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IL ROMANTICISMO

In Italia il movimento romantico fa la sua comparsa nel 1816, ma le tendenze


romantiche erano in atto in Europa sin dagli ultimi decenni del Settecento, e
nell'Italia stessa certi fenomeni culturali che possono rientrare nell'ambito romantico
erano presenti prima di quella data. Occorre dunque fissare una distinzione
preliminare: il termine "Romanticismo" può essere usato come categoria storica,
a designare un determinato movimento, che si concretizza in scuole o gruppi
intellettuali legati da principi comuni ed ispirati da una precisa poetica.
Il Romanticismo, inteso nella prima accezione, investe tutti gli aspetti della civiltà
occidentale dalla fine del Settecento alla metà circa dell'Ottocento, coinvolge inoltre
non solo la letteratura, ma le arti figurative, la musica, la filosofia.

Le tematiche "negative"
Ciò che colpisce immediatamente chi osserva nel suo complesso la cultura romantica
è il trionfo delle tematiche negative: il dolore, la malinconia, la noia, l'inquietudine,
l'angoscia, la paura, l'infelicità, il rifiuto della realtà. Si tratta di motivi che erano
sempre comparsi nelle letterature di tutte le epoche, ma mai avevano dominato così
totalmente il panorama della cultura.

Le grandi trasformazioni storiche


Il periodo in questione è segnato da grandiose e rapide trasformazioni.
Vi è innanzitutto la rivoluzione politica, che dalla Francia si irradia a coinvolgere
l'Europa intera Crolla la monarchia assoluta e si afferma il principio secondo cui la
fonte della sovranità è il popolo; alle idee di autorità e gerarchia si contrappongono le
idee di libertà e di eguaglianza.
Un altro cambiamento rilevante, è la rivoluzione economica. Originatasi già a metà
Settecento in Inghilterra, essa si estende progressivamente, nel corso dell'Ottocento,
agli altri paesi europei, determinando un dirompente dinamismo nella società.
Si trasforma profondamente la vita quotidiana: una quantità di merci prima
impensabile, grazie all'uso delle macchine che moltiplicano la produzione. Cambia il
rapporto città-campagna e sorgono nuove città industriali. I trasporti, grazie alla
macchina a vapore, si fanno infinitamente più rapidi e con essi i rapporti tra i vari
paesi, gli scambi di merci e di idee.

Le contraddizioni reali e le tensioni della coscienza collettiva


Questi mutamenti creano forti contraddizioni, che generano tensione e paura nella
coscienza collettiva. Ma il mercato non può assorbire illimitatamente le merci
prodotte: ciò determina delle crisi cicliche. Sul mercato i prezzi delle merci, o delle
azioni, sembrano mossi verso l'alto o verso il basso non dalla volontà umana, ma da
forze irrazionali e misteriose. Da tutto ciò nasce insicurezza, paura, senso di
impotenza. Anche la natura risulta sconvolta dal nuovo assetto economico e sociale:
l'industria muta il volto al paesaggio naturale e lo contamina con i suoi veleni. Così,
nella coscienza collettiva, al senso di colpa per aver abbattuto gli istituti politici e
sociali tradizionali, si associa un oscuro senso di colpa, spesso non ben consapevole
ma inquietante, per aver violato la sacralità della natura.
GIACOMO LEOPARDI

Leopardi nacque nel 1798 a Recanati, nelle Marche, da una famiglia della nobiltà
terriera che però si trovava in ristrettezze economiche. Il giovane Leopardi crebbe in
un ambiente chiuso, bigotto e conservatore, privo di affetti e caratterizzato da
un’atmosfera autoritaria; l’unica gioia il poeta la trova nella libreria di famiglia. Dopo
aver vissuto a Roma e a Pisa ritorna a Recanati, dove visse isolato nel palazzo
paterno, immerso nella sua tetra malinconia. Più tardi accettò la generosa offerta di
alcuni amici fiorenti di un assegno mensile, e lasciò così Recanati per non farvi più
ritorno; a Firenze strinse rapporti sociali più intensi, e visse anche una passione
amorosa per Fanny Tozzetti; la delusione subita per questo amore ispira un nuovo
ciclo di canti: “Il ciclo di Aspasia". Diventa amico di un giovane napoletano Antonio
Ranieri, trasferendosi poi con lui proprio nella città campana, dove muore nel 1837.

Lettere e scritti autobiografici


Di Leopardi ci è rimasto un folto gruppo di lettere non destinate alla pubblicazione,
ma alla comunicazione personale e privata. Tra le più significative si possono
includere quelle a Pietro Giordani, scritte a partire dal 1817; in queste pagine il
giovanissimo poeta confessa il proprio agitato mondo interiore, ma anche le proprie
idee letterarie e i propri progetti.
Molte lettere sono poi indirizzate ai familiari: al fratello Carlo e alla sorella Paolina, a
cui il poeta si rivolge con affetto, ricevendone in cambio solidarietà. Le lettere al
padre rivelano invece i difficili rapporti familiari e un estremo bisogno di affetto e di
calore umano da parte del poeta. Interessanti sono anche le lettere destinate a
importanti personalità della cultura, come Vincenzo Monti e Gian Pietro Vieusseux.
Tra gli scritti autobiografici va segnalato inoltre il progetto di un romanzo
autobiografico (1819), sul modello del Werther di Goethe e dell’Ortis di Foscolo, che
Leopardi pensava di intitolare Storia di un'anima o Vita di Silvio Sarno. Di tale
progetto restano vari appunti in cui compare l'accenno ad alcuni temi che saranno
sviluppati poi nelle poesie.

Il pensiero
L'esposizione delle teorie letterarie e filosofiche di Leopardi è contenuta nello
Zibaldone, una sorta di diario intellettuale composto tra il 1817 e il 1832. Dalle
riflessioni contenute in quest'opera si comprende che la visione della realtà che
traspare dalle poesie e dalle prose leopardiane prende le mosse dal sensismo e dal
materialismo settecenteschi, secondo cui la felicità si identifica con uno stato di
piacere dei sensi, infinito nella durata e nell'intensità, che l'uomo desidera
istintivamente ma non può raggiungere mai. Da questa tensione inappagata nasce
l'infelicità, quel senso di insoddisfazione perpetua che solo l'ingenuità fanciullesca,
l'ignoranza del «vero», potrebbe placare.
In un primo momento Leopardi assume di fronte a questo stato di cose un
atteggiamento che si è soliti definire di "pessimismo storico" egli sostiene che la
natura, concepita inizialmente come madre benigna, offra agli uomini la capacità di
immaginare e illudersi, ma che il progresso della ragione abbia impedito ai moderni
di ricorrere a questo rimedio che permetteva agli antichi di essere felici. La
condizione negativa del presente è dunque l'esito di un processo storico di
allontanamento da una originaria pienezza vitale, che rendeva possibili azioni
generose ed eroiche. Leopardi dà un giudizio negativo in particolare sull'Italia
contemporanea, corrotta e dominata dall'inerzia: ne deriva un atteggiamento titanico,
di sfida solitaria e disperata da parte del poeta, unico depositario dell'antica virtù,
contro la barbarie dominante.
Questa fase del pensiero leopardiano evolve intorno agli anni 1820-24 nel cosiddetto
"pessimismo cosmico": la natura è vista ora come un meccanismo cieco, indifferente
alla sorte delle sue creature; l'infelicità è considerata una condizione assoluta e uni-
versale, che coinvolge tutti gli esseri in ogni tempo; al titanismo giovanile subentra
un atteggiamento di accettazione distaccata e ironica.

La poetica
Attraverso le pagine dello Zibaldone è possibile ricostruire i principi essenziali della
poetica leopardiana del «vago e indefinito», che prende l'avvio dalla cosiddetta
«teoria del piacere». Secondo questa teoria l'immaginazione è l'unica fonte di
piacere, poiché offre un illusorio appagamento al bisogno di infinito: a livello poetico,
l'immaginazione è stimolata da immagini e suoni vaghi, indefiniti, capaci di evocare
sensazioni che ci hanno affascinati da fanciulli.
La poesia è dunque il recupero della visione immaginosa della fanciullezza attraverso
la memoria. Maestri in questo tipo di poesia sono gli antichi, mentre ai moderni,
disincantati e infelici, è possibile solo una poesia "sentimentale", filosofica, che nasce
dalla consapevolezza della miseria umana e dal rimpianto per un'armonia perduta.

I Canti
Una delle opere più importanti di Leopardi sono “I Canti” una raccolta di opere uscita
in diverse edizioni, pubblicate postume.
Il titolo dell’opera è del tutto inedito nella tradizione letteraria italiana per una
raccolta di versi, rimandando al carattere lirico di queste poesie, dove il poeta vuole
raccogliere generi poetici diversi, come canzoni, elegie, epistole, e altre forme
decisamente più originali, che non rispondono ad una struttura metrica ben definita e
che portano all’estremo l’ispirazione lirica soggettiva.

Le Canzoni
le canzoni sono componimenti di impianto classicistico, che impiegano il linguaggio
aulico, sublime e denso della tradizione. Le prime cinque opere affrontano la tematica
civile. La base del pensiero è costituito da quel pessimismo storico.

Idilli
Un carattere molto diverso dalle Canzoni presentano gli Idilli, che affrontano
tematiche intime e autobiografiche, con un linguaggio più colloquiale e semplice.
La parola idillio indicava un componimento di breve durata. Queste genere poetico
aveva gia avuto un grande successo nel 1500 e poi nel 1700.
Gli idilli di leopardi non hanno nulla a che vedere con tutte queste esperienze
precedenti: pur mantenendo l’impostazione soggettiva e la brevità classica, egli le
definì come espressione di sentimenti, affezioni, avventure storiche del suo animo.

L’infinito
è una poesia che esplora con profondità temi universali quali l’infinito, la solitudine,
l’eternità, e il rapporto tra l’individuo e l’immensità dell’universo. Leopardi utilizza
la natura non solo come sfondo ma come elemento centrale attraverso il
quale esplorare questi concetti filosofici profondi.
il tema dell’infinito è il fulcro attorno al quale ruota tutta la poesia. Leopardi riflette
sull’infinità non solo dello spazio fisico ma anche dell’esperienza umana e della
capacità di immaginazione. L’infinito diventa un concetto che sfida la comprensione
umana, provocando meraviglia e un senso di sublime.
La solitudine è un altro tema centrale della poesia. La figura del poeta, isolata sul
colle, riflette sul significato più profondo della sua esistenza. La solitudine non è vista
negativamente ma come un momento di connessione profonda con l’universo e i suoi
misteri.
Il colle e la siepe rappresentano i limiti della percezione umana e il punto di partenza
per l’esplorazione dell’infinito. Mentre la siepe limita fisicamente la vista, spinge il
poeta a superare questi confini attraverso l’immaginazione, simboleggiando il
passaggio dal reale all’immaginario.

Il sabato del villaggio


Quest’opera ha una prima parte descrittiva e poi una riflessiva. Il quadro di vita
paesano si apre con due figure contrapposte: la donzelletta e la vecchiarella. Le due
figure rappresentano emblematicamente la speranza giovanile e la memoria. Queste
due figure si collegano col tema della festa e della primavera.
Il quadro di vita borghigiana non possiede nulla di realistico perché su molti dei suoi
elementi agisce il filtro letterario, che li smaterializza e li allontana, trasformandoli in
realtà dell’immaginazione e del ricordo. La parte riflessiva non segna un brusco
distacco. La conclusione filosofica non si presenta nella forma di un ragionamento
freddo e astratto, ma è un invito a non spingere lo sguardo oltre i confini
dell’illusione giovanile.

Canto notturno di un pastore errante dell’Asia


Il poeta qui non parla in prima persona, ma è messo in bocca ad un uomo primitivo
semplice e ingenuo. Qui il primitivo è come gli uomini civilizzati e sente fortemente
l’infelicità sua propria e quella universale.
Il canto si distingue dai grandi idilli, perché non si fonda sulla memoria, ma è una
lucida riflessione che coinvolge i grandi problemi metafisici.
Il linguaggio non ha quella musicalità e quella dolcezza che nascono dall’impulso
dell’illusione.
Anche il paesaggio non è quello idillico, ma è un paesaggio astratto e metafisico.
Permane la suggestione dello spazio sconfinato e del tempo infinito, ma non è un
infinito creato dall’immaginazione, bensì contemplato dalla ragione.
GIOSUE’ CARDUCCI

La vita
Carducci nasce nel 1835 in provincia di Lucca da una famiglia borghese. Trascorre
l'infanzia in Maremma. Si laurea in Lettere nel 1856 alla Scuola Normale di Pisa e
inizia ad insegnare nella scuola secondaria. Ottiene poi la cattedra di Letteratura
italiana all'Università di Bologna e il premio Nobel per la Letteratura nel 1906.
Partecipa attivamente alla vita culturale del suo tempo, collaborando con vari
periodici. Muore nel 1907.
L’ideologia
L'opera carducciana, soprattutto quella giovanile, è profondamente ispirata dagli
ideali politici dell'autore. Animato da un fervente patriottismo, Carducci segue con
entusiasmo il processo risorgimentale, schierandosi su posizioni democratiche e
repubblicane ed esaltando il popolo come forza motrice della storia e come
depositario delle grandi virtù civili. All'indomani dell'unificazione italiana, il
compromesso monarchico e l'affermazione della Destra storica provocano in lui una
delusione cocente, documentata dalla sua prima produzione, fortemente polemica
non solo nei confronti della classe politica, ma anche verso la società italiana e la
religione. A partire dagli anni Settanta, il poeta assume posizioni più moderate,
avvicinandosi alla monarchia e alla Chiesa, e il suo patriottismo "popolare" si evolve
in un acceso nazionalismo. Carducci diventa in questo modo il poeta ufficiale della
borghesia conservatrice, "vate" dei suoi valori e dei suoi miti.

La poetica
La poetica di Carducci subisce un'evoluzione parallela a quella ideologica. Negli anni
giovanili egli contesta duramente il Romanticismo sentimentale e cristiano,
ritenendolo espressione di una cultura della debolezza e della rassegnazione, e
insieme con altri intellettuali dà vita al gruppo degli «Amici pedanti» in difesa della
tradizione classica. Carducci affida infatti alla poesia il compito di ispirare ideali sani
e virili, e in quest'ottica mira alla restaurazione di un discorso poetico "alto",
disdegnando i generi "popolari" prediletti dai romantici, come il romanzo, e
rifacendosi al modello dei classici.

Le Opere
Juvenilia ("Poesie giovanili", 1850-60) e Levia gravia ("Poesie leggere e serie", 1861-
71), che ripropongono i temi, il linguaggio e la metrica della grande tradizione
letteraria italiana, da Dante a Foscolo. La polemica politica, sociale e antireligiosa
contraddistingue in vece i componimenti inclusi nella raccolta Giambi ed Epodi
(1867-79), nei quali Carducci sperimenta un linguaggio composito, ricco di
espressioni aspre e colloquiali. Vicino a questo clima polemico è l'Inno a Satana
(1863), violenta invettiva contro la Chiesa e la religione. Le odi barbare in cui
Carducci abbandona i metri tradizionali italiani e vuole riprodurre i metri classici.

Pianto antico
Questo componimento presenta la tematica centrale della poesia carducciana,
l’opposizione luce/ombra, vita/morte. Nelle prime due strofe dominano immagini di
luce di calore, che fanno pensare alla vitalità della natura primaverile. Nelle ultime
due strofe invece emerge il motivo dell’aridità, del freddo e del buio. Già nella prima
parte è presente una nota cupa che anticipa il clima della seconda parte. Inoltre il
poeta cerca di rappresentare immagini di solare vitalità per scacciare via l’immagine
della morte che lo ossessiona.

IL POSITIVISMO

Il retroterra culturale da cui il Naturalismo prende le sue mosse è il Positivismo.


Il positivismo è l’espressione della nuova organizzazione industriale della società
borghese, della nuova ricerca scientifica e delle nuove tecnologie. Esso è
caratterizzato da dal rifiuto di ogni visione di tipo religioso, metafisico e idealistico e
dalla convinzione che tutto il reale sia un gioco di forze materiali, fisiche, chimiche,
regolate da ferree leggi meccaniche spiegabili scientificamente.
Il pensatore di tutto ciò fu Hippolyte Taine. La sua concezione era ispirata ad un
rigoroso determinismo materialistico ed affermava che i fenomeni spirituali sono
prodotti dalla fisiologia umana e sono determinati dall’ambiente e dal contesto in cui
l’uomo vive. Taine applicò tali concetti alla letteratura sperando che potesse
assumere il compito di un’analisi scientifica sulla base della razza, dell’ambiente e del
momento storico.

NATURALISMO E VERISMO: SIMILITUDINI E DIFFERENZE

In campo letterario nasce una nuova corrente artistica e culturale, sviluppatasi


nell’ultimo trentennio del XIX secolo, il Verismo che rappresenta il versante italiano
del Naturalismo francese.
Tra queste due correnti letterarie esistono però anche alcune differenze, mentre la
narrativa Naturalista descrive spesso gli ambienti del proletariato urbano, quella
Verista si rivolge prevalentemente agli ambienti rurali.
Inoltre gli scrittori veristi non attribuiscono, generalmente, alle loro attività letterarie
quel valore politico che è invece un dato fondamentale in molti autori francesi, vicini
ai movimenti popolari e socialisti. Lo scrittore più noto del Verismo è il siciliano Luigi
Capuana, che ha una funzione fondamentale nel diffondere la conoscenza di Zolà in
Italia, ma il più grande scrittore italiano del periodo è Giovanni verga, amico di
Capuana e autore dei massimi capolavori del Verismo italiano.
Importanti differenze tra il Verismo verghiano e il Naturalismo di Zola si possono
individuare nella tecnica narrativa e nell’ideologia. Le opere di Zola fotografano con
puntualità la società francese del secondo impero e ne rilevano lo scontro tra i nuovi
soggetti emarginati e le classi sociali emergenti.
Questo nel Verga verista non avviene mai. Egli utilizza la tecnica della “regressione”:
il narratore si mimetizza nei personaggi, adotta il loro modo di pensare e di sentire e
usa il loro modo di esprimersi.
Queste due tecniche narrative così lontane sono conseguenze di due ideologie
radicalmente diverse. Zola interviene a commentare e a giudicare perché crede che
la letteratura possa contribuire a cambiare la realtà. Dietro la regressione di Verga
nell’ambiente rappresentato vi è invece il pessimismo di chi ritiene che la realtà sia
immodificabile, che la letteratura non possa in alcun modo incidere su di essa, e che
quindi lo scrittore non abbia il “diritto di giudicare”, e debba limitarsi alla
riproduzione oggettiva dei fatti. Uno dei punti salienti del Verismo è infine il suo
carattere regionale, il fatto che gli scrittori importanti del Verismo, pur operando
nell’ambiente milanese, provengono dal meridione e mettono in luce i problemi e le
contraddizioni del sud.

L’alcol inonda Parigi


Zolà in quest’opera fa uso del gergo dei proletari parigini. Il narratore, che è il
portavoce dello scrittore stesso, usa invece un linguaggio colto, letterario. Nel
romanzo Zolà tenta anche un ardito esperimento: in varie zone il narratore
regredisce nella mentalità e nel modo di esprimersi di un ideale popolano parigino.
Una simile impostazione narrativa corrisponde all’atteggiamento di Zolà verso la
materia: lo scrittore è lo scienziato che osserva dall’esterno e dall’alto, con scientifico
distacco, vuole usare la letteratura come arma per incidere sulla realtà e per
smuovere il lettore a sdegno e pietà nei confronti delle miserie che gli vengono
rivelate.
Ma non vi è solo la fredda osservazione scientifica. Il gioco metaforico dell’alcol
conferisce alle immagini una dimensione apocalittica e rivela l’aspetto visionario,
fondato su grandi simbologie, che è tipico delle narrazioni zoliane.

LA SCAPIGLIATURA

La scapigliatura è un movimento di contestazione antiborghese affermatosi negli anni


60-70 dell’ Ottocento. Il centro principale è Milano, ma non perché gli scrittori
fossero tutti milanesi, bensì perché Milano era il centro della trasformazione
industriale, e poi perché lì affluirono persone da tutte le regioni. Il termine
“Scapigliatura” viene utilizzato per la prima volta da Cletto 20Arrighi nel
suo romanzo “La scapigliatura e il 6 febbraio” dove descrive degli uomini ribelli e
disordinati. E’ un equivalente letterario del termine francese bohème, vita da zingari.

Campo politico, morale e letterario


- Politico: Rifiuto della borghesia che fino ad allora non era stata portavoce dei
valori risorgimentali (libertà, giustizia ecc..)
- Morale: Rifiuto delle menzogne e dell’ipocrisia della morale comune, per
questo motivo danno vita a uno stile sregolato
- Letterario: Rifiuto della poetica di Manzoni, indirizzata al patriottismo,
moralismo, quindi danno vita a un tipo di poesia che si attiene molto al vero.

Poetica
Gli scapigliati non hanno una poetica comune, ma comunque hanno delle
caratteristiche affini, rifiutano Manzoni, e ritraggono il vero, il vero non solo esteriore
ma anche interiore, quindi riprendono i sentimenti umani più nascosti. Rifiutano il
moralismo, patriottismo, la religione, inoltre la donna non è più sotto una visione
angelica, ma è vista come emblema del demonismo.
• ROMANTICISMO EUROPEO
La Scapigliatura riprende dal Romanticismo europeo le tematiche negative, il gusto
del macabro e dell’orrido, la posizione dell’artista è ambivalente, o come dice Arrigo
Boito è dualista, da un lato tendono a respingere il loro mondo e ad elogiare il mondo
antico, dall’altro si rassegnano a rappresentare il vero.
• PRINCIPALI ESPONENTI
I principali esponenti sono Praga, Turchetti, Boito, Camerana, Dossi.. I modelli presi
in considerazione sono Hoffman, Paul, Heine, Baudelaire.

GIOVANNI VERGA
La Vita
Giovanni Verga nasce a Catania nel 1840 da una famiglia di agiati proprietari terrieri.
Compie i primi studi presso maestri privati e a diciotto anni si iscrive alla Facoltà di
Legge a Catania. Non termina i corsi per dedicarsi al lavoro letterario e al
giornalismo politico. Diversamente da molti letterati del suo tempo, Verga non si
forma sugli scrittori classici italiani e latini ma sugli autori francesi moderni. Nel
1869 si reca a Firenze, determinato a liberarsi dai limiti della sua cultura provinciale
e ad entrare in contatto con la vera società letteraria italiana. Nel 1872, dopo essersi
trasferito a Milano, allora il centro culturale più vivo della penisola, inizia a
frequentare gli ambienti della Scapigliatura e compone tre romanzi legati ad un clima
romantico: Eva, Eros e Tigre reale.
Nel 1878 si verifica la svolta verso il Verismo con la pubblicazione della novella Rosso
Malpelo. Negli anni successivi Verga lavora ai tre romanzi del ciclo dei Vinti: i
Malavoglia, Mastro-don Gesualdo e La Duchessa de Leyra, che però non sarà portato
a termine.
Nel 1893 torna a vivere definitivamente a Catania. Dopo il 1903 lo scrittore si chiude
in un silenzio pressoché totale e assume delle posizioni politiche sempre più
conservatrici. Muore nel gennaio del 1922.

Le prime opere
La produzione letteraria di Verga ha inizio con le opere composte a Firenze e poi a
Milano. Durante il periodo fiorentino Verga pubblica Una peccatrice (1866) e Storia
di una capinera (1871) che riscuotono notevole successo. A Milano termina Eva
(1873) e scrive Eros e Tigre reale (1875): questi romanzi per l'analisi della passione
amorosa e per il linguaggio enfatico si iscrivono nel clima tardoromantico, e si
avvicinano ai temi trattati dalla Scapigliatura, allontanandosi quindi dal modello del
Naturalismo francese.
Nel 1878 la pubblicazione della novella Rosso Malpelo segna il passaggio di Verga a
una nuova maniera narrativa, ispirata a una rigorosa impersonalità nella
raffigurazione del «vero».

L'ideologia
Per Verga la realtà è dominata dal meccanismo della «lotta per la vita», una legge di
natura, universale, valida per qualsiasi società, in ogni tempo e in ogni luogo. Egli ha
dunque una concezione pessimistica dell'uomo e della società: la realtà sociale non si
può modificare perché dipende dalla natura egoistica e brutale dell'uomo.
Poiché la realtà non si può modificare, Verga ritiene che lo scrittore debba evitare di
esprimere giudizi su di essa, limitandosi a studiarla e riprodurla in modo oggettivo.
Il pessimismo di Verga ha una connotazione fortemente conservatrice, che non
implica un'accettazione rassegnata della realtà esistente, ma consente all'autore di
analizzare la realtà con atteggiamento critico, senza farsi influenzare dai falsi miti del
progresso e dalla visione idealizzata del popolo che caratterizzano gran parte della
letteratura di fine Ottocento.
Sul piano delle tecniche narrative il verismo di Verga e il naturalismo di Zola
presentano caratteristiche molto diverse perché per lo scrittore francese
l'impersonalità significa assumere il distacco dello "scienziato”, che si allontana
dall'oggetto per osservarlo dall'esterno e dall'alto; per Verga significa invece
immergersi, "eclissarsi" nell'oggetto, ponendosi sullo stesso livello dei personaggi. La
scelta di Zola deriva da presupposti ideologici opposti rispetto a quelli di Verga,
poiché egli è convinto che la letteratura possa contribuire a cambiare la realtà.

Il ciclo dei vinti


Nel 1878 Verga inizia a progettare un ciclo di romanzi per delineare un quadro
generale della società italiana moderna in tutte le sue componenti, dai ceti popolari (I
Malavoglia) alla borghesia terriera (Mastro-don Gesualdo) all'aristocrazia nelle sue
diverse fisionomie. L'autore dà a questo progetto il titolo di ciclo dei Vin-ti, poiché è
convinto che le società umane siano dominate dalla legge universale e immutabile
della lotta per la sopravvivenza e sceglie come oggetto della sua narrazione i «vinti»,
cioè coloro che vengono schiacciati in questo perenne conflitto.
I Malavoglia
Il primo romanzo del ciclo dei Vinti, I Malavoglia(1881), è ambientato in un piccolo
paese di pescatori siciliani all'indomani dell'unificazione italiana. Vi si racconta la
storia della famiglia Toscano, che inizialmente conduce una vita relativamente felice
e tranquilla, ma poi, per compensare la perdita economica dovuta alla partenza del
giovane 'Ntoni per il servizio militare, decide di intraprendere una piccola attività
commerciale e viene colpita da una serie interminabile di sventure.
Verga descrive lo stravolgimento introdotto dall'avanzare della modernità in un
mondo arcaico e apparentemente immobile, nel quale valgono le medesime logiche
dell'interesse egoistico e della sopraffazione che caratterizzano ogni tipo di società.
In questo modo viene meno ogni idealizzazione romantica della campagna e
dell'ambiente popolare. Nei Malavoglia il principio dell'impersonalità trova una
concreta applicazione attraverso la tecnica della regressione, che consiste nel
collocare il punto di vista narrativo al livello culturale dei personaggi. Il romanzo si
caratterizza inoltre per il suo impianto corale e per la costruzione bipolare. Non
spicca infatti un protagonista, ma sulla scena si muove un "coro" di personaggi diviso
nettamente in due gruppi, portatori di due punti di vista contrapposti: quello onesto e
disinteressato dei Malavoglia e quello cinico ed egoista dei compaesani.

Mastro-Don Gesualdo
Nel 1889 viene pubblicato il secondo romanzo del ciclo dei Vinti, che porta il titolo di
Mastro-don Gesualdo e narra l'ascesa sociale e il declino di un muratore che riesce
ad accumulare un'enorme fortuna e a sposare una nobildonna, ritrovandosi però solo
e disprezzato da tutti.
L'ambiente rappresentato è quello borghese e aristocratico: il livello culturale del
narratore pertanto si innalza e coincide con quello dell'autore reale.
Il conflitto tra valori ideali e interesse egoistico si interiorizza, passando all'interno
del protagonista, diviso tra il bisogno di relazioni umane autentiche e il culto della
«roba». Scompare anche l'alternanza dei punti di vista che caratterizzava la struttura
narrativa dei Malavoglia, e le vicende sono raccontate prevalentemente attraverso
l'ottica soggettiva del protagonista (discorso indiretto libero). Nel romanzo è assente
qualsiasi tendenza idealistica e il pessimismo dell'autore diventa assoluto, come
mostra anche il suo giudizio estremamente negativo sul progresso.
IL DECADENTISMO

Il Decadentismo è un movimento letterario che nasce alla fine dell’ ‘800 in Francia;
utilizzato per la prima volta da Paul Verlaine in un sonetto per definire il proprio stato
d’animo nei confronti della società contemporanea e il suo senso di stanchezza,
identificandosi nell’impero romano della decadenza.
Questo termine ha due significati:
- uno negativo usato dalla critica in maniera dispregiativa per indicare i “poeti
maledetti”, che si opponevano alla morale borghese, dando scandalo;
- uno positivo, rivendicato dagli stessi poeti decadenti, indica un nuovo modo di
pensare, inteso come diversità ed estraneità rispetto alla società borghese.
Il poeta entra in crisi poiché vede fallire i propri obiettivi di fotografare la vita
quotidiana, e si ripiega quindi nel proprio inconscio, con gli artisti che perdono la
loro fiducia nella ragione e si lanciano verso un mondo misterioso che suppongono si
celi dietro la realtà.

Decadentismo in Italia
Il primo periodo del decadentismo italiano è rappresentato da D’Annunzio e Pascoli.
La seconda parte del decadentismo è rappresentata da Pirandello e Svevo.

Visione del mondo decadente


Alla base del decadentismo abbiamo un irrazionalismo misticheggiante, che riprende
la cultura romantica e rifiuta la visione positivistica; il decadente ritiene che la
ragione e la scienza non possano dare la vera conoscenza del reale, ed è per questo
proteso verso il mistero che è dietro la realtà visibile; per questa visione mistica
quindi tutti gli aspetti dell’essere sono legati tra loro da arcane corrispondenze, che
sfuggono alla ragione. Queste corrispondenze coinvolgono anche l’uomo, a causa di
una sostanziale unità tra io e il mondo, fondamentale per il decadentismo è la
scoperta dell’inconscio.

Estetismo
Per i decadenti lo strumento privilegiato della conoscenza è l’arte; gli artisti infatti
diventano dei sacerdoti di un vero e proprio culto, dei veggenti. Da questa concezione
deriva l’estetismo, l’arte diventa il principio regolatore della vita, sostituendo il bello
ai valori morali; tra i più importanti poeti esteti abbiamo Oscar Wilde e D’Annunzio,
che si rifiutano di farsi banditori di valori morali, ma devono svelare l’ignoto, per
questo il poeta veggente, invece di far della poesia un dialogo con gli altri, la riduce
ad un monologo, avvalendosi spesso di un linguaggio oscuro.

Avanguardie
Il termine “avanguardie”, indica i gruppi che si ponevano a capo di movimenti
rivoluzionari, e nel 900 andò a designare anche alcune tendenze letterarie e
artistiche, alcune letterarie come il crepuscolarismo e il futurismo, o artistiche come
il Dadaismo e il Surrealismo, dette avanguardie storiche.
Questa poesia è caratterizzata dal cambiamento dei tempi in contrapposizione con la
poesia precedente.
Questi gruppi si propongono in primo luogo compiti di rottura, rifiutando
radicalmente la tradizione culturale, è una rivolta che vuole colpire al cuore le
ideologie dominanti, e mira a un rinnovamento totale della società, per ricostruire la
società però bisogna prima distruggerla, azzerando tutto ciò che lega il presente al
passato; lo scrittore d’avanguardia contesta l’intero sistema del “mercato culturale”;
le opere di questo movimento rifiutano l’idea di un successo facile e immediato,
rifiutando il prodotto d’arte come merce, e per questo si propongono un intento
dichiaratamente provocatorio.

I Futuristi
Il futurismo è un movimento d’avanguardia, fondato da Filippo Tommaso Marinetti, che
pubblicò sul quotidiano parigino “Le Figaro”, il “Manifesto del Futurismo”, formulando
il suo programma di rivolta contro la cultura del passato, e tutto il sapere tradizionale,
proponendo un azzeramento su cui elevare una concezione della vita integralmente
rinnovata.
Sostenendo il culto dell’azione violenta ed esasperata, in cui non è difficile notare una
nuova incarnazione del mito del superuomo, da qui l’adesione all’ideologia nazionalista
e militarista, che celebra la guerra come “sola igiene del mondo”. Da qui la polemica si
estende alla sensibilità romantica e decadente. I disegni di oggetti domestici e familiari
offrono all’autore lo spunto per didascalie, che interpretando i risultati in senso
analogico, ne offrono un'interpretazione ironica e degradante, qua però la distruzione
non mira tanto alla creazione di realtà alternative, quanto a cogliere la frammentazione
o il disfacimento interno.

Manifesto del futurismo


Il manifesto ha un significato soprattutto ideologico, in quanto enuncia i principi
fondamentali della rivoluzione futurista. Anche sul piano artistico il programma si basa
su un netto rovesciamento dei canoni tradizionali. Lo stesso linguaggio del manifesto
tende a risolversi nell’azione, attraverso lo stile perentorio e nettamente scandito con
la quale vengono introdotti alcuni punti programmatici

Ermetismo
Il maggior esponente dell’ermetismo è Giuseppe Ungaretti. Questa è una tendenza
poetica che negli anni trenta, da Firenze si irradia nel resto del Paese. Nel suo primo
significato, il termine ermetismo sta ad indicare una poesia difficile, intessuta di
simbologie oscure. La poesia ermetica si può considerare una poesia che rifiuta facili
modi espressivi per costruirsi attorno una rete complessa di relazioni analogiche. La
poesia ermetica si pone quindi come una poesia pura.
GIOVANNI PASCOLI

La vita
Giovanni Pascoli nacque a San Mauro di Romagna nel 1855 ma il 10 agosto 1867
viene assassinato il padre mentre torno dal lavoro e per questo scrive la poesia 10
agosto. Importante il concetto della sua poetica, quella del fanciullino: il vero poeta è
colui che ha in sé gli occhi primordiali del bambino, con i quali può guardare con
innocenza e di incanto tutto ciò che ha di fronte, come se la vedesse per la prima
volta.
Il poeta muore a Bologna nel 1912 dove insegnava letteratura italiana all’università,
successore e allievo a sua volta di Giosuè Carducci.
Giovanni Pascoli è un poeta simbolista, esprime con eleganza ed altissimo registro
linguistico i suoi pensieri le sue più profonde sensazioni, ponendo sempre particolare
attenzione ai suoni e agli accostamenti sonori delle parole. Le principali raccolte
poetiche sono:
Myricae 1891, Canti di Castel Vecchio 1903. Ma la sua opera più significativa,
involucro delle sue complessive poetiche e pensieri, è il fanciullino pubblicato nel
1897 formato da 20 capitoli.
Il poeta dice che dentro di noi c’è un fanciullino che rimane così com’è anche quando
cresciamo e diventiamo adulti. il bambino continua a comunicare emozioni e
sensazioni anche quando siamo adulti, ma non lo ascoltiamo perché siamo impegnati
negli affari quotidiani. Solo il poeta riesce ad ascoltare la voce del fanciullino, il quale
vede tutto con l’occhio meravigliato da avventure dei Roy. questo bimbo è in realtà
presente in tutti anche noi non poeti.

Myricae
Tra il 1891 e il 1911 Pascoli pubblica una serie di raccolte poetiche nelle quali
distribuisce i componimenti secondo criteri puramente formali, di natura stilistica e
metrica.
La prima raccolta, intitolata Myricae (che in latino significa "le tamerici"), viene
pubblicata per la prima volta nel 1891 e contiene testi di breve estensione che
traggono ispirazione dalla vita campestre, cogliendo immagini, colori, suoni e
movimenti con gusto fortemente impressionistico.
I particolari su cui il poeta fissa la sua attenzione alludono simbolicamente a una
realtà ignota e inafferrabile, caricandosi di sensi misteriosi e suggestivi.
Tra i temi fondamentali della raccolta si riconoscono la morte e il ritorno dei cari
defunti, e la tragedia familiare che influenza la visione del mondo del poeta.
Il carattere sperimentale della raccolta si manifesta soprattutto nelle scelte formali: il
linguaggio analogico, l'uso insistente delle onomatopee, il fonosimbolismo, la sintassi
frantumata e la metrica dal ritmo spezzato.

10 agosto
Questa è una delle molte poesie in cui Pascoli rievoca la morte del padre, avvenuta il
10 Agosto del 1867 il giorno di San Lorenzo. L’opera si basa su un confronto tra il
padre, morto mentre stava tornando a casa, e una rondine, uccisa mentre stava
tornando al nido dalle rondinelle, in entrambe le situazioni i due genitori stavano
portando qualcosa ai loro figli, e muoiono allo stesso modo, tendendo al cielo. Proprio
nell’ultima strofa si parla del cielo, che illumina la terra non con una luce festiva, ma
derivata dal pianto, la terra infatti è un oggetto piccolissimo nell’Universo, ma in essa
si concentra tutto il male, come sosteneva Baudelaire nella sua opera “I fiori del
male”, si crea quindi un’antitesi con la luminosità del cielo stellato dell’inizio della
poesia.

L’assiuolo
Il poeta descrive un paesaggio notturno nel quale si distingue il canto lamentoso di
un assiuolo, che è un uccello rapace simile alla civetta. Il canto angoscioso
dell’animale diventa l’occasione per una riflessione sulla vita e sulla morte dell’uomo.
L’assiuolo si apre con un interrogativo sulla luna e con la descrizione di un paesaggio
in cui essa sta per sorgere, come dimostra il chiarore dell’atmosfera.
Anche in questo, come in molti altri testi pascoliani, alcuni elementi e immagini
assumono un significato simbolico: qui il verso dell’animale rappresenta sensazioni di
angoscia e di morte. Anche la seconda strofa presenta immagini di serenità, quali il
bagliore delle stelle e il rumore delle onde del mare.
La luce lunare torna nella terza strofa, dove illumina le cime degli alberi, che sono
mosse da leggere folate di vento, ma l’innocua immagine delle cavallette si carica di
un significato funebre: infatti il rumore delle loro ali che sbattono ricorda quello dei
sistri, che sono strumenti musicali che producono un suono tintinnante e che erano
usati nell’antico Egitto nel culto della dea Iside, a definire il ritorno alla vita dopo la
morte.

Novembre
Questa poesia è un quadretto naturale, che parla di un paesaggio nel mese di
Novembre, anche se il poeta crea l’illusione della Primavera, anche qui come spesso
accade in Myricae, in apertura abbiamo un quadretto naturalistico, con questo
paesaggio primaverile che si colloca in un’altra dimensione rispetto a quella
effettuale, il reale non è quello che appare, la primavera infatti è solo illusoria, e la
realtà sensibile sfuma nell’immaginario, dietro il paesaggio infatti si disegna
l’immagine simbolica della morte, a cui allude i rami stecchiti, che negano l’azzurro
del cielo sereno, simbolo di vita, che è vuoto per l’assenza di uccelli, il terreno poi
non è fertile e ricco di semi, ma sterile e morto. Immagini di morte sono anche il
silenzio che apre l’ultima strofa ed il rumore delle foglie secche che cadono. Pascoli
in questa poesia usa determinate tecniche linguistiche, che giocano su segrete
suggestioni, come per esempio un’ipallage (cader fragile), o una sinestesia, in cui la
realtà astratta si unisce ad una sensazione tattile, la sinestesia era spesso usata dai
decadenti per sottolineare la segreta corrispondenza tra le cose; abbiamo poi un
ossimoro (estate fredda), che allude al nucleo profondo della poesia, ovvero
l’apparente vita che cela la morte

GABRIELE D’ANNUNZIO

La vita
Gabriele d'Annunzio nasce nel 1863 a Pescara da famiglia borghese. A diciotto anni si
trasferisce a Roma per frequentare l'università, ma ben presto abbandona gli studi
per dedicarsi alla professione
di giornalista. Durante questi anni l'autore si crea la maschera dell'esteta,
dell'individuo superiore che disprezza la mentalità corrente. Negli anni Novanta,
però, questa fase estetizzante attraversa una crisi da cui ha origine il mito del
superuomo, ispirato alle teorie del filosofo Nietzsche.
Nel 1897 d'Annunzio tenta l'avventura parlamentare come deputato dapprima
dell'estrema destra e successivamente di sinistra. A causa di alcuni creditori, nel
1910 è costretto a rifugiarsi in Francia. Allo scoppio della Prima guerra mondiale, il
poeta torna in Italia e si arruola come volontario.
Nel dopoguerra capeggia una marcia di volontari su Fiume e nel 1920 spera di
proporsi come «duce» di un movimento, che riporti ordine nel caos sociale del
dopoguerra, ma è scalzato dal politico Benito Mussolini. Quest'ultimo, guardando con
sospetto il poeta, fa in modo che viva confinato in una villa di Gardone, che
d'Annunzio trasformerà in un monumento eretto a se stesso, il «Vittoriale degli
Italiani». Qui trascorre ancora lunghi anni e vi muore nel 1938.

L’estetismo D’annunziano
D’Annunzio, è stato il più importante esponente dell'estetismo, corrente letteraria e
artistica che basa la sua filosofia sulla concezione della poesia e dell’arte come una
creazione di bellezza; un altro elemento è l’analisi narcisisticamente compiaciuta
delle proprie sensazioni più rare, sofisticate e raffinate, oppure il gusto della parola
scelta per il suo valore evocativo e musicale più che per il suo significato logico e
simbolico. Infine molto importante fu il panismo, ossia la tendenza ad abbandonarsi
alla vita dei sensi e dell’istinto e a dissolversi e immedesimarsi con le forze e gli
aspetti della natura.

Il superuomo
D’Annunzio come abbiamo detto prima parte da alcuni aspetti del pensiero di
Nietzsche: il principio di superiorità; il rifiuto del conformismo borghese;
l’esaltazione dello spirito “dionisiaco”; il rifiuto dell’etica della pietà; dell’altruismo o
l’esaltazione della “volontà di potenza”.
D’annunzio vagheggia l’affermazione di una nuova aristocrazia, che sappia elevarsi
attraverso il culto del bello e l’esercizio della vita attiva ed eroica; così la stirpe latina
arriverà a toccare la sua forma più compiuta; possiamo quindi dire che il pensiero
nietzschiano del superuomo è interpretato da D’annunzio come il diritto di pochi
esseri eccezionali ad affermare se stessi. Il nuovo personaggio del poeta, non nega la
precedente immagine dell’esteta, ma la ingloba in sé, dandole una diversa funzione.
Così l’estetismo non sarà più il rifiuto sdegnoso della realtà, ma strumento di una
volontà di dominio sulla realtà, che si adopera per imporre il dominio di un’élite
violenta e raffinata allo stesso tempo sul meschino mondo borghese.
Questo è quindi un tentativo che va in direzione opposta rispetto a quella che
proponeva il mito dell’esteta, affidando al poeta una funzione di “vate”.

Le opere
Per celebrare la sua nuova visione della vita e dell'arte D’annunzio annuncia la
stesura di un ciclo poetico in sette volumi intitolato Laudi del cielo del mare della
terra e degli eroi.
- Il primo libro, Maia (1903), è un lungo poema unitario in cui d'Annunzio,
mescolando i ricordi personali con numerose immagini simboliche, parte dalla
descrizione di un viaggio in Grecia per giungere a esaltare il sublime vitalismo
della civiltà industriale moderna. Dal punto di vista formale il poeta sceglie di
abbandonare del tutto gli schemi metrici e di passare al verso libero, senza
tuttavia rinunciare a mantenere un tono solenne, ispirato e profetico.
- Il secondo libro, Elettra (1904), è costituito da una serie di componimenti in cui
d'Annunzio espone in modo più esplicito la sua ideologia nazionalistica e
superomistica, rievocando il glorioso passato italiano e indicandolo come
modello su cui costruire il presente e il futuro.
- Il terzo libro, Alcyone (1904), contiene 88 liriche e si presenta come una sorta
di diario ideale di una vacanza estiva trascorsa nel superbo paesaggio toscano
in compagnia della donna amata. Il tema centrale è la fusione panica con la
natura, che consente all'individuo di superare ogni limite umano e di
raggiungere una condizione superiore. Nell'opera si colgono ancora riferimenti
all'ideologia superomistica, ma agli intenti propagandistici e ai toni enfatici dei
volumi precedenti il poeta sembra preferire la ricerca di un'intensa musicalità
e la costruzione di una fitta trama di corrispondenze simboliche attraverso
l'impiego di un linguaggio fortemente analogico.

La pioggia nel pineto


Ci troviamo sul litorale tirrenico, nel pieno dell’estate, in vicinanza del fiume Serchio.
Qui, l’autore e la sua compagna (definita Ermione) vengono sorpresi da una lieve
pioggia estiva. Il cadere delle gocce produce un lieve rumore: il poeta ascolta e invita
Ermione a fare lo stesso. La pioggia cade ora un po’ più fitta, producendo, a seconda
delle foglie su cui cade, un rumore boschivo diverso. Le cicale che cantano accordano
le loro voci al rumore prodotto dalla pioggia. In lontananza, risponde alle cicale la
rana. La pioggia continua a cadere, penetrando nei corpi del poeta e della sua amata,
come se entrambi fossero diventati piante. Ora, ogni cosa è Natura, anche
D’Annunzio e Ermione. I due personaggi si lasciano avvolgere dalle erbe, dalle
piante: adesso i loro pensieri, i loro sogni non sono più umani ma naturali, fanno
parte del tutto. La sensazione uditiva è prevalente nella prima strofa, aiutata anche
dai verbi quali taci, ascolta, con diverse onomatopee (nomi e aggettivi che rimandano
ad un suono). I sensi del poeta sono in estasi, si legge un tono di favola, di magia, in
questo bosco incantato dalla pioggia, in cui due uomini si trasformano nel Tutto. In
questo contesto, l’amore è illusione, è una favola bella che tutti ci illude. Ancora una
volta, un testo che non significa, ma evoca qualcosa: il panismo (la volontà di
abbandonare la finitezza umana e diventare tutto nel tutto naturale), gli effetti sonori,
il superuomo, che può cambiare genere e farsi da persona albero, erba, Natura. Solo
con la forza delle parole preziose.
LUIGI PIRANDELLO

La vita
Pirandello nasce presso Agrigento nel 1867 da un'agiata famiglia borghese. Si laurea
nel 1891 a Bonn in Lettere e dall'anno successivo si stabilisce a Roma. Grazie ad un
assegno concessogli dal padre può dedicarsi completamente alla letteratura. Nel
1903, a causa della perdita delle rendite familiari, è costretto a intensificare la sua
produzione di novelle e romanzi.
Lavora anche per l'industria cinematografica, scrivendo soggetti per film. In seguito
al disastro economico la moglie, che aveva già mostrato segni di squilibrio psichico,
sprofonda definitivamente nella follia. Nel 1910 lo scrittore inizia l'attività teatrale,
ma è dal 1920 che il suo teatro conosce il successo. I suoi drammi tra gli anni '20 e
'30 vengono rappresentati in tutto il mondo. Dal '22 abbandona la cattedra
universitaria e si dedica completamente al teatro.
Nel 1924 si iscrive al partito fascista e nel '25 assume la direzione del Teatro d'Arte a
Roma. Nel 1934 riceve il premio Nobel per la Letteratura. Muore a Roma il 10
dicembre 1936.

Il pensiero
Alla base della visione del mondo pirandelliana vi è una concezione vitalistica della
vita. Egli pensa che noi siamo una parte indistinta della realtà ma tendiamo a
cristallizzarci in forme che non ci appartengono. Noi crediamo di essere uno per noi
stessi e per gli altri ma in realtà siamo tanti individui diversi a seconda della visione
di chi ci guarda. Queste convenzioni sociali ci impongono a indossare delle maschere
che diventano ben presto delle trappole che mortificano l’uomo. Si riconoscono
soprattutto quella della famiglia e del lavoro. L’unica via di salvezza dalla trappola è
la fuga nella dimensione fantastica dell’immaginazione oppure nella follia.

La poetica
L’esposizione più chiara e completa della concezione pirandelliana è contenuta nel
saggio “l’umorismo”. Il tratto caratterizzante dell’arte umoristica è il sentimento del
contrario dalla quale deriva la riflessione che permette di cogliere il tratto
contradditorio della realtà.
Secondo Pirandello, l’arte umoristica deve scomporre la realtà così da svolgere una
funzione eminentemente critica.

Il fu Mattia Pascal
La storia è ambientata e Miragno, in Liguria. Mattia pascal ha ereditato una grossa
somma di denaro dal padre, ma viene messo in miseria da un avido amministratore.
Per vendicarsi, Mattia si sposa con la figli, ma il matrimonio diventerà ben presto un
inferno a causa della moglie e della suocera, inoltre è costretto a lavorare nella
biblioteca comunale per guadagnarsi da vivere.
Per liberarsi da queste due trappole decide di tentare la fortuna andando in America
e due fattori vanno a suo favore: una grossa vincita di denaro e la morte falsa. Ora è
libero da ogni trappola. Cosi ora inizia una nuova vita: cambia modo di vestirsi, il suo
aspetto fisico e cambia addirittura il nome in Adriano Meis.
Nonostante questa libertà egli si sente forestiero della vita perché è mosso da un
senso di angoscia e solitudine. Non resistendo cosi alla vita di forestiere della vita
decide di tornare a casa, simulando la morte di Adriano Meis. Una volta tornato a
casa egli non può rivelare la sua vera identità perché la moglie si era risposata e
quindi ora non nessuna identità ed è costretto ad assumere quell’atteggiamento da
estraniato. Torna a lavorare nella biblioteca comunale dedicandosi alla sua
esperienza.
I temi principali di quest’opera sono la trappola della famiglia e del lavoro, la crisi
dell’identità personale e l’estraneazione del meccanismo sociale.

Uno Nessuno e Centomila


Racconta la storia di Vitangelo Moscarda che scopre di avere un piccolo difetto e
quindi capisce che l’idea che le persone avessero di lui, non era quella che lui si
immaginava. Cosi ricorre a una serie di gesti folli e sconcertanti e decide di donare
tutti i suoi averi, estraniandosi dalla vita sociale.
Quest’opera è caratterizzata dalla critica al concetto di identità personale, poiché la
liberazione delle forme diventa un tutt’uno con la natura che lo circonda e
identificandosi felicemente nel continuo movimento e mutamento sociale.

La costruzione della nuova identità e la sua crisi


Nella costruzione della nuova identità e la sua crisi, tratto da Il Fu mattia Pascal,
Adriano Meis, inizialmente, si sente finalmente libero, si è liberato della trappola;
difatti Mattia Pascal era vincolato dall’anagrafe, da un nome, che lo poneva in una
precisa casella, dal luogo dove era nato. Poco dopo però il protagonista prende
consapevolezza di non essere anch’egli libero; ha invece creato una gabbia peggiore
della precedente: non può infatti sposarsi, non può comprare un cane, non può
denunciare un furto avvenuto in casa sua.
Decide così di inscenare nuovamente la propria morta per riprendersi la sua vecchia
vita. Nella parte conclusiva del romanzo, Mattia Pascal con l’amico don Egidio cerca
di individuare il frutto di ciò che ha fatto: il prete propone l’interpretazione più ovvia,
ossia che fuori dalla legge, non siamo più noi e quindi non è più possibile vivere. Non
è quindi possibile rinunciare alla nostra identità socialmente determinata. Taluni
crebbero che fosse questo il senso del romanzo, ma è l’opposto: concetto
fondamentale nella letteratura pirandelliana, dal momento che vi è l’idea del continuo
movimento della realtà, la quale è perciò multiforme e non fissa e stabile come
riteneva Dante. Il primo a comprenderlo fu Petrarca che ha trasferito il contrasto tra
bene e male, all’interno dell’animo dell’uomo. L’uomo del ‘900 è quindi un uomo
frammentato, che ha perso la propria identità ed è da questo concetto che nacque
Uno, nessuno, centomila. In una società di questo tipo prevale l’esistenzialismo,
l’individualismo, lo scavo interiore, viene però meno il desiderio di appartenere a una
comunità.
.
ITALO SVEVO

La vita
Svevo nasce nel 1861 a Trieste, territorio allora appartenente all'impero asburgico,
da un'agiata famiglia borghese. I suoi studi sono, per volontà paterna, di natura
economica, anche se coltiva il suo interesse letterario. Dopo il fallimento dell'attività
del padre, nel 1880, Svevo è costretto a cercare lavoro. Si impiega presso la filiale
triestina della Banca Union di Vienna, dove rimane per diciannove anni. Il lavoro
impiegatizio si rivela arido e opprimente, e Svevo cerca spesso un'evasione nella
letteratura. Nel 1892 pubblica, a proprie spese, il suo primo romanzo, Una vita.
Nel 1896 sposa Livia Veneziani, figlia di facoltosi industriali. Con il matrimonio muta
la condizione sociale di Svevo, che assume un incarico prestigioso nell'industria dei
suoceri.
Nel 1898 pubblica, sempre a proprie spese, il secondo romanzo, Senilità.
L'insuccesso letterario ed il suo nuovo ruolo lavorativo lo spingono ad abbandonare
l'attività di scrittore. Nel 1906 Svevo conosce James Joyce e tra i due nasce una
solida amicizia. Nel 1910 entra in contatto con le teorie psicoanalitiche in quanto il
cognato aveva seguito una terapia a Vienna con lo stesso Freud.
Nel 1919 comincia la composizione del suo terzo ro-manzo, La coscienza di Zeno, che
viene pubblicato nel 1923. Grazie a Joyce in Europa e a Montale in Italia Svevo è
conosciuto ed apprezzato e questo costituisce uno stimolo per lo scrittore, che
progetta un quarto romanzo, sempre con protagonista Zeno, ma non riesce a
concluderlo. Il 12 settembre del 1928 ha un incidente d'auto e muore il giorno dopo
in conseguenza delle ferite riportate.

Il pensiero e la cultura
Nell'opera di Svevo si scorgono i riflessi di una vasta cultura filosofica, scientifica e
letteraria, acquisita da autodidatta.
Lo scrittore utilizza in modo critico e personale spunti tratti dalle opere di
Schopenhauer, Nietzsche, Marx, Darwin, Freud, elaborando una concezione
sostanzialmente pessimistica sul rapporto tra uomo e realtà: l'uomo non è libero,
poiché le sue scelte sono determinate da condizioni indipendenti dalla volontà,
riconducibili al contesto storico e all'assetto sociale.
Sul piano letterario, hanno un peso fondamentale nella formazione di Svevo i realisti
francesi soprattutto Flaubert, da cui deriva la maniera impietosa di rappresentare la
mentalità della piccola borghesia - ma anche i naturalisti come Zola, i romanzieri
russi, i grandi umoristi inglesi e il romanzo "psicologico" di Paul Bourget.
Nei suoi romanzi Svevo usa un linguaggio molto distante da quello della tradizione
letteraria italiana.
In un primo momento la critica ha ritenuto che questo fosse un grave difetto dello
scrittore, ma in tempi più recenti si è compreso che la sua scelta linguistica era
finalizzata a riprodurre fedelmente il modo di esprimersi dei personaggi.

Una vita
Il primo romanzo di Svevo (1892) si intitola Una vita e ha come protagonista Alfonso
Nitti un giovane costretto a lavorare in banca dopo la morte del padre. Egli tenta una
scalata sociale iniziando una relazione con la figlia del suo capo, ma preso da
un’inspiegabile paura rinuncia al matrimonio e sceglie la morte come unica via di
fuga.
Alfonso Nitti incarna in modo esemplare la figura dell’inetto, un individuo debole e
insicuro.
L’opera contiene numerosi riferimenti autobiografici e presenta caratteristiche che
appartengono a diverse tipologie di romanzo. Le vicende sono narrate in terza
persona, ma il narratore interviene spesso con i suoi commenti per correggere i falsi
giudizi e gli autoinganni del protagonista e in questo modo si viene a creare
un’alternanza di punti di vista opposti.

Senilità
Nel 1898 esce senilità, il secondo romanzo di Svevo. La narrazione si concentra
sull’analisi psicologica del protagonista. Emilio Brentani conduce una vita mediocre e
banale, lavorando come impiegato. L’insoddisfazione lo spinge a cercare un’avventura
con Angiolina, una ragazza di cui si innamora. La morte della sorella Amalia e la
delusione per Angiolina, spingono Emilio a chiudersi nuovamente in se stesso. Si
delinea così la figura dell’inetto, perché incapace di rapportarsi con il mondo esterno
e ha paura di affrontare la vita. Come nel primo romanzo, anche qui la narrazione è in
terza persona ed è focalizzata per lo più sul protagonista.

La coscienza di Zeno
Fu pubblicato nel 1923. Scompare infatti il modulo tradizionale del narratore esterno
e il racconto viene affidato alla voce del protagonista Zeno Cosini, che ripercorre la
sua vita in una sorta di confessione autobiografica. Originale e innovativo è anche il
trattamento del tempo: le vicende seguono il tempo del tutto soggettivo della
memoria. Zeno è ancora una volta un inetto anche se appartiene ad una famiglia
nobile e non riesce ad interagire con il mondo borghese e quindi è portato a mentire
costantemente a se stesso. Egli dunque è un narratore inattendibile perché la sua è
una falsa coscienza. Rispetto ai primi romanzi Svevo mostra un atteggiamento più
aperto e problematico nei confronti della figura dell’inetto. La scelta del narratore
interno risulta perfettamente coerente con questa nuova concezione dell’individuo e
della realtà.

Il fumo
“il fumo” è il terzo capitolo della coscienza di Zeno. Qui parla delle origini del suo
vizio, quello del fumo correlato anche al rapporto con il padre. Zeno ricorda quando
da ragazzino rubava i soldi al padre per compare le sigarette e dopo essere scoperto
fumava i sigari del padre. A 20 anni si accorge di odiare il fumo e si ammala, ma
nonostante la sua malattia decide di fumare un’ultima sigaretta, ed è qui che si
evidenzia la vera malattia psicoanalitica del protagonista. Inizialmente il fumo era
una reazione al rapporto con il padre e poi per una reazione al mondo intero. Ogni
tentativo di fumare non è altro che uno stimolo al desiderio. Zeno prova un profondo
piacere nel fumare e non vuole rinunciarvi ma per ingannare il suo super-io dice a se
stesso di voler smettere di fumare e fissa un termine ultimo. Finché non giunge il
termine egli fuma felice per poi spostare nuovamente il momento in cui smetterà di
fumare. Lui fumerà sempre l’ultima sigaretta.
L’opera ha un lessico moderno, semplice e l’ironia è una componente fondamentale.

Giuseppe Ungaretti

La vita
Ungaretti nasce nel 1888 ad Alessandria d'Egitto da genitori provenienti da Lucca,
trasferitisi li per lavoro. Inizia molto presto ad occuparsi di letteratura, leggendo
autori moderni e contemporanei. Nel 1912 si trasferisce a Parigi, dove approfondisce
la conoscenza della poesia decadente e simbolista. Nel 1914 torna in Italia per
partecipare alla guerra e si arruola come volontario, combattendo sul Carso.
Quest'esperienza sarà la fonte d'ispirazione di numerose poesie confluite nel volume
L'allegria (1931). Nel 1933 pubblica la raccolta Sentimento del tempo e diventa un
punto di riferimento per gli intellettuali.
Nel 1936 si reca a San Paolo in Brasile per ricoprire la cattedra di Letteratura
italiana all'Università.
Nel 1942 rientra in Italia ed inizia ad insegnare Letteratura italiana contemporanea
all'Università di Roma. La raccolta Il dolore, pubblicata nel 1947, è segnata dalle
esperienze traumatiche vissute dal poeta: la morte del figlio e del fratello, la Seconda
guerra mondiale.
Il poeta dedica gli ultimi anni della sua vita alla raccolta completa e definitiva dei suoi
versi: Vita d'un uomo. Tutte le poesie. Muore a Milano nel 1970.

L’allegria
Comprende liriche risalenti agli anni 1914-19. Il poeta stesso sottolinea la
componente autobiografica della propria opera, intesa come confessione. Ungaretti
cerca di cogliere e svelare un senso nascosto della vita. Il mezzo espressivo delle cose
è l’analogia. In questo senso la parola poetica ha il compito di penetrare il mistero
della realtà, assumendo il valore di un’improvvisa illuminazione. La sintassi rifiuta le
costruzioni complesse e i versi sono liberi e brevi, il lessico predilige termini astratti.
Un gruppo di poesie si lega allega all’adolescenza.
Altro tema fondamentale è l’esperienza del fronte. Infatti la guerra si presenta come
occasione per riscoprire il valore della solidarietà.
In altri testi compaiono motivi del naufragio e del viaggio.
Altri ancora esprimono con immagini analogiche e fortemente allusive il senso del
mistero che pervade la realtà.

I fiumi
Questa è la poesia della consapevolezza che deriva dal recupero del proprio passato
attraverso la memoria. Immergersi nella corrente dell’Isonzo equivale a ricordare
tutti quegli altri fiumi che hanno segnato l’esperienza ungarettiana. Prendere
coscienza di se significa allora chiarire il proprio percorso biografico-esistenziale.

Soldati
Esso costituisce il punto di riferimento del procedimento analogico, che assimila la
vita del soldato alla fragilità di una foglia d’autunno. L’intera poesia è formata d un
complemento di paragone.
Il paragone rende la sensazione di precarietà e di angoscia dovuta a qualcosa che
potrebbe in ogni momento accadere.
“si sta” sottolinea una condizione di abbandono che pure accomuna la vita dei soldati.

UMBERTO SABA

La vita
Saba, pseudonimo per Umberto Poli assunto dal 1911, nasce a Trieste nel 1883.
Cresce senza padre, affidato alle cure della balia, Peppa Sabaz, a cui la madre lo
sottrae all'età di tre anni, non senza traumi per il poeta. Vive un'infanzia difficile e
malinconica e cerca di crearsi la sua formazione come autodidatta leggendo Leopardi
e i maggiori autori italiani, da Dante ai contemporanei.
Nascendo a Trieste, come Svevo, Saba vive una situazione di isolamento intellettuale,
che lo porta a non essere apprezzato come poeta. Nel 1921 esce la prima edizione del
Canzoniere, in cui Saba raccoglie tutte le sue poesie precedenti; nel 1928
intraprende una cura psicoanalitica con un allievo di Freud. A causa delle leggi
razziali nel 1938 lascia l'Italia e si reca a Parigi, poi a Roma ed infine a Firenze.
Muore nel 1957, dopo aver ottenuto il riconoscimento del valore della sua poesia.
Dopo la sua morte vengono pubblicati i suoi scritti in prosa, tra cui nel 1975 il
romanzo incompiuto intitolato Ernesto.

La poetica
L’edizione definitiva del canzoniere risulta divisa in numerose sezioni a loro volta
raggruppate in 3 volumi: giovinezza, maturità e vecchiaia.
Secondo il critico Mario Lavagetto, il canzoniere è un opera sia difficile che facile,
perché se è vero che presenta difficoltà nella decifrazione, rientra in una trama
narrativa di cui non devono sfuggire le reciproche connessioni.
Saba non si presenta come un poeta-vate dispensatore di verità, non si propone di
fare una poesia bella, ma vuole fare della poesia onesta finalizzata a fare chiarezza
dentro di se e nei rapporti con gli altri. Da una parte portano il poeta ad affrontare
temi della quotidianità, dall’altra parte il desiderio di onestà e sincerità lo spingono
ad andare al di là delle cose.
Egli mantiene il più possibile le distanze dall’ermetismo poiché respinge l’uso di
un’espressione difficile e analoga. Infatti Saba cerca di cogliere direttamente gli stati
d’animo e impressione senza rinunciare alla ricerca di significati più profondi.

Ulisse
La figura di Ulisse è diventata spesso il simbolo dell’uomo contemporaneo,
accompagnandosi in genere ai motivi del viaggio e della ricerca della verità.
Nei versi di Saba il mare è una metaforica rappresentazione della vita.
Il poeta non si aspetta riconoscenza e consolazione da parte degli altri, ma intende
soltanto continuare a testimoniare della vita il doloroso amore.
In questo componimento l’amore per le cose trova espressione nelle limpide linee
della natura rappresentata.

EUGENIO MONTALE

La vita
Montale nasce a Genova nel 1896. Compie studi tecnici, conseguendo nel 1915 il
diploma di ragioniere. Nel 1925 pubblica la sua prima raccolta di poesie, intitolata
Ossi di seppia e pone la sua firma sul manifesto degli intellettuali antifascisti redatto
dal filosofo Benedetto Croce.
Nel 1929 ottiene l'incarico di direttore del Gabinetto Vieusseux a Firenze, ma poi nel
1938 viene allontanato per le sue posizioni antifasciste. Nel 1933 incontra una
studiosa americana, Irma Brandeis, che canterà nelle sue poesie col nome di Clizia.
Nel 1939 esce la sua seconda raccolta, intitolata Le occasioni. Nel 1962 sposa
Drusilla Tanzi, indicata nelle sue liriche con il soprannome di Mosca, con la quale
conviveva dal 1939. La sua terza raccolta, La bufera e altro, esce nel 1956. La
raccolta Satura, pubblicata nel 1971, segna una svolta poetica: lo stile infatti appare
dimesso e anti musicale. Nel 1975 riceve il premio Nobel per la Letteratura e per
l'occasione pronuncia il famoso discorso È ancora possibile la poesia? Muore a
Milano nel 1981.

Ossi di seppia
Montale esordisce come poeta nel 1925 con la raccolta Ossi di seppia nel 1928 con
l'aggiunta di alcuni componimenti. Il titolo allude al tema centrale dell'opera, ossia
all'aridità intesa come condizione esistenziale impoverita e prosciugata. Il motivo
dell'aridità si concreta in alcune immagini ricorrenti: quella del paesaggio ligure,
brullo e disseccato dal sole e dalla salsedine, e quella allegorica del «muro» che
imprigiona l'uomo senza concedergli possibilità di scampo.
Il poeta è consapevole del «nulla» che si cela dietro l'apparenza ingannevole della
realtà e propone l'indifferenza come unico antidoto al «male di vivere». Il pessimismo
investe la concezione stessa della poesia, che non sembra più in grado di proporre
messaggi positivi né di svelare l'essenza profonda delle cose.
Montale rifiuta il linguaggio analogico che caratterizza la poesia simbolista ed
elabora una "poetica degli oggetti", in base alla quale le presenze concrete
compaiono come equivalenti di concetti astratti o di stati d'animo del soggetto. Di
fronte all'aridità e alla desolazione della condizione umana il poeta non può che
scegliere oggetti umili, dimessi e prosaici, puntando su uno stile spoglio e secco. Di
qui la ricerca di suoni aspri e di ritmi spezzati.
Per quanto riguarda la metrica, Montale fa spesso ricorso alle forme della tradizione,
ma nello stesso tempo adotta una serie di procedimenti insoliti che forzano e
corrompono la norma, svuotando quella tradizione dall'interno.

Spesso il male di vivere ho incontrato


Il testo può essere considerato un perfetto esempio di procedimento poetico
montaliano, che consiste nell’affidare a determinati oggetti concreti il compito di
esprimere stati interiori o concetti astratti. Il male di vivere non viene evocato
attraverso procedimenti di tipo metaforico e analogico ma si identifica direttamente
con le cose che lo rappresentano.
Il malessere esistenziale prende corpo nella realtà, che ne riproduce le espressioni,
attraverso immagini di tormento soffocato e affannoso.

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