FICHTE
È un autore tedesco che fonda la sua filosofia su quella kantiana.
Insegna all'università di Berlino.
Ha avuto rapporti con i maggiori intellettuali romantici, arricchendo la filosofia ed i concetti
dell'idealismo.
Quando Napoleone entra a Berlino, Fichte scrive Discorsi alla nazione tedesca,
esprimendo un forte sentimento nazionalista: dice al popolo di continuare a lottare, per
mantenere salda la grandezza della Germania; è un invito per non farsi cogliere dall'idea di
non aver perso tutto. Il suo è un intento gnoseologico, che esprime anche la moralità.
Un'altra opera che si avvicina alla precedente è Lezioni sulla missione del dotto. Il dotto
rappresenta un leader che deve responsabilizzare ed istruire il popolo, possedendo le giuste
capacità e la volontà.
{ FONDAMENTI DELL'INTERA DOTTRINA DELLA SCIENZA }
Si tratta dell'opera più importante di Fichte, dove esprime la sua teoria conoscitiva ed il suo
strumento dialettico.
Vuole dimostrare come l'Io sia il vero principio primo di tutto, dal quale deriva la realtà.
Con Kant si fa riferimento alla deduzione trascendentale, un processo formale con il quale
le categorie diventano i nostri strumenti per fare conoscenza.
Quella di Fichte, invece, è una deduzione assoluta: il suo Io è sia formale sia materiale ➙
l'Io degli idealisti è contemporaneamente finito ed infinito.
Fichte vuole costruire un sistema dove la filosofia diventa un sapere assoluto e perfetto.
Inizia introducendo il vero principio primo, ovvero che alle spalle non ha nulla, che fonda
tutto il sapere, che può dedurre tutto il sapere, tutta la realtà sia formale sia materiale.
Questo vero principio primo è l'Io, chiamato anche autocoscienza.
Parlando di teoria conoscitiva, si fa riferimento ad un soggetto (1) e ad un oggetto (2):
1. esiste in funzione della coscienza che lo percepisce, la quale è in funzione
dell'autocoscienza;
2. è tale (cioè, oggetto) in riferimento a (1).
Es. prima di confrontarsi con un oggetto e di essere coscienza di qualcosa, il
soggetto deve essere conoscenza di se stesso, deve essere autocosciente, rendersi
conto di esistere. Prima che il soggetto sia coscienza di qualcos'altro, deve essere
coscienza di sè, consapevole di se stesso come principio Assoluto. È l'autocoscienza il vero
primo principio primo.
Fichte inizia il suo percorso partendo da una critica ai sistemi della logica del passato,
riferendosi ad Aristotele, il primo a fornire una Logica ben fatta. Aristotele aveva individuato
tre principi certissimi della logica formale:
1. principio di identità;
2. principio di non contraddizione;
3. principio del terzo escluso.
Fichte si concentra soprattutto su 1, il più semplice ed assolutamente certo, che dice che
ogni cosa è uguale a se stessa (A=A), che nessuno aveva mai messo in discussione
prima di allora.
Fichte non mette in discussione la validità del principio ma non lo considera il vero primo
principio primo. Affermare che A=A è un principio che si autoafferma o c'è bisogno di
qualcuno che lo affermi (l'Io)?
Così, diventa Io=Io, perché l'Io deve prima porre se stesso come auto-esistente e poi può
fare riferimento all'oggetto. Questo principio è finito ed infinito allo stesso tempo.
Nella Dottrina della scienza, Fichte individua tre momenti dell'Io:
1. L'Io pone se stesso;
2. L'Io oppone nell'Io un non-Io;
3. L'Io oppone, sempre nell'Io, ad un Io divisibile un non-Io divisibile.
1. Io=Io, identità dell'Io posta dall'Io stesso.
2. Tutto avviene all'interno dell'Io, fuori dal quale non c'è niente. Il non-Io è il mondo
esterno, la realtà. Con questo concetto, stiamo affermando l'esistenza dell'oggetto,
perché ogni soggetto (Io) ha bisogno di un oggetto (non-Io). Al soggetto si
contrappone l’oggetto, un presupposto del soggetto stesso. Anche la realtà del
non-Io fa parte dell'Io. L'Io è auto-creatore e creatore di qualcos'altro, cioè la
realtà esterna, allo stesso tempo. La realtà è un prodotto inconsapevole dell’attività
spirituale dell’Io.
3. Rappresenta la realtà concreta del mondo. L’io sa che non solo è opposto al non-io,
come nel secondo principio, ma che è anche limitato dal non-Io.
Divisibile = finito
Io divisibile = uomo, l’umanità distinguibile in individui;
Non-Io divisibile = ogni singola realtà concreta, la natura intesa come insieme di corpi
distinti.
A una molteplicità di uomini corrisponde una medesima molteplicità di oggetti della realtà,
cioè il nostro mondo esterno.
Cosa voleva dire Fichte con questi tre momenti?
- L'Io è infinito, è principio primo;
- Ma l'Io è anche finito, limitato, ovvero l'uomo;
- Il non-Io è un ostacolo che si oppone all'Io, prodotto da una realtà inconsapevole,
che appartiene sempre all'Io. In un primo momento, l'Io non riconosce quell'ostacolo
che lui stesso ha creato. Lo riconosco solo superandolo, attraverso lo sforzo.
- Quando l'Io infinito incontra il Non-Io (l'ostacolo, l'oggetto, la realtà esterna), l'Io
diventa finito, perché limitato dal non-Io. Diventa finito perché non riconosce
l'ostacolo come sua produzione, perché prodotto da una facoltà inconscia ma che
appartiene comunque all'Io.
- Ma proprio perché, di base, l'Io è infinito, ha le capacità per superare il non-Io,
dimostrando a se stesso di poter superare tutti gli ostacoli a cui va incontro,
mostrando la sua infinitezza.
- L'Io di Fichte diventa principio formale e materiale di tutta la realtà perché è infinito
e finito contemporaneamente.
Dall'azione reciproca (interazione) di Io e non-Io derivano:
- Conoscenza: si attua dall'azione del non-Io sull'Io, quando l'ostacolo diventa mia
produzione;
- Azione morale: viceversa.
Abbiamo un primato della ragion pratica, perché l'obiettivo è… AZIONE MORALE >
CONOSCENZA. Infatti il suo è un idealismo etico, perché vuole raggiungere la moralità.
Il motivo per cui Fichte non arriva mai ad una vera conclusione è nel dover essere, cioè una
continua tendenza che rappresenta ciò che l'uomo deve diventare. È una meta
irraggiungibile e che Fichte non vuole raggiungere, perché altrimenti l'uomo non si
sforzerebbe più per migliorarsi continuamente. A lui, infatti, importa il perfezionamento
morale.
Fichte vuole dimostrare come il soggetto superi l'ostacolo, cioè solo con lo SFORZO, che
implica la moralità, che cresce in continuazione perché l'uomo si migliora costantemente.
La dialettica di Fichte è un processo lineare, con un punto di partenza A e nessuna fine.
Questa dialettica non giunge mai ad una vera e propria conclusione volutamente, perché
Fichte non vuole cogliere l’Assoluto bensì la moralità, raggiungibile soltanto con lo
sforzo, che mi porta ad andare avanti superando gli ostacoli. La moralità non ha fine, ci si
migliora costantemente. Ma per Fichte la moralità è irraggiungibile a prescindere, per questo
non c’è una fine del percorso.
La sua moralità la troviamo ne:
Lezioni sulla missione del dotto ➙ "maestro dell'umanità", che ha raggiunto il
perfezionamento e che vuole educare l'umanità e fare il portavoce del sapere umano.
{ Filosofia politica }
Operette secondarie:
1. Stato commerciale chiuso;
2. Discorsi alla nazione tedesca.
1. Rappresentava l'ideologia liberale (lo Stato interveniva poco, i borghesi gestivano
l'economia del Paese), ritenendo necessario tutelare i diritti naturali dell'uomo (es.
Locke). Ma Fichte inizia a cambiare idea, diventando statalista, con l'ormai
necessario intervento dello Stato sull'economia, togliendo la libertà d'azione alla
borghesia. Lo Stato deve garantire i diritti umani ed il lavoro al cittadino, per farlo
vivere in una condizione di benessere. Lo Stato diventa chiuso, anche nei confronti
delle altre nazioni e del commercio (forma di autarchia), per diventare autonomo (=
potere, prestigio….). Ciò implica che lo Stato possiede già le risorse necessarie al
suo interno, se è autonomo e se non ha bisogno di commerciare con gli altri Stati.
2. La scrive quando Napoleone occupa la Germania, entrando a Berlino. Fichte
esprime un forte sentimento nazionalista: dice al popolo di continuare a lottare, per
mantenere salda la grandezza della Germania, che ha una marcia in più rispetto agli
altri (per la nascita della riforma protestante, del Romanticismo…) e perché è adatta
a fare da leader, verso un percorso di miglioramento. È un invito per non farsi
cogliere dall'idea di aver perso tutto. Il suo è un intento gnoseologico, che esprime
anche la moralità.