) e il
TIR (tasso interno di rendimento).
Il VAN viene calcolato come la somma algebrica dei flussi di cassa in entrata e in uscita,
attualizzati:
Il metodo del TIR prevede che venga determinato quel particolare tasso di interesse attraverso cui il
valore attuale dell’investimento sia uguale a zero:
A supporto di queste due tecniche di valutazione vi è il metodo del payback period. Essa è definita
come metodologia del tempo di recupero e prevede la stima del tempo necessario affinché il flusso
di cassa cumulato dell’investimento, eguagli il valore del capitale investito. Il payback period si
calcola come rapporto tra capitale investito e media annuale degli incassi. Tra due o più
investimenti, si preferisce quello con payback period inferiore.
Il payback period è una metodologia molto veloce, ma altrettanto di difficile applicazione in quanto
presenta i seguenti limiti:
• Non considera il valore finanziario del tempo;
• Non dà una misura della redditività dell’investimento che può essere confrontato con il
capitale investito;
Tali processi di valutazione degli investimenti hanno il difetto di analizzare i singoli investimenti
come momenti separati e distinti nell’ambito della gestione aziendale. Tali modelli, quindi, perdono
di vista il fatto che i diversi investimenti rappresentano un insieme di azioni che fanno capo alle
scelte strategiche. Per questo motivo possiamo considerare la valutazione non più del singolo
investimento, ma dell’intera strategia intesa come insieme unitario di investimenti che possono
modificare la posizione competitiva dell’impresa. In questo modo ogni strategia viene stimata sulla
base del contributo che essa fornisce alla creazione di valore per l’azionista. Estendendo la
valutazione all’intera impresa, è possibile determinare il suo valore borsistico.
aziendali, la struttura elementare non può mostrare altro che segnali di crisi in quanto è necessaria
una organizzazione più dinamica.
Pertanto, modificando tale struttura, si arriva all’organizzazione line-staff. Essa si basa su due
principi fondamentali:
1. Il principio dell’unità della linea di comando;
2. Il principio della differenziazione dei compiti tra organi operativi (line) e organi di supporto
(staff).
Anche con l’inserimento di tali principi la struttura elementare con organizzazione line and staff
presenta dei limiti:
• Scarsa formalizzazione dell’organizzazione
• Processi decisionali poco strutturati, ma accentrati in capo ad un unico soggetto;
• Stile di direzione autoritario e paternalistico.
I vantaggi sono:
• Elevati livelli di flessibilità
• Basso livello di specializzazione e divisione del lavoro
• Disponibilità a svolgere, in condizione di emergenza, una pluralità di compiti;
• Diffusione di meccanismi di integrazione basati su relazioni personali tra le risorse umane
impiegate.
La struttura funzionale
In essa dominano i concetti di gerarchia e di flussi di comando tipo top-down, con una numerosità
crescente dei livelli gerarchici in relazione alla crescita dell’impresa.
Le strutture multi-divisionali sono caratterizzate da una suddivisione del lavoro al livello dell’alta
direzione, con una divisione delle responsabilità per prodotto, per area geografica o per mercato di
sbocco.
La struttura organizzativa multi-divisionale prevede cinque livelli:
1. direzione generale: si occupa dei centri decisionali strategici (cosa produrre, per quali
mercati, quali risorse assegnare e a chi);
2. staff centrali: caratterizzati da specialisti con funzioni di supporto e/o di consulenza alla
direzione centrale (pianificazione, marketing, personale, R&S);
3. divisioni: con responsabilità diretta di gestione;
4. aree funzionali: con competenze specializzate di funzione;
5. unità operative: che hanno dei compiti operativi.
Tale struttura presenta i seguenti vantaggi:
• Specializzazione delle risorse con sviluppo di conoscenze
• Efficienza/economicità tecniche
• Miglioramento di prodotti e processi
• Maggiore efficienza della direzione
Nonostante i numerosi vantaggi, tale struttura, presenta degli svantaggi:
• Difficoltà di coordinamento e comunicazione
• Difficoltà nella gestione di più linee di prodotti
• Lentezza di risposta ai cambiamenti ambientali a causa della struttura tendenzialmente rigida
Il coordinamento diventa ancora più complesso, nelle strutture a matrice.
Le strutture a matrice sono
caratterizzate da una
struttura decentrata, da una
molteplicità di funzioni,
prodotti e aree geografiche,
con centri di costo per
funzioni e con centri di
profitto per area geografica
o mercato. Essa è tipica
delle imprese che lavorano
per progetti dove accanto
alle tipiche funzioni
centrali, vengono
istituzionalizzate strutture
responsabili della conduzione dei risultati di uno o più progetti. Per tale motivo vengo definite due
figure di manager:
• Responsabili funzionali: che curano l’economicità di una data funzione indipendente dai
progetti;
• Responsabili di progetto: che coordinano sotto propria responsabilità il progetto.
Questo è un modello valido per prodotti con breve ciclo di vita o per aziende che operano su
commessa.
I vantaggi di tale struttura sono:
• Centralità delle conoscenze distintive dell’organizzazione
• Maggiori possibilità di “conversione” tra obiettivi/interessi differenti
• Condivisione flessibile delle risorse umane tra i prodotti
• Adatta a decisioni complesse e cambiamenti in un ambiente instabile
• Opportunità per lo sviluppo di competenze sia funzionali sia di prodotto
L’AMBIENTE ECONOMICO
L’analisi di questo ambiente consente di individuare lo stato attuale e futuro dell’ambiente macro-
economico nazionale ed internazionale. In particolare l’analisi serve a far emergere le relazioni tra
le variabili e la condotta strategica dell’impresa, in modo da evidenziare i comportamenti più
adeguati da adottare.
L’analisi dell’ambiente economico consente di individuare le prospettive del sistema economico
internazionale, l’evoluzione degli investimenti e dei risparmi delle famiglie, l’andamento della
produzione ed i trend economici. Le forze dell’ambiente economico possono essere individuate
mediante numerosi indicatori, come le tipologie di produzione, il reddito disponibile, i consumi, gli
investimenti… questi fattori insieme sono in grado di influenzare il posizionamento competitivo
dell’impresa cui si richiede un’attenta analisi del loro andamento attuale e prospettico, attraverso la
raccolta dati dai più importanti report e database statistici nazionali.
Attraverso questi indicatori, come ed esempio il PIL è possibile effettuare scelte da parte
dell’impresa, che in caso di crescita di esso può approfittare del momento favorevole ed espandersi,
mentre in situazioni di riduzione del PIL le imprese sono tenute a rivedere le proprie strategie per
ridurre i costi di produzione.
Sotto questo aspetto può risultare molto utile l’individuazione dello “stato” attuale del ciclo
economico, che sulla base delle variazioni del PIL può essere di crescita, di recessione, di
repressione o di ripresa.
Un altro indicatore fondamentale per le scelte dell’impresa è la variazione dei tassi di cambio,
specialmente quando le imprese si affacciano su mercati internazionali.
Ad esempio, imprese che si approvvigionano di input dall’estero e collocano i propri output su
mercati internazionali, subiranno variazioni dei profitti nel caso in cui si dovesse apprezzare o
deprezzare la propria moneta rispetto a quella degli altri stati, creando quindi seri problemi sia di
gestione che di profitto.
L’analisi dell’ambiente economico quindi dovrebbe far capire all’impresa quali sono le prospettive
future del sistema economico in generale, far capire in che fase del ciclo economico ci troviamo,
indicare l’evoluzione del risparmio delle famiglie e come si distribuisce il reddito per area
geografica, età e tipologia di nucleo familiare.
L’AMBIENTE SOCIO-DEMOGRAFICO
L’analisi dell’ambiente demografico consente di individuare le caratteristiche attuali e i previsti
cambiamenti delle principali variabili demografiche e socio-culturali dei paesi in cui l’azienda
opera o vorrebbe entrare; Queste variabili sono molto rilevanti per le sue attività, in quanto
influiscono direttamente sulle dimensioni e l’evoluzione della domanda e del consumo. Per quanto
riguarda i fattori demografici, le imprese si chiedono quali cambiamenti demografici
influenzeranno l’andamento della domanda, quali trend demografici potranno avere impatti sulla
forza lavoro e se questi cambiamenti costituiscono opportunità o minacce.
Queste variabili includono fenomeni che incidono sulla struttura e dinamica della popolazione,
come il tasso di crescita della popolazione, quello di mortalità e natalità, l’età media, ecc…
Queste variabili sono molto importanti ai fini della struttura dei mercati, in quanto determinano una
diminuzione o un aumento dei potenziali clienti, oppure la nascita di una nuova categoria di essi.
Con specifico riferimento al nostro Paese, negli ultimi anni sono emersi nuovi trend relativi ad un
calo della crescita demografica, un aumento dell’occupazione femminile, un aumento del tasso di
invecchiamento ed un incremento dell’immigrazione.
Queste tendenze possono essere viste come minacce o opportunità, ad esempio l’aumento della vita
media ha comportato un aumento della domanda di prodotti e servizi sociali sanitari e ricreativi,
mentre l’aumento dei nuclei familiari singoli o con un solo figlio e l’incremento dei divorzi ha
portato alla creazione di servizi che aiutano nella gestione della casa e l’introduzione di nuovi
formati alimentari monodose.
L’aumento di occupazione femminile ( zitta donna ) ha favorito la motorizzazione, mentre
l’aumento dell’immigrazione ha introdotto sul mercato segmenti di consumatori nuovi che hanno
portato le imprese a modificare la propria offerta in modo da adeguarsi ad una domanda multi-
etnica.
Per quanto riguarda invece i fattori socio-culturali, l’analisi del sotto ambiente consente di
conoscere i trend attuali ed emergenti della cultura, il perché si stanno verificando e quali sono le
loro implicazioni per la condotta dell’impresa.
Tutti i fattori socio-culturali come valori, credenze, tradizioni, linguaggi e stili di vita sono
interconnessi tra di loro, e lo studio di questi fattori è particolarmente importante per le imprese che
si relazionano direttamente con i consumatori finali.
Le principali tendenze socio-culturali nel nostro paese sono riconducibili ad un maggiore interesse
verso la tutela della natura e dell’ambiente (che ha portato ad un aumento dei prodotti ecologici a
basso impatto ambientale e una stretta sui vincoli delle produzioni con un impatto maggiore
sull’ambiente) , un interesse maggiore verso la salute e l’alimentazione, e la cura del corpo e della
persona che hanno portato invece all’aumento dell’importanza verso prodotti salutari e biologici.
L’analisi di questo ambiente, dovrebbe quindi consentire l’interpretazione dei trend attuali ed
emergenti negli stili di vita, nei valori e nella cultura della popolazione, al fine di capire il loro
motivo e capire come muoversi di conseguenza in ambito strategico.
L’AMBIENTE TECNOLOGICO
La tecnologia è una delle variabili macro ambientali che ha portato maggiormente cambiamenti
nella società e lo sviluppo nelle imprese, nonché uno dei fattori che incide maggiormente nella
crescita economica.
L’ambiente tecnologico è composto dall’insieme delle tecnologie il cui impatto si diffonde sia
all’interno che all’esterno dell’impresa, ed analizzarlo significa capire quali tecnologie stanno
emergendo e che impatto avranno sulle tecnologie attuali e sul mercato, quindi porterebbe ad uno
sconvolgimento delle relazioni concorrenziali tra le imprese.
Le variabili dell’ambiente tecnologico possono infatti abbassare o alzare le barriere all’ingresso di
determinati settori industriali, e aumentare i livelli di produzione e di efficienza.
I fattori tecnologici vanno analizzati in riferimento sia alle tecnologie di base, ossia quelle che
costituiscono il patrimonio delle conoscenze e dei principi scientifici e tecnologici generali entro
cui si svilupperanno poi le tecnologie applicative, che sfruttano i principi generali per trarre un
vantaggio competitivo all’impresa.
Vi sono state innovazioni in particolare che hanno rivoluzionato completamente i loro ambiti, come
le biotecnologie nei processi alimentari, o materiali in particolare che comportano nuove
opportunità per le imprese.
Tali progressi hanno modificato il modo di condurre gli affari e gestire le informazioni.
In questo preciso momento storico siamo sull’onda della cosiddetta Industry 4.0 , ossia la quarta
rivoluzione industriale, in quanto sono state introdotte nuove tecnologie come dei robot sempre più
intelligenti e capaci di operare in modo autonomo, oppure l’automazione di una serie di dispositivi
(come la casa domotica con le luci e gli elettrodomestici controllabili da remoto), e lo sviluppo di
tecnologie cloud che consentono di immagazzinare sempre più informazioni.
Tutti questi fattori possono essere sia opportunità che minacce, e provocano modificazioni
consistenti nel modo di operare delle imprese.
Lo sviluppo tecnologico ha permesso un miglioramento dei sistemi produttivi, alzando i livelli
minimi di produzione richiesti per le economie di scala e per raggiungere quindi l’efficienza
produttiva.
L’analisi dell’ambiente tecnologico quindi aiuta le imprese a valutare in quale fase del ciclo di vita
si collocano le tecnologie tradizionali che dominano attualmente il mercato, se stanno emergendo
nuove tecnologie, e quale sarà il loro impatto sulle scelte strategiche delle imprese.
L’AMBIENTE NATURALE
L’analisi del macro-ambiente prevede anche una valutazione delle dotazioni naturali e dei fattori
specifici dell’area naturale dove si opera. L’analisi di queste variabili quindi aiuta l’impresa a
comprendere quali sono le risorse necessarie per le attività dell’impresa che l’ambiente naturale è in
grado di offrire e quale sarà l’impatto dell’impresa sull’ambiente.
Seguendo la concezione sistemica dell’impresa, quest’ultima utilizza per la realizzazione dei suoi
output, input materiali ed immateriali resi disponibili da una certa società e cultura, ed in
quest’ottica alcuni territori possono garantire più di altri dei vantaggi competitivi, in quanto le
specificità di alcuni territori possono infatti contribuire all’acquisizione di un vantaggio competitivo
da parte di imprese che vi si radicano, consentendo di ridurre i costi e massimizzare i profitti, ad
esempio minimizzando i costi relativi al trasporto: le acciaierie infatti vengono sempre collocate in
prossimità dei giacimenti di materia prima o di grandi porti, in modo da diminuire drasticamente il
budget da riservare al trasporto, per le imprese invece può essere una scelta saggia decidere di
collocarsi in prossimità della domanda finale.
Emerge quindi che l’ambiente naturale rappresenta una fonte generatrice di risorse necessarie per il
ciclo produttivo, ed è il recettore dei prodotti dell’attività di produzione e consumo (quindi è bene
posizionarsi in un posto vicino al proprio luogo di approvvigionamento ma anche vicino alla
domanda finale)
Un esempio della storia italiana di gestione dei territori è riconducibile ai primi anni ’60, durante i
quali nacquero i distretti industriali (storia economica)
Per tanti anni il grave impatto ambientale dato dalla produzione e dallo sfruttamento delle risorse
sul territorio in maniera incontrollata veniva definita come sacrificio necessario per lo sviluppo
dell’economia, ma in tempi più recenti la presa di coscienza e l’urgenza di azioni indirizzate alla
salvaguardia ha portato alla creazione dello “sviluppo sostenibile”, che cerca di soddisfare i bisogni
delle generazioni presenti senza però compromettere la possibilità per le generazioni future di
soddisfare i propri bisogni. Esso fa riferimento alle cosiddette “Tre P”:
Sostenibilità economica – Ovvero la capacità di generare reddito e lavoro per il sostentamento
della popolazione
Sostenibilità sociale – Ovvero la capacità di assicurare condizioni di benessere umano per tutte le
classi e tutti i generi
Sostenibilità ambientale – Ossia la capacità di mantenere ed assicurare qualità e riproducibilità
delle risorse naturali alle generazioni attuali e future.
La sostenibilità deve quindi riuscire a soddisfare tutti questi parametri, incrociandoli in maniera
sinergica e secondo un miglioramento continuo.
Una corretta attuazione delle politiche ambientali da parte delle imprese può risultare motivo di
aumento dei ricavi, in quanto nuovi business eco-friendly possono generare vendite maggiori in
consumatori che tengono a cuore la questione ambientale.
Sotto il profilo dei costi invece le imprese possono ottimizzare i consumi energetici adottando
politiche più sostenibili.
Il problema della sostenibilità ha portato nell’ambiente macro-economico una serie di incentivi e
vincoli:
I primi sono volti a modificare le convenienze delle imprese per indurle ad attuare scelte e politiche
aziendali sostenibili, mentre nel secondo caso si tratta di limiti alla presenza o all’utilizzo di
sostanze nocive all’ambiente.
Un esempio di provvedimento di natura vincolistica è il protocollo di Kyoto, un trattato
internazionale in materia ambientale sottoscritto a Kyoto nel 1997. Entrò in vigore nel 2005 dopo la
ratifica della Russia, e prevede l’obbligo per i paesi industrializzati di operare una riduzione delle
emissioni di agenti inquinanti in una misura non inferiore al 5% rispetto al 1990 considerato come
anno base negli anni 2008-2012.
Le imprese più dinamiche e dotate di maggiore pro-attività potranno avvantaggiarsi dei
cambiamenti imposti dalla recente regolamentazione acquisendo vantaggi competitivi nei confronti
di chi fatica ad adeguarsi alla normativa.
L’ambiente legale-normativo
L’ultimo sotto-ambiente riguarda quello che concerne tutte le regole e le normative riguardanti il
lavoro, l’ambiente, la tutela del lavoro, la concorrenza…
Il campo di applicazione di tali regole può essere nazionale o sovra-nazionale, regionale o locale, e
quindi variano significativamente da paese a paese.
Esistono infatti differenze sostanziali tra paesi che adottano la cosiddetta civil law, che hanno i loro
principi fondanti codificati in un sistema di riferimento che è la fonte primaria della legge, a
differenza dei paesi che adottano la common law, che invece si basano sulle sentenze espresse in
passato dai giudici nei vecchi casi.
L’insieme delle regole dà origine anche a diversi modelli di capitalismo, infatti sono distinguibili
modelli di mercato liberali, in cui il sistema promuove la concorrenza, le economie coordinate in
cui in cui i vincoli legali tendono a creare cooperazione tra i vari stakeholder, e le economie di
mercato in via di sviluppo, dove lo stato influenza pesantemente l’economia.
Analizzare a dovere anche questo ambiente è molto utile all’azienda, in quanto grazie ad esso è
possibile capire come il sistema delle regole possa agevolare lo sviluppo di un particolare tipo di
impresa.
CAP 12 – L’analisi dell’ambiente competitivo
Il micro-ambiente, quindi l’ambiente competitivo, è composto da tutte quelle forze che operano
all’interno dell’impresa e ne influenzano le scelte e le performance.
L’analisi di esso mira ad individuare il campo di attività in cui l’azienda vuole competere, e quindi
con chi deve interagire, ed aiuta a comprendere le forze che impattano sulla competitività delle
imprese.
Lo studio delle specificità del micro-ambiente prevede quattro momenti fondamentali:
1- La definizione dei confini del campo d’indagine, attraverso l’identificazione del settore e delle
aree in cui opera l’impresa
2- L’analisi delle caratteristiche delle aree strategiche d’affari
3- La ricostruzione nell’ambito competitivo dei raggruppamenti strategici
4- L’individuazione dei principali concorrenti e la selezione degli indicatori da adottare nel
processo di monitoraggio.
Il successo di un’impresa infatti non si basa solo sull’individuazione di minacce e opportunità, ma
anche sulla valutazione dei comportamenti dei concorrenti.
Il problema centrale per l’analisi dell’ambiente competitivo è rappresentato dall’identificazione di
uno o più criteri di omogeneità che consentano di aggregare le imprese, e possiamo trovarne due:
Il primo criterio ha un focus sull’offerta ed identifica come appartenenti al settore tutte le imprese
che producono lo stesso prodotto ed hanno una omogeneità merceologica o tecnologica (Settore
merceologico-manifatturiero)
Il secondo criterio invece focalizza l’attenzione sulla domanda, e considera le possibili imprese che
producono prodotti sostitutivi rispetto alla soddisfazione dello stesso bisogno (Settore economico)
La definizione dell’ambito competitivo consente di integrare la prospettiva dell’offerta con quella
della domanda considerando le diverse modalità di soddisfazione di bisogni specifici di un dato
segmento. Partendo da ciò, può essere identificato un particolare ambito competitivo rappresentato
dall’Area strategica di Affari (ASA) che viene definita mediante un modello tridimensionale basato
sulle seguenti dimensioni:
- I gruppi di clienti, identificati in base a differenti criteri come le aree geografiche, gli stili di vita,
il comportamento di acquisto e quello di consumo, eccetera.
- Le funzioni svolte per i clienti, che identificano le categorie di bisogni che possono essere
soddisfatti da un dato bene
- Le tecnologie, che esprimono le modalità per la soddisfazione di determinati bisogni.
Per ciascuna dimensione occorre quindi descrivere gli elementi che consentono di derivare l’ambito
competitivo dell’impresa e dei concorrenti; tale procedimento consente di tracciare tutti i possibili
business (ASA) correlati ai bisogni, ai tipi di clientela e alle tecnologie nell’ambito dei quali
l’impresa può operare.
Lo stesso ragionamento può essere fatto considerando i fornitori dell’impresa, la quale si trova in
questo caso nella posizione di cliente: il potere contrattuale dei fornitori risulta maggiore quando il
mercato della fornitura è più concentrato di quello degli acquirenti, ed aumenta al crescere della
specificità e dell’importanza degli input, ma diminuisce al crescere delle informazioni che le
imprese clienti hanno sulla domanda, sui prezzi di mercato e sui costi di produzione dei fornitori.
LA CONCORRENZA POTENZIALE
Con questo termine ci si riferisce alla minaccia che nuovi competitor attratti dall’elevata redditività
del business possano entrare nel settore alterandone gli equilibri, e per fronteggiare tali rischi le
imprese devono cercare di ridurre l’attrattività del settore innalzando barriere all’entrata, ossia un
differenziale di costo per le imprese che vogliono entrare in un determinato ambito competitivo, che
ridurrà la convenienza della scelta e porrà gli eventuali entranti in una posizione inferiore rispetto a
chi era già presente nel mercato.
Le barriere all’entrata possono essere:
Istituzionali, quando si riferiscono a norme, regole e forme di tutela che limitano l’attività degli
entranti, esempi sono le norme protezionistiche, i brevetti, i copyright.
Strutturali, che derivano dalle azioni poste in essere dalle imprese per migliorare la propria
posizione rispetto alle concorrenti. Le principali barriere strutturali si collegano ai seguenti fattori:
A) Fabbisogno di capitale
Se l’entrata nel settore richiede investimenti elevati, questo piò costituire un disincentivo d’ingresso
in particolare per le piccole e medie imprese, mentre costituisce un ostacolo minore per le imprese
di maggiori dimensioni
B) Le economie di scala
Esse rappresentano una diminuzione del costo medio unitario del prodotto venduto grazie
all’aumento della capacità produttiva (costo marginale decrescente per intenderci) in quanto
all’aumentare della produzione si riduce l’incidenza dei costi fissi sui costi totali, portando ad una
diminuzione del costo medio per prodotto.
Esse consentono in ambienti altamente competitivi di ridurre i prezzi di vendita senza diminuire il
profitto finale, e costituiscono una barriera importante in quanto i nuovi arrivati sul mercato, per
competere allo stesso prezzo sono obbligati a sostenere volumi produttivi su larga scala, il che
risulta complicato da neo-entrati nel business. Possono anche decidere di produrre in scala inferiore,
andando però incontro a costi unitari superiori e competere su variabili diverse dal prezzo. Per di
più, nel caso in cui ci dovessero essere aumenti imprevisti della domanda che gli attori minori non
riescono a soddisfare, i competitors con volumi di produzione maggiore saranno in grado di
colmare i vuoti di offerta facendo conoscere maggiormente il proprio marchio.
C) La differenziazione
La capacità delle imprese di differenziare i propri prodotti e renderli migliori rispetto ai concorrenti
costituisce un’importante barriera all’entrata in quanto costringe i nuovi competitors ad effettuare
ingenti investimenti in pubblicità.
E) Presenza di vantaggi di costo assoluti per chi già opera nel settore
Che possono derivare dall’accesso privilegiato a materie prime scarse, da scelte di localizzazione
favorevoli, dallo sfruttamento di sovvenzioni pubbliche non più disponibili, o da una maggiore
efficienza dei lavoratori rispetto alle altre imprese.
F) La diversificazione dell’offerta
L’offerta di un elevato numero di prodotti permette di fidelizzare i propri clienti e ridurre l’entrata
di concorrenti potenziali, che difficilmente potrebbero offrire la stessa gamma di prodotti rispetto
alle imprese già affermate.
Alle barriere istituzionali e strutturali vanno poi aggiunte quelle strategiche, che derivano dai
comportamenti delle imprese già operanti nel settore e dalla possibilità che effettuino forme di
ritorsione verso i nuovi entrati come abbassamenti dei prezzi, aumento degli investimenti in
pubblicità.
La concorrenza indiretta
Le imprese che producono beni o servizi sostitutivi sono un’ulteriore forza riconducibile alla
concorrenza potenziale
I prodotti sostitutivi hanno la stessa funzione di quelli delle imprese che operano in diretta
concorrenza nel settore.
La presenza di tale forza influenza la redditività del business, in quanto in casi come questo il
prezzo che i consumatori sono disposti a pagare risulta influenzato dalla possibilità di scegliere altri
beni, quindi ogni volta il prezzo supera quello che i clienti sono disposti a pagare, essi sposteranno
la domanda verso i sostituti.
La presenza di sostituti quindi rende quindi elastica la domanda, e dipende dalla complessità dei
bisogni che occorre soddisfare, in quanto bisogni complessi avranno meno sarà probabile
l’esistenza di perfetti sostituti.
Le imprese che operano nel settore possono adottare alcune misure al fine di limitare la pressione
competitiva di tale forza concorrenziale, differenziando il prodotto per ridurre la sostituibilità,
rafforzare i legami con i clienti, migliorare il sistema distributivo ed il rapporto qualità/prezzo.
I RAGGRUPPAMENTI STRATEGICI
Le cinque forze concorrenziali colgono solo parzialmente le condizioni dell’ambiente competitivo,
e non risultano efficaci nel rappresentare i reali concorrenti di un’impresa e le loro strategie.
Risulta più utile fare riferimento al concetto di raggruppamento strategico, che consente di
individuare i principali concorrenti dell’impresa e di monitorare le altre imprese che potrebbero
influenzare o modificare l’attuale scenario competitivo.
Un raggruppamento strategico, in generale, è un insieme di imprese che all’interno di uno stesso
business perseguono strategie simili o uguali tra loro. Le imprese di uno stesso raggruppamento
strategico tendono ad avere caratteristiche analoghe anche in ambito organizzativo, produttivo e
societario.
I raggruppamenti strategici che appartengono a uno stesso business possono essere mappati
attraverso l’utilizzo di dimensioni strategiche chiave, che meglio rappresentano le strategie
competitive .
Considerate le tante variabili che possono descrivere i comportamenti competitivi delle imprese in
un settore, l’elemento fondamentale in questo tipo di analisi è sicuramente la selezione delle
variabili strategicamente più rilevanti, che devono essere indipendenti tra loro. Tra le molte
variabili utilizzate per distinguere i vari raggruppamenti strategici possiamo trovare:
Ampiezza della gamma di prodotti offerti, Estensione geografica dell’offerta, Tipologia di canale
distributivo utilizzato, livello di servizio offerto, livello di qualità dei prodotti, tipologia di clienti,
livello di diffusione del marchio e di innovazione tecnologica utilizzata.
I principali raggruppamenti strategici vengono rappresentati in uno spazio cartesiano a due
dimensioni, scegliendo le variabili che incidono maggiormente sulla formazione del vantaggio
competitivo.
Questa analisi è molto preziosa al fine di individuare i concorrenti diretti con i quali l’impresa si
confronta, in quanto due imprese che operano in raggruppamenti strategici differenti pongono poca
attenzione alle reciproche scelte strategiche in quanto difficilmente potranno intralciarsi tra loro.
CAPITOLO 13
L’analisi strategica si è sempre concentrata esclusivamente sull’ambiente esterno, e l’attenzione
verso l’ambiente interno ha iniziato a crescere intorno agli anni novanta, in quanto ci si è resi conto
che le risorse e le competenze possedute dalle imprese sono fondamentali per delineare le strategie.
Il successo di un’impresa deriva prevalentemente dalle risorse immateriali, e da quegli elementi
dell’ambiente interno come risorse, capacità e competenze distintive che consentono all’azienda di
sfruttare o creare opportunità di mercato, quindi la competitività viene influenzata dalla
disponibilità di risorse e competenze in grado di far emergere l’unicità dell’impresa ed essere
vincenti nel business
Il ruolo delle risorse per il conseguimento del vantaggio competitivo
L’approccio alla strategia basato sulle risorse (Resource Based View) valuta la competitività
dell’azienda in base a ciò che è in grado di fare, piuttosto che i bisogni che cerca di soddisfare.
Le scelte strategiche dell’azienda infatti dipendono da opportunità e minacce che emergono
nell’ambiente esterno e dai punti di forza e di debolezza dell’azienda stessa, infatti essi sono
fondamentali per una strategia vincente in quanto i tratti distintivi di un’azienda in particolare sono
difficilmente imitabili dai concorrenti, e possono assicurare il vantaggio competitivo.
Le risorse rappresentano l’origine della profittabilità dell’impresa, ossia l’attitudine di quest’ultima
di guadagnare un tasso di profitto superiore al costo del capitale. La profittabilità dipende
dall’attrattività del business all’interno del quale si trova l’impresa e dal raggiungimento di un
vantaggio competitivo sui competitors nel business di riferimento; il fondamento delle scelte
strategiche risiede quindi nelle risorse dell’impresa, in quanto per esempio la capacità di realizzare
un vantaggio di costo dipende dal possesso di impianti che abbiano una dimensione efficiente,
tecnologie avanzate…
L’ambiente interno quindi diventa un punto cruciale al fine della comprensione delle leve di
successo aziendale, e le risorse di cui dispone l’impresa sono gli assets specifici dell’impresa
necessari per produrre qualsiasi cosa essa voglia immettere nel mercato. Essi si differenziano dai
fattori produttivi in quanto questi ultimi sono input disponibili in forma disaggregata come fattori di
mercato, esempi possono essere terra, lavoro e capitale. Il processo vitale dell’impresa quindi ruota
intorno alla sua capacità di saper generare le proprie risorse a partire da quelle che ha già.
Esistono vari tipi di risorse, e la prima classificazione vede contrapposte le risorse tangibili e quelle
intangibili, oltre ovviamente alle risorse umane.
Risorse tangibili: sono contraddistinte dal fatto di essere supportate da un elemento fisico e hanno
un riscontro quantitativo nel patrimonio dell’impresa, rappresentato da un attivo di bilancio.
Tra esse troviamo le risorse finanziarie, ossia la generazione interna di fonti e la capacità di
indebitamento dell’impresa, che determinano la capacità di investimento.
Altra tipologia di risorse tangibili sono le risorse fisiche, come dimensione, localizzazione, livello
tecnico e flessibilità dell’impianto e delle attrezzature
Risorse intangibili: Risorse il cui valore dipende da effetti di complementarità con altri elementi
dell’azienda. Tra esse troviamo le risorse tecnologiche, come l’entità della tecnologia, i brevetti,
copyright segreti industriali ed esperienza nell’uso della tecnologia
La reputazione è un altro esempio di risorsa intangibile, mediante marchi, rapporti con i clienti e
reputazione riguardante la qualità dei prodotti e dei servizi, oltre che l’affidabilità.
Risorse umane: le risorse umane rappresentano tutto l’apparato umano dell’impresa, e tra le
caratteristiche principali troviamo la reputazione dell’impresa con i fornitori, con il governo e le
agenzie governative e con la comunità, l’addestramento e l’esperienza degli addetti e l’impegno e la
lealtà dei dipendenti, che influisce sulla capacità di raggiungere e mantenere un vantaggio
competitivo.
Questo tipo di risorsa è differenziato rispetto a quelle tangibili e intangibili in quanto da un lato
hanno una certa fisicità e dall’altro sono portatrici di capacità e competenze aziendali.
LE RISORSE IMMATERIALI
Questo tipo di risorsa appare sempre più determinante per il successo dell’impresa, in quanto sono
dotate di elevata specificità derivante dalla storia di ciascuna impresa, che difficilmente può essere
imitata.
Esse sono risorse accumulabili dall’impresa, in quanto tendono a sedimentarsi con il tempo
attraverso processi di esperienza. Esse si sviluppano grazie al loro utilizzo stesso, ma al contempo
deperiscono se non sono sufficientemente gestite dall’impresa, come delle risorse tecnologiche che
tendono a deperire se non correttamente monitorate e rinnovate, il marchio tende a perdere la
propria efficacia se non sufficientemente supportato da investimenti in pubblicità.
Queste risorse sono difficilmente trasferibili, in quanto si tratta di risorse imperfettamente mobili,
che non hanno quindi mercato di scambio.
Date le caratteristiche di cumulabilità e imperfetta trasferibilità delle risorse intangibili, la
riproduzione o imitazione da parte di altre imprese è quasi impossibile.
Le risorse intangibili vengono definite facendo riferimento al concetto di capitale intellettuale,
costituito dal sapere, dalle informazioni e dall’esperienza, da tutti gli oggetti della proprietà
intellettuale dell’impresa impiegati nello svolgimento delle attività aziendali, contribuendo alla
creazione del valore.
Il capitale intellettuale viene distinto in:
-capitale umano, costituito dalle conoscenze possedute dalle persone che operano nell’impresa; il -
capitale dell’organizzazione, ossia le attività e le procedure che permettono un ottimale
funzionamento dell’organizzazione;
-capitale relazionale è costituito da rapporti attivati dall’impresa con il contesto esterno.
Il capitale umano presenta alcune caratteristiche peculiari, in quanto non è di proprietà dell’azienda
ma delle persone, ed è spesso tacito ed inconsapevole, ma può essere diffuso nell’organizzazione
grazie alla collaborazione con i dipendenti.
Il capitale dell’organizzazione si riferisce al complesso di interazioni in grado di favorire la
diffusione del sapere individuale e trasformarlo in conoscenza dell’organizzazione
Il capitale relazionale invece consiste nell’insieme delle relazioni che l’impresa ha con altri soggetti
come il personale, i clienti i fornitori ed altri soggetti dell’ambiente in cui opera.
Le strategie di diversificazione
Le strategie di diversificazione hanno trovato la loro massima
espansione tra le fine degli anni ’60 e la prima metà degli anni
’70, quando le opportunità offerte dai mercati in termini di
domanda crescente offrivano alle imprese la possibilità di ottenere
rendimenti più elevati e ridurre l’esposizione ai rischi finanziari e
di mercato attraverso la diversificazione del proprio portafoglio di
attività. Le decisioni di diversificazione si basavano
sull’attrattività del nuovo settore e sulla possibilità di conseguire
performance finanziarie di successo; Le imprese attuavano
processi di diversificazione concentrica e conglomerale, secondo
un processo di tipo evolutivo che partiva, nella fase di start up
dell’impresa, dalla ricerca dell’affermazione in un determinato
settore e proseguiva secondo un percorso di crescita che vedeva
prima l’attuazione di processi di integrazione e poi di
diversificazione prima concentrica e in fine conglomerale.
Le strategie di crescita dell’impresa dipendevano principalmente
dalla volontà dei manager di incrementare il proprio potere
attraverso il controllo di un maggior numero di attività.
Un processo di sviluppo delle attività d’impresa può essere
considerato come un processo di diversificazione quando si
realizza un incremento discontinuo e a somma positiva dei core
factor, ovvero quando nuove e diverse competenze distintive si
aggiungono e non si sostituiscono alle precedenti. Ciò accade sia
nel caso l’impresa amplia la propria produzione con prodotti, sia
nel caso in cui l’impresa decida di affacciarsi in mercati nuovi.
L’ambiente competitivo può cambiare nel tempo e quindi il nuovo
business che si cera richiede una revisione del modo di operare da
parte dell’impresa; quindi, un accrescimento delle competenze
distintive è necessario per fronteggiare diverse situazioni
concorrenziali.
Uno stesso sviluppo delle competenze distintive, accompagnato
però da una variazione a somma zero/negativa del patrimonio
cumulato evidenzia la scelta dell’impresa di attuare una strategia
di riconversione (strategia che ricede un radicale cambiamento
delle attività di impresa); in questo caso e generalmente in seguito
a situazioni di crisi settoriale l’impresa abbandona i vecchi
business per sostituirli con più attrattive opportunità di
investimento. Nel caso, invece, di uno sviluppo delle competenze
distintive e una variazione a somma positiva del patrimonio
cumulato, il percorso si configura come strategia di espansione.
Ciò avviene quando l’impresa continua a permanere all’interno
dello stesso ambito competitivo e la strategia richiede una
riorganizzazione del patrimonio già consolidato di competenze
distintive, finalizzata al raggiungimento di un maggiore utilizzo o
di uno sfruttamento più efficiente ed efficace delle risorse
disponibili.
In fine, una strategia di ricentraggio si realizza quando l’impresa
elimina le attività di business poco attrattive o per le quali non
possiede competenze necessarie a vincere la gara competitiva. In
questo caso si ha uno sviluppo delle competenze distintive e una
variazione a somma zero o negativa del patrimonio cumulato, in
questo caso l’impresa continua ad operare in business a lei già noti
che non richiedono lo sviluppo di competenze diverse da quelli
precedenti, in modo tale da attuare una rifocalizzazione sui core
factor.