ARTEMISIA GENTILESCHI
Artemisia nasce a Roma nel 1593, rimasta orfana di madre in tenera
età, può imparare il mestiere nella bottega del padre Orazio. Lo impara
così bene che, ancora adolescente, dipinge già quadri di altissimo
livello. È il caso di Susanna e i vecchioni del 1610, tela a tema biblico
dipinta a soli 17 anni. L’opera narra l’episodio in cui la giovane
Susanna, mentre fa il bagno presso un ruscello, è molestata da due
anziani amici del marito che, per ottenerne i favori sessuali, la
minacciano di dichiarare pubblicamente di averla colta con un amante.
La donna si salva dalla condanna a morte per adulterio solo grazie alla
testimonianza del profeta Daniele che smaschera i due calunniatori. Il
momento scelto da Artemisia è quello in cui il più anziano dei due si
sporge oltre il parapetto per sussurrare l’oscena proposta a Susanna.
Lei si schermisce con un gesto delle braccia che ricorda quello di
Adamo nella Cacciata michelangiolesca sulla volta della Sistina. Anche
il corpo della ragazza ricorda l’opera di Michelangelo per quella linea
serpentinata che lo fa avvolgere a spirale. Qui i toni sono più caldi e le
carni morbidamente arrotondate. La tensione dell’episodio sembra
sciogliersi nella luminosità dei colori.
GIUDITTA E OLOFERNE
Nel maggio del 1611, un’amara vicenda segna la vita di Artemisia: la
violenza sessuale da parte di Agostino Tassi, un pittore collega del
padre. L’anno seguente padre e figlia intentano un tormentato
processo che vedrà condannato lo stupratore, non senza aver
sottoposto Artemisia ad un interrogatorio sotto tortura. È alla luce di
questa dolorosa storia che viene letta la produzione successiva della
pittrice. Non è un caso che dipinga spesso figure bibliche femminili
scegliendo eroine forti e vendicative nelle quali ritrae se stessa. In
Giuditta e Oloferne, dipinto nel 1620, riprende l’analoga opera di
Caravaggio. Qui c’è molta più violenza e concitazione. L’ancella non
aspetta con il sacco in mano, ma partecipa alla decapitazione
bloccando il corpo dell’uomo. Artemisia dipinge il sangue che sprizza a
fiotti dalla gola di Oloferne come Caravaggio non aveva osato fare. Il
realismo, il dinamismo e la luce drammatica fanno di quest’opera
qualcosa di più di un esempio di caravaggismo.
Anche quando Artemisia sceglie momenti meno efferrati della stessa
storia, come in Giuditta e la sua ancella, realizzato tra il 1618 e il 1619,
riesce comunque a raccontare la determinazione implacabile della
vedova ebrea mostrandola sicura di se, con la pesante spada posata
sulla spalla con nonchalance e qualche ciuffo di capelli spettinato.
Giuditta e l’ancella si voltano indietro a guardare qualcosa, ma l’eroina
afferra la compagna dalla spalla per condurla via con sé assieme alla
cesta con la testa di Oloferne.
Qualche anno dopo l’artista riprenderà di nuovo l’episodio rendendolo
ancora più tenebroso grazie agli effetti contrastati del lume di candela.
Il drappo rosso nell’angolo in alto a destra è l’unica connotazione
spaziale.
Nel tempo, Artemisia tornerà a schiarire la sua tavolozza. È una
pittrice di successo ed è la prima donna a essere ammessa
all’Accademia del Disegno di Firenze. Il prestigio raggiunto la porta a
dipingere diversi autoritratti, a conferma dei suoi meriti artistici e
dell’emancipazione come donna. Nell’Autoritratto come allegoria della
pittura si raffigura energica, intenta al lavoro con le maniche
rimboccate e i capelli un po' scarmigliati. Nonostante l’enorme talento
di Artemisia, dopo la sua morta avvenuta a Napoli nel 1653, il suo
nome scompare. Riappare nel 1912, da Roberto Longhi che di lei
scrive: “l’unica donna in Italia che abbia mai saputo cosa sia la pittura,
e colore, e impasto, e simili essenzialità”.