Leopardi e il progresso
Leopardi è a Firenze, qui si confronta con i letterati liberati e in questo periodo si instaura un rapporto
intenso con le correnti ideologiche del tempo. È una nuova forma d'impegno, però un impegno
esclusivamente negativo, polemico. La critica di Leopardi si indirizza contro tutte le ideologie ottimistiche
che esaltano il progresso e un miglioramento indefinito della vita degli uomini. Bersaglio politico sono
inoltre le tendenze di tipo spiritualistico e neocattolico che, tramontato l'Illuminismo, si vanno sempre più
affermando nel periodo della Restaurazione. A queste ideologie contrappone le proprie concezioni
pessimistiche che escludono ogni miglioramento della condizione umana, affermando che l'infelicità e la
sofferenza sono dati di natura, eterni. Allo spiritualismo di tipo religioso, Leopardi contrappone invece il suo
duro materialismo che nega ogni speranza in un'altra vita.
Leopardi si occupa dell'idea di progresso estrapolandola dal contesto storico italiano e inserendola in una
dimensione più ampia e, cioè, quella della condizione umana.
La visione leopardiana del progresso è estremamente pessimistica; secondo Leopardi esso fa uscire l'uomo
da uno stato di felicità conducendolo ad uno stato di dolore e sofferenza.
La storia degli uomini non è progresso ma decadenza da uno stato di inconscia felicità naturale ad uno stato
di consapevole dolore, messo in luce dalla ragione.
Ciò che è avvenuto nella storia dell'umanità si ripete immancabilmente nella storia di ciascun individuo.
Dall'età dell'inconscia felicità, dell'infanzia, dell'adolescenza e della giovinezza dove tutto sorride intorno e il
mondo è pieno di incanto e di promesse, si passa all'età della ragione, all'età dell'arido vero, del dolore
consapevole e irrimediabile.
Questo aspetto del pessimismo leopardiano è detto pessimismo storico. La ragione è colpevole della nostra
infelicità, in contrasto con la natura madre provvida, benigna e pia che cerca di coprire le tristi verità del
nostro essere col velo dei sogni, delle fantasie e delle illusioni.
Il corso della storia nel suo pensiero letterario viene visto come una degenerazione e non come progresso e
un'evoluzione. Per lo scrittore e poeta recanatese inoltre nella modernità si sono persi numerosi valori, che
invece gli antichi avevano ben presenti. Inoltre egli si focalizza tantissimo sul concetto di illusioni, quelle
illusioni che non sono più presenti nei moderni, nei romantici, mentre erano fortemente instillati negli
antichi. Questo importante concetto della poetica leopardiana inoltre la si può riscontrare sviluppata in
lungo e in largo soprattutto in una delle sue poesie più note, ovvero La Ginestra.
Questo testo, scritto nel 1836 e detto anche “Il testamento” leopardiano mette in luce uno degli aspetti più
importanti della sua poetica. Dal vero amor tra gli uomini alla vanità del tutto, la riflessione sulla nullità
delle azioni dell’uomo nell’universo: Leopardi vuole solo farci capire che la vera infelicità sta si
nell’esistenza, ma sta anche sul fatto che l’uomo non riesce a coalizzarsi attraverso “il vero amor” con gli
altri uomini per combattere la Natura maligna. La terza strofa del componimento si basa proprio su questo,
chiudendo con una specie di consiglio al fine di raggiungere una società giusta, una società composta da
uomini che si propongono di aiutarsi a vicenda per sopravvivere. E tutto ciò verrà mostrato dalla figura
dell’intellettuale, che mostrerà la verità agli uomini conducendoli per il meglio verso il loro obbiettivo.
Però qui Leopardi non nega più la possibilità di un progresso civile: cerca anzi di costruire un'idea di
progresso proprio sul suo pessimismo.
LA GINESTRA
Nella 1 strofa della poesia compare la protagonista, la ginestra, con l’ambiente in cui vive, le pendici del
Vesuvio: una terra arida e spoglia. Il poeta ricorda che un tempo su quella terra si trovavano città gloriose
(Pompei) che il vulcano ha distrutto. Questo gli offre lo spunto per polemizzare con chi esalta l’uomo e la
sua condizione: quell’ambiente desolato e devastato è la dimostrazione che l’esistenza umana non vale
niente e la natura non si cura dell’uomo, non si fa problemi a spazzare via in un istante lui e le sue creazioni.
La 2 strofa continua il rimprovero: il secolo Ottocento vede dominare una cultura che ha abbandonato i
principi del Rinascimento e dell’Illuminismo e ha fatto quindi dei passi indietro anziché avanti nello sviluppo
del pensiero. Alla ragione ha preferito i dogmi e le illusioni. Nonostante ciò, gli uomini del presente credono
di vivere nel progresso. Leopardi vuole prenderne le distanze, sapendo di essere disprezzato da tutto il
mondo intellettuale per le sue idee controcorrente.
Nella 3 strofa Leopardi continua a descrivere l’uomo del suo tempo. Lo accusa di viltà perché incapace di
ammettere la propria debolezza e insignificanza di fronte alla natura: al contrario non fa che dirsi orgoglioso
della grandezza umana, nutre sé stesso e gli altri di illusioni. Nobile è invece l’uomo che è consapevole
della propria condizione misera ma la vive a testa alta; e invece di dare la colpa ad altri uomini per le sue
sofferenze riconosce che l’unica responsabile è la Natura stessa. Per questo l’unica via per vivere
degnamente per gli uomini è allearsi con gli altri uomini contro la comune nemica Natura, anziché farsi la
guerra tra loro.
Nella quarta strofa il poeta descrive l’infinità dell’universo che gli si apre davanti quando di notte guarda
l’immenso cielo stellato: rispetto alle stelle e alle galassie la Terra e l’uomo non sono niente, eppure gli
uomini si credono tanto importanti da essere il centro e lo scopo del mondo. Leopardi deride i suoi
contemporanei che credono che la Terra sia stata creata per loro, ma prova anche pietà.
La forza distruttrice della natura nei confronti degli uomini è al centro della quinta strofa: Leopardi la
paragona a una mela che cadendo dall’albero distrugge un formicaio.
La dimostrazione dell’indifferente capacità distruttiva della natura continua nella sesta strofa: l’eruzione del
Vesuvio del 70 d.C. è la prova del fatto che in un attimo la natura senza neanche accorgersene può spazzare
via tutto quello che l’uomo ha costruito con fatica. Pompei rimane a testimoniare questo fatto.
Nell’ultima strofa Leopardi torna a rivolgersi alla ginestra: anche lei è destinata prima o poi a soccombere
alla devastazione del vulcano, ma è più saggia degli uomini perché non ha mai creduto di essere immortale.
Né ha mai supplicato il suo oppressore. La ginestra accetta il proprio destino.
La ginestra è una canzone in versi endecasillabi e settenari divisa in sette strofe di lunghezza irregolare. Lo stile è
molto elevato, ricco di figure retoriche e latinismi, con frasi molto lunghe e articolate. Il tono passa dal sarcasmo
all’amarezza, all’orgoglio, al disprezzo.
I temi sono quelli che Leopardi ha già affrontato più volte nei suoi scritti: la superbia e la stoltezza degli uomini del suo
tempo, la cecità di chi abbandona la ragione in favore dell’illusione, la miseria della condizione umana, la forza
distruttrice della natura e l’impotenza dell’uomo di fronte a essa. In questo scenario l’unica strada, secondo il poeta, è
data dall’umiltà e dalla solidarietà fra gli uomini.
L’Ottocento viene definito secol superbo e sciocco perché ha rifiutato il razionalismo a favore della fede religiosa
oppure della credenza nel progresso umano .
Leopardi è orgoglioso di opporsi a questa tendenza in voga tra gli intellettuali e porta a sostegno della propria tesi
diverse immagini che sottolineano la piccolezza e la fragilità dell’uomo .La Natura, invece, è simboleggiata dal Vesuvio:
distrugge indifferente alle sorti degli uomini che travolge, non è “madre” ma “matrigna”, crudele senza neppure
rendersi conto di esserlo. Per questo l’uomo è destinato all’infelicità, da sempre e per sempre: in questo nessun
progresso storico è possibile. Alla luce di questa dimostrazione, il poeta sceglie la ginestra come simbolo di quello che
ritiene l’unico atteggiamento dignitoso possibile per l’uomo: il vero eroismo è la resistenza umile della ginestra, che
sparge il suo profumo e dona bellezza finché può, poi soccombe senza illudersi.