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Pirandello - Ungaretti - Montale

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PIRANDELLO

BIOGRAFIA
Luigi Pirandello nasce il 10 dicembre 1867 vicino a Girgenti, vecchio media Agrigento, in una località
chiamata Caos, dove la famiglia si è rifugiata per sfuggire all’epidemia di colera che in quel momento
infuriamo in città.
Da giovane vive nei luoghi caratteristici della narrativa verghiana, che appare in parte negli stessi anni
di alcune novelle pirandelliane. Le figure, i paesaggi, le tradizioni di Sicilia lasciano su di lui un’impronta
indelebile.
Si iscrive all’università di Palermo, ancora incerto tra legge e lettere, poi si trasferisce a Roma per
portare avanti gli studi umanistici. Dal 1889 prosegue gli studi in Germania dove vi si laurea. Torna in
Italia nel 1894 e si sposa con Antonietta Portolano, agrigentina, con la quale avrà tre figli. Per
mantenere la famiglia Pirandello inizia a lavorare come insegnante, dal 1897 cominciano i primi sintomi
del malessere della moglie, precursori di una grave malattia psichica che renderà difficilissima la vita
familiare. Il padre di Pirandello fa l’amministratore nel zolfare, ma nel 1903 si verificò il fallimento
economico nelle zolfare agrigentine, nelle quali aveva investito l’intera dote di Antonietta. Da quel
momento i suoi disturbi peggiorano in forme di paranoia ossessiva.
Per far fronte alle crescenti difficoltà familiare ed economiche, Pirandello intensifica la sua attività di
scrittore e saggista. Novelle e romanzi, fino a quel momento consegnati quasi gratuitamente a rivista
ed editori, servono ora per integrare le magre entrate del suo lavoro di insegnante.
In questo periodo Pirandello comprende quanto sia innovativa e rivoluzionaria la sua concezione del
mondo, espressa in opere che segnano una vera e propria svolta nel suo percorso letterario
intellettuale, a cominciare dal suo primo grande successo, il romanzo Il fu Mattia Pascal. Seguono poi
due importanti saggi pubblicati nel 1908, Arte e Scienza e l’Umorismo, che non soltanto gli permettono
di ottenere l’abilitazione per l’insegnamento superiore e universitario, ma raccolgono anche i principi
fondamentali della sua poetica.
Gli anni della Prima Guerra mondiale sono molto difficili. Il figlio Stefano, con cui Pirandello ha grande
confidenza, parte volontario ma viene fatto prigioniero quasi subito. Le crisi della moglie sono ormai
gravissime e destabilizzanti per l’intera famiglia, a tal punto che una delle figlie è divenuta il bersaglio
della aggressività materna. Infine, nel 1919 Antonietta viene internata in un ospedale psichiatrico dove
morirà molti anni dopo.
Sono anche gli anni in cui lo scrittore scopre la propria vocazione teatrale e la genialità dei suoi
personaggi alla dimensione scenica.
Nel 1921 va in scena la sua opera teatrale più celebre e rivoluzionaria, Sei personaggi in cerca
d’autore, in cui l’autore abbatte sin dall’inizio la quarta parete che divideva la finzione del
palcoscenico dal pubblico.
Nell’aprile del 1925 a Roma, Pirandello inaugura il teatro d’arte, che per tre anni, porta avanti
un’importante programmazione: riceve discreti finanziamenti, ha una buona sede nel teatro Odescalchi
e organizza una vera e propria compagnia stabile, diretta dallo stesso Pirandello. Grazie al suo
successo Pirandello viaggia molto. Muore a Roma il 10 dicembre 1936.

POETICA E PENSIERO
Il percorso letterario intellettuale di Pirandello si svolge dall’inizio alla fine con grande coerenza.
Pirandello parte infatti dalla Sicilia verista e arriva ad una rivoluzionaria rappresentazione della
modernità, portatrice di un valore universale. Eppure nonostante questo percorso, la materia delle sue
opere è sempre la stessa e meglio conoscibile, è quella che proviene dall’osservazione del proprio
mondo o dalla riflessione autobiografica: è l’umanità meteore e spesso meschina, perlopiù della piccola
borghesia impiegatizia o amministrativa, grigia e poco dinamica, dell’Italia del primo novecento. In
questo materiale umano lo sguardo di Pirandello penetra in modo sempre più profondo fino a
scardinare le apparenze, a far sdoppiare la realtà, arriverà la differenza, lo scarto che esiste tra identità
e maschera sociale. Per questo Pirandello è uno dei grandi testimoni della crisi dell’uomo
contemporaneo.
All’interno di questo percorso si possono distinguere alcune fasi:
- La prima caratterizzata dalla poetica verista e naturalistica
- La seconda è quella in cui Pirandello formula consapevolmente una sua nuova e originale
poetica, l’umorismo, che si traduce nelle forme narrative della novella e soprattutto del romanzo
- La terza è caratterizzata dalla scoperta del dramma, come possibilità di proseguire approfondire
meglio sulla scena teatrale la sua ricerca letteraria
- La quarta rinnova dall’interno le strutture stesse del teatro contemporaneo e comprende gli anni
del grande successo in Italia e all’estero
- Infine Pirandello tenta ulteriori sviluppi del suo teatro in chiave filosofica e simbolica
Il punto fondamentale della riflessione della creatività di Pirandello riguarda il personaggio, cioè la
rappresentazione letteraria drammatica della persona umana. Altri aspetti della sua opera sono
conseguenze, sistemazioni sviluppi della sua intuizione primaria, che ruota intorno al problema della

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personalità. Secondo le poetiche del verismo e del naturalismo, l’identità del personaggio e il frutto di
precise determinazioni ambientali ed ereditarie che caratterizzano in modo univoco il personaggio e ne
spiegano il comportamento e il destino. Pirandello invece concepisce i suoi personaggi come
aggregazione debole di tratti caratteriali e di punti di vista profondamente diversi, che tendono
addirittura a risolvere l’identità unitaria della persona pur non trattandosi necessariamente di casi
patologici. Tra il modo in cui noi ci vediamo è il modo in cui ci vedono gli altri non c’è identità, non c’è
neppure un rapporto di maturazione e prospettiva: sotto l’apparente d’identità della maschera sociale
si celano personalità distinte, talora persino contraddittorie, e il personaggio che si rende conto di
questo, entra inevitabilmente in crisi perché non sa più chi è.

Pirandello come Svevo ha interesse ad indagare l’interiorità dell’animo, piuttosto che vedere quali sono
in maniera assoluta le interazioni tra uomo e società vuole vede come sta l’uomo in sé stesso. Lo studio
delle relazioni sociali parte quindi dalla considerazione di com’è l’animo umano. Come Freud pensa che
l’animo umano sia frazionato, ma c’è una differenza, mentre Freud concepisce la personalità come una
struttura più livelli ma comunque unitaria, ed è una prospettiva scientifica e terapeutica, che indaga le
dinamiche dell’inconscio con l’obiettivo di ricomporre l’unità della persona e guarire dalle sue
patologie, invece Pirandello pensa che tutte queste frazioni dell’anima sussistono
contemporaneamente perché ad ogni frazione corrisponde un’esperienza o momento della vita che la
fa vivere un momento particolare, la sua anima, è un’anima schizofrenica, in cui coesistono diverse
realtà contemporaneamente ed ogni realtà corrisponde ad un vissuto che può essere solo quella
persona unica, irripetibile, diversa dalle altre.
Questa considerazione dell’unicità della persona, frutto di diverse esperienze è l’idea del relativismo, in
cui ogni uomo conserva la propria verità dovuta al proprio punto di vista, fa sì che nella scrittura di
Pirandello ci siano due considerazioni fondamentali:
1 L’animo umano è costituito principalmente da sofferenza, perché tutti quei pezzi che coesistono
insieme esistono;
2 l’animo umano è in qualche modo predisposto a vedere la realtà in un certo modo differente dagli
altri, perché quest’unicità crea un punto di vista unico, da questo punto di vista unico nella relazione
con gli altri sussiste l’incomunicabilità, la vita non può essere fatta di comunicazione e condivisione ma
a causa della natura stessa dell’animo umano, gli uomini non si capiscono perché ognuno parla la
propria realtà, quindi nasce l’impossibilità della comunicazione, la società è così frustata dall’uomo, il
quale non riesce a condividere niente con nessuno.
Vige il caos, stranamente Caos è il luogo in cui è nato, in provincia di Agrigento, paese natale, ha
segnato con il nome della città tutta la sua esistenza. La vita è caos perché per poter condividere tutto,
ad un certo punto bisogna trovare un punto d’intesa, provando le maschere= i ruoli che si investono
nella società che sono l’archetipo che non ha nulla a che fare con la vita in sé. L’animo umano è come
un flusso, una forte corrente di vita che scorre al di sotto di queste maschere, non è altro che è un
susseguirsi dei desideri dell’animo umano, che non sono apertamente espressi.
Sia nelle opere narrative sia in cui le teatrali, Pirandello non presenta personaggi che agiscono, ma
personaggi che riflettono sulla propria storia passata e sulla propria identità. Il personaggio
pirandelliano non accetta l’immagine in cui gli altri vorrebbero rinchiuderlo: egli non si sente definito
dal suo nome, dalla sua professione, dalla sua storia, dalle azioni che ha commesso. Per questo i
personaggi pirandelliani sono tipicamente dei ragionatori: devono affermare la propria verità,
protestare contro le immagini e le interpretazioni che gli altri vorrebbero assegnare loro. Nelle novelle,
Pirandello esplora la varietà infinita di questi casi; nei romanzi, approfondisce le storie esemplare di
personaggi che nella ricerca della propria verità approdano a una dimensione di pura esistenza, priva di
maschere sociali. L’unica liberazione possibile, per Pirandello, infatti è quella di abbandonare a una a
una tutte le maschere che noi stessi indossiamo o che gli altri ci mettono, per poter tornare a essere
pura esistenza senza nome. Ma questo ha un costo umano altissimo: significa rinunciare a ogni
possibile identità, estraniarsi dalla vita degli uomini, condannarsi a vivere in una solitudine
incomunicabile, nella follia o nella marginalità.
Da tutto ciò deriva la straordinaria vitalità del personaggio pirandelliano, tale da renderlo autonomo
anche rispetto all’autore che lo ha inventato. Pirandello arriva infatti, lavorando sulla psicologia dei
propri personaggi, ad un’originale riflessione meta letteraria che avrà importanti conseguenze per
l’intera letteratura novecentesca.
La visione sostanzialmente pessimista sull’uomo e sulla società che emerge dalle opere di Pirandello
comporta un giudizio fortemente critico sulla società borghese, sulla modernizzazione, sullo svuotare
teorie della tradizione letteraria italiana. Molti dei suoi personaggi infatti possono essere considerati
ribelli: Mattia Pascal, Vitangelo, Serafino Gubbio, essi contestano e rifiutano radicalmente le forme
vuote, l’ottimismo superficiale e le maschere grottesche del mondo in cui vivono.

L’UMORISMO
Il saggio l’Umorismo contiene la formulazione più organica della poetica pirandelliana e costituisce un
indispensabile chiave di lettura per la sua opera. Nell’Umorismo, lo scrittore analizza in modo
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sistematico ciò che aveva scoperto pochi anni prima con Il fu Mattia Pascal.
Il saggio si apre infatti con la dedica alla buon’anima di Mattia Pascal bibliotecario, protagonista del
romanzo: con la sua vicenda tragicomica, con il suo sdoppiamento, con la sua indole riflessiva, Mattia e
dunque il capostipite dei personaggi moristi pirandelliana e il modello esemplare della nuova
rivoluzionaria concezione estetica dell’autore.
Il saggio è diviso in due parti. Nella prima parte viene spiegata anzitutto l’etimologia del termine
umorismo, che si ricollega alla medicina tradizionale: gli umori infatti erano i fluidi del corpo che quei
loro movimenti e loro equilibri determinavano non soltanto la salute del corpo ma anche il carattere
della persona. Mentre la tradizione classica ricerca l’armonia, l’unitarietà e la distinzione per generi, gli
scrittori umoristi appaiono irregolari con la loro predilezione per strutture narrative spesso
disarmoniche, piene di digressioni, capaci di comprendere insieme il serio e il comico. La parte seconda
del saggio è quella più innovativa: qui l’autore espone la sua originale interpretazione dell’umorismo
come modo di comprendere la realtà che sta oltre le apparenze.
La sua originale concezione dell’umorismo si fonda proprio sull’elemento della riflessione, che va oltre
l’apparenza comica o grottesca della realtà per svelarne il carattere fittizio ed esteriore, nel tentativo
ultimo di intuire la ragione umana che l’hanno determinata. L’opera di Pirandello pertanto predilige gli
aspetti strani, grotteschi, esasperati della realtà, i personaggi eccentrici, perché sa vedere in essi una
sofferenza, un dolore, una storia che chiedono di essere compresi.
COSA PUÒ SALVARE L’UOMO DALL’INDIFFERENZA VERSO L’ALTRO UOMO? Con la compassione.
Mentre Svevo usava l’ironia per dileggiare il diverso da sé e metterlo sotto una luce di presa in giro del
suo comportamento e qualche volta lo mostrava più contraddittorio e debole di quello che era,
Pirandello parla dell’umorismo che serve a far riflettere sulla realtà dell’esistenza e fa l’esempio di una
donna merlettata.
DALL’AVVERTIMENTO DEL CONTRARIO AL SENTIMENTO DEL CONTRARIO
Se lungo la strada incontro una donna di una certa età vestita e truccata diversamente da quello che si
vede da una donna di quell’età solo per sembrare più giovane, immediatamente sorge l’istinto di
questo accorgersi del contrario, il contrasto che si crea tra la donna anziana e l’aspetto che non gli
appartiene, quindi si sprigiona la risata, cioè il dileggio della società che vede incontrarlo e piuttosto
che riflettere lo deride, se ci si sofferma a guardare l’intera scena noteremo che questa donna è
accompagnata da un giovane uomo che sarà il marito, quindi questa donna non ha scelto di conciarsi in
quel modo ma fa di tutto per sembrare attraente agli occhi del marito, è una maschera che indossa che
è necessaria per la competizione con le altre donne, chi guarda riflette e capisce che quella maschera è
la sofferenza di chi sceglie di comportarsi in un certo modo altrimenti perderebbe il suo amore e chi
guarda questa sofferenza prova compassione, sente nella sofferenza dell’altro la propria sofferenza, il
che salva l’uomo, il sorriso scaturito sui volti di chi guarda, salva l’uomo dalla condanna sociale e
riconosce nella sofferenza dell’altro la propria sofferenza. Gli uomini si conoscono nella sofferenza
comune.

NOVELLE PER UN ANNO


IL TRENO HA FISCHIATO
Pirandello comincia a fare una produzione ricca e varia e sceglie la novella perché sono brevi racconti
con un’unica tematica ciascuna e un’unica scena che nasce evolve e finisce. Ciò gli permette di
prendere scene della realtà della sua terra infatti i protagonisti sono tutti uomini della sua Sicilia che ha
avuto il piacere di osservare nella prima fase della sua produzione. Mette in scena l’uomo della piccola
società borghese (contadini, pescatori…) prende ispirazione da Verga, prende i più poveri perché sono i
più immediati e si vede l’effetto della società che ha sul popolo.
Il treno ha fischiato racconta di quest’uomo piccolo borghese che è un impiegato che vive una vita fatta
di abitudini, routine e quotidianità, la sera torna a casa e quando ci torna la sua routine è fatta da una
serie di incombenze che deve assolvere. A casa trova un ambiente familiare più ostile rispetto a quella
dell’ufficio, a lavoro è un uomo silenzioso che visiona e timbra solo le carte che gli passano, quando
torna a casa invece di trovare un ambiente che l’accoglie di affetti familiari, trova una moglie e una
suocera che non dispongono di quest’affetto, lui diventa un lavoratore con l’aggiunta che quelli che
sono i sentimenti e gli affetti che devono consolarlo da quello che vive fuori casa, lo danneggiano e lo
rendono ancora più triste. Una mattina in ufficio urla ‘Il treno ha fischiato x2’ e lo fa con tale meraviglia
che i suoi colleghi non trovano altra soluzione che prenderlo e portarlo in un manicomio, verrà
ricoverato e l’unica cosa che dice quando lo vanno a trovare sarà ‘il treno ha fischiato’.
Lui vive vicino ad una stazione ferroviaria e di notte sente questo fischio che avvisa il passaggio del
treno, con il passare del tempo sarà abituato a sentire questo suono, che ha un valore cioè quello
dell’evasione, come se ogni notte partisse su uno di quei treni per evadere dalla tristezza della vita,
quest’evasione diventa la sua unica ancora di salvezza alla sua costernazione, in cui avrebbe potuto
prendere una qualsiasi soluzione negativa sé solo avesse avuto il coraggio. Unica soluzione per evadere
da questa situazione, è evadere con la mente, collegando le sue fantasie a quell’elemento che ogni
notte lo faceva evadere, ossia al fischio del treno.

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Colui che svela tutto questo è il narratore (altro personaggio) troviamo la tecnica di Svevo (il racconto
viene dalle dinamiche interne della storia: chi racconta e svela il mistero è un altro personaggio
attraverso lo svelamento della verità della situazione vengono fuori le dinamiche del dolore).
Due grandi verità: la famiglia è una costruzione borghese voluta dall’uomo per creare una stabilità ma
nella realtà al suo interno presenta delle sofferenze, quindi a questa rappresenta una prima gabbia che
impone la società all’uomo stesso in cui è obbligato a rimanere in delle situazioni, al suo interno ci sono
sempre dinamiche in cui ci sono carnefici e vittime.
La seconda verità è che l’uomo indossa delle maschere è costretto ad impersonare dei ruoli con animo
in continua trasformazione che ha continue necessità e bisogni, costantemente soddisfatti, mantenuti
come il fuoco del vulcano sotto la crosta terrestre, fino ad un certo punto in cui il fuoco viene fuori
attraverso un atto di follia. L’uomo mostra la sua essenza attraverso la frase ‘il treno ha fischiato’ colui
che lo può capire è solo colui che vive la stessa sofferenza, il suo compagno di lavoro lo va a trovare e
conosce la sua situazione e anche lui soffre e capisce la sua situazione. Gli altri compagni di lavoro
hanno deriso il personaggio che gridava, schernendola con questa risata, l’amico che conosce la storia,
lo accompagna con il sorriso di chi condivide la stessa sofferenza.

SPIEGAZIONE TESTO
Belluca personaggio protagonista, chi sta narrando è l’altro personaggio che sta raccontando la storia.
Diventa una vita d’inferno.
Lui ha trovato il mezzo attraverso cui può allontanarsi dalle sofferenze della vita. Atto di follia che la
società non può accettare, situazione di libertà mentale e non fisica, che gli permetteva di evadere, lo
aveva messo in una condizione cui poteva dire a tutti di essere libero.
Tutto è venuto fuori come una lava che esplode dal vulcano, in questo Pirandello ci dice che per
evadere dalla sofferenza della realtà imposta dalla società: c’è bisogno della follia, atto non accettato
dalla società considerato da molti pazzia; la letteratura, la scrittura, perché permette all’uomo di
analizzare tutti i processi che fanno la realtà della vita, in quest’analisi gli uomini non si sentono più
soli, perché c’è un incapacità di comunicare le proprie sensazioni, ma attraverso la scrittura possono
condividere la realtà della loro condizione senza impazzire.
Nella novella il fischio notturno di un treno lontano risveglia in Belluca una dimensione dell'esistenza
che aveva completamente rimosso, di fronte alle "circoscritte" necessità quotidiane di un mondo
piccolo e asfissiante. Il fischio del treno serve a risvegliare il protagonista, in grado ora di vedere con
occhi nuovi la degradazione della vita trascorsa fino ad allora, proprio mentre gli altri considerano quel
suo rinsavire una pazzia.

IL FU MATTIA PASCAL
È il primo romanzo in cui l’oggetto di analisi è un personaggio che appartiene alla piccola borghesia,
questo ambiente in cui Pirandello si muove, utilizzando dei personaggi, che sono più reali della realtà in
effetti lui attua una sorta di azione meta letteraria per cui i personaggi acquistano una propria
autonomia di vita che sfugge alla volontà dello scrittore.
Pertanto vivono di vita propria, tant'è che lo scrittore diventa come una madre che partorisce i propri
figli.
E poi vede questi figli crescere in maniera autonoma, prendendo delle vite e delle direzioni che lo
scrittore stesso non aveva in mente, nemmeno lui sapeva dove questi personaggi sarebbero andati.
E' una tecnica di scrittura, quella di Pirandello, che ha un aspetto dello psicologico ma che non è fluido,
mentre Freud vede una varietà di aspetti che caratterizzano l'animo umano, ma che costituiscono poi
un'interezza, un insieme unico, rappresentano poi l'uno, la persona, Pirandello invece crede che
nell'animo umano questa divisione sia impossibile da limite, per cui l'uomo è costituito da vari aspetti
che caratterizzano le varie situazioni.
Partendo da questo presupposto, ciascuno di questi personaggi attua durante l'evoluzione della propria
storia tutti i diversi aspetti della propria personalità.
Per cui per questo parliamo di una indipendenza del personaggio dal proprio autore, perché è
impossibile, in qualche modo dirigere la storia secondo una univocità, ma si presenteranno vari aspetti
come una serie di treni paralleli in cui il personaggio sceglierà di salire per condurre
la storia in Mattia Pascal. Il fu Mattia Pascal davanti alla sua esperienza di vita ha una serie di possibilità
che gli si aprono e di queste possibilità lui sceglierà quella più impensabile, proprio perché le
costruzioni della vita, la carriera della famiglia, l'insofferenza di un lavoro che costringe a una vita di
modo ma che è sempre uguale a se stessa, il desiderio di evasione, lo porterà a fare delle scelte
ritenute impossibili da fare nella realtà, ma che invece renderanno il personaggio più reale della realtà,
perché poi manifesterà quelle insicurezze, quelle incertezze, quelle paure che appartengono alla vita di
ogni uomo.
PERCHÉ QUESTO TITOLO?
È la storia di Mattia Pascal, un piccolo borghese di provincia. Mattia è un personaggio che incarna la
follia e l’assurdo già nel nome, Mattia infatti è molto simile a matto, ed è il modello esemplare
dell’uomo novecentesco: è ormai consapevole della propria marginalità nel creato e impossibilitato a
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ricorrere ai grandi e consolatori sistemi filosofici e religiosi del passato, che erano come fare del
pensiero. È un uomo rimasto solo con il proprio fiocco lanternino in mano. il fu Mattia Pascal presenta
un originale mescolanza di tipo narrative: romanzo autobiografico, racconto filosofico e riflessione meta
narrativa.

TRAMA
La vicenda del romanzo è narrata in prima persona da Mattia Pascal, bibliotecario di una piccola
cittadina ligure, il quale, dietro la sollecitazione di un amico si è deciso a scrivere la sua storia. Mattia
da giovane si comporta da inetto: conduce una vita scriteriata e scialacqua tutta l’eredità del padre,
riducendosi che sia sposare per convenienza la figlia dell’amministratore che gli ha depredato poco a
poco tutti i beni familiari. Quindi già il matrimonio nasce senza affetto, da nessuno dei due. A
peggiorare la situazione arriva la madre di lei che va a convivere con la coppia appena formata. Una
donna vedova e arcigna, arrabbiata dalla vita, che scarica tutte le sue sofferenze su di lui. Dalla loro
unione nasce una coppia di gemelli, due bambini che hanno una salute precaria fin dall'inizio, che
rappresentano, dice Mattia Pascal, proprio la rappresentazione di quella storia di matrimonio. Come per
il matrimonio è nato l'archetipo e senza affetti anche quelli dei bambini rappresentano quella
condizione.
Quindi vive una vita fatta di sogni di evasione, perché ad un certo punto esce di casa al mattino per
andare al lavoro e arriva la notizia durante la giornata che un corpo è stato ritrovato nel fiume. Allora
lei decide di non tornare a casa e quindi passano i giorni e di quel corpo nel fiume si favoreggia che sia
proprio lui. Che per disperazione si è buttato al fiume e quindi si è ucciso. Lui non torna a casa, sta
diversi giorni fuori da casa e prende la decisione di continuare a credere che quel corpo sia suo. Perde
quindi la sua identità. Perde una maschera.
Perché quell’identità di Maria Pascal rappresentava la famiglia a cui apparteneva, il lavoro che faceva e
tutte le delusioni, i sogni, i disegni che appartenevano a quella persona. Perde una maschera, che è
una maschera quindi sociale ed affettiva. Decide di vestire un'altra maschera. Quindi prende il treno e
scappa via. Senza però sapere dove andrà. Arriva poi a Venezia. Dove comincerà a girare per la città e
si innamorerà di questa nuova città, della vita di città. Tant'è che ad un certo punto comincerà anche
ad intessere relazioni con le persone che gli stanno intorno. Quindi decide di cambiare identità e di
chiamarsi Adriano Meis. Tant'è che per cambiare bene l'identità, si sottopone anche all'intervento
puristico, perché lui era affetto da un leve strabismo
e per fare in modo che nessuno pensasse di riconoscerlo, magari qualche compaesano che andava lì
per un viaggio di piacere, corregge questo strabismo e così spera di perdere completamente la vecchia
identità. Cosa succede? Va avanti nella sua vita, trova l’amore e si innamora. Si innamora quindi di
questa ragazza gioiosa, bella, felice, e vorrebbe sposarla, ma non ha i documenti, per cui cade nella
trappola della maschera. La maschera sociale, per quanto sia pesante e gravosa, dà all'uomo
un'identità necessaria per essere riconoscibile, per avere un'identità e la libertà d’agire. Non avendo
quella maschera sociale, l'uomo perde le sue capacità, I suoi diritti, le sue libertà, le sue possibilità. Per
cui lui è costretto a vivere nell'ombra. Non può rivelare la sua identità, non può sposarsi, perché è già
sposato, quindi anche se riacquistasse l'identità di Mattia Pascal al matrimonio, quindi non potrebbe
risposarsi. Quindi cade nella trappola della necessità della maschera. Ed è costretto quindi ad
abbandonare questa villa di sogno che si era costruito per ritornare al suo paese nativo. Dove però, che
cosa trova? La vita è andata avanti senza di lui. La moglie, che pensava che lui fosse morto, si è
risposata. I due bambini erano morti di malattia e lei di nuovo incinta. Ma questa gravidanza, lui la
vedeva come florida, felice, allegra, perché questa donna ha cambiato aspetto. È innamorata dell'uomo
che ha a fianco, che è un uomo di successo, che rappresenta l'uomo vincente e quindi lei è contenta,
vive nella nuova casa, vive una vita più agiata e tutto questo quindi è andato avanti senza di lui.
Capisce che la vita non è un assoluto, che non appartiene a nessuno, ma è qualcosa di relativo. Per cui
l'assenza di una marionetta all'interno della scena teatrale non brocca la vita, semplicemente la vita
scorre anche senza la sua presenza. Quindi che cosa fa? Mantiene un'identità anonima, va presso un
piccolo convento dove c'è una piccola biblioteca, in cui questo sacerdote gli affida, per pochi spiccioli
mensili, la gestione della biblioteca, avendo pena della sua storia, perché poi lui mi racconta tutta la
sua storia, e quindi gli offre questo rifiuto. È costretto quindi a rifilarsi dalla vita. Quella vita che lui
aveva rifiutato adesso rifiuta lui e quindi si trova emarginato dalla vita. Chi non accetta le regole della
maschera sociale diventa un emarginato.
E quindi Mattia Pascal diventa fu, perché non esiste più dal punto di vista sociale, e la sua vita è in un
limbo, è sospesa, perché non ha alcuna possibilità di evoluzione. Lui non può più agire, non può più fare
niente. La libertà che lui pensava di aver acquisito liberandosi della maschera, invece lo ha giocato, è
caduto in un tranello, per cui se ha usato la maschera di conseguenza non ha più alcuna possibilità.

PERCHÉ MATTIA PASCAL SI È DECISO A SCRIVERE


Il romanzo si apre con una premessa, in cui narratore Mattia Pascal si presenta e spiega le ragioni che
l’hanno indotta a scrivere la sua storia e il modo in cui intende narra la.fin dal titolo il brano si presenta
come un tipico esempio di letteratura umoristica. è una seconda premessa al testo (quindi il testo ha
5
bisogno di qualche istruzione per l’uso) che viene dopo un’altra premessa, segna che il narratore sente
l’esigenza di fornire un’antefatto completo alla propria storia.
in questo passo il tempo a verbale principale è il presente, perché il narratore si riferisce al momento
stesso in cui sta scrivendo queste righe.al presente si alternano il passato prossimo che indica il
momento in cui Mattia ha preso la decisione di mettere per iscritto la sua storia, e il futuro con cui il
narratore preannuncia il completamento del libro che si accinge a comporre.

LA LANTERNINOSOFIA
Che cosa è questa lanterninosofia?
Il lanternino è la coscienza della vita, gli animali, gli alberi, non hanno un pensiero che concretizzi
l’essere e l’esistenza.
Lui vive guardandosi intorno, ponendosi delle domande e dandoci delle risposte. Ma ciascuno, ha la
propria coscienza. Quindi ognuno di noi, ha acceso questo lanternino, che è la propria coscienza della
vita, e che gli permette di vedere intorno a sé una parte della realtà circostante. Questo lanternino è
flebile, non è una luce forte, non è il sole quindi non illumina tutta la realtà circostante ma soltanto ciò
che circonda ciascuno di noi. Per cui, alle domande e risposte che vengono date, sono parziali rispetto
alla realtà della vita. E ognuno vive di quella verità che si è dato.
Ecco la relatività della verità, ciascuno vive la realtà secondo la propria esperienza e le proprie risposte
che si è dato della vita.
Queste risposte sono incomunicabili perché di base c'è una incomprensione dovuta al fatto che
ciascuno ha coscienza della propria vita, ma non della vita dell'altro. Per cui l'incomprensione tra gli
uomini nasce da un fatto puramente naturale.
Ognuno di noi ragiona secondo una coscienza autonoma e non potrà mai capire il ragionamento
dell'altro. Quindi la comunicazione è impossibile.
Ogni idea e ogni ideale rappresenta questa grande luce, poi avvengono avvenimenti enormi nelle città
e questi grandi lanternoni si spengono tutto d’un tratto perché stanno seguendo questa grande luce
per poter trovare un confronto comune ad un certo punto perdono questo conforto e si trovano
smarriti. Ognuno insegue il proprio lanternino personale. Ognuno quindi segue una strada diversa come
formiche impazzite che non sanno più di trovare la strada per andare al proprio formicaio.
La filosofia qual è? Esistono grandi ideali artificiosi che gli uomini si sono costruiti con l'andare del
tempo che possono essere dei milioni di filosofie, di insegnamenti dei grandi paesi, che hanno tenuto
insieme le civiltà. Ma quando questi grandi ideali per un qualsiasi motivo vengono meno, gli uomini non
hanno interiorizzato quegli ideali come propri, quegli ideali sono artificiosi per cui cominciano a seguire
ognuno il proprio lanternino e si crea la confusione. Quindi questo è l'esempio che ciascuno segue una
propria verità che non può diventare la verità dell'altro a causa della mancanza di possibilità di
comunicazione.
Per cambiare il proprio aspetto e sfuggire alla curiosità altrui, Adriano Meis (la nuova identità di Mattia
Pascal) si sottopone a un intervento oculistico per correggere lo strabismo del suo occhio destro; dopo
l'operazione è costretto a trascorrere quaranta giorni al buio, nella sua camera in affitto, ed è in questa
situazione che si svolge il dialogo riportato nel brano.
Il padrone di casa, il signor Anselmo Paleari, pensatore bizzarro ma non privo di acume, espone ad
Adriano una sua riflessione a proposito del buio e della luce: il buio è la condizione normale
dell'esistenza, quando essa è vissuta senza coscienza di esistere, come avviene alle piante e alle cose.
Questo buio, però, diventa spaventoso per l'uomo quando acquisisce la coscienza di esistere: questo
«sentimento» è una sorta di luce («un lanternino») che determina il contrasto illusorio tra luce e buio.

I QUADERNI DI SERAFINO GUBBIO


Il romanzo si presenta come una serie di sette quaderni in cui il personaggio-narratore, Serafino
Gubbio, scrive in prima persona alcune note di carattere diaristico. stavolta il personaggio narratore è
un operatore cinematografico, cioè l’addetto alle riprese in una casa di produzione, nei primi anni del
cinema mutuo. Roma era allora un centro importante di produzione di film e Pirandello abitava vicino
agli studi cinematografici e poter visitarli più volte.
Il personaggio, quando esce dal suo posto di lavoro, si cala in un mondo di anonimato, di
immaginazione, lui vive in un sottoscala, non ha una casa vera e propria, vive nella stanza dove ci sono
i contatori di un palazzo, quindi nel seminterrato di un palazzo, dove ha il minimo indispensabile.
E quindi questa condizione di emarginato, di Serafino Gubbio, riflette quello che è il sentimento
dell’emarginazione dell’uomo in un mondo in cui la macchina sta prendendo il sopravvento.
Ci troviamo in una situazione in cui durante la Prima Guerra Mondiale ci sono nuove macchine che
hanno preso il sopravvento, per cui non è più una guerra corpo a corpo ma ci sono anche altre
macchine come cannoni, armi a lunga gittata che permettono di uccidere a lunga distanza il nemico,
non c'è soltanto la guerra di Trincea, ma c'è anche una guerra di distruzione più ampia a lunga
distanza.
Questa sopraffazione della macchina in qualsiasi aspetto della realtà, dalla realtà bellica alla realtà

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quotidiana, quindi la nascita del motore a scoppio che permette il raggiungimento ad alta velocità,
l'uso di automobili che permette all’individuo di raggiungere distanze più lontane.
Quindi l'idea di una velocità, di una capacità di governare il tempo e lo spazio, Pirandello vede queste
condizioni dell'uomo come delle vere e proprie illusioni perché le macchine in realtà stavano
dominando il pensiero
e in questo modo, lo si vede anche attraverso il manifesto del futurismo, tutto ciò che è stato prima
sembra quasi inutile. La storia, l'arte, la capacità di comunicare attraverso la letteratura, tutto ciò che è
stato fatto prima viene annullato.
Serafino diventa l’emblema dell’individuo appiattito dalla società. Da questo romanzo, Chaplin
prenderà spunto per il suo film, per l’idea dell’uomo che appartiene alla catena di montaggio, ossia
l’idea dell’uomo che all’interno di un’unione più ampia occupa un piccolo spazio in cui fa un lavoro
ripetitivo a sé stesso e questo modo di lavorare che non ti permette di vedere tutto, ma solo una
piccola parte, ripetendo all’infinito sempre lo stesso movimento, ne fa un emarginato della società, lo
aliena dalla società perché non è in grado di conoscere il disegno della società ma è soltanto un pezzo,
è una piccola parte della macchina. Quindi, non è lui che governa, ma viene governato dalla macchina
stessa perché diventa l’aiutante della macchina: avvita i bulloni, controlla che le cose abbiano una
forma regolare. Quindi, da che era l'artefice di ogni cosa, l'uomo passa a diventare un pezzo del
meccanismo. E Serafino Gubbio è un pezzo del meccanismo, tant'è che lui fa il lavoro di operatore, sta
dietro una macchina da presa. Siamo gli albori del cinema muto e quindi il lavoro dell'operatore è
quello semplicemente di registrare pezzi di storia in cui nemmeno lui sa quale sarà la storia.

TESTO
È il finale del romanzo, con la scena decisiva che manifesta l’identità profonda dei personaggi.
Si trova a dover girare una scena dove c’è un leone in una gabbia, un domatore e una donna,
quest’ultima entra nella gabbia insieme al domatore.
Che cosa succede? La scena doveva essere molto semplice: il leone doveva in qualche modo
minacciare la donna, sarebbe dovuto arriva il domatore a soccorrere la donna e tutta la scena avrebbe
messo in rilievo la forza del domatore che governa il mondo animale, però a causa di un movimento
improvviso del domatore, il leone lo attacca e lo sbrana.
E questa scena diventa una scena di vita reale, Ma Serafino Gubbio, che così è abituato al comando del
regista, ciak si gira, che quando viene iniziata la ripresa, ciak si gira, lui comincia la ripresa, e il fatto
che quella scena non è più quella che avrebbe dovuto girare, ma si è completamente stravolta ed è
diventata una carneficina davanti ai suoi occhi, non lo smuove da quella sua abitudine di girare la
mano.Quindi lui al di là della realtà che si sta svolgendo davanti ai suoi occhi continua a registrare, la
conseguenza di quello che accade è che si chiude in un totale mutismo.
Da quel momento in poi, Serafino non parla più. Qual è il significato di questo mutismo? Uno, la realtà
ha preso il sopravvento sulla mente umana che era così abituata a lavorare allo stesso modo, in un
mondo fatto da monotonia che quella novità avrebbe dovuto smuovere l’animo umano, ha lasciato un
segno orribile nell'animo che lui non ha saputo metabolizzare al momento ma che gli è rimasto il
trauma e quindi Serafino si porta dentro questo trauma e si chiude nel mutismo. L'altro, invece, quella
scena che lui registra sul disco, in realtà, rappresenta, secondo una lettura più ampia, ciò che è
avvenuto di straziante durante la prima guerra mondiale. E quindi, l'uomo che ha assistito a questo
strazio, non ha saputo far niente per poter fermare una guerra che stava portando, tanti lutti,
soprattutto tra i giovanissimi per andare in guerra. E davanti a questo strazio non ha saputo fare niente
per opporvisi. Per cui, quel mutismo rappresenta il silenzio dei letterati, degli artisti di quell'epoca che
non hanno saputo alzare la voce per porre termine a una guerra che ha massacrato la maggior parte
della gioventù di diverse popolazioni dell'epoca. Quindi, ha una lettura sia interna al romanzo, il
mutismo, quindi la reazione all'orrore a cui ha assistito, che non ha saputo metabolizzare al momento e
si è portato dentro, perché in quel momento è rimasto uguale a se stesso
nel riprendere con la macchina cinematografica, e ha una visione più ampia di una lettura sociale del
ruolo che hanno avuto gli artisti letterati del ventennio che tra gli anni dieci e gli anni venti, davanti alla
guerra non hanno saputo dire nulla per poterla fermare ma hanno taciuto, quindi il silenzio dell'arte. E
quindi questo è il senso dell'opera di Serafino Gubbio. Anche questo romanzo sotto forma di diario, in
cui il diario ha la capacità di dare voce a un personaggio che nella vita non ha voce.
Quindi l'unico modo che ha lui per raccontare la sua esistenza è metterla per iscritto, perché nessuno
l'ascolterebbe diversamente.
Essendo un abbinato della società, nessuno gli darebbe ascolto. Quindi la scrittura, diventa un modo di dare voce a
chi della società non ha voce.

UNO, NESSUNO E CENTOMILA


Allora, si conclude con ‘Uno, Nessuno, Centomila’ il tema della riflessione sulla maschera.
In questo romanzo lo scrittore si propone di condurre all’estreme conseguenze alcune intuizioni
formulate già nel fu Mattia Pascal, intorno alla liberazione dalle maschere, in cui crediamo che consista
l’identità dell’individuo.si tratta dunque di un progetto complesso ambizioso, che deve costituire il
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momento conclusivo della riflessione pirandelliana sulla frammentazione dell’io e sull’illusorietà
dell’immagine che abbiamo di noi e che gli altri hanno di noi.

TRAMA
Vitangelo Moscarda è il protagonista, un giorno la moglie gli fa notare che il suo naso tende verso
sinistra, inizia a controllarsi in ogni vetrina dei negozi, ma non si vede come l’ha definito la moglie, non
si vede nemmeno come lo definiscono tutti gli altri, non si identifica in nessuna maschera che gli altri
gli hanno dato, seppure lo conoscessero dalla più tenera età a quel momento, nessuno lo conosceva
come si sentiva di essere.
Davanti allo specchio si frantuma la sua immagine e da un'unica immagine che lui pensava di avere si
rende conto di averne centomila, ne ha un numero spropositato ma nessuna di queste corrisponde alla
realtà che lui sente di essere e per cui non corrisponde a nessuno.
Qual è la possibilità per venire fuori da tutto questo? Come ne abbiamo parlato con l’Umorismo,
attraverso o la follia e quindi venire fuori dalla situazione con un atto non considerato normale in modo
che asserisce la propria realtà e Vitangelo Moscarda lo fa, regala a un poveraccio che era stato truffato
dal padre un appartamento, svende gli appartamenti di sua proprietà, manda quasi in bancarotta la
banca del padre e quindi a un certo punto costringe gli altri a identificarlo come pazzo e quindi lui da
pazzo decide di andarsi a chiudere in un manicomio perché soltanto là, dove l'uomo non ragiona le
convenzioni sociali ma ragiona dando voce allo spirito che ha e che conosce solo lui soltanto in quel
modo lui può trovare qual è la sua verità lui chi veramente è, dall'altra parte qual è la possibilità ancora
per venire fuori dalle condizioni sociali e dalle situazioni delle maschere? L'arte. Nasce così l'idea della
meta scrittura, metaletteratura e metateatro, cioè l'uomo come fa a capire di non essere solo in una
condizione che sembra di assoluta solitudine? Visto che non è in grado di comunicare agli altri il proprio
malessere? E sente che nessuno può condividere il suo malessere? Riconoscendo dei personaggi della
letteratura e del teatro, quindi, allora, letteratura e teatro diventano lo strumento di dialogo che ha
l'autore con il suo pubblico mettendo in campo dei personaggi che vivono di vita propria.

SEI PERSONAGGI IN CERCA D’AUTORE


Che cosa succede? la scrittura di questa opera di teatro comincia così: uno scrittore, una sera, chiuso
nel proprio studio comincia a pensare di scrivere un romanzo ad un certo punto gli si presentano alla
porta dello studio dei personaggi che lui un tempo aveva abbozzato ma di cui non aveva più scritto
niente e quindi vengono questi personaggi che sono il padre, la figlia, la madre, il figlio giovane e i due
bambini, si presentano davanti a lui e chiedono di avere la propria storia, loro bramano di vivere una
storia. Nasce il paradosso non è l'autore che scrive ma sono i personaggi che vogliono avere una vita
perché loro ce l'hanno, loro sono stati abbozzati nella loro pensatura, loro già sono qualcosa il padre è
un padre.
L'assurdo entra nella realtà, ma in effetti questo assurdo che cosa rappresenta? la necessità di
ciascuno di trovare la propria storia, la propria vita, voler mettere scena il proprio essere al di là delle
maschere sociali, quindi il padre vuole svelare chi è realmente, la figlia vuole svelare perché la sua
condizione è la condizione di isteria, la madre che è vestita a lutto vuole spiegare per quale motivo è
arrivata al punto di perdere due figli, quindi una serie di condizioni, di situazioni che vogliono essere
spiegate ognuno di loro un dramma per raccontare la verità della propria esistenza, e che non
arriveranno in questo teatro dove c'è una compagnia teatrale che recita e raccontano chi sono.
Io sono il padre che mi sono allontanato dalla famiglia perché ho sentito che mia moglie mi tradiva, io
sono la madre, beh soprattutto perché ho perso questi figli che non sono figli del marito ma sono figli di
un secondo uomo che io ho avuto nella mia vita, io sono la figlia e la mia isteria è dovuta al fatto che ho
quasi avuto un rapporto fisico col mio vero padre che non sapevo fosse mio padre, perché lei lavorava
come sarta in un negozio ma la sarta proprietaria in realtà era una meretrice che prendeva fanciulle
povere e le dava in pasto al miglior offerente e il ragazzo silenzioso, il figlio silenzioso, che non parla
ma fa capire di vivere in una famiglia fuori dalla norma che gli crea dolore.
Ognuno racconta ma siccome Pirandello dice che è impossibile comunicare il proprio dolore agli altri e
nessuno può rappresentare la propria realtà meglio di se stesso, quando questi attori prendono la parte
della recitazione per ciascuno di loro, non riescono a vivere appieno la realtà i personaggi, per cui
questi prendono la scena e rappresentano la loro vita, quindi metateatro rappresenta l’incomunicabilità
tra gli esseri umani perché non si può comprendere appieno la realtà degli altri.
Nella rappresentazione, anche la scelta di far entrare i personaggi non da dietro le quinte, ma dal fondo
del teatro quindi attraversano tutta la sala nel corridoio diviso tra la fila destra e la fila sinistra, fa
sentire che lo spettatore è partecipe e quel personaggio è ciascuno di loro che vorrebbe salire sul palco
scenico della vita per rappresentare la propria verità che sta dietro una maschera convenzionale quindi
il metateatro e meta scrittura, diventano lo strumento attraverso cui il lettore o lo spettatore capisce di
non essere solo, capisce che questa sua sensazione di inadeguatezza, di verità non rivelata appartiene
a tutti, ciò che ha fatto Svevo con l'ironia, Pirandello lo fa con la ristrutturazione dell'animo umano
attraverso un simbolismo sia quello della letteratura che quello del teatro.

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UNGARETTI
Giuseppe Ungaretti nasce l’8 febbraio 1888 ad Alessandria d’Egitto, ai margini del deserto africano.
Quest’esperienza sarà fondamentale per la formazione della sua identità poetica. Esso è esperienza
della fragilità e dell’inconsistenza dell’uomo, immagine del nulla, luogo dello spaesamento e del
miraggio; emblema dello sradicamento, e quindi spinta a un incessante nomadismo alla ricerca delle
proprie origini; e anche il luogo di prepotente sensualità, simbolo dell’eros: temi che saranno centrali
nella poesia di Ungaretti.
Nel 1912 si trasferisce a Parigi, che definirà la sua patria delezione; si scrive alla Sorbona e frequenta le
elezioni del filosofo Bergson le cui riflessioni sul tempo e sulla memoria influenzeranno profondamente
la sua poetica.
Nell’imminenza del conflitto mondiale, Ungaretti si stabilisce in Italia e, arruolatosi come volontario, è
inviato a combattere sul Carso. Ma l’esperienza della guerra si rivela terribile e traumatica: da essa trae
ispirazione per riprendere la scrittura poetica e la prima raccolta, il Porto Sepolto.
Nel 1921 si trasferisce a Roma, dove trova lavoro presso il ministero degli Esteri; l’impatto con la città
ha importanti ripercussioni sulla sua poesia: la commissione di antico e moderno, la ricchezza di
monumenti, la predominanza dello stile barocco, la violenza della luce estiva colpiscono profondamente
la sua immaginazione. Nel 1922 aderisce al fascismo, a cui credeva per realizzare in Italia una
rinnovata concordia politica e sociale.
Nel 1937 accetta la cattedra in lingua e letteratura italiana presso l’Università di San Paolo del Brasile.
Negli anni del soggiorno brasiliano non pubblica nuove raccolte, ma l’insegnamento universitario e
l’intensa attività di conferenziere gli consentono di approfondire la riflessione sugli autori della
letteratura italiana e sulla cultura barocca. Nel 1942 Ungaretti torna in Italia perché il Brasile è entrato
in guerra al fianco degli arabi e si stabilisce di nuovo a Roma. Viene nominato accademico d’Italia e
professore di letteratura moderna e contemporanea: continua così la sua attività di insegnamento
presso l’università la Sapienza anche se viene sospeso per la sua precedente adesione al fascismo.
L’attività accademica gli permette di approfondire la riflessione sulla parola poetica e sull’importanza
della memoria.
Prende ispirazione inizialmente dal simbolismo francese, l'importanza del simbolismo sta nel ruolo che
riveste il poeta che si dissocia da una società che non comprende e che non lo vuole comprendere e
non gli dà gli spazi, quindi si rifugia in un mondo fatto di poesia pura. Dove la poesia pura è costituita
da un linguaggio specifico che può essere compreso soltanto da chi ha una conoscenza. Per poesia
pura si intende anche una poesia che sia distaccata dalla realtà circostante e che non abbia alcun
legame con la vita che scorre intorno. Queste corrispondenze simboliche fanno in modo che il poeta
riacquisti un ruolo, un ruolo al di fuori della società, ma che comunque sia un ruolo importante perché
diventa il custode per una conoscenza e di una cultura che solo lui conosce e capisce. Le sue
esperienze di vita lo portano a pensare che la poesia in realtà Debba diventare pura dal punto di vista
linguistico e quindi acquistare una dimensione, per cui attraverso poche parole e l'uso della analogia,
l'uomo può fare riferimento a qualcos'altro, questo qualcos'altro però non deve essere soltanto un
mondo di conoscenze inconoscibili ma si deve anche riferire alla realtà circostante. PERCHÉ UNGARETTI
FA QUESTA RIFLESSIONE? Perché lui partecipa alla prima guerra mondiale. Per cui l'esperienza di vita
che compie come uomo in una situazione così drammatica, pensa che debbano essere narrate e la
poesia è uno strumento eccellente per la narrazione di quella realtà che non ha parole per essere
raccontata.
Talmente è stata cruenta e difficile da vivere quindi non avendo parole è compito del poeta cercare
quelle parole che possano richiamare non una narrazione, ma il sentimento di quello che è accaduto.
Quindi quel simbolismo si tramuta in ermetismo. Da dove viene il termine ermetismo?
Ermete era un personaggio della Grecia ellenica, il quale scriveva libri esoterici utilizzando un
linguaggio molto simile al linguaggio egiziano, visto che il linguaggio egiziano veniva dai geroglifici, era
un linguaggio criptico difficile da interpretare e quindi Ermete per mantenere questa aura di mistero,
intorno alla sua scrittura che parlava di tematiche riguardanti il mistero, aveva cominciato a scrivere
proprio come facevano gli antichi egizi.
L’Ermetismo è un movimento culturale e letterario italiano a cui appartengono Ungaretti e altri. Ha una
scrittura criptica che contiene un mondo che va dall’interno all’esterno dell’uomo, quindi che racconta
un’interiorità ma anche una storia che circonda l’uomo
DOVE SI MUOVE LA POESIA ELLENICA? Si muove nel mondo della memoria personale, ma anche nella
memoria collettiva.
L'ermetismo Ungaretti però lo fa un po' a modo suo perché mentre l'ermetismo puro vuole un
linguaggio angelico e un po' più ricercato, l'ermetismo di Ungaretti è fatto di un linguaggio quotidiano,
un linguaggio che appartiene alla conoscenza di tutti, Quindi poche parole ma che abbiano un senso
compiuto per tutti perché proprio l'esperienza della guerra è stata un'esperienza trasversale a tutti.
Quindi se il compito del poeta è quello di raccontare questa esperienza, nella sua incomprensibilità
deve utilizzare dei segni che possano essere capibili da tutti quanti.
Vi è poi un successivo passaggio nella fase della scrittura di Ungaretti che è l'ultimo periodo della sua
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scrittura che ha una estensione della scrittura, la sua scrittura comincia a diventare un po' più un
racconto, e questo si perde nel tempo che si dilata e si allarga, per cui nel presente continuano: il
passato, quindi la memoria, il presente, quindi l'attualità della vita, ma anche le speranze del futuro.
Quindi tutto il tempo si unisce, si ricongiunge in un unico presente, un eterno.
In quest’evoluzione della poesia Ungarettiana, c'è un qualcosa che appartiene alla religione, alla
metafisica, Ungaretti è convinto che la poesia sia quello strumento che mette in contatto l'uomo con
l'infinito e questo contatto, questo approccio metafisico, sta alla base di un qualcosa che è innato
nell'uomo, ossia il bisogno di riconoscere che ci sia qualcosa di più grande di lui che in qualche modo
diventi una sua aura di salvezza. L'uomo vive solo finché ha una speranza, e questa speranza gliela può
dare soltanto qualcosa o qualcuno di infinito, l'uomo si può collegare ad esso grazie appunto alla
poesia, al linguaggio poetico. Nell’ultima fase è come se Ungaretti si distaccasse un attimo dalla realtà
momentanea e procedesse a raccontare l'esistenza dell'uomo.
Ungaretti poi ha anche l'esperienza dell'insegnamento universitario questo gli permette di mantenere
uno stretto contatto con la realtà sociale dei tempi che lui attraversa.
A partire dal 1942, quando inizia a preparare per Mondadori una riedizione delle sue opere poetiche,
Ungaretti pensa di riunirle sotto il titolo complessivo Vita d'un uomo, che comprenderà negli anni
successivi le altre poesie via via pubblicate, e anche le traduzioni e le prose di viaggio. Egli progetta
dunque una sistemazione della propria opera in un «unico libro», in cui ogni volume sia una tappa di
uno stesso percorso biografico e intellettuale.
Il titolo Vita d'un uomo, stabilendo un legame diretto tra biografia e opere, dà una chiave di lettura
della scrittura ungarettiana: l'esperienza personale e la letteratura vanno di pari passo perché l'opera è
essa stessa uno strumento di conoscenza. Nel 1969 vede la luce Vita d'un uomo. Tutte le poesie, che
riunisce l'intero corpus poetico ungarettiano arricchendolo di importanti autocommenti: qui Ungaretti
riconsidera il proprio percorso a partire dal punto d'arrivo, consegnando un bilancio insieme
esistenziale e poetico.

ALLEGRIA
Ci troviamo nella produzione di Allegria, Ungaretti alla fine della sua vita raccoglie le sue opere in
un’unica raccolta intitolata ‘Vita di un uomo’ che sta proprio a identificare la narrazione poetica,
raccontare l'essere umano in rapporto alla sua esperienza divisa, e quindi racconta di se stessa come
uno dei tanti che ha avuto esperienze. Queste poesie sono state raccolte nel tempo con una serie di
titoli, che poi alla fine sono confluiti tutti in un’unica raccolta. Questa prima opera è Mattina.
Questo titolo, Allegria, è un’analogia, è sia un’antitesi che un ossimoro, perché? Perché quando parla di
allegria non parla di gioia, l'allegria è quel sentimento d’enfasi, di adrenalina a mille dell'uomo che si
trova sulla soglia del precipizio, e sa che è molto vicino alla morte, e la sua allegria sta nell’allontanarsi
da quella soglia.
Allora, l'uomo ha nella sua vita una serie di condizioni, di situazioni che lo mettono sulla soglia di quel
precipizio e quindi lo fanno sentire vicino alla mente. Scatta Nell'uomo un terrore, è l'idea del sublime
del romanticismo, quel terrore visto a meraviglia e ad un'azione davanti a qualcosa che si sente più
grande di sé. E l'allegria è quel sentimento di avercela fatta, perché non si è caduti in quel buco.
Questo titolo, l'allegria, diventerà poi allegria di naufragi, proprio perché poi diventerà quell’ossimoro
che metterà insieme questi due elementi, allegria e naufragi, che si oppongono, si contrappongono,
continuamente nella vita dell’uomo, si crea questa contrapposizione tra vita e morte.
Il poeta si scopre nomade d'amore, e tornano le immagini dell'esilio e del viaggio, della mancanza di
radici e del continuo peregrinare: è lo sradicamento esistenziale comune a tutti gli uomini, e che getta
la sua ombra anche sul suicidio dell'amico Moammed Sceab, piegato dall'impossibilità di trovare un
luogo a cui appartenere.
Alle condizioni estreme imposte dalla guerra Ungaretti riconduce anche la radicale novie che
caratterizza l'Allegria sul piano formale, cioè la brevità dei componimenti e dei versi. Il poeta scrive
dunque versicoli, ossia versi brevissimi, persino di una sola sillaba, in cui la parola è spesso isolata (non
di rado messa in risalto anche dagli spazi bianchi), così da sprigionare, nella sua nudità, tutto il suo
senso.
Il valore evocativo del singolo vocabolo è accentuato anche dall'assenza di rima, dalla soppressione
della punteggiatura, come nelle poesie dei futuristi, e spesso anche dei legami sintattici. In questo
discorso frantumato e disarticolato interviene l'analogia a esaltare la potenza incantatoria della parola:
liberato dagli usi quotidiani, il lessico non è usato per "dire" le cose, ma per evocare, alludere,
suggerire, attivare una rete di corrispondenze impreviste che mettono in comunicazione, per usare
un'espressione di Ungaretti, immagini senza fili.

MATTINA
M’illumino,
d’immenso.
Illumino e immenso sono due termini che non corrispondono a una realtà ben precisa, ma sono termini
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che corrispondono a un sentire. Un sentire, ricordate Leopardi che quando parla dell'infinito, nella
seconda parte comincia a parlare con i modi non finiti, con i vari e con quegli aggettivi che riguardano
l'infinito. La stessa cosa fa un Ungaretti che Per parlare della propria interiorità e di quel contatto che
sente necessario con l'infinito, con un mondo religioso, con un mondo di fede che può aiutare l'uomo
nel momento in cui si trova sulla soglia del dirupo, scegli il titolo Mattina,
Perché Alla mattina che sorge il sole. Quindi questa luce che sconfigge le tenebre, che lentamente, ma
in maniera perentoria, entra nel buio delle tenebre e sconfigge nella vita del uomo che assiste a questo
spettacolo. Davanti a questo spettacolo l'uomo riceve questa luce e anche lui diventa una parte del
paesaggio che viene illuminata da questo sole che lo riempie di quella eternità a cui la luce stessa
appartiene, l’immenso. Quindi il sole porta con sé in una dimensione metafisica l'uomo stesso che
diventa l'evento del paesaggio che viene illuminato da questo sole.
Ha descritto un sentimento che appartiene a tutti gli uomini quando davanti alla soglia del dirupo si
legano a qualsiasi fonte di speranza che è il sole. Che mettendolo in condizione, con qualcosa che è più
grande, gli dà quella possibilità di sfuggire, di scappare alla fine.

FRATELLI
Allegria diventa l’intero naufragio e diventa quella parte che introduce ai luoghi della prima guerra
mondiale. L’abitudine di datare e mettere il luogo perché la poesia aveva il compito di fungere da
memoria, dev’essere il racconto dell’esperienza umana che in questo caso era soldato nella guerra.
Fratelli è una parola chiave in una condizione di caducità in cui si trova l'uomo della prima guerra
mondiale.
Immaginate questi giovani uomini, che sono stati chiamati alla leva e sono costretti a combattere e a
morire.
Qual è il sentimento che accomuna tutti i uomini, a qualsiasi situazione essi appartengano? La paura,
La paura della morte. Quindi, nel sentire questi passi del buio, il soldato che fa la sentinella, dice,
fratelli, di che reggimento siete fratelli? Nella speranza di sentire una voce amica che parla la tua
stessa lingua, quindi è scampato il pericolo, ma nella speranza che quella parola fratelli
possa essere riconosciuta anche da un soldato dell'armata avversaria e in questa comunanza possa
sentire la necessità di non fare la guerra. Quindi, la speranza di sopravvivrà in un momento. La
tematica è la caducità della vita umana, la parola di speranza è proprio fratelli. Quindi, nei momenti in
cui, dicevamo, l'uomo si trova sulla soglia, ha bisogno di ancorarsi a qualcosa che lo allontani da quella
soglia e in questo caso è la speranza della condivisione della stessa condizione umana.

SOLDATI
Viene di conseguenza a fratelli. La fragilità sempre. La caducità della condizione umana per cui l'uomo
si trova nella sua condizione di soldato come quando le foglie d'autunno, ormai ingiallite, hanno perso
quella forza vitale e bastano un po' più di vento per cui possono cadere da questi alberi.

FIUMI
È una poesia scritta da Giuseppe Ungaretti e fa parte della raccolta "Porto Sepolto", pubblicata nel 1916. In questa
poesia, Ungaretti esprime il senso di solitudine e disorientamento che spesso lo affliggeva durante la sua
esperienza di combattente nella Prima Guerra Mondiale. Il fiume è un simbolo della vita che scorre inesorabilmente
e che può portare via le persone come un destino inevitabile. Il titolo "Porto Sepolto" potrebbe riferirsi alla
sensazione di essere intrappolati o sepolti in un luogo lontano dalla propria casa e dai propri affetti, come accade
ai soldati in guerra. Inoltre, potrebbe indicare anche la profondità emotiva e spirituale delle tematiche trattate nella
raccolta, sepolte sotto la superficie come un porto nascosto.
Ungaretti ha della presenza dei fiumi, un'idea di una presenza continua e costante in tutto l'evolversi della sua vita.
Nasce in Egitto, che è la terra di un fiume importantissimo, il Nilo, si trova in guerra nelle zone dei Friuli, e qui c'è
l’Isonzo, ha delle esperienze importanti dal punto di vista del terreno di Parigi, e lì c'è la Senna, altro fiume
rinomato, conosciuto, importante per la città stessa e per quello che evoca della città, e poi c'è il Serchio, che è il
fiume che scorre in Toscana, vicino a Lucca, che è la terra di origine della sua famiglia, prima di trasferirsi in Egitto.
Quindi i fiumi rappresentano quello che è stato tutto l'arco della sua vita, dal prima della nascita, quindi dall'origine
della sua famiglia, fino ad arrivare al momento cruciale della sua vita, che è quello della Prima Guerra Mondiale.
In questo tutto scorrere c'è il passare della vita, il passare delle esperienze, il passare delle emozioni, che in questo
scorrere delle acque, per Ungaretti, rappresenta come una serie di dita che nello scorrere accarezzano il poeta e
quasi lo plasmano, perché volta per volta, l’acqua rappresenta una tappa della vita e da ognuna di questa subisce
una trasformazione.
Abbiamo già detto che Ungaretti fa della poesia il luogo della memoria delle esperienze personali,
queste esperienze personali sono esperienze che appartengono a tutto il genere uomo, tutti hanno affrontato
l’esperienza della prima guerra mondiale e nella scrittura di questa sofferenza, in qualche modo, l'uomo si libera
sentendosi accomunati da un dolore che è appartenuto a tutti.
In questa descrizione racconta e rappresenta la sua esistenza.
Si trova sempre in queste trincee che sono ricavate da queste tessure classiche che si trovano in questa terra, che
sono delle tessure, delle crepe della terra, in cui i soldati hanno ricavato i luoghi dove nascondersi.
Descrizione del paesaggio: è notte, c'è la luna, lui si trova in trincea e si guarda intorno e vede tutto quello che lo
circonda illuminato dalla luce della luna, come se fosse un palcoscenico di un circo, quando gli spettatori non ci
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sono.
Il circo è una rappresentazione teatrale, uno spettacolo. Lo spettacolo che cos'è? È il triste spettacolo della guerra.
E questo è il momento del silenzio, perché è notte, quindi le armi non fanno sentire il proprio rumore. E in questo
momento lui si sente come un personaggio del circo, quando tutti gli spettatori sono andati via e lo spettacolo
caccia e intorno a lui c'è soltanto silenzio, ma questo è un silenzio desolante perché è il silenzio di uno spettacolo
di morte.
La poesia racconta un'esperienza. Attraverso l'immagine delle acque che scorrono, (richiama il Pantarei di Eraclito)
Ungaretti, personaggio della poesia, viene irrigato da queste acque, perché queste acque rappresentano
l'esperienza della guerra. Quindi lui viene trasformato dall'esperienza dell'acqua.
Ungaretti esprime il senso di transitorietà e la caducità della vita umana attraverso l'immagine del fiume.
L'incipit "M'illumino / d'immenso" sottolinea il momento di rivelazione e illuminazione interiore dell'autore di fronte
all'infinito della natura, rappresentato dal fiume. La parola "immenso" suggerisce un senso di meraviglia e di
stupore di fronte alla grandezza e all'eternità della natura.
Il verso successivo "Nell'anima / fiumi" evoca l'idea che all'interno dell'anima umana scorrono fiumi, cioè flussi di
emozioni, pensieri, ricordi e sensazioni che contribuiscono a plasmarci e a definirci come individui. Questa
immagine poetica suggerisce la complessità e la profondità dell'interiorità umana, spesso inesplorata e misteriosa.
Infine, il verso conclusivo "Fiumi su fiumi" enfatizza il concetto di accumulo e sovrapposizione di esperienze,
sentimenti e percezioni che costituiscono la nostra esistenza. La ripetizione della parola "fiumi" sottolinea l'idea di
continuità e di ininterrotto fluire del tempo, che trascina con sé tutto ciò che è stato vissuto e che porta verso un
destino ignoto.
La memoria è rappresentata dallo scorrere continuo delle acque dei fiumi. I ricordi servono a proteggere la parte
più intima del poeta.
In sintesi, attraverso l'immagine del fiume e la sua simbologia, Ungaretti ci invita a riflettere sulla fugacità della
vita, sull'importanza di cogliere l'essenza e la bellezza del momento presente e sulla profondità insondabile
dell'animo umano.

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MONTALE
BIOGRAFIA
Il 12 ottobre del 1896, a Genova, nasce Eugenio Montale. La sua è una famiglia benestante (il padre è
titolare di una ditta di prodotti chimici), che possiede una villa e una barca sulla costa ligure, a
Monterosso (nelle Cinque Terre); quel paesaggio assolato e aspro, dove il poeta trascorre le estati della
sua infanzia, si imprimerà nel suo immaginario in modo indelebile. Eugenio è un ragazzo di salute
malferma, introverso e timido, che si sente estraneo al mondo che lo circonda. Fa studi tecnici e nel
1915 si diploma ragioniere, ma sente di non possedere alcuna vocazione per il commercio.
Ama invece la musica, tanto da prendere lezioni di canto lirico per tentare la carriera musicale, e si
appassiona alla letteratura: anche con la guida della sorella Marianna, iscritta alla facoltà di Lettere,
legge svariati autori italiani e stranieri e appunta scrupolosamente le sue riflessioni nel Quaderno
genovese, un diario tenuto nel 1917 e pubblicato postumo nel 1983.
A vent'anni è un giovane inquieto, senza un'occupazione stabile e una vocazione ben definita. Durante
il 1917 frequenta la scuola ufficiali di Parma, dove conosce il critico letterario Sergio Solmi; l'anno
successivo si offre come volontario al fronte e viene mandato a Vallarsa in Trentino. Dopo il congedo,
nel 1920, ritorna a Genova.
Cominciano in questi anni incontri significativi con giovani artisti e intellettuali.
Nel 1927 conosce Drusilla Tanzi, moglie del critico d'arte Matteo Marangoni, con la quale inizia una
relazione che durerà per tutta la vita; alla donna, che figura nelle sue poesie con il nome di «Mosca»
(per i suoi occhiali dalle lenti spesse), Montale resterà sempre legato da un rapporto di riconoscenza e
dipendenza, economica e affettiva.
Ma degli stessi anni è anche il rapporto tormentato e sofferto con Irma Brandeis, una giovane italianista
di origine americana citata nelle Occasioni e nella Bufera e altro con lo pseudonimo di «Clizia». Quando,
nel 1938, deve rientrare negli Stati Uniti a causa delle sue origini ebraiche, Irma propone a Montale di
partire insieme a lei, ma il poeta, ostacolato dal legame con Drusilla, e probabilmente anche a causa di
una sua congenita incapacità di agire, decide di non seguirla.
Eugenio montale premio Nobel per la letteratura, firma un manifesto contro la dittatura fascista, non
tanto per un fatto politico, più per un fatto sociale, lui non si riconosceva nei valori, non riconosceva
che l’uomo fosse quello descritto dal partito fascista.
Ma non si riconosceva nemmeno nella sinistra, era apolitico, ha una sua idea di quello che dovesse
essere l'impegno sociale, fuori dagli schemi dei partiti che lui ha frequentato e ha conosciuto durante
l'esperienza della sua vita.
Ciò che è importante dell’esperienza poetica di Montale, l’esperienza, erroneamente viene definito
ermetista ma lui la rifiuta anche se ci sono dei tratti dell’ermetismo che gli appartengono.
Fa della propria esperienza poetica, il luogo da cui prendere le tematiche poetiche che lui tratta nel
corso di una sua vita le donne e i paesaggi La sua vita sono sempre presenti nel suo racconto poetico e
siccome lui è un'autodidatta, che cosa fa? Si appassiona dei poeti D'Annunzio, Dante, Leopardi, il
pessimismo leopardiano e da queste ispirazioni trae la sua poesia, ispirandosi sia al linguaggio che alla
tecnica poetica, ma anche alle tematiche, per esempio, pessimismo leopardiano, lui ce l'ha, lui pensa
che l'uomo non è in grado di dare risposte ai dubbi esistenziali, ricordate Leopardi interrogava la
natura, la resistenza intera, voleva sapere perché è peggiore della propria esistenza, perché la
sofferenza, e sperava di trovare risposta da qualche parte, quindi Leopardi cerca affannosamente
questa risposta, perché non trova il consorzio umano che può dare risposte, Montale che anche lui
attraversa l'esperienza della prima guerra mondiale, dove lui c'è andato da soldato e ha fatto soltanto
un anno, però comunque l'esperienza l'ha fatta, poi attraversa la Seconda Guerra Mondiale, poi
attraversa l'epoca fascista, poi attraversa la liberazione, attraversa il boom economico, Montale, in
tutta questa esperienza vede alla poesia come un luogo dove non si possono dare risposte
all'esistenza, ma attraverso la poesia si può dire ciò che non è, non ciò che è, quindi i grandi quesiti
dell’uomo, rimangono quesiti irrisolti.
Il poeta non è un vate, non è lui che conosce la verità, come D'Annunzio diceva indicava la verità ai
suoi proseguiti. E' un uomo come tutti che vive delle proprie esperienze, ma come diceva Pascoli, ha
quella capacità di Essere più sensibile per cui è in grado di raccontare l'esperienza comune,
raccontando questa esperienza comune gli uomini condividono questa esperienza, si riconoscono
nell'esperienza e quindi la poesia diventa un atto conoscitivo, conoscitivo dell'esperienza umana senza
dare risposte, un po' come la psicanalisi era per speso, un po' come il metateatro e la metà letteratura
per Pirandello, sono tutti strumenti conoscitivi ma che non hanno risposte. Questa esperienza poetica
montale la comincia a fare da autodidatta.
D'altro canto, anche la fiducia ungarettiana, o simbolista, in una parola rivelatrice, capace di inabissarsi
e raggiungere una realtà nascosta, non appartiene a Montale. La sua è una poesia che sa di non avere
nessuna verità da rivelare.
Se la realtà è limite, scacco, residuo, la parola è pur sempre l'unico possibile reagente di questa
esperienza, e dunque diviene residuo essa stessa, detrito, scarto, osso di seppia.
Il poeta Montale si distingue per la sua capacità di trasformare oggetti concreti in simboli carichi di

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significato poetico. Inizialmente, gli oggetti assumono un ruolo simbolico cruciale, mentre
successivamente il poeta si concentra su elementi della vita quotidiana per smitizzare l'idea
tradizionale di poesia. La presenza di oggetti materiali nella poesia di Montale non è una novità
assoluta, ma la sua modalità di trattarli è innovativa: essi mantengono una cittadinanza poetica grazie
alla loro materialità e alla capacità di condensare significati profondi. Montale crede che attraverso gli
oggetti concreti sia possibile intravedere una verità metafisica, mantenendo viva l'attesa di un miracolo
che possa rivelare un senso più profondo della realtà. Questo approccio poetico, che unisce ragione e
oltre-ragione, può essere definito metafisico e rappresenta la missione conoscitiva della poesia secondo
l'autore.

OSSI DI SEPPIA
La prima raccolta poetica importante di Montale è Ossi di seppia. Le quattro sezioni di cui è composta, sviluppano
un racconto, ricostruendo le tappe di un percorso intellettuale e psicologico. Il poeta, percependo in sé un
fondamentale senso di disadattamento, cerca nei dati concreti del mondo che osserva una leggibilità, ma tutto gli
appare disgregato, disarmonico, minacciato da catastrofe (oggetti residuali sono appunto gli "ossi" danno il titolo
alla raccolta, parti calcaree dei molluschi che le mareggiate gettano a riva, prosciugate di vita). Anche la speranza
di assistere a un momento di rivelazione, che persiste contro ogni evidenza, resta sempre delusa, e tutto ciò che
traspare è la verità del nulla. Non rimane che prendere atto della disillusione e riconoscere lo scacco senza viltà,
affidandosi eventualmente al possibile ruolo salvifico non più del paesaggio, ma di una figura femminile (qui è
Arletta, o Annetta) che inizia a delinearsi nei testi più recenti della silloge e assumerà rilievo maggiore e diverse
identità nelle raccolte successive. A dispetto di una negatività continuamente ribadita, la raccolta è percorsa da
una costante oscillazione, da tensioni ambivalenti: al sentimento acuto del «male di vivere», della disarmonia e
dell'insensatezza, si oppone l'ipotesi, pur illusoria, di una verità e di un miracolo chiarificatore.
Anche il paesaggio ligure al centro di questi componimenti mostra un'intima ambivalenza: aspro e brullo, accecato
di luce, ostile e magnetico insieme, è immagine della disgregazione, ma anche della potenza vitale della natura,
che contemporaneamente distrugge e subisce distruzione. Inoltre, se da un lato l'aridità e il disseccamento
esprimono la desolazione e il male dell'esistenza, dall'altro rispecchiano l'atteggiamento scabro ed essenziale
dell'individuo che resiste, che oppone al dolore un sofferto distacco.
Questa poesia, che ribadisce il negativo come unica realtà e riflette immagini sconnesse e frammentarie, non
sceglie la via della dissoluzione delle forme espressive, ma conserva al contrario una solidità e una limpidezza
peculiari.

NON CHIEDERCI LA PAROLA


Questa prima poesia è un po' un manifesto di quella che è la poesia per Montale. Questa poesia apre la sezione
Ossi di seppia della raccolta. Riprende la polemica contro i poeti che ambiscono a rivelare grandi verità, Montale
dichiara in questi versi che il ruolo della poesia non ha più valenza positiva e può essere solo definito in negativo.
Coloro a cui non bisogna chiedere la parola sono i letterati, i poeti. Chiedere la parola vuol dire fare domande a cui
bisogna dare delle risposte, ma i poeti non le hanno.
Non affidate la responsabilità di trovare risposte che siano leggi indelebili come lo sono le parole macchiate di
fuoco. Queste immagini sono immagini evocative che nella poetica di Montale hanno una definizione ben precisa
cioè una corrispondenza tra l’oggetto e il sentimento, se io in poesia metto il nome di un oggetto quello diventa
evocativo di una sensazione, questo tipo di scrittura fa sì che la poesia diventi ermetica perché si basa su analogie
(da un oggetto qualsiasi c’è l’evocazione di un sentimento) ma l’ermetismo è soggettivo quindi ciò che viene
scritto nella poesia ermetica è qualcosa di ancora più nascosto, arcano, perché il poeta sceglie attentamente degli
oggetti che possano richiamare sentimenti che sono riconducibili ad un'esperienza privata, quindi non tutti i lettori
possono capire fino in fondo quel messaggio. Montale utilizza sempre questa corrispondenza tra l'oggetto e il
sentimento, ma attraverso oggetti che appartengono al quotidiano perché quella sensazione, quel sentimento
deve essere comune a tutti quanti. Essendo la poesia un'esperienza conoscitiva, questa conoscenza deve
appartenere a tutti.
E quindi questa tecnica la utilizza attraverso lo strumento di oggetti che appartengono alla vita quotidiana in modo
che tutti possano ritrovare lo stesso sentimento, il messaggio umano È inconfondibile, Non si lascia sbaglio a
fraintendimenti o a qualcosa che gli manca.
Quando dice lettere di fuoco o il croco perduto in mezzo al polveroso prato-> sono immagini che rispecchiano dei
sentimenti, ma visto che le lettere di fuoco sono un'immagine che sta davanti agli occhi di tutti quanti, Imprimere
le lettere di fuoco è un’idea comune a tutti quanti. La polvere sottile dello zafferano, si attacca agli oggetti e non si
stacca più. Quindi in tutti e due i modi lui ha dato l'idea dell'indelebile.
L'uomo, convinto nelle proprie potenzialità, procede altezzoso, superbo, è fiducioso in se stesso, è fiducioso nel
genere umano, Non si preoccupa che non ha alcuna preoccupazione, che si trova sotto un sole rodente ed estivo e
la sua ombra è proiettata su un muro scalcinato, su un muro senza intonaco. Che cosa dice? L'uomo così
arrogante, fiducioso in se stesso, non si rende conto della realtà che lo circonda. Cioè, l'uomo vive in un mondo che
sta cadendo a passi. Pensa di avere tutte le soluzioni per la vita. Ma in realtà la sua presenza è una presenza in
mezzo ad un mondo in disfacimento. Un mondo che viene distrutto.
Dal confronto tra noi stessi e il mondo che ci accoglie, si riconosce ciò che non vogliamo. Non si riconosce del
partito fascista, ma non si riconosce né dei socialisti, né del comunismo, non si riconosce niente.
E allora, nel confronto con tutto ciò che lo circonda, il poeta non può dire ciò che l'uomo è e sarà.
Vuol dire ciò che non vuole e ciò che non vuole essere perché circondato da cose che non lo soddisfano e non lo

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rappresentano, è una formula che va per antitesi, da quello che c’è io so quello che non sono, strumento della
poesia è lo strumento conoscitivo dell’animo umano, ha un valore popolare perché tutti devono poter accedere a
questo strumento per potersi conoscere.

MERIGGIARE PALLIDO E ASSORTO


Siamo nella raccolta Ossi di Seppia, Meriggiare è uno dei testi più antichi della raccolta, ma contiene
tratti essenziali della poetica di Montale: la centralità degli elementi percettibili della realtà e
l’isolamento dell’io, incapace di organizzare tali percezioni in un quadro coerente e dotato di senso.
Il testo si apre e si chiude con l’immagine del muto, presso cui il lettore intuisce un io poetico che
l’autore volutamente lascia privi di identità, celandolo dietro forme verbali indefinite.
Montale compone questa lirica in modo che ogni scelta formale rifletta l’asprezza dell’ambiente e
l’amarezza del messaggio.
Il motivo dell'ora meridiana è un topos della poesia classica e moderna. Se, tuttavia, nella produzione
primonovecentesca il momento meridiano è emblema di armonia tra uomo e natura, che diviene con
D'Annunzio vera fusione panica, in Meriggiare il significato tradizionale è ribaltato e tutti gli elementi
tipici dell'ora meridiana vengono a simboleggiare il dolore e il travaglio della vita. Lui prende spunto per
le sue trattazioni dalla natura circostante. Ha vissuto la sua vita da adolescente presso la costa Ligure.
Quindi, il mare, le spiagge, le colline, le rocce, degli strapiombi. Tutto questo paesaggio si riversa nelle
sue poesie.
Gli ossi di seppia, che cosa servono? Sono i residui delle seppie, la parte interna delle teste delle seppie
che è ciò che resta delle seppie nuove che si disfano in mare e quello che resta va a riva.
PERCHÉ QUESTA RACCOLTA SI CHIAMA OSSI DI SEPPIA? Perché l’uomo in questo momento è questo, è
la rimanenza di ciò che è stato tempo fa. L’uomo contemporaneo di Montale è ciò che rimane di tutto
ciò che avviene nella prima metà del 900.
Racconto dello stato dell’animo umano attraverso la descrizione del paesaggio ligure.
È la descrizione di un pomeriggio estivo, come fa d’annunzio, il quale descrive i paesaggi con una certa
enfasi.
Lui è leopardiano, è pessimista, E quindi, questo paesaggio che lo circonda, è il paesaggio delle
ginestre, È il paesaggio della desolazione. In cui gli animali rappresentano la condizione umana. Infatti,
lui parla di formiche rosse, che percorrono questi lunghi sentieri, su questi muri di crepe, di muri rotti,
che percorrono questa strada così perché è l'essere umano che attraversa la vita con tutte le difficoltà
e le sofferenze del momento. Quindi l'estate, è l'estate arida, è l'estate calda, che appesantisce
l'esistenza dell'animo umano. Non la alleggerisce, non l'esalta, come facevano gli animali.
E quindi, questo meriggiare pallido, questa luce intensa, bianca, assolto perché silenzioso, vicino ad un
muro che circonda un orto, ricordate il muro? Con Pascoli Il recinto oltre cui c'era la nebbia per lo
sconosciuto, il pericolo. In questo caso, anche se è un recinto, però l'uomo non sta né dentro né fuori, ci
sta sopra. Sono le formiche sopra che percorrono questo muro.
Che cosa si chiede nel percorrere il muro? Essere in bilico. Tra una cosa e l'altra. Essere sempre sul
punto di perdere l'equilibrio. Quindi perdere la propria esistenza, perdere la vita. Ascoltare il vocio, lo
schiocco dei verbi e il fruscio che fanno le seppi che camminano tra le foglie secche che si trovano sul
prato, vicino ai brumi e alle stercaglie. Quindi proprio un paesaggio desolato, quasi desertico, dove gli
unici rumori che si sentono sono lo schioccare dei merli, di serpenti, di vipere, le bisce che stanno tra le
foglie secche e tutto questo non crea armonia anzi crea desolazione, lui osserva, rimane incantato, da
vedere come queste formiche procedono. Chi sono le formiche? sono l'uomo.
Sono presenti tutti suoni duri, le R, la C con H, che ha questo suono forte, di notturna, di ostacolo.
Questa assonanza, questa scelta di suoni, serve a rendere ancora più duro il paesaggio.
Osservare tra le fronde degli alberi il lontano palpitare delle onde del mare. Quindi si vede lo scintillio
del mare, mentre piano piano si levano tra gli altri suoni anche i suoni delle cicale. E si fanno sentire il
pomeriggio estivo.
Mentre da lontano il mare sembrava quasi sfidare sogni di evasione, desideri di allontanarsi da questa
realtà così triste, e però l'uomo viene ripreso, ricatturato dalla propria realtà, quindi riguarda un'altra
volta il muro e guardandolo bene vede che continuando a camminare in questo paesaggio assolato che
abbaglia sente con meraviglia come infine tutta la vita non è altro che sofferenza e questo muro che
accompagna questa passeggiata come emblema della sofferenza umana trovare sulla cima di esso i
cocci aguzzi di bottiglie rotte che servono a non far superare il muro da ospiti indesiderati e quei cocci
aguzzi rappresentano ogni momento di sofferenza e di dolore nell'animo di un uomo. E allora attraverso
la descrizione di questo paesaggio, che è un paesaggio comune, un paesaggio semplice che si ritrova
ovunque, che appartiene ad ogni regione della penisola italica, attraverso questa comune esperienza di
questo paesaggio, montale, ha descritto la condizione dell'essere umano in una situazione di precarietà
in bilico, procedendo a scegliere, non a caso, tra tutti gli animali, le formiche, queste formichine rosse
perché la formica è quella più facile da annientare, si calpesta, si schiaccia, quindi la formica
veramente diventa un nulla.
E questo procedere, questa quantità di persone che procedono, di formiche che procedono tutte verso
la stessa direzione, rappresenta il cammino dell'essere umano che scorre, che fa la propria vita Su

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questo muretto, dove ad un certo punto ci sono pure i cocci di micro, quindi non soltanto la vita è
difficile, ma è anche perseguita dal pericolo di sofferenza. Questa è la tipologia di scrittura di montale
che associa l'oggetto a se stesso.

SPESSO IL MALE DI VIVERE HO INCONTRATO


Che male di vivere è il malessere, raccontato anche da Camus questa sensazione di sofferenza
incombente, di questo essere sempre sotto il gioco di qualcosa di più grande. Mentre Ungaretti ha in
qualche modo l'aspirazione che la poesia, sì, è un racconto, ma fa venire fuori anche qualcosa di
metafisico, Qualcosa che mette in contatto l'essere umano con l'oltre, E quindi permette il contatto tra
il finito e l'infinito. Quindi eleva la nuova, permette di guardare forse anche con un po' di speranza, Se
non ha questa vita ciò che per un altro po', Montale no, non ha assolutamente il pensiero religioso.
Tutto si consuma in questa vita. Tutto è adesso. E quindi non c'è alcuna speranza Che l'uomo possa
ritrovare nel linguaggio poetico un contatto con qualcosa di infinito Che lo sovrasti. E quindi ancora di
più si sente il male di vivere.
IL MALE DI VIVERE CHE COS'È? È la bulia, l'incapacità di riuscire a trovare una soluzione che non sia
dolorosa. L'impossibilità di trovare una strada diversa dal dolore. E il poeta, che è quello che ha più
sensibilità, racconta il male di vivere che appartiene all'uomo del novecento. Sempre questa idea che
gli oggetti comuni chiamano il sentimento, la sensazione. Io ho trovato spesso il dolore dell'esistenza.
E come lo rappresento questo dolore dell'esistenza? In poesia non si può raccontare.
La poesia non è un testo argomentativo dove io racconto. La poesia è un'immagine che viene a
richiamare qualcos'altro.
Quindi ho un denotativo che mi richiama un connotativo. E qual è il denotativo che mi richiama? Il
ruscello sforzato che in qualche modo cerca di aggirare l'ostacolo e far fluire lo stesso le proprie acque.
Oppure è una foglia rialsa dal sole e accartocciata che ormai è diventata inaridita e lei non scorre più
nel fiume di vita. Oppure è un cavallo stramazzato al suolo che non ha più la forza perché è estenuato,
stremato dal lavoro a cui è stato sottoposto.
Queste tre immagini danno l'immagine di che cos'è il dolore dell'esistenza, che cos'è il male della vita.
Dopo aver descritto che cos'è il male di vivere, adesso lui crea come una seconda fase in questa poesia
e cerca in qualche modo un piccolo ristoro, un miracolo. E quindi dice io non ho conosciuto bene
nient'altro nel corso della mia vita all'infuori del miracolo che è l'indifferenza del divino che fa
sbocciare, Lui non ha speranza in un'unità superiore che salga in uomo con lo aiuto della vita Quindi il
divino è indifferente all'esistenza umana, d'altra parte la natura è indifferente all'esistenza umana
mentre può dare risposte all'uomo. E quindi in questa condizione di abbandono totale in cui l'uomo si
sente c'è un miracolo. Era la statua nella sonnolenza nel meriggio.
Che cos'è che dà in qualche modo sollievo all'uomo? Guardandosi intorno che cosa trova? Sempre
osservando un paesaggio può trovare una statua in un giardino che sempre nel caldo pomeriggio
assolato sta lì abbandonata a se stessa.

Però quella statua che cosa rappresenta? L'arte. Cos'è che può dare sollievo all'uomo? L'arte. Perché?
Perché è un modo per scaricare, per non sentirsi soli. Quindi quella statua abbandonata nel pomeriggio
assolato rappresenta la capacità di un uomo di creare qualcosa. Cos'è la nuvola? Guardando le nuvole
m, vede delle forme. Associa quell'abbozzo di nuvola a un abbozzo di forma quindi l'immaginazione. E
il falco alto levato? Tutta quella forza quella potenzialità che esiste nell'uomo nella natura circostante
che va al di là e oltre le difficoltà della vita. L'uomo comunque è dotato di una forza che lo spinge
avanti che lo fa andare oltre e lo spinge a superare gli ostacoli come fa il falco che si libra nell'aria e
quindi supera tutti gli ostacoli che avrebbe trovato sul mercato. Quindi è come se alla fine dopo aver
descritto che cos'è questo malessere che attanaglia un uomo potesse dire c'è questo ma c'è anche
questo c'è anche la possibilità di trovare un miracolo un minimo ristoro un po' di sollievo a questa
sofferenza attraverso la possibilità del nuovo ideale, attraverso l'immaginazione e attraverso la fiducia
nelle possibilità che all'uomo di superare gli ostacoli.

L’ULTIMO MONTALE: DA SATURA AL QUADERNO DI QUATTRO ANNI


Dopo La bufera, per quindici anni, Montale non pubblica più versi. Il lungo silenzio viene rotto solo nel
1971 con la raccolta di poesie Satura. Questa pausa ha una motivazione profonda: Montale ritiene
infatti che l'epoca dell'industrializzazione e della comunicazione mediatica abbia ridotto la poesia a una
«balbuzie» (così si esprime nella lirica Incespicare), ormai incapace di evocare una dimensione
superiore e metafisica.
Il linguaggio dell'ultimo Montale si fa dunque prosaico, utilizza in modo straniante termini comuni e del
contemporaneo dibattito culturale come fossero tessere senza più un disegno d'insieme, pulviscolo
insignificante del continuo chiacchiericcio dei media. La sua ultima produzione poetica tende dunque
alla parodia o all'autoparodia. I riferimenti culturali e filosofici, inoltre, non sono occultati, ma, esibiti
come rumore di fondo, mostrano di non essere più affidabili interpreti del mondo.
Satura è il genere che, nella letteratura latina, si caratterizzava per la varietà formale e i contenuti

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aspramente critici (satirici, appunto) nei confronti dei costumi e dei vizi della società. Ma il titolo di
Montale può alludere anche alla saturazione e al soffocamento della parola poetica di fronte
all'invasione di oggetti, immagini e parole che caratterizza il consumismo degli anni Sessanta e
Settanta. Le poesie di Satura, scritte a partire dal 1964, sono ripartite in quattro sezioni: le prime due,
Xenia I e Xenia II, sono interamente dedicate a «Mosca», la moglie Drusilla Tanzi, ormai morta; le altre
due sezioni, Satura I e Satura II presentano invece temi e stili vari, che spaziano dall'accento satirico e
giocoso al tono polemico.
L’ultimo Montale smentisce insomma quella poetica sostenuta, quel lirismo metafisico che fino ad allora
aveva praticato, e la sostituisce con un disincantato scetticismo. Le raccolte non sono più "romanzi"
dell'io, ma diari, con i componimenti disposti in ordine cronologico, quasi a voler dichiarare la
dispersione tematica e l'assenza di un filo conduttore. Alla costruzione di uno stile prosastico e dimesso
contribuiscono anche i versi lunghi e un lessico basso, che mima il parlato.

HO SCESO DANDOTI IL BRACCIO ALMENO UN MILIONE DI SCALE


La moglie del poeta è scomparsa; ora egli non può fare a meno di ricordare il viaggio della vita
compiuto insieme a lei, che si prospetta come un cammino in discesa sul quale si nasconde una
vertigine a ogni passo. Ora al poeta sono venuti meno gli unici occhi che vedevano oltre l'apparenza,
quelli, pur miopi, della moglie.
Le donne sono importanti lui ha avuto tre donne importanti nella sua vita, una di queste è stata
Drusilla, che sposa dopo circa 30 anni di convivenza e dopo un anno muore, lui la chiamava
simpaticamente mosca perché lei era affetta da questa miopia molto forte per cui aveva questi occhiali
spessi, doppi e grossi e sembrava che le facessero avere l'aspetto di una mosca
e poi mosca anche perché lei era capace di pungolare l'artista infatti lui dice io pensavo di essere io di
aiuto a mia moglie perché lei non vedendo bene si appoggiava a me quando camminava in realtà era
lei che aveva l'aspetto intelligente capace di approfondire la realtà, andare oltre, ed era capace di
vedere ciò che io non riuscivo. Una donna sagace e intelligente, capace di approfondire la realtà oltre
l'aspetto esteriore. Questa è una poesia costuma è una poesia di ricordo dopo la morte della moglie in
cui guarda la loro relazione racconta proprio questo, racconta la vita di una coppia in cui i due hanno
dato e hanno ricevuto, hanno camminato insieme appoggiandosi l'un l'altro dandosi aiuto l'un l'altro,
sorgendosi l'un l'altro ognuno impegnando in questa relazione aspetti negativi ma anche aspetti
positivi e quindi la loro è stata una passeggiata, un percorso.
È un iperbole, è una esagerazione-> milioni di scale, vuol dire raccontare una vita intera in tre parole.
Io ti ho dato il braccio perché tu ne avevi necessita e adesso che non ci sei più mi manca quel gesto
quel fatto di camminare insieme e darti il braccio che era il tuo appoggio mi manca quel gesto sento
quella sensazione, in questo è pascoliano-> essere legati a qualcosa a qualcuno che è appartenuto al
passato e da quel momento lui non ha più la possibilità, non si è interessato a cercare altra compagnia
perché ha chiuso con quella donna la parentesi affettiva della sua vita.
Tutti quegli affanni che appartengono anche alla vita di coppia per organizzare una vita, tutte quelle
cose ormai non mi riguardano più io sono libero da quelle situazioni perché non ci sei più tu che
condividi quelle situazioni insieme a me.
e anche un altro significato sono libero da quegli affanni perché vivendo con te ho capito qual è la vera
realtà della vita, cosa sono i valori della vita, cosa significa vivere insieme a una persona che ti
accompagna e quindi tutti quegli orpelli di quegli affanni delle preoccupazioni di cui gli uomini si
aggravano giorno per giorno quelle cose non mi riguardano più non mi interessano più perché con te ho
conosciuto la vera vita. Tra noi due se all'aspetto esteriore io ero quello che viveva bene in realtà tra
noi due chi aveva capito l'essenza della vita eri tu ed eri tu che mi trasmettevi quella capacità di
vedere oltre la realtà. È un canto nostalgico di un amore che non c'è più, di una condivisione con un
alter ego femminile che rappresenta la capacità di un altro animo sensibile di conoscere la realtà,
quindi è stato un cammino di approfondimento e conoscenza della realtà tra due animi sensibili e lui
questo rimpiange, la possibilità di sentirsi solo perché non c'è più l'altro animo sensibile.

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