INTRODUZIONE
Il mito ha origine dalla vendetta di Eros per un insulto ricevuto da Apollo sulla sua abilità con
l’arco: per vendicarsi, Eros colpisce Apollo e Dafne con le sue frecce, in modo che la ninfa
rifiuti l’amore del Dio.
In fuga da Apollo, Dafne chiederà aiuto a Gea, di cui era sacerdotessa, che la trasformerà in
alloro per salvarla dal dio.
Il mito di Apollo serve a Ovidio per spiegare la sacralità dell’alloro nel culto di Apollo.
Il poeta non cambia elementi del racconto originale, ma si può notare nella sua narrazione
una diversa concezione di un altro protagonista, Cupido.
ANALISI
fonte: libro
vv 452-567
In questi versi del libro I delle Metamorfosi, Ovidio introduce il mito, partendo dalla disputa
tra Apollo e Cupido, che viene qui presentato diversamente dal mondo greco:
“Che cosa vuoi fare, fanciullo smorfioso, con armi così grosse?”
Dafne, sacerdotessa di Gea e figlia di Peneo, dio fluviale, viene presentata come una
giovane bellissima, che rifiuta qualsiasi pretendente in nome della sua verginità, anche
disobbedendo alle pressioni del padre. Ovidio inoltre, anticipa il suo destino:
“Ma è questa tua bellezza, o Dafne, che non permette che rimanga come tu vorresti”
Il poeta trova quindi nel bell’aspetto della ninfa l’unico ostacolo al suo desiderio, e ciò che la
porta alla sua fine.
fonte: libro
vv 490-223
Febo ama Dafne e, come l'ha veduta, brama unirsi a lei, e quel che brama, spera d'ottenere, e i suoi
oracoli lo ingannano.
Come le stoppie bruciano leggere dopo la mietitura, o Fuoco prendono le siepi se il viandante il lume
troppo avvicina o lo lascia appena è giomo, così va in fiamme il dio, così nel petto arde e sperando
alimenta un amore incapace di crescere,
L'improvviso inamoramento di Apollo è paragonato al repentino incendio tra le stoppie a cui
si dà fuoco dopo la mietitura e alle fiamme che si innalzano .dalle siepi se un viandante
sbadato vi getta una fiaccola accesa.
L'amore a prima vista, con i suoi effetti, è un luogo comune della poesia erotica. Il nome
della ninfa a fine verso assume particolare risalto, contrapposto com'è a quello di Apollo che
lo apre. Ovidio osserva ironicamente che il dio, pur sapendo prevedere il futuro, in questa
circostanza non ne ricava alcun vantaggio e si comporta come un qualunque mortale. -
per dare l'idea dell'ardore amoroso.
l'iperbole mette in rilievo l'improvviso e violento accendersi della passione nel dio
Si osservi amcora una volta l'intervento di Ovidio, che anticipa la conclusione tragica con
l'aggettivo sterilem riferito all amore.
Contempla i capelli scomposti che le scendono sul collo e dice: «E se li pettinasse?»
Guarda gli occhi, che staviliano come stelle, guarda le labbra e non si stanca di guardarle; ed ammira
dica e mari e braccia e il resto che è in gran parte nudo E quel che non appare, vuole crederlo
migliore.
497-502. Più il dio guarda la fanciulla e osserva ogni particolare del suo corpo (Spectat ..
più l'ammira e si accende di desiderio. -
"gli occhi vividi di fuoco ('luminosi'), simili a stelle". "le braccia più che a metà nude".
Lei più rapida dell'aria leggera fugge e, se anche lui la chiama, nomascolta: a li prego, resta, ninfa
penea; neraco non i insegue, minfa,
restai Cosi l'agnella fugge il lupo, così la cerva il leone, cosi con ali trepidanti le colombe l'aquila,
ogmuna il suo nemico: invece io inseguo per amore!
502-507. Dafne fugge in preda al panico e non dà ascolto alle parole del dio, che vorrebbe
trattenerla e rassicurarla sulle sue intenzioni.
- Penei: "figlia di Penco", vocativo del patronimico Peneis,
Anche in altri episodi delle Metamorfosi, ad esempio quando narra la fuga Di di Aretusa e
quella di Filomela, il poeta usa queste similitudini. Si tratta comunque di tópoi ricorrenti nella
tradizione epica, di cui abbiamo esempi anche in Omero, e che sono ben presenti anche
nella letteratura moderna.
Non cadere, ohime , distesa, i rovi non ti graftino le gambe, indegne di provare male; non voglio certo
darti sofferenza!
Per aspri luoghi tu t'affretti. Corri, ti prego, un po' più piano, non scappare, e anch'io t'inseguirò più
piano
508-511. Apollo, inseguendo la ninfa, esprime il timore che nella fuga ella possa farsi male e
la invita a rallentare la sua corsa. -
. Chiedi, però, chi sia il tuo ammiratore: monte io non abito, né pastare sono, qui la guardia non
faccio, rual tenuto, a greggi e ad armenti. Tu non sai, sciocca, mon sai chi fuggi, e perciò fiuggi: a me
sottostanno Delfi e Tenedo e Claro e la regale Patara; in 'è padre
Giove: grazie a me s'aprono il futuro e il passato; e alle corde grazie a me concorda il canto.
512-518. Apollo, per trattenerla, le rivela di non essere né un montanaro né un rozzo
pastore, ma un dio figlio di Giove, venerato in numerosi santuari, signore dell'arte divinatoria
e della musica. -
l'anafora dell'avverbio di negazione un è un espediente per creare attesa nella ninfi
sullidentità di dell'inseguitore.
Apollo cita alcune località della Grecia e dell'Asia
Minore legate al suo culto: la più famosa era sicuramente
Delfi, nella Focide, sede anche del famoso oracolo; seguono poi Claro e Tenedo: la prima è
una città ionica vicino a Colofone, da cui deriva l'appellativo Clarius spesso riferito al dio, la
seconda è un' isoletta dell'Egeo, davanti alla Tròade, in cui era venerato Apollo Smirneo;
chiude la rassegna Pâtara, sempre in Asia Minore, detta regia perché era sede dei re della
Licia.
Apollo allude qui alle sue capacità divinatorie. i tre verbi erit, fuit, est, che in tale modo
formano un tutto unico: Apollo infatti conosce simultaneamente passato, presente e futuro.
Certa è la mia freccia, ma della mia più certa è on' altra ancora, che in mezzo al petto mi la feriro.
Sono io l'inventore della medicina.
Mi dice guaritore il mondo intero, e l'erbe sono in mio potere. Ahimè. che quest'amore non si può
sanare con erba alcuna ne al loro patrono giovano l'arti che giovano a cattil»
Altro vorrebbe dire ma la figlia di Penco lupge spavencata e lascia incompiute con lui le sue parole.
519-524. Segue l'enumerazione di altre prerogative del dio: la bravura nel tirare con l'arco e
l'invenzione, così benefica per il genere umano, della medicina.
vv. 527-567
Flamina: flamen in poesia significa vento mentre in prosa rappresenta il sacerdote di uno
specifico dio.
Elvis…capillos: ridondanza per enfatizzare la fuga delle ninfa con questi capelli al vento.
Poi per rendere la drammaticità usa una similitudine paragonando il dio a un segugio della
Gallia addestrato a cacciare lepri (topos) e la ninfa è una lepre.
Quando il giovane ha raggiunto Dafne, lei invoca il padre, allo stremo delle forze, pregandolo
di toglierle la sua bellezza mutandole aspetto.
Lui si accosta alla sua schiena e sfiora la chioma di Dafne.
Viribus absuntis: esaurite le forze…e vinta da questa fuga veloce.
Fer…opem: dammi soccorso.
547: nei libri antichi lei invoca la terra ( in questo testo no).
La preghiera di Dafne viene esaudita e lei viene trasformata in pianta, ma l’amore di Apollo
non ferma e abbraccia il duro legni dell’alloro, sotto il quale batte ancora il cuore di Dafne.
Visto che non può stare con lei scegli l’alloro come sua pianta sacra.
Di fatto le corone di alloro sono rappresentative di Apollo.
Ai tempi suoi Ovidio rappresentava l’allora come trionfo e vittoria. (riprendendo il legame tra
Augusto e il divino).
La pianta agita i rami in segno di assenso.
Allude alle porte del palazzo di Augusto ornate di alloro.
Paean: epiteto di Apollo che significa guaritore.
APOLLO E DAFNE NELL’ARTE
Bernini decide di rappresentare il momento culminante di questa vicenda, ovvero la metamorfosi
di Dafne in albero. Lo scultore prediligeva infatti la riproduzione del momento transitorio,
dell’attimo fuggevole che viene così bloccato nella sua tensione e fluidità. Ovidio descrive la
metamorfosi con queste parole: “le morbide carni vengono avviluppate da una corteccia sottile, i
capelli si allungano in foglie, le braccia in rami, il piede, fino a poco prima veloce, si blocca in
immobili radici”. Della scultura sono infatti ammirabili le parti che vengono coinvolte nella
metamorfosi raccontata da Ovidio e riportata fedelmente da Bernini, nonché le braccia e i capelli
della ninfa che si stanno tramutando in fronde, la gamba della stessa che viene avvolta da ruvida
corteccia e i piedi che si stanno trasformando in radici che immobilizzano la fanciulla al suolo.
La scultura di Gian Lorenzo Bernini che raffigura Apollo e Dafne si basa direttamente sulla
metamorfosi descritta da Ovidio nelle sue "Metamorfosi". Nel mito di Ovidio, Apollo, il dio greco
del Sole, della poesia e della musica, viene colpito dalle frecce di Cupido e si innamora
perdutamente di Dafne, una ninfa che, per sfuggire alle sue avances, chiede aiuto al padre, il dio
dei fiumi, che la trasforma in un alloro. Questo momento di trasformazione è stato immortalato da
Bernini nella sua celebre scultura in marmo.
Bernini cattura magistralmente l'essenza del mito di Ovidio attraverso la sua opera d'arte. La
scultura rappresenta il momento in cui Apollo, desideroso di abbracciare Dafne, la vede
trasformarsi in un alloro sotto i suoi occhi. La tensione e il dramma della scena sono resi con una
straordinaria forza espressiva: Apollo si protende verso Dafne con un'espressione di desiderio,
mentre lei si ritrae con terrore e disperazione, con il suo corpo che si trasforma gradualmente in
corteccia e foglie.
Bernini cattura non solo la drammaticità della trasformazione fisica di Dafne, ma anche le
emozioni e le sensazioni che accompagnano questo momento epocale. La sua abilità nel
modellare il marmo conferisce una vivida realtà alla scena, facendo sì che lo spettatore possa
quasi percepire il movimento e il cambiamento che avvengono di fronte ai propri occhi.
La scultura di Bernini è quindi una rappresentazione straordinaria della metamorfosi di Apollo e
Dafne, che si ispira fedelmente al racconto di Ovidio. Attraverso il suo lavoro, Bernini offre una
nuova prospettiva visiva su questo antico mito, permettendo agli spettatori di immergersi
completamente nell'emozione e nella bellezza della storia narrata da Ovidio.
La relazione tra l'opera di Giambattista Tiepolo su Apollo e Dafne e la metamorfosi narrata da
Ovidio nelle sue Metamorfosi è profondamente intrecciata con la tradizione letteraria e artistica
dell'epoca. Ovidio, con il suo racconto, ha fornito il substrato mitologico e poetico su cui gli artisti
successivi hanno potuto costruire le loro interpretazioni visive.
Tiepolo, nel suo dipinto del 1757, si ispira alla narrazione di Ovidio, ma interpreta il mito in modo
personale, enfatizzando l'aspetto poetico e allegorico della storia. Mentre Ovidio offre una
descrizione dettagliata della trasformazione fisica di Dafne, con particolare attenzione alle sue
sensazioni e emozioni, Tiepolo crea un'atmosfera più eterea e suggestiva. Nel dipinto, vediamo
Apollo circondato da una luce dorata mentre si avvicina a Dafne, il cui corpo si dissolve
gradualmente in un alloro luminoso. Questa rappresentazione più simbolica e poetica del mito
riflette il gusto e lo stile artistico del Settecento veneziano, caratterizzato da una predilezione per
la grazia, l'idealizzazione e l'eleganza.
Nonostante le differenze stilistiche, l'opera di Tiepolo si colloca all'interno di una lunga tradizione
artistica che si rifà alle Metamorfosi di Ovidio. La storia di Apollo e Dafne, con la sua tematica
universale sull'amore, il desiderio e la trasformazione, continua a ispirare gli artisti di ogni epoca,
offrendo infinite possibilità di interpretazione e reinterpretazione attraverso diverse forme d'arte.
Nelle "Sfide di Apollo" di Rick Riordan, il tema della metamorfosi è al centro della narrazione,
riflettendo il cuore stesso del mito di Apollo e Dafne. La serie segue le avventure di Apollo, il dio
greco del Sole, che viene trasformato in un adolescente umano come punizione da Zeus e deve
affrontare varie sfide per riconquistare il suo posto sull'Olimpo. Questa metamorfosi forzata
rappresenta una profonda trasformazione sia fisica che spirituale per il dio, che si trova
improvvisamente a dover navigare il mondo mortale con tutte le sue limitazioni e fragilità.
Nel secondo libro della serie, intitolato "La Profezia Oscura", Apollo si imbatte in Meg McCaffrey,
una giovane semidea, e insieme devono affrontare una serie di pericoli per fermare una minaccia
imminente contro il Campidoglio, il campo semidio di Apollo. Durante la loro avventura, Apollo si
ritrova a dover affrontare le conseguenze dei suoi atti passati, inclusa la storia tragica di Dafne.
Nel mito originale, Dafne viene trasformata in un alloro dal padre per sfuggire alle attenzioni
amorose di Apollo. Questo atto di metamorfosi è centrale nella storia, poiché rappresenta il
desiderio di Dafne di proteggersi dalla lussuria del dio. Nelle "Sfide di Apollo", questo tema della
trasformazione è riflettuto in vari modi, incluso il modo in cui Apollo stesso deve imparare a
trasformare la sua mentalità e il suo comportamento per diventare una persona migliore.
Quando Apollo si imbatte in Dafne nel giardino del Campidoglio, la ragazza è stata trasformata in
un albero di alloro, simbolo della sua metamorfosi nel mito originale. Questo incontro tocca
profondamente Apollo, poiché si confronta con le conseguenze delle sue azioni passate e il
dolore causato dalle sue relazioni passate. La metamorfosi di Dafne rappresenta anche un
momento di riflessione per Apollo, che inizia a comprendere meglio il vero significato dell'amore
e della responsabilità.
Attraverso la reinterpretazione moderna del mito di Apollo e Dafne, Rick Riordan esplora il tema
universale della trasformazione e della redenzione. La serie "Sfide di Apollo" offre una
prospettiva fresca e avvincente su questo racconto antico, mostrando come i personaggi
possono superare le loro sfide e crescere attraverso esperienze trasformative.